Nella sua camera rosa, in quello stesso letto dove aveva dormito per la
prima volta giungendo dalla Lombardia alla _Villa del Giglio_, Elisa
stava coricata. Un bel raggio di sole ancora caldo penetrava dalla
finestra semi-aperta, illuminava la tinta rosa delle tende, faceva
brillare la doratura di una cornice, e pareva volesse ridonare il
colore alle guancie pallide della convalescente.
Elisa aveva abortito, e durante alcuni giorni, era stata male assai.
I suoi genitori erano venuti. La speranza tardi concepita e di nuovo
perduta di vedere presto un bambino rallegrare la casa, aveva afflitto
tutti, ma la signora Valenti specialmente piangeva a calde lagrime
il piccolo erede svanito. Elisa, la quale ad onta de’ suoi sforzi per
reprimere un tal sentimento, era stata penosamente turbata dall’arrivo
di sua madre, dopo d’averla vista seduta al suo capezzale, aveva
finito col rispondere ad uno dei suoi abbracci esaltati con un bacio
silenzioso, ch’era, senza che nessuno lo sapesse, un bacio di perdono,
e più che mai, dopo quanto era passato, le aveva fatto bene la presenza
di suo padre, tanto buono a malgrado delle sue debolezze.
La signora Valenti era appena uscita dalla camera. Massimo stava seduto
a’ piedi del letto, sulla gran poltrona, dove, pur malato egli stesso,
era rimasto cinque notti a vegliare. In nessun posto, d’altronde,
avrebbe potuto dormire. Aveva passato là delle ore interminabili,
nella penombra vagamente rosea della stanza appena rischiarata dal
dolce bagliore di un lume da notte, facendo talvolta, mezzo svegliato
com’era, i più strani sogni, talvolta invece rivedendo gli avvenimenti
recenti disegnarsi, con nettezza straordinaria sul fondo di pallide
tenebre dove si perdeva il suo sguardo. Sempre rivedeva la scena
che aveva prodotto in lui una nuova trasformazione, sempre pensava
al modo con cui era partito, aprendo macchinalmente, dal balcone,
la porta-finestra mal chiusa della camera attigua a quella occupata
da sua moglie; come si era trovato, più tardi, alla stazione, quasi
senza saperlo, e com’era ritornato alla villa, e vi aveva trovato
un telegramma di Elisa che lo avvertiva di non poter tornare prima
dell’indomani. Era giunta infatti, e gli aveva raccontato che non
aveva trovato la signora Vegezzi a G..., poichè suo marito era stato
trasferito a Prato, due mesi prima, e che allora si era decisa ad
andarvi, il che aveva prodotto un ritardo di un giorno, che i Vegezzi
stavano bene loro, ed i loro sette figli, e ch’erano rimasti assai
felici e lusingati della sua visita.
Durante le ore passate a G..., Massimo era stato balestrato tra gli
estremi dell’amore, dalla passione tormentosa e violenta alla tenerezza
senza limiti, da tutti i furori dell’egoismo esasperato alla completa
rinunzia di sè stesso.
Ora si rifaceva l’equilibrio. Sentiva quanto il suo amore per Elisa
fosse pieno di disinteresse, ma — sebbene l’idea di sagrificarsi lo
tentasse — comprendeva di non esserne capace. Tutto si confondeva
nella sua testa stanca. Il pensiero si era in lui mescolato al sogno,
nel corso di quelle lunghe notti insonni. Vergognoso della sua gelosia
passata, dopo d’aver udito le nobili parole di sua moglie, giudicava
amaramente la situazione come avrebbe potuto giudicarla un terzo
disinteressato, ma in ciò fare, un dolore tanto acuto lo riempiva che
non mancava di una certa orribile voluttà.
Diceva a sè stesso: una volta, per caso, è accaduto che nella nostra
società triste e depravata, due esseri si amassero realmente, del raro
e vero e imperituro amore. Furono divisi; ma essi si sentirono uniti
ad onta della distanza, dalle loro anime, come se le loro mani non si
fossero sciolte. Il giovane aveva potuto ritornare in Europa, — avendo
prima dovuto mentire perchè la sua fidanzata fosse libera, — e l’aveva
trovata moglie di un altro che l’aveva sposata per salvarla, spinto a
codesta facile buona azione dalla bontà leggiera che sta in fondo ai
cuori corrotti. E questo marito, il quale poi aveva amato sua moglie
per capriccio, deve rendere per sempre impossibile la felicità tra due
esseri che sembravano creati apposta per amarsi!
E, esaltato, esagerando perfino ciò che gli sembrava la verità, egli
si persuadeva d’aver fatto l’infelicità di Elisa. Adesso sarebbe
felice, se non lo avesse incontrato allora sul suo cammino. E che cosa
meritava lui, non avendole portato che un amore tardivo, dopo una vita
sregolata, un amore al quale lei non poteva corrispondere che per
un’idea di dovere? Se, realmente, egli sentiva per Elisa un affetto
profondo, se veramente egli voleva fare qualcosa per la sua felicità,
perchè non lo farebbe sagrificandosi, come prima lo aveva fatto senza
merito; perchè avendo voluto una volta salvarla da Gorletti, non la
salverebbe adesso da sè medesimo?
Ma sentiva di non poterlo. Ancora rimpiangeva talvolta di non essere
piombato in fondo al precipizio, sul quale era rimasto per un istante
sospeso nella indimenticabile serata a G...; ma adesso, ad onta di
tutto, le mollezze dell’amore lo riprendevano, contemplando Elisa
addormentata, pallida, sul candore dei guanciali.
Ed Elisa pure, con gli occhi semi-chiusi, guardava suo marito a lungo,
senza ch’egli se ne accorgesse. Nella letargia della malattia, tutte le
sue idee si erano come velate, e gli avvenimenti che l’avevano tanto
scossa, le parevano già lontani. Ma Massimo le ispirava sempre una
penosa paura. Lo vedeva devoto, attento a’ suoi minimi desideri, ma
sempre triste ed inquieto, ed aspettava invano da lui una parola che
rompesse il ghiaccio, che attenuasse la sensazione d’un qualcosa di
straordinariamente teso fra di loro.
La sua vita era mutata. I giorni penosi di Viareggio non erano stati
che una lenta preparazione ad una crisi che lei presentiva. Ed,
infatti, la presenza inattesa di Giulio a G..., e le ore passate
con lui, avevano marcato un punto d’arresto nella sua esistenza. E
bisognava voltare una nuova pagina, adesso. Bisognava che la vita
interrotta fosse ripresa, e resa possibile. Lo desiderava ardentemente,
di tutto cuore, ma perciò era necessario che Massimo la incoraggiasse,
trovasse la parola che doveva tutto dissipare. Benchè non si sentisse
colpevole, avrebbe però voluto dir tutto, ma una invincibile ripugnanza
l’arrestava, e avrebbe voluto sentire da lui, prima, almeno una sola
parola pronunciata come le altre volte.
La casa sembrava più silenziosa che mai, ad onta della presenza
dei Valenti. I servitori con l’istinto loro, fiutavano nell’aria un
cambiamento, del quale tentavano invano di precisare le cause. Le vaste
sale del pianterreno sempre vuote, sembravano pure aspettare qualcosa
che non doveva giungere mai. Si restava negli appartamenti del primo
piano, vicini alla camera di Elisa. Quando vi erano riuniti, provavano
tutti un lieve imbarazzo indescrivibile, ciascuno a modo suo.
Massimo errava solo nel giardino dove aveva tante volte passeggiato
con Elisa, e le memorie che sorgevano ad ogni passo, come spiranti
dagli alti alberi, come susurrate dalle ultime foglie cui già la brezza
autunnale scuoteva, gli sembravano memorie di cose morte, per sempre
sepolte nel passato lontano, e che nulla più potrebbe far rivivere. Gli
pareva certo che codesto silenzio pesante sopra ogni cosa non potrebbe
venire interrotto mai più. I soavi parlari, le tranquille gaiezze che
gli rendevano una nuova gioventù, la delizia dello sentire dimenticato
il mondo nelle dolcezze di un egoismo in due, tutto ciò era volato via
per sempre. Se guardava all’ora del tramonto le valanghe di porpora e
d’oro spegnersi lentamente all’orizzonte, e l’ombra invadere a poco a
poco i contorni lontani di Firenze, diceva a sè stesso che quel poema
celeste, variato tutti i giorni e costantemente sublime, non darebbe
più le ali alla sua imaginazione, poichè egli non troverebbe più in sè
stesso le mille tinte cangianti di un imperituro amore, armonizzantesi
col cielo.
Giungeva a pensare che sua moglie ingannava sè stessa credendo di
amarlo, e che resterebbe sempre tra di loro un terribile segreto a
separarli. Quante volte, dacchè lei era convalescente, egli aveva
voluto parlare, e quante volte aveva sentito la impossibilità di
articolare le parole!
Finalmente, quel giorno, senza ch’egli sapesse dove trovava un tale
coraggio, prese la mano d’Elisa che tenne lungamente nella sua, e le
chiese di ascoltarlo, deciso a dir tutto.
Ma lei trasalì, e divenuta seria, si sollevò a sedere nel letto,
esclamando:
— Sono io che devo parlarvi!
E allora, a poco a poco, fermandosi spesso, in preda a una sofferenza
visibile, ma ben risoluta a fare ciò che meditava da un pezzo, e allo
stesso tempo come consolata ad ogni parola che le usciva dal labbro,
gli raccontò tutto quanto s’era passato a G....
Massimo si arrestò di botto, e si guardò bene dall’interromperla.
Pallido, attento, non perdeva una sillaba, e talvolta, un sorriso
commosso gl’illuminava gli occhi. Lei raccontò tutto, senza volere
nulla nascondere nè attenuare, con la sincerità assoluta d’una donna
cui la dissimulazione aveva già costato quanto una menzogna. Nulla al
mondo avrebbe più potuto commuovere Massimo, di questo racconto, del
quale ogni parola fiammeggiava dinanzi a lui. Padrone di sè, seppe
ascoltare sino alla fine quella nobile confessione, umilmente detta.
Elisa parlava lentamente, sentendo la mano di suo marito stringere
sempre più forte la sua.
Ma non resistette più appena ella ebbe finito, e precipitandosi in
ginocchio contro il letto, disse:
— Sapevo tutto!
E con grande stupore d’Elisa le narrò a sua volta in qual modo e con
quali sentimenti era stato testimonio di tutta la scena.
Elisa, affranta dall’emozione, sentì allora che vi era qualcosa di
provvidenziale in questo fatto che l’ingiusto sospetto per il quale
suo marito era stato spinto a farle la spia, aveva servito a mostrargli
tutta la verità, nella sua evidenza, con una certezza che niente altro
al mondo avrebbe potuto dargli. Mentre Massimo parlava, i ricordi
indimenticabili del suo colloquio con Giulio le apparivano adesso sotto
una luce nuova: sentiva d’essere stata come ispirata da una potenza
superiore a pronunciare quanto aveva saputo dire in quel momento
supremo. Ad ogni frase del racconto di suo marito, ad ogni parola che
talvolta veniva fuori penosamente, ella vedeva tutto quello ch’egli
aveva dovuto soffrire in quel giorno, tutto le mostrava la nobiltà
celata nel fondo di quell’anima, che nè le corruzioni del mondo, nè lo
scetticismo della sua vita, avevano potuto soffocare.
Dopo una tale confessione, si sentirono entrambi sollevati, ma ciò
non bastò ancora a togliere la barriera che sembrava separarli, nè a
dissipare l’ombra stendentesi sopra la villa.
Elisa guarì presto, ma le si raccomandarono le maggiori cure,
consigliandole allo stesso tempo di distrarsi. Massimo continuò ad
occuparsi esclusivamente di lei, ma senza poter ritrovare nè la sua
forza di carattere, nè il suo coraggio morale, dicendo a sè stesso
che la sorte non avendo concesso la formazione di un nuovo vincolo
tra di loro, per mezzo di un bambino, egli non poteva più sperare
nell’avvenire.
Massimo propose a Elisa di stabilirsi per tre mesi a Firenze, e di
andarvi prima dell’epoca fissata per accompagnarvi la signora Valenti,
la quale desiderava passarvi alcuni giorni prima di tornare a Milano.
La sua villa, da lui tanto prediletta poco prima, non gli piaceva più,
e pensò che un cambiamento sarebbe forse salutare.
Egli contava sulle distrazioni forzate. Per di più, pur troppo! la
solitudine completa con Elisa gli sembrava cattiva per entrambi.
Nei primi giorni passati al palazzo d’Astorre, accadde infatti che le
cure necessarie, le visite da ricevere e da restituire, certi affari
stati un poco negletti e dei quali bisognava occuparsi, la compagnia
della contessa Goffredi e di qualche altra amica intima, presero buona
parte del loro tempo. Di comune accordo tacito, accettarono, in una
certa misura, tutte le banalità della vita cittadina, e si crearono
delle piccole occupazioni coi doveri trascurati prima con tanta
felicità. Cedevano talora pigramente a ogni specie di voglie barocche
che passavano per il capo della signora Valenti; e Elisa accompagnava
spesso suo padre nei suoi interminabili vagabondaggi per le vie,
ascoltando il suo cicaleggio un po’ vuoto, ma affettuoso, e sentendogli
ripetere, quasi con una specie di piacere, tutte le storielle della sua
gioventù, che lei sapeva a mente, e che gli aveva sempre udito recitare
con la stessa espressione di fatuità stanca.
A Firenze si trovò Massimo mutato. Non era meno elegante; il pallore
del suo viso un po’ smagrito, gli dava anzi una seduzione nuova al suo
volto, che non era alterato, ma più serio. Solamente, parlava poco e
sembrava preoccupato. Il suo sguardo, più profondo, non si fissava più
sulle persone con quella rapida fissità di osservazione che turbava
ed affascinava altre volte; era divenuto distratto e pensoso. Aveva
perduto quella prontezza alla risposta che lo aveva reso celebre; la
freccia, lanciata qualche volta ancora per abitudine, scoccava lenta e
come in ritardo, ed egli la vedeva cadere a terra, noncurante.
Lo si diceva ammalato, più seriamente ch’egli non lo credesse, poichè
ne parlava ridendo. La verità era che le forti scosse morali avevano
alterato la sua salute e un poco scossa quella costituzione di ferro
che aveva resistito a tutto il resto. Il suo medico, della sincerità
del quale egli era sicuro, lo aveva rassicurato, pure raccomandandogli
di evitare le emozioni, e di fare una vita regolare; ma talvolta lui
sentiva dei tristi presentimenti.
Ma non era di ciò che si preoccupava. Ciò che voleva era riconquistare
la felicità perduta, trovare in sè la forza che vincerebbe il destino,
rivivere ancora un poco come aveva vissuto durante tre anni, ma
assaporando assai meglio, ora, la sua felicità. — Tuttavia, nelle sue
ore di scoraggiamento, quando non osava più sperare, gli accadeva di
augurarsi di andarsene presto, bruscamente, senza soffrire. Poichè, ad
onta di tutti i ragionamenti che si ripeteva nei suoi momenti lucidi,
era assai scorato. Uno sforzo era necessario, lo sentiva, e gli mancava
la forza. La molla sembrava spezzata in lui. Il desiderio immenso che
lo riempiva, che lo faceva soffrire e sperare, che solo lo aiutava a
vivere, codesto desiderio era infinito, ma impotente. A momenti non
provava più nulla, tranne un gran bisogno di riposo. Sentivasi ancora
un animo fiero e dei muscoli d’atleta, ma non sapeva più servirsene e
aveva perduto ogni fiducia. Diventava talvolta indifferente e cascava
a poco a poco in quell’apatia che ne addormenta per delle giornate
intere, e dalla quale il colpo acuto del dolore bruscamente ritornato,
simile a un dolore fisico, ne risveglia ad un tratto.
In società lo si guardava assai con una curiosità nuova; per molto
tempo non se ne accorse. Delle nubi erano dunque venute ad oscurare
quella luna di miele che pareva dover splendere sempre, si diceva. Una
sera che Massimo se ne stava silenzioso in un angolo della sala, lady
Thompson emise questa sentenza profonda:
— Pare che anche la felicità non renda felici.
Ma, un’altra sera, che Massimo assisteva a una partita, nella sala da
giuoco, e che lo si credeva attento alle varie peripezie, mentre in
realtà non vedeva nemmeno le carte, udì alcuni giovani che parlavano di
lui. Lo si compativa.
Egli eccitava dunque la pietà, adesso! La ferita, che risentì di colpo
il suo amor proprio, fu per lui come una puntura di sprone. Alzò la
testa e tutta la persona. Vedendosi in uno specchio ch’era davanti,
constatò che non era più lo stesso, che bisognava ridiventarlo, e che
a quel prezzo solo potrebbe forse ancora riacquistare la felicità.
Si guardò intorno simile ad un uomo che si ridesta, e la sua energia
gli ritornò. Fu come una trasformazione. Con un violento sforzo di
volontà, egli si mutò. Ritornò nella sala grande, dove lady Thompson
pure parlava di lui a voce bassa, circondata dai suoi intimi, e fu come
se Massimo d’Astorre facesse il suo ingresso dopo una lunga assenza.
Mentre parlava, col suo brio ritrovato, vedeva attraverso il grande
uscio aperto, nella sala vicina, Elisa, che in mezzo a un gruppo di
donne pretenziosamente vestite, dominava per la sua stessa semplicità
e per lo splendore calmo della sua bellezza. Mai gli era sembrata
tanto seducente. L’amò in quel momento al punto da dimenticare i suoi
recenti dolori. Vedendolo discorrere, ella gli sorrise, e da quel solo
sorriso egli si sentì riempire di un orgoglio senza limiti. Si trovò
subitamente in eccellenti disposizioni, sul proprio terreno, ed ebbe un
vero godimento nella ripresa di possesso di sè medesimo.
Da questo momento, Massimo ebbe bensì ancora qualche ora di debolezza,
ma ricominciò a lottare. Si applaudì d’essere venuto a Firenze, poichè
lì solamente aveva potuto uscire a poco a poco dallo stato di marasmo
in cui era caduto. Ridivenne per Elisa quello ch’era stato nei primi
giorni del loro amore. Contemplò rifiorire la sua bellezza dopo la
convalescenza circondandola di cure discrete, con tutte le delicatezze
della sua natura. Seppe ritrovare le seduzioni ispirate dalla passione,
ed erano più affascinanti, velate dalla tristezza ch’egli non le
nascondeva, a lei. Eppure, egli non s’imponeva, comprendendo che
bisognava lasciare agire il tempo; la spingeva a distrarsi un poco,
cercando tutto quanto le potesse piacere di più. E non le mostrava
più le sue paure, i suoi turbamenti; si celava nelle ore cattive.
Ancora infelice assai, passava però in mezzo alla folla, superbo di
vedersi invidiato. Riuniva tutta la forza rimastagli, e di gioventù e
di spirito, in un grande sforzo. Per il momento sentiva ch’essi erano
più riavvicinati in mezzo al mondo, che soli. Studiava ogni gesto,
ogni atteggiamento d’Elisa, cercava di vederle passare sulla fronte
i pensieri, d’interpretare le parole, di leggere nelli occhi, e uno
sguardo triste bastava ad agghiacciarlo per un momento, mentre una
stretta di mano aveva il potere di rendergli intero il suo coraggio.
Per un tacito accordo non parlavano di quanto era passato. La pace che
stavano ritrovando poteva essere facilmente turbata, lo sentivano, e
un vago imbarazzo esisteva tuttora fra di loro. Comprendevano che il
silenzio era buono ed aiutava il tempo. Per il momento, si celavano a
loro stessi i loro propri segreti.
Massimo d’altronde usciva molto, la lasciava coi suoi parenti, e sua
madre, ignara di tutto, era soddisfatta delle buone disposizioni di
suo genero per lei, e ne approfittava per prolungare il suo soggiorno
in Toscana, ben contenta di mostrarsi alle Cascine nel magnifico
equipaggio della figlia.
V’era ressa intorno ad Elisa, e molti le facevano la corte,
rispettosamente. Quelli che si ostinavano a non amarla erano ora
contradetti risolutamente. Lady Thompson affermava che la marchesa
d’Astorre stava perdendo il suo solo difetto, quello d’essere un
poco ritrosa, e non ne parlava più che come della sua migliore amica,
pretendendo perfino di essere gelosa della contessa Goffredi, la quale,
sola, indovinava che doveva essere accaduto qualcosa d’insolito alla
_Villa del Giglio_. Pure non poteva nulla comprendere di positivo, e
rimpiangeva assai che Paolo fosse assente, poichè lui forse avrebbe
scoperta in parte la verità. Ma Paolo era in Oriente, per un lungo
viaggio.
Intanto Elisa, ritrovandosi in società, si rendeva conto di molte
cose che prima le riuscivano oscure. La luce si faceva ancora una
volta, e certe abitudini strane le apparivano ora quasi naturali. Meno
ritrosa, sentiva che la distrazione può talvolta essere necessaria, e
subiva volentieri l’influenza delle cose esterne, del rumore che la
vita mondana metteva intorno a lei, e che poneva la sordina ai suoi
incessanti pensieri, al suoi ricordi ancora troppo vivi.
E comprese meglio Massimo. Indovinò quanto negli uomini il carattere,
la condotta, tutto, è subordinato alle circostanze, alla posizione
sociale, al primo passo dell’adolescenza, all’esempio altrui, alla
vanità eccitata, ad una curiosità insaziabile, non trattenuta da alcun
principio.
Riesciva ad essere buona ed affettuosa, a mostrare che nulla era
mutato in lei. Ma talora, quando si trovavano soli, lo sguardo fisso
di Massimo che cercava di penetrare fino in fondo all’anima sua, la
scoraggiava, e sentiva un turbamento pieno di paura, quando, dopo un
subito abbraccio pazzamente appassionato, egli si svincolava di botto,
e indietreggiava, con una espressione di sofferenza, e come se avesse
sulle labbra una domanda che non poteva formulare. E lei non sapeva
certo indovinare cosa egli pensava allora.
Egli pensava che una condanna incombeva sopra di lui, e che avendo
imparato così tardi ad amare, non poteva essere completamente amato. La
sorte gli rifiutava le gioie misconosciute altre volte, adesso che le
intendeva, ed a lui che aveva solo veduto il lato plastico dell’amore,
erano rifiutate per sempre le supreme delizie dell’unione assoluta del
sentimenti. Quando vedeva Elisa sorridergli, quando se la stringeva
al cuore, egli però sentiva di non possederla tutta. Cosa non avrebbe
dato per averla incontrata pel primo, per regnare su quell’anima
qual signore unico, per essere solo al mondo ad adorarla, perchè lei
non avesse il minimo pensiero segreto, il minimo ricordo che non gli
appartenesse! Lui, tanto orgoglioso e tenero della sua libertà, una
volta, si sentiva ora superbo di appartenere tutto intiero e per sempre
a una donna, e disprezzava il suo passato così pieno e così vuoto
ad un tempo, ma avrebbe voluto accontentare tutte l’esigenze della
possessione; comprendeva che il desiderio umano è sempre incompleto, ma
che deve almeno essere soddisfatto per tutto quanto le leggi terrene
permettono. Pensava che in quella solitudine dell’amore che mette il
deserto fra noi ed il mondo, egli non possedeva tutta l’anima di Elisa,
neppure quando la rinchiudeva nella rete della sua tenerezza, della
quale non si poteva disfare una sola maglia. E si sentiva invadere
allora da un immenso sconforto che lo rendeva debole come un fanciullo.
Pensava spesso a Giulio Bardi, troppo spesso. Dal giorno in cui aveva
veduto e compreso quell’uomo, qualcosa di nuovo gli era stato rivelato.
Aveva incominciato ad odiarlo di un odio intenso, poi lo aveva
ammirato, anzi allo stesso tempo. Adesso rifletteva senza posa a quel
rivale per sempre allontanato, ma che restava sempre presente alla sua
memoria.
Pensava che quell’uomo, consacrato al lavoro fino dalla sua prima
giovinezza, era stato condannato all’esilio e ad una fatica incessante,
quasi materiale e certo inferiore alla sua intelligenza, e che, in
codesta vita tutta di dovere, l’amore era stato il solo punto luminoso,
un amore sublime e forte, che giungeva fino al sagrificio completo.
Lui, Massimo, al contrario, nato tra i felici del mondo, possessore
di un gran nome e di una sostanza colossale, avendo conosciuto tutti i
piaceri, tutti i godimenti, e perfino le emozioni che sono le più rare
nelle classi privilegiate — lui, ammirato, lusingato, gustato, eccitato
in tutte le sue vanità, non aveva pensato mai che a sè stesso, e aveva
sdegnato i sentimenti più nobili. E adesso, convertito, aspirante alle
voluttà più alte, dopo d’essersi avvolto nelle più basse, stanco di
tutto, annoiato, rivolto verso la verità per un ultimo capriccio, e
non comprendendo la curiosità della passione ideale, completa, che dopo
d’aver avuto tutte le altre — era venuto, lui che aveva tutto, a rubare
l’amore di tutta la sua vita a quell’altro che non aveva nulla!
Ma, ad onta di tali pensieri — che certo ben pochi avrebbero compreso —
egli voleva vincere.