VI.

Con l’aiuto del tempo la società si abituò alla presenza tranquilla

della marchesa d’Astorre. In verità, non dava noia ad alcuno.

Solamente, siccome bisognava bene che ci si vendicasse della sua

selvatichezza, della poca premura da lei dimostrata a conoscer gente,

si sparse la voce ch’ell’era di una “povertà di spirito„ veramente

notevole. La si fece creder stupida. Si disse che s’ella si nascondeva,

era per paura di mostrare — nelle loro conversazioni! — il vuoto della

sua testolina, e la sua ignoranza.

Intanto Elisa si sentiva ben sola nei grandi appartamenti sontuosi e

severi del palazzo di Astorre. Uno strano silenzio regnava in quelle

stanze dalle vôlte tanto alte, coperte d’oro annerito dal tempo; in

quelle sale dalle ricche tappezzerie oscure e impallidite, dalle tende

pesanti cascanti in pieghe superbe. I folti tappeti soffocavano perfino

il lieve suono dei suoi passi. In un gran letto del cinquecento, a

colonne, il cui baldacchino blasonato sembrava pesare sul suo capo,

ella giungeva difficilmente ad addormentarsi.

I giorni scorrevano, lenti e tutti compagni, e le sembrava vivere in

uno stato di mezzo sonnambulismo continuo, che toccasse un di mezzo tra

la letargia ed il sogno. Pensando alle angoscie trascorse di recente,

al terribile pericolo cui era così miracolosamente scampata, ella si

rimproverava talvolta di non apprezzare abbastanza l’immenso benessere

della sua nuova posizione. Lottò contro l’impigrirsi morboso di tutte

le sue facoltà e cercò di crearsi una vita tranquilla e occupata. Due

stanze del suo troppo vasto quartiere, le più piccole e le più comode,

furono addobbate a suo talento, e vi passò le giornate, leggendo molto,

avidamente. La lettura era sempre stata la sua occupazione prediletta;

ora diventava un bisogno, quasi una mania; talvolta interessandosi a un

libro al punto di dimenticare sè stessa e di mescolarsi all’esistenza

fittizia dei personaggi; tal’altra leggendo per leggere e divorando

pagine e pagine senza sempre curarsi di capirle tutte. Le dolci ed

angosciose imagini del suo passato non sorgevano più allora dinanzi

a lei, ma era invasa da una tristezza fisica, lentamente, fino a far

tutta parte di lei stessa; penetrava nelle sue ossa e nella sua carne e

circolava col suo sangue. Elisa giungeva a dimenticare i suoi pensieri

così mestamente inutili; ma intanto che la sua mente s’interessava

a cose estranee, l’incurabile malinconia che la opprimeva tutta la

inchiodava per delle ore allo stesso posto, l’illanguidiva in una posa

accasciata, spegneva il suo sguardo ed improntava tutto l’essere suo di

quella immobilità e di quella lentezza piena di lassitudine che sono i

segni dell’aver rinunciato a tutto.

La lotta era finita; più che mai sentiva il vuoto. E sopratutto

fuggiva l’ozio materiale che permette il lavorio del pensiero. Nei

primi tempi del suo strano matrimonio, la presenza di Massimo, che

la rassicurava e l’intimidiva insieme, l’aveva costretta a pensare

ad altro. Ma ora si trovava sola, circondata di lusso, caduta in

un’esistenza imprevista e sontuosamente calma, in una pigrizia che

abbisognava sempre combattere. E nel suo gabinetto tutto coperto di

una gaia stoffa a grandi arabeschi, a metà sdraiata sopra una poltrona

vicina al fuoco, essa leggeva un volume dopo l’altro; preferendo i

romanzi dai quali è difficile staccarsi, pieni d’avventure perigliose e

drammatiche, e il più possibile all’infuori della vita reale. Gli altri

— i veri — le facevano troppo male. E spesso, col libro aperto sulle

ginocchia, guardava attraverso i vetri l’oscuro palazzo sorgente di

faccia, e sopra il tetto, una stretta striscia di cielo, d’un azzurro

risplendente, e così si dimenticava a lungo, sognando a quanto aveva

letto. Tuttavia, attraverso la fabbrica delle invenzioni romanzesche,

qualcosa d’intangibile penetrava, un velo s’intrometteva, ed era il

ricordo del passato ognor presente, anche a sua insaputa.

Qualcuna delle sue antiche amiche erano venute a farle visita; Elisa

le aveva ricevute, e per caso, non ebbe a pentirsene, avendole trovate

discrete e piene di tatto. Esse però le rimproverarono di rinchiudersi

in una solitudine troppo completa, ed Elisa dovette convincersi che

fino ad un certo punto avevano ragione. A poco a poco lasciò dunque che

si allargasse la piccola cerchia delle sue conoscenze, pur vivendo in

una solitudine relativa. Lentamente prese qualche interesse a quanto

le accadeva d’intorno. Certe bellezze dell’esistenza, per sè stessa,

all’infuori di qualsiasi idea di felicità, si rivelarono a’ suoi occhi.

Ell’era, ad onta di tutto, assai attaccata alla vita; poichè quando

una creatura è stata creata per vivere il più completamente e il più

felicemente ch’è possibile quaggiù, il gusto della vita le rimane,

qualunque siano le sventure che gli uomini le infliggono. Mai, nemmeno

nei momenti di più vera disperazione, Elisa aveva desiderato di morire.

Seppe ancora uscire vittoriosa dal suo abbattimento profondo. Con

uno sforzo, in cui mise tutta la sua energia, la reazione ebbe luogo.

Essa indovinava che la sua posizione e il suo modo di vivere facevano

nascere molti commenti, e con tutte si rinchiudeva in una grande

riserva, pur mostrandosi gentile.

Un giorno, sul piazzale delle Cascine, la bella contessa Goffredi,

una delle donne più alla moda in quel momento, fece accostare la sua

carrozza a quella di lady Thompson. C’era folla quel giorno, in quella

specie di salone all’aria aperta ch’è il ritrovo generale, e le due

carrozze riunite furono subito circondate di gente.

— Ho fatto una scoperta, — disse la contessa.

— Interessante?

— Interessantissima; sapete d’onde vengo? Dal palazzo d’Astorre. Ho

discorso durante _più di un’ora_ con _lei_.

— Che! ma se non la conoscevi?

— Scusa, mia cara, la conosco da ieri. L’ho veduta da mia cognata.

— E subito, contessa, siete andata a farle visita oggi?

— Credo bene. Sapete che sono un po’ curiosa e che quando voglio far

qualcosa lo faccio subito. D’altronde, che male c’è mostrarsi cortese?

Insomma, ne vengo.

— E la scoperta?

— Eccola: quella donna non è punto sciocca. Discorre divinamente.

Ha perfino dell’ingegno, quella donna, ve lo dico io, e se volesse,

avrebbe anche spirito!

Intanto Elisa passeggiava sola, secondo il suo costume, in fondo in

fondo, scaldandosi al sole invernale, ed ignorando completamente il

voltafaccia dell’opinione che stava compiendosi in suo favore, per

merito della importante scoperta fatta dalla contessa Goffredi. Ed il

mutamento si compì davvero. Non esser più del parere di chi dichiarava

la marchesa d’Astorre una stupida, divenne una moda raffinata.

Bisogna poi anche ammettere ch’Elisa stessa, per sua propria virtù,

e pur continuando a vivere a modo suo, aveva finito col conquistare

il rispetto e la simpatia di moltissimi. D’altra parte ciò inacerbì

l’opinione dei nemici a qualunque costo, l’antipatia dei quali si

trasformò quasi in odio, senza ch’essi stessi avessero saputo dire

il perchè, e che, d’allora in poi, trovarono che un po’ di calunnia

diventava assolutamente necessaria.

Qualche tempo dopo, in una sera di ricevimento grande da lady Thompson,

l’uscio della sala bianca e oro, dove una cinquantina di persone si

trovavano già riunite, parve aprirsi più largo del solito, e si vide la

contessa Goffredi entrare, accompagnata dalla marchesa d’Astorre. Tutti

rimasero stupefatti, benchè la padrona di casa avesse, dal principio,

annunciato una “sorpresa„. Era la prima volta ch’Elisa si mostrava in

società. La vista di lei, data in pascolo alla curiosità universale,

aguzzò tale curiosità nel mentre la soddisfaceva. Cento sguardi si

posarono su di lei.

Elisa parve a grande suo vantaggio; alta, pallida, seria e sorridente,

quasi bella, assai semplicemente e un po’ stranamente vestita, giacchè,

a modo suo, sapeva acconciarsi. Ad onta di quanto si era detto e

pensato sul conto suo, si era in complesso prevenute adesso in suo

favore; e doveva piacere.

Quella sera come sempre, regnava nella sala bianca e oro a grandi tende

di raso color foglia morta ricamate di fiori variopinti, un’atmosfera

pesante e profumata ch’era l’aria naturale dei frequentatori. Quasi

tutte le donne erano in abito scollato, e quelle spalle bianche, fra le

quali ve n’erano di assai notevoli, sembravano espandersi in quell’aria

viziata come nel loro elemento; presentavano uno strano aspetto

di salute fittizia, quasichè quelle donne fossero state le piante

carnali di quella serra. Ve n’erano di una bellezza fine e stanca,

le cui teste patrizie erano per davvero quelle delle figlie degeneri

dei modelli delli antichi pittori, e che sarebbero certo appena più

belle rivestite d’un costume fiorentino dell’epoca di Lorenzo il

Magnifico, anzichè acconciate com’erano con la penultima moda parigina

mal compresa. Altre, invece, straniere o viaggiatrici, indossavano,

con i raffinamenti più nuovi, quella livrea della suprema moda che

crea una specie di frammassoneria delle ultra-eleganti dell’oggi;

per la quale, senza conoscersi, si ritrovano dovunque colla stessa

pettinatura e con lo stesso insieme. Se ne vedevano di giovanissime, il

cui sguardo spento e sapiente faceva tremare; delle vecchie incrostate

di belletto, ma con l’aria candida. Tentando d’indovinare l’età

probabile di due principesse russe, due sorelle coperte di gemme, e

d’una bellezza diversa, ma provocante allo stesso grado, si fluttuava

tra diciannove e quarantacinque anni. Una americana, giunta da poco,

attirava l’attenzione per la smisurata lunghezza della coda del suo

abito, contrastante con la mancanza di stoffa del corpo ch’era certo

soltanto simbolico; era una giovane sposa che amava suo marito alla

follia. Una diecina di donne circondavano da vicino la padrona di

casa, ancora bella assai, e riccamente vestita. Le chiacchiere erano

femminili; gli uomini formando un gruppo a parte; alcuni soltanto si

piegavano sullo schienale di una poltrona e parlavano sottovoce, mentre

ammiravano l’effetto delle perle sulla bianchezza delle carni. Sopra un

divano, in un angolo, una spiegazione aveva luogo tra un ufficialetto

ed una principessa romana d’una bellezza maestosa e matura. Sopra

i canapè di velluto bruno larghissimi e bassissimi, sulle _chaises

longues_ a schienale fuggente, alcuni giovani ai stendevano con un’aria

profondamente annoiata. Un cembalo verticale, in legno di rosa, stava

aperto, e talvolta qualunque ne tirava qualche accordo e suonava alla

sordina le prime battute di un valzer. Gli sguardi delli amatori di

oggetti rari erano attirati da grandi _étagères_ coperte di ninnoli

preziosi e di statuette di Sassonia, e sul folto tappeto violetto,

alcune pelli di tigre si stendevano, le cui teste dalli occhi di vetro

sembravano voler mordere coi loro denti acuti i piedini raffinatamente

calzati.

Si fumava la sigaretta dappertutto; ma, separato dalla gran sala,

da un’altra sala un poco oscura, si apriva un gabinetto destinato

specialmente ai fumatori. Questa stanza, tappezzata di velluto verde e

rischiarata solo da due grandi candelabri fiancheggianti il camino in

marmo nero, offriva un delizioso ritiro, dove le signore pure venivano

sovente a riposare sulle vastissime poltrone di cuoio in una dolce

penombra e nella tranquillità di una conversazione languida, fumavano

del tabacco orientale. Talvolta però una discussione un po’ viva vi

scoppiava, oppure vi s’impegnavano per caso di quei discorsi in due

abbastanza intimi perchè quelli che si presentavano all’uscio sovente

non ne varcassero la soglia.

Elisa guardava pacatamente ed osservava, dissimulando l’imbarazzo che

suscitavano in lei i numerosi sguardi fissi. I signori, quasi tutti,

avevano chiesto di esserle presentati. Sebbene accogliesse ognuno col

sorriso sulle labbra, la si trovò troppo riservata ed un poco altiera.

Molti non le indirizzarono che tre o quattro parole; alcuni cercarono

di attaccare un discorso seguito. Le donne si mostravano fredde, benchè

lady Thompson e la contessa Goffredi facessero di tutto perchè Elisa si

trovasse bene. Del resto, Elisa non comprendeva più d’una terza parte

di quanto si diceva; le frasi pronunciate non avendo valore che per

il sottinteso al quale sarebbe stato necessario d’essere iniziata. Si

parlavano diversi gerghi speciali.

— Eh! marchesa, che nuove ha di suo marito?

— Eccellenti; è a Londra.

— E come va che lei non l’ha accompagnato?

— Per vari motivi. D’altronde aspetto mia madre fra pochi giorni. Viene

da Milano per farmi visita.

Un vecchio signore si avvicinò.

— Sono molto legato con Massimo, marchesa. Lo difendo sempre quando lo

si attacca, ma sapendolo a Parigi quando lei è qui, ho quasi voglia di

dir male di lui io stesso.

— S’allontani allora, perchè io non senta.

— Oh! oh! benissimo.... a meraviglia!... Ma le scrive sovente,

m’imagino.

— Assai sovente.

La contessa Goffredi pose una domanda ad alta voce, che fece mutar

discorso.

Frattanto nei gruppi d’uomini non si parlava che della marchesa. — Era

simpaticissima. Non una bellezza, ma v’era qualche cosa. — E poi....

Sì, ma.... Massimo in fondo era una bestia. — Quella donna recita una

parte, ma scommetto ch’è infelice assai. — Certo, giacchè è innamorata

pazza di suo marito. — Ne sei certo? — Ho delle prove. — Ma come

accade?... — Mio caro, è semplicissimo; lui ne ha già fin sopra le

orecchie. Credo bene che lei recita una parte, trovo anzi ch’è la più

gran posatrice ch’io abbia mai veduto. — È una donna fredda. — No, è

timida. — Oh! timida poi!... — Vi assicuro che discorre assai bene; non

è vero, Pierino! — Oh! io non ne so nulla. Se credete che mi voglia far

presentare!...

Ad onta di tutto, codesta prima comparsa d’Elisa fu un successo. Molte

prevenzioni furono distrutte al vederla da vicino. La vecchia contessa

Gritti dichiarò che si vedeva costretta a scusare, fino ad un certo

punto, l’assurda _mésaillance_ di Massimo.

Un po’ prima di mezzanotte Elisa si alzò per andarsene.

— Come? non vuol restare per cena? Sarà pronta in un istante.

Appena fu uscita, parlarono forte tutti insieme.

— Zitti! — fece lady Thompson, — aspettate dunque un minuto!

Ma non si poteva. Le opinioni s’incrociavano come i raggi di un fuoco

d’artificio accesi per errore tutti in una volta. I servitori che

entrarono nella sala vicina portando del tavolini già serviti per la

cena, fecero diversione. Ma, appena furono seduti alla piccola mensa,

dalle tovaglie coperte di cristalli, di bottiglie colorate diversamente

dai vari vini, eccitati da tutto ciò e dai profumi di alta gastronomia,

che venivano a frammischiarsi al soliti profumi dell’appartamento,

ognuno ricominciò con maggior lena.

— Andiamo, tregua alle maldicenze! — disse la padrona di casa, dopo un

momento. — La proteggo e le voglio bene. E voi, barone, cattiva lingua,

tacete!

— Scusate, non dicevo nulla di male. Al contrario sono pieno di

moralità. Trovo semplicemente che Massimo ha torto d’assentarsi; è il

mio umile parere.

— Signori e signore! — gridò quello che tutti chiamavano Pierino, — io

scommetto....

— Andiamo, basta, tacete!

Ma lui finì la frase sottovoce, fra le risate mascoline e la

disapprovazione ipocrita delle donne.

All’indomani, un gran numero di biglietti di visita furono consegnati

al guarda-portone del palazzo d’Astorre. Alcuni giovani, senza aver

avuto nessun invito, chiesero anzi se la marchesa fosse in casa.

Elisa aveva detto la verità: aspettava sua madre, e anche suo padre.

Arrivarono infatti due giorni dopo.

La posizione dei genitori d’Elisa era stata benissimo regolata da

Massimo. Aveva ottenuto per Valenti un impiego lucrativo abbastanza a

Milano, e ch’egli desiderava da un pezzo ed era completamente adatto

a lui, poichè si trattava sopratutto di discorrere con molta gente.

E la signora Valenti adorava Milano, sua città natale, ch’ella non

aveva dimenticato mai nelle sue peregrinazioni. “Far figura„ a Milano

— come diceva — le sembrava la maggior felicità della vita. Ciò non le

impediva di aver l’intenzione d’andare spesso a trovare sua figlia,

la sua cara marchesa “che però non voglio disturbare, nel gran mondo

dove brilla„ aggiungeva, facendo sentire tutta la grandezza de’ suoi

sacrifici. Diceva anche che Firenze le rammentava ricordi dolorosi.

D’altronde d’Astorre le aveva benissimo fatto intendere ch’ella non

doveva in nessun modo abusare della sua posizione di suocera.

Adesso Elisa, felice di rivedere i suoi, abbracciò suo padre con

effusione, e confrontò la paura da lei provata in faccia a sua madre

altre volte, all’affezione semplice che ora sentiva per lei, ad onta

delle diversità delle loro nature. La ricchezza aristocratica del

palazzo d’Astorre colpì la signora Valenti; ma diede dei consigli di

abbellimento per le grandi sale, che, per fortuna, non furono seguiti.

Sposando Massimo, sua figlia l’era sembrata così “abile„ che le portava

sempre il maggior rispetto, e che non osava nemmeno troppo insistere

quando tentava di convincerla d’andar molto in società e di prendere il

posto che le confaceva. In quanto alla stranezza inerente al matrimonio

stesso, all’assenza prolungantesi di Massimo, alla calma d’Elisa che

sembrava approvare la condotta del marito, di cui non parlava che

con l’accento di un’alta stima e d’una gratitudine illimitata, la

signora Valenti se ne stupiva come tutti se ne stupivano, ma rimaneva

intimidita davanti alla riservatezza di sua figlia, e, dopo qualche

prova, non osò più interrogarla. D’altronde ella usciva dalla mattina

alla sera, nella carrozza d’Elisa, girava, faceva commissioni, andava

a rivedere tutte le sue antiche conoscenze, per abbagliarle coi vestiti

nuovi e coi racconti delle splendidezze di suo genero.

— M’hai detto che ti scrive spesso, e non ho ancora visto una sola

lettera di tuo marito dacchè sono qui, — le disse un giorno.

— È che probabilmente starà per tornare e vorrà farmi una sorpresa.

Ma, in quel punto, un cameriere entrò con una lettera.

— Sarebbe sua?

— Sì.

— Guarda, che stranezza! proprio al momento che lo stavo accusando!

Elisa lesse rapidamente la lettera, la rimise nella busta, e disse che

Massimo le annunciava il suo ritorno fra quattro o cinque giorni.

— Non me la fa vedere, — pensò la madre. — Quella lettera dev’essere

ben fredda o troppo tenera.

Ecco la lettera:

“Sapete, cara marchesa, che scrivete in un modo delizioso? La

vostra ultima mi è piaciuta assai, e ho dei rimorsi come per

un delitto di aver così lungamente tardato a rispondervi. Ma

la mia vita oziosa è così occupata! Non trovo tempo per nulla,

e ci vuole una tempra come la mia per resistere alle fatiche

della mia pigra esistenza. Parigi è animato come ai suoi più bei

giorni! L’eroina del momento è sempre la Kautgler, codesta attrice

diventata celebre in quindici giorni, e che fa fremere tutto il

teatro per il modo con cui pronuncia una sola parola. È sopratutto

straordinaria nelle parti fredde e malvagie. Ma, se vi volessi

mettere un poco al corrente, non finirei più, e credo che tutto

ciò non v’interesserebbe gran che. Vi racconterò alcuni aneddoti

al mio prossimo ritorno. Queste righe non hanno altro scopo che

quello di annunziarvelo. Partirò, credo, doman l’altro, mi fermerò

due giorni a Nizza, d’onde schizzerò dritto a Firenze. Non credo

sarà per starvi molto. Sarete in città o in campagna, o avrete

qualche progetto?... E siete dunque stata da lady T....? È un bel

stabilimento, ma non mi pare che vi ci dovete trovar bene. Pur

vivendo ritirata, siete stata pur costretta di mostrarvi qualche

volta; tanto meglio. Credo che un po’ di distrazione vi gioverà.

Tuttavia vi stimo troppo altamente per darvi dei consigli.... La

somma che inviaste a quella povera Marietta è insignificante e non

valeva la spesa di parlarne. Raddoppiate dunque, e non guardate mai

tanto da vicino a tali cose un’altra volta, nè mai. Uno dei peccati

capitali mi manca del tutto: l’avarizia. Che volete? Non siamo

perfetti. Addio, mia cara Elisa, cercate di distrarvi, come potete,

e arrivederci. Vi bacio le mani.

“ASTORRE.„

Un matrimonio eccentrico · 第 11 / 23 题