--La lancia è piena d'acqua! Temo abbia avaria!
--La riporti subito a riva!
Ma la voce di Roccaforte gridò dal pensile schifo, con accento di
preghiera:
--Comandante Barbarini!... Facciamo un altro tentativo!...
--No! No!... Non possiamo arrischiare altre vite!...
--Se arriviamo a scendere in mare, rispondo io di tutto!...
Barbarini esitò un istante prima di disdire l'ordine, mentre gli uomini
aspettavano con le cime in mano; a un tratto, a un'altra rollata,
piegandosi la nave sulla dritta, la lancia vi sbattè violentemente con
uno schianto, mentre voci paurose gridavano:
--A riva!... Portateci a riva!...
--Alza!--gridò Barbarini, incitando gli uomini con energici gesti.--La
lancia a riva!
Tutte le braccia, dalla murata, fecero forza sulle cime, fino a portare
i bozzelli dei paranchi a baciare. Gli uomini erano immollati, con gli
abiti aderenti alle membra; la frisata dell'imbarcazione era sfasciata.
--La lancia è a riva, avariata!--partecipò Barbarini al capo.
--L'armamento c'è tutto?
--Tutto.
Roccaforte, prima di saltare a bordo, con voce tremante dalla commozione
e dal ribrezzo del freddo, perchè era anche lui grondante, esclamò anche
una volta a mani giunte:
--Comandante Barbarini! Ancora una prova!...
--Impossibile! Inutile! A quest'ora il disgraziato è stato travolto!
Allora soltanto, mentre gli uomini dell'armamento scendevano sulla
nave, accorati, umiliati, mentre ciascuno riprendeva il suo posto di
manovra, corse nel silenzio tragico l'ansiosa domanda mormorata di bocca
in bocca:
--Chi è?... Ma chi è?...
Al primo annunzio, nello slancio concorde di tutto l'equipaggio, nel
bisogno di volgere tutte le forze all'opera di salvezza, nessuno si era
indugiato a chiedere il nome, il grado, l'ufficio del naufrago. Ora
tutti volevano sapere, ma nessuno era appagato. Solo Roccaforte, coi
pugni chiusi, le mascelle contratte, incontrando lo sguardo febbrile del
secondo, disse, senza essere interrogato a parole:
--Sì, comandante: è Carleoni....
Barbarini si prese la fronte tra le mani:
--Come dirlo al padre?
Ma già la voce del capo lo chiamava sulla plancia:
--Comandante Barbarini!
Ed egli accorse, e sulle prime non ebbe bisogno di parlare.
--Vede in quali condizioni ci troviamo?--diceva Carleoni, con voce
grave.--Siamo nell'impossibilità di far nulla. E quand'anche, crede lei
che il disgraziato si sorregga ancora?
--No, comandante.
--Possiamo arrischiare altre vite, senza speranza? Si sente di ritentare
la prova?
--È impossibile.
--Non si può far nulla per quell'infelice. Chi è?
All'improvvisa domanda, Barbarini, avvezzo ai pericoli, rotto alle
durezze della disciplina, si sentì stringere la gola.
--Non ho potuto assicurarmene.
Vi fu una pausa; poi il comandante riprese:
--Chi era di servizio alle áncore?
--Suo figlio,
--Egli deve sapere chi abbiamo perduto. Dov'è?
--Non so....
--Lei non era sul castello! Non lo ha visto?
--No.
Il padre tacque ancora un momento; di repente, stringendo con tutte e
due le mani la battagliola, tendendo il capo ed il corpo, sporgendosi
tutto nel vuoto, gridò:
--Gigio!... Gigio!...
Nessuno rispose. Non una voce, sulla nave inerte, in preda alla tempesta
e popolata di ombre; solo lo scroscio del mare ed il clamore del vento.
Ancora una volta il padre gridò:
--Gigio!...
Poi, lasciata la battagliola, afferrandosi alle spalle del secondo,
figgendogli gli occhi negli occhi:
--Lei sa?--esclamò sordamente.
--Ma no, comandante! Le giuro che non so nulla!... Suo figlio sarà sceso
giù.... Vado a cercarlo io stesso....
E sentendosi libero dalla stretta scese rapidamente le scale. Appena
voltatosi sul ponte, urtò in qualcuno. Era Versigli, il sottotenente di
vascello di guardia in coperta.
--Ha fatto fare l'appello?
--Sissignore. Il nostromo dice che manca il sottotenente Carleoni....
--Silenzio!
Ma un urlo rispose dall'alto. Il padre aveva udito. Barbarini risalì
sulla plancia. Vide il padre con le braccia in croce sotto il cielo
nero. Lo vide calcarsi il berretto con tutt'e due le mani ed afferrare e
dare una stratta alla catena della sirena da cui uscì un ruggito
terribile. Lo vide ancora manovrare la manovella del telegrafo, gridando
nel portavoce:
--Avanti, a piccolo moto!
Poi lo udì gettar l'ordine al timoniere:
--A dritta!
Comprese la manovra. Tutti la compresero, a bordo. Tutti cercarono di
guadagnare un posto eminente, gruppi di gente salirono lungo gli alberi
e sulle coffe, si arrampicarono sul ponte delle barche, si agguantarono
alle gru. Tutti gli occhi sbarrati interrogavano il mare, sul quale i
fasci luminosi proiettati dai fari elettrici trascorrevano rapidamente
come ventagli di luce, lasciando dietro di sè una notte più nera, mentre
la nave girava lentamente, ansando e barcollando, mugghiando ed ululando
come un mostro ferito. Sulla plancia, Barbarini, l'ufficiale di rotta,
l'ufficiale di guardia, spiavano anch'essi se nei gorghi verdi, se fra
le creste bianche sorgesse un corpo, apparisse un viso. Nulla. Non si
scorgeva nulla sulle reti di spuma distendentisi e dissolventisi
incessantemente: solo la bocca di fiamma del salvagente luminoso ardeva
ancora, sballottata dalle onde. Stanchi, inquieti, gli occhi degli
ufficiali si volgevano tratto tratto al comandante. Le sue mani erano
così strettamente afferrate alla battagliola come se la volessero
torcere. Le braccia, il capo, tutto il corpo immobile, irrigidito, quasi
inchiodato ed avvitato al palco, non aveva moto, non si scoteva, nel
terribile altalenare della nave. Tutta la vita di quell'uomo era negli
occhi, aridi, ardenti, spalancati sulle voragini.
--La barra a dritta!... A dritta!... Tutta a dritta!...
La «Siracusa» girò una volta, due volte, tre volte intorno al punto dove
si era arrestata. Poi nessuno contò più i giri. A un tratto gli
ufficiali che attorniavano il capo videro che le sue mani lasciavano la
battagliola, che le sue braccia ricadevano lungo il corpo, che tutta la
persona vacillava.
--Comandante!
Lo sorressero prima che stramazzasse. Lo afferrarono per le ascelle, lo
sollevarono, lo trasportarono quasi di peso fra le schiere degli uomini
taciti e reverenti. Inerte, con la testa rovesciata, gli occhi
stravolti, non aveva coscienza. Sul boccaporto si riebbe, si raddrizzò,
disse:
--Grazie.... Non ho bisogno.... Barbarini, prenda lei il comando.
Il secondo lo accompagnò fino al suo alloggio, lo adagiò sopra un
divano, lo affidò a Catenuti e agli attendenti.
--Grazie!... Non ho bisogno....
L'ufficiale di guardia, rimasto al suo posto, aveva fatto fermare la
macchina. Barbarini, risalito sulla plancia, ordinò:
--Avanti, adagio!... Timone a sinistra!
Quantunque la furia del mare non si calmasse, e la speranza fosse vana
del tutto e irragionevole ormai, il secondo volle ancora indugiarsi in
quelle acque, fece riprendere il giro in senso inverso. E la nave girò
ancora, urlando, coi suoi mille occhi aperti, fisi, scrutanti. Più
volte, sentendo che il tempo passava, Barbarini fu sul punto di
abbandonare la ricerca, di gettare un ordine al timoniere: ma sempre la
pietà del padre lo tratteneva. A un tratto, da poppa, una voce rauca ma
forte e distinta, la voce del capo, gridò fra gli urli degli elementi:
--Rimetta in rotta!... A tutta forza!... Era la fine, ma bisognava pur
finire, troncare la speranza insensata; e toccava al capo ordinare di
affrettarsi, per compiere il dovere, per guadagnare le ore perdute.
Prima di trasmettere l'ordine, Barbarini, sporgendosi dalla battagliola,
chiamò con tutta la sua voce:
--Equipaggio!
Tutti si volsero, tutti accorsero dagli angoli più lontani, tutti
stettero a udire che cosa dicesse il comandante in seconda, dall'alto
della plancia, col berretto in mano. La voce alta e solenne risonò fra
gli schianti del mare e i sibili del vento:
--Equipaggio, scopritevi! Prima di abbandonare queste acque rivolgete un
pensiero al compagno che abbiamo perduto.
Tutte le fronti si scopersero e si chinarono, molti ginocchi si
piegarono. Si videro mani fare il segno della croce, si udirono i più
semplici e rozzi uomini balbettare preghiere e soffocare singhiozzi.
Roccaforte non vedeva più il mare, con gli occhi ciechi dal pianto. Il
mare, la nave, gli uomini scomparvero; sorse dinanzi agli occhi
dell'anima sua la figura del fratello d'armi, bello, forte, sapiente,
innamorato. Tremava ancora l'eco della sua voce e del suo riso,
risonavano ancora le sue parole significanti la fede, l'entusiasmo, la
carità di patria, la devozione filiale, la gaiezza infantile, l'estasi
della passione. E il pensiero della morte, su tutto; il presentimento
della morte, quasi la volontà di morire, dopo l'ebbrezza!... Al ricordo,
Roccaforte sentì disseccarsi la fonte delle lacrime. No, non bisognava
piangerlo. Era morto da marinaio, al posto del dovere, sotto gli occhi
del padre, rapito dalla tempesta, nell'ora culminante della gioventù,
ardendo d'amore, sognando la gloria, in pieno incanto, prima del
risveglio: rara sorte, morte invidiabile. Lo aveva invidiato,
sordamente, poche ore innanzi, per la sua fortuna; ma quali disinganni,
quali dolori, quali orrori non gli avrebbe serbato la vita? Di questo
bisognava invidiarlo: che fosse scomparso nella gran purezza del mare,
portandosi via una visione di bellezza ed un senso di felicità!
Dalle viscere della nave venne ancora una volta il sordo rombo della
macchina. Repentinamente Roccaforte si scosse, si portò una mano agli
occhi, corse alla scala, scese nel quadrato, entrò nella cabina del
compagno perduto, si fermò dinanzi alla cuccetta bianca. Il guanciale
era ancora spostato, un poco sollevato dal tesoro che il giovane vi
aveva nascosto. «E portarmi con me i suoi fiori e la sua immagine!...»
Prima di stendere la mano egli esitò un istante, pensando che solo il
padre aveva forse diritto di frugare tra quelle reliquie. Ma tosto gli
sovvennero le altre parole: «Mio padre non sa, non può sapere; come
fargli comprendere?...» E allora trasse risolutamente la busta.
I fiori, un poco gualciti, olezzavano sopra il ritratto, acutamente. Gli
occhi dell'immagine erano vivi, sfolgoravano sotto la fronte pura
incoronata di fiamme. Le linee delle due bande in cui si spartiva la
chioma meravigliosa guizzavano come fiamme ripiegate sulle tempie da un
soffio misterioso, parevano i segni visibili di un intimo fuoco. Tutto
il viso era meraviglioso di bellezza, di espressione profonda, di vita
intensa ed ardente.
Ad un fischio, Roccaforte si riscosse, nascose i fiori ed il ritratto
sotto la tunica e risalì rapidamente. Passando dinanzi all'alloggio del
padre sostò, ripreso da uno scrupolo.
--Il comandante?--disse al piantone, che stava nell'anticamera, ritto
contro l'uscio della sala del Consiglio, con le braccia incrociate sul
petto.
Il marinaio scosse il capo ed alzò una mano, facendo i segni della
negazione e del silenzio. Sottovoce, da farsi appena udire, rispose:
--È chiuso a chiave.... Non riceve nessuno.... Ha mandato via il
medico....
Roccaforte continuò la sua via, salì sulla coperta, si diresse a poppa,
si fermò contro il coronamento. La schiuma delle acque ribollenti fra le
pale delle eliche si mescolava alla schiuma dei marosi. Il fragore delle
acque rimosse dai propulsori cessava a tratti, quando la poppa si
sollevava nel movimento di beccheggio e le eliche annaspavano nel vuoto;
pareva allora che il polso della nave non battesse più, che il suo
respiro fosse mozzato; poi riprendeva, affannoso, come un rantolo.
Roccaforte trasse le reliquie e le lanciò nel mare. In quel punto i
riflettori si spensero; la notte si chiuse sulla nave fuggente.