VII.

Fu d’uopo tuttavia pur finire col ritornare alla villa. Un giorno,

Elisa, indovinando il desiderio che suo marito non osava esprimere,

glielo aveva chiesto per la prima. Ed infatti, Massimo aveva

subitamente sentito il bisogno di rivedere la casa da lui amata, il

giardino dove gli alberi gli erano sembrati altre volte più verdi che

in qualunque altro luogo, più susurrante la brezza, e più rosee le

rose, l’orizzonte verso il quale avevano preso il volo i suoi sogni

più felici. Temeva allo stesso tempo di ritornarvi, e quando finalmente

partirono, sembrava che cedesse alla volontà di sua moglie.

E davvero, un indistinto sentimento di paura s’impadronì di lui quando

la carrozza si fermò all’ingresso.

Ma, subito dai primi giorni, tutto andò bene abbastanza. La situazione

non si era nè peggiorata nè migliorata. I Valenti li avevano lasciati,

ma invitarono alcuni amici a venirli a trovare, e per qualche tempo,

non rimasero sovente soli.

A poco a poco Massimo si accorse che aveva avuto torto di temere; il

silenzio, la pace della campagna gli fecero bene, lo calmarono. Giunse

a non esser più turbato dall’idea della solitudine, a desiderarla quasi

ancora. Le antiche abitudini s’impadronirono nuovamente di lui, e vi si

abbandonò.

Ma soffriva sempre in segreto, col sorriso sulle labbra, la testa alta;

recitando la sua parte con tutte le sue forze riunite in una continua

tensione della volontà, studiando Elisa incessantemente, amandola con

le precauzioni suggerite dalla speranza non rassicurata.

Quasi a loro insaputa, per la china naturale delle cose, la solitudine

si rifece lentamente intorno a loro.

Il lusso da cui erano circondati, e che prima sarebbe sembrato

seducente ad un artista, formando un simpatico contrasto, per la sua

pesantezza e la sua inutilità, col semplice colloquio di due amanti,

aumentava ora la malinconia della villa, e sembrava il contorno

naturale di quella coppia diventata seria. Poichè vedendoli si

sarebbe difficilmente indovinato la lotta nascosta che li divideva

loro malgrado, e per la loro attitudine e la loro maniera d’essere,

li si avrebbe realmente scambiati per due persone unite dai legami

del matrimonio, dalla stima e da una fredda reciproca affezione, che,

ritrovandosi soli, dissimulano correttamente la loro aristocratica

noia.

E, in realtà, succedeva loro spesso d’interrompere un lungo silenzio

per riprendere una conversazione banale, che non impediva loro di

essere assorti nei loro soliti pensieri. D’ora in ora diventava loro

più difficile il parlare, e allo stesso tempo più doloroso il tacere.

E tutto camminava con precisione intorno ad essi; i numerosi servitori

in piccola livrea compivano i loro doveri senz’alcun rumore, con la

solennità di una funzione, ogni cosa giungendo puntualmente all’ora

stabilita. Massimo si occupava adesso della regolarità del servizio, e

nessun capriccio turbava la sontuosa eleganza della tavola. Adesso il

cocchiere inglese osava importunare i padroni, per venire, con la cera

seria sulla sua alta cravatta, a sottoporre qualche grave questione

al signore; poichè Elisa non montava più a cavallo, ma ogni giorno una

carrozza, perfetta, si presentava davanti al terrazzo verso le quattro,

e si andava a fare un giro.

Alla fine d’una giornata particolarmente bella, essendo l’aria dolce e

profumata, Massimo propose di andare a prendere il caffè sul terrazzo

del giardino. Il pranzo era stato assai silenzioso, e nella vasta sala

sonora non si udiva che il leggiero rumore inerente al servizio il

meglio fatto.

Elisa accettò, ed attraversando il giardino, andarono a sedere

sulle poltrone di legno, coperte di cuscini, che sul vasto terrazzo

sembravano aspettassero perpetuamente qualcuno. Sopra il basso e largo

parapetto di marmo, certi vasi enormi dai quali sorgeva una pianta

rara, mettevano un tocco verdeggiante a distanze eguali. Appoggiandosi

e guardando in giù, si vedeva un alto muro dritto, al piedi del quale

il disordine intricato di grossi cespugli, dal verde assai cupo,

nascondeva una stretta viuzza dove non risuonava che di raro il passo

di qualche fanciullo. Poi lo sguardo scorreva sulle cupole oscure fatte

dagli alberi, e si perdeva poscia nella pianura, dalla vegetazione

povera, il cui colore terreo prendeva delle tinte dorate sotto gli

ultimi raggi del sole. Più in là si distingueva appena, nella bruma

calda, l’ondulazione molle delle colline, e nella polverosa lontananza

non si poteva precisare la linea dell’orizzonte. Nella vasta distesa

dove vagava lo sguardo, i sogni indistinti che s’alzano in noi nelle

ultime ore del giorno, potevano incontrarne altri sparsi nei mille

colori di una tal scena che mutava sempre, confondersi, ed intangibili

perdersi nello spazio.

Non una foglia si muoveva; non soffiava alcuna brezza. Nel giardino,

sul terrazzo, nella vastissima distesa di paesaggio, tutto era

immobile. La varietà stupenda delle tinte del cielo, dove il poema

del tramonto si svolgeva in quella sera con una ricchezza speciale,

contrastava col silenzio profondo e l’assenza di ogni movimento. Non si

sentiva nulla, e l’occhio vedeva delle esplosioni di colore, delli echi

perduti di tinte, che sembravano sonorità visibili. Un velo vaporoso

d’una diafaneità ideale si stendeva dovunque. I più lievi rumori

prendevano una importanza insolita.

Sopra un tavolino rustico, un vassoio d’argento era stato posto, e le

tazze, la caffettiera, la zuccheriera, su cui la luce cadente accendeva

del fuggitivi bagliori, tutto prendeva quell’aspetto d’inusitata

eleganza che acquistano all’aria aperta gli oggetti fatti per

l’interno. Un piccolo servitore, un _page_, fresco come una rosa, tutto

vestito di panno verde cupo, il corpo sottile, stretto nell’attillata

giacchetta a tre file di bottoni di metallo, i capelli rigidamente

pettinati, se ne stava dritto, aspettando. Sopra un altro tavolino, a

fianco di Massimo, erano delle scatole di sigarette, dei giornali, un

libro tra i fogli del quale splendeva un tagliacarte smaltato.

Lui, quasi coricato nella poltrona, rovesciato all’indietro, guardava

nel vuoto. L’atteggiamento stanco del corpo robusto, dava l’idea della

forza al riposo, ed il cuscino bruno attaccato allo schienale faceva

risaltare il pallore del suo viso. Sembrava riflettere, e talvolta

il suo sguardo si fissava su di Elisa, senza che paresse vederla.

Lei guardava il paesaggio, appoggiata alla balaustra; il suo lungo

e stretto vestito chiaro serpeggiando intorno al sedile. Una mossa

ch’ella fece attirò l’attenzione di Massimo sulla sua mano fina coperta

di anelli, ed egli ruppe il silenzio con un’osservazione banale.

Quelle tre persone su quel terrazzo, davanti a quel tramonto, formavano

un quadro bell’e fatto per un pittore di _high-life_.

Ma un osservatore avrebbe difficilmente indovinato il senso nascosto

nell’attitudine del marito e della moglie, nei loro pigri discorsi.

Avrebbe soltanto notato una specie di stanchezza che pesava su di loro,

una noia malinconica, dei sintomi di malattia morale, il contrasto

tra la bellezza e l’eleganza di quella coppia e la serietà delle loro

fisonomie. Gli sarebbero apparsi siccome una nuova prova della mancanza

possibile della felicità in mezzo ai raffinamenti nell’opulenza. La

loro solitudine dorata sembrava greve per loro in quel momento, e si

vedeva che nè la ricchezza delle cose materiali, nè le magnificenze

della natura avevano potenza di distrarli. Eppure tra di loro aleggiava

l’amore.

Rimasti soli, tentarono di parlare indifferentemente di questo e di

quello, con naturalezza, come oramai avevano imparato a farlo; ma in

quel giorno i loro discorsi cadevano ad ogni momento, ed il silenzio

riusciva a loro più penoso che mai. Ciascuno si sentiva il cuore grosso

di tutto quanto non dicevano, ma le parole si agghiacciavano loro in

bocca. Elisa sorrideva a suo marito; ma lui le guardava gli occhi e non

vedeva il sorriso.

Preso il caffè, e qualche frase insignificante ancora scambiata, il

silenzio era ridiventato profondo. Ma Massimo stava per parlare. L’ora

era giunta. Forse solo sentiva l’influenza, come la sentiamo sempre,

di trovarsi in un luogo dove da un pezzo non aveva più l’abitudine di

rimanere: su quel terrazzo, all’aria aperta. D’un tratto pronunciò

qualche parola, ma con una voce così gutturale, così soffocata,

ch’Elisa le udì male, non osando indovinarle, non credendo alle proprie

orecchie.

— Elisa, pensate spesso a lui?

Le sillabe, chiare questa volta, risuonarono stranamente, e la loro

vibrazione nell’aria immobile, spaventò quasi colui che le aveva

pronunciate. Avrebbe forse voluto dire tutt’altro, ma la sua idea

fissa, in quel momento speciale, si era a sua insaputa formulata.

Elisa non comprese la domanda che dopo alcuni secondi. Un minuto

interminabile passò. Ma l’ostacolo era varcato, rotta la diga, ed ora

bisognava parlare.

Il cielo si oscurava a poco a poco; scendeva la sera in un lungo

crepuscolo.

Massimo si avvicinò a sua moglie, sedette sui cuscini che stavano ai

piedi di lei, e la guardò negli occhi.

— Sei sorpresa, — gli disse, — e taci; ma bisogna che _io_ parli, e

bisogna che tu mi risponda. Questo momento doveva giungere; se non

ne approfittiamo, non ritornerà forse mai più, e saremmo per sempre

infelici. Noi non rassomigliamo agli altri; ci siamo conosciuti ed

abbiamo vissuto in un modo così diverso, che dobbiamo dirci tutto,

anche ciò che non si dice. Ho troppo sofferto in questi ultimi giorni.

Se devo continuare a vivere, bisogna che ritrovi la felicità perduta,

che non ci sia più tra di noi due quel qualcosa che non possiamo

nominare, e che ne divide. Lo vuoi? Mi puoi amare ancora?

— Lo sai bene, — rispose lei finalmente con dolcezza. — Ho un solo

desiderio: è di vederti più felice, ma non osavo sperarlo. Eppure ti

ho ben provato che ti amo. Tu pensi sempre al passato; ma di me tu sai

tutto, mi vedi come sono, e devi ben comprendere che voglio dedicarmi a

te.

— Elisa, non è così che ti vorrei sentir parlare. D’altronde non

hai risposto alla mia domanda. Ebbene, non rispondere. Posso bene

indovinare. Sono io che ho troppo pensato a _lui_, che non posso

impedirmelo. Dal giorno in cui l’ho veduto, in cui l’ho compreso, nuovi

orizzonti si sono aperti dinanzi a me; ho riconosciuto molte verità

che avevo invano cercato di negare altre volte. Ho lungamente pensato;

ho fatto sopratutto dei confronti. L’amore che mi puoi dare non può

essere, lo so, che il frutto di uno sforzo, d’un oblio volontario da

parte tua, e che il risultato del mio amore che t’avviluppa sempre. So

bene che, avendolo riveduto, hai potuto separarti da lui, ma non hai

potuto dimenticarlo. Eppure, poichè sei qui, poichè la sorte ti ha data

a me, vorrei ritrovare tutta la felicità perduta, e renderla maggiore.

Ma che vi sia tra di noi una fiducia assoluta!

— Oh! quanto mi fanno bene le tue parole, Massimo! L’indifferenza

apparente ch’era fra di noi, mi pesava quanto a te. Ma non osavo dir

nulla. Devi però sapere che sono sincerissima, e che non avremo mai

nulla di nascosto l’uno per l’altro. Io pure soffrivo. Bisognerà che

siamo il più felici possibile. Vedrai quanto saprò esser buona. Voglio

fare dei progetti. Prima staremo qui finchè vorrai, poi andremo a

viaggiare.

— Sì, ma per ritornare qui.

— Oh! io non domando di meglio. Adoro questa casa.

— Grazie, mia cara. Vorrei poterti far conoscere tutta la mia

vita, tutti i miei pensieri, tutto quello che ho visto e che ho

conosciuto.... e tutto quello che sento adesso, perchè tu possa

comprendere in qual modo speciale ti amo. Noi altri, di cui la vita è

stata irregolare, abbandonata a tutti i capricci d’una imaginazione

alla quale nessuna necessità poneva dei limiti, quando finalmente

l’amore vero si rivela a noi, amiamo con delle gioie e dei dolori

particolari, difficilmente compresi, e per noi, che non la meritiamo,

la felicità è ben più squisita che per coloro cui è dovuta, essa ha

il fáscino immeritato del frutto proibito, del tesoro trovato. Per

possederla, non fosse che brevemente, impieghiamo tutte le nostre

forze, tutta la nostra esperienza e combattiamo con accanimento in una

lotta suprema contro il destino che ci siamo fabbricati noi stessi.

Elisa ascoltava le parole di Massimo, che le rivelavano delle cose

da lei in parte indovinate da un pezzo, e che in quel momento vedeva

chiaro. Lui continuava a parlare seduto a’ suoi piedi, stringendosi

contro lei, trovando degli accenti di passione diversi da quelli

ch’ella conosceva. Era commossa assai, e nell’ombra crescente, in mezzo

ai fiori esalanti i loro ultimi profumi, ella si abbandonava tutta

intera al turbamento da cui era invasa, l’onda dei pensieri confusi

nella sua testa neutralizzandosi in una specie di sensazione in cui il

sogno dominava.

A un certo punto Massimo si alzò e andò ad appoggiarsi al parapetto

del terrazzo, guardando davanti a sè come se interrogasse l’orizzonte.

Elisa lo seguì con gli occhi, e bentosto lo richiamò. Egli venne di

nuovo a sedersi riavvicinandosi a lei e la osservò ancora fissamente,

il suo viso avendo nuovamente mutato di espressione. Elisa china verso

di lui, tutta vibrante di ciò che aveva udito, commossa dalla solennità

tenera dell’ora, dal silenzio delle cose, dallo sguardo luminoso che

rischiarava il pallore di Massimo, ricominciò a parlargli a voce bassa,

adagio.

Ma sembrò non udirla, e interrompendola, disse alfine:

— Bisogna che ti sveli tutto il mio pensiero, che ti dica qualcosa

che poi non ripeterò più. Sei giovane ancora, Elisa, e alla tua età

si crede la vita più breve che non lo sia davvero. Sovente, in una

esistenza, ricominciamo la vita parecchie volte. Ebbene! tu potrai

forse ricominciarla un giorno, e un tal giorno forse non è molto

lontano.

— Non comprendo.

— È semplicissimo. È raro che nella mia famiglia si viva lungamente, ed

io sono ammalato....

— Massimo! — gridò lei, prendendogli le mani, — ti proibisco di parlare

così!

— Mi ascolterai invece tranquillamente fino in fondo. Non v’è nulla

di tanto terribile in ciò che ho a dirti. Lo ripeto, te ne devo

parlare una volta, poi sarà finito. Sai che detesto tutto ciò che ha

un’apparenza lugubre. Del resto non c’è niente da farci, e tutto avrà

luogo come Dio vorrà. Il mio presentimento mi può ingannare, ma devo

dirtelo.

— Ma io non voglio!

Le impose silenzio con un gesto e con un sorriso.

— Sì, Elisa, ora mi sento bene, non soffro; può darsi che m’inganni,

ma può anche darsi che il male esista. Del resto, tu non sai tutto.

Un giorno, abbastanza recente, ho desiderato morire. Mi è sembrato

che, scomparendo, avrei quasi fatto il mio dovere. Io, che dimentico

facilmente ciò che ho letto, mi sono rammentato di un romanzo che

m’impressionò fortemente a diciott’anni, di un romanzo dove il

protagonista si uccide per lasciare sua moglie libera, e ciò combinando

il suicidio in modo che lo si creda vittima di una disgrazia. Ma sono

un uomo soltanto, e non ho codeste sublimi virtù del sagrificio che

possono trasformare un contadino in un eroe. No, sentii che il mio

immenso amore è però egoista, che ti volevo ancora, che, vivo, non

potevo cederti ad alcuno! No, vedi, voglio tutta intera la mia parte

di bene; sia pur corta! Dopo, ricomincierai la vita; ma, frattanto,

adesso, Elisa mia, bisogna molto amarmi, bisogna amarmi quanto ti

amo!...

Queste parole pronunciate con una gran calma, contrastante con

l’atteggiamento ed i gesti appassionati, caddero tutte calde nel

silenzio della notte serena. E prima ancora ch’egli avesse finito,

Elisa stava nelle sue braccia, con gli occhi velati di lagrime,

abbandonandosi, con uno slancio e una passione nuova, la testa china

sul petto di lui.

Massimo se la strinse in un abbraccio pazzo, volendo ancora parlare, ma

non potendolo più. Il suo sguardo si volse al cielo stellato per poi

ritornare a posare su quella testa amorosa, e si sentì in quel punto

siffattamente felice, che comprese di non aver più nulla da temere

nella vita, nè da rimpiangere nella morte.

Era il primo trionfo del marchese d’Astorre. Quella sera egli aveva

vinto.

Un matrimonio eccentrico · 第 20 / 23 题