IV.

Elisa commise un errore. Quando suo marito ritornò, non gli soffiò

verbo della visita avuta. Non che avesse formato il progetto di

celargliela; tutt’altro, aveva al contrario deciso di parlarne, ma

Massimo giunse di buonissimo umore e raccontando una quantità di

storielle, di modo che durante tutto il giorno, ella cercò invano

un’occasione per entrare in argomento. Dopo un silenzio di tutta una

giornata le parve ancor più difficile il farlo, non sapendo quale scusa

dare per aver tanto aspettato. E se ne avesse parlato di sfuggita

e come senza attaccarvi importanza alcuna — l’attenzione di Massimo

una volta risvegliata — non sarebbe forse costretta a rispondere a

varie domande imbarazzanti? Continuò dunque a tacere, mentre se lo

rimproverava, finchè sentì l’impossibilità assoluta di parlare, e finì

col volersi convincere ch’era meglio così.

Eppure ella soffriva intanto. Nulla era cambiato in apparenza, ma

ciò non bastava; essa avrebbe voluto essere ancora la stessa in

realtà, interiormente; e invece il suo cómpito, che stava diventando

quasi facile prima della visita tanto inattesa del signor Orlandi,

le pareva ora al di sopra delle sue forze, benchè talora tentasse di

negarlo. Alli antichi pensieri dolorosi si aggiungeva quel rimpianto

specialissimo e terribile che forma il fondo innominato di quasi tutte

le vite infrante, il rimpianto _di ciò che avrebbe potuto essere_.

L’idea di rivedere sua madre la faceva tremare. Per mostrarsi sempre la

stessa in faccia a suo marito bisognava ora spesso recitare un’atroce

commedia. Faceva sforzi inauditi per dimenticare, per non sapere

quello che sapeva, per riacquistare la pace ottenuta prima con tanta

perseveranza.

E bisognava celare le pene mai confessate, recitare la parte

sorridendo, e dissimulando sempre, poichè la sua sola consolazione

stava nell’idea che Massimo non ne sospettava nulla.

Ma s’ingannava. A Massimo era nota la visita dello zio; egli aveva

tutto compreso e indovinato. Soffriva lui pure, e peggio ancora,

dubitava. Una sera, al teatro, Giulio Bardi gli era stato mostrato,

e durante tutto lo spettacolo, non aveva fatto altro che osservarlo.

Aveva dovuto ammirare un volto espressivo, impallidito dalle sofferenze

e dall’ostinato lavoro, delli occhi, una fronte, dei lineamenti di una

bellezza forse inapprezzabile dal volgo, ma che certo una donna non

poteva dimenticare; qualcosa di fermo e di doloroso nelle sinuosità

della bocca, appena nascosta dai baffi leggieri, un mento ben disegnato

e un po’ forte, segno di volontà tenace. Vide un uomo che dai piedi

alla testa differiva da lui quanto è possibile imaginarlo, un uomo che

a prima vista gelosamente stimava, ma che gli sarebbe stato impossibile

di amare, anche se avesse ignorato il suo nome. Sentendo parlare della

fortuna che Bardi aveva lentamente guadagnato e della considerazione di

cui godeva, vedendo la tristezza rassegnata del suo sguardo, di cui lui

solo, Massimo, fra tutta quella gente, sapeva la causa, egli indovinò

da cima a fondo tutta la coraggiosa vita di quell’uomo. Lui, il gran

signore scettico, che dalla sua facile filosofia era stato soltanto

spinto al piacere, lui il gaudente intelligentissimo, d’uno spirito

tanto fino e d’una coltura tanto raffinata, si sentì — ora che un

amore vero aveva illuminato l’anima sua — si sentì per la prima volta

umiliato nella sua eleganza, e pieno d’invidia per quel lavoratore,

invidiandogli la dura vita oscuramente consacrata al dovere, i dolori

sani, i sentimenti inalterabili, la umile grandezza. Per di più,

l’orribile gelosia del passato — sconosciuta fino a quell’istante —

si scatenò ad un tratto ferocemente in tutto l’esser suo, e sentì che

sarebbe stato orgoglioso di stringere la mano di quell’uomo, e felice

di ucciderlo.

Egli aveva indovinato, o press’a poco, tutto quanto poteva significare

la visita dell’Orlandi a sua moglie. E la sua allegria, il suo buon

umore al ritorno, non erano stati che un tranello nel quale Elisa

si era lasciata cadere. D’ora in ora egli aveva febbrilmente atteso

ch’ella gli parlasse della visita ricevuta, ed il di lei silenzio

gli parve colpevole e confermò i suoi sospetti. La gelosia imparte

a chiunque una imaginazione sfrenata; nel cervello di Massimo essa

risvegliò delle idee talmente eccessive, che a momenti si credeva quasi

pazzo. Egli spiò scioccamente sua moglie con l’astuzia di un Vidocq

sorvegliante l’autore di un delitto. Ogni attitudine, ogni parola

d’Elisa — che stava solo per metà in guardia — erano per lui oggetto di

commento e d’analisi.

Codesto paradiso della _Villa del Giglio_, dove il scenario della

felicità sussisteva ognora, dove nulla era cambiato, dove la vita

rimaneva la stessa, diventò un inferno. Vi si recitava ad ogni ora una

terribile commedia a due personaggi, sotto la quale covava un dramma.

Giunta l’estate andarono insieme a Viareggio, poichè era stata

consigliata l’aria di mare a Massimo. Presero una casa assai comoda

sulla spiaggia, ma ad una certa distanza dalla piccola ed affollata

città. Là, Massimo continuò ad essere amabile e di eccellente umore, in

apparenza, mentre spiava Elisa ad ogni momento. S’egli avesse potuto

vedersi, non si sarebbe riconosciuto. Fece una corsa a Firenze, per

sapere se Bardi era partito, e gli fu detto ch’era a Londra da un

pezzo. Ciò non lo tranquillizzò che per metà, e perduto ogni pudore,

prese l’abitudine di leggere le lettere indirizzate a sua moglie.

Tre settimane trascorsero senza il minimo avvenimento. Si conduceva

la vita la più tranquilla; e lady Thompson che venne un giorno da

Livorno a vedere i d’Astorre, dichiarò loro che bisognava esser pazzi

per preferire quella spiaggia antipatica al bel paesaggio affollato

dell’Ardenza, dove ci si distrae tanto bene dalla vita invernale,

vedendo tutti i giorni le stesse persone che si vedono a Firenze, e

compiendo esattamente le stesse evoluzioni alle ore stesse.

Quali lunghe ore terribili Massimo passava solo nella sua camera,

seduto a un tavolino vicino alla finestra, fingendo d’essere occupato

a scrivere, con lo sguardo smarrito sulla immensità del mare! Sentendo

spesso un gran bisogno di solitudine, aveva inventato un lavoro storico

— imaginario — al quale era cosa intesa ch’egli si dedicava quando

stava ritirato nel suo quartiere. Eppure non aveva scoperto nulla;

ma l’atteggiamento d’Elisa era tale da non dissipare i suoi dubbi, e

si tormentava senza posa. Cercava sempre, ma invano, di dimostrare a

sè stesso la stoltezza e la malvagità de’ suoi sospetti. Come alcuni

piccoli fatti, che certo sarebbero sembrati insignificanti a molti

altri, erano bastati a distruggere quella felicità di cui aveva

cominciato a godere, e che non aveva apprezzato quanto lo faceva

adesso mentre crudelmente dubitava di tutto! E quanto rimpiangeva la

noncuranza di quella felicità sparita!

Aveva saputo che Giulio Bardi non era mai stato ammogliato. Elisa era

stata vittima di una menzogna, o aveva voluto ingannarlo, lui, Massimo?

Poi, pensando alle condizioni del suo proprio matrimonio siffattamente

eccezionale, vedeva quanto fosse assurda una tale idea. Ma appena, per

caso, aveva scoperto che Bardi era celibe, appena lo aveva veduto, ed

aveva saputo la visita del signor Orlandi ad Elisa, aveva indovinato

tutto il resto: la sublime fedeltà inutile del Bardi, la ragione

del suo arrivo a Firenze, in circa, ed il motivo della apparizione

dello zio alla _Villa del Giglio_. In teatro, il suo sguardo si era

incrociato una sola volta con quello di Giulio, ma quanto c’era in

quella rapida occhiata!

Talvolta anche, Massimo passeggiava solitario. Un giorno che seguiva

un sentiero attraversante i campi, vide dinanzi a sè, a una grande

distanza, un uomo la cui apparenza lo fece impallidire, perchè credette

riconoscere colui al quale pensava troppo spesso. Ad onta della sua

vista eccellente non poteva esser certo di nulla. Affrettò il passo e

vide l’individuo entrare in una cascina di contadini, circondata da

un campicello, alla quale il sentiero conduceva. Passò davanti alla

casa completamente chiusa, ebbe la tentazione di entrarvi, ma riflesse

che sarebbe forse imprudente, e ch’era meglio ritornare all’indomani.

Ritornò infatti, e ritornò tutti i giorni durante una settimana senza

poter scoprire nulla, non osando credere alla testimonianza incerta

dei suoi occhi, ma spaventato dai presentimenti del suo cuore. Durante

questo tempo egli osservava Elisa sempre più, e credeva intravedere

in lei un cambiamento più visibile ognora, un imbarazzo angoscioso,

ch’ella studiava invano di celare. S’imaginava di scorgerla scuotersi a

un rumore qualunque o impallidire senza motivo. Ostentò di star fuori

a lungo, di andare come alla ricerca di qualcosa per i campi, e gli

sembrava ch’ella si turbasse, quando le raccontava i suoi passeggi. E

lui, eccitato dall’orribile desiderio di sapere la verità, qualunque

fosse, soffriva senza quasi averne più coscienza, e si mostrava

calmissimo.

Finalmente, avendo la febbre, non potendo più sopportare un tal dubbio,

decise che scoprirebbe tutto. Stanco di passare ore ed ore in ricerche

infruttuose, andò ad appiattarsi vicino alla casa sospetta, nascosto

da un gruppo d’alberi, e vi stette una intera giornata. Quando venne

la sera, senza che avesse veduto cosa alcuna, si avvicinò sulla punta

de’ piedi e penetrando nel recinto come un ladro, scavalcando la siepe,

andò a guardare attraverso ai vetri. Vide una famiglia di contadini;

stavano seduti intorno alla tavola, aspettando la cena che una vecchia

finiva di apparecchiare. A momenti l’uomo antico risorgeva in lui, e

rideva di sè stesso, ma molto amaramente. Restò lì a lungo, con una

pazienza ostinata, ma dovette finalmente abbandonare il suo posto di

osservazione senza aver nulla scoperto.

Tre giorni dopo, all’istante in cui meno se lo aspettava, e quando

aveva rinunciato a sapere la verità, vide Giulio Bardi in persona,

ch’entrava in un piccolo albergo vicino alla stazione. Questa volta

nessun dubbio era possibile. Massimo lo vide senza esser visto; ebbe

un sussulto interno come se avesse ricevuto una palla nel petto. Rimase

durante alcuni minuti pallido ed immobile, senza pensiero. Tutte le sue

idee erano smarrite; aveva solo coscienza di una irreparabile sventura.

Trovò, per caso, Elisa in numerosa compagnia; delle visite da Livorno,

la marchesa Celori con tutto il suo codazzo. Massimo seppe mostrarsi

cortese, e nessuno si accorse di nulla. Chiacchierò, e fece dello

spirito.

Ma quale tumulto di insopportabili pensieri lo assalse poco dopo,

ritrovandosi solo e rientrato in pieno possesso di sè! Dunque Bardi

era forse sempre stato nascosto lì vicino, mentre lo si credeva a

Londra! Era dunque già ritornato, oppure non era mai partito, e codesta

falsa partenza era stata imaginata per stornare i sospetti. E com’era

possibile supporre ch’Elisa non lo sapesse? che tra di loro non vi

fosse complicità? Corrispondevano dunque? Con quali mezzi?

Tuttavia, riflettendo, gli pareva impossibile che avessero potuto

vedersi durante quel tempo. Continuò a sorvegliare tutto; qualche

giorno dopo credette indovinare che Bardi era partito, ma senza averne

certezza alcuna. Ed ora che i suoi dubbi si erano avverati, affranto,

gli fu tuttavia più facile il dissimulare, poichè egli era un uomo

d’azione, ed ora si poteva agire; vi era un punto di partenza. Si

stupiva lui stesso della propria calma in faccia ad Elisa, e certo ella

non lo poteva credere in guardia.

Era stato stabilito, fino dal principio del loro soggiorno in

Viareggio, ch’Elisa, prima di tornarsene a casa, sarebbe andata a fare

finalmente una visita ad una sua amica d’infanzia, che non aveva mai

riveduto, promessa da moltissimo tempo. Codesta amica, figlia di un

fabbricatore di porcellane abbastanza ricco, aveva sposato per amore

un povero impiegatuccio per nome Vegezzi, il quale, costantemente

maltrattato dalla sorte ed infelice, aveva finito con l’accettare un

misero posto di segretario, senza nessuna speranza di promozione nella

piccola città di G..., quasi un villaggio, dove sarebbe probabilmente

costretto a rimanere sempre. La signora Vegezzi scriveva di tratto

in tratto alla marchesa d’Astorre, la quale, naturalmente, non aveva

voluto dimenticarla. Ma ogni anno Elisa prometteva alla umile amica

d’andare a farle una visita, a lei ed a’ suoi figli (ne aveva sette)

e sempre qualche ostacolo sorgeva all’ultimo momento. Questa volta,

appena giunta a Viareggio, Elisa aveva dichiarato a Massimo che non

ritornerebbe a Firenze senza essere andata a G.... e Massimo le aveva

risposto:

— Hai ragione; non devi più mancare, assolutamente. Ma mi scuserai se

non ti accompagnerò. Confesso che, proprio, non mi divertirebbe punto.

Ma alla vigilia della partenza, Massimo disse d’improvviso a colazione:

— Dopo tutto, ho pensato bene.... È meglio che ti accompagni a G....

Guardava fisso sua moglie, ciò dicendo, e credette scorgere in lei un

lieve turbamento, subito represso.

— Sì, è meglio. Sarai forse costretta di passarvi la notte....

— È assai probabile, ma che monta? La cameriera mi accompagna, e basta.

Sarebbe un troppo grande sacrificio per te il venire, e non lo posso

permettere. Ti annoieresti orribilmente. E cosa fareste tutto il giorno

mentre io starei a cicalare con la mia amica?

— Eppure credo che sarebbe meglio.

— Ma no, ti dico; dopo mi rimprovereresti per certo di averti lasciato

venire....

— Ebbene, sarà come vuoi.

Un terribile sospetto gli aveva attraversato la mente, e tutto quanto

osservò d’Elisa non abbandonandola mai in quel giorno, non fece che

confermare la sua idea. E allora il suo piano fu subito tracciato.

Al momento di partire egli chiese a Elisa se la signora Vegezzi era

informata del suo arrivo.

— No, — rispose, — le voglio fare una sorpresa. D’altronde, la vita

di quella poveretta è talmente monotona, che si è sempre sicuri di

trovarla. Me lo ha scritto tante volte!

Massimo accompagnò sua moglie alla stazione. Le disse che partiva

un’ora dopo per Livorno, dove si fermerebbe fino a sera, e prenderebbe

poi l’ultimo treno per Firenze.

Andò infatti a Livorno, ma non vi rimase un minuto. Ebbe appena il

tempo di saltare in un vagone di un treno che gli fu indicato dietro

sua domanda, senza nemmeno prendere il biglietto, e un’ora e mezza

dopo sua moglie, scese alla piccola stazione di G.... La giornata era

nebbiosa e triste. Massimo rialzò il bavero del leggiero soprabito

che portava, e andò diritto all’albergo. Non si poteva sbagliare,

essendovene uno solo di possibile: l’_Albergo della Stella_.

V’era molta gente, essendo giorno di mercato, e fu data a Massimo una

camera abbastanza pulita al secondo piano, dove salì rapidamente. Si

mise alla finestra e guardò per qualche tempo la folla variopinta,

composta di contadini che spingevano le loro bestie, di mercanti

vagabondi seduti vicino alla loro merce in mostra, di campagnuole le

cui croci d’oro ed i grossi pendenti pesantemente lavorati brillavano

sulle vesti a grandi fiorami. Parlando tutti ad una volta, gridando

e gesticolando, tutta codesta gente si pigiava nella via angusta e

tortuosa. Una pioggierella cominciava a cadere, e sopra quella platea

di cappelli di feltro grigi o neri s’aprivano qua e là certi enormi

ombrelli rossi. A destra, la via svoltava bruscamente; a sinistra

s’apriva una piazzetta dove risplendeva l’insegna dorata di un caffè

elegante, che doveva essere evidentemente il caffè, poichè varii

ufficiali stavano seduti ai tavolini che invadevano il marciapiede.

Massimo guardava tutto ciò, come in un sogno, e già chiedeva a sè

stesso cosa fosse venuto a fare. Aveva ceduto ad un irresistibile

impulso; ma come un tal fatto mostrava bene il mutamento profondo

successo in lui! Rammentava i suoi motteggi d’una volta contro

altri che avevano compite tali imprese, e si ricordava le sue teorie

d’indifferenza, e quanto si credeva allora sicuro di restar sempre lo

stesso! E rideva amaramente.

Si bussò all’uscio; era il cameriere.

— Vengo a chiedere a che ora il signor marchese desidera pranzare?

Stupito d’essere conosciuto. Massimo guardò il cameriere, ch’era

proprio il cameriere d’albergo di provincia, alto, svelto, servile ed

impertinente ad un tempo, sporco e pieno di pretesa nel vestire.

— Mi conosci? — domandò.

— Perfettamente, — rispose l’altro. E continuò con sicurezza: — Il

signore è il marchese Ferraris. Mio fratello maggiore ha servito,

anticamente, il vecchio marchese a Parma. Mi ricordo ancora le feste

magnifiche ch’egli dava. Ma il signore non c’era mai; preferiva

divertirsi a Milano....

— Ah! davvero! m’hai riconosciuto subito.... — disse Massimo, che

felice d’esser preso per un altro, si guardò bene dal disingannare il

cameriere. — Ebbene, mi porterai da pranzo fra un’ora, qui.

— Il signore ha ragione. Abbasso c’è troppa gente oggi. Conta partire

col treno di questa sera?

— Non so. Può darsi.

Massimo era sorpreso lui stesso della sua propria calma.

Pranzò, assaggiando macchinalmente un po’ degli otto piatti che gli

vennero serviti e facendo discorrere il cameriere, il quale subito lo

mise al corrente di tutti i pettegolezzi della piccola città.

— Conosci il signor Vegezzi?

— Credo bene che lo conosco. Ma non sta più qui.

Massimo si sentì impallidire.

— Da quando?

— Ma.... da circa un mese.

— Ed è partito.... con la famiglia?

— Sì, signor marchese, con tutta la famiglia, da un mese e più. Lei è

forse venuto per parlargli?

— No; ma l’ho conosciuto altre volte. E avete dunque gran concorso di

gente, oggi?

— Come sempre al martedì. Ma oggi non abbiamo solamente dei mercanti di

buoi. C’è una duchessa ch’è pure arrivata questa mattina e che ha preso

il numero 7.

— Una vera duchessa?

— Per Dio! Si vede subito. Aveva un sacchetto in mano, con la cifra E.

A. in oro, e la corona. Una bellissima donna! Ha insieme la cameriera.

D’un tratto Massimo ebbe un vago terrore di saperne troppo, e cambiò

discorso. Ma presto il cameriere ricominciò a parlare della “duchessa„;

raccontò che appena giunta, era uscita, ma per ritornare presto, e

che dopo non aveva più messo piede fuori dalla camera. Che poi aveva

chiesto a che ora partisse il treno per Prato, e che avendo saputo che

non ve n’era più fino all’indomani alle sei e mezzo, aveva comandato

che la si risvegliasse alle cinque. Era dal cameriere del primo piano

ch’egli aveva avuto tutti questi particolari.

Massimo rimase assai perplesso di codesta partenza per Prato.

Quando, finito di pranzare, rimase solo, camminò a lungo intorno alla

vasta camera, grande e quasi senza mobili, fumando e riflettendo.

— In fondo, — pensava di nuovo, — che son venuto a fare? È assurdo.

Come ho potuto immaginare.... e accorrere qui, per un semplice dubbio

senza la minima prova, mentre anzi al contrario, riflettendo, è quasi

impossibile.... Eppure, questi Vegezzi che non vi sono più!... Come

poteva lei ignorarlo? Ma fa lo stesso, è assurdo, ed io sono pazzo.

E poi, se avessi anche ragione ne’ miei sospetti, che cosa posso

scoprire, ed in qual modo? Bella situazione! Sono stupido. Ho la

febbre. Come avrei riso sul muso, cinque anni fa, a chi m’avesse detto

che verrei incognito in una stanza d’albergo per far la spia alla mia

propria moglie, come un marito da teatro.

Si riaffacciò alla finestra: nella via quasi deserta adesso, non

pioveva più, ed il cielo rischiarato s’imporporava sotto gli ultimi

raggi del sole che tramontava.

Una ragazza bella assai si appoggiò al balcone della casa in faccia.

La guardò macchinalmente. Lei si ritirò; allora egli guardò ancora la

strada. Vide un forestiero che parlava, sulla porta, col cameriere. Il

forestiero fece un gesto, e Massimo riconobbe Giulio Bardi. Due minuti

dopo lo vide entrare nell’albergo.

Un’ora più tardi, a notte fatta, Massimo andò a girare cautamente

per i corridoi. Era il vero albergo italiano all’antica, con qualche

timida pretesa di comodi moderni. Il cortile era zeppo di carrozze di

tutte le specie, di barroccini polverosi, di cavalli appena staccati,

e in mezzo a tutti codesti impedimenti stavano dei curiosi in folla;

contadini, mercanti girovaghi e borghesucci, alcuni che disputavano

tuttora il prezzo di una vendita, altri che ridevano, mentre in un

angolo scoppiava una lite fragorosa. A ciascuno dei due piani della

casa, un balcone esterno, girava tutt’all’intorno del cortile e dava

accesso alle camere, di cui si potevano leggere i numeri dal basso.

Due scale, l’una a destra, l’altra a sinistra. Abbasso c’era la sala

comune, la cui porta semiaperta lasciava passare una lunga striscia di

luce ed il rumorìo confuso delle conversazioni avvinazzate. Esattamente

al di sopra la sala da pranzo destinata ai forestieri distinti. Massimo

vi entrò e la trovò vuota. Due finestre si aprivano sopra un terrazzo

coperto che dominava da una grande altezza una vallata profonda,

che pareva un precipizio, in fondo alla quale biancheggiavano,

semi-rischiarate dalla luna velata, le pietre di un torrente a

secco. Dal lato opposto del burrone s’innalzava una lunga catena di

colline verdeggianti, rallegrate da gruppi di case e di ville che

s’intravedevano appena. A destra si stendeva la città.

Avventurandosi pei corritoi, Massimo aveva scoperto che il numero 7 si

trovava a lato della sala da pranzo, ma più elevato della metà di un

piano da alcuni gradini, come succede spesso in quel genere di case

di costruzione irregolare. Aveva resistito alle tentazioni di aprire

l’uscio e d’entrare bruscamente. Aveva prestato l’orecchio e non aveva

udito nulla. Poi aveva provato d’aprire uno delli usci delle camere

vicine, ma erano chiuse. Allora era ritornato sul terrazzo. Restò

alcuni minuti a guardare il paesaggio, appoggiato al parapetto. Una

immensa nube s’avanzava rapidamente; ben presto coprì la luna; non fu

più possibile di vedere le ondulazioni delle colline, nè il profilo

esatto della città; solo perdendosi a picco nella profondità, lo

sguardo distingueva come un nastro bianchiccio formato dal letto del

torrente. Il terrazzo coperto era appoggiato da una parte al corpo di

casa principale, dove un lungo balcone si distendeva. Dal terrazzo si

poteva quasi toccarlo. S’indovinava facilmente che la prima finestra

prospiciente su quel balcone doveva essere quella della stanza numero

7.

Massimo era pallidissimo. I dolori articolari di cui da qualche tempo

soffriva lo avevano ripreso, ed a momenti il cuore gli batteva quasi

dovesse spezzarsi, poi sembrava si dovesse arrestare. Come sempre, la

sofferenza morale si confondeva col dolore fisico. I pensieri orribili

che cozzavano nella sua mente lo spaventavano, e in mezzo ai suoi

tormenti sentiva in fondo alla coscienza come una voce schernitrice

che insultava alla sua miseria. Mille cose del passato, alcune delle

quali non avevano più il minimo rapporto con la situazione presente,

sorgevano davanti a lui; e in modo irregolare ed illogico tutta la

sua vita gli apparve innanzi alli occhi. Ed ecco dov’era giunto!

Ch’era diventata la fredda superiorità per la quale era sempre stato

padrone delle sue passioni? In qual modo aveva perduto quella cinica

indulgenza per tutte le colpe delle donne, fosse anche per quelle di

una donna amata, la quale gli avrebbe fatto altre volte considerare

la gelosia come una debolezza indegna d’un uomo conscio del proprio

merito, come una malattia antiquata, condannata al ridicolo nella

nostra società moderna? Disceso adesso al livello di coloro dei quali

si era maggiormente burlato, aveva perduto tutta la sua scettica

bontà; si sentiva brutale, capace di tutto, quasi bramoso di scandalo.

Si attaccava borghesemente a’ suoi diritti di marito e sentiva nello

stesso tempo ribollire in tutto l’essere suo le ire di un amante

ingannato. Le leggi sociali, di cui aveva spesso biasimato ridendo

la ingiusta severità, gli sembrarono molli ed insufficienti. Non si

riconosceva più.

Un sentimento affatto nuovo si mutava in dolore e lo morsicava nelle

più intime fibre — l’odio — e della forza di quest’odio misurò a qual

punto amava quella donna che certo lo ingannava. Gli parve ad un tratto

sentire il suo amore ingrandirsi come per fargli scoppiare il cuore;

amava al punto d’uccidere e di morire. Cattive passioni ignote fino

allora si destavano in lui, un spaventoso desiderio di vendetta lo

opprimeva. Poi un intenerimento s’impadroniva di lui, dei minuti nei

quali tutta la disperazione d’una vita era contenuta.

Si ricordava le differenti fasi della sua esistenza dacchè aveva

conosciuto Elisa, e sognava, considerando dove il suo bizzarro

matrimonio lo aveva condotto. Quale seducente e originale punto di

partenza, e quale volgare caduta!

Ma non dominava più sè stesso. Il sacro ricordo di sua sorella che gli

attraversò lo spirito, non valse neppur quello a calmarlo.

I pensieri calunniatori contro sua moglie che adesso lo tenevano in

loro balìa risalivano indietro fino al giorno in cui aveva incontrato

Elisa Valenti. Credendo Bardi ammogliato, era stata felice di sposarlo

lui, Massimo, invece di Gorletti; ma forse era sempre rimasta in

corrispondenza col suo antico amante. Dimenticava che ciò gli sarebbe

stato indifferente, altre volte.

Ma la sua rabbia, l’odio suo, nascondevano un terribile dolore. Non

ne aveva forse coscienza, ma domandava vendetta meno per la cosa

in sè, che nella speranza di trovarvi un qualche sollievo alla sua

insopportabile tortura. Con l’occhio fisso al balcone, pensava che

certo _lui_ doveva essere là, dietro quel muro, solo con lei. E allora

le più dolci ore della _Villa del Giglio_ gli ritornavano alla memoria,

e rammentava le lunghe sere d’estate nella gran sala silenziosa, quando

la luna delle belle notti posava l’incanto del suo bagliore sui capelli

sciolti d’Elisa.... E rammentava i suoi dubbi rinascenti e da lei

dissipati con tanta bontà.... Mentiva dunque volgarmente essa pure! Ah!

oramai non v’era più da dubitare. Ella lo ingannava, lui, a chi doveva

tutto. Perchè non aveva almeno avuto la pietà di lasciarlo fuggire

lontano, quando lo aveva voluto? Non gli restava più adesso che da

rendere il male per il male, e dopo, da sperare che la fine di codesta

brutta commedia che si chiama la vita non si facesse molto aspettare.

E il suo dolore era nobile e volgare ad un tempo; soffriva nel più

profondo dell’animo suo, e insieme — lui tanto superiore alle piccole

vanità — si sentiva, per la prima volta, ferito nel suo amor proprio.

Guardava sempre il balcone, misurava l’altezza che ne lo separava.

Evidentemente non v’era altro mezzo. Fece il giro del terrazzo; non

trovò alcuno.

Allora gettò un ultimo colpo d’occhio intorno, poi salì sul parapetto

di pietra, abbrancandosi prima con una mano, poi con l’altra, alle

sbarre del balcone superiore, si lasciò andare e fu librato nello

spazio, sull’abisso nero. Il ferro gli tagliava le dita, ma con la

tensione de’ suoi muscoli esercitati, salì lentamente. D’un tratto una

di quelle orribili fitte cui era soggetto talvolta, gli attraversò il

cuore. Ebbe un áttimo di debolezza. Ma dopo quel secondo di suprema

angoscia, s’irrigidì, e con uno sforzo violento, continuò e giunse ad

aiutarsi coi ginocchi e coi piedi. Finalmente, dopo un minuto di un

secolo, scavalcò il balcone che si stendeva innanzi a lui in tutta la

sua lunghezza. Si avvicinò alla finestra con le maggiori precauzioni.

L’idea gli era passata rapida per la mente che tutto sarebbe inutile se

le imposte erano chiuse. Non lo erano. Perfino i vetri stavano aperti.

Gl’interstizi delle persiane chiuse erano abbastanza larghi perchè si

potesse vedere tutto quanto succedeva nell’interno ed udire tutto.

Elisa, sola, con un libro in mano, seduta sopra una poltrona vicina a

un tavolino dove ardevano due candele, leggeva tranquillamente. Massimo

restò con gli occhi fissi su di lei.

In quell’istesso punto si bussò all’uscio. Elisa posò il libro, e

prestò l’orecchio. Si bussò un po’ più forte.

— Avanti! — disse lei con una voce un po’ timida.

E Giulio Bardi entrò.

Un matrimonio eccentrico · 第 17 / 23 题