CAPITOLO CLXI.

Venezia e i Turchi.

La libertà ha bisogno d’espandersi fuori per non rodersi entro; lo

perchè le repubbliche lombarde perirono, durarono Venezia e Genova,

ch’erano come la Liverpool e la Nuova York del medioevo. Ancora la

piazza San Marco era come la sala ove si davano la posta tutti i popoli

del mondo; ivi pensatori liberi, libera stampa, non prepotenza di

feudatarj, non ladrerie di cortigiani; l’Europa tutta ormai foggiata

a monarchia, non la temeva come quando resistette sola alla lega di

Cambrai; pure venerata per la sua prudenza, anche per armi facevasi

rispettare in Levante. In terraferma possedea Padova, Vicenza, Brescia,

Verona, Bergamo, Treviso, Belluno, Crema, il Friuli; oltremare il regno

di Creta, l’isola di Corfù ed altri possessi in Grecia, in Slavonia, in

Dalmazia.

Alquanto migliori de’ soliti statuti sono quelli di Venezia, meno

sbricciolandosi nella specialità de’ casi per attenersi piuttosto a

principj generali, e spesso brevi e semplici nel concetto legislativo;

non ammetteano per supplemento il diritto romano; nel secolo XV

erasi proibito di farvi chiose ed annotazioni: pure le aggiunte li

complicarono inestricabilmente e a ravviarli ben poco contribuì la

Soprantendenza alla formazione de’ sommarj delle leggi, istituita

il 1662. Valeano unicamente per Venezia; alle terre dominate essa

conservava i privilegi e gli statuti, e il violarli era punito dai

Dieci. Talvolta anzi gli statuti provinciali erano avversi alla

dominante, come quelli di Brescia che a qualunque forestiero, neppur

eccettuati i Veneziani, proibiva d’acquistare possesso, o dominio o

diritto onorario di beni stabili del territorio bresciano, nemmeno

per dote o eredità, se pure non andasse a stabilirvisi colla famiglia,

sottomettendosi alle leggi civili e criminali. All’incontro, i beni del

territorio padovano erano quasi tutti posseduti da signori veneziani.

Dei Bergamaschi diceasi in proverbio che passeri, Francescani e

Bergamaschi n’era per tutto il mondo.

In ogni provincia Venezia spediva un podestà, sotto il quale

raccoglievasi il consiglio de’ nobili, rappresentante di ciascuna

città, e un capitano che presedeva ai rappresentanti del territorio.

E città e territorj tenevano nunzj e patrocinatori nella dominante,

oltre scegliersi un patrono fra que’ nobili. Sotto un’amministrazione

savia, economica, stabile, le provincie sarebbero prosperate; ma non

trovavansi assicurate contro i nemici, che da ogni parte le stringeano:

oltre che Venezia ignorò che una repubblica può farsi conquistatrice

sol per aumentare di cittadini, non di sudditi; nè provvide d’associar

il fiore delle provincie alla sua sovranità.

Il popolo vivea contento, poichè la Signoria gli manteneva l’abbondanza

e ne favoriva le industrie; dai commerci lontani e protetti ritraeva

compiacenze e lucro; non sentiva il peso delle guerre, perchè fatte

con mercenarj e discosto dalla capitale; giustizia pronta colpiva

egualmente il nobile, anzi con più rigore; le clientele affezionavano

i poveri al ricco; le frequenti feste distraevano tutti. _Nihil de

principe, parum de Deo_, non intrigarsi della politica, poco discutere

di religione era l’universale precetto; del resto si facesse a volontà.

La mendicità era esclusa: solo tolleravansi alcuni accattoni ai ponti

della Pietà, di Rialto, de’ Pignoli, di Canonica, ed anche in San

Marco, per concessione del doge, sicchè diveniva un privilegio lucroso,

dato in dote, trasmesso per eredità.

I nobili della dominante erano ricchissimi in grazia della parsimonia,

del commercio e degli emolumenti che traevano dalle cariche e dalle

ambascerie; ma sostenevano anche i maggiori aggravj, procurandosi

sempre alleviarne il popolo. Potentissimi fuori, in città erano

tutti eguali, e allorchè più irrompeva la smania dei titoli, fu

preso parte (1576 21 9bre) che non dovesse «alcuno arringando usare

i titoli di _umilissimo_ da una parte, _preclarissimo, illustrissimo,

eccellentissimo_ dall’altra, ma solo _messere_ o ad summum _magnifico

messere_». Un vicerè spagnuolo che in Grecia aveva conosciuto

Sebastiano Venier, terrore de’ Turchi e de’ sudditi, tra cui non

compariva se non col corteggio di cento e più nobili, pendenti da un

suo comando, nel passare poi da Venezia, stupì in vederlo passeggiare

indistinto sotto le Procuratie nuove, e supplicare i voti come

qualsifosse altro, e un greco passargli davanti senza pur fargli di

berretto. La quale eguaglianza pareagli più meravigliosa che non la

basilica e la piazza di San Marco, e tante architetture e pitture[8].

Fu gran tempo onnipotente il senator Molino, uomo di Stato che

abbracciava nelle sue vedute l’intera Europa, e fece tenere in

equilibrio la Spagna, e spendere meglio di dieci milioni di ducati in

sussidj ora alla Savoja, or agli Svizzeri, or all’Olanda. Altero della

sua nobiltà, mai non comunicava coi popolani; eppure n’era riverito

ed anche amato, perchè all’occasione li proteggeva e soccorreva, e

rendea persuasi di operare per pubblico bene, giacchè nulla cercava per

sè. Intanto però era padrone del broglio; le cariche principali facea

cadere su’ suoi amici; fu lui che ispirò frà Paolo, massime nella lotta

contro Paolo V, e morendo non lasciò ricchezze.

Il doge era a vita, ma già nella promissione del 1229 era prefisso

che, qualora sei del minor consiglio fossero d’accordo coi più del

maggiore nel chiedergli la rinunzia, egli non potesse ricusare. Per

nominarlo, il gran consiglio (come divisammo al tom. VI, pag. 181)

cavava a sorte trenta de’ suoi membri, i quali colla sorte ancora

riducevansi a nove; e questi a voti nominavano quaranta patrizj, che a

sorte venivano ridotti a dodici; i dodici ne sceglievano venticinque,

in cui se ne sortivano nove, che ne nominavano quarantacinque, colla

sorte ridotti a undici; i quali sceglievano quarantuno, che eleggevano

il doge colla maggioranza di venticinque. Conosciuti i primi trenta,

potevansi prevedere anche le elezioni successive; onde il broglio

s’incaloriva sopra que’ pochi. Erasi bensì stabilito dai Dieci che i

quarantuno dovessero essere ballottati uno per uno dal gran consiglio,

ma ordinariamente non si faceva che confermarli.

Il clero stava sottomesso e pagava; solo ogni cinque o sette anni

la Signoria dovendo domandare da Roma licenza di levare le decime

sui beni di quello, non eccettuati i cardinali. Era escluso dal

governo: i parroci della città erano eletti dai possidenti di case

nella parrocchia senza distinzione di nobili, cittadini o popolani;

benefizj e dignità non davansi che a natii; si vigilava su quei che

ne sollecitassero da principi stranieri; si sgradiva che ottenessero

cappelli cardinalizj, perchè od erano premj della ligezza usata verso

la Corte romana, o nei consigli di questa portavano persone informate

de’ secreti della Signoria: onde la repubblica fu immune come dalla

tirannide militare, così dalle brighe pretesche.

Durava la potenza del consiglio dei Dieci, le cui procedure, che che

se ne romanzi, erano meno violente che in altri paesi. L’11 settembre

1462 era stato decretato: — Ogniqualvolta parerà ai capi del consiglio

dei Dieci di far ritenere alcuno per cose spettanti allo Stato e al

Consiglio, debbano venire alla Signoria, e dire quello che hanno contro

di quello e quelli. E ciò che li quattro consiglieri almeno e due capi

delibereranno, sia eseguito; e li capi immediatamente avanti che passi

il terzo giorno siano tenuti, in pena di ducati cento, a chiamare

il Consiglio e proponer ciò che avranno in tal materia di quelli che

saranno riterati»[9].

Era tra gli obblighi dei Dieci il visitar le prigioni, riferire dei

processi pendenti, sollecitarne la spedizione. Le denunzie che si

deponevano nelle famigerate bocche de’ leoni, quando fossero anonime

non aveano corso se non concernessero casi di Stato, e voleansi cinque

sesti dei voti per procedere su di esse; quando firmate, discuteasi se

darvi seguito; al che voleansi quattro quinti dei voti.

Abbiamo veduto come quel tribunale divenisse parte del governo. Ma

nella guerra di Cipro essendosi trovato in discapito l’erario, tanto

che l’interesse del debito pubblico saliva ad un milione, erane

incolpato il consiglio dei Dieci: onde si fece concerto per escluderlo

dai poteri ch’erasi arrogato; e col non dare sufficienti voti, il

maggior consiglio abolì le Giunte (1583), ch’e’ solevasi aggregare,

e il denaro pubblico fu dato a maneggiare a magistrati dipendenti dal

senato; sicchè privi delle attribuzioni camerali, delle legislative,

delle politiche, i Dieci trovavansi ridotti a tribunale supremo pei

delitti di Stato, e tribunale ordinario pei nobili.

Impedire i sovvertimenti dello Stato, proteggere la quiete interna era

lo scopo di quell’arcana podestà; e tra i carnevali e le feste, quelle

denunzie e procedure segrete non solo faceano tremare il delinquente,

ma neppure lasciavano all’innocente quella sicurezza ch’è la più

chiara proprietà. Era mestiere lucroso l’origliare alle case, ormare

i passi, e farsi così stromenti alle passioni. Ai residenti in paese

straniero proibivasi dare informazioni ad altri che alla Signoria,

la quale giudicava se comunicarle. Girolamo Lippomani (1588), balio

a Costantinopoli, al re di Spagna fece sapere che il Turco radunava

armi; e i Dieci fecero arrestare e tradurre a Venezia esso balio

(1622), il quale per viaggio buttossi in mare. Le spie denunziarono

Antonio Foscarini che arcanamente andasse dall’ambasciatore di Francia,

colpa capitale in un nobile. Côlto dai Dieci, egli confessò essere

andato notturno da quelle parti per trovare una dama; e poichè l’onore

facevagli un dovere di non nominarla, fu impiccato come traditore. Poco

poi la verità venne in chiaro, e sminuì il credito che i Dieci aveano

ripreso col vigore mostrato nelle chiassose vertenze con Roma[10].

Renier Zeno appose al doge Giovanni Cornaro di violare la legge

fondamentale del 1473 col lasciar vestire cardinale suo figlio

Federico vescovo di Bergamo, e sortito capo dei Dieci, l’ammonì.

Quegli risponde; s’impegnano; Giorgio Cornaro trafigge lo Zeno, ed

è condannato in contumacia, ergendo una colonna infame sul luogo del

delitto; e ne sorgono due fazioni dei Cornaristi e degli Zenisti, i

quali ultimi col denaro rappresentano i popolani, intenti a mozzare

l’aristocrazia colla mannaja dei Dieci.

Cinque correttori furono eletti per rivedere le leggi della repubblica,

mostrando come si lasciassero impuniti i delitti, a segno che

accadeano più omicidj in un anno nel Veneto che in tutta Italia; poi

nell’elezione del 1628 nessuno dei Dieci ottenne voti sufficienti;

talchè quel consiglio restava abolito: ma il popolo ne gemette perchè

lo teneva come sua salvaguardia contro l’esorbitare de’ nobili; i

patrizj stessi bramavano recate a quello tutte le cause loro criminali,

anzichè andare confusi ne’ tribunali ordinarj. Fu dunque ripristinato,

ma con divieto d’ingerirsi nelle leggi del gran consiglio, nè

d’amplificarle o restringerle; non avesse più ispezione sui magistrati,

non desse salvocondotti o grazie a banditi.

Le forme di governo, sebbene invecchiate e inservibili, forse non era

possibile riformarle secondo i tempi, e intanto davano una stabilità

non priva di merito.

La cambiata via della navigazione[11], la differente costruzione di

legni portata dai viaggi transatlantici, la potenza crescente della

confinante Austria, la vicinanza dei papi divenuti signori di Ferrara,

toglieano a Venezia molti vantaggi derivanti dalla sua postura, dal

commercio, dalla stabile amministrazione. Il popolo vedea diminuirsi

i mezzi di guadagno; l’aristocrazia si restringeva, in poche mani

concentrandosi gli onori, mentre una ciurma di nobili pezzenti vivea

del broglio, del sollecitare cause, del corrompere la giustizia. Perchè

anche natura paresse congiurare cogli uomini, una sformata procella nel

1613 conquassò quante navi si trovavano nei porti del Mediterraneo.

Eppure Venezia pareva ancora regina dei mari, benchè realmente gliene

avessero tolto lo scettro Olanda e Inghilterra: le due prime navi che

Pietro czar pose sul mar Nero, uscivano dai cantieri di Venezia, dove

egli spedì sessanta giovani uffiziali per istruirsi. La capitale, che

nella peste del 1576 perdette da quarantamila abitanti, e sessantamila

in quella del 1630, nel 50 ne contava da cencinquantamila, aumentati

d’un quarto verso l’80. Oltre aver estinto i debiti della passata

guerra, dava segno di prosperità con rialzare il palazzo ducale,

compire la piazza San Marco, il ponte di Rialto, la chiesa votiva del

Redentore.

Nel 1577 si fece misurare tutto il territorio, donde si accatastarono

un milione ducentomila campi fertili e ducentomila sterili, sopra i

quali fu istituito un magistrato. Nel 1556 erasi permesso d’introdur

l’irrigazione al modo della Lombardia; e rivi artifiziali (_seriole_)

ridussero a valore possessi da prima abbandonati. Gli anni successivi

venne decretata la bonificazione delle valli di Battaglia, d’Este, di

Cologna, Anguillara, Castelbaldo, poi di Lendrina, di Conselve, de’

territorj fra il Bacchiglione e il Po. Operazione importantissima,

intrapresa al principio del 1600, fu il taglio di Portoviro. Il Po

aveva colmato i seni e le paludi ove deponeva prima le spoglie dei

monti, e ristretto fra le arginature che dopo il secolo XIII tanto

procedettero, allungavasi in mare, e colmò il canal Bianco in modo,

che elevandosi sovra le bassure del Polesine, più non ne riceveva gli

scoli. Fu dunque tagliato un canal nuovo[12] per sette chilometri,

invece dei diciassette che ne misurava l’anteriore; ma poi anch’esso

si prolungò mediante alluvioni, fino a ventisei chilometri. E tale

prolungamento era così calcolato, che il pubblico vendeva le terre che

si formerebbero (vendite di onde di mare).

Secondo l’informazione del Bedmar, entravano alla repubblica da quattro

milioni di ducati, de’ quali quasi metà traevansi dalla sola metropoli;

ottocentomila dagli Stati di mare: e spendea meno di tre milioni, fra

cui 127,660 per l’arsenale, 120,245 per compra di legname, canape,

chiodi, pece, 267,396 per l’esercito ordinario, 400,000 per donativi

alla Porta, 40,000 per la cassa che prestava a chi avesse bisogno:

circa 200,000 si erogavano in comprar frumento pel pubblico o in

fabbricare biscotto per l’armata. L’avanzo riponeasi in un cassone,

il quale si toccava soltanto nelle occorrenze straordinarie, che la

malevolenza e l’ambizione altrui non le lasciava mancare. In maggiori

necessità, come la guerra contro il Turco, ricorreasi ad imprestiti,

vendite dei beni comunali, tasse sul clero e sull’aristocrazia; e

creavansi nuove dignità da vendere a questa.

Nelle spettacolose controversie con Roma, Venezia sembrando

rappresentare le opinioni protestanti, viepiù rendevasi opposta alla

cattolica Spagna, dalla quale per vendetta le vennero la congiura di

Bedmar (tom. XI, pag. 148) e la guerra austriaca per gli Uscocchi.

L’Austria, sempre desiderosa di mettere in comunicazione diretta i suoi

possessi slavi cogli italiani, la ricingeva d’insidie, e l’odiava a

morte perchè attenta a conservare l’equilibrio in Italia, ne impediva

gl’incrementi. All’incontro Venezia teneasi ben edificata la Francia;

vedemmo (tom. X, pag. 301) che pomposa accoglienza facesse a Enrico

III, al quale ne’ suoi bisogni prestò centomila scudi senza interesse.

Ne prestò ad Enrico IV benchè eretico, poi buttò sul fuoco le ricevute,

il fuoco (ei diceva) più bello che mai avesse visto: ed egli regalò

alla Signoria la spada con cui aveva vinto ad Ivry; chiese d’essere

iscritto nel libro d’oro; esibiva interporsi affinchè il granturco le

restituisse Cipro; e le destinava la Sicilia e l’Istria in quel famoso

suo rimpasto d’Italia, ove al duca di Savoja assegnerebbe la Lombardia

«condita d’una corona reale» (SULLY).

La parte epica della storia di Venezia, come di tutta Italia, sono

le guerre contro i Turchi. Questi non erano stati fiaccati dalla

rotta di Lepanto (1575); e Maometto III, rigido osservatore della

legge del Profeta, raggirato da Sofia Baffo veneziana, e sostenuto

in mare dal Cicala rinnegato napoletano, invase anche l’Ungheria,

sicchè i papi dovettero soccorrere di denaro gli Austriaci che colà

combatteano; imprese dove si segnalò pure il duca Vincenzo Gonzaga di

Mantova. I Turchi spingeansi fin alle rive dell’Adriatico; Venezia,

per provvedersi contro di loro, fabbricò Palmanova (1596), _Italiæ et

christianæ fidei propugnaculum_, la fortezza maggiore che allora si

conoscesse.

Anche quando tacesse la guerra, continuava la pirateria. Don Pier

Toledo nel 1595 stabilì vendicarsene, e côlto il destro che i Turchi

v’erano accorsi alla fiera, sbarcò a Patrasso, e pose a guasto le

robe e gli averi di essi e di Greci e d’Ebrei, vantandosi aver ucciso

quattromila persone e bottinato per quattrocentomila scudi. Latrocinj

opposti a latrocinj. Nel 1601 si pensò osteggiare Algeri, che un

capitano Rosso francese asseriva facile a sorprendere. Da Spagna ne

venne l’ordine a Giannandrea Doria, comandante alla regia squadra

di Genova, provveduta dal Fuentes di fanteria lombarda; a Napoli,

in Sicilia, a Malta si allestirono legni; sicchè sopra settantuna

galee s’imbarcarono diecimila soldati oltre molti nobili venturieri,

e fra questi Ranuccio Farnese di Parma e Virginio Orsini duca di

Bracciano. Mossi al fin d’agosto, ebbero traversìa di mare, e subito

si sciolsero con beffa della cristianità e dopo avere inutilmente

irritati gli Algerini. Nel 1607 Ferdinando I di Toscana tentò

sorprendere Famagosta credendola mal guardata; ma ne fu respinto con

grave danno, e provocando castighi sui Cristiani dell’isola, sospetti

d’averlo favorito. Volle rifarsene l’anno seguente collo spedire Silvio

Piccolomini, già illustratosi nelle guerre di Fiandra, ad attaccare

Bona in Africa, che infatto fu saccheggiata ed arsa.

Incessante molestia intanto ai Turchi recavano le galee de’ cavalieri

di Malta e di Santo Stefano; ma se li danneggiavano talora, se

gl’irritavano sempre, non bastavano a impedirne i guasti: alcuna fiata

facean essi medesimi da pirati, massime a danno di Venezia, colpevole

di starsi in pace coi Turchi. Essa in fatto con Solimano il Grande

aveva patteggiato libero commercio (1521), e di tenere a Costantinopoli

un bailo triennale, tributando diecimila ducati l’anno per il possesso

dell’isola di Cipro e cinquecento per Zante. Dopo la terribile guerra

di Cipro, accortasi che dai Cristiani poteva aspettare esortazioni

e poesie, ma non ajuti, rinnovò pace col Turco (1572), cedendo Cipro

ed altri luoghi già perduti, crescendo a mille cinquecento ducati il

tributo per Zante; ma con isborsarne ottomila si redense da quello

per Candia. Quest’isola, ampia ben sessanta leghe, e situata in modo

di signoreggiare l’Arcipelago, con grosse città, bei porti, pingue

territorio, centomila abitanti, era, si può dire, l’ultimo avanzo

delle conquiste in Oriente; e Venezia dovette profonder oro e sangue

per conservarla traverso a venti ribellioni de’ paesani, che la

consideravano come tiranna straniera, e che ricordavansi d’esservi

stati sovrani. Giacomo Foscarini, mandatovi con potere dittatorio,

vi proclamò ordinamenti, che non era facile far osservare. Il tenerla

costava grandemente allo Stato; ma i governatori traevano guadagni a

danno de’ paesani, i quali speravano fin ne’ Turchi.

Nei trattati colla Porta, Venezia erasi sempre riservato il diritto di

rincacciare i pirati dovunque gl’incontrasse. Alì Piccinino, rinnegato,

che con una flotta d’Algeri e Tunisi infestava il Mediterraneo

(1638), spintosi nell’Adriatico, prese un bastimento veneto, indi

gettò l’àncora nella rada della Valona. Marin Capello, provveditore

della flotta, ve lo bloccò, il prese, e condusse sedici galee in

trionfo a Corfù. Amurat IV granturco l’ebbe per oltraggio, e domandò

soddisfazione: occupato in infausta guerra colla Persia, dovette

adagiarsi ad un accomodamento; ma presto, regnante Ibraim, nacque

occasione di vendicarsi.

I cavalieri di Malta[13] imbatterono un galeone turco, che accompagnato

da due minori e da sette saiche, portava una favorita del sultano

al pellegrinaggio della Mecca con ricchissimo carico. L’assalirono,

e perdendo sette cavalieri, censedici soldati oltre ducensessanta

feriti, misero a morte da seicento nemici, trecentottanta ne presero

schiavi, e un bottino di tre milioni d’oro, e la donna che morì,

con un figlio che battezzato finì domenicano. Levò vivo applauso la

cristianità; ma Ibraim dichiarò guerra all’Ordine e ai Veneziani (1644)

perchè i cavalieri aveano menato quel bottino in un porto di Candia;

e trecenquarantotto navi con cinquantamila Turchi, fra cui settemila

gianizzeri e quattordicimila spahì, veleggiarono sopra Candia, e

approdati cinsero la Canea. La repubblica era accorsa alla difesa;

e il patriarca pel primo, il clero, i gentiluomini fecero offerte e

sagrifizj generosissimi; oltre vuotar il cassone, si chiesero prestiti

all’uno per cento perpetuo o al quattordici per cento vitalizio;

venduta a prezzo la dignità de’ procuratori di San Marco, cresciuti

a sei poi fino a quarantuno, e il diritto d’entrare prima dell’età

nel gran consiglio; ammessi tra i nobili quei cittadini o sudditi che

pagassero per un anno lo stipendio di mille soldati, donde si trassero

otto milioni di ducati aggiungendo settantasette famiglie al libro

d’oro: si obbligarono le manimorte a dare tre quarti de’ loro argenti,

poi si ridussero a cartelle i depositi de’ minorenni e delle cause pie;

si assolsero delinquenti e banditi, s’invocarono i potentati cristiani.

Spagna somministrò cinque galee, Toscana sei, altrettante l’ordine

di Malta, cinque il papa, che autorizzò a levare centomila ducati sul

clero; i Francesi (o forse di sua borsa il Mazarino, il quale chiese

d’essere aggregato alla nobiltà veneta) mandarono centomila scudi,

quattro brulotti e licenza d’arrolare uomini in Francia, tutto però

sott’acqua, atteso l’amicizia che questa tenea colla Porta. Se non che

gli alleati erano scarsi di provvigioni e perdevansi in discordie; e

prima che potessero operare, la Canea, fracassata per cinquantasette

giorni, avea dovuto capitolare; i Turchi vi acquistarono trecensessanta

cannoni e munizioni e spoglio, e un robusto punto d’appoggio. Allora

Delì Ussein, già bascià di Buda, pose a Candia un assedio (1645),

paragonato per lunghezza e accidenti a quello di Troja, e abbellito da

splendide geste delle flotte venete.

Francesco Erizzo, doge ottagenario, fu posto capitan generale, e morto

lui, la carica passò a Giovan Capello, poi a Battista Grimani, poi a

Francesco Morosini, che vi s’illustrò, come tutta la sua famiglia. La

capitana di Tommaso Morosini tenne testa (1647) contro cinquantadue

galee nemiche, e con più di mille cinquecento vite di Turchi si pagò

la vita di quel prode: Giacomo Riva con una squadriglia di venti navi

(1649) sbaraglia la flotta di ottantatre, distruggendole a Focea

quindici galee e settemila vite, col perdere solo quindici uomini.

Eroi si mostrarono pure Leonardo Mocenigo capitan generale e Lazzaro

Mocenigo, di petto a Mehemet Köproli, succeduto a Ussein dopo che

Ibraim lo scannò per castigo della lentezza; e gloriosi fatti vantano

i Contarini, i Tiepoli, i Badoero, i Soranzo, i Pisani, i Dolfino

Valieri, i Bembo, i Foscarini, i Giustiniani.

Assediavasi fin lo stretto di Costantinopoli; i Morlacchi ed

altre popolazioni sollevate offrivano a Venezia ausiliarj feroci e

pericolosi, che assassinando, rubando, incendiando, rendevano più

orribile la guerra, e provocavano riazioni de’ Turchi, che alzarono

una piramide di cinquantamila teschi di Cristiani, e che faceano

sostenere od impalare gli ambasciadori. Venezia, costretta a tener in

piedi ventimila uomini, logorava da quattro in cinque milioni l’anno in

denaro, il triplo in munizioni, cioè più che nei tre anni della guerra

di Cipro, bisognando a Candia mandar ogni cosa, fin il biscotto e la

legna; oltre che restavano interrotti i commerci di mare; e sebbene

essa vincesse le più volte, i Turchi rinnovavano sempre armamenti,

talchè di allargar Candia non s’aveva speranza.

Il vulgo che è numerosissimo, e che sottopone il cielo ai poveri

computi della nostra aritmetica, vide alcun che di misterioso nel

numero 1666; e i Cristiani quell’anno aspettavano l’Anticristo, i

Musulmani il Degial, gli Ebrei il Messia: orridi tremuoti alla Mecca

e in Egitto, parvero giustificare lo sgomento. Atterrito ai progressi

de’ Musulmani, il papa non rifiniva d’esortare a questa crociata;

prodi volontarii vi venivano; il duca di Savoja, che da trent’anni

stava in broncio con Venezia pel titolo di re di Cipro, pose da banda

le pretensioni, e spedì due reggimenti e il generale Francesco Villa,

il cui avo ferrarese aveva sostenuto bella parte alla battaglia

di Lepanto, e il cui padre aveva servito di consiglio e di spada a

Cristina di Savoja finchè morì (1667) all’assedio di Cremona. Il Villa

difese opportunamente Candia; ma nel maggior frangente il duca lo

richiamò, forse sperando che Venezia, per trattenerlo, consentirebbegli

il disputato titolo regio.

Luigi XIV, benchè alleato colla Porta e desideroso di soppiantare

i Veneziani nel commercio di Levante, lasciò che il visconte De la

Feuillade arrolasse una banda, cui, allettati dall’indole propria e dal

romanzesco dell’impresa, s’unirono giovani di primarie famiglie (1668),

portati a Candia dall’ammiraglio di Beaufort; sicchè il gransignore

potè dire con verità sin d’allora quel che spesso ripetè: — I Francesi

sono amici nostri, ma li troviamo sempre coi nostri nemici».

La guerra di mare avea mutato guise, mercè il perfezionamento

dell’artiglieria; e benchè questa servisse ancora assai lentamente, e

due flotte in un’intera battaglia non tirassero quanto oggi due navi

in due ore, si dismise quell’infinità di barche, per farne poche ma

grosse, quali erano le sultane dei Turchi; e Venezia ne allestiva

sin da settantaquattro cannoni. Ma le giornate spesso si decidevano

coll’arrembaggio, talchè ancora assai contava il valor personale, non

rare volte i minori poterono prevalere ai più grossi; i cavalieri di

Malta e quei di Santo Stefano tennero testa vantaggiosamente ai Turchi

anche più numerosi; e solo nel secolo seguente fu l’arte ridotta a

quel punto, che assicura la vittoria alla superiorità del numero e del

fuoco.

Nel lungo assedio di Candia si sfoggiò l’arte più raffinata: i Turchi

ebbero mortaj che lanciarono bombe fin di ottocento libbre; primi si

valsero delle parallele che avean imparate da un ingegnere italiano;

ed oltre abilissimi artiglieri, erano espertissimi nelle mine e nelle

strade sotterranee; i nostri gl’imitavano, e il suolo era tutto solcato

di mine, che tratto tratto scoppiavano dove men s’aspettasse, e sotto

terra combattevasi quasi altrettanto che sopra. «Orribile era lo

stato della città: le vie ingombre di palle o frantumi di bombe e di

granate; non chiesa, non edifizio che non avesse le mura sconquassate

dal cannone; le case ridotte a mozziconi; dappertuto puzza, e soldati

morti, feriti, storpiati» (DESPREAUX).

Gli oscuri pericoli dell’agguato, l’aspettare colla pancia a terra

il nemico per giornate intere, l’essere balzati in aria nel cuor

della notte, non iscoraggiavano la briosa gioventù francese; però nel

cavalleresco orgoglio essa recavasi a schifo d’obbedire ai Veneziani,

e disapprovando il tenersi sulla difesa che faceva il provveditore

Caterino Cornaro, appena cadde ucciso fecero una sortita collo

scudiscio in mano e la baldanza in cuore: ma furono sbaragliati, e le

teste dell’ammiraglio e di molti lor signori andarono in giro per le

vie di Costantinopoli. Peserebbe questo come un assassinio su Luigi

XIV se fosse vero che già erasi pattuito di render la piazza, e che

egli avesse voluto soltanto protrarre una concertata resistenza per

meritare dal papa il cappel rosso a due suoi favoriti. Che che ne sia,

i restanti Francesi ripatriarono, per quanto Veneziani e Ciprioti ne

li dissuadessero fin buttati a terra e colle lacrime: novella prova

del conto che può farsi sulle costoro braverie. Da cinque lustri

durava la guerra, agitando anche l’impero Ottomano: Ibraim e sua

madre erano stati strozzati, sei visiri finiti di morte violenta,

non che altri capi, il serraglio versato da fazioni, le truppe spesso

ammutinate; ormai i gianizzeri ricusavano di più montare all’assalto,

anzi minacciavano rivoltarsi se non si finisse quel terzo assedio, che

dicono in ventotto mesi costasse ai Veneti 30,905 uomini, ai Turchi

118,754, con 56 assalti, 45 combattimenti sotterra, 96 sortite, 1173

mine degli assediati e il triplo de’ Turchi.

Maometto IV rianimò i suoi scrivendo ad Acmet Köproli: — Io ti vedrò,

mio granvisir Lala (zio); in quest’anno benedetto tu devi operare

da prode. Te e i campioni che sono teco, ho dedicati a Dio supremo.

So come da due anni guerreggiaste e vinceste. In questo mondo e

nell’altro, oggi come al giudizio finale, possa risplendere il vostro

volto. Poteste almeno in quest’anno benedetto con la bontà divina

acquistar Candia! Esigo da voi in quest’anno sforzi maggiori».

La guarnigione, ridotta a tremila uomini da sì lunga guerra, mentre il

paese era consunto dalla peste, respinse ancora l’ultimo assalto de’

Musulmani: alfine il Morosini solo e abbandonato dovette capitolare

(1669). La stima per lui fece agevole il Köproli nelle condizioni;

partirebbero i Veneti da Candia a bandiera spiegata quando il tempo

fosse propizio; chi volesse potrebbe per dodici giorni uscirne con

armi e robe e gli arredi sacri; la repubblica conservava nell’isola i

tre porti di Spinalonga, Suda e le Grabuse, le conquiste fatte sulle

rive della Bosnia e Clissa; scambiati i prigionieri, ripristinate

le relazioni di commercio e amicizia. I quattromila cittadini

sopravvissuti mutaronsi tutti a Parenzo, e Köproli ridusse la

cattedrale di Candia in moschea.

Vincitrice di dieci battaglie, sostenuta per venticinque anni la

guerra contro tutte le forze ottomane, Venezia scapitava di possessi

non di gloria, chè una lotta ineguale per difesa della libertà e

dell’incivilimento onora anche chi vi soccombe. Ma il popolo sentì

con dolore furibondo questa perdita, quasi ruina della repubblica;

dappertutto urli e pianti, come se il nemico fosse a Lido. L’intrepido

Morosini, che va fra i maggiori eroi d’Italia, e che da Köproli aveva

ottenuto doni e quattro dei cenquaranta cannoni della fortezza, fu

accusato al gran consiglio di vigliaccheria nella difesa e corruzione

nell’arresa, e d’avere trasceso i suoi poteri stipulando col Turco

senza facoltà del senato; il vulgo, che nelle gravi sventure vuol

sempre chi bestemmiare od uccidere, lo grida traditore, e ne domanda la

testa[14]. Messo prigione, Giovanni Sagredo coraggiosamente affrontò

la pubblica opinione per salvarlo, sicchè potette presto ricomparire

terror dei Musulmani.

Perocchè la Porta trattava la pace alla maniera dei prepotenti,

soprusando ai Veneziani or per accusa di contrabbando, ora perchè

avessero trafugato qualche schiavo cristiano[15], ora perchè avessero

rincacciato pirati barbareschi, ora perchè i Morlacchi della Dalmazia

veneta fossero corsi sopra que’ della Turchia, e ne avessero repulsato

i latrocinj. Poi il gransignore, appena ottenne pace coi Polacchi,

coi Cosacchi e coi Tartari, mandò contro l’Austria Kara Mustafà primo

visir, che cupido di emulare la gloria di Köproli, con un esercito

poderoso quanto ricco, pose assedio (1683) fin a Vienna[16]. Sobieski

re di Polonia potè sconfiggerlo e cacciarlo: talchè l’Austria fu

debitrice di sua salvezza a due nazioni, ch’essa poi doveva ingojare,

la veneta e la polacca. La cristianità erasi veduta in estremo

frangente, onde estrema fu l’esultanza: Innocenzo XI distribuì molte

migliaja di scudi fra i poveri, soddisfece del suo pei debitori

carcerati, istituì la festa del nome di Maria, e regalò splendidamente

il messo che a nome del re di Polonia gli portò lo stendardo maggiore

de’ Musulmani. Si raddoppiò il tripudio a Roma e dappertutto quando

furono prese Buda e Belgrado.

I Turchi moveano continui lamenti che i Morlacchi, sudditi di Venezia,

molestassero le loro terre; e Venezia cercò reprimerli: ma quando

per le sconfitte di Vienna credette sfracellato l’impero turco,

pensò opportuno unirsi all’imperatore e al re di Polonia contro la

mezzaluna. Fatto armi, della flotta commise il comando a Francesco

Morosini (1685), dimenticando le stolte accuse, com’egli dimenticava

le offese; ed occupò Santa Maura e Prevesa, e sperò col favore dei

Mainotti e Cimariotti ricuperare tutta la Morea. Erano settantasei vele

che conduceano novemila cinquecento soldati; il papa, Napoli, Milano,

Germania davano danaro e uomini; volontarj accorsero di Francia, e

fin di Svezia il valente Königsmark, che potentemente giovò in quelle

imprese. Modone e Napoli di Malvasia furono prese, e tutta la Morea

sgombra di Turchi fin all’istmo di Corinto. Atene fu assalita, e una

bomba mettendo fuoco alla polveriera, rovinò il più bel monumento

trasmessoci dall’antichità, il Partenone; e alfine la città cadde in

potere dei nostri (1687). A Francesco Morosini _peloponnesiaco vivente_

fu posto un busto nel palazzo ducale; il papa gl’inviò lo stocco e

il cappello; reduce, ottenne il corno dogale, e recò molte spoglie,

fra cui il leone che stava all’entrata del Pireo, e che adesso orna

l’arsenale.

Le disgrazie aveano sovvolto l’impero turco; i visiri Kara Mustafà,

Ibraim, Solimano furono col laccio puniti della sconfitta; deposto

Maometto IV: ma il suo successore Solimano III, rinfervorato il

fanatismo turco, assalì di nuovo Belgrado (1695). Poi il succedutogli

Mustafà II mandò il corsaro Ussein Mezzomorto a battere i Veneziani per

mare, mentr’egli in persona con Mustafà, figliuolo del Köproli vincitor

di Candia, passa il Danubio.

Qui si presenta un altro eroe, che l’Italia può rivendicare. Paolo,

della famiglia romana Mancini, che fondò in sua casa l’accademia degli

Umoristi, frequentata assai dalla nobiltà romana, ebbe un fratello

Michele Lorenzo che in Gironima Mazarino, sorella del famoso cardinale,

generò famose figliuole (tom. XI, pag. 227), per cui quel sangue fu

mescolato ai duchi di Modena, ai Colonna, ai Soissons, agli Stuard,

ai Conti, ai Bouillon, ai Vendôme. Maria a Parigi tanto piacque per

bellezza e ingegno, che Luigi XIV la volea sposare; ma il cardinale

ne distolse, e la maritò poi nel principe Colonna con centomila

lire di rendita; essa fuggì dallo sposo colla sorella Ortensia, e

dopo romanzeschi accidenti finì in un monastero. Ortensia, ambita da

Carlo II d’Inghilterra e dal duca di Savoja, fu maritata a un signore

francese che accettò il nome di duca Mazarino; ma presto lasciatolo,

essa ricoverò a Ciamberì, poi in Inghilterra, dove accoglieva in casa

i migliori ingegni al giuoco o a trattenimenti ingegnosi, causa di

duelli e di avventure, narrate nelle costei _Memorie_, forse scritte

dal Saint-Réal. Olimpia fu implicata nel processo delle famigerate

avvelenatrici francesi Voisin e Brinvilliers; poi in Ispagna fu

sospetta d’avere attossicato la regina per commissione dell’Austria;

infine morì miseramente a Bruxelles.

Dal conte Eugenio di Soissons, terzogenito dell’irrequieto principe

Tommaso di Carignano, aveva essa generato Eugenio (1663), conosciuto

col nome di abate di Soissons, perchè dapprima erasi vestito chierico:

involto nella disgrazia materna, rejetto dalla Francia dove il

celiavano per l’_abatino_, offrì i suoi servigi all’Austria, e divenne

famoso col nome di principe Eugenio di Savoja. Egli si firmava _Eugenio

von Savoie_, cioè con una voce italiana, una tedesca, una francese, per

mostrare (diceva) d’aver cuore italiano contro i nemici, di francese

pel suo sovrano, di tedesco pe’ suoi amici; oppure, come egli stesso

spiegò a Carlo VI, perchè doveva all’Italia l’origine, alla Francia la

gloria, alla Germania la fortuna. Eletto generalissimo contro i Turchi,

gitta alle spalle gl’inetti ordini del consiglio aulico, che gli aveva

imposto di tenersi sulle difese, va a cercare il nemico sul Theiss, e

riporta vittoria decisiva a Zenta (1697), dove perirono venticinquemila

Turchi, diciassette bascià e il gran visir Elmas Maometto; furono

presi novemila carri, seimila camelli, quindicimila bovi, settemila

cavalli, ventiseimila palle, seicentocinquantatre bombe, tre milioni di

fiorini, due donne del granvisir, il suggello del gransultano, il quale

dall’altra riva del fiume avea visto la rotta senza poterla impedire.

Vincere contro gli ordini parve colpa a Vienna, e quando Eugenio, dopo

conquistata la Bosnia, tornò all’imperatore e consegnogli il suggello

ottomano, Leopoldo neppur d’una parola il degnò, poi spedì un uffiziale

a chiedergli la spada. Ne fremette Vienna, e fece folla attorno al

palazzo, sicchè Leopoldo depose l’impertinente rigore, e negò ai

gelosi ministri di punir come traditore «colui che Dio avea scelto per

castigare i nemici di suo Figlio». Eugenio ricusò accettare di nuovo il

comando se non libero dagl’impacci del consiglio aulico; col che ebbe

campo a segnalarsi nelle guerre successive.

Non maestro della migliore tattica, conosceva però i luoghi e le

persone, stava continuo sull’avviso, i proprj falli riconosceva e

riparava, di quelli de’ nemici profittava per superarli nel momento

di lor debolezza; d’attività senza pari, di gran coraggio e presenza

di spirito, pronto a cogliere il buon momento, prendea gran cura dei

feriti e degli ammalati, volendo soffrir egli stesso piuttosto che

far soffrire i soldati. Uomo, del resto, moderatissimo, di carattere

irreprensibile, non tollerava complimenti sopra le sue vittorie: per

franchezza ledeva sin la civiltà, inimicandosi così la ciurmaglia

cortigiana; colto e di gran memoria, appassionato delle scienze e delle

arti belle, e quanto valoroso in campo tanto prudente nel governare,

perpetuamente consigliava la pace.

Intanto anche Venezia aveva continuato la guerra sul mare felicemente

sotto Giacomo Cornaro, sciaguratamente sotto Domenico Mocenigo; onde

il Morosini Peloponnesiaco, grave di settantacinque anni e di molti

acciacchi, fu pregato a riprendere l’invitta spada. Con ottantaquattro

navi egli arrivò a Napoli di Romania, ma la morte il colse sul

campo di sua gloria (1694 5 genn.). Antonio Zeno, succedutogli nella

capitananza, mantenne l’ardore degli eserciti, prese Scio, ma non potè

o non seppe difenderla dai Turchi; onde richiamato, morì prigione (8

7bre) mentre gli si formava il processo. Ai raddoppiati sforzi de’

Turchi per ricuperar la Morea si oppose felicemente Alessandro Molino;

ma le momentanee prosperità non conducevano a durevoli risultamenti.

Già da più anni si praticava la pace colla Porta, e v’insisteva

l’Austria che maggior bisogno n’avea: ma era difficile il venir ad

un fine, perchè l’islam proibisce di cedere verun territorio, mentre

Russia, Polonia, Venezia pretendeano conservare i fatti acquisti.

La Porta recedette dalle sue barbare abitudini riconoscendo che le

altre potenze s’intromettano pel comune interesse; e colla mediazione

dell’Olanda e dell’Inghilterra si firmò a Carlowitz (1699 16 genn.)

fra i Turchi, l’imperatore, la Polonia, la Russia e Venezia la pace più

notevole fra quante la Porta conchiudesse con potenze cristiane, e che

pose termine all’umiliante tributo che pagavasi dalla Transilvania e da

Zante.

La Porta, respinta dall’Ungheria, dalla Transilvania, dall’Ucrania,

dalla Dalmazia, dalla Morea, ebbe a confine il Dnieper, la Sava

e l’Unna; l’Austria assicurò Buda, Pest, Albareale, da gran tempo

turche; la Russia acquistava Azoff, di cui si farebbe scala al mar

Nero; Venezia conservò la Morea fin all’istmo, le isole di Egina,

Santa Maura e Leucade, abbandonando la terraferma, Lepanto e le isole

dell’Arcipelago, e distruggendo i castelli di Romelia e Prevesa,

patti che regolarono le relazioni della Porta colla repubblica finchè

sussistette; Ragusi mantenevasi in devozione del Turco[17]. Le spade di

Sobieski, del Morosini, d’Eugenio aveano segnato alla porta il _Fin qui

verrai_; e questa comincia a decadere perchè si sbarbarisce e perchè

intepidisce il fanatismo, non collocando più la religione in capo a’

suoi trattati, e assoggettandosi alle formalità degli ambasciadori.

Non sapea però darsi pace della perduta Morea: e Ali Kamurgi finse

raccoglier truppe onde castigare i Montenegrini e assalir Malta; e

mentre Venezia dormiva in sicurtà di pace, ecco da Costantinopoli

intimarsele guerra (1714) come a violatrice degli ultimi patti. Anzichè

i pretesti addotti, la ragion vera fu il sapere che Venezia avea

fortificazioni sfasciate, e l’esercito occupato verso Italia nella

guerra di Successione. Adunque si arresta il balio di Costantinopoli,

si chiamano tutti i bascià e i barbareschi, s’irrompe d’ogni parte:

Corinto è presa a macello, così Napoli di Romania, così Modone;

favorendo ai Turchi la popolazione greca, che lo scisma rendeva avversa

ai Cattolici. Venezia armò anch’essa a furia e cercò soccorsi, ma

non ne ottenne che da Clemente XI, fin quando il principe Eugenio

indusse Carlo VI, come garante della pace di Carlowitz, a chiarir

guerra. Eugenio menò settantamila uomini dalla parte dell’Ungheria;

ma da Ali Kamurgi con cennovantamila preso in mezzo nelle vicinanze di

Peterwaradin, era perduto se non avesse avuto la temerità di assalirli.

E vinse, e trentamila ne uccise, fra cui il granvisir e l’agà de’

gianizzeri; bottinò cinquantamila tende, cenquattordici cannoni,

duemila camelli, immense provvigioni. Coll’aura propizia gettasi sulla

linea di operazione di Kamurgi, ed espugna Temeswar, ritogliendone

mille ducento cannoni austriaci, e tutto il banato redime dai Turchi.

Poi, varcato il Danubio, assale Belgrado difeso da trentamila uomini e

lo cinge di circonvallazione: ma Ascì-Alì, nuovo granvisir, torna con

cencinquantamila guerrieri, e assedia lui stesso, che non isbigottito,

in una giornata nebbiosa co’ suoi quarantamila uomini lo assale nelle

trincee e lo sconfigge, uccidendo diciottomila Ottomani, prendendo

trentun cannoni e moltissime munizioni. Belgrado capitola; altre

fortezze sul Danubio e sulla Sava sono espugnate.

Corfù, con cinquantamila abitanti, porti e fortezza che sempre aveano

resistito agli Ottomani, allora fu assediata con terribili attacchi

quotidiani: ma il prode Schulenburg sassone, che avea combattuto

felicemente l’eroe d’allora Carlo XII di Svezia, vi operò prodigi.

Soccombeano gli assediati a un assalto generale, e già i Turchi

penetravano nella breccia, quando Schulenburg sorte alle loro spalle

con ottocento soldati; ed essi credendolo un esercito, si sgomentano e

fuggono. Se non che s’ode che i Turchi furon vinti a Salankemen; poi le

procelle e la peste pugnano pei nostri guastando i viveri, la polvere,

le opere degli assedianti, che dovettero imbarcarsi, abbandonando armi

e cavalli e quindicimila morti e duemila prigionieri.

Quel colpo era la salvezza di Venezia, contro cui teneva la mira

il serraschiere; e in belle campagne successive lo stendardo di

San Marco prosperava, quando l’imperatore conchiuse la pace di

Passarowitz (1718 21 luglio), che fu compimento di quella di Carlowitz,

conservando Temeswar e Belgrado; libero traffico ai sudditi dei due

imperi; repressi i pirati di Barberia e Dolcigno. Venezia, disgustata

della Francia, che durante la guerra di Candia aveale usurpato il

commercio di Levante, e che ora obbligava l’imperatore a pacificarsi

istantaneamente coi Turchi, mancatale l’alleanza dell’Austria, non potè

più che accettar la pace, rinunziando non solo alla Morea, a Tine, alla

Suda, ma fin a Scutari, a Dolcigno, ad Antivari, conservando soltanto

lo scoglio di Cerigo, e in Albania Butrinto, Parga e Prevesa, che

proteggessero a levante il canale di Corfù, oltre che fu ridotto al tre

per cento il diritto di dogana che prima era al cinque. Ma Corfù, con

tanto valore difesa, ebbe nuovi disastri dal fulmine, che incendiando

la polveriera (28 8bre), fece saltar molte case, gran parte delle

fortificazioni e della flotta, con deplorabilissimo guasto di vite.

Questi fatti, e l’improvvida neutralità durante la guerra di

Successione, tolsero a Venezia la reputazione che s’era acquistata

nella guerra di Candia.

Storia degli Italiani, vol. 12 (di 15) · 第 3 / 32 题