Luigi XIV e sua ingerenza in Italia. Sollevazione di Messina. Genova
bombardata. Guerra della successione spagnuola. Incremento del
Piemonte.
Dava allora il tono ai re d’Europa Luigi XIV, intitolato il Grande
dalla Francia, della quale per settantatre anni fu magnifico
rappresentante, come nella storia rimane personificazione dell’unità
francese, e di quel potere che, allora diceva Bossuet, si crede
degradato quando gli si mostra che ha confini. Con fasto e
magnificenza, conditi di cortesia e buon gusto, ponendosi per unica
meta quella che chiamava _la mia gloria_, volle circondarsi d’ogni
sorta di vanti, e anche di quello di conquistatore; e attorniato da
insigni generali, menò lunghe guerre, secondo le convenienze più che
secondo la giustizia; portò la Francia fin al Reno coll’acquisto di
Strasburgo; poi gettatosi all’avventura di interminabili nimistà,
pericolò l’indipendenza de’ vicini e l’equilibrio europeo.
Mentre Louvois ministro della guerra spingealo a sempre nuovi attacchi,
Colbert ministro delle finanze procura vagli modi a sostenerle,
eppure recar la Francia a incredibile prosperità; e diede il nome
suo al sistema economico (_colbertismo_), che consiste nel favorire
specialmente l’industria. Pertanto faticò a prosperare le manifatture
francesi coll’escluder le straniere; le italiane, gravate d’enormi dazj
all’entrata, non poterono più sostenere la concorrenza del prezzo,
mentre perdeano anche il primato per qualità; e la moda, che prima
avea prediletto le italiane, allora inondò di stoffe francesi anche la
nostra penisola.
Internamente Luigi non tollerò veruna disuguaglianza davanti alla sua
onnipotenza; privilegi di classe, diritti baronali, esenzioni del
clero, interessi delle corporazioni, pretensioni di Roma, riserve
dei senati, sentimenti delle comunità doveano cedere alle esigenze
dell’unità politica. E poichè vedeasi quanto possa un grande Stato di
cui tutte le forze siano accentrate a scopo unico, divenner tipo comune
un re assoluto, nobili cui unico privilegio erano gli onori di Corte
e i primi pericoli nell’esercito, cittadini protetti e soddisfatti
negl’interessi materiali, clero ristretto ad annunziare la parola di
Dio e l’obbligo di obbedire; tutti i principi tolsero ad imitarlo,
benchè lontani da quella magnificenza, colla quale Luigi ammantava il
misfatto sociale di concentrar lo Stato in un uomo solo.
Smanioso d’ogni specie di grandezza, non pago che il suo fosse il
secol d’oro della letteratura francese, cercò trarre a sè i migliori
artisti d’Italia, prodigò carezze e pensioni agli scrittori che vollero
meritarsele. V’avea libri da dedicare? scoperte da applicare? rarità da
offrire? tutto dirigevasi al gran Luigi. Nel 1662 incaricò Chapelain,
cattivo poeta ma buon critico, di far una nota di 60 persone illustri,
di cui 45 francesi e 15 forestiere, da ricompensare. Fra gli stranieri
era Graziani «ben versato nelle belle lettere ed eccellente nella
poesia»[18]. La lista crebbe di poi, e vi troviamo Cassini «celebre
matematico di Bologna, invitato da S. M. a venir in Francia», Viviani
«primo matematico del duca di Toscana», Carlo Dati «fiorentino, il
più celebre accademico della Crusca», Ferrari «prof. d’eloquenza alla
Università di Padova».
Lo scopo non era tanto di premiar il merito, come di eccitarli a lodare
il gran re in prosa, in versi, in ogni guisa, e Chapelain e Colbert non
lo dissimulano. Avendo il Dati sottomesso a Chapelain alcuni appunti
per far un elogio di Luigi, questi scriveva a Colbert: — La cosa
non è di piccola importanza, giacchè trattasi del re: onde spero che
voi ve n’occuperete, e dopo preso tempo di scorrere questo scritto,
mi farete sapere se posso spedirlo pel corriere, o se v’ha cosa da
aggiungere o levare». E poco poi annunziando la cosa stessa di Ottavio
Ferrari, scrive: — Credo che fra tutti gli scrittori favoriti da S. M.,
quelli che più son degni di riguardi siano gli storici, e fra questi
coloro che trattano degli affari presenti o in relazione coi nostri.
Credo che voi la pensiate così, e tal era l’opinione dei due famosi
cardinali che fecero la felicità della Francia». Dal marchese Zampieri
furono presentati a Luigi dodici panegirici, recitati in dodici città
d’Italia a onor di lui; egli invitò in Francia l’antiquario vicentino
Giambattista Ferreti, che a lui dedicò le iscrizioni antiche in verso
col titolo di _Muse lapidarie_; al Viviani diede case e pensione; cento
scudi l’anno al Dati; cinquecento per un panegirico al milanese Ottavio
Ferrario; cencinquanta doppie al Graziani; altre all’Achillini; altre
a Vittorio Siri; a un gesuita una medaglia d’oro per un poema latino
offertogli; al latinista Bonamici suggerì di narrare la presa di Porto
Maone; da chiunque venisse di qua dell’Alpi mandava a salutare il
Magliabechi.
Assegnò 2000 scudi a Bernino per la statua equestre, la quale poi fu
trovata di sì poco merito. Oltre questo, chiamò in Francia Francesco
Romanelli da Viterbo, che molte opere eseguì, e fu fatto cavaliere
di san Michele; e Giacomo Torelli di Fano, come architetto regio e
macchinista del teatro. Giannettino Semeria genovese che avea avuto
dall’India una perla di cento grani di peso, somigliante un torso
umano, vi fece aggiungere testa, braccia e piedi d’oro smaltato,
e coprire di elmo, pennacchi, lancia, con molti fregi d’angeli, di
simboli e trofei ed armi, lavoro finissimo e di mal gusto d’un tal
Cassinelli, tutto posato sopra un bacile sostenuto da quattro sfingi;
unitevi quattro pistole in filigrana, e un cartello con que’ versi del
Guarini
Piccole offerte sì, ma però tali
Che, se con puro affetto il cor le dona,
Anche il ciel non le sdegna,
ne fece dono a Luigi XIV; e subito il giornale ufficiale congratulò il
Semeria perchè il gran re l’avesse gradito e intitolatolo singolare, e
Genova che possedesse un suddito degnato di tanta bontà dal re[19].
Gli ambasciatori di Francia doveano spiegar pompe e burbanza conforme
a quella del monarca; e lo vedemmo nel Lavardino. Allorquando
nel 1682 Amelot entrò ambasciadore a Venezia, mosse dal palazzo
col suo seguito ed altri gentiluomini e mercanti francesi, entro
cinque gondole ricche, e ricchissima la sua propria con cortinaggio
ricamato a Parigi, e statue simboliche, schiavi, genj e pitture, da
valer meglio di diecimila lire; e i ferri di poppa e di prua erano
capolavori di cesello. Così passò all’isola di Santo Spirito, ove
trovò un appartamento allestitogli dalla repubblica, e dove ricevette
l’ambasciadore imperiale e il nunzio pontificio. Federico Cornaro,
deputato dal senato a riceverlo, mosse da San Giorgio Maggiore a capo
di sessanta senatori portanti i roboni rossi e la stola di velluto a
gran fiori, con gondolieri in velluto azzurro riccamente gallonato.
Fra i valletti e i paggi del signor Amelot giunto alla chiesa, ve
lo ricevettero i gentiluomini di questo, che lo condussero a mezzo
d’essa chiesa, ove l’ambasciadore gli venne incontro a lenti passi.
Ricambiati i complimenti dall’uno in francese, dall’altro in veneziano,
il cavaliere diede la dritta all’ambasciadore, e così ciascun senatore
a quei del corteggio, conducendoli alle gondole e avviandosi alla
città. Ed ecco muover incontro una peota carica d’Armeni, Arabi,
Persiani, raccolti da un ricco mercante levantino che aveva ricevuto
un favore dal gran Luigi. Arrivati al palazzo di Francia, finiti i
complimenti, aprì le sue sale a tutti, essendosi tolto ai nobili il
divieto d’entrare nel palazzo degli ambasciadori stranieri; e musiche e
rinfreschi. Pomposissimamente fu al domani ricevuto nei Pregadi, ove,
fatte nove riverenze, andò assidersi a fianco del doge e presentargli
le credenziali. Il doge gli regalò dodici vassoj di confetture, due
bacini di ostriche dell’arsenale, e molte bottiglie, e banchettò tutto
il corteggio, aprendo poi al pubblico i suoi appartamenti.
Cento comparse potrei raccorre: ma restringendomi alla politica, dirò
come Luigi XIV mestasse nelle vicende degli Italiani, e non per loro
vantaggio. Deplorammo la condizione della Sicilia, e come nelle sue
irrequietudini guatasse ai Francesi, nemici naturali de’ suoi padroni.
Persistendo le cause, le ribellioni ripullulavano; e subito dopo la
sollevazione dell’Alessi, un Antonino Del Giudice, giureconsulto di
Palermo, con altri avvocati propose di cercarsi un re, fosse il duca
di Montalto o il conte Mazarino; denunziati da questo, vennero mandati
al supplizio. La Corte non vedea migliore spediente che ad una parte
de’ Siciliani conceder privilegi ch’erano un aggravio per l’altra, e
fomentar i gelosi rancori tra Catania, Palermo e Messina.
Quest’ultima avea conservato le libertà municipali, concessele dai
Normanni; e v’aggiunse nuovi privilegi, pei quali formava quasi una
repubblica sotto la monarchia. Un senato paesano di quattro nobili
e due cittadini eleggeva i magistrati, amministrava il patrimonio
pubblico, mandava ambasciadori al re, ricevuti come di principi;
studiava a magnificare la patria con edifizj, scuole, professori, e far
opposizione al governatore spagnuolo; e nei casi più gravi convocava
il granconsiglio coi capi delle venti arti. A denaro avea comprato
esenzioni dalle gravezze, le quali così venivano a pesar viepiù sulle
altre città, che a vicenda s’offendeano di tali prerogative; non
s’accorgendo che la particolare prosperità dovea venire dalla generale,
non dall’altrui decadimento.
Già nel 1410 in un parlamento a Taormina si era risolto che il re di
Sicilia risedesse a Messina; e dopo d’allora questa favoriva anche gli
stranieri, purchè la preferissero. Vantava essa l’antico diritto di
batter moneta; ma perchè tanta se ne falsificava, il vicerè Vegliena
stabilì di rifonderla alla zecca di Palermo, ma Messina dal consiglio
d’Italia a Madrid ottiene decisione favorevole (1581).
Spendendo aveva impetrato da Filippo III che il vicerè vi sedesse
diciotto mesi del suo triennio; con nuovo denaro sperò ottenere
si dividesse l’isola, con due capitali e separati vicerè. Corsero
ambasciadori, rimostranze, corruzione; ma poichè l’Albuquerque, allora
vicerè, prediligeva Palermo, e questa pagò cinquecento scudi, si
decise l’integrità dell’isola, benchè Messina offrisse il doppio. E
sempre rinascevano le pretensioni, ora per la residenza, ora per la
moneta. Quando il vicerè Giovanni d’Austria volea restaurar la flotta,
non trovandosi mezzi a ciò, nè bastando l’aver vendute le città di
Girgenti e Licata, i Messinesi offersero novemila scudi al mese, purchè
fosse fatta sede del governo; ma dalle lunghissime brighe non conseguì
che la conferma delle antiche franchigie, le quali non impedivano le
prepotenze dei vicerè.
Nel 1612 avendo il parlamento decretato nuove gravezze, i Messinesi
vi opposero i loro privilegi, comprati a buoni denari: mandano
ambasciadori a Madrid, ma l’Ossuna vicerè compare a Messina, agguanta
i magistrati, e in catene li conduce a Palermo (1660). Il vicerè
Ayala, uomo vano e pretensivo, tentando attenuare quelle prerogative,
moltiplicò i mali umori e i richiami. Al contrario, il duca di
Sermoneta, che per le male arti sue era chiamato _Far moneta_, si
butta coi Messinesi, e in compenso della fedeltà serbata nei tumulti
di Palermo, ridesta un’antica prammatica (1664), per cui dall’isola
non si poteva asportare seta che per la via di Messina. Indarno il re
la trovò «contraria alla ragione, al diritto naturale e alla libertà
che deve esservi nel commercio, e di gran pregiudizio ed incomodo a
tutto il regno»; la città sostenne quel diritto, e a tumulto lo fece
sottoscrivere dal patrimonio reale.
Palermo manda a richiamarsene; Messina manda a sostenerlo:
l’ambasciatore di questa pretende esser ricevuto come quelli di
principi sovrani; l’ambasciadore di Palermo vi si oppone; dissentono
con calor siciliano, e la Corte ride, che delle gelosie di ciascuna
si fa puntello a conculcarle entrambe; poi quando il Marianna,
reggente a nome di Carlo II, pronunzia contro i Messinesi, il loro
inviato si ritira senza congedo e protestando. Di qui irrequietudine
e fazioni interne; i Merli favoreggiano al re, i Malvizzi aborriscono
gli Spagnuoli; il matematico Alfonso Borelli pensò tagliare il nodo
costituendo una repubblica alla foggia di Genova, ma fu gran che se
campò dalla forca.
Aggiungansi le prepotenze dei baroni, che ciascuno nel proprio feudo
soprusavano; e nei parlamenti non provvedeano a moderare la monarchia,
ma al più gli abusi di qualche vicerè. Aggiungansi terribili eruzioni
dell’Etna: aggiungansi i Turchi che, dopo presa Candia, minacciarono
la Sicilia, onde vi fu messo a custodia il fiammingo principe di Ligny,
buon soldato.
Lo straticò, uffiziale regio comune a tutte le città sicule sotto
i Greci (_strategos_), dopo gli Svevi non era rimasto che a Messina
governando con mero e misto imperio, inferiore soltanto ai due vicerè
e al governatore di Lombardia. Luigi dell’Hojo, dissoluto e ipocrito,
propose alla regina, se lo nominasse straticò, sbarbicare da Messina
quelle forme repubblicane, e l’esenzione dei magistrati da gabelle,
dal servizio militare e da altri pesi. Abilissimo a concitare la
moltitudine mediante l’invidia, l’interesse, il fanatismo, nello
sbarcare si buttò a terra baciando il suolo della città prediletta di
Maria; distribuì in limosine i cinquantamila scudi di cui il re avealo
provveduto; sempre con popolani, sempre per chiese e spedali, sempre
comunicarsi e gran limosine e conferenze spirituali, onde il vulgo
lo reputava un santo e che avesse fatto un miracolo, e sacrilegio il
contraddirgli. Del credito popolare si giova per seminar diffidenza
contro i nobili e i ricchi; qualvolta assolve un ribaldo o supplizia
un innocente, ne riversa la colpa sul senato; poi in una carestia
cerca non arrivi più grano, e della fame accagiona gl’incettatori e la
negligenza del senato; anzi dalla casa dei principali fin alla marina
fa spargere striscie di frumento, per dar intendere che la notte e’ ne
mandino fuori.
L’indignazione non tardò a prorompere, com’egli bramava, in bestemmie,
violenze, incendj; esso si chiarisce contro i senatori, e pretende
si scelgano in egual numero tra’ nobili e tra’ cittadini: ma avendo
tentato sorprendere i forti, custoditi dalla milizia urbana, la sua
nequizia venne palese, ed egli dichiarato pubblico nemico (1673). Non
arretra però; e a capo della bordaglia e de’ prigionieri, sostenuto dai
Merli, incendia i palazzi dei ricchi e dei Malvizzi, e chiama truppe.
Accorse il principe di Ligny, e scoperto quel procedere da forca,
condannò i colpevoli, lui destituì; poi vedendo che Spagna lo conserva
accanto al nuovo straticò, marchese di Crispano, mandato con ordini
severissimi, egli rinunzia al viceregno, e l’isola va tutta in subugli
e violenze.
In occasione della solennità onde si festeggia la Lettera che Maria
scrisse ai Messinesi, avendo il sartore Antonio Adamo esposto un
emblema oltraggioso (1674 6 luglio) al nuovo straticò, questi lo
fa arrestare; i borghesi esclamano ai privilegi violati, e unitisi
ai nobili e ricchi, sanguinosamente abbattono i Merli, dichiarano
traditore il Crispano, e fugano i soldati spagnuoli. Il Crispano
d’intesa coi Merli convoca i senatori in palazzo, e tenta farne
un vespro, ma la loro imperturbabilità li salva; e i Malvizzi, che
sin allora aveano protestato riverenza al re, abbattono la bandiera
spagnuola, occupano i forti, e respingono la squadra di ventitre
vascelli e diciannove galere, guidata dal vicerè marchese di Bajona.
Oltre le fatiche soldatesche, trovavansi ridotti a tre oncie di pane
il giorno; poi anche questo venne meno, e per dodici giorni non si
nutrirono che d’animali domestici.
Disperando di resistere soli, e poichè i nemici di Spagna sapevano
sempre dove cercare appoggi, si volsero a Luigi XIV. Costui non poteva
tollerare che la repubblica d’Olanda grandeggiasse vicino al suo
trono, e annidasse la libertà ch’egli avea spenta sotto le pompe: la
invase, e così eccitò una lega dell’Europa, sgomentata dal non sapere
fin dove egli spingerebbe le ambizioni. Luigi conobbe qual vantaggio
gli darebbe sopra la Spagna il possedere Messina; onde, senza ancora
alzar la visiera, mandò soccorsi ai ribelli col cavaliere di Valbelle
e col marchese di Vallavoire (1675). All’apparire della flotta, gli
Spagnuoli dovettero allargar la città, che fu approvvigionata, ma con
tal parsimonia che la fame ricominciò più violenta; finchè Luigi, che
la favoriva soltanto a misura del proprio interesse, mandò un’altra
squadra col famoso ammiraglio Duquesne, e tolse in protezione i
Messinesi, manifestando all’Europa di farlo unicamente per conservarle
le leggi e i diritti, e porvi un re di quella casa di Francia, che
due dinastie avea già date alla Sicilia. Intanto vi destinava vicerè
il duca di Vivonne, non d’altro meritevole che d’esser fratello
della Montespan ganza del re, e che di pompeggiare in solennità per
la proclamazione e pel giuramento curava piuttosto che di vincer
gli Spagnuoli, nè d’estendere la sollevazione, o frenare i proprj
soldati, che esacerbavano i Messinesi. Anzi costui fu la vera rovina di
quell’impresa, eppure ne fu compensato col titolo di maresciallo.
Per quante sollecitazioni però si spargessero nell’isola, quasi nessuno
si sollevò, la forca punì chi fece movimento: Napoli intanto dava
ducentomila ducati per sottomettere i ribelli; truppe reclutavansi in
Lombardia; la Spagna processò i generali, ed altri ne surrogò, ben
provvedendoli per terminare l’impresa. L’Olanda, collegata contro
Luigi, mandò colla flotta il terribile ammiraglio Ruyte ne’ nostri
mari: ma quivi mal servita dai Napoletani che disistimava, e dal
ritardo di don Giovanni d’Austria destinato vicario generale del
Regno, perdette un tempo prezioso, del quale Duquesne profittò per
ingrossare l’armata; e presso Lipari attaccò combattimento (1676 8
genn.) sanguinoso ma non risolutivo: in uno più segnalato avanti a
Palermo, Ruyter ebbe una ferita, di cui moriva a Siracusa, e i suoi
abbandonarono il funesto Mediterraneo. Erano le prime sconfitte che gli
Olandesi toccassero in mare: e i Francesi trovandosi col vantaggio,
poteano insignorirsi dell’isola; ma il ministro Louvois per gelosia
contro Colbert sperdette l’opportunità col negare soccorsi; onde
Duquesne fu costretto tenersi indarno, poi informato delle intenzioni
del re, chiese congedo.
Perocchè il re trovava allora necessario raccorre tutte le sue forze
contro il nord d’Europa, onde spedì il marchese della Feuillade,
servile ai grandi e petulante cogl’inferiori, acciocchè levasse
da Messina la guarnigione. Ma come farlo senza che i Messinesi si
opponessero? Convenne ingannarli, e proclamato vicerè (1678) con
indicibili feste, colui guadagna gli animi col secondare gl’impeti
generosi e riprovare le lentezze antecedenti; dice voler guerra grossa
e pronta, prende l’offensiva, attacca Palermo. A tal uopo confida i
forti ai Messinesi, mentre imbarca truppe, viveri e cannoni; imbarca
anche i malati, atteso qualche sintomo di peste; uno stendardo colla
Madonna della Lettera gli è regalato dai Messinesi, esultanti della
prossima ruina dell’emula antica. Ingannati! salpate le ancore e
ridotto fuor del tiro del cannone, il vicerè chiama i giurati e
dichiara: — Ho l’ordine d’abbandonar la città: se potete tener buono
per due mesi, sperate; se no, provvedete ai casi vostri».
Colpiti da dichiarazione sì inaspettata e sentendo inutili le
rimostranze, i giurati domandarono si ricevessero almeno sui vascelli
quei che la devozione a Francia esponeva peggio. Il duca concedette
non più di quattr’ore. Inesprimibile la costernazione degli abitanti;
fanciulli, donne, uomini in folla accorreano sulla riva, portanti le
più care cose; l’aria sonava de’ gemiti e delle imprecazioni di chi
più temeva il castigo degli Spagnuoli; imploravano d’esser ricevuti
nelle scialuppe che trasportavano alcune famiglie di senatori, partenti
senz’altra provvigione; e respinti vi si ghermivano, non lasciandosi
staccare che a sciabolate; molti si affogarono dalla disperazione. Il
duca, imbarcate circa cento famiglie, sessantamila Messinesi abbandonò
agli Spagnuoli; fermatosi alquanti giorni ad Agosta, fece volare la
torre d’Avalos, inchiodare i cannoni di ferro, imbarcare quelli fusi,
e portar via sin le campane; e perchè la tempesta durata otto giorni
gli tolse di varcar lo stretto, da cui voleva allontanarsi ad ogni
costo, dovè farsi rimorchiare dalle galee. I fuggenti approdati a
Marsiglia, ebbero ad aspettare nuovi ordini: speravano aver ben tosto
licenza di presentarsi alla Corte, e colla loro presenza risvegliare
la magnanimità del re; ma furono sparpagliati in varj luoghi, e la più
parte perirono di miseria[20].
La Francia avrà confortato la sua coscienza col riflettere che v’avea
speso trenta milioni. Messina, la città della Madonna, per disperata
mandò perfino ad invocare i Turchi; ma li prevennero gli Spagnuoli,
che accorsi da Reggio, la occuparono. Don Vincenzo dei Gonzaga di
Guastalla, nominato vicerè, per tre giorni permise ogni eccesso alle
sue truppe; imprigionati e morti i più ragguardevoli, tutta Sicilia
tornò all’obbedienza di Spagna. Da sessantamila, i cittadini trovaronsi
ridotti a undicimila; portati via gli archivj e i greci manoscritti
ch’essa avea comperati da Costantino Lascari; toltile la zecca e il
senato, surrogandovi il magistrato degli eletti; demolito il palazzo,
impostevi le gravezze comuni, tratti al fisco i beni de’ fuggiaschi.
A questi Luigi continuò per diciotto mesi gli alimenti, poi ordinò
se n’andassero, pena la testa. Molti da ricchissimi si ridussero
a dover mendicare; altri gettaronsi al ladro; mille cinquecento
rinnegarono Cristo per Maometto; cinquecento con salvocondotto di
Spagna rimpatriarono, e da quattro in fuori, il vicerè li mandò alle
galere[21].
La lunga guerra di Messina avea recato grave detrimento al Napoletano.
Quivi dal vicerè Pier Antonio d’Aragona (1670) eransi lasciati
moltiplicare i disordini di banditi, risse, duelli, assassinj col
comporre a denaro i delinquenti, impinguandosi a pregiudizio della
giustizia, come a pregiudizio delle gallerie nostre arricchì la sua
di Madrid. Però col compire la numerazione dei fuochi rese più equo il
comparto degli aggravj, e potè aumentar le rendite del tabacco e della
manna: smaniato pel fabbricare, moltissime aggiunte fece alla reggia
e all’arsenale, e la via che li congiunge, ricostruì l’ospizio di
san Gennaro, fece il porto delle galee, il Presidio capace di seimila
soldati; ristabilì i bagni di Pozzuoli e di Baja, riordinò l’archivio,
sollecitò la spedizione delle cause.
Il marchese d’Astorga succedutogli (1672), ebbe molto a travagliarsi
per riparar alla fame, ai tosatori e falsatori di monete e ai ladri,
fra cui famoso un abate Cesare che finalmente fu ucciso. In nuovi
impacci l’avvolse la guerra di Sicilia: e poichè bisognava alimentarla
col denaro del regno, ricorreva ad ogni mezzo per farne, e il popolo ne
mormorava, tanto che gli venne surrogato il marchese Los Veles (1675).
Ma egli pure dovette sottigliarsi a smungere onde mantenere i soldati
in campo e quei tanti Tedeschi che il clima buttava negli spedali;
e venduti tutti gli uffizj e le gabelle, si vendettero e barattarono
anche i fondi regj a gran vantaggio di chi avesse denaro da comprarli
in quel precipizio; si ridusse a regalia l’acquavite, ricavandone
tredicimila ducati l’anno. Per qualche riparo all’infinità di banditi,
si promise perdono a tutti quelli che andassero a combattere in
Sicilia; e molti il fecero, ma pensate come dovesse procedere la guerra
fatta da cotali.
Tanto concorso di soldati, di marinaj, di gente comprata e che veniva
a vendersi, empiva Napoli e il regno di disordini, e giustificava i
rigori della giustizia, che non solo ne faceva pubblicamente impiccare
a centinaja, ma fin strozzare in segreto. Intanto una _giunta degli
Inconfidenti_ scrutinava quei che avessero intelligenze colla Francia,
e molti ne mandava alla forca, alla galera, all’esiglio. Raddoppiaronsi
i rigori contro i monetarj falsi, peste dilatatasi a segno, che non
solo aveasi a bisticciare del peso, ma e pel titolo e pel conio, con
infinito impaccio del Governo.
Don Giovanni d’Austria, che in quel momento fu dichiarato primo
ministro della monarchia, molti pravi magistrati depose, e furono
costruiti processi di corruttela: ma come principe voleva continue
feste, e colla sua superiorità offendeva le pretensioni del vicerè.
La pace di Nimega (1678-79) lusingò di riposo: ma Luigi XIV, quantunque
assai vi guadagnasse, non parve guardarla che come un comodo a nuovi
attentati; e piantò due tribunali che si arrogarono il diritto affatto
insolito di esaminar giuridicamente le ragioni della Francia sopra
alcuni paesi, e dichiararli devoluti a questa, calpestando la libera
sovranità: intanto allestendo nuove armi, ispirava sgomento a tutti; e
l’apparire di navi francesi nei porti di Napoli o di Sicilia partoriva
sospetto al Governo, speranza ai popoli, non mai disingannati.
Altrove ancora fece egli sentire la sua infausta ingerenza. Genova,
sì bella, sì opportuna, qual meraviglia se la proseguivano di funesti
amori la Francia, la Spagna, la Savoja? Essa propendeva a Spagna
per tradizione e perchè meno temibile che non la Francia, la quale
dava ricovero e protezione ai Fiesco e ad altri nemici di essa, nè
dimenticava d’averla altre volte posseduta. Gli esempj di Luigi XIV
inuzzolirono Carlo Emanuele II ad acquistarla, e da querele di vicinato
cercò pretesti a disturbarla. Rafaele della Torre, giovane di ventidue
anni, per vizj e prepotenze condannato alla forca, fuggì da Genova a
Torino, e al duca offrì di tradirgli la sua patria. Accettata l’infame
proposta, mandaronsi truppe procurando occupare Savona, mentre si
solleverebbe Genova: ma un Vico, altro mal arnese cui il Torre s’era
affidato, scoperse l’ordita. Il ribaldo potè campar ancora, sempre
mulinando contro di Genova e del Vico, finchè a Venezia fu ucciso in
rissa mascherato fra donnaccie.
Il duca prese dispetto della fallita rapina, da cui sperava e comodità
de’ sali e incremento di paese; e trovò pretesti d’intimar guerra
ai Genovesi, i quali sorsero alla difesa, benchè a reclami contro
tanta perfidia le potenze non badassero; lanciarono anche masnadieri
sopra il Piemonte, che altri banditi spediva; vergogna e desolazione
reciproca. In buona guerra i Genovesi restarono superiori; il duca
(1673), uscitone con vergogna, punì i generali, e poichè d’ogni
sconfitta vuolsi una vittima, fece condannar a morte il valoroso
Catalano Alfieri, che poi da nuova revisione fu riconosciuto innocente.
Intanto allestiva nuova guerra: ma re Luigi s’interpose, e pretese che
Genova si rimettesse senza condizioni all’arbitrato suo; se no, dava
ordine all’ammiraglio d’arrestare qualunque galea o barca appartenente
alla repubblica. Avendo egli proferito con evidente parzialità verso
il duca, e preteso che a questo si restituisse la toltagli Oneglia,
Genova ricusò stare al lodo; ond’egli cominciò a lagnarsi ch’essa se
l’intendeva col governatore di Milano, poi pretese restituisse i beni
anticamente confiscati a Gian Luigi Fiesco, il quale dicea non aver
cospirato se non per rendere la repubblica al legittimo dominio di
Francia; le impose anche di disarmare quattro _galee di libertà_, di
recente allestite; e il suo ambasciadore Saint-Olon avendo iscritto
tra’ suoi famigli molte persone di perduta vita, perciò autorizzate a
portar armi e soprusare, facea nascere mille di quelle cavillazioni,
che al lupo dan pretesto di sbranare l’agnello. Essendosi trovato
insudiciato lo stemma sulla sua porta, il Saint-Olon partì, che che
scuse e spiegazioni porgesse la repubblica; si gettò voce che Genova
vendesse munizioni agli Algerini, allora in guerra colla Francia;
ma il vero si era che il Seignelay, ministro della marina francese,
voleva segnalarsi in qualche impresa, morto Colbert che costringeva a
sparagnar uomini e denaro.
Mentre dunque alloppiava i Genovesi con trattative e condiscendenze,
una squadra di quattordici vascelli, tre fregate e venti galere, oltre
navi da bombe e da incendio (1684), capitanata dal Seignelay e dal
terribile Duquesne, schieratasi avanti alla città che non sapeva se
amica fosse o avversa, pose fuori un misto d’accuse, di pretensioni,
di minaccie, domandando si consegnassero le galee e si spedisse a
fare scuse al gran re; se no, le bombe. Dalle umiliazioni aborrì la
repubblica; con buone ragioni snodò i cavilli regj, e s’armò quanto
potè; ma ecco incominciano a fracassarla le bombe, in quel brutale
abuso della forza non dando avviso tampoco ai negozianti francesi, i
quali si trovarono esposti e alle palle de’ loro nazionali e al furor
della plebe.
La città, stupenda di edifizj e di chiese, la cattedrale resa sacra
anche dalle reliquie del Battista, i monasteri, gli ospedali, la
dogana, il portofranco erano colpiti da que’ fulmini, fra le grida,
le fughe, le morti, le bestemmie contro il re cristianissimo, che
nè alla religione nè all’umanità avea riguardo, e fra i rubamenti
de’ malandrini che profittavano del comune sgomento. Continuato
il venerdì e il sabbato, neppur la domenica si sospese l’infernale
attacco (1684 16 mag.); al lunedì il Seignelay mandava a dire: — Me
ne sa male; ho gettato seimila bombe, ne tengo pronte diecimila se
non date soddisfazione». Al senato parve codardia il piegare alla
brutale prepotenza, e negò prendere veruna risoluzione sotto lo
scoppio micidiale; onde Seignelay ricominciò alla peggio, aggiungendo
le palle: ma dopo gittate tredicimila trecento bombe dal 18 al 28
maggio, la flotta regia si ritirò, vedendo non far frutto contro tanta
costanza[22].
Genova nominò una giunta del doge e di quattro senatori, che con
pieno potere provvedessero alla difesa; fece giurare ai cittadini di
non proporre verun accomodamento; spedì a sollecitare la flotta di
Spagna: ma questa arrivando fece mostra di riguardar la città come
sua dipendente, rispose con minori colpi ai cannoni della città,
pose guarnigione napoletana e milanese nei forti. Intanto Luigi,
ostinato a riparar l’onore, preparava guerra regolare; onde la città
sdruscita, arsa, danneggiata in cento milioni ed affamata, non poté
che sottomettersi, dopo salvato l’onore. Luigi volle la repubblica
sconnettesse ogni legame con Spagna, disarmasse le sospette galee,
rifacesse con centomila scudi i Fieschi; il doge, a cui lo statuto
vietava d’uscir di città, si conducesse con quattro senatori ad
invocare la regia clemenza a Versailles. Francesco Imperiali Lercari
(1685 maggio) v’andò in effetto, accolto con insultante magnificenza; e
interrogato dal re qual gli paresse la cosa più straordinaria nella sua
reggia, rispose: — Il trovarmivi io»[23].
Somiglianti prepotenze vedemmo rinnovare poco dopo Luigi con Roma
(tom. XII, pag. 24); sicchè mal arrivava all’Italia dai Francesi,
cupidi di possederla, come dice il Ripamonti, inquieti e vogliosi
d’inquietare altrui. Ragione era dunque che gl’Italiani li guardassero
sinistramente; il duca di Savoja impazientivasi che tenesser Pinerolo e
Casale, e a lor voglia regolassero i passaggi e gli alloggi, sfilando
fin sotto le mura della capitale; Spagna non sapeva perdonare a
Luigi d’averlo trovato co’ suoi nemici in Fiandra, in Catalogna, a
Messina, a Napoli; i principi tedeschi erano da lui o istigati contro
l’Impero o spogliati di qualche territorio o diritto; degli Olandesi
colle restrizioni danneggiava il commercio; in Inghilterra sosteneva
il pretendente contro il re chiamato dalla nazione; in Oriente
sollecitava il Turco a non lasciar pace all’Austria: donde un gruppo di
malcontenti, che la gloria del suo regno offuscò colle disgrazie degli
ultimi anni. Nelle quali più fu involto il paese che, per la vicinanza,
più risentiva delle ingerenze del gran Luigi.
Obbedivano allora al duca di Savoja il ducato originario, la contea
di Nizza, il principato d’Oneglia, il Piemonte proprio, composto
delle provincie di Susa, Torino, Asti, Biella, Ivrea, Cuneo, Mondovì,
Vercelli; il ducato d’Aosta, settantaquattro terre del Monferrato,
tra cui Alba e Trino: alla Francia restavano Pinerolo, val di
Perosa, Fenestrelle pel trattato di Cherasco, e Casale per cessione
di Carlo Gonzaga; dominio di un milione ducentomila abitanti, di
cui quarantamila in Torino; colla rendita di otto milioni. Emanuele
Filiberto, dimenticando gli Stati generali e abolendo i diritti e
privilegi, che le diverse città, sottomettendosi ai principi di Savoja,
aveano stipulato, rese assoluta la potestà.
Il consiglio di Stato, composto a volontà del duca, l’assisteva nel
governo: i tre senati di Torino, Nizza, Ciamberì poteano interinare
gli atti sovrani, esaminarli cioè prima di procacciarne l’esecuzione.
Giudici di provincia rendeano giustizia nelle città, non stipendiati
dal governo, ma esigendo sportule dai litiganti, che doveano pure alla
finanza un diritto proporzionale sugli oggetti in controversia. I baili
delle terre venivano nominati dai signori feudali, che aveano Corte,
carceri, patiboli, armi. Aggiungete giurisdizioni privilegiate pei
militari, per le contenzioni d’oro e d’argento, per la salute pubblica,
pei diritti d’acqua, per gli studenti, pei preti, per gli eretici.
In feudi era ripartito tutto il paese, contandosene quattromila
quattrocensessantacinque, dove gli agricoltori erano servi, finchè
Emanuele Filiberto gli emancipò, ma con poco effetto in Savoja; e al
feudatario competeano pedaggi, diritti di pesca, di caccia, di derivar
acque, banalità di forni e mulini, multe, confische. Alla sola nobiltà
le cariche di Corte, i gradi nella milizia, nel governo, nell’alta
amministrazione, nella diplomazia; gente altera dei titoli, fastosa
più che ricca, disdegnosa verso i cittadini, prode in armi, scarsa di
coltura. Numeroso il clero e provveduto bene, non esuberantemente.
Grandissima l’autorità della Corte romana, tanto più in grazia dei
ricchi feudi di Masserano, Crevacuore, Montafia, Cisterna, Lombardore
ed altri che teneva nel Canavese, nel Vercellese, nell’Astigiano, e nei
quali, immuni dalla giurisdizione ducale, ricoveravano i malandrini del
contorno.
Il commercio restava impacciato dalla vicinanza del Milanese, del
Mantovano, della Francia; non avevasi tampoco una fabbrica di panno,
sebbene si lavorasse di fil d’oro e d’argento; la seta vendevasi
greggia; e l’abbondanza di granaglie non procacciava denaro. Mancavano
dunque modi d’ingrandire all’ordine cittadino; e quelli di esso
che acquistassero denaro colla medicina o la giurisprudenza, subito
cercavano la nobiltà: ma l’acquisto di terreni era difficoltato dai
vincoli di manomorta e di fedecommesso. Fra’ campagnuoli principalmente
si cernivano i soldati, che vedemmo resi stabili da Emanuele Filiberto,
e indipendenti dai signori feudali; da cui soltanto erano formati lo
squadrone di Savoja e il corpo della nobiltà piemontese. Giusta gli
ordinamenti di Carlo Emanuele I, la milizia era divisa in generale e
scelta. Nella prima iscriveasi ogni uomo dai diciotto ai sessant’anni,
nè doveano uscir di provincia od essere adoperati che in caso
d’invasione nemica; da questa ne cernì diciottomila privilegiati,
istrutti, disciplinati, coi quali e colle truppe che soldava in
Isvizzera, in Francia, in Lorena potè condurre quelle incessanti
guerre. Fortificate erano non solo le primarie città di Torino, Cuneo,
Vercelli, Verrua, Monmelliano, Nizza, ma moltissime borgate, che
costringevano a innumerevoli assedj l’esercito nemico, quando non si
riponeva l’importanza nelle giornate campali.
Carlo Emanuele II, accortosi che i popoli non si nutrono d’allori,
aveva adoprato per restaurare il Piemonte da una guerra trentenne; le
finanze, nelle quali si commetteano gli stessi errori come nel Lombardo
e nel Napoletano[24], diede a sistemare a Giambattista Trucchi di
Savigliano, fatto poi conte di Levaldigi, spertissimo nella scienza
economica d’allora, che consisteva in trovare denari per qualsifosse
via; e che fece rivomitar quello ingojato dai favoriti della reggente,
e procurò che tutti i cittadini concorressero a pagare i tributi. Carlo
Emanuele non attese personalmente alla guerra, ma l’amministrazione
militare riordinò: il palazzo regio e quel di Carignano, la Venaria,
il collegio de’ Nobili, la cappella del santo Sudario ed altre chiese
di Torino, le ville del Valentino, di Rivoli, di Mirafiori attestano
la sua magnificenza, per cui spese più che non comportassero le triste
condizioni del tempo. Colla grotta d’Echelles rese pervia se non comoda
la strada per Lione. Carezzò anche l’opinione fondando una società
letteraria e un’accademia di pittura; e fece scrivere la storia della
sua Casa dal Guichenon, il quale, oltre sottomettersi alle ispirazioni
del ministro marchese di Pianezza, uffiziava Mézeray e Duchesne storici
francesi, acciocchè si mostrassero condiscendenti a’ suoi principi.
Anche Gualdo Priorato mandava le sue storie a vedere a Carlo Emanuele,
che corrette gliele restituiva con una pensione[25]. Morendo diceva:
— Aprite le porte e lasciate entrare il popolo; morrò come il padre in
mezzo ai figli».
Di Vittorio Amedeo II, succeduto a nove anni (1675), fu reggente Maria
Giovanna Battista di Savoja, di trentun anno, bella, ingegnosa, altera.
Sua sorella, moglie di don Pedro re di Portogallo, non avea partorito
che una fanciulla; onde fu proposto di darla sposa a Vittorio, con quel
piccolo regno e gl’immensurabili possedimenti in Asia e in America. I
Portoghesi, ad onta della legge costituzionale di Lamego, assentivano
ch’e’ conserverebbe pure la Savoja finchè nascesse un erede; ma i
Piemontesi, prevedendo che il loro duca diverrebbe straniero, ed
essi perderebbero l’autonomia, congiurarono a impedirlo, e dal popolo
facevano fare chiassose disapprovazioni. Luigi XIV, che avea proposto
quel matrimonio, fomentava il malcontento, sperando ad un re piccolo
e lontano preferirebbero lui vicino e poderoso. Ma Giovanna Battista
cansò i pericoli rompendo quella pratica, all’acquisto sperato
anteponendo la conservazione del goduto. Re Luigi si chiamava offeso da
chi si era difeso, stile dei forti; sicchè la reggente dovette dargli
soddisfazione coll’imprigionare coloro che aveano voluto salva la
patria piemontese.
Le gravi tasse imposte dal Trucchi e gli arbitrj concessi agli
appaltatori disgustavano i popoli. Fondamento principale dell’imposta
era il sale, ed erasi prescritto che per ogni bocca se ne comprassero
otto libbre, donde vessazioni e codardi scandagli. Più ne risentivano
quelli confinanti col Genovesato, attesa la facilità di frodarlo;
e Mondovì, ricordando anche i patti riservatisi quando si diede al
Piemonte, ruppe a sollevazione. Eserciti e corti marziali non bastarono
a reprimerla; finchè Vittorio (1684), prese le redini, tornò in quiete,
almen per allora, que’ riottosi.
Vittorio regnò senza volere contraddizioni o limiti, e aspirando ad un
ampliamento, di cui davangli lusinga la buona reputazione guerresca e
politica lasciatagli dal padre e dalla madre. Perciò indispettivasi
del vassallaggio in cui lo teneano i Francesi, i quali assediandolo
nella propria capitale per mezzo di Casale e Pinerolo, voleano far da
padroni in Corte: per condiscendere al ministro Louvois si dovette
far ritirare a Bologna il principe di Carignano; gli ambasciadori
spiavano il duca, tenevansegli superbamente al fianco nelle udienze; i
soldati per andar e venire da Pinerolo a Casale molestavano i quieti
abitatori; i corrieri esercitavano sfacciatamente il contrabbando;
i ministri voleano istituire a Torino un uffizio di posta proprio;
si cessò di pagare la dogana di Pinerolo e di retribuire al Piemonte
trecentomila annue lire convenute nel 1652; e se il duca ne sporgesse
querele, Louvois rispondeva non averle volute por sott’occhio al re
per non annojarlo. Allorchè Luigi, per ridur la Francia all’unità
amministrativa, revocò l’editto di Nantes, col quale Enrico IV avea
conceduto tolleranza ai Protestanti, molti di essi rifuggirono nelle
valli dei Valdesi; e Luigi intimò fossero cacciati, non volendo
quel fomite di ribellione sul confine del Delfinato, costrinse
il duca (1686) a negare ai Protestanti quella libertà di riti che
aveano patteggiata, e mandò i proprj marescialli a combattere que’
montanari, acquistando anche al duca il titolo di persecutore, ripetuto
dappertutto e tramandato ai posteri (tom. IX, pag. 561).
Ma quando le smoderatezze del gran Luigi resero gelosa tutta Europa,
Vittorio trattò segretamente coi nemici di esso, i quali erano il
duca di Baviera, l’Olanda e l’Inghilterra, che, annerbate in mare,
costringeano le minori potenze a secondarli, e l’imperatore che
trovava necessario all’equilibrio europeo riconsolidarsi in Italia,
dacchè la Francia era poderosa e minace. Il duca pertanto, fingendo
darsi spasso a Venezia, tra i balli e le maschere (1690 3 giugno)
concertò una lega coll’imperatore, la Spagna, l’Inghilterra e l’Olanda,
chiedendo trattamento da re in grazia di Cipro, per un milione di lire
riscattando le ragioni sopra i feudi imperiali posti fra la Savoja
e il Genovesato[26]; per propiziarsi gl’Inglesi ritirava i severi
editti contro i Valdesi, permettendo ritornassero nelle valli natìe.
Egli sperava che l’accordo rimanesse occultissimo; ma Luigi, avutone
sentore, venne a stocco corto, e ordinò a Catinat che movesse truppe.
Catinat, il primo plebeo che diventasse maresciallo di Francia e senza
brighe, colla difficile e oscura guerra di montagna occupò la Savoja,
e intimò al duca unisse le sue truppe alle francesi, e gli consegnasse
le fortezze di Verrua e Torino. Tanto valeva rinunziare alla sovranità:
onde Vittorio ricusò; sicchè rotta la pace che da sessant’anni vegliava
colla Francia, prima che i nuovi suoi alleati l’ajutassero, e intanto
che i disgustati da re Luigi applaudivano[27], il Piemonte si trovò
involto in guerra condotta da barbari. Così voleva il ministro Louvois;
e se Catinat suggeriva — Bisognerebbe aver compassione a popoli
infelicissimi», quegli rispondeva: — Bruciare, poi bruciare». E sì
fece; dappertutto città prese e riprese[28], sistematiche devastazioni
d’intere provincie, estesissimi incendj, violazioni, rapine: i
Piemontesi ripagavano con altrettanta ferocia e con secrete trame; e
la rabbia francese, e la non meno nocevole amicizia spagnuola, e il
valore di Catinat fecero miserabilissimo quel tempo, che altri glorierà
per ben campeggiate imprese. L’imperatore non aveva ancora mandato
truppe, bensì il principe Eugenio a sostenere il parente: gli Spagnuoli
non pensavano che a riparare la Lombardia: Vittorio Amedeo moveva
cerne inesperte, nè egli aveva mai visto battaglia, pure osò attaccare
Catinat presso la badia di Staffarda. Mentre i due eserciti ben si
osteggiavano di fronte, Catinat per un padule creduto impraticabile
menò un corpo, che inatteso ferendo il fianco sinistro, ruppe i nostri,
i quali perdettero cinquemila uomini, undici cannoni e trentasei
bandiere. Catinat proseguì vincendo, e prese fin Monmelliano. Vittorio
vedendo in fiamme la sua diletta villa di Rivoli, esclamò: — Andassero
pure in cenere i miei palazzi tutti, ma il nemico risparmiasse le
capanne de’ contadini». Sdruscito l’esercito, il popolo ansiato
malediva il duca d’essersi esposto a così gravi rotte; intanto che la
nobiltà gli volea male d’aver represso gli abusi feudali. Vuolsi che
Giangiacomo Trucchi, referendario del duca, tramasse colla guarnigione
di Pinerolo di sollevare il Mondovì, e scoperto, fu messo a orribile
tortura, benchè di cinquantaquattro anni, e benchè scongiurasse non
gli facessero perdere l’anima col denunziare qualche innocente; ed ebbe
forza di perire senza denunziare altri.
Anche tra i disastri del paese, e dopo la nuova sconfitta (1693) di
Orbassano e della Marsaglia, Vittorio sentiva quanto peso aggiungerebbe
alla parte cui s’accostasse; laonde negoziava cogli uni e cogli altri;
e intanto la guerra prolungavasi e in Piemonte e in Savoja e fin sul
territorio francese, con devastazioni gravissime e senza venire a capo
di nulla. Quando il marchese di Leganes cogli Spagnuoli, lord Galway
cogl’Inglesi, Eugenio cogl’Imperiali posero assedio (1695) a Casale,
Vittorio, che quell’importante fortezza non amava in man degli alleati
più che dei Francesi, con questi ultimi prese accordo di demolirla; e
dopo un gran cannoneggiare, credesi senza palle, gli assediati, secondo
l’intesa, distrussero le opere interne, le esterne gli assedianti,
e senza pure aprirvi una breccia scomparve la fortezza più rinomata
d’Italia; e la città aperta fu restituita al duca di Mantova.
Ciò levava una spina anche alla Lombardia, onde festa non minore
a Milano che a Torino: la Francia meno doleasi di perdere quella
posizione, giacchè non la vedeva cadere a Spagna. Nè però l’Italia
riposava; e se i nostri si lamentavano de’ Francesi, neppure dei
Tedeschi aveano a lodarsi.
Leopoldo d’Austria era imperatore di Germania fin dal 1658, sempre
contrariato dagl’intrighi della Francia, che si ergeva tutrice
de’ principi dell’Impero. Uomo religioso e caritatevole, ma rozzo,
intollerante nella religione, puntiglioso nel cerimoniale, fu dagli
accidenti portato a rappresentare personaggio principale nelle vicende
europee, e star rivale del gran Luigi. Sottopose gli Ungheresi, che
appoggiati ai Turchi reluttavano dalla tirannide austriaca, e li
privò del diritto d’eleggersi il re; e il maresciallo italiano Antonio
Caraffa, mandato a governarli (1687), uom crudele e borioso, vi piantò
terribili tribunali, e diceva: — Della costituzione ungherese e de’
suoi giudizj fo conto quanto d’un uovo fradicio».
Leopoldo non dissimulava di voler restaurare in Italia l’Impero qual
era allorchè esigeva dai principi foraggio, tavola, alloggio (_foderum,
parata, mansionaticum_); e trovando esausto il Piemonte, domandò che
i feudi imperiali si tenessero obbligati a mantenere le sue truppe,
e deputò esso Caraffa ad esigerlo (1691). Costui impose enormi
contribuzioni al duca di Savoja, alla Toscana, a Genova, a Lucca, a
Mantova, a Modena ed ai minori vassalli, e fin al duca di Parma benchè
rilevasse da santa Chiesa; sicchè i popoli ne gemettero, i principi
strillarono, e imprecarono a quell’imperatore, cui dianzi aveano
inneggiato per le vittorie contro i Turchi.
Gli emissarj di Luigi buttavano faville contro il tedesco oppressore
d’Italia, ed esortavano ad armarsi contro di lui: — Francia non
mancherà mai agl’Italiani qualora aspirino a libertà», diceva come
tutti gli antecessori e successori suoi. Il duca di Savoja era esoso
come causa d’una guerra, colla quale avea tratto in Italia i Tedeschi,
che sì scarso servizio gli rendevano, mentre orrido guasto faceano del
paese: ma egli trovava conto nella fluttuante politica insegnatagli
da’ suoi maggiori; e dopo che vide sfasciato Casale e perciò meno
pericolosa la Francia, a questa chinò; e come in maschera a Venezia
erasi inteso cogli alleati, così in un finto pellegrinaggio a Loreto
s’abboccò con un finto frate, per disertare a Luigi XIV. Costui
era stanco di mantenere un esercito in Italia, ove dovea mandare
ogni cosa come in paese nemico e traverso a difficili montagne, e
non vedeva modo d’uscirne con gloria; sicchè, professandosi mosso
dai gemiti de’ principi italiani smunti dall’imperatore, e dalle
pacifiche insinuazioni di Venezia e d’Innocenzo XII, accordò a Vigevano
un trattato vantaggiosissimo con Vittorio (1696 30 maggio), che
ricupererebbe tutti gli Stati toltigli, oltre Pinerolo smantellato; e
dava la propria figlia al primogenito del Delfino. Tutto ciò segreto,
e mentre si faceano le più brave dimostrazioni, e pareva che Catinat
volesse mandare a fuoco e fiamme Torino; e il duca vi rispondeva
fulminanti proclami, e promessa d’uno scudo per ogni Francese ucciso.
«Li poveri paesani (racconta un cronista) che si trovavano disperati,
raminghi, senza vittovaglia, quanti soldati francesi trovavano fuori
del campo uccidevano, portando poi la testa a Torino al luogo designato
per avere il premio; e taluno ne portava sin quattro al giorno per
guadagnare di che sostentare le loro desolate famiglie»[29]. Pensate se
i Francesi ripagavano a misura colma.
Vittorio, chiaritosi che migliori condizioni non poteva estorcere
dagli alleati, palesò l’accordo, e checchè se ne gridasse, egli, testè
generalissimo delle armi collegate italiane, come generalissimo delle
francesi e colla sopravvesta tempestata di gigli assalì il Milanese[30]
e costrinse i principi italiani alla neutralità. Secondo la quale,
Francesi e Tedeschi doveano sgombrar l’Italia; ma questi ricusavano col
pretesto delle ritardate paghe, e fu duopo che i principi si tassassero
per mettere insieme trecentomila doppie, da aggiungere al tanto che
quelli aveano rubato. La pace di Ryswick (1697 20 7bre) chetò le ire, e
confermò il trattato di Vigevano, del quale può dirsi conseguenza.
Nuovo disgusto contro l’imperatore nacque da ciò, che essendosi un
uffiziale tedesco chiamato offeso dal doge di Genova, Vienna domandò
riparazione, e tardando spedì armati, obbligando la repubblica a
pagare trecentomila scudi per le spese, ed altre soddisfazioni. Anche
il conte di Martinitz, ambasciadore austriaco al papa, puntiglioso e
accattabrighe, rinnovò le arroganze di quel di Luigi XIV per ragioni
ancor più frivole; voler precedere al governatore di Roma nelle
comparse, non dar la pace al connestabile Colonna nella cappella
papale; al _Corpus Domini_ poi (1699) si collocò fra i cardinali,
talchè quattr’ore dovette la processione arrestarsi in piazza, mentre
si cercava persuadere quel caparbio. Il quale per vendetta incalorì
l’imperatore a risuscitare le antiche preminenze feudali, obbligando i
detentori di feudi a giustificarne il possesso fra tre mesi, pena la
caducità. Era un soqquadrare tutta Italia, e peggio il Piemonte, il
quale per ischermirsene si getterebbe colla Francia nelle prevedute
contingenze di vicina guerra: Spagna disapprovava questo turbare nel
possesso i suoi nobili di Milano, Sicilia, Sardegna: Innocenzo XII si
pose campione dell’italica indipendenza, e con risolute ammonizioni
ridusse Cesare a rivocare l’editto. I Francesi, secondo il solito,
vantarono d’aver difeso la libertà d’Italia coll’infondere coraggio al
papa e promettere di sostenerlo.
Queste pretendenze dell’Impero ingelosivano papa Innocenzo; onde
insinuava ai principi d’Italia di collegarsi allo scopo di rimuovere
la guerra e le usurpazioni[31]. Clemente XI succedutogli maneggiò al
medesimo intento: ma vedendo inconciliabile questa lega e non bastevole
all’uopo, collocossi mediatore tra Austria e Francia, sicchè congiunte
snidassero il Turco d’Europa. Futili consigli quando esse di tutto
facevano arme per disputarsi la successione spagnuola; e Italia vi
si trovò trascinata in una guerra che tutta la capovolse, abbattè e
restituì a vicenda tutti i principi suoi, alfine le diede un nuovo
assetto, e sempre per arbitrio dei forti.
Carlo II, re di Spagna a quattro anni sotto la tutela di Marianna
d’Austria, tutta la vita restò malescio di corpo e di spirito; lasciò
minorare i possessi esterni, sfasciarsi l’interna amministrazione;
e da Luigia di Francia non avendo figli, terminava con lui (1700)
la dinastia primogenita austriaca, che da Carlo V in poi dominava
la Spagna. Allora e politici e ambiziosi ad anfanarsi per toccare
almeno alcuna porzione del pingue retaggio, di cui erano appendici la
Lombardia, le Due Sicilie, mezza America e tante Indie. L’imperatore
Leopoldo, asserendosi erede universale della Casa d’Austria come
rappresentante del ramo sopravvivente, chiedeva quella corona per Carlo
suo secondogenito, natogli da una sorella del re di Spagna; Ferdinando
Giuseppe di Baviera facevasi avanti come figlio d’Anna d’Austria; Luigi
XIV come sposo di Maria Teresa, sorella di Carlo II, presentava a quel
trono Filippo, secondogenito del Delfino; il duca di Savoja dalla
bisavola Caterina, figliuola di Filippo II, traeva ragioni lontane,
ma alle quali, a differenza delle altre donne, essa non avea fatto
rinunzia. E adducevano argomenti e cavilli come in una successione
privata, ma sentivano tutti che la sentenza non potrebbero proferirla
che le armi, prorompendo quell’odio tra i re di Francia e la Casa
d’Austria, che fu il movente di tutta la politica dal 1490 al 1748.
Durante le guerre di religione, gli Austriaci aveano aspirato fin al
trono di Francia; ora ecco i re di Francia accinti a privarli fin del
trono di Spagna, a nome dell’equilibrio.
Luigi XIV, in cinquant’anni di regno fortunato, avea diretto tutte le
negoziazioni e gl’intrighi ad assicurarsi quella successione; e per
quanto l’ambizione illimitata e il farnetico di gloria e di possessi
avessero ingelosito tutti i potentati, strappò a Carlo un testamento in
favore di suo nipote. Se alla volontà di Carlo non erasi badato finchè
vivo, ancor meno dopo morto, e poichè accordi e proposte spartizioni
non valsero, si ricorse all’ultima ragione dei re, le armi. — Non v’è
più Pirenei», disse il gran Luigi; e gridato re di Spagna il nipote
Filippo V (1701), ve lo fece convogliare da un esercito, e col lanciare
la già esausta Francia in nuovi rischi, gravi amarezze preparò agli
ultimi anni suoi, fino a vedersi ridotto miserabilissimo di finanze,
maledetto dal popolo che l’avea divinizzato, depresso dai principi
ch’egli aveva conculcati.
Italia, come sempre al rompere d’una guerra generale, calcolava le
probabilità della propria indipendenza, e la sperava da questo o da
quello dei potenti; nel loro conflitto certamente Milano e Napoli
resterebbero sciolte dalla servitù forestiera, formando due staterelli,
in equilibrio cogli altri. Luigi e Leopoldo gareggiarono per ottenere
da Clemente XI l’investitura del regno di Napoli: ma benchè gli
offrissero due provincie dell’Abruzzo, egli, come padre comune della
cristianità, risolse non parteggiare con nessuno; e solo trattò con
gl’Italiani per rendere meno trista una guerra non più evitabile.
Venezia, ch’egli invitava a opporsi all’invasione, benchè si vedesse
circondata dagli Austriaci se questi occupavano Milano, protestò volere
tenersi di mezzo, sperando che la neutralità le gioverebbe come avea
fatto tra Francesco e Carlo V, quando ottenne la conferma de’ proprj
acquisti; bramava vedere in Lombardia un principe debole, ed aspirava
ad acquistare Lodi, Cremona, la Geradadda, e forse Trieste. Eppure essa
era la sola potenza che, unendosi dichiaratamente a Francia, avrebbe
potuto escludere i Tedeschi dalla penisola; mentre al contrario dovette
soffrire che questi invadessero le sue provincie di Brescia, Bergamo,
Crema, Verona, mentre i Francesi, in aspetto di vendicarla, depredavano
il Padovano e il Polesine. I duchi di Modena e Guastalla, i principi
di Bózolo e della Mirandola, ligi all’Impero, furono subita preda
dei Francesi: quelli di Toscana e Parma, il papa, Genova, ed altri
principotti vassalli dell’Impero inclinavano a Francia; ma contro di
questa spargevansi astutamente grandi paure, e quelle parolone a cui
si lascia accalappiare il vulgo, di equilibrio scomposto, d’impero
universale: oltrecchè il gran numero di profughi dopo la revoca
dell’editto di Nantes, sollecitavano contro Francia, ed esibivano merci
di buon patto, declamazioni e progetti.
A Mantova regnava Ferdinando Gonzaga, tutto allegrie, passeggiate,
comparse, viaggetti voluttuosi; mai non mancava ai carnevali di
Venezia; da ogni paese del mondo cerniva donne pel suo palazzo,
dove cantassero, sonassero, facessero vita gaja, a spasso suo e
loro. Intanto che professavasi pronto a versare il sangue per la
causa italiana, praticava coi Francesi, e ricevendo centomila luigi,
e ventimila i suoi ministri, si finse violentato, e lasciò che
quindicimila Gallo-Ispani comandati da Tessé occupassero la sua città,
donde essi poterono dettar leggi ai duchi di Modena e di Parma. I
Francesi pagavano a puntino, sicchè i paesani, nonchè scapitare,
arricchirono coi fornimenti: ma come salvar le mogli e le figliuole,
dacchè ogni casa era piena di soldati?
Il dare il tratto alla bilancia spettava ancora al guardiano dell’Alpi;
e Vittorio Amedeo, oculatissimo nei proprj interessi e instancabile a
promoverli, prefisse di cacciare innanzi la sua nave bordeggiando nella
tempesta. Non è ch’egli non vedesse come, impadronendosi di Milano
i Francesi, e’ si sarebbe trovato chiuso da essi; ma l’inimicarseli
esponeva i suoi Stati pei primi all’invasione di Luigi, che già stava
terribilmente armato, mentre Leopoldo facea lenti e deboli preparativi.
Pertanto col Francese patteggiò che la sua secondogenita si sposerebbe
al nuovo re di Spagna, ed egli sarebbe generalissimo delle armi
gallo-ispane in Italia, somministrando soldati e ricevendo grossi
sussidj[32].
Ma le sorti nostre, al solito, pendevano dalle armi e dai trattati
forestieri, e Inghilterra, Francia, Prussia, l’Impero, combinavano
leghe e accordi, dove incidentemente si deliberava pure dell’Italia.
L’Inghilterra, allora sotto al regno di Anna e al ministero del
generale Marlborough, prese interesse particolare per Vittorio Amedeo,
al quale assegnò un annuo sussidio e promesse molte, ch’egli si fece
consolidare dall’Impero, dalla Prussia, dall’Olanda.
Milano senza ostacoli prestò obbedienza a Filippo V. Il Napoletano
vedemmo a che trista condizione si trovasse sotto i vicerè spagnuoli.
Qualche ristoro vi avea recato l’amministrazione di don Gaspare de Haro
(1683) marchese del Carpio, il quale pensò non a leggi nuove, ma a far
eseguire le vecchie, togliendo l’abuso delle licenze e delle dispense;
vietò il portare le armi, il tenere eccessivo numero di servi; riordinò
i tribunali, sbrattò le città dalla folla di ozianti; fece osservare
gli ordini intorno alla garanzia de’ metalli fini, e al non usarne in
arredi domestici e in ricami; rifuse la moneta, a tal fine gravando il
sale; opera compita dal suo successore conte di Santo Stefano, il quale
però ben presto ricominciò ad alterarla, credendo con ciò vantaggiare i
pubblici banchi.
Luigi della Cerda duca di Medinaceli (1696), regalmente fastoso,
abbellì il teatro, ridusse la magnifica strada a Chiaja. Appena morto
Carlo II, ricevette il testamento di questo e l’ordine di prestare
obbedienza all’erede Filippo e alla giunta di governo. Egli vi si
uniformò; ma ecco da Leopoldo imperatore una protesta, ed esortamenti
ai Siciliani di tenersi fedeli alla Casa austriaca, assicurando i
posti, gli onori, i privilegi; intanto con subdoli incentivi e colle
brighe d’un barone di Chassinet residente a Roma, e col largheggiare
titoli e promesse, Leopoldo guadagnossi alcuni signori, che fecero
opera di rivoltare il popolo (1700 23 7bre): ma questo ricordandosi
come nella sollevazione di Masaniello l’avessero abbandonato i grandi,
abbandonò loro: sicchè parte furono fugati, parte presi e mandati al
carcere o al supplizio, fra cui don Carlo di Sangro; e il popolo a
gridar viva, e decretare una statua a Filippo V. Il vecchio principe
di Chiusano, udendo che Tiberio Caraffa suo figlio era uno de’ capi
ribelli, fa erigere un trono davanti al suo castello presso Benevento,
e collocarvi l’effigie di Filippo V fra torce ardenti; e avanzandosi
con due altri figliuoli, getta in un rogo il ritratto di Tiberio,
dichiarando non riconoscerlo più per figlio, ma per crudele nemico[33].
Leopoldo s’avvide qual tristo ajuto siano i cospiratori e gli
arruffapopolo, nè potersi prometter bene che dalle armi; onde
rinforzatosi d’alleati, mandò l’esercito col famoso principe Eugenio,
glorioso delle vittorie contro i Turchi, e che dall’Austria era messo
da banda appena gliene cessasse il bisogno. Desideroso di vendicare
gli antichi torti ricevuti dalla Francia, non dubitava di mettersi,
egli principe di Savoja, contro un esercito capitanato da un altro
principe di Savoja. Il duca di Mantova è dichiarato fellone all’impero
e decaduto, e circondata d’assedio la sua città.
Il maresciallo Catinat, attraversato il Piemonte (1701), ove ben
s’avvide della duplicità del duca, menò l’esercito francese in
Lombardia, e si postò sull’Adige per abbarrare ai Tedeschi la calata
dal Tirolo: ma ben presto le brighe prevalgono contro lui che le
sprezzava, e gli è mandato in iscambio il presuntuoso Villeroi,
notevole soltanto per intrighi ed orgoglio. Il principe Eugenio col
mirabile passaggio del monte della Pergola, conducendo l’esercito suo
di veterani a Schio e Malo sopra Vicenza, scende all’Adige, favorito
copertamente da Venezia e dall’oscillante Vittorio; a Chiari batte
Villeroi, anzi lo sorprende in Cremona e il manda prigioniero (1702 1
febb.); ma la notte stessa se ne trova respinto dai Francesi.
Quella guerra parve un ritorno verso la barbarie, e il diritto delle
genti perdere quanto aveva fino allora guadagnato, calpestandosi
l’indipendenza de’ principi e la religione delle neutralità; i
territorj veneto, estense, papale erano violati prepotentemente,
prendendovi anche e foraggi e quartieri d’inverno. Invano papa
Clemente andava gettando consigli di pace e offrendosi arbitro;
ciascuno riguardava come offese proprie le onoranze consuete ch’egli
usava all’avversario: l’ambasciadore di Modena nell’anticamera
dell’imperatrice fece un inchino all’arciduca Carlo pretendente di
Spagna, e bastò perchè i Francesi confiscassero le rendite e i mobili
del duca Rinaldo d’Este.
Più imperversava la guerra sul Reno e nei mari: Vienna stessa parve in
pericolo: il Tirolo fu invaso dal duca di Baviera alleato di Francia,
ma gli abitanti insorti colle carabine il volsero in fuga.
Qui capitanava i Francesi il duca di Vendôme, uomo caparbio, superbo,
infingardo, che durava a letto fino alle quattr’ore, e negligeva
la disciplina dell’esercito; ma supplendo con fortunati ardimenti,
prosperò le armi francesi e liberò Mantova. Vittorio Emanuele
avea aderito a Francia unicamente per isfuggirne i primi colpi; ma
attendendo di voltarsi all’imperatore non appena lo trovasse gagliardo
abbastanza. Qualche riguardo mancatogli dai Francesi, e il non aver
re Filippo voluto riceverlo come pari nella propria carrozza (15
agosto) quando in persona venne qui a combattere, e vinse nella gran
giornata di Luzzara, gli diede pretesto d’allontanarsene. L’Italia, e
il ben della nazione, e il divenire inevitabile la servitù se Francia
sola vi dominasse, erano le ragioni ostentate; ma la verace era che
l’imperatore, bene in forze e alleato coll’Olanda e l’Inghilterra,
potrebbe dargli denari, appoggio, concessioni. In conseguenza, non
badando se Filippo fosse marito di sua figlia, interpose presso
l’imperatore il principe Eugenio, il quale diceva che i duchi di
Savoja erano infedeli per colpa di geografia. E l’imperatore gli
mandò un messo, che incognito rimanea sulla collina di Torino, ove
il duca andava a parlargli travestito. Pure Luigi lo seppe, forse
dalla contessa di Verrua amante del re, che per disgusti con questo
e per avidità il tradiva: onde il duca di Vendôme tolse le armi ai
soldati di Savoja accampati co’ suoi. Il duca grida all’affronto, se
n’inferocisce, arresta quanti Francesi coglie ne’ suoi Stati, e le
armi e munizioni dirette all’esercito, e si prepara a tener testa
al nembo provocato. Allora conchiude il trattato di Torino (1703
8 8bre) coll’imperatore, il quale prometteva mantenere in Piemonte
quattordicimila pedoni e seimila cavalli, dando al duca la capitananza
suprema dell’esercito di Lombardia con ottantamila scudi il mese,
oltre cedergli il Monferrato tolto al duca di Mantova, e staccare dal
Milanese Alessandria, Valenza, la Lomellina, la Valsesia, e una via per
tenere in comunicazione queste provincie.
Doveano parere un gran che tali acquisti; pure Vittorio sentendosi
necessario, seguitò a giocar d’industria, e gridare alto i gravi
sagrifizj che gliene costavano e massime quello del suo onore, e
domandare altro, e soprattutto il Vigevanasco, del quale pure gli
fu data lusinga, com’anche del Delfinato e della Provenza se si
conquistassero. L’esorbitanza delle promesse palesava e il bisogno
che di lui s’aveva e la poca intenzione di attenerle. Ma l’imperatore,
fortemente occupato sul Reno e in casa propria, lasciava scarseggiare
i mezzi a’ generali suoi: Luigi invece li profondeva, e spediva truppe
per terra e per mare. Assalito improvviso da queste, Vittorio perde la
Savoja, il Nizzardo, porzione del Piemonte; Vendôme con trentaseimila
combattenti varca il Po a Trino, in faccia agli alleati nemici prende
Vercelli (1704), la cui guarnigione si dà fiaccamente prigioniera.
Perdute con poca resistenza anche Ivrea, Aosta, il forte di Bard, Nizza
stessa, demolite dai Francesi tutte le fortezze che ne impedivano la
calata in Italia, al duca restarono preclusi i sussidj della Svizzera
e della Germania; nè di tante piazze forti rimanevangli ormai che
Cuneo e Torino. Pertanto, spiegato sommo valore nel difendere Verrua,
antemurale di questo, e che ai Francesi era parso una bicocca eppure
costò infiniti soldati, dodici milioni di lire e sei mesi di tempo,
mandò la famiglia a Genova mentr’egli ricoverava a Cuneo (1705),
poi tra que’ Valdesi che aveva perseguitati, e che gli si mostrarono
devotissimi, e risoluti nel rincacciare i Francesi.
A riparo di tanto abbattimento il nuovo imperatore Giuseppe I spedì
in Italia Eugenio, fidando che al suo valore aggiungerebbero sproni le
necessità del parente e della patria. Per la riviera di Salò calatosi
in Lombardia, a Cassano sull’Adda diede battaglia sanguinosissima (15
agosto), ma infelice, come quella di Calcinate. Ne crebbero i vanti del
Vendôme, il quale però, sebbene con forze molto superiori, non ispiegò
verun grandioso disegno o combinazione ardita, nè quell’attività che
raddoppia le forze e profitta de’ piccoli avvantaggi; e i maestri di
guerra sentenziano che fu mero accidente se queste sue vittorie non
riuscirono piene sconfitte. Dappoi egli fu chiamato oltr’Alpi per
opporlo al terribile Marlborough, generale dell’Inghilterra, la quale
aveva sposato gl’interessi dell’Austria e della Savoja; e vi riportò la
segnalata vittoria di Hochstädt, dopo la quale fu eclissata la stella
del gran Luigi.
In Italia gli sforzi si concentrarono contro Vittorio Amedeo, causa
del prolungarsi di quella guerra, e La Feuillade cinse Torino d’un
assedio (1706), memorabile per coraggio de’ cittadini e sfoggio di
artiglierie. Vittorio, non abbattuto da tanti colpi, chiedeva dai
popoli denaro e uomini; offerte e orazioni dal clero, che stava seco
in mala disposizione per un lungo suo litigio con Roma; ripudiava ogni
timido consiglio, nè risparmiava fatica o spesa. Il superbo Luigi,
indignatissimo di vedersi deluso dal parente, metteva impegno personale
a strappargli anche quest’ultimo ricovero; mandò cenquaranta cannoni,
ognuno de’ quali bell’e montato valutavasi circa duemila scudi, cento
diecimila palle, quattrocentoseimila cartuccie, ventunmila bombe,
ventisettemila settecento granate, quindicimila sacchi di terra,
trentamila stromenti da guastatori, un milione e ducentomila libbre
di polvere; inoltre piombo, ferro, latta, corde e altri occorrenti pei
minatori, solfo, nitro, ogni specie d’arnesi[34]. Dirigeva l’esercito
il duca d’Orléans, e le operazioni il marchese La Feuillade, troppo
inetti capitani.
Valendosi delle anteriori scoperte degl’Italiani, il famoso Vauban
aveva allora perfezionato i metodi delle fortificazioni coll’associarvi
la strategia e l’amministrazione. Pertanto dappertutto eransi
rinnovate le fortezze, alle torri surrogando i bastioni, e la
difesa fiancheggiante alla diretta. Anche in Torino, alle antiche
del Paciotto, l’ingegnere Bertóla aveva sostituito fortificazioni
più acconcie, con opere esterne sì basse che le artiglierie e la
moschetteria potessero spazzare la campagna rasa. Agli ottomila
cinquecento Piemontesi e millecinquecento Austriaci si unirono otto
battaglioni di borghesi, comandati in capo dal conte Daun austriaco;
e uomini e donne, trovatelli e preti a gara provvedeano alla difesa,
sopra terra e nelle spaventevoli mine che squarciavano tutto il suolo.
Molti sarebbero a dire esempj di costanza nel soffrire, molti di
coraggio nell’attaccare; e soprattutto vantarono Pietro Micca biellese,
che da una notturna sorpresa salvò Torino col dar fuoco a una mina (29
agosto), sotto cui se stesso e gli assalitori sepellì. La devozione
era pari allo spavento; nè giorno nè notte cessavano invocazioni a
Cristo in sacramento, ai santi patroni Solutore, Avventore e Ottavio;
credeasi la Madonna della Consolata rimbalzasse contro gli assalitori
le bombe; che san Secondo fosse veduto in aria minaccioso: fatti non
istrani quando Catinat a capo dello statomaggiore andava a domandare al
vescovo di Torino dispensa dalle astinenze quaresimali; e che realmente
infervoravano la carità verso il prossimo e verso la patria, più che le
canzoni e i proclami d’altri tempi.
Il duca di Savoja con settemila uomini batteva la Campagna,
finchè a Carmagnola si congiunse col principe Eugenio, incaricato
dall’imperatore di soccorrere Torino a qualsifosse costo[35]; e insieme
marciarono sopra la città omai ridotta agli estremi, e presentarono
battaglia agli assedianti. Il duca d’Orléans, suocero di Vittorio, era
persuaso dagli esperti a tenersi ne’ suoi insuperabili trinceramenti
affinchè facesse costar cara ad Eugenio l’imprudente sua marcia di
fianco attorno a quelli; ma egli vuole uscirne, e subito Eugenio
dato l’assalto a quelle trincee (1706 7 7bre), v’apre un varco per
la cavalleria, alla quale il nemico in tanta furia non può opporsi.
Che monta se il luogotenente di Eugenio è disfatto? la battaglia di
Torino è vinta: cinquantamila assedianti vanno sconfitti da trentamila
Tedeschi; tre mila Francesi, fra cui il maresciallo Marsin, e duemila
alleati vi lasciano la vita; e oltre quel che essi incendiarono,
al vincitore rimangono duecento bocche di fuoco, cinquantacinque
mortaj, cinquemila bombe, quindicimila granate, quarantottomila palle,
quattromila casse di cartocci, ottantamila barili di polvere, tutti
gli equipaggi, ori e argenti a josa, duemila cavalli, altrettanti
bovi, cinquemila muli, bandiere senza fine e sei mila prigionieri.
Eugenio entrò in Torino il giorno stesso della battaglia. La devozione
era stata ispiratrice di coraggio, la vittoria le prestò omaggio; e i
Piemontesi festeggiano annualmente quel fatto alla Madonna di Superga,
chiesa eretta allora per voto con regia suntuosità sul colle che domina
la città, la quale non vorrà dimenticarsi della pietà salvatrice degli
avi.
La battaglia di Torino non era decisiva: e se i Francesi si fossero
raccolti verso Casale col corpo che osteggiava nel Bresciano, poteano
riparare lo sdruscito, e forse rendere la pariglia al Savojardo; ma
essi rifollarono verso Pinerolo e la Francia. Subito Vittorio, accolto
a trionfo nella redenta capitale, ricupera le terre perdute, e piglia
possesso del Monferrato e della parte cedutagli di Milanese, entra in
Milano stessa, facendo dappertutto gridare Carlo III. Pizzighettone
si rende; Tortona è presa e mandata pel fil delle spade, Modena cede,
così Valenza e Casale; frutti d’una sola vittoria. Ad Alessandria, che
premeva viepiù a Vittorio perchè predestinatagli, scoppia il magazzino
delle polveri, con immensa jattura d’uomini e di case; il conte
Colmenero che la comandava, capitola, e perchè fu nominato perpetuo
governatore del castello di Milano, venne sospettato d’intelligenza.
A Francia allora più nulla rimase a sperare in Lombardia; e poichè
più di settanta milioni di luigi d’oro, se dice vero il Muratori,
essa qui avea versato, risolse di lasciare quanto ancor vi teneva,
cioè il Castel di Milano, Cremona, Mantova, Sabbioneta, la Mirandola,
Valenza, il Finale. Di tante cessioni non rifinivano di meravigliarsi
gli spoliticanti, i quali non si avvedeano quanto alla Francia
importasse di poter aggomitolare le truppe, disperse per quelle; anzi
all’imperatore fu apposta grave taccia dell’avere, per assicurarsi
la Lombardia, lasciato che ventiduemila nemici andassero a ingrossare
l’esercito contro i suoi alleati. Ma ciascuno non badava che ai proprj
interessi e momentanei. Rinnovando le slealtà del Cinquecento, i
duchi di Modena e di Mirandola restarono abbandonati alla vendetta
dell’imperatore: il duca di Mantova, quasi non avesse potuto operare
indipendente siccome principe, fu messo al bando dell’Impero, e i
suoi possessi confiscati a pro dell’Austria; e la Francia, cui tanto
avea giovato col consegnare quella fortezza, e che ad ogni modo la
tenea soltanto in deposito, la aperse agli Imperiali senza tampoco
consultarlo; poi lasciando ch’e’ protestasse contro la strana iniquità
di tutte due le parti, gli assegnò quattrocentomila lire di pensione,
colle quali trascinò i suoi vizj fra Padova e Verona. Con esso finì
turpemente una linea della casa Gonzaga[36]; e la costui depravazione
fece dimenticare la lautezza che si era goduta sotto quei principi,
e perfino la dolcezza dell’indipendenza. Anche Ferdinando Gonzaga
principe di Castiglione, e Francesco Maria Pico duca della Mirandola
e marchese della Concordia, videro occupati dall’imperatore i loro
paesi, e si ridussero a vivere da nobili in Venezia. Rinaldo di Modena,
spodestato dai Francesi, fu ripristinato dall’imperatore, che gli
vendette anche la Mirandola per ducentomila doppie.
Papa Clemente XI avea dovuto soffrire gl’insulti e i guasti recati al
suo paese dai Tedeschi; quando invasero Parma e Piacenza li scomunicò,
ma non valse a rattenerli dal rasentare Roma per recarsi a Napoli.
Il generale Daun difensore di Torino, mentre Francia e Spagna stavano
preoccupate dalla invasione della Provenza, con non più di cinquemila
fanti e tremila cavalli si avanzò in paese (1707) dove non aveva
a temere difese nè ad espugnare fortezze, e dissipate le gracili
opposizioni del vicerè duca d’Ascalona, difilò sopra Napoli. La
nobiltà, forse già intesa coll’Austria, subito capitolò (7 luglio) ad
onorevolissimi patti: mantenuti i privilegi di Carlo V e Filippo II;
il nuovo principe aprirebbe portofranco a Salerno, manterrebbe venti
vascelli, oltre le galee del regno, per assicurare dai Barbareschi;
nobili e popolani potrebbero equipaggiare navi mercantili; nelle
guarnigioni sarebbero metà napoletani, nelle fortezze un comandante
napoletano e un forestiero; ai castelli di Napoli il re destinerebbe
un comandante fra i nobili del paese, gli altri sarebbero eletti
dal popolo, il quale pure sceglierebbe un interprete delle leggi del
regno, non impiegato del principe, nè passibile della giurisdizione de’
popolani di Napoli[37].
Quella città che poc’anzi avea veduto impiccare i fautori dell’Austria,
allora smaniò al nome dell’Austria, e mise a pezzi la testè elevata
statua di Filippo V. L’esempio della capitale trae dietro le altre
città; Gaeta è presa e saccheggiata, cogliendovi lo stesso vicerè,
campato a stento dalla furia popolare; le città della maremma toscana
furono pure sottoposte dagl’Imperiali, ma in Sicilia non poterono
approdare, restando essa alla Spagna. Giuseppe I diede l’investitura
del Milanese e del Napoletano al fratello Carlo, il quale a Napoli pose
un vicerè tedesco.
Per punire il papa d’aver voluto tenersi neutro, e scomunicato
gl’Imperiali, Giuseppe vietò di mandar a Roma le rendite de’ beni
ecclesiastici del Napoletano, ridestò le pretensioni già accampate da
suo padre sui feudi imperiali, e come tali occupò Comacchio, Parma e
Piacenza (1708). Il papa pose mano al tesoro di Castel Sant’Angelo per
mettere in piedi un esercito, a capo del quale pose Ferdinando Marsigli
di Bologna. Ma Daun invase il Patrimonio, e vi accampò a discrezione,
finchè Clemente, mal servito dal suo esercito, non calò ad accordi
abbastanza favorevoli, promettendo disarmare, riconoscere l’arciduca
Carlo, e discutere poi delle ragioni sul ducato parmense; in tutto il
resto ricevendo soddisfazione.
L’isola di Sardegna continuava a devozione di Filippo V, agitata
però dalle fazioni, che pretessevano i nomi di Francia o d’Austria;
e quest’ultima col favore di molti partigiani e della flotta inglese
l’occupò. Tale cupidigia dell’Austria corruppe i disegni de’ suoi
confederati, che nello sgomento della sconfitta in Piemonte avrebbero
potuto a gran vantaggio assalire la Francia impreparata, e già aveano
invaso la Provenza e assediato Tolone. Oltre che tal diversione ne
sminuiva la possa, l’ingrandirsi dell’imperatore gl’ingelosiva, tanto
più dacchè essendo morto Giuseppe, succedeva Carlo VI, quel desso che
col nome di Carlo III già possedeva la Lombardia e il Napoletano e in
titolo la Spagna, talchè radunava nuovamente in sè l’immensa monarchia
di Carlo V. Queste ombrìe, cresciute dall’oro francese, e il nuovo
indirizzo che alla politica impresse il sottentrato ministero tory
inglese, indussero maneggiar una pace, la quale dopo lunghe trattative
rogata in Utrecht (1713 11 aprile), diede all’Europa con prudenti
combinazioni quell’equilibrio di forze che alcuni credeano basterebbe
alla quiete di più secoli, e che non durò trent’anni.
Il duca di Savoja avea ritolta ai Francesi Susa; ma non proseguì
caldamente la guerra perchè il consiglio aulico di Vienna reluttava
dal concedergli anche il Vigevanasco; e fu forza consentirglielo se
si volle secondasse ancora gli Austriaci, i quali fuori d’Italia
erano ben lontani dal prosperare. Il conte Annibale Maffei, il
marchese Del Borgo, il consigliere Mellerede[38], deputati dal duca
al congresso di Utrecht, mostravano la necessità di dargli una forte
barriera contro la Francia, e compensi per tanti danni sofferti onde
procacciare il trionfo della grande alleanza. L’Inghilterra comparve
come arbitra dell’Europa, in quel trattato che assicurava i frutti
della sua rivoluzione: e Anna regina prediligeva il duca di Savoja
a segno, che avea sin proposto di farlo re di Spagna e delle Indie,
affine d’impedirne la Francia: onde tra i primi patti della pace
chiese gli fosse ceduta la Sicilia, col titolo di re di cui egli
spasimava, riserbando all’Inghilterra le più ampie franchigie di
commercio e navigazione. Fu fatto, e insieme restituitigli il contado
di Nizza, la valle di Pragelato ed altre alpine, coi forti d’Exilles
e Fenestrelle, sottraendogli quello di Barcellonetta, per modo che
la cresta del Monginevra diveniva confine colla Francia; il duca
serbava l’eventualità di succedere in Ispagna se mancasse la linea
regnante. All’imperatore fu lasciato quanto possedeva in Italia, cioè
il regno di Napoli, il ducato di Milano, la Sardegna, i porti e presidj
sulle spiaggie di Toscana. Spagna, che per due secoli e mezzo aveva
minacciato assorbire la nostra penisola, più non vi conservò un palmo
di terra. Un’infinità di signori spagnuoli trovavansi in pericolo per
aver parteggiato Carlo d’Austria, il quale pertanto, sentendo l’obbligo
di non lasciarli esposti alla vendetta di Filippo V, li menò seco, e
per far denari da mantenerli, vendette ai Genovesi per sei milioni il
marchesato del Finale. Ne spiacque ai Finalesi, più ne spiacque a re
Vittorio, che per mezzo di quello avrebbe congiunto i suoi dominj col
mare.
Erano dunque sparite dalla carta d’Italia le signorie di Mantova e
della Mirandola; al luogo della Spagna sottentrava l’Austria, assai
meno potente dopo toltale la Sicilia; Vittorio, in premio della
politica preveduta, allargava lo Stato fin al Ticino, e appagava
il lungo desiderio intitolandosi re, e della più bell’isola del
Mediterraneo. Come poi la barattasse colla Sardegna, e le sue
controversie col papa, saranno materia del libro seguente.
E così fra guerre terminiamo un secolo, consunto in una pace
stupefacente. Nelle quali, benchè non si trattasse della patria ma dei
padroni di essa, non poco ebbero a faticarsi gli Italiani, dimostrando
che mancava l’atto non l’attitudine del valore. Dei prodi di questa
età già molti enumerammo (tom. IX, pag. 523), e fra’ migliori Gabrio
Serbelloni milanese cavaliere di Malta, che combattè i Turchi in
Ungheria, sulle coste d’Italia e a Lepanto, ajutò il duca d’Alba e il
marchese di Marignano a spegnere l’indipendenza italiana, e Filippo
II a tenere in obbedienza il Napoletano che empì di fortilizj, e
ad assoggettare i rivoltati Brabanzoni: fatto vicerè di Sicilia,
difese Tunisi, respingendo quattordici assalti de’ Turchi, che al
fine lo presero di forza, e lui tutto ferito menarono prigioniero
a Costantinopoli, finchè fu cambiato con ventisei uffiziali turchi.
Combattè allora a fianco di don Giovanni d’Austria, che lo chiamava
suo maestro; poi di nuovo in Italia e in Ispagna, finchè morì.
Alberto, conte di Caprara bolognese (1630-1686), servì all’Austria
principalmente in Ungheria, e molto fu adoprato come diplomatico co’
Turchi: ma e nell’armi e nella diplomazia lo superò il fratello Enea
Silvio (1631-1701), compagno del Montecuccoli, vinto dal Turenne,
vincitore dei Turchi.
Nel 1650 Francesco Antonelli d’Ascoli espugnava Landsberg, onde
Ferdinando III lo costituì ingegnere generale dell’Ungheria. Nel 1637
Giuseppe Spada migliorava la fortezza di Magonza. Francesco Tensini
di Crema, formatosi nelle Fiandre sotto lo Spinola, fece diciotto
assedj, sostenne quattro difese, combattè dappertutto, ed è posto
fra i creatori dell’architettura militare per la _Fortificazione_,
opera ammirata che pubblicò a Venezia il 1624, quattordici anni prima
d’essere assassinato in patria.
Nelle guerre di Fiandra acquistò pur nome il napoletano don Roberto
Dattilo marchese di Santa Caterina, che capitanò anche i Genovesi
contro Savoja. Nel Napoletano e contro i Turchi fece gran prove di
valore Francesco Saverio de’ conti Marulli di Barletta, cavaliere
gerosolomitano, che divenne maresciallo d’Austria: il suo reggimento
tutto di Napoletani fu poi de’ più vantati dell’Austria, e Carlo di
Spagna suo nemico gli diceva, — Se avessi nel mio esercito dodici
uffiziali come voi, sarei padrone dell’Italia». Marco Foscarini[39]
ricorda un reggimento napoletano segnalatosi alla difesa di Barcellona;
il marchese di Montenero lodato da Enrico IV, che l’ebbe avversario
alla difesa di Amiens; Carlo Spinelli, Andrea Entelmi, il marchese
di Terracusa, il duca di Nocera, il principe d’Avellino, il marchese
Della Bella, i duchi di Maddaloni e di Rosigliano, il marchese di
Treviso, tre Brancacci, tre Tuttavilla, Carlo della Gatta, Marzio
Origlia, i marchesi d’Avalos di Pescara e del Vasto, il conte di Santa
Severina. A servizio poi di Carlo VI, oltre il maresciallo Caraffa
tremendo agli Ungheresi e ai Transilvani, si segnalarono il duca di
Laurino, i principi Strongoli e Trigiano; pochi perchè i Tedeschi
dileggiavano o non curavano gli Italiani. Anche Luigi Zani bolognese
militò cogl’Imperiali contro Svedesi e Turchi, e fu ucciso combattendo
in Ungheria il 1674. Colà pure ottenne lode di valore il conte Federico
Veterani urbinate maresciallo, morto sul campo nel 1695, e lasciò il
racconto delle sue campagne. Il conte Giuseppe Solaro della Margarita
era stato, con Daun e col marchese di Caraglio, incaricato dal duca di
Savoja di difendere Torino, nel che si condusse egregiamente, poi que’
fatti espose nel _Journal historique_, ove di sè non fa pur cenno.
Di tutti più illustre Raimondo Montecuccoli (1608-81) si formò nella
guerra di Fiandra, palestra de’ migliori campioni di tutta Europa,
dove i principi di Nassau aveano creato le fortificazioni di campagna,
mentre gl’ingegneri italiani aveano insuperabilmente munite le città,
principalmente Anversa. Dopo la guerra di Castro ove fu generale del
duca di Modena, andò tenente maresciallo dell’imperatore in Germania,
poi comandante supremo delle armi di esso in Franconia, in Slesia,
in Ungheria contro i Turchi e contro i Francesi; infine fu elevato
presidente al consiglio di guerra. Si trovò egli a fronte Turenne, che
la Francia conta come il più insigne suo maresciallo; e l’arte da loro
due spiegata sul Reno è il capolavoro dell’arte militare. Allorchè
Turenne morì, Montecuccoli compì le sue vittorie finchè lo arrestò
l’altro gran generale Condé; poi si dimise dal servizio dicendo che
chi avea combattuto con Maometto Köproli, Condé e Turenne non doveva
con altri mettere in avventura la propria gloria. Scrisse anche, con
quell’ordine ch’e’ dichiarava qualità essenziale delle scritture come
delle operazioni, e fu tenuto il maggior maestro d’arte militare, fino
ai nostri contemporanei.
Nella guerra di Successione molti Italiani si faticarono, sebbene,
eccetto i Piemontesi, non per causa propria, nè sotto proprj generali.
A non riparlare del grande Eugenio, sotto lui capitanava il marchese
Annibale Visconti, contro lui come maresciallo di Francia il conte
Albergotti. Il conte Marsigli bolognese (1658-1730) servì utilmente
l’imperatore contro i Turchi; finchè essendosi reso Brisacco dopo
tredici giorni di trincea aperta, il consiglio aulico condannò a
morte il conte Arco governatore, e alla degradazione il Marsigli, che
serviva sotto di esso. Non ascoltato dai tribunali e dall’imperatore,
il Marsigli si giustificò in faccia al pubblico; poi si volse tutto
a viaggi e studj: scrisse sul Bosforo Tracio, sull’incremento e
decremento dell’impero Ottomano, e il _Danubius pannonico-mysius_
in sei volumi, ridondante di buone osservazioni da naturalista, da
archeologo, da statista, mirabili anche dopo svanite le congetture
che v’appoggiava; a Parigi fu festeggiato come si sogliono le
vittime d’un’ingiustizia; in patria fondò l’Istituto di scienze, e
a quel senato donò il proprio palazzo e le sue raccolte letterarie e
scientifiche.