Era difficile mantenersi in equilibrio, sulla coperta: il ponte mancava
sotto i piedi, e la raffica urlante fra le soprastrutture faceva impeto
contro le persone. I due ufficiali, curvi per resistere alla furia del
vento, spruzzati dalla spuma che volava per il ponte, si diressero a
prora. Giunti in prossimità della plancia, Barbarini disse al
subordinato:
--Vada sul castello. Pare che le rizze abbiano ceduto. Se ne assicuri e
provveda.
E salì sul palco del comando.
Luigi Carleoni, corso al castello, vi trovò una dozzina di gabbieri già
raccolti dal primo nostromo e intenti a rivestirsi dei cappotti
impermeabili. Col crescere del mare le áncore avevano cominciato a
soffrire, infatti: il comandante, avvertito dall'ufficiale di guardia,
aveva lasciato la sua mensa solitaria, e dalla plancia, mandato a
chiamare il secondo, aveva impartito le prime disposizioni.
--Passiamo le rizze in cavo al ceppo ed alle marre!--ordinò il giovane,
dopo aver indossato anch'egli un impermeabile.--Qua un paranchetto:
incocciatelo a quel golfare....
Gli uomini eseguivano gli ordini quando sopravvenne il secondo.
--Ma in che modo furono fissate queste rizze?--osservò con voce
irritata.--Mi pare che oggi lei abbia la testa altrove, Carleoni! Eccoci
ora costretti a lavorare con questa razza di tempo!
Il rimproverato non rispose, dando mano a snodare le cime.
Di lassù la gravità della procella riusciva più manifesta. La libecciata
investiva furiosamente la «Siracusa»: agli assalti degli enormi marosi
la sua prora non tagliava più le acque, si abbassava e rialzava, come
impennata; poi, ritirandosi il mare e scavandosi dinanzi alla nave,
questa pareva scivolare per la liquida china; ma l'orlo della voragine
si rialzava, si rigonfiava, si rovesciava sul castello con un crepitio
di cristalli infranti, scorrendo sulla coperta, lanciando gli estremi
spruzzi fino sulla plancia. Fermo nel centro del castello, con gli occhi
al mare ed agli uomini, Barbarini gridava a Carleoni, al sorgere
minaccioso d'ogni nuova cresta spumeggiante:
--Attenzione!... Faccia attenzione per la gente!...
--Agguantatevi!--gridava a sua volta il giovane, e l'operazione restava
un momento sospesa, i corpi dei marinai si curvavano, sparivano,
incappellati dall'ondata, per rialzarsi poco dopo. Allora il lavoro era
ripreso con nuova lena. Snodate come lunghe e nere serpi, le rizze in
cavo erano passate e ripassate attorno alle áncore, tesate a ferro ed
assicurate alle bitte.
--Da bravi, ragazzi!--esclamava Carleoni, incorando i suoi uomini,
lavorando con essi.--Fazio, agguántati bene, e passa questa cima sotto
la marra....
Egli stesso si sporse fuori bordo per ricevere il cavo che il gabbiere
gli tendeva da sotto l'áncora. Con lo zelo di uno che ha qualche cosa da
farsi perdonare, diede anche mano a tesare i paranchi, esponendosi più
del bisogno, quasi sfidando il pericolo.
Ma di momento in momento il lavoro riusciva più difficile; la furia del
mare era spaventosa, sul gran lividore delle acque correvano, come
bagliori fosforici, le spume squassate e dissolte in nembi di
pulviscolo; la prora s'affondava più basso, le masse d'acqua franavano
da più alto. Ora anche dalla plancia venivano i gridi d'avvertimento
lanciati col portavoce dall'ufficiale di guardia:
--Attenti a prora!... Attenti a prora!...
La voce del capo echeggiò a un tratto, concitata:
--Cerchi di sollecitare, Barbarini!... Non mi piace di veder lì quella
gente!... Faccia sgombrare presto il castello!...
E Barbarini, accostandosi agli uomini, ripetè:
--Su, Carleoni.... Carleoni, dov'è?...
Nel gruppo degli uomini uniformemente incappottati, coi cappucci
abbassati, non si riconosceva nessuno.
--Eccomi, comandante....
--Ha sentito?... Si sbrighi!...
--Ancora un momento, e avremo finito.... Animo, figliuoli.... Lavoriamo
di lena!...--Sottovoce, ai più vicini, con aria gioconda,
soggiunse:--Anche sulla plancia c'è cattivo tempo, stanotte!...
Sbrighiamoci, e vi manderò una bottiglia!...
Ma subito dopo, dal portavoce, un grido:
--Statevi in guardia!... Agguantatevi forte, per Dio!
Un colpo di mare formidabile, un'enorme muraglia d'acqua s'innalzò dal
tagliamare, rovinò sul castello con l'impeto e lo scroscio d'una
valanga. La prora parve inabissata, la nave tagliata a metà. E nel
fragore della tempesta il lugubre grido della vedetta piombò dall'alto
dell'albero:
--Un uomo in mare!
Risollevandosi la prora si videro sul castello gruppi di marinai
carponi, afferrati alle bitte, alle áncore, ai candelieri della
battagliola; si udì la voce del comandante in seconda ordinare:
--Tutti via dal castello!... Alla lancia di salvataggio!...
Il rombo della macchina era cessato, come se la nave fosse stata ferita
al cuore; dopo un istante riprese, più cupo, più sordo, coperto
dall'ululo della sirena. Le eliche battevano le acque in senso inverso
per vincere l'abbrivo, per arrestare la corsa, per tornare nel punto del
sinistro. Fasci di luce, dai riflettori improvvisamente accesi, ruppero
la notte rischiarando l'orrore. Sul ponte luccicante nere ombre
correvano, le vedette predesignate salivano a riva, ufficiali e marinai
lanciavano oltre il bordo i salvagente. Da poppa era stato gettato anche
quello luminoso, e al contatto dell'acqua un anello di fuoco si era
acceso e fumigava sulle onde. Senza ordini, al grido tremendo, la
guardia di servizio prendeva i posti assegnati, tutti compivano il loro
ufficio, addestrati alla lugubre manovra dall'esercizio quotidiano.
Sulla plancia il comandante aveva detto all'ufficiale di guardia:
--Assumo il comando. Chiami la guardia franca.
E giù, nel ponte di batteria, al grido: «Tutti in coperta!» i dormienti
si destavano, saltavano dalle brande, si vestivano alla meglio,
correvano alle scale.
--Arma la lancia di salvataggio!
Già gli uomini dell'armamento, rivestite le cinture di sughero, si erano
raccolti intorno al secondo, e un'altra schiera di animosi gli si
offeriva:
--Vogliamo andare!... A noi, comandante!...
--Tocca a noi!... Tocca a noi!...
Barbarini fece cessare la gara, esclamando:
--Vadano i destinati!
Poi chiamò:
--Roccaforte!... Dov'è il sottotenente di vascello Roccaforte?...
Il giovane, cui toccava il pericoloso ufficio di comandare la lancia,
era corso a prora appena udito il grido della vedetta, cercando Luigi
Carleoni; non trovandolo, si era arrampicato sul castello, vi si
manteneva quasi carponi, avvolto fra le spume, per spiare oltre il
bordo, con la febbre dell'ansia sul viso. Energici richiami, grida di
ammonimento lo scossero:
--Roccaforte!... Signor tenente!... Via di lì!... Chi è quell'uomo
lassù?...
Allora discese, corse alla lancia, vi saltò dentro con la cintura non
ancora affibbiata, immediatamente seguito da tutti i suoi uomini agili e
muti. La leggera imbarcazione restò col suo carico umano sospesa
sull'abisso urlante e vorace. Ormai ferma, la nave danzava una più folle
danza; il pericolo che il debole guscio fosse sbattuto ed infranto
contro il fianco d'acciaio era evidente. Barbarini restava esitante, con
lo sguardo fiso e la fronte corrugata.
--La lancia è pronta,--gridò poi, verso il ponte del comando.--Posso
ammainarla?
--Ammaina!
Il secondo fece rapidamente interporre i parabordi e ripetè l'ordine. Le
pulegge dei paranchi stridettero, la lancia scese lentamente ed
egualmente dai due capi. Ma non era giunta a metà della discesa, che ad
una rollata più forte imbarcò un torrente d'acqua e die' di cozzo contro
la nave con un urto sordo.
--Agguanta a filare! La gente sotto i banchi, e non si muova!