Elisa si alzò di soprassalto, e riconoscendo Giulio al chiarore
malfermo delle candele, divenne bianca. La sua bocca si aprì come per
emettere un grido che non venne fuori, e, tutta tremante, si appoggiò
con le due mani al tavolino. Ella aveva sul viso qualcosa dello stupore
che si prova alla vista d’un fantasma.
Giulio, assai commosso, si era fermato contro l’uscio, richiudendolo
senza rumore dietro di sè. Restarono senza poter parlare. Elisa era non
solo senza parole, ma senza idee; ella non viveva che dalli occhi. Una
realtà, rassomigliante ad un sogno, l’affascinava. Balbettarono insieme
qualche parola senza comprendersi.
— Voi? Voi qui? — disse lei finalmente con la sua voce appena
ricuperata.
— Sì, sono io.... perdonate.... — ma non proseguì subito,
dimenticandosi a guardarla.
Lei tremava sempre.
— Come siete venuto? Perchè siete qui? — ripetè con tuono esaltato.
— Ve ne supplico, non siate tanto turbata. Permettetemi di parlarvi; è
necessario.
Elisa ricadde sulla poltrona e si nascose la testa fra le mani.
— No, partite, non vi voglio ascoltare! Che mai possiamo dirci?
Ella sentì le proprie mani scostate dal suo viso da quelle di Giulio,
poi se lo vide seduto in faccia e tenendo sempre una delle sue mani
nelle sue, ch’ella tentava di ritrarre. Rivide quel volto dolce e serio
che da sì lungo tempo non aveva più contemplato che nei suoi sogni, e
uno sguardo non mai scordato si sprofondò nel suo.
— Lasciatemi, — mormorò, — lasciatemi!
Ma egli non si muoveva e riteneva sempre la mano di lei che stringeva
febbrilmente. Il suo sguardo doloroso non implorava altro che pietà.
— Se sapeste tutto ciò che ho fatto per giungere fino a voi, non
parlereste di scacciarmi.
— Come siete venuto? — ripetè lei.
— Non lo so.... non ho tempo adesso di raccontarvelo. Scusate, —
riprese dopo una pausa e lasciando andare la mano di lei. — Bisogna
perdonarmi. Era necessario. Ho saputo ch’eravate qui (in qual modo
non preme), ch’eravate qui sola, e vi ho seguita, poichè mi riesciva
impossibile di esiliarmi come me lo avete comandato, senza vedervi
un’ultima volta. Calmatevi, ve ne supplico. Vi faccio dunque paura!...
Mio zio m’ha detto tutto ciò di cui l’avete incaricato per me. Ad
onta delle vostre buone parole, ho dapprima trovato la vostra sentenza
crudele, nel mentre stesso che vi comprendevo....
— Ebbene? Com’è che siete venuto allora?
— È soltanto adesso, dinanzi a voi, che sento nella mia emozione
profonda, che avete veramente ragione. E vi obbedirò senza mormorare.
M’ingannavo me stesso pensando ad altro. Partirò, e non vi rivedrò
forse mai più. Vi ero già deciso, e lo sono ancora, ve lo giuro....
Ma, lo ripeto, partire senza avervi parlato una volta ancora, mi
sarebbe stato impossibile. Ecco perchè sono venuto.... Tremate?... Di
che potete temere? Ho forse neppure tentato d’andare da voi dopo che
me lo avete proibito?... Pensate: sono ritornato da Londra apposta
per vedervi, non fosse che per un istante.... in istrada.... senza
mostrarmi. Eravate in campagna. Ciò che mio zio mi ha detto, non mi
ha desolato quanto potreste crederlo. Sapere da voi stessa che siete
felice.... voi almeno! è stata quasi una consolazione per me. Avevo
fatto un ultimo sogno.... impossibile! me ne accorgo adesso, aveva
sperato poter diventare vostro amico e vedervi di tempo in tempo....
Sentendo il vostro rifiuto, ho ubbidito senza lagnarmi. Sono ripartito.
Ma un pensiero mi perseguitava, doloroso, orribile. Dicevo a me stesso
che lasciavo l’Italia senza neppure avervi veduto.... e che ogni
giorno, ogni ora, allargherebbe ancora lo spazio che ne divide. La mia
ultima probabilità era perduta. Era al disopra delle mie forze; tornai
a Firenze di nascosto, quasi come un ladro. Mentii a mio zio, e a
insaputa di lui, ritornai solo, senza nessuno per sostenermi nelle mie
buone risoluzioni, per farmi arrossire di me stesso, se non seguivo la
via che mi ero prescritta come un dovere. Ho vissuto celato, facendo
spiare le vostre mosse con un mezzo senza pericolo che ho trovato. È
stato in tal modo che sono giunto a vedervi, alla stazione, frammezzo
alla folla, il giorno della vostra partenza per Viareggio. Quando mi
sono trovato davanti a voi, ho creduto svenire, io che avevo resistito
a tutto! Non mi avete visto....
— V’ingannate. Vi ho visto.... Ma, mio Dio! perchè m’avete inseguita
fin qui?... Mi fate orribilmente soffrire!...
— Davvero?... M’avevate visto?... L’ho creduto per un minuto, poi
mi sono detto: No! sei troppo pazzo! Lo speravo e lo temevo.... Ma,
dopo quel momento, la mia forza mi abbandonò. Nel tempo stesso che
mi rimproveravo la mia mancanza di logica, la mia imprudenza, partii
all’indomani per Viareggio; partii senza scopo, senza motivo, spinto
da un desiderio irresistibile... semplicemente per vedervi ancora. E
davvero, alla stazione, mi riconosceste?...
— Subito.... Eppure....
— Sono mutato, non è vero? assai mutato. Pensate agli anni che
trascorsero da quando ci lasciammo, e pensate a tutto quanto ho
sofferto. Non ne parliamo più. Adesso permettete che vi guardi.
Questa è un’ora che non tornerà più. Sì, vi ho seguita, e a Viareggio,
nascosto, ho passato dei giorni quasi felici nella solitudine di una
stanza d’osteria, pensando che non eravate lontana, e che di tempo in
tempo, potevo scorgervi un istante di sfuggita. Vi ho intravista solo
quattro volte in quindici giorni, ma mi è bastato per farmi sopportare
quasi allegramente la mia prigionia volontaria. Intanto però un
desiderio di parlarvi, non fosse che per un’ora, senza testimoni, si
è bentosto impadronito di me con una violenza tale, che non fui più
capace di lottare. Le mie giornate furono passate a cercare di scoprire
un momento favorevole. Ma il rischio era troppo grande, avevo paura
per voi. Finalmente, quando non speravo più, codesto caso inatteso e
imprevedibile del vostro viaggio qui, del quale ho potuto aver contezza
facendo interrogare abilmente la vostra padrona di casa, mi ha offerto
la possibilità di un ultimo tentativo. Ho saputo che verreste sola.
Benchè fossi sicuro di dispiacervi, di spaventarvi, come avrei potuto
resistere alla tentazione?
— Lo avreste dovuto però.... Sarebbe stato meglio.
La voce d’Elisa era ridiventata più ferma, ma parlava a stento.
— Perdonate la durezza delle mie parole. Ma a che serve il rivederci?
Io non mi appartengo più, sono legata irrevocabilmente ad un altro....
che devo amare.... che amo. Avevo detto a vostro zio che dovevate
partire, e non conservare di me che un incancellabile ricordo, come io
lo conservo in fondo all’anima mia.... E a quale condizione, gli dissi
che ad onta di tutto, non vi potevo dimenticare? Alla condizione che
mi obbedireste e non cerchereste di rivedermi. Ho aggiunto che il mio
più ardente desiderio era di sapervi meno infelice, trovando un po’ di
serenità nella vostra vita tanto triste per colpa mia, tutta di dovere
e di sacrificio.... E voi....
— Non parlatemi di cose impossibili. Potete rimproverarmi d’aver
disubbidito e d’essere qui. Ma non potete comandare ai miei sentimenti.
Il mio amore per voi è eterno, perchè è al di sopra della vita umana
e della nostra sorte passaggera. È mio diritto d’essere infelice per
voi. Voi, avete potuto esser felice; vi approvo sinceramente, ma non
sapreste esigere lo stesso da me. Vi giuro, Elisa, che in queste mie
parole non v’è nemmeno l’ombra di un rimprovero. I nostri destini sono
stati diversi; abbiamo fatto ciascuno il nostro dovere. Ingannata da
me, ed una tale menzogna era necessaria, sciolta da tutte le nostre
promesse, credendomi debole, dimentico, colpevole forse, mentre fui
solo imprudente, d’una imprudenza che scontai con la disgrazia di tutta
la mia vita, voi mi avete ancora atteso, voi avete lottato, oh! lo so
ed indovino! vi siete ostinata a lungo, poi infine, il tempo ha fatto
l’opera sua, la vita ha avuto la sua influenza, un sentimento nuovo ha
trovato posto nel vostro cuore, ed avete accettato la felicità. Avete
fatto bene. Ma io, che non avevo nulla da rimproverare fuorchè a me
stesso, io, che sapevo tutta la forza del vostro carattere e tutta la
infinita bontà dell’anima vostra, io, ch’ero sicuro che se non avessi
mentito per dovere, sarei stato da voi aspettato sempre, io, che dovevo
desiderare la vostra felicità per mezzo di un altro, poichè io stesso
vi ci avevo spinto, e la profonda approvazione della mia coscienza ha
appena compensato l’immensità del sacrificio! potevo io esser felice
avendovi perduta, potevo io vivere d’altro che di memorie? L’avvenire,
possibile e necessario per voi, non esisteva per me. Ed intanto ho
tutto rinchiuso dentro di me. Credete voi che si sappia veramente come
ho vissuto? Ho obbedito, per quanto lo potevo, alle leggi sociali; ho
potuto trovare la rassegnazione apparente per quelli cui volevo bene;
ho lavorato e mi sono reso utile alli altri ed a me, ma che non mi si
chieda di più! Nessuno ne ha il diritto.
— Se sapeste quanto mi fate soffrire! Vedete bene la mia emozione,
non mi provo a celarla. Un brivido mi ha presa dal momento che apriste
quell’uscio, e tremo ancora.... Risparmiatemi!...
Egli la guardò con una espressione nuova sul viso; poi ripigliò con un
tono amaro:
— Ah! capisco!... Nella vostra esistenza calma, il mio ricordo è
rimasto come un’eco lontana della vostra prima giovinezza.... ma vivete
in piena vita reale, come una signora della società che siete; avete
cercato e trovato la pace; le vostre giornate, tutte uguali nella loro
amabile varietà, si seguono senza scosse; voi vi adagiate, fiorite
nella vita tranquilla e opulenta dei felici di quaggiù, e la vostra
malinconia, seducente alli occhi altrui, si è raddolcita anche per voi,
e bruscamente io sorgo qui simile allo spettro brutale del passato,
e vengo, io che il mondo non seppe mai deridere, tanto seppi sempre
tacere! vengo a far pompa dinnanzi a voi dei miei dolori che non potete
nemmeno più comprendere!
Si alzò e camminò fino in fondo alla camera, lentamente, a testa bassa.
Quando rialzò li occhi, vide Elisa che lo guardava fissamente, con la
faccia contratta, e quando i loro occhi s’incontrarono, egli scorse
delle grosse lagrime, ch’ella non potè trattenere che le colavano per
le guancie; e dopo un istante di lotta vana, ella nascose il viso sul
braccio appoggiato al tavolino, e scoppiò a piangere.
Giulio rimase un minuto immobile, come pietrificato, a contemplarla.
Poi cadde a’ suoi piedi, e prendendole la testa nelle sue due mani,
la costrinse a volgere verso di lui il viso bagnato di pianto. Guardò
quelli occhi rossi, quelle labbra convulse dai singulti, sentì presso
di sè il soffio ansante del seno di lei, ed il fiato di lei sulla
sua bocca, e si rigettò all’indietro, poi si piegò sopra quelle mani
bianche diventate inerti che coperse di baci.... Vi fu un silenzio.
Restò immobile, con la faccia quasi sui ginocchi d’Elisa.
Lei rivide quella testa, quel collo, che aveva altre volte veduti tanto
spesso così, e durante un áttimo, dieci anni della sua vita sparirono.
Il passato risorgeva davanti a lei, nella sua antica e imperitura
bellezza. Rivedeva la casa del lago di Como, i sentieri dove i piedi
s’imbarazzavano nei cespugli e dove lo sguardo si riempiva delli
azzurri dell’acqua e del cielo, l’albero sotto al quale essi avevano
pianto alla loro prima separazione, e la piccola sala dei ritrovi
notturni all’epoca del ritorno inatteso di Giulio, quei rapidi giorni
di febbrile felicità ch’erano rimasti come la nota la più acuta
e sonora della sua vita. I ricordi dalle care tinte impallidite
ridiventavano dei ricordi d’ieri; essa rivedeva ogni pietra, ogni
cespuglio della strada di Torno, di quella strada che aveva tante
volte percorso andando alla posta, col cuore pieno di speranza, per
ritornarsene in preda a una tristezza mortale; rivedeva il piccolo
cannotto nel quale si erano talvolta arrischiati sul lago, lo svolto
della strada dove penavano tanto a lasciarsi dopo le loro lunghe
passeggiate, la sua camera dove sempre i suoi pensieri si rivolgevano
a lui, attraverso l’oceano, dopo ch’era partito. Poi la notte profonda
dell’anima sua, quando aveva finalmente perduta ogni speranza, le
angoscio della lotta dalla quale era uscita rassegnata, i desideri
insopportabili e pazzi di vederlo una volta ancora e morire.
Ed ora egli era lì, chino sopra di lei, a’ suoi piedi; ella sentiva le
mani di lui che toccavano le sue, vedeva quella testa appoggiata sulle
sue ginocchia. Ed ella contemplava, assorta in un’estasi inconsciente,
in un completo oblìo del presente.
D’un tratto, ella osservò che quei capelli tanto noti, quei capelli
da ragazzo morbidi ed ondulati, erano brizzolati di fili bianchi. E
con la sensazione di una orribile stretta al cuore, essa si svincolò
finalmente.
Ma svegliandosi, si ritrovò tuttora in un sogno. Perchè trovavasi, con
lui, in codesta camera banale, con le sue pareti dipinte a quadretti
gialli e rossi, i suoi mobili volgari e scompagnati, la sua alcova a
tende scolorate?
Allora, mentre ascoltava come in sogno ciò che Giulio continuava
a dirle, il suo pensiero ritornò ai giorni più recenti, al nuovo
cambiamento nella sua vita, al tempo ch’era già trascorso, rapido e
penoso, dopo la visita di Orlandi, dal momento in cui era venuto a
turbarla annunciandole l’arrivo di suo nipote a Firenze fino all’ultimo
giorno di sofferenze segrete a Viareggio, dove notava con paura
l’attitudine incomprensibile di Massimo. Mutato per lei, senza ch’ella
sapesse indovinare perchè, era diventato aspro, freddo e distratto
all’istante in cui avrebbe avuto il maggior bisogno d’essere sostenuta
e incoraggiata. Avrebbe voluto abbrancarsi a lui, e Massimo sembrava
allontanarsi. Doveva avere del sospetti ch’ella indovinava; ma quali
precisamente? Paurosa, non ardiva interrogarlo, nè scandagliarlo in
nessun modo. Che sapeva? Che pensava? Lei aveva creduto che Giulio
fosse ritornato a Londra, e sulle prime ne aveva provato una specie di
sollievo. Ma, a poco a poco, nella tristezza della solitudine, davanti
a suo marito che non riconosceva più, un rimpianto sorse nel suo cuore.
Durante le sue lunghe giornate solitarie, nel salotto soffocante
del suo quartiere ammobiliato, illanguidita del caldo opprimente,
l’occhio fisso sul vasto mare che pareva assopito sotto i raggi di
un sole torrido, una idea s’impadroniva di lei che tentava invano di
scacciare. Avendo riveduto Giulio per un minuto, una brama la riempiva
di rivederlo ancora. La parola _giammai_ si disegnava davanti a’ suoi
occhi in lettere di fuoco. Avendolo riveduto, — e come dimenticare la
scossa di quel minuto secondo? — le sembrava impossibile di dover dire
a sè stessa: morrò senza aver sentito una volta ancora il suono della
sua voce, senza potergli dire una parola.
Ed ora egli era lì, davanti a lei.
Le parlava con una voce dolce, che pareva venisse da lontano, e che
infatti s’innalzava per lei in un mormorio, come dal fondo delli anni
spariti. Le domandava sempre perdono d’essere venuto e l’assicurava,
con un così triste sguardo! che non cercherebbe mai più di rivederla.
Non voleva che un ultimo sorriso e che una mano indulgente nella sua.
E, senz’ordine, interrompendosi, le raccontava la propria vita, gli
avvenimenti di tutto quel tempo che li aveva separati, le proprie
disperazioni, ed in quel racconto le parole non erano nulla. Lei lo
ascoltava macchinalmente, leggendo nelle pupille di lui tutti i segreti
dei suoi dolori, tutte le lotte della sua coscienza, e la terribile
vittoria sopra sè stesso. Le parlò della sua lunga assenza, della sua
sventura, della menzogna alla quale aveva dovuto acconsentire, poi del
suo ritorno, e di quello che aveva sentito alla notizia ch’ella era
maritata col marchese d’Astorre.
Parlando, Giulio era stato sincero. Davvero, venendo, ad onta di tutti
i rischi, fino in quell’albergo per rivederla, nessun pensiero era nato
nella sua mente ch’egli avesse a rimproverarsi. Per nulla al mondo,
egli avrebbe voluto turbare la pace, la felicità di colei che adorava
d’un amore santificato da tanto soffrire. Era entrato la sera in quella
camera, dove nessuno poteva sospettare la sua presenza, perfettamente
sicuro di sè. E non aveva dubitato di uscirne, forse un po’ consolato,
forse più affranto di prima, ma senza che la sua coscienza avesse nulla
da rinfacciargli. Una carrozza stava pronta, che doveva condurlo a
una stazione, donde ripartirebbe per non più ritornare. Sapeva bene
che rivedendo Elisa, parlandole, proverebbe la più forte emozione
della sua vita, e che forse, attraverso il suo amore purificato, tutte
le violenze della passione si ridesterebbero in lui, ma sapeva pure
che adesso Elisa apparteneva volontariamente ad un altro, ch’ella lo
amava, che gli doveva la felicità, e sentiva ch’egli non mancherebbe al
proprio dovere, e che si mostrerebbe a lei come gl’incombeva di essere.
Ma non si era aspettato a trovarla quale essa gli appariva allora.
“Certo sarà commossa assai rivedendomi„ erasi detto, ma non avrebbe
mai creduto di vedere quelle lagrime ardenti smentire le fredde parole
ch’ella aveva tentato di rivolgergli, nè di sentire la mano di lei
febbrile quanto la sua propria, nè di leggere in quelli occhi la
rivelazione involontaria di tutto l’antico amore risorto. Un sospetto
gli attraversò la mente, che lo rese come pazzo e gli fece tutto
dimenticare: ella forse aveva mentito ad Orlandi, si provava a mentire
ancora, ma tutto quanto diceva era falso, ed ella lo amava come prima!
Allora sentì tutte le sue risoluzioni squagliarsi e gli sembrò che
un abisso si aprisse sotto ai suoi piedi, pieno di disperazione e di
gioia. Tacque d’improvviso, e fissò negli occhi di Elisa uno sguardo
che voleva penetrare fino all’anima.
— Continuate, — disse. — Giacchè siete qui, parlate. E parlate presto,
perchè il tempo incalza.
— No, nulla ne incalza, — rispose con voce cupa.
Poi serrandosi le tempie nella mano destra, esclamò con tono mutato:
— Dio mio! pensare che se fossi ritornato qualche mese prima, allora,
non apparterreste ad un altro! Ironia insultante della sorte! Voi,
Elisa, la mia Elisa, vi guardo e non ne ho il diritto, prendo le vostre
mani nelle mie, e per questo sono costretto a nascondermi! Non siete
più la mia Elisa, siete la marchesa d’Astorre. Ma pensate dunque,
dopo tutto, mi avete lungamente e pazientemente aspettato, povera
fanciulla mia, mio angelo adorato.... e più che non avreste dovuto; ma
perchè Dio ha permesso che, ad onta del vostro coraggio, io arrivassi
troppo tardi? E come lo avevo altre volte predetto, ritorno ricco,
considerato.... ed avrei potuto avervi! No, è troppo! Perchè non sono
morto in mare, ritornando!...
— In nome del cielo, calmatevi! Perchè vi esaltate così, perchè questo
mutamento!
— Perchè? Perchè leggo nei vostri occhi; perchè le vostre parole hanno
mentito ed i vostri sguardi sono sinceri.... perchè mi ami ancora!
Elisa, perchè ci amiamo sempre!
E, debole com’essa era, egli se la prese tra le braccia.
— Vieni, — le disse, — partiamo! Vedi bene che sono io! Ti ritrovo!
Il tuo corpo freme tra le mie mani.... come posso credere alle tue
parole? Ti giuro che tu mi ami! Dimentico tutto. Se ci amiamo, tutto
il resto è falso. Oh! dimmi, Elisa, non senti l’eternità del nostro
amore? Come vuoi che di un tale passato non rimanga nulla?... Come?
tutto dovrebb’esser vano? e inutili i nostri dolori? Avremmo dunque
mentito, allora, ci saremmo ingannati? Quelli che negano l’amore
avrebbero dunque ragione, e noi avremmo scambiato un lampo con la
luce immortale?... Ti ricordi le nostre promesse?... Non senti tu che
i vincoli che ci univano non sono spezzati? Mettete sopra un piatto
della bilancia tutte le leggi sociali, tutti i doveri mondani, tutte le
catene della vita, e sull’altro un sentimento d’origine divina.... da
qual lato piegherà? Tu fosti mia; lo sei ancora. Farò tutto quello che
vorrai. Fuggiamo lontano da tutti, che nessuno più ci veda!...
— Tacete!
E con uno sforzo violento, Elisa si svincolò.
Essa si volse verso la finestra, e Massimo che udiva tutto, vide
rivolto verso di lui il viso di sua moglie, e su quel viso una
espressione ch’egli non potrebbe mai più dimenticare. Vide i suoi
occhi alzati al cielo, i suoi lineamenti contratti da una lotta ultima,
un’angoscia suprema che agitava tutto il suo corpo.
Giulio volle seguirla all’altra estremità della stanza.
— Restate, — gli disse. — Non saprete mai a che punto soffro. Per
pietà, Giulio! (egli trasalì sentendola chiamarlo per nome), calmatevi!
Non mi avvicinate più!
Rimase qualche tempo accasciata, incapace di parlare. Il silenzio era
strano in quella camera. Poi finalmente ella disse a voce bassissima,
con uno sforzo:
— Se sapeste come amo veramente mio marito, e quanto e perchè lo amo,
non mi parlereste come fate.
— Ciò è falso. Voi non lo amate, poichè amate me. L’ho veduto, l’ho
vedo ancora. Non posso credere alle vostre parole. Nient’altro è vero
tranne il tremito della vostra mano nella mia. Il vostro, Elisa, è un
carattere sincero e retto; non avete mai saputo mentire. Ma io non vi
accuso; anzi vi stimo e vi ammiro sempre più. Si capisce tutto, quando
si ama come amo io. La vostra menzogna è sublime. Imponete silenzio
all’anima vostra per compiere ciò che credete il vostro dovere. Ma io,
in questo momento supremo, vedo al di là delle considerazioni umane.
Guardate: adesso sono calmo. Ascoltatemi. Io pure ho provato che so
tutto sagrificare all’idea del dovere. È per fare ciò che dovevo, che
mi condannai io stesso a mentire, che ho frantumato il mio proprio
cuore. Posso dunque giudicare. Ebbene! ve lo dico in tutta sincerità,
il vostro dovere non può consistere nell’amare quell’uomo. Ad onta
delle leggi e della morale passeggiera di questo mondo, quali sono
i suoi diritti paragonati ai miei? Io, ebbi la vostra prima parola
d’amore, e vedo che mi amate ancora; io, vi ho tutto dato e tutto
sagrificato, e sarei pronto a sagrificare tutto ancora, se veramente lo
amate, vostro marito. Ma come lo fareste credere? Che ha fatto, lui?
Oh! credetelo! ho ragione. Vorrei che vostro marito fosse qui e mi
sentisse.
— Giulio, è me che dovete ascoltare, — disse Elisa lentamente. — Non
parlate così; non dite nulla di cui potreste pentirvi più tardi. In
nome del passato, che resta sacro nella mia memoria, ve ne supplico!
V’era qualcosa di così decisivo, di così solenne nella sua voce, che
Giulio ne fu colpito in mezzo al suo esaltamento, e che tacque mentre
Elisa sembrava riflettere....
— Sapete quali furono per me gli anni che seguirono la vostra partenza?
— continuò finalmente, e come se parlasse tra sè. — V’immaginate il
lutto che si distese per me sulla natura, la disperazione che cadde
sul mio cuore? Nessun vecchio, disingannato di tutto e stanco della
sua lunga giornata, sentì mai il peso dell’esistenza troppo gravosa
per le sue forze, come lo sentii io allora, al principio della vita,
giovinetta cui sorrideva il mondo. Ed io, non avevo nemmeno il lavoro,
un cómpito per distrarmi. Non avevo che la mia solitudine e i miei
pensieri, e non me li permettevano. Mi era proibito di soffrire, e di
giorno in giorno, i miei spiavano l’istante in cui dovesse cessare il
mio dolore eterno. Mentre desideravo morire, si pensava a maritarmi.
Rifiutavo sempre, lottavo. Ma finalmente si decise, mio malgrado,
il mio matrimonio.... e sapete con chi? con quell’uomo che voi pure
detestavate e che veniva tanto spesso da voi.... Gorletti. Codesto
matrimonio era una necessità assoluta; la miseria sorgeva davanti a
noi, ed io dovevo salvare la mia famiglia. Tutti mi consigliarono di
cedere, perfino le persone migliori, le più intelligenti. Non sapevo
resistere alle minaccie di mia madre, alle preghiere desolate di mio
padre, all’opinione universale. Come avrei voluto morire! ma lo potevo
ancor meno. Il sacrificio era deciso; ad onta della mia ripugnanza,
del mio orrore, avevo dovuto acconsentire.... Sola, non potevo lottare
contro tutti e contro la sorte. Mi si compiangeva, ma nessuno ebbe
l’idea di venirmi in aiuto. E, d’improvviso, all’ultimo momento, un
uomo giunse, che lo fece. Come un angelo salvatore s’intromise tra me
ed il destino, e con mano possente, arrestò sull’orlo del precipizio
quella che i suoi amici vedevano cadere con vani rimpianti e nulla più.
E quest’uomo mi conosceva appena; non ero per lui che una conoscenza
banale, indifferente. Ma egli comprese e volle salvarmi. E per ciò
fare, mi sposò; mi diede il suo nome, il suo appoggio, la sua fortuna e
non mi chiese nulla in cambio. Potevo rifiutare? Avevo la scelta?
— Non lo amavate, dunque?
— No, non lo amavo allora. Ma già mi sentivo irrevocabilmente legata a
lui da una riconoscenza della quale non mi potevo sdebitare. Mi aveva
resa ad una vita possibile. Voi, vi credevo perduto per sempre, sposato
con un’altra; vivevate sempre nell’anima mia, ma solo per la memoria.
Il tempo scorreva per me, calmo; ero triste, ma esistevo come in sogno.
D’Astorre, invece, attivo, errante, proseguendo sempre qualche progetto
da me ignorato, viveva in un modo bizzarro, disordinato, che io non
capivo. Per me, egli non era, come dal primo giorno, che un amico
sicuro e sincero.
A poco a poco egli cambiò. Tutte le cose esterne cessarono
d’interessarlo; si attaccò sempre più a me ed alla casa; cessò di
assentarsi. Mi chiese se io volevo essere tutto per lui. Raddoppiò di
cure, di delicatezza. Seppe guadagnare tutta la mia fiducia, lui che
talvolta m’intimidiva; si corresse di tutti i suoi difetti. — E dal
giorno ch’egli mi amò in tal modo, credetti mio dovere di amarlo, e
l’amai veramente. Ebbene, non comprendete che adesso devo morire prima
d’ingannarlo? Ah! Giulio! la felicità ideale che altre volte sperammo
è svanita per sempre, e nulla la può risuscitare quaggiù. Voi avete
vissuto come io avevo l’intenzione di vivere, cioè rinunciando alla
vita; io ho dovuto cominciare una nuova esistenza e vi ho trovato la
pace ed un benessere calmo che per me è il dovere. Il ricordo del
passato non può spegnersi in me, e mio marito lo sa; poichè non ho
voluto nulla nascondergli, ma la mia vita gli appartiene adesso. Ho
sofferto quanto voi; ho forse pensato ancora di più. Riflettete, e
sarete costretto di darmi ragione. Nelle mie lunghe meditazioni ho
tutto previsto, perfino quest’ora. Sono debole, è vero, e la commozione
che ho provato vedendovi apparire al momento in cui meno me lo
aspettavo, mi ha fortemente scossa.... Ma ho tanto pensato, che non
posso fallire....
— È perchè il ricordo in voi è meno vivo che in me.
— No, v’ingannate ancora; se vi parlo così, non è perchè dimentico,
ma perchè rammento. Confrontate ciò che fu il nostro amore a quello
che sarebbe ora! Invece dell’abbagliante splendore, dell’ebbrezza
santa che abbiamo conosciuto, che cosa avremmo? Una passione colpevole
e sconvolta, una felicità cattiva, avvelenata di rimorsi. Il nostro
passato, così bello nei nostri ricordi, e che, separati, non potremo
mai dimenticare, sarebbe esso pure guastato da un presente colpevole, e
che sembrerebbe la parodia di quanto abbiamo sognato. Tutta la mia vita
s’interpone tra di noi.
Giulio non osava più interromperla. Ascoltava, con la testa china,
quelle parole tanto vere che risuonavano stranamente in quella camera,
guardando talvolta le due candele già per metà consumate, talvolta
rivolgendosi verso Elisa con un gesto di violenta negazione ch’ella
reprimeva subito.
— Tutto quanto mi dite è vero a un certo punto di vista, — disse lui
finalmente con gran tristezza, dopo una lunga pausa; — tutto è d’una
verità crudele. Ve lo ripeto, avete ragione, e vi stimo altamente di
parlare in tal modo, sebbene mi spezziate il cuore. Il nostro amore
sarebbe adesso colpevole; è vero. Il dovere ne lo proibisce; ma,
credetelo, il dovere soltanto. Vedete, sono calmo. Sarò anche forte;
avrò l’orribile coraggio di obbedirvi. Una vostra parola mi è sacra.
Ma a quest’ora suprema, Elisa, confessate la verità. È il dovere che
ne separa ancora, inesorabile, null’altro che il dovere. Ma voi mi
amate, mi amate come sempre, mi amate come io vi amo. Datemi questa
consolazione terribilmente amara di confessarmelo, e partirò.
— Non sarebbe una conclusione. Mentre invece se mi poteste comprendere,
se poteste intravedere la verità tal qual’è, e tale che ve la voglio
dire tutta intera, vi trovereste un sollievo vero, e la forza di
rassegnarvi alle tristi leggi della vita che non possiamo discutere.
Dicendo che v’è nel nostro passato qualche cosa di eterno che non può
morire, e che le nostre anime sono unite da un vincolo indissolubile,
dite il vero.... Ma v’ingannate credendo che io possa amarvi come una
volta. Allora potevo darmi a voi tutta intera, consacrarvi tutte le ore
del mio tempo, tutti i miei pensieri e tutte le mie sensazioni; adesso
invece appartengo ad un altro e da alcuni anni egli ha la mia vita
di tutti i giorni.... e come avrei potuto diventar sua, senza nulla
dargli del mio cuore? Perchè volete che dicendovi che lo amo, non lo
dica che per farvi ancora più crudelmente soffrire? Oh! no, Giulio, non
si tratta del dovere solamente, del dovere sociale, come vi ostinate
a crederlo.... Se avessi potuto continuare ad essere tutta vostra,
_allora_, non avrei forse calpestato tutti i doveri? Ma perchè vorreste
che ci rendessimo ora infelici, cercando una felicità impossibile
che non potremmo trovare se non al prezzo della pace della nostra
coscienza?
Elisa gli disse che aveva lungamente riflettuto nelle ore della sua
solitudine. Gli spiegò che la vita è molteplice e che quando i nostri
voti non sono aiutati da circostanze eccezionali, l’ideale è presto
soffocato dalla realtà e non può più esistere che nel segreto del
nostro cuore. Se non ne viene concesso d’isolarci dal mondo, siamo
ben presto ravvolti dalla mischia, siamo costretti ad abbandonare i
grandi spazi puri dove la nostra immaginazione vagava, e di camminare
nell’erba, sull’orlo della strada.
Elisa, mentre ripeteva tutto ciò, era pallida quanto Giulio.
Lui aveva abbassato il capo; era vinto. Vedeva chiaro finalmente
quanto ella avesse ragione. Con un brusco movimento, si alzò quasi per
partire.
Elisa trasalì, e allora, lei che aveva saputo parlare con tanta calma
e con tanta verità, affranta dalla intensa emozione e dalla tensione
dello sforzo, si mise a piangere.
— Per pietà, Elisa, se volete che abbia la forza di fare ciò che devo,
non piangete! Vedete, vi ho compresa, sono ridiventato me stesso. E
siete debole voi, adesso, ve ne supplico.... Eppure grazie! grazie per
queste lagrime!
Ella gli stese le mani, oramai, asciugandosi gli occhi.
— Ho ben ragione, non è vero? Dunque, giurate di obbedirmi?
— Lo giuro.
— Restate ancora un poco, allora. Che io possa avere la dolcezza di
parlarvi liberamente, adesso che sono altrettanto sicura di voi che di
me, che io possa tenere senza paura per pochi istanti la vostra mano
nella mia! Se sapeste quanto, io pure, desideravo parlarvi ancora una
volta, quanto l’ho sopratutto desiderato il giorno che vi ho rivisto!
Sì, oso dirvelo, ad onta dell’imprudenza, ad onta del pericolo, ad
onta di tutto, non posso biasimarvi di essere venuto. È una felicità
insperata e che nessuno può rimproverarmi, e sarò più forte, d’ora
in poi. Siete buono e grande, Giulio, come lo foste sempre. Oh! senza
fallire, senz’aver nulla da rinfacciarmi, potervi parlare sinceramente
questa volta ancora! Oh! se potessi sperare, che voi pure sarete meno
infelice per avermi veduta! Ma tutto è così triste....
Giulio guardò il suo orologio.
— Ho ancora un’ora da rimanere. Lasciate che vi guardi.
Intanto, Massimo, di fuori, su quel balcone, dove, quando Bardi era
entrato nella camera, aveva dovuto abbrancarsi alla sbarra per non
fare irruzione, avendo sul capo la serenità del cielo stellato, sotto i
piedi l’abisso aperto, e davanti agli occhi, tra gli interstizi delle
persiane, la scena che abbiamo descritto, — aveva vissuto altrettanti
anni quanti erano i minuti passati, tutta una vita, se si considera
il tumulto delle passioni diverse, cambianti ad ogni nuova fase
del dialogo, e la dolorosa varietà de’ suoi pensieri e delle mosse
dell’animo suo. Dinanzi a quella scena, dove il suo avvenire era in
giuoco, una di quelle trasformazioni aveva dovuto compiersi in lui;
che, troppo bruscamente subìte per scosse violente, possono uccidere
un uomo, specialmente nel suo stato. Ma una così intensa curiosità
lo aveva inchiodato al suo posto ch’era passato dallo spavento e
dall’orrore all’ammirazione, quasi senza sentirlo. Tremò dai piedi
alla testa senza che l’occhio suo s’abbassasse per un secondo, senza
che le sue mani potessero muoversi. Rimase sino alla fine, atterrato,
affranto, consolato tutt’insieme e di volta in volta. Aveva tutto
sospettato, tutto, tranne ciò che vedeva ed udiva. Dal primo momento
in cui si era sentito come trafitto dalla certezza acuta che tutto era
perduto, egli aveva temuto, sperato, dubitato, pronto a maledire o a
piangere, sino alla fine; e tutto lo aveva sorpreso, strappato dalla
logica della sua esperienza per aprire alle sue riflessioni degli
orizzonti inesplorati.
A un certo momento aveva alzato gli occhi alla gran vòlta oscura
e splendida, e si sarebbe potuto crederlo sul punto di cadere in
ginocchio come se una preghiera riconoscente gli salisse alle labbra.
Ma non si sentì felice quand’ebbe tutto veduto. Una disperazione
nuova si aumentava lentamente in lui. Tutta la sua passione brutale,
i suoi desideri di vendetta, ed i suoi furori pieni di angoscia,
si dissipavano, e non sentiva più che la vergogna di sè stesso,
l’ammirazione e la pietà. Egli moralmente scompariva davanti a quei due
ch’egli aveva considerato come colpevoli, e che ora contemplava simili
ad esseri superiori. Qualcosa contorcevasi morendo dentro di lui, e un
sentimento affatto nuovo vi nasceva. Al posto del suo amore turbato,
che avrebbe potuto condurlo fino al delitto, sorgeva una infinita
tenerezza che aveva quasi sete dell’amara voluttà del sacrificio.
Aveva visto adesso l’amore nella sua estrinsecazione la più alta, ed a
momenti, era stato costretto di dimenticare che lui stesso amava quella
donna, a piedi della quale stava un altro.
Aveva compreso codesto amore, del quale da un pezzo conosceva la prima
parte, ed alla fine del quale egli aveva così stranamente assistito.
Che diventavano i suoi sentimenti, confrontati coi sentimenti dei quali
aveva ascoltato la involontaria eloquenza? Aveva sentito la sua gelosia
umiliata, intravedendo le segrete profondità di quelle due anime,
sentendo più che non dicessero le parole, credendo leggere sui loro
lineamenti confessioni non espresse.
Il suo sguardo si perdeva in giù, al basso, e vedendo le pietre del
torrente biancheggiare sempre nell’orrore delle tenebre, ebbe per un
istante la vertigine della profondità, del silenzio dell’abisso dove
tutto si oblia, e lui, che due ore prima, voleva vivere per vendicarsi
e punire, pensò allora che sarebbe stato meglio — soccombendo al dolore
che lo aveva assalito durante la sua pericolosa ascesa al balcone —
cadere nel precipizio e trovarvi la morte, che sarebbe stata la pace
per lui e la felicità per gli altri.