I Pontefici. Ferrara e Urbino. Guerra di Castro. Contese pel
giansenismo e per la regalia.
La natura elettiva del sovrano a Roma portava per ciascuna vacanza una
rivoluzione. Appena il papa avesse chiuso gli occhi, prorompevasi a
sparlarne quando più non era pericolo, e a sbottonare i favoriti di
esso; generalmente il nuovo eletto congedava il segretario di Stato
del predecessore, e con gente nuova e inesperta cambiavasi e politica
e amministrazione. L’Impero, Spagna, Francia, Savoja intrigavano
nel conclave per mettere la tiara a un loro benevolo, usufruttando i
voti di cui ciascuna disponeva. Per ispirazione, cioè ad unanimità,
o per compromesso eleggeasi rarissime volte; le più per iscrutinio,
dov’è necessario l’accordo di due terzi dei cardinali presenti. Fra
i parteggianti orzeggiava un _battaglione volante_ di cardinali,
insufficienti a eleggere, bastevoli ad escludere: il che prolungava le
vacanze, durante le quali l’amministrazione sfasciavasi, la giustizia
si rilassava, ricomparivano le bande.
Gregorio XV nel breve regno tentò riparare agli abusi del conclave:
ma come, se tanti ne faceano profitto? Matteo Barberini di Firenze,
arricchitosi ad Ancona trafficando, gli successe col nome di Urbano
VIII (1623). D’età fresca, avvezzo agli affari, di salute atletica,
d’ingegno ameno, leggeva versi moderni e ne facea, prediligendo chi
glieli lodasse; chiamò di Germania i dotti Luca Olstenio ed Abramo
Echellense, di Levante Leone Allacci, oltre il fiore degl’Italiani;
agli ecclesiastici interdisse i negozj secolareschi; pubblicò
migliorato il _Breviario romano_, correggendone egli medesimo gl’inni;
da San Benedetto di Polirone nel Mantovano fece trasferire le ceneri
della contessa Matilde in Vaticano, ponendole un mausoleo, di cui
Lorenzo Bernini fece il disegno e la statua, il resto suo fratello
Luigi, Stefano Speranza il bassorilievo che rappresenta Enrico IV ai
piedi di Gregorio VII. Se mostravangli i monumenti di marmo de’ suoi
predecessori, diceva, — Io ne erigerò di ferro»; e pose Forte Urbano
alle frontiere di Bologna; fortificò Roma; istituì a Tivoli manifatture
di armi; arsenale e soldati a Civitavecchia, dichiarata portofranco,
in modo che i Barbareschi venivano a vendervi le prede fatte sui
Cristiani.
Sentendo alto di sè, comportavasi con autorità assoluta, dicendo: — Io
intendo gli affari meglio di tutti i cardinali uniti». Gli si faceva
un’objezione tratta da antiche costituzioni papali? rispondeva: — La
decisione d’un papa vivo val meglio di quella di cento papa morti».
Voleasi fargli adottar un’idea? bisognava esibirgli la contraria. Per
tutta Europa era invocato arbitro; ma non che degnamente sostenere
la sublime parte, cogli ambasciadori chiaccherava, dissertava,
anzi che stringere, e volgeasi al sì e al no per capriccio, non per
ponderazione.
Disastravano allora le cose de’ Cattolici in Germania; e Gustavo Adolfo
di Svezia, vinti più volte gl’imperiali, minacciava voler celebrare
i suoi trionfi a Roma. Urbano avrebbe dovuto profondere per la causa
cattolica; ma le cose italiane, e massime il sacco di Mantova aveangli
reso odiosi gli Austriaci.
Di que’ tempi al dominio papale s’aggiunsero Ferrara e Urbino. Nella
prima risedevano i signori d’Este, tenendo i ducati di Modena e Reggio
e la contea di Rovigo dall’Impero, il ducato di Ferrara dal papa.
Sotto Ercole I, Ferrara contava fin ottantamila abitanti, ricchi
edifizj, lieta compagnia; ma quando Montaigne qui viaggiò, trovava
Ferrara spopolata, il Po di Primàro e di Volàno interrito (1559),
giacchè Alfonso II occupava intorno ai proprj terreni e ad abbellire la
Mesola i denari e i villani che i Comuni eran obbligati somministrare
per mantener le dighe e regolare le acque; poi gravava i sudditi con
balzelli sopra ogni oggetto, facea monopolio del sale, dell’olio, della
farina, del pane; proibita la caccia, salvo pochi giorni ai nobili e
con tre cani al più, e appiccato chi violasse le bandite.
La Corte però era salita in nome e ricchezza, destreggiando con una
politica che la fece star in piedi nella caduta degli altri principi.
Favorendo i letterati, associava le proprie lodi all’immortalità di
quelli; ivi s’aprivano dispute accademiche; ne’ suoi teatri s’inventò
o ripulì il dramma pastorale; splendide feste e rappresentazioni
e tornei, fin di cento cavalieri, porgevano occasione di raccorre
forestieri, e di ostentare la cortesia del principe e delle dame
cantate dal Tasso. Giambattista Pigna e il Montecatini, professori
dell’Università, divennero successivamente primi ministri, senza
interrompere gli studj e le lezioni; Battista Guarini fu spedito
ambasciadore a Venezia e in Polonia; Francesco Patrizi accarezzato.
Ma la protezione che Alfonso, uomo d’angusti spiriti, concedeva alle
lettere, era superba e intollerante; al Tasso, forse perchè mostrò
dare ascolto ai Medici che l’invitavano a Firenze, tolse la grazia e
la libertà; l’illustre predicatore Panigarola, tratto con gran fatica
a Ferrara, ne fu violentemente sbandito appena parlò di trasferirsi
altrove. Interminabili dispute agitò Alfonso col granduca di Toscana
per la precedenza, combattè in Ungheria contro i Turchi, brigò per
divenire re di Polonia. Non avendo prole da tre mogli, studiava che i
suoi sudditi non cadessero sotto forestieri; e malgrado lo statuto di
Pio V che vietava d’infeudare Stati ricadenti alla santa Sede, ottenne
dall’imperatore di trasmettere i suoi al cugino Cesare, nato da un
figlio naturale di Alfonso I.
Di fatti gli fu posto il manto ducale con festa tanto maggiore, quanto
più si era temuto perdere l’indipendenza: ma la Camera pontifizia _ob
lineam finitam seu ob alias causas_ pretese ricaduto quel ducato. Don
Cesare pensò che i principi per gelosia non consentirebbero mai ai
papi l’acquisto di Ferrara; ma Clemente VIII i diritti papali sostenne
(1597) con quarantamila soldati, ed una delle bolle più furibonde
lanciò contro Cesare e chiunque il favorisse. In conseguenza nessun
principe osò chiarirsi per lui, e don Cesare debole, circondato da
insidie e da terrori spirituali, e vedendo i Ferraresi propensi al
dominio pontifizio, cercò patti, e furono ch’e’ non rinunziasse, ma
consegnasse il ducato di Ferrara, Cento, la Pieve e gli altri luoghi
di Romagna, serbandosi i beni allodiali del duca Alfonso. Casa d’Este
restò dunque spossessata di Ferrara e anche di Comacchio e Argenta, che
pur teneva dall’Impero; e Cesare ritiratosi a Modena, vi cominciò la
linea ducale di Modena, Reggio e Carpi durata sin al 1803[1]. I natii,
al solito, rimpiansero caduta quella signoria che fiorente aveano
aborrita; Ferrara, ridotta città di provincia, perdette il lustro e
la popolazione; e una fortezza eretta nel quartiere più frequentato
la imbrigliò. Il papa conciliossi i nuovi sudditi rintegrando i
privilegi municipali, formando un consiglio di ventisette nobili alti,
cinquantacinque di piccoli e cittadini notabili, e diciotto delle
corporazioni.
Il ducato d’Urbino comprendea sette città e forse trecento borgate
dell’antica Umbria, con fertile costa marittima e grate montagne;
e potea fruttare centomila scudi quando il commercio de’ grani in
Sinigaglia prosperava. I duchi, militando al soldo straniero, e
godendo la carica, ormai nominale, di prefetti di Roma, lucravano al
paese più che non costassero; e pomposi, letterati, rispettando gli
statuti, faceansi benvolere (t. IX, p. 122). Guidubaldo, succeduto
all’illustre Federico di Montefeltro, fu da Cesare Borgia spossessato
(1502), restituito al cadere di questo, colmo di favori da Giulio II
che l’indusse a chiamar erede il comune nipote Francesco Maria della
Rovere. Questo, succedutogli, servì come capitano generale alla Chiesa;
ma Leon X (1508) tolse a deprimerlo per sollevar casa sua, e presogli
il ducato, ne investì Lorenzo de’ Medici. Venuto Adriano VI, Francesco
tornò (1538), e consolidossi, e fu considerato tra le migliori spade
d’Italia, e non meno Guidubaldo II.
Francesco Maria II costui figlio visse lungamente in Corte di Filippo
II, e contro cuore (1574) sposò Lucrezia d’Este; egli di venticinque,
ella di quarant’anni; onde dissapori e separazione. Morta lei, sposò
Livia della Rovere, e il popolo si desolava non vedendone frutti;
e facea preghiere e voti a sant’Ubaldo protettore di quella casa.
Qual gioja allorchè s’annunziò gravida la duchessa! quale, allorchè
al popolo, accalcato davanti al palazzo, Francesco annunziò (1605)
che Dio gli avea dato un maschio! Il tripudio andò agli eccessi: ci
volle truppa per frenarlo, si corse a saccheggiare il ghetto degli
Ebrei, vittime designate nelle disgrazie come nelle gioje; dalla città
si diffuse l’esultanza al contado, e durò tanto, che si dovette con
decreto ordinare si cessassero le dimostrazioni e gli spari di fucili.
Questo Ubald’Antonio sposò Claudia de’ Medici; ma scapigliatosi a tutti
i vizj, per ligezza all’Argentina commediante montava fin il palco,
e una volta figurò da asino, portando in ispalla molti dei comici,
e rovesciando di dosso una soma di stoviglie; una mattina fu trovato
freddo nel proprio sangue vomitato (1623). Francesco Maria, che aveagli
rinunziato il governo, fu costretto ripigliarlo, e veder disputata la
sua eredità fra il papa cui ricadeva, l’imperatore che ne pretendeva
la sovranità, i Medici che la ambivano per l’antica concessione di
Leon X: e appena chiuse gli occhi, i suoi beni allodiali andarono alla
città di Firenze, il resto fu incamerato da Urbano VIII (1631), che vi
pose governatore il cardinale Barberini suo nipote. In quell’occasione
riservò la libertà di San Marino, come faceano i duchi.
Malgrado di tali acquisti, tutt’altro che ricca era la Camera
pontifizia, e occorrevano continui prestiti; sicchè i Monti, sotto
Paolo V tanto cercati, scaddero di valore; i debiti del 1635 sommavano
a trenta milioni di scudi, mentre l’entrata computavasi di tre
milioni[2]. L’arte delle finanze consisteva tutta nel far debiti e
istituire nuovi Monti, accettando anche depositi forestieri, talchè
alla sola Genova spedivansi ogn’anno seicentomila scudi di frutti. Ne
crescea nerbo alle case mercantili, che teneano le casse, esigevano,
sovvenivano e aprivansi l’adito a dignità civili ed ecclesiastiche. Del
resto nullo il commercio; l’agricoltura scaduta, prima pel cumularsi
delle piccole proprietà nelle grosse famiglie, poi per le selve
distrutte, sia da Gregorio XIII onde estendere la cultura dei grani,
sia da Sisto V per isnidare i masnadieri; di che l’aria peggiorò senza
per questo crescesse la produzione; anzi addoppiaronsi i rigori contro
l’asportazione, i poteri del prefetto all’annona, e la miseria comune.
Abbondavano le ricchezze naturali; traendosi allume dalla Tolfa, sale
da Ostia, Cervia, Comacchio, con pesche di cefali e anguille; lini da
Faenza e Lugo; canapa da Cento e Butrio, dalla Pieve e dal Perugino;
guado dal Bolognese e Forlivese; rape grossissime da Norcia e Terni;
manna da San Lorenzo e Terra di Campagna; pignuoli da Ravenna, vini
buoni dappertutto e prelibati da Cesena, Faenza, Rimini, Orvieto,
Todi, Montefiascone, Albano; uva passerina da Amelia e Narni; bovi
principalmente dalla Campagna, caccie dal Lazio verso Sermoneta,
Terracina, Nettuno, dove coglievansi grossissimi cinghiali; le razze
de’ cavalli non iscapitavano da quelle del Regno; le selve erano
inesauste di ghiande e legname da opera; eccellenti le piante da
fabbrica. Così il Botero, il quale riflette come la Romagna, posta
nel centro d’Italia, sia la meno esposta ai Barbari e la più atta a
sommovere o tener in pace l’Italia; i suoi porti non darebbero asilo a
un’armata assalitrice, e la malaria struggerebbe chi accampasse sulle
coste. Eccellenti le fortezze; abbondanti guise di premiar o punire,
di donare senza scapito, di conferire dignità fin pari alla regia. Pure
la capitale non trovasi nel centro; moltissimi i ladri: le fortezze non
bastano; le paludi appestano i contorni di Ravenna, Bagnocavallo, Lugo,
Bologna; scarsa è la popolazione, che esce a servigio altrui.
V’erano poi entrate ignote altrove, e la nomina dei benefizj, sebbene
in Francia e in Germania fosse riservata al re od ai capitoli, in
Ispagna e in Italia restava ancora diritto papale lucroso, e molto
denaro traevano a Roma gli altri uffizj, le dispense, il concorso dei
devoti e degli ambiziosi; e in parte adopravasi al vantaggio generale
del cattolicismo, in parte alle spese dello Stato, e in abbellire la
residenza. Clemente VIII arredò gli appartamenti in Vaticano; Paolo
V, oltre finire San Pietro, spianò ed allargò vie, fece la sfarzosa
cappella in Santa Maria Maggiore, e da trentacinque miglia lontano
condusse sul Gianicolo l’acqua Paola; Gregorio XV terminò la villa
interna; Urbano VIII molte chiese e più fortificazioni; Innocenzo X
piazza Navona e la villa Pamfili; Alessandro VII piazza Colonna, la
Sapienza con giardino botanico e teatro anatomico, il colonnato di San
Pietro, l’arsenale di Civitavecchia; tutti arricchirono la biblioteca
Vaticana. I nuovi edifizj cresceano talvolta colla ruina degli antichi,
le terme di Costantino vennero sfasciate sotto Paolo V per formare
il palazzo e il giardino: col levare dal tempio della Pace la colonna
che sta dinanzi a Santa Maria Maggiore, la volta che vi si appoggiava
precipitò; sotto Urbano VIII, per fortificare Montecavallo non si
rispettarono le anticaglie del giardino Colonna, si levò il bronzo
dal Panteon, e si pensava adoprare le pietre del mausoleo di Cecilia
Metella per la fontana di Trevi, se il popolo non s’opponeva a forza; e
Pasquino esclamava: — Quel che non fecero i Barbari fanno i Barbarini».
Principi nuovi e vecchi gareggiavano di sfarzo tra loro e cogli
ambasciadori stranieri, che tenean non solo grandissima famiglia, ma
guardie a cavallo e a piedi; e Roma divenne il teatro dove le potenze,
come raffinavano intrighi, così sfoggiavano magnificenza; ciascuna
voleva si eleggessero cardinali suoi sudditi, e ne stipendiava uno o
più a proteggere i suoi interessi, e perciò menar brighe, e incalorirsi
di tutt’altro che della Chiesa[3]. La porpora splendeva ne’ consigli
dei re, a capo degli eserciti, a governo delle provincie, ornando
i cadetti delle famiglie principesche, che talora la deponevano per
regnare: Alessandro VII pensava a Dio dover essere più grato o più
decoroso il trovarsi servito da persone bennate: ma nelle idee del
secolo dovea dissolversi la disciplina, i cardinali mantenevano codazzo
di bravi, e ai parenti offrivano il destro d’intrigare e imbaldanzire.
Il cardinale Ferdinando de’ Medici, che divenne poi granduca, avea
colle scostumatezze e le prepotenze disgustato Sisto V, il quale mandò
chiamarlo, disponendo che nell’andarsene fosse arrestato. Venne egli,
ma nell’inchinarsegli lasciò, di sotto alla porpora, apparire corazza
e stocco, e al papa chiedente disse: — Questa è abito di cardinale,
questo di principe italiano». Sisto potè ben minacciare di _cavargli di
testa il cappel rosso_; ma inteso come avesse da’ suoi fatto occupare i
dintorni del Vaticano, dovette lasciarlo andare.
Colle case antiche legavansi in matrimonio i parenti che ciascun
prelato e cardinale traeva dal nulla; altri occupavano posti lucrosi:
gente nuova che cercava eclissar l’antica, donde gare di preminenza;
fermare la carrozza per lasciare il passo a quella d’un nobile
maggiore; aprire due battenti o un solo nell’introdurli; cedere il
passo nelle comparse; e Matteo Barberini dopo fatto prefetto di Roma
pretese la preminenza su tutti gli ambasciadori, sicchè stette a un
punto che tutti non se n’andassero.
Dacchè le costituzioni nuove e l’opinione impedivano di dar principati
ai nipoti, i papi prodigavano ad essi ricchezze; per verità non
involandole allo Stato, ma dalle eccedenze della dignità ecclesiastica.
I parenti di Sisto V formarono una grossa famiglia, legata con altre
di prima schiera: più potenti vennero gli Aldobrandini sotto Clemente
VIII; nel 1620 i Borghesi aveano ricevuto da Paolo V scudi 689,727 in
denaro, 24,600 in valori di Monti, e cariche la cui compra ne sarebbe
costati 268,176, oltre terre, argenterie, mobili, gioje; sterminata
opulenza, da cui quella famiglia sviò l’invidia colla splendidezza e le
beneficenze.
Col denaro o con matrimonj questi nuovi nobili procacciavansi anche
signorie, ovvero i re ne gl’investivano per ingrazianirsi il papa:
Ludovisi ebbe il principato di Fano dagli Sforza, dai Farnesi quel
di Zagarolo, e per matrimonio quei di Venosa e Piombino; Urbano
VIII avendo chiesto ad una commissione fin a quanto il papa possa
donare, ebbe in risposta, al papato andare necessariamente congiunto
un principato temporale, e di questo poter lui donare liberamente
alla sua famiglia, fondare un maggiorasco d’ottantamila scudi
d’entrata netta, e dotar figlie per centottantamila. Si computò che
i tre fratelli Barberini ricevessero per cencinque milioni; ed essi
instavano, i consiglieri persuadevano, i potenti tolleravano che il
papa gl’infeudasse d’Urbino; ma egli seppe resistere, e lo unì, come
dicemmo, al patrimonio della santa Sede; solo al nipote Taddeo diede
la carica di prefetto di Roma, già ereditaria nei Della Rovere, e che,
oltre l’onore, fruttava dodicimila ducati. L’ambizione di questi nipoti
trasse Urbano in una deplorabile contesa.
Tra le case di nuova schiusa primeggiavano i Farnesi, duchi di Parma
e signori di Castro e Ronciglione, feudo papale tra la Toscana e
il Patrimonio di San Pietro, che giungeva sin alle porte di Roma, e
rendeva da tre milioni. Alessandro Farnese, dopo combattuto eroicamente
a Lépanto e in Fiandra, e fabbricata la cittadella di Parma, morì
di soli quarantott’anni (1592) per ferite ricevute all’assedio di
Rouen; e la sua statua equestre, opera di Gian Bologna, orna la
piazza di Piacenza insieme con quella del figlio Ranuccio. Costui, che
aspirò anche alla corona di Portogallo, e dal papa ebbe per sè e pei
successori la dignità di gonfaloniere quando sposò una Aldobrandini,
favorì le lettere e l’educazione; ma memore di Pier Luigi, temeva
sempre congiure, e considerando i sudditi come nemici, tali li facea
diventare.
Questo Tiberuccio (1612), come essi il qualificavano, pretese scoprire
una trama, della quale erano capi i Sanvitali, e partecipi le famiglie
Torelli, Masi, Scotti, Sala, Simonetta, Malaspina, Correggio, Canossa;
e coi modi che si suole provò che, sull’effigie di Maria aveano
giurato, in occasione del battesimo, trucidare lui e un suo neonato,
e il cardinale Farnese, i ministri, i soldati, e saccheggiar le case.
Invano la città e la nobiltà aveano mandato a chiedergli ragione
di quegli arresti; non poterono che ottenere una forma di processo,
dalla quale uscirono scolpati i men ricchi: ma i possessori de’ pingui
feudi di Colorno, di Sala, di Montechiarugolo furono decapitati o
impiccati, compresa la bella Barbara Sanvitali, un tempo amata dal
duca; un costei figlio fu schiacciato fra due pietre, l’altro evirato;
trattine al fisco i beni, forse unica loro colpa. Poichè i parenti
loro ne portavano doglianze al granduca, Ranuccio spedì a Cosmo una
copia del processo per mezzo d’un ambasciadore; e Cosmo gli mandò di
ricambio un processo, nel quale era provato in tutta forma che esso
ambasciadore aveva ucciso un uomo a Livorno; egli che a Livorno non era
stato mai. Dovunque sono secreti i processi, si rassegnino i principi
a quest’orribile dubbio. L’infante don Ferdinando di Parma, quando il
secolo passato mise di moda la filantropia, ordinò al generale Comaschi
di riassumere quel processo; ed egli dichiarò che, quanto alle forme,
la pena era stata legittima.
Per allora gli amici e i parenti de’ giustiziati si diedero a devastar
il Parmigiano; i duchi di Mantova e di Modena domandavano soddisfazione
dell’essere stati indicati come complici; e a pena il papa riuscì a
sviare la guerra.
Odoardo costui figlio, in lega coi Francesi (1622), per far guerra
agli Spagnuoli dovette contrarre debiti, ipotecandoli sul ducato di
Castro. Questo facea gola ai Barberini, i quali speravano che il duca,
ridotto in angustie, si rassegnerebbe a venderglielo; ma Odoardo,
principe d’alti sentimenti, d’ostinata volontà e scaltra prudenza,
mentre si guadagnava il vecchio pontefice col lodarne i versi e leggere
seco e commentare il Petrarca, dispettava i nipoti, e negò dar una
figlia al governatore don Taddeo: poi stanco delle vessazioni de’
Barberini, tutto armato con una trentina di seguaci presentossi allo
sbigottito papa, e gli riferì quel che nessuno osava, l’odio che i
nipoti attiravano sul suo governo, mostrando che aveano fin attentato
alla vita di lui. Viepiù inviperiti, i Barberini spinsero lo zio a
molti provvedimenti che deteriorassero le rendite di Castro, massime
a impedire d’estrarne i grani; di modo che i creditori, trovandosi
diminuite le entrate, disdissero l’appalto e reclamarono un compenso.
Odoardo allora munisce Castro di truppe e fortificazioni; il papa
vi vede un atto di ribellione, e armati seimila fanti e cinquecento
cavalli e artiglierie, scomunica Odoardo (1644), e move per togliergli
anche Parma e Piacenza. Ma il duca impegna fin le gioje per allestirsi
alla difesa; riesce a trar dalla sua Modena, Parma, Firenze, Venezia,
ingelosite dell’incremento del papa, e invade lo Stato del papa, il cui
esercito, quantunque numerosissimo, si volta in fuga. Roma sbigottisce
all’avvicinarsi del nuovo Attila, diceano i preti, del nuovo Borbone;
il papa rifugge in Vaticano, non meno sdegnato contro il Farnese che
contro i nipoti ingannatori: la guerra di quattro principi italiani
contro un papa italiano, menata fiaccamente, mandava intanto all’ultima
rovina il paese, ai soliti mali aggiungendosi i masnadieri, i cui capi
assumeano l’insegna d’alcuno de’ belligeranti. Alfine mediante Francia
si rinnovò la pace (1644), rimettendo le cose nel primo assetto: ma
il paese restò peggiorato di dodici milioni e molte vite, il papa
umiliato.
I Barberini erano aborriti per l’attentato, vilipesi pel mal esito;
diceasi che quaranta milioni d’oro fossero passati nelle loro mani
dalla Camera apostolica, rimasta indebitata di otto milioni; e
perchè le loro entrate fra ecclesiastiche e laicali sommassero a
quattrocentomila scudi, essersi gravato il popolo di straordinarie
gabelle, alienate poi col fondare nuovi Monti, e venderli a
particolari; sicchè dei due milioni d’oro che rendea lo Stato, un
milione e trecentomila andavano a pagare interessi, residuandone appena
settecentomila pei bisogni. Tutti aspettavano la vacanza per moderare
la monarchia, in modo che il pontefice cessasse di poter quello che
voleva; ma morto Urbano, i cardinali che aspiravano alla tiara non la
voleano diminuita.
Giambattista Panfili, col nome di Innocenzo X (1644) portato pontefice
dalla famiglia medicea, chiese severo conto ai Barberini; ma il
cardinale Mazarino, malvolto al papa dacchè questo avea negato la
porpora a un suo fratello, e preso segretario di Stato il cardinale
Panciroli suo avversario, godè di guadagnare alla causa francese una
famiglia così potente e denarosa, e che allora avea tre cardinali.
Gli accolse dunque in Francia, mentre i palazzi e Monti loro erano
sequestrati, e minaccie del parlamento e benigne lettere della regina
interpose affinchè fossero rintegrati. Il papa ricusava che altri
s’intrigasse della particolare giustizia di lui con sudditi suoi; e il
Mazarino, col pretesto di staccarlo dal favorire a Spagna, mandò ad
Orbitello un esercito, guidato da quell’inquieto Tommaso di Savoja.
I Barberini, che in Francia aveano preso per divisa le api sotto ai
gigli col motto _gratior umbra_, alfine vennero assolti come si suole
coi ladri grossi; anzi aggregati alla nobiltà di Venezia, cui aveano
ajutato di denaro contro i Turchi.
Il Panfili erasi sempre mostrato restìo nelle grazie, di sorta che
alla dateria lo chiamavano _Monsignor non si può_: e il rigore dei
primi tempi del suo pontificato, e la stretta economia promettevano un
papa intemerato: ma donn’Olimpia Maldachini, ricchissima viterbese,
la quale, sposando il fratello di lui, aveva dato lustro alla loro
famiglia, ben presto divenne arbitra d’ogni cosa; a lei visite gli
ambasciadori, a lei regali le Corti straniere e chi volesse impieghi;
il suo ritratto nelle stanze dei prelati; i Ludovisi, i Giustiniani,
gli Aldobrandini rinterzarono parentele, intrighi, amicizie, rivalità
domestiche, le quali recarono in cattiva nominanza Innocenzo.
Il vero è che il papa, più che settagenario, conservò la lealtà
operosa, obbligò i ricchi a soddisfare ai debiti verso i poveri,
stabilì ordine e sicurezza in Roma, e pensava abolire i piccoli
conventi, che diffusi in castelli e in campagne, annidavano ozio
e superstizioni. Non dando ombra ai principi italiani, riuscì a
quell’impresa di Castro dove l’impeto del suo predecessore era fallito.
Il vedere le bandiere farnesiane sventolare sì presso a Roma spiaceva
ai papi, tanto più che i Montisti, non soddisfatti de’ loro crediti,
recavano continui lamenti contro il duca. Il teatino Cristoforo Giarda,
dal papa nominato vescovo di Castro, mentre vi andava fu ucciso (1647),
e si credette opera di Ranuccio nuovo duca, o del provenzale Gioffredi
che il menava a sua voglia. Il papa ne vuole vendetta e assedia
Castro: Ranuccio arma, ma non può impedire che sia preso e distrutto,
e piantatavi una colonna che diceva, _Qui fu Castro_. Ranuccio,
minacciato anche ne’ proprj Stati, manda al supplizio il Gioffredi, e
cede Castro e Ronciglione, che crebbero i dominj ma insieme i debiti
della santa Sede.
Cotesti sono ben altri interessi che quelli in cui vedemmo faticarsi
i papi ne’ secoli di mezzo, quando chiamavano il mondo all’evangelica
civiltà, e difendevano le franchigie dell’uomo contro i tiranni di
qualunque maniera fossero, il regno della terra posponendo a quello de’
cieli, cioè alla verità, alla morale, alla giustizia.
Dopo trent’anni di guerra civile e religiosa, che devastò non
solo la Germania ma tutta l’Europa, fu conchiusa a Westfalia una
pace (1648), la quale, costituendo legalmente come protestante una
metà dell’Europa, toglieva ai papi ogni speranza di ricuperare il
mondo alla loro monarchia. Innocenzo protestò contro quell’atto,
riprovando, annullando, destituendo d’ogni effetto gli articoli suoi
come pregiudicevoli alla religione, al culto divino, alla salute
delle anime, alla sede apostolica, e rimettendo nel primiero stato
quanto concerne la sede romana, le chiese, i luoghi pii, le persone
ecclesiastiche. I fulmini avevano conservato il fragore, ma perduto il
colpo.
Tre mesi durata la schermaglia del conclave, uscì papa Fabio Chigi
(1655) col nome di Alessandro VII[4]. Avea declamato contro il
nepotismo, e vietò che parenti suoi entrassero in Roma: ma oramai era
necessità un cardinale nipote, col quale gli ambasciadori forestieri
usassero le confidenze che soglionsi al ministro degli affari esteri
negli altri paesi; e che di questo adempiendo gli uffizj, molti affari
lasciava alla congregazione di Stato. Alessandro dunque si abbandonò
anch’esso a un nipote, e ristrettosi alla letteratura e a fabbricare,
meditava raccogliere a Roma un collegio de’ più gran dotti cristiani
per valersene nelle controversie della fede e a confutare le opere
ostili, a mantenerli applicando i beni de’ monasteri rilassati. Ma
questo e altri vasti divisamenti la morte troncò.
Clemente IX (1667), che col nome di Giulio Rospigliosi avea fama di
buon poeta drammatico, la gabella del grano ricomprò coi risparmj
d’Alessandro VII, al cui nome ebbe la generosità di farne merito; e
sempre attese ad alleggerire gli aggravj imposti dai predecessori.
Procurò rinnovare il lanificio; sedeva egli stesso in confessionale;
visitava spesso gli spedali, in persona serviva dodici pellegrini ogni
giorno, e predicava ai pitocchi; non destituì gl’impiegati del regno
precedente; ai nepoti scarseggiò di favore; e istituì una società di
persone bennate, che facessero gli onori della città accogliendo i
viaggiatori, e mostrando le meraviglie di Roma. La presa di Candia, che
tanto egli aveva fatto per prevenire, gli accelerò la morte.
Scorsi quattro mesi e quattro giorni nel solito parteggiare, fu
proclamato (1670) Emilio Altieri ottagenario, che si chiamò Clemente
X. Non avendo nipoti, se ne creò coll’adottare la famiglia Paluzzi;
arricchendola ma del suo, risparmiando anzi a sgravio del popolo, e
detestando le quattro case impinguatesi coll’erario papale. Però gli
Altieri si valsero della sua vecchiaja per invadere i posti, e far
denaro.
Il più evidente argomento che alla varietà protestante opponesse la
Chiesa era l’inconcussa unità sua, e la maestosa tranquillità nel
vero; ma anche questa fu turbata. Il concilio di Trento avea lasciato
irresoluta la questione sulla natura della Grazia, mistero della
ragione e della fede; e sul modo di combinare il libero arbitrio
colla predestinazione. Alcuni teologi attribuivano tutto alla Grazia,
come i Domenicani: i Gesuiti sostenevano potere l’umana volontà anche
produrre da sè opere moralmente buone, elevarsi ad atti di fede,
speranza, carità, contrizione; allora Iddio concede la Grazia pei
meriti di Cristo, donde viene la santificazione; senza che sia tolta
l’attività al libero arbitrio, resa efficace da essa Grazia. Che le
questioni s’inveleniscano trattandole, è della natura umana, e sembra
più speciale de’ teologi, i quali, anche su punti abbandonati alla
discussione, si tacciano spesso l’un l’altro d’eresia. Clemente VIII
destinò una congregazione apposita sopra la quistione della Grazia,
e in persona assistette a sessantacinque adunanze, ma morì prima di
risolvere. Paolo V la congedò, ordinando un silenzio che era più facile
imporre che ottenere.
Giansenio, vescovo d’Ypres ne’ Paesi Bassi (-1638), pubblicò un
commento alla dottrina di sant’Agostino, dimostrandola differente
da quella che sosteneano i Gesuiti. Allora i teologi accampano gli
uni sotto la bandiera di quel santo, gli altri sotto la bandiera
di san Tommaso; Urbano VIII condanna il libro di Giansenio, alcune
Università lo difendono; cinque proposizioni di quello sono da
Innocenzo X riprovate; e i fautori di Giansenio, non avventurandosi
a impugnare l’autorità del papa, sostengono che esse non si trovano
nell’opera di lui. Così s’infervorò la setta dei Giansenisti, che
alcuni qualificarono di calvinismo temperato, poichè ammetteva anime
predestinate alla gloria o alla perdizione, esagerava nell’applicazione
de’ sacramenti in modo da renderli impraticabili, da perdere insomma
l’uomo per desiderio di troppa perfezione.
La Francia, che si era schermita dalla Riforma, e dove Luigi XIV avea
voluto conservare l’unità di credenze fin col cessare la tolleranza
che l’Editto di Nantes concedeva ai Protestanti, e col perseguitare
accannito chi perseverasse nell’eresia, allora si trovò scissa per
una disputa interna; uscirono infiniti libri tra serj e beffardi, tra
scientifici e popolari; si moltiplicarono bolle pontifizie: e sebbene
nessuna escludesse i Giansenisti dal grembo della Chiesa, venne a
complicarvisi la quistione della supremazia del papa; giacchè, se i
Giansenisti non impugnavano la sua autorità decisoria, voleano però si
potesse interpretarne i decreti.
Savie persone, moralisti rigorosi sostennero il giansenismo; e
l’austera scuola di Portoreale, che diede i Pascal, i Nicole, i
Sacy, gli Arnauld, i Racine, apponeva ai Gesuiti di condiscendere
ad una morale lassa, la strada del paradiso tappezzando di velluto,
e attenersi al _probabilismo_. Consiste questo nell’insegnare che,
fuori dei comandamenti di Dio e delle decisioni della Chiesa, si possa
attenersi all’opinione probabile; ma mentre probabile è l’opinione,
ad affermare la quale si hanno più ragioni che a negarla, alcuni
giudicavano tale quella che fu sostenuta da alcun teologo, sebbene da
altri combattuta.
La morale evangelica è consigliera indefettibile del partito più
umano, del più generoso; ma posta a cozzo coll’umana natura corrotta
e cogl’interessi individuali, resta offuscata dai suggerimenti
dell’opportunità. Chiamato a dirigere al confessionale le coscienze
individuali, e risolvere i dubbj particolari, qual terribile
responsabilità non pesa sul confessore, su cui potrebbe cadere la
colpa d’un atto consigliato, o non impedito, o assolto! Peccato che
l’uomo abbia, la Chiesa non vuole abbandonarlo alla disperazione, ma
lo chiama a pentire e soddisfare; però al pentito la riparazione non è
sempre possibile, nè in preciso grado può determinarsi. In molti paesi
poi sussisteva l’Inquisizione con norme severissime; e il lasciare
un anno senz’assoluzione il peccatore, lo esponeva a quel rigido
tribunale. Convenne dunque studiar ripieghi e compensi, che salvando i
diritti della coscienza, affidassero del perdono, senza allettare colla
soverchia agevolezza.
Da ciò nacque la scienza _casistica_, forse calunniata oltre il dovere.
Il confessore non giudica se non sopra ciò che il penitente gli espone,
e quindi innanzi tutto deve por mente all’intenzione, giacchè chi si
confessa di un fallo mostra che la coscienza gliene rimorda, mentre chi
opera contro coscienza pecca, quand’anche l’azione fosse irreprovevole.
Ciò che più monta, il confessore dee porgere consigli per l’avvenire;
onde avendo in mano le coscienze e le volontà dell’infimo uomo come
del re, deve, fra la rettitudine subjettiva e l’objettiva, procurare
scrupolosamente quell’accordo, nel quale sta la perfezione dell’atto
morale. Or quanti casi non possono presentarsi! quante sottigliezze a
spiegare! quanta varietà di circostanze a valutare! Ecco dunque, e non
più per dispute di scuola, ma per immediata applicazione, rinascere
tutti i dubbj della morale; e se attenersi alla stretta lettera della
legge, o permettersene l’interpretazione.
Maggiori esitanze sorgevano nelle regole della veridicità, e nelle
obbligazioni originate da promessa. Che questa, anche data per
ignoranza, o carpita con frode o violenza, obblighi ad ogni patto,
è conforme al sentimento dell’abnegazione volontaria che il vangelo
impone. Però sentivasi necessario racconciarsi colle circostanze e
colle passioni, se non altro per salvare l’imperio della coscienza.
Già in troppi casi l’interesse avea trovato sofismi onde fallire
a una promessa; il mondo era abituato a transazioni fra la legge
della carne e quella dello spirito, e nell’esitanza appoggiarsi ad
esempj, ad opinioni individuali: ma ai Gesuiti si diè colpa d’avere
per sistema stabilito una morale condiscendente, che ne conservò
proverbialmente il nome. Nati nel secolo di Machiavelli e di Montaigne,
faticando più che macerandosi, vôlti all’utile del genere umano ch’essi
consideravano identico col trionfo della santa Sede, quanti ostacoli
avrebbero trovati insuperabili se non avessero accettato per iscusa
la rettitudine del fine! Chiamati a dar parere ai grandi, poteano
sempre conciliare colla stretta onestà le convenienze e le inesorabili
necessità della politica? e col ripudiare quest’insigne ministero,
doveano privarsi di un sì potente mezzo di servire alla Chiesa e
all’umanità?
Che che ne sia, col probabilismo non hanno a fare coloro che stillano
sofismi per iscagionare i delitti, o camuffano la bugia in restrizioni
mentali ed espressioni ambigue: e certamente quel secolo fu assai
meno machiavellico del precedente. Ma quistioni tanto vitali in tempo
che tutti andavano al confessore, non è meraviglia se porsero lungo
esercizio ai teologi non solo, ma ed ai parlamenti ed al bel mondo: e
qualche anima superbamente inane cercò fino ripascolarne l’età nostra,
in ben altri interessi e in ben più profondi dubbj sommersa.
La disputa intanto esacerbò l’avversione contro i Gesuiti; e se nel
secolo precedente erano denunziati di fanatici oppositori all’eresia,
allora tacciaronsi di mondani, avversi agli austeri: il bel mondo prese
parte pei rigoristi; i parlamenti e gli avvocati si compiacquero di
abbattere su campo non loro quei campioni della santa Sede; e dopo
che Pascal avventò contro loro le _Lettere provinciali_, immortali
mentitrici, il litigio teologico si trovò presentato al tribunale
affatto incompetente del senso comune, e dibattuto coi lazzi e
coll’ironia: intanto che deturpavasi con indegni procedimenti; il re di
Francia perseguitò i Giansenisti fin ne’ ricoveri dove cercavano pietà
e dimenticanza, si negarono i sacramenti a chi non ne rinnegava le
opinioni, e persone venerate per santità soffersero il castigo di empj.
Altra quistione. Il concilio Tridentino avea proferito che tutti hanno
il peccato originale, ma in questa generalità non intendere compresa
Maria: Pio V condannò Bajo che credè concepita lei pure colla macchia;
e venutane disputa, Pio V adunò una consulta di cardinali e teologi,
i quali difesero l’immacolata concezione: Urbano VIII, a istanza del
duca di Modena, creò i cavalieri dell’immacolata concezione, e molte
chiese si fondarono sotto questo vocabolo: Gregorio XV, a supplica
de’ principi, vi aveva dedicato un giorno festivo, che Clemente
XI rese comune a tutta la cristianità (1700); ma non per questo fu
dogmaticamente pronunziato sopra quel mistero fino ai dì nostri.
Allora incalzavasi sempre più Roma a definire intorno alla Grazia: ma
essa inclinava a non restringere la libertà del pensare sopra materie
tanto sottili; pure alfine colla bolla _Unigenitus_ (1715) Clemente XI
condannò l’opera di Quesnel ch’era come lo stillato del giansenismo,
segnandovi cento e una proposizioni fallaci. Non per questo cessa la
disputa; concilj provinciali e dichiarazioni parziali l’ammendano,
le scuole ne rimangono scisse, dando ai Protestanti di che ridere
sull’asserita unanimità nelle verità cattoliche, e più ai Filosofisti,
che fra i rottami dei due combattenti spargevano lo scetticismo e la
negazione.
Molti danni ne vennero ai pontefici, e più ad Innocenzo XI (1676),
ch’era stato Benedetto Odescalchi di Como. Sant’uomo, fu acclamato
dal popolo durante il conclave, per quanto egli repugnasse. Pensava
emanare una bolla contro del nepotismo, cui tutti i cardinali dovessero
soscrivere; ma non vi riuscì: pure non volle attorno nipoti, solo a
don Livio Odescalchi rassegnando i beni patrimoniali; ai ventiquattro
segretarj apostolici restituì il denaro con cui aveano compre le
cariche, affinchè cessassero d’essere venali; riformò la tavola
papale, ricevendovi soltanto persone specchiate; esortò i cardinali a
correggere l’eccessivo lusso di famiglia e carrozze; sfrattò i giuochi
zarosi e le persone scandalose; cercò reprimere l’uso d’indebitarsi;
almeno coi decreti corresse i costumi; le donne andassero coperte fino
al collo e al pugno, maschi non insegnassero musica alle fanciulle;
interdisse le clamorose mascherate, fece ricoprire l’inverecondia del
mausoleo di Paolo III, condannò sessantacinque proposizioni di morale
lassa, tratte da casisti.
Il gran Luigi XIV re di Francia aveva allora introdotto e fatto
ammirare il despotismo amministrativo; e all’onnipotenza del re,
proclamata come un grand’acquisto della nazione francese, non rimaneva
più che di sottomettere la Chiesa, e collocare il trono più alto che
l’altare. Sul modo di coesistere la Chiesa collo Stato erasi sospeso
di contendere fra i Cattolici allorchè entrambi si trovarono a fronte
un nemico comune; tolto questo, rinacquero in seno al cattolicismo
due quistioni: il papa è superiore al concilio, cioè infallibile anche
nelle decisioni che prende senza di questo? il papa ha supremazia sovra
le corone, per proteggere e consacrare l’autorità di esse e impedirne
l’abuso?
La Chiesa, ringiovanita nel concilio di Trento, riprodusse le antiche
pretensioni per le immunità giurisdizionali: ma i principi erano meno
che mai disposti a consentirvi; l’Impero e fin la Spagna cercavano
restringere l’indipendenza de’ nunzj; Francia ne sottraeva le cause
matrimoniali, gli escludeva dai processi per delitti, mandava preti
al supplizio senza prima degradarli, pubblicava editti sull’eresia
o la simonia, Venezia limitava le nomine riservate a Roma; insomma
anche i principi cattolici sottraevansi alla dipendenza nelle cose
ecclesiastiche; e il papato aveva a difendersi da sempre nuovi
attentati, dove l’opinione era subordinata alla politica.
La Francia volea tenersi cattolica, ma purchè Roma non s’ingerisse
nello Stato, e la Chiesa, fatta nazionale e ridotta un congegno
dell’amministrazione, avesse per capo il re, per giudici le assemblee
nazionali: e le _libertà gallicane_, che quando Roma era onnipotente
eransi introdotte acciocchè essa non mettesse ostacoli al libero
volere del re, e che assoggettavano gli ecclesiastici all’autorità
civile, privandoli dell’appoggio che trovavano in un potere lontano
e indipendente, furono allora ridestate. Fra una nuova scossa che il
libero pensare dava al sentimento dell’autorità, base ai regolamenti
del medioevo; e dopo avere nel secolo precedente fatto la gran protesta
contro la Chiesa, ora in seno alla Chiesa stessa scoteva l’obbedienza
al pontefice per attribuirla al re, al quale poi nel secolo successivo
la ricuserebbe.
Già Richelieu avea litigato con Urbano VIII su tali pretensioni,
fin a proibire di mandar denaro a Roma per affari di cancelleria;
ma il papa colla moderazione evitò una rottura. Luigi XIV trovò ben
presto nuovi appigli, e cominciò a trarre a sè la _regalia_ di tutto
il regno, cioè d’amministrare i vescovadi vacanti, goderne i frutti
intercalari e nominare ai benefizj dipendenti; e ciò anche nei paesi
che di fresco avea conquistati, e pei quali non vegliavano nè accordi
anteriori nè consuetudini. Innocenzo XI vi scôrse un intacco delle
ragioni pontifizie; ma il parlamento, che sempre zelò il trionfo del
diritto civile sopra il canonico, oppose editti alle bolle, e sbandì
i fautori di Roma; l’assemblea poi del clero di Francia espresse una
_dichiarazione_ (1682), divenuta simbolo della Chiesa gallicana: i papi
non avere podestà in materie civili, nè i principi essere sottomessi
a veruna autorità ecclesiastica; il concilio essere superiore al
pontefice; a questo competere la parte primaria nelle quistioni di
fede, ma le sue decisioni non essere irreformabili se non quando
consentite dall’universa Chiesa. Così restava tolto a Roma di far
citazioni o ricevere appellazioni da verun suddito francese; nessuna
giurisdizione più al nunzio; le bolle valeano nel regno sol dopo
esaminate. A quella Dichiarazione Luigi diè forza di legge, proibendo
d’insegnare il contrario; gli avvocati francesi piacevansi d’intaccare
l’attuazione esterna della Chiesa; e a quella universale che fin allora
avea regolato il mondo, tendevasi a sostituire chiese nazionali,
a piacimento dei re. Innocenzo XI cassava gli atti concernenti la
regalìa, ed esortando il clero a ritrattarsi, negò l’istituzione
canonica ai nuovi vescovi eletti; e Luigi, non avvezzo ad opposizione,
pensò vendicarsene.
Gli ambasciadori residenti a Roma vi godeano l’immunità, vale a dire
che il palazzo di essi e le case attigue restavano esclusi dalla
giustizia del paese; sicurezza opportuna in tempi violenti, ma poi
stranamente abusata. E poichè l’esempio erasi dilatato a palazzi di
cardinali e di principi, in tutta Roma il governo vedeasi tolta quasi
ogni giurisdizione; all’ombra di questo o di quell’altro ambasciadore,
si teneano giuochi proibiti, si esercitava il contrabbando, si
ricoveravano d’ogni qualità malfattori, che da quegli asili sbucavano
poi a misfare; per lo meno pretendevasi vendere senza dazj nello spazio
privilegiato, e che ai confini e alle porte non fossero esaminate le
carrozze e le persone attinenti a principi, o portanti le loro insegne;
quand’anche non istrappavansi dalla giustizia i delinquenti a mano
armata. Qual governo regolato poteva comportare tanto sconcio? Giulio
II colla bolla _Cum civitates_ avea abolite le franchigie; Pio IV e
Gregorio XIII aveano usato altrettanto, ma con fiacchezza; Sisto V,
appena pontefice, colla bolla _Hoc nostri pontificatus initio_ tolse
le immunità alle case d’ambasciadori, di cardinali, di principi,
dichiarando reo di maestà e scomunicato chiunque desse asilo a banditi
o malfattori, o impedisse i ministri di giustizia; e agli ambasciadori
cantò che volea Roma per sè solo, nè altro asilo che quel delle
chiese, quando e quanto il giudicasse a proposito. E tenne la parola,
perchè dalle case stesse degli ambasciadori, non che de’ prelati, fece
strappare i malfattori, e metterli in galera o alla forca.
Gli abusi non tardarono a rinascere peggiorando: sicchè Innocenzo
XI pensò fare che ogni nuovo ambasciadore entrando rinunciasse
alla franchigia. Le altre Potenze il trovarono giusto: Luigi no,
rispondendo: — Io non mi regolo sull’esempio altrui». Il papa,
inflessibile per coscienza e sicuro dell’integrità delle sue
intenzioni, stette saldo, e usando del diritto sovrano, dichiarò
abolite le immunità: ma il re imperioso vi oppose la forza, e ordinò
che il nuovo ambasciadore marchese di Lavardin facesse l’entrata (1687)
con ottocento seguaci, armati fino ai capelli, che facevano la ronda dì
e notte per tutto il quartiere circostante al palazzo di Francia. Il
papa gli ricusa udienza; e perchè ostinavasi, l’interdice; e Lavardin
fa cantar messa in propria presenza in San Luigi de’ Francesi; entra
anche in San Pietro con seguito formidabile, ma gli ecclesiastici ne
escono tutti immediatamente[5].
Tutta Europa curvavasi al prepotente Luigi, solo questo vecchierello
osava resistergli, invocando il crocifisso a dargliene forza[6]; e non
v’è opposizione che ai violenti spiaccia quanto la tacita e negativa.
Luigi dunque ricorre agli spedienti regj, occupa Avignone e il contado
Venesino, terre di Francia appartenenti al papa, e minaccia mandare un
esercito in Italia per risuscitare le pretensioni dei Farnesi sopra
Castro. Non per questo Innocenzo piegò: intanto le chiese di Francia
rimangono vedove; Luigi, che alle sue stragi in Linguadoca e tra i
Valdesi avea pretessuto lo zelo di cattolicismo, allora si trovava
al cozzo col capo di questo, e i timorati paventavano d’uno scisma;
sicchè alfine il superbo monarca restituì Avignone, consentì d’abolire
quelle immunità, e quanto alla Dichiarazione del clero aderì «di non
far osservare il contenuto nel suo editto»; talchè, senza ritrattarlo,
restò libero di discuterne.
Innocenzo, che anche prima aveva esortato più volte Luigi XIV non desse
orecchio agli adulatori, nè attentasse alle libertà ecclesiastiche,
diede ricetto ai vescovi da quello perseguitati, benchè fossero
giansenisti, e sempre si mostrò schivo da vili dipendenze. Per
piacenteria al gran re, i Francesi vilipesero la memoria di lui; ma
il popolo l’ebbe per santo e ne conservò le reliquie, la posterità per
uno de’ più integri e disinteressati pontefici. Nell’ultima malattia, a
stento ammise il nipote don Livio; l’esortò ad imitare gli esempi aviti
nel soccorrere i poveri, non si brigasse negli affari della Chiesa e
molto meno nel conclave, convertisse centomila scudi in opere pie, e il
rimandò colla sua benedizione.
Ma Pier Ottoboni veneziano, succeduto (1689) di settantanove anni col
nome di Alessandro VIII, in ventisei mesi s’affrettò ad impinguare i
nipoti. Quando morì stava per disapprovare gli atti dell’assemblea del
clero di Francia del 1682; onde assai importando a questa d’avere un
papa connivente, scandaloso conflitto s’agitò per cinque mesi, finchè
sortì Antonio Pignatelli di Napoli (1691) col nome d’Innocenzo XII.
L’entrata allora sommava a due milioni quattrocento mila scudi,
compreso la dataria e i casuali, e la spesa eccedeva di censessantamila
scudi; e Innocenzo XII abolì molti abusi ed esenzioni, restrinse
l’interesse dei Monti, ma non evitò il fallimento che col proprio
rigore. Nel naufragio della pubblica fortuna ognuno cercava ciuffare
quanto potesse del patrimonio pubblico, e cacciavasi a impieghi e
a cariche. Oltre il ricavo dei quattro mesi di vacanza, dicono non
vi fosse auditore della Sacra Rota, il quale non imborsasse per
cinquecento scudi di strenne a Natale. I favoriti, non solo ricevevano
ingordi regali da chi aspirava a grazie, ma riservavansi assegni sopra
le cariche che faceano ottenere, sopra la giustizia che faceano rendere
o deviare. Talora ai benefizi conferiti accollavasi una pensione a
favore di qualche membro della Corte: e fu volta che i ricchi vescovadi
d’Urbino, d’Ancona, di Pesaro non trovavasi chi li volesse, tanto di
contribuzioni e riserve erano caricati. Ne veniva che gl’impieghi
fossero cerchi dai ricchi come vantaggio personale; le cause si
eternavano, gli appelli rimanevano inascoltati.
L’amministrazione era attributo della prelatura. Per disposizione
d’Alessandro VII, a divenire referendario di segnatura uno dovea
avere ventun anno, mille cinquecento scudi d’entrata, laurea in legge
e pratica di tre anni sotto d’un avvocato. Quel grado conduceva al
governo d’una città e d’una provincia, a qualche nunziatura, ad un
sedile nella Sacra Rota ovvero nelle Congregazioni, avviamenti al
cappel rosso e al grado di legato. In questa sublime dignità, allo
spirituale era annesso il poter temporale, modificato però nella
Romagna da privilegi municipali. Ma dei magistrati delle provincie
il cardinale Sacchetti scriveva ad Alessandro VII: — Son flagelli
peggiori che le piaghe d’Egitto. Popoli non conquisi colla spada, ma
venuti sotto l’autorità della santa Sede per donazione di principi o
sommissione volontaria, sono trattati più immanemente che gli schiavi
in Siria e in Africa. Chi può dir queste cose e non piangere?»[7].
Innocenzo XII mise qualche ordine alla giustizia, sopprimendo
giudicature che complicavano i processi; tolse la venalità d’alcuni
uffizj di curia ed altre fonti d’impuri lucri; aperse ricoveri pei
poveri in Laterano e a Ripetta onde sbrattar Roma dagli accattoni;
migliorò Civitavecchia cercando prevalesse al crescente Livorno; e
pensava ristabilire Porto d’Anzo, e sanare le paludi Pontine. Alla
riforma del lusso trovò ostacoli in quei che ne vantaggiavano, e nei
Francesi che ne traevano lucro; proibì di giocare al lotto; pensò
riformare alcuni ordini degenerati, ma qui pure incontrò difficoltà
gravi. Fece soscrivere ai cardinali una bolla che condannava il
nepotismo, e fu detto che suoi nepoti erano i poveri; e a Celestino
Sfondrati diede incarico di scrivere la storia de’ papi che eransi
traviati dietro all’affetto pei nepoti.
Gianfrancesco Albano di Pesaro, che, dopo lungo ricusare, accettò
la tiara (1700) col nome di Clemente XI, continuò un parchissimo
trattamento e gli studj, già delizia del suo vivere privato; parenti
non volle a Corte, nè che assumessero titoli o ricevessero regali, e
così dovea fare chiunque bramasse piacergli. Spedì missionarj nella
Persia e nell’Abissinia; impegnò Luigi XIV a ottenere dai Turchi
migliori condizioni agli Armeni ed altri Cattolici di Levante; molti
prelati della Chiesa greca vide riunirsi alla nostra, della quale
vigilava gl’interessi appo tutte le potenze; eresse spedali, una casa
per gli ecclesiastici forestieri, una pei vescovi di Mesopotamia
fuggiaschi; rapaci granaj, il porto d’Anzo, acquedotti a Roma e a
Civitavecchia, fortezze per assicurare le coste dai Barbareschi; riparò
strade, disseccò paludi, fece erigere dal Fontana la colonna Antonina e
restaurare il Panteon, trofeo della Vittoria di Cristo sovra gli Dei.
Visto come i giovani, sebbene tenuti distinti dagli adulti, uscissero
sempre peggiorati dalle carceri, all’edifizio di San Michele a Ripa,
per disegno d’esso Fontana, faceva unire una casa di correzione pei
delinquenti di sotto dei vent’anni. Oltre le camere dei custodi e d’un
ecclesiastico, v’ebbe sessanta cellule in tre piani attorno ad un’ampia
sala, in fondo alla quale una cappelletta e l’altare; un priore
per istruirli nella morale e nella religione; probi artigiani per
ammaestrarli in qualche mestiere. I genitori poteano farvi chiuderei
loro figliuoli, che cercavasi emendare collo staffile e colle prediche;
e ottant’anni durò questo penitenziario, che prevenne i tentativi cui
ora s’affaticano a gara i governi buoni. Nè vogliamo tacere che, due
anni prima, il sacerdote Filippo Franci avea disposto a Firenze il
carcere di San Filippo colla reclusione cellulare.