IV.

Era difficile mantenersi in equilibrio, sulla coperta: il ponte mancava

sotto i piedi, e la raffica urlante fra le soprastrutture faceva impeto

contro le persone. I due ufficiali, curvi per resistere alla furia del

vento, spruzzati dalla spuma che volava per il ponte, si diressero a

prora. Giunti in prossimità della plancia, Barbarini disse al

subordinato:

--Vada sul castello. Pare che le rizze abbiano ceduto. Se ne assicuri e

provveda.

E salì sul palco del comando.

Luigi Carleoni, corso al castello, vi trovò una dozzina di gabbieri già

raccolti dal primo nostromo e intenti a rivestirsi dei cappotti

impermeabili. Col crescere del mare le áncore avevano cominciato a

soffrire, infatti: il comandante, avvertito dall'ufficiale di guardia,

aveva lasciato la sua mensa solitaria, e dalla plancia, mandato a

chiamare il secondo, aveva impartito le prime disposizioni.

--Passiamo le rizze in cavo al ceppo ed alle marre!--ordinò il giovane,

dopo aver indossato anch'egli un impermeabile.--Qua un paranchetto:

incocciatelo a quel golfare....

Gli uomini eseguivano gli ordini quando sopravvenne il secondo.

--Ma in che modo furono fissate queste rizze?--osservò con voce

irritata.--Mi pare che oggi lei abbia la testa altrove, Carleoni! Eccoci

ora costretti a lavorare con questa razza di tempo!

Il rimproverato non rispose, dando mano a snodare le cime.

Di lassù la gravità della procella riusciva più manifesta. La libecciata

investiva furiosamente la «Siracusa»: agli assalti degli enormi marosi

la sua prora non tagliava più le acque, si abbassava e rialzava, come

impennata; poi, ritirandosi il mare e scavandosi dinanzi alla nave,

questa pareva scivolare per la liquida china; ma l'orlo della voragine

si rialzava, si rigonfiava, si rovesciava sul castello con un crepitio

di cristalli infranti, scorrendo sulla coperta, lanciando gli estremi

spruzzi fino sulla plancia. Fermo nel centro del castello, con gli occhi

al mare ed agli uomini, Barbarini gridava a Carleoni, al sorgere

minaccioso d'ogni nuova cresta spumeggiante:

--Attenzione!... Faccia attenzione per la gente!...

--Agguantatevi!--gridava a sua volta il giovane, e l'operazione restava

un momento sospesa, i corpi dei marinai si curvavano, sparivano,

incappellati dall'ondata, per rialzarsi poco dopo. Allora il lavoro era

ripreso con nuova lena. Snodate come lunghe e nere serpi, le rizze in

cavo erano passate e ripassate attorno alle áncore, tesate a ferro ed

assicurate alle bitte.

--Da bravi, ragazzi!--esclamava Carleoni, incorando i suoi uomini,

lavorando con essi.--Fazio, agguántati bene, e passa questa cima sotto

la marra....

Egli stesso si sporse fuori bordo per ricevere il cavo che il gabbiere

gli tendeva da sotto l'áncora. Con lo zelo di uno che ha qualche cosa da

farsi perdonare, diede anche mano a tesare i paranchi, esponendosi più

del bisogno, quasi sfidando il pericolo.

Ma di momento in momento il lavoro riusciva più difficile; la furia del

mare era spaventosa, sul gran lividore delle acque correvano, come

bagliori fosforici, le spume squassate e dissolte in nembi di

pulviscolo; la prora s'affondava più basso, le masse d'acqua franavano

da più alto. Ora anche dalla plancia venivano i gridi d'avvertimento

lanciati col portavoce dall'ufficiale di guardia:

--Attenti a prora!... Attenti a prora!...

La voce del capo echeggiò a un tratto, concitata:

--Cerchi di sollecitare, Barbarini!... Non mi piace di veder lì quella

gente!... Faccia sgombrare presto il castello!...

E Barbarini, accostandosi agli uomini, ripetè:

--Su, Carleoni.... Carleoni, dov'è?...

Nel gruppo degli uomini uniformemente incappottati, coi cappucci

abbassati, non si riconosceva nessuno.

--Eccomi, comandante....

--Ha sentito?... Si sbrighi!...

--Ancora un momento, e avremo finito.... Animo, figliuoli.... Lavoriamo

di lena!...--Sottovoce, ai più vicini, con aria gioconda,

soggiunse:--Anche sulla plancia c'è cattivo tempo, stanotte!...

Sbrighiamoci, e vi manderò una bottiglia!...

Ma subito dopo, dal portavoce, un grido:

--Statevi in guardia!... Agguantatevi forte, per Dio!

Un colpo di mare formidabile, un'enorme muraglia d'acqua s'innalzò dal

tagliamare, rovinò sul castello con l'impeto e lo scroscio d'una

valanga. La prora parve inabissata, la nave tagliata a metà. E nel

fragore della tempesta il lugubre grido della vedetta piombò dall'alto

dell'albero:

--Un uomo in mare!

Risollevandosi la prora si videro sul castello gruppi di marinai

carponi, afferrati alle bitte, alle áncore, ai candelieri della

battagliola; si udì la voce del comandante in seconda ordinare:

--Tutti via dal castello!... Alla lancia di salvataggio!...

Il rombo della macchina era cessato, come se la nave fosse stata ferita

al cuore; dopo un istante riprese, più cupo, più sordo, coperto

dall'ululo della sirena. Le eliche battevano le acque in senso inverso

per vincere l'abbrivo, per arrestare la corsa, per tornare nel punto del

sinistro. Fasci di luce, dai riflettori improvvisamente accesi, ruppero

la notte rischiarando l'orrore. Sul ponte luccicante nere ombre

correvano, le vedette predesignate salivano a riva, ufficiali e marinai

lanciavano oltre il bordo i salvagente. Da poppa era stato gettato anche

quello luminoso, e al contatto dell'acqua un anello di fuoco si era

acceso e fumigava sulle onde. Senza ordini, al grido tremendo, la

guardia di servizio prendeva i posti assegnati, tutti compivano il loro

ufficio, addestrati alla lugubre manovra dall'esercizio quotidiano.

Sulla plancia il comandante aveva detto all'ufficiale di guardia:

--Assumo il comando. Chiami la guardia franca.

E giù, nel ponte di batteria, al grido: «Tutti in coperta!» i dormienti

si destavano, saltavano dalle brande, si vestivano alla meglio,

correvano alle scale.

--Arma la lancia di salvataggio!

Già gli uomini dell'armamento, rivestite le cinture di sughero, si erano

raccolti intorno al secondo, e un'altra schiera di animosi gli si

offeriva:

--Vogliamo andare!... A noi, comandante!...

--Tocca a noi!... Tocca a noi!...

Barbarini fece cessare la gara, esclamando:

--Vadano i destinati!

Poi chiamò:

--Roccaforte!... Dov'è il sottotenente di vascello Roccaforte?...

Il giovane, cui toccava il pericoloso ufficio di comandare la lancia,

era corso a prora appena udito il grido della vedetta, cercando Luigi

Carleoni; non trovandolo, si era arrampicato sul castello, vi si

manteneva quasi carponi, avvolto fra le spume, per spiare oltre il

bordo, con la febbre dell'ansia sul viso. Energici richiami, grida di

ammonimento lo scossero:

--Roccaforte!... Signor tenente!... Via di lì!... Chi è quell'uomo

lassù?...

Allora discese, corse alla lancia, vi saltò dentro con la cintura non

ancora affibbiata, immediatamente seguito da tutti i suoi uomini agili e

muti. La leggera imbarcazione restò col suo carico umano sospesa

sull'abisso urlante e vorace. Ormai ferma, la nave danzava una più folle

danza; il pericolo che il debole guscio fosse sbattuto ed infranto

contro il fianco d'acciaio era evidente. Barbarini restava esitante, con

lo sguardo fiso e la fronte corrugata.

--La lancia è pronta,--gridò poi, verso il ponte del comando.--Posso

ammainarla?

--Ammaina!

Il secondo fece rapidamente interporre i parabordi e ripetè l'ordine. Le

pulegge dei paranchi stridettero, la lancia scese lentamente ed

egualmente dai due capi. Ma non era giunta a metà della discesa, che ad

una rollata più forte imbarcò un torrente d'acqua e die' di cozzo contro

la nave con un urto sordo.

--Agguanta a filare! La gente sotto i banchi, e non si muova!

La messa di nozze; Un sogno; La bella morte · 第 17 / 21 题