V.

Elisa si alzò di soprassalto, e riconoscendo Giulio al chiarore

malfermo delle candele, divenne bianca. La sua bocca si aprì come per

emettere un grido che non venne fuori, e, tutta tremante, si appoggiò

con le due mani al tavolino. Ella aveva sul viso qualcosa dello stupore

che si prova alla vista d’un fantasma.

Giulio, assai commosso, si era fermato contro l’uscio, richiudendolo

senza rumore dietro di sè. Restarono senza poter parlare. Elisa era non

solo senza parole, ma senza idee; ella non viveva che dalli occhi. Una

realtà, rassomigliante ad un sogno, l’affascinava. Balbettarono insieme

qualche parola senza comprendersi.

— Voi? Voi qui? — disse lei finalmente con la sua voce appena

ricuperata.

— Sì, sono io.... perdonate.... — ma non proseguì subito,

dimenticandosi a guardarla.

Lei tremava sempre.

— Come siete venuto? Perchè siete qui? — ripetè con tuono esaltato.

— Ve ne supplico, non siate tanto turbata. Permettetemi di parlarvi; è

necessario.

Elisa ricadde sulla poltrona e si nascose la testa fra le mani.

— No, partite, non vi voglio ascoltare! Che mai possiamo dirci?

Ella sentì le proprie mani scostate dal suo viso da quelle di Giulio,

poi se lo vide seduto in faccia e tenendo sempre una delle sue mani

nelle sue, ch’ella tentava di ritrarre. Rivide quel volto dolce e serio

che da sì lungo tempo non aveva più contemplato che nei suoi sogni, e

uno sguardo non mai scordato si sprofondò nel suo.

— Lasciatemi, — mormorò, — lasciatemi!

Ma egli non si muoveva e riteneva sempre la mano di lei che stringeva

febbrilmente. Il suo sguardo doloroso non implorava altro che pietà.

— Se sapeste tutto ciò che ho fatto per giungere fino a voi, non

parlereste di scacciarmi.

— Come siete venuto? — ripetè lei.

— Non lo so.... non ho tempo adesso di raccontarvelo. Scusate, —

riprese dopo una pausa e lasciando andare la mano di lei. — Bisogna

perdonarmi. Era necessario. Ho saputo ch’eravate qui (in qual modo

non preme), ch’eravate qui sola, e vi ho seguita, poichè mi riesciva

impossibile di esiliarmi come me lo avete comandato, senza vedervi

un’ultima volta. Calmatevi, ve ne supplico. Vi faccio dunque paura!...

Mio zio m’ha detto tutto ciò di cui l’avete incaricato per me. Ad

onta delle vostre buone parole, ho dapprima trovato la vostra sentenza

crudele, nel mentre stesso che vi comprendevo....

— Ebbene? Com’è che siete venuto allora?

— È soltanto adesso, dinanzi a voi, che sento nella mia emozione

profonda, che avete veramente ragione. E vi obbedirò senza mormorare.

M’ingannavo me stesso pensando ad altro. Partirò, e non vi rivedrò

forse mai più. Vi ero già deciso, e lo sono ancora, ve lo giuro....

Ma, lo ripeto, partire senza avervi parlato una volta ancora, mi

sarebbe stato impossibile. Ecco perchè sono venuto.... Tremate?... Di

che potete temere? Ho forse neppure tentato d’andare da voi dopo che

me lo avete proibito?... Pensate: sono ritornato da Londra apposta

per vedervi, non fosse che per un istante.... in istrada.... senza

mostrarmi. Eravate in campagna. Ciò che mio zio mi ha detto, non mi

ha desolato quanto potreste crederlo. Sapere da voi stessa che siete

felice.... voi almeno! è stata quasi una consolazione per me. Avevo

fatto un ultimo sogno.... impossibile! me ne accorgo adesso, aveva

sperato poter diventare vostro amico e vedervi di tempo in tempo....

Sentendo il vostro rifiuto, ho ubbidito senza lagnarmi. Sono ripartito.

Ma un pensiero mi perseguitava, doloroso, orribile. Dicevo a me stesso

che lasciavo l’Italia senza neppure avervi veduto.... e che ogni

giorno, ogni ora, allargherebbe ancora lo spazio che ne divide. La mia

ultima probabilità era perduta. Era al disopra delle mie forze; tornai

a Firenze di nascosto, quasi come un ladro. Mentii a mio zio, e a

insaputa di lui, ritornai solo, senza nessuno per sostenermi nelle mie

buone risoluzioni, per farmi arrossire di me stesso, se non seguivo la

via che mi ero prescritta come un dovere. Ho vissuto celato, facendo

spiare le vostre mosse con un mezzo senza pericolo che ho trovato. È

stato in tal modo che sono giunto a vedervi, alla stazione, frammezzo

alla folla, il giorno della vostra partenza per Viareggio. Quando mi

sono trovato davanti a voi, ho creduto svenire, io che avevo resistito

a tutto! Non mi avete visto....

— V’ingannate. Vi ho visto.... Ma, mio Dio! perchè m’avete inseguita

fin qui?... Mi fate orribilmente soffrire!...

— Davvero?... M’avevate visto?... L’ho creduto per un minuto, poi

mi sono detto: No! sei troppo pazzo! Lo speravo e lo temevo.... Ma,

dopo quel momento, la mia forza mi abbandonò. Nel tempo stesso che

mi rimproveravo la mia mancanza di logica, la mia imprudenza, partii

all’indomani per Viareggio; partii senza scopo, senza motivo, spinto

da un desiderio irresistibile... semplicemente per vedervi ancora. E

davvero, alla stazione, mi riconosceste?...

— Subito.... Eppure....

— Sono mutato, non è vero? assai mutato. Pensate agli anni che

trascorsero da quando ci lasciammo, e pensate a tutto quanto ho

sofferto. Non ne parliamo più. Adesso permettete che vi guardi.

Questa è un’ora che non tornerà più. Sì, vi ho seguita, e a Viareggio,

nascosto, ho passato dei giorni quasi felici nella solitudine di una

stanza d’osteria, pensando che non eravate lontana, e che di tempo in

tempo, potevo scorgervi un istante di sfuggita. Vi ho intravista solo

quattro volte in quindici giorni, ma mi è bastato per farmi sopportare

quasi allegramente la mia prigionia volontaria. Intanto però un

desiderio di parlarvi, non fosse che per un’ora, senza testimoni, si

è bentosto impadronito di me con una violenza tale, che non fui più

capace di lottare. Le mie giornate furono passate a cercare di scoprire

un momento favorevole. Ma il rischio era troppo grande, avevo paura

per voi. Finalmente, quando non speravo più, codesto caso inatteso e

imprevedibile del vostro viaggio qui, del quale ho potuto aver contezza

facendo interrogare abilmente la vostra padrona di casa, mi ha offerto

la possibilità di un ultimo tentativo. Ho saputo che verreste sola.

Benchè fossi sicuro di dispiacervi, di spaventarvi, come avrei potuto

resistere alla tentazione?

— Lo avreste dovuto però.... Sarebbe stato meglio.

La voce d’Elisa era ridiventata più ferma, ma parlava a stento.

— Perdonate la durezza delle mie parole. Ma a che serve il rivederci?

Io non mi appartengo più, sono legata irrevocabilmente ad un altro....

che devo amare.... che amo. Avevo detto a vostro zio che dovevate

partire, e non conservare di me che un incancellabile ricordo, come io

lo conservo in fondo all’anima mia.... E a quale condizione, gli dissi

che ad onta di tutto, non vi potevo dimenticare? Alla condizione che

mi obbedireste e non cerchereste di rivedermi. Ho aggiunto che il mio

più ardente desiderio era di sapervi meno infelice, trovando un po’ di

serenità nella vostra vita tanto triste per colpa mia, tutta di dovere

e di sacrificio.... E voi....

— Non parlatemi di cose impossibili. Potete rimproverarmi d’aver

disubbidito e d’essere qui. Ma non potete comandare ai miei sentimenti.

Il mio amore per voi è eterno, perchè è al di sopra della vita umana

e della nostra sorte passaggera. È mio diritto d’essere infelice per

voi. Voi, avete potuto esser felice; vi approvo sinceramente, ma non

sapreste esigere lo stesso da me. Vi giuro, Elisa, che in queste mie

parole non v’è nemmeno l’ombra di un rimprovero. I nostri destini sono

stati diversi; abbiamo fatto ciascuno il nostro dovere. Ingannata da

me, ed una tale menzogna era necessaria, sciolta da tutte le nostre

promesse, credendomi debole, dimentico, colpevole forse, mentre fui

solo imprudente, d’una imprudenza che scontai con la disgrazia di tutta

la mia vita, voi mi avete ancora atteso, voi avete lottato, oh! lo so

ed indovino! vi siete ostinata a lungo, poi infine, il tempo ha fatto

l’opera sua, la vita ha avuto la sua influenza, un sentimento nuovo ha

trovato posto nel vostro cuore, ed avete accettato la felicità. Avete

fatto bene. Ma io, che non avevo nulla da rimproverare fuorchè a me

stesso, io, che sapevo tutta la forza del vostro carattere e tutta la

infinita bontà dell’anima vostra, io, ch’ero sicuro che se non avessi

mentito per dovere, sarei stato da voi aspettato sempre, io, che dovevo

desiderare la vostra felicità per mezzo di un altro, poichè io stesso

vi ci avevo spinto, e la profonda approvazione della mia coscienza ha

appena compensato l’immensità del sacrificio! potevo io esser felice

avendovi perduta, potevo io vivere d’altro che di memorie? L’avvenire,

possibile e necessario per voi, non esisteva per me. Ed intanto ho

tutto rinchiuso dentro di me. Credete voi che si sappia veramente come

ho vissuto? Ho obbedito, per quanto lo potevo, alle leggi sociali; ho

potuto trovare la rassegnazione apparente per quelli cui volevo bene;

ho lavorato e mi sono reso utile alli altri ed a me, ma che non mi si

chieda di più! Nessuno ne ha il diritto.

— Se sapeste quanto mi fate soffrire! Vedete bene la mia emozione,

non mi provo a celarla. Un brivido mi ha presa dal momento che apriste

quell’uscio, e tremo ancora.... Risparmiatemi!...

Egli la guardò con una espressione nuova sul viso; poi ripigliò con un

tono amaro:

— Ah! capisco!... Nella vostra esistenza calma, il mio ricordo è

rimasto come un’eco lontana della vostra prima giovinezza.... ma vivete

in piena vita reale, come una signora della società che siete; avete

cercato e trovato la pace; le vostre giornate, tutte uguali nella loro

amabile varietà, si seguono senza scosse; voi vi adagiate, fiorite

nella vita tranquilla e opulenta dei felici di quaggiù, e la vostra

malinconia, seducente alli occhi altrui, si è raddolcita anche per voi,

e bruscamente io sorgo qui simile allo spettro brutale del passato,

e vengo, io che il mondo non seppe mai deridere, tanto seppi sempre

tacere! vengo a far pompa dinnanzi a voi dei miei dolori che non potete

nemmeno più comprendere!

Si alzò e camminò fino in fondo alla camera, lentamente, a testa bassa.

Quando rialzò li occhi, vide Elisa che lo guardava fissamente, con la

faccia contratta, e quando i loro occhi s’incontrarono, egli scorse

delle grosse lagrime, ch’ella non potè trattenere che le colavano per

le guancie; e dopo un istante di lotta vana, ella nascose il viso sul

braccio appoggiato al tavolino, e scoppiò a piangere.

Giulio rimase un minuto immobile, come pietrificato, a contemplarla.

Poi cadde a’ suoi piedi, e prendendole la testa nelle sue due mani,

la costrinse a volgere verso di lui il viso bagnato di pianto. Guardò

quelli occhi rossi, quelle labbra convulse dai singulti, sentì presso

di sè il soffio ansante del seno di lei, ed il fiato di lei sulla

sua bocca, e si rigettò all’indietro, poi si piegò sopra quelle mani

bianche diventate inerti che coperse di baci.... Vi fu un silenzio.

Restò immobile, con la faccia quasi sui ginocchi d’Elisa.

Lei rivide quella testa, quel collo, che aveva altre volte veduti tanto

spesso così, e durante un áttimo, dieci anni della sua vita sparirono.

Il passato risorgeva davanti a lei, nella sua antica e imperitura

bellezza. Rivedeva la casa del lago di Como, i sentieri dove i piedi

s’imbarazzavano nei cespugli e dove lo sguardo si riempiva delli

azzurri dell’acqua e del cielo, l’albero sotto al quale essi avevano

pianto alla loro prima separazione, e la piccola sala dei ritrovi

notturni all’epoca del ritorno inatteso di Giulio, quei rapidi giorni

di febbrile felicità ch’erano rimasti come la nota la più acuta

e sonora della sua vita. I ricordi dalle care tinte impallidite

ridiventavano dei ricordi d’ieri; essa rivedeva ogni pietra, ogni

cespuglio della strada di Torno, di quella strada che aveva tante

volte percorso andando alla posta, col cuore pieno di speranza, per

ritornarsene in preda a una tristezza mortale; rivedeva il piccolo

cannotto nel quale si erano talvolta arrischiati sul lago, lo svolto

della strada dove penavano tanto a lasciarsi dopo le loro lunghe

passeggiate, la sua camera dove sempre i suoi pensieri si rivolgevano

a lui, attraverso l’oceano, dopo ch’era partito. Poi la notte profonda

dell’anima sua, quando aveva finalmente perduta ogni speranza, le

angoscio della lotta dalla quale era uscita rassegnata, i desideri

insopportabili e pazzi di vederlo una volta ancora e morire.

Ed ora egli era lì, chino sopra di lei, a’ suoi piedi; ella sentiva le

mani di lui che toccavano le sue, vedeva quella testa appoggiata sulle

sue ginocchia. Ed ella contemplava, assorta in un’estasi inconsciente,

in un completo oblìo del presente.

D’un tratto, ella osservò che quei capelli tanto noti, quei capelli

da ragazzo morbidi ed ondulati, erano brizzolati di fili bianchi. E

con la sensazione di una orribile stretta al cuore, essa si svincolò

finalmente.

Ma svegliandosi, si ritrovò tuttora in un sogno. Perchè trovavasi, con

lui, in codesta camera banale, con le sue pareti dipinte a quadretti

gialli e rossi, i suoi mobili volgari e scompagnati, la sua alcova a

tende scolorate?

Allora, mentre ascoltava come in sogno ciò che Giulio continuava

a dirle, il suo pensiero ritornò ai giorni più recenti, al nuovo

cambiamento nella sua vita, al tempo ch’era già trascorso, rapido e

penoso, dopo la visita di Orlandi, dal momento in cui era venuto a

turbarla annunciandole l’arrivo di suo nipote a Firenze fino all’ultimo

giorno di sofferenze segrete a Viareggio, dove notava con paura

l’attitudine incomprensibile di Massimo. Mutato per lei, senza ch’ella

sapesse indovinare perchè, era diventato aspro, freddo e distratto

all’istante in cui avrebbe avuto il maggior bisogno d’essere sostenuta

e incoraggiata. Avrebbe voluto abbrancarsi a lui, e Massimo sembrava

allontanarsi. Doveva avere del sospetti ch’ella indovinava; ma quali

precisamente? Paurosa, non ardiva interrogarlo, nè scandagliarlo in

nessun modo. Che sapeva? Che pensava? Lei aveva creduto che Giulio

fosse ritornato a Londra, e sulle prime ne aveva provato una specie di

sollievo. Ma, a poco a poco, nella tristezza della solitudine, davanti

a suo marito che non riconosceva più, un rimpianto sorse nel suo cuore.

Durante le sue lunghe giornate solitarie, nel salotto soffocante

del suo quartiere ammobiliato, illanguidita del caldo opprimente,

l’occhio fisso sul vasto mare che pareva assopito sotto i raggi di

un sole torrido, una idea s’impadroniva di lei che tentava invano di

scacciare. Avendo riveduto Giulio per un minuto, una brama la riempiva

di rivederlo ancora. La parola _giammai_ si disegnava davanti a’ suoi

occhi in lettere di fuoco. Avendolo riveduto, — e come dimenticare la

scossa di quel minuto secondo? — le sembrava impossibile di dover dire

a sè stessa: morrò senza aver sentito una volta ancora il suono della

sua voce, senza potergli dire una parola.

Ed ora egli era lì, davanti a lei.

Le parlava con una voce dolce, che pareva venisse da lontano, e che

infatti s’innalzava per lei in un mormorio, come dal fondo delli anni

spariti. Le domandava sempre perdono d’essere venuto e l’assicurava,

con un così triste sguardo! che non cercherebbe mai più di rivederla.

Non voleva che un ultimo sorriso e che una mano indulgente nella sua.

E, senz’ordine, interrompendosi, le raccontava la propria vita, gli

avvenimenti di tutto quel tempo che li aveva separati, le proprie

disperazioni, ed in quel racconto le parole non erano nulla. Lei lo

ascoltava macchinalmente, leggendo nelle pupille di lui tutti i segreti

dei suoi dolori, tutte le lotte della sua coscienza, e la terribile

vittoria sopra sè stesso. Le parlò della sua lunga assenza, della sua

sventura, della menzogna alla quale aveva dovuto acconsentire, poi del

suo ritorno, e di quello che aveva sentito alla notizia ch’ella era

maritata col marchese d’Astorre.

Parlando, Giulio era stato sincero. Davvero, venendo, ad onta di tutti

i rischi, fino in quell’albergo per rivederla, nessun pensiero era nato

nella sua mente ch’egli avesse a rimproverarsi. Per nulla al mondo,

egli avrebbe voluto turbare la pace, la felicità di colei che adorava

d’un amore santificato da tanto soffrire. Era entrato la sera in quella

camera, dove nessuno poteva sospettare la sua presenza, perfettamente

sicuro di sè. E non aveva dubitato di uscirne, forse un po’ consolato,

forse più affranto di prima, ma senza che la sua coscienza avesse nulla

da rinfacciargli. Una carrozza stava pronta, che doveva condurlo a

una stazione, donde ripartirebbe per non più ritornare. Sapeva bene

che rivedendo Elisa, parlandole, proverebbe la più forte emozione

della sua vita, e che forse, attraverso il suo amore purificato, tutte

le violenze della passione si ridesterebbero in lui, ma sapeva pure

che adesso Elisa apparteneva volontariamente ad un altro, ch’ella lo

amava, che gli doveva la felicità, e sentiva ch’egli non mancherebbe al

proprio dovere, e che si mostrerebbe a lei come gl’incombeva di essere.

Ma non si era aspettato a trovarla quale essa gli appariva allora.

“Certo sarà commossa assai rivedendomi„ erasi detto, ma non avrebbe

mai creduto di vedere quelle lagrime ardenti smentire le fredde parole

ch’ella aveva tentato di rivolgergli, nè di sentire la mano di lei

febbrile quanto la sua propria, nè di leggere in quelli occhi la

rivelazione involontaria di tutto l’antico amore risorto. Un sospetto

gli attraversò la mente, che lo rese come pazzo e gli fece tutto

dimenticare: ella forse aveva mentito ad Orlandi, si provava a mentire

ancora, ma tutto quanto diceva era falso, ed ella lo amava come prima!

Allora sentì tutte le sue risoluzioni squagliarsi e gli sembrò che

un abisso si aprisse sotto ai suoi piedi, pieno di disperazione e di

gioia. Tacque d’improvviso, e fissò negli occhi di Elisa uno sguardo

che voleva penetrare fino all’anima.

— Continuate, — disse. — Giacchè siete qui, parlate. E parlate presto,

perchè il tempo incalza.

— No, nulla ne incalza, — rispose con voce cupa.

Poi serrandosi le tempie nella mano destra, esclamò con tono mutato:

— Dio mio! pensare che se fossi ritornato qualche mese prima, allora,

non apparterreste ad un altro! Ironia insultante della sorte! Voi,

Elisa, la mia Elisa, vi guardo e non ne ho il diritto, prendo le vostre

mani nelle mie, e per questo sono costretto a nascondermi! Non siete

più la mia Elisa, siete la marchesa d’Astorre. Ma pensate dunque,

dopo tutto, mi avete lungamente e pazientemente aspettato, povera

fanciulla mia, mio angelo adorato.... e più che non avreste dovuto; ma

perchè Dio ha permesso che, ad onta del vostro coraggio, io arrivassi

troppo tardi? E come lo avevo altre volte predetto, ritorno ricco,

considerato.... ed avrei potuto avervi! No, è troppo! Perchè non sono

morto in mare, ritornando!...

— In nome del cielo, calmatevi! Perchè vi esaltate così, perchè questo

mutamento!

— Perchè? Perchè leggo nei vostri occhi; perchè le vostre parole hanno

mentito ed i vostri sguardi sono sinceri.... perchè mi ami ancora!

Elisa, perchè ci amiamo sempre!

E, debole com’essa era, egli se la prese tra le braccia.

— Vieni, — le disse, — partiamo! Vedi bene che sono io! Ti ritrovo!

Il tuo corpo freme tra le mie mani.... come posso credere alle tue

parole? Ti giuro che tu mi ami! Dimentico tutto. Se ci amiamo, tutto

il resto è falso. Oh! dimmi, Elisa, non senti l’eternità del nostro

amore? Come vuoi che di un tale passato non rimanga nulla?... Come?

tutto dovrebb’esser vano? e inutili i nostri dolori? Avremmo dunque

mentito, allora, ci saremmo ingannati? Quelli che negano l’amore

avrebbero dunque ragione, e noi avremmo scambiato un lampo con la

luce immortale?... Ti ricordi le nostre promesse?... Non senti tu che

i vincoli che ci univano non sono spezzati? Mettete sopra un piatto

della bilancia tutte le leggi sociali, tutti i doveri mondani, tutte le

catene della vita, e sull’altro un sentimento d’origine divina.... da

qual lato piegherà? Tu fosti mia; lo sei ancora. Farò tutto quello che

vorrai. Fuggiamo lontano da tutti, che nessuno più ci veda!...

— Tacete!

E con uno sforzo violento, Elisa si svincolò.

Essa si volse verso la finestra, e Massimo che udiva tutto, vide

rivolto verso di lui il viso di sua moglie, e su quel viso una

espressione ch’egli non potrebbe mai più dimenticare. Vide i suoi

occhi alzati al cielo, i suoi lineamenti contratti da una lotta ultima,

un’angoscia suprema che agitava tutto il suo corpo.

Giulio volle seguirla all’altra estremità della stanza.

— Restate, — gli disse. — Non saprete mai a che punto soffro. Per

pietà, Giulio! (egli trasalì sentendola chiamarlo per nome), calmatevi!

Non mi avvicinate più!

Rimase qualche tempo accasciata, incapace di parlare. Il silenzio era

strano in quella camera. Poi finalmente ella disse a voce bassissima,

con uno sforzo:

— Se sapeste come amo veramente mio marito, e quanto e perchè lo amo,

non mi parlereste come fate.

— Ciò è falso. Voi non lo amate, poichè amate me. L’ho veduto, l’ho

vedo ancora. Non posso credere alle vostre parole. Nient’altro è vero

tranne il tremito della vostra mano nella mia. Il vostro, Elisa, è un

carattere sincero e retto; non avete mai saputo mentire. Ma io non vi

accuso; anzi vi stimo e vi ammiro sempre più. Si capisce tutto, quando

si ama come amo io. La vostra menzogna è sublime. Imponete silenzio

all’anima vostra per compiere ciò che credete il vostro dovere. Ma io,

in questo momento supremo, vedo al di là delle considerazioni umane.

Guardate: adesso sono calmo. Ascoltatemi. Io pure ho provato che so

tutto sagrificare all’idea del dovere. È per fare ciò che dovevo, che

mi condannai io stesso a mentire, che ho frantumato il mio proprio

cuore. Posso dunque giudicare. Ebbene! ve lo dico in tutta sincerità,

il vostro dovere non può consistere nell’amare quell’uomo. Ad onta

delle leggi e della morale passeggiera di questo mondo, quali sono

i suoi diritti paragonati ai miei? Io, ebbi la vostra prima parola

d’amore, e vedo che mi amate ancora; io, vi ho tutto dato e tutto

sagrificato, e sarei pronto a sagrificare tutto ancora, se veramente lo

amate, vostro marito. Ma come lo fareste credere? Che ha fatto, lui?

Oh! credetelo! ho ragione. Vorrei che vostro marito fosse qui e mi

sentisse.

— Giulio, è me che dovete ascoltare, — disse Elisa lentamente. — Non

parlate così; non dite nulla di cui potreste pentirvi più tardi. In

nome del passato, che resta sacro nella mia memoria, ve ne supplico!

V’era qualcosa di così decisivo, di così solenne nella sua voce, che

Giulio ne fu colpito in mezzo al suo esaltamento, e che tacque mentre

Elisa sembrava riflettere....

— Sapete quali furono per me gli anni che seguirono la vostra partenza?

— continuò finalmente, e come se parlasse tra sè. — V’immaginate il

lutto che si distese per me sulla natura, la disperazione che cadde

sul mio cuore? Nessun vecchio, disingannato di tutto e stanco della

sua lunga giornata, sentì mai il peso dell’esistenza troppo gravosa

per le sue forze, come lo sentii io allora, al principio della vita,

giovinetta cui sorrideva il mondo. Ed io, non avevo nemmeno il lavoro,

un cómpito per distrarmi. Non avevo che la mia solitudine e i miei

pensieri, e non me li permettevano. Mi era proibito di soffrire, e di

giorno in giorno, i miei spiavano l’istante in cui dovesse cessare il

mio dolore eterno. Mentre desideravo morire, si pensava a maritarmi.

Rifiutavo sempre, lottavo. Ma finalmente si decise, mio malgrado,

il mio matrimonio.... e sapete con chi? con quell’uomo che voi pure

detestavate e che veniva tanto spesso da voi.... Gorletti. Codesto

matrimonio era una necessità assoluta; la miseria sorgeva davanti a

noi, ed io dovevo salvare la mia famiglia. Tutti mi consigliarono di

cedere, perfino le persone migliori, le più intelligenti. Non sapevo

resistere alle minaccie di mia madre, alle preghiere desolate di mio

padre, all’opinione universale. Come avrei voluto morire! ma lo potevo

ancor meno. Il sacrificio era deciso; ad onta della mia ripugnanza,

del mio orrore, avevo dovuto acconsentire.... Sola, non potevo lottare

contro tutti e contro la sorte. Mi si compiangeva, ma nessuno ebbe

l’idea di venirmi in aiuto. E, d’improvviso, all’ultimo momento, un

uomo giunse, che lo fece. Come un angelo salvatore s’intromise tra me

ed il destino, e con mano possente, arrestò sull’orlo del precipizio

quella che i suoi amici vedevano cadere con vani rimpianti e nulla più.

E quest’uomo mi conosceva appena; non ero per lui che una conoscenza

banale, indifferente. Ma egli comprese e volle salvarmi. E per ciò

fare, mi sposò; mi diede il suo nome, il suo appoggio, la sua fortuna e

non mi chiese nulla in cambio. Potevo rifiutare? Avevo la scelta?

— Non lo amavate, dunque?

— No, non lo amavo allora. Ma già mi sentivo irrevocabilmente legata a

lui da una riconoscenza della quale non mi potevo sdebitare. Mi aveva

resa ad una vita possibile. Voi, vi credevo perduto per sempre, sposato

con un’altra; vivevate sempre nell’anima mia, ma solo per la memoria.

Il tempo scorreva per me, calmo; ero triste, ma esistevo come in sogno.

D’Astorre, invece, attivo, errante, proseguendo sempre qualche progetto

da me ignorato, viveva in un modo bizzarro, disordinato, che io non

capivo. Per me, egli non era, come dal primo giorno, che un amico

sicuro e sincero.

A poco a poco egli cambiò. Tutte le cose esterne cessarono

d’interessarlo; si attaccò sempre più a me ed alla casa; cessò di

assentarsi. Mi chiese se io volevo essere tutto per lui. Raddoppiò di

cure, di delicatezza. Seppe guadagnare tutta la mia fiducia, lui che

talvolta m’intimidiva; si corresse di tutti i suoi difetti. — E dal

giorno ch’egli mi amò in tal modo, credetti mio dovere di amarlo, e

l’amai veramente. Ebbene, non comprendete che adesso devo morire prima

d’ingannarlo? Ah! Giulio! la felicità ideale che altre volte sperammo

è svanita per sempre, e nulla la può risuscitare quaggiù. Voi avete

vissuto come io avevo l’intenzione di vivere, cioè rinunciando alla

vita; io ho dovuto cominciare una nuova esistenza e vi ho trovato la

pace ed un benessere calmo che per me è il dovere. Il ricordo del

passato non può spegnersi in me, e mio marito lo sa; poichè non ho

voluto nulla nascondergli, ma la mia vita gli appartiene adesso. Ho

sofferto quanto voi; ho forse pensato ancora di più. Riflettete, e

sarete costretto di darmi ragione. Nelle mie lunghe meditazioni ho

tutto previsto, perfino quest’ora. Sono debole, è vero, e la commozione

che ho provato vedendovi apparire al momento in cui meno me lo

aspettavo, mi ha fortemente scossa.... Ma ho tanto pensato, che non

posso fallire....

— È perchè il ricordo in voi è meno vivo che in me.

— No, v’ingannate ancora; se vi parlo così, non è perchè dimentico,

ma perchè rammento. Confrontate ciò che fu il nostro amore a quello

che sarebbe ora! Invece dell’abbagliante splendore, dell’ebbrezza

santa che abbiamo conosciuto, che cosa avremmo? Una passione colpevole

e sconvolta, una felicità cattiva, avvelenata di rimorsi. Il nostro

passato, così bello nei nostri ricordi, e che, separati, non potremo

mai dimenticare, sarebbe esso pure guastato da un presente colpevole, e

che sembrerebbe la parodia di quanto abbiamo sognato. Tutta la mia vita

s’interpone tra di noi.

Giulio non osava più interromperla. Ascoltava, con la testa china,

quelle parole tanto vere che risuonavano stranamente in quella camera,

guardando talvolta le due candele già per metà consumate, talvolta

rivolgendosi verso Elisa con un gesto di violenta negazione ch’ella

reprimeva subito.

— Tutto quanto mi dite è vero a un certo punto di vista, — disse lui

finalmente con gran tristezza, dopo una lunga pausa; — tutto è d’una

verità crudele. Ve lo ripeto, avete ragione, e vi stimo altamente di

parlare in tal modo, sebbene mi spezziate il cuore. Il nostro amore

sarebbe adesso colpevole; è vero. Il dovere ne lo proibisce; ma,

credetelo, il dovere soltanto. Vedete, sono calmo. Sarò anche forte;

avrò l’orribile coraggio di obbedirvi. Una vostra parola mi è sacra.

Ma a quest’ora suprema, Elisa, confessate la verità. È il dovere che

ne separa ancora, inesorabile, null’altro che il dovere. Ma voi mi

amate, mi amate come sempre, mi amate come io vi amo. Datemi questa

consolazione terribilmente amara di confessarmelo, e partirò.

— Non sarebbe una conclusione. Mentre invece se mi poteste comprendere,

se poteste intravedere la verità tal qual’è, e tale che ve la voglio

dire tutta intera, vi trovereste un sollievo vero, e la forza di

rassegnarvi alle tristi leggi della vita che non possiamo discutere.

Dicendo che v’è nel nostro passato qualche cosa di eterno che non può

morire, e che le nostre anime sono unite da un vincolo indissolubile,

dite il vero.... Ma v’ingannate credendo che io possa amarvi come una

volta. Allora potevo darmi a voi tutta intera, consacrarvi tutte le ore

del mio tempo, tutti i miei pensieri e tutte le mie sensazioni; adesso

invece appartengo ad un altro e da alcuni anni egli ha la mia vita

di tutti i giorni.... e come avrei potuto diventar sua, senza nulla

dargli del mio cuore? Perchè volete che dicendovi che lo amo, non lo

dica che per farvi ancora più crudelmente soffrire? Oh! no, Giulio, non

si tratta del dovere solamente, del dovere sociale, come vi ostinate

a crederlo.... Se avessi potuto continuare ad essere tutta vostra,

_allora_, non avrei forse calpestato tutti i doveri? Ma perchè vorreste

che ci rendessimo ora infelici, cercando una felicità impossibile

che non potremmo trovare se non al prezzo della pace della nostra

coscienza?

Elisa gli disse che aveva lungamente riflettuto nelle ore della sua

solitudine. Gli spiegò che la vita è molteplice e che quando i nostri

voti non sono aiutati da circostanze eccezionali, l’ideale è presto

soffocato dalla realtà e non può più esistere che nel segreto del

nostro cuore. Se non ne viene concesso d’isolarci dal mondo, siamo

ben presto ravvolti dalla mischia, siamo costretti ad abbandonare i

grandi spazi puri dove la nostra immaginazione vagava, e di camminare

nell’erba, sull’orlo della strada.

Elisa, mentre ripeteva tutto ciò, era pallida quanto Giulio.

Lui aveva abbassato il capo; era vinto. Vedeva chiaro finalmente

quanto ella avesse ragione. Con un brusco movimento, si alzò quasi per

partire.

Elisa trasalì, e allora, lei che aveva saputo parlare con tanta calma

e con tanta verità, affranta dalla intensa emozione e dalla tensione

dello sforzo, si mise a piangere.

— Per pietà, Elisa, se volete che abbia la forza di fare ciò che devo,

non piangete! Vedete, vi ho compresa, sono ridiventato me stesso. E

siete debole voi, adesso, ve ne supplico.... Eppure grazie! grazie per

queste lagrime!

Ella gli stese le mani, oramai, asciugandosi gli occhi.

— Ho ben ragione, non è vero? Dunque, giurate di obbedirmi?

— Lo giuro.

— Restate ancora un poco, allora. Che io possa avere la dolcezza di

parlarvi liberamente, adesso che sono altrettanto sicura di voi che di

me, che io possa tenere senza paura per pochi istanti la vostra mano

nella mia! Se sapeste quanto, io pure, desideravo parlarvi ancora una

volta, quanto l’ho sopratutto desiderato il giorno che vi ho rivisto!

Sì, oso dirvelo, ad onta dell’imprudenza, ad onta del pericolo, ad

onta di tutto, non posso biasimarvi di essere venuto. È una felicità

insperata e che nessuno può rimproverarmi, e sarò più forte, d’ora

in poi. Siete buono e grande, Giulio, come lo foste sempre. Oh! senza

fallire, senz’aver nulla da rinfacciarmi, potervi parlare sinceramente

questa volta ancora! Oh! se potessi sperare, che voi pure sarete meno

infelice per avermi veduta! Ma tutto è così triste....

Giulio guardò il suo orologio.

— Ho ancora un’ora da rimanere. Lasciate che vi guardi.

Intanto, Massimo, di fuori, su quel balcone, dove, quando Bardi era

entrato nella camera, aveva dovuto abbrancarsi alla sbarra per non

fare irruzione, avendo sul capo la serenità del cielo stellato, sotto i

piedi l’abisso aperto, e davanti agli occhi, tra gli interstizi delle

persiane, la scena che abbiamo descritto, — aveva vissuto altrettanti

anni quanti erano i minuti passati, tutta una vita, se si considera

il tumulto delle passioni diverse, cambianti ad ogni nuova fase

del dialogo, e la dolorosa varietà de’ suoi pensieri e delle mosse

dell’animo suo. Dinanzi a quella scena, dove il suo avvenire era in

giuoco, una di quelle trasformazioni aveva dovuto compiersi in lui;

che, troppo bruscamente subìte per scosse violente, possono uccidere

un uomo, specialmente nel suo stato. Ma una così intensa curiosità

lo aveva inchiodato al suo posto ch’era passato dallo spavento e

dall’orrore all’ammirazione, quasi senza sentirlo. Tremò dai piedi

alla testa senza che l’occhio suo s’abbassasse per un secondo, senza

che le sue mani potessero muoversi. Rimase sino alla fine, atterrato,

affranto, consolato tutt’insieme e di volta in volta. Aveva tutto

sospettato, tutto, tranne ciò che vedeva ed udiva. Dal primo momento

in cui si era sentito come trafitto dalla certezza acuta che tutto era

perduto, egli aveva temuto, sperato, dubitato, pronto a maledire o a

piangere, sino alla fine; e tutto lo aveva sorpreso, strappato dalla

logica della sua esperienza per aprire alle sue riflessioni degli

orizzonti inesplorati.

A un certo momento aveva alzato gli occhi alla gran vòlta oscura

e splendida, e si sarebbe potuto crederlo sul punto di cadere in

ginocchio come se una preghiera riconoscente gli salisse alle labbra.

Ma non si sentì felice quand’ebbe tutto veduto. Una disperazione

nuova si aumentava lentamente in lui. Tutta la sua passione brutale,

i suoi desideri di vendetta, ed i suoi furori pieni di angoscia,

si dissipavano, e non sentiva più che la vergogna di sè stesso,

l’ammirazione e la pietà. Egli moralmente scompariva davanti a quei due

ch’egli aveva considerato come colpevoli, e che ora contemplava simili

ad esseri superiori. Qualcosa contorcevasi morendo dentro di lui, e un

sentimento affatto nuovo vi nasceva. Al posto del suo amore turbato,

che avrebbe potuto condurlo fino al delitto, sorgeva una infinita

tenerezza che aveva quasi sete dell’amara voluttà del sacrificio.

Aveva visto adesso l’amore nella sua estrinsecazione la più alta, ed a

momenti, era stato costretto di dimenticare che lui stesso amava quella

donna, a piedi della quale stava un altro.

Aveva compreso codesto amore, del quale da un pezzo conosceva la prima

parte, ed alla fine del quale egli aveva così stranamente assistito.

Che diventavano i suoi sentimenti, confrontati coi sentimenti dei quali

aveva ascoltato la involontaria eloquenza? Aveva sentito la sua gelosia

umiliata, intravedendo le segrete profondità di quelle due anime,

sentendo più che non dicessero le parole, credendo leggere sui loro

lineamenti confessioni non espresse.

Il suo sguardo si perdeva in giù, al basso, e vedendo le pietre del

torrente biancheggiare sempre nell’orrore delle tenebre, ebbe per un

istante la vertigine della profondità, del silenzio dell’abisso dove

tutto si oblia, e lui, che due ore prima, voleva vivere per vendicarsi

e punire, pensò allora che sarebbe stato meglio — soccombendo al dolore

che lo aveva assalito durante la sua pericolosa ascesa al balcone —

cadere nel precipizio e trovarvi la morte, che sarebbe stata la pace

per lui e la felicità per gli altri.

Un matrimonio eccentrico · 第 18 / 23 题