Il matrimonio si fece due mesi dopo, senza alcun apparato e
quasi segretamente, alla villa. Massimo era stato assente durante
l’intervallo ed era solo arrivato alla vigilia. La marchesa, sempre
stupita, e che aveva quasi rinunciato a comprendere, non pensò più
che a mostrarsi amabile, e lo fu squisitamente. Seppe resistere alla
tentazione fortissima di fare un po’ di predica al nipote, che non la
intimidiva; e fu meglio. Ma, per davvero, non vi rimetteva della sua
stupefazione.
La cerimonia ebbe luogo nella piccola cappella privata. Gli sposi
partirono subito dopo.
Quando furono soli in un vagone-salone dell’espresso tra Milano e
Firenze, Elisa sentì più intensamente ancora che nei giorni precedenti
tutta la stranezza della sua situazione. Le sembrava essere ella stessa
l’eroina di un romanzo che venisse raccontato, e recitare una parte,
non sopra un teatro, ma per davvero, in una commedia che fosse la
vita medesima. Stupita si guardava a giro, come ne accade nei sogni,
attrice e spettatrice in uno. Massimo, di una cortesia fina e discreta,
meno famigliare forse di prima, ma amichevole, taceva o discorreva
con naturalezza, senza maggiore imbarazzo che se fosse stato nel
_tête-à-tête_ il più solito. Giacchè egli possedeva quella scienza
tanto difficile dei modi, per la quale dovunque e sempre si trova
la nota giusta. Ma Elisa lo ascoltava e rispondeva macchinalmente,
distratta. Ella si trovava in una di quelle ore in cui il cervello
lavora da sè e per suo conto e in cui le idee si agitano talmente
che quasi si neutralizzano. È sopratutto in simili momenti che alla
domanda: — A che pensate? — rispondiamo: — A nulla.
Le pareva aver perduto il senso della realtà delle cose, e la certezza
della propria individualità. Mentre molti dubbi le attraversavano
rapidi la mente, provava una tema indefinita di agir male e anche
di risvegliarsi da quel sogno reale quale procurava già l’immenso
sollievo di sentirsi in salvo, liberata dall’incubo del quale aveva
tanto sofferto. Alfine poteva respirare liberamente, e ciò la stupiva.
Qualcosa le mancava, e che? chiedeva a sè stessa, e si accorgeva ch’era
il peso che le aveva oppresso il petto fino allora. Mentre tante
imagini si svolgevano davanti alla sua mente, tutto il corpo suo si
assopiva in un grande e nuovo benessere materiale. Si sentiva quasi
in casa sua nel vagone ben chiuso cui la lampada rischiarava appena.
Avvolta caldamente nel suo mantello, lontana dalle paure e dalle noie,
immobile, sebbene trascinata a tutto vapore verso un posto sconosciuto,
le sembrava d’essere sollevata e rapita a forza da una possanza
irresistibile e buona, e nel letargo graduale di tutto l’essere suo un
sentimento quasi involontario di cieca fiducia la riempiva, più forte
de’ suoi pensieri. Abbandonandosi alle sue sensazioni, le sembrava fare
ciò che doveva.
Massimo chiacchierava senz’ordine, ma in un modo interessante. Poi
tacevano, come lo possono due amici che non sono imbarazzati dal
silenzio. Ma, attraverso i suoi sogni svariati ed i discorsi del
suo compagno di viaggio, Elisa ascoltava attenta il rumore regolare
e cadenzato del treno, e in quel fragore monotono, l’orecchio suo
scopriva ogni specie di musiche imaginarie che parevano una traduzione
de’ suoi pensieri troppo vaghi in una ritmica favella ignota. La notte
era fredda. Dai vetri ben chiusi non si vedeva che le tenebre, solcate
talvolta da un improvviso luccicore all’avvicinarsi di una stazione.
In quell’angusto spazio, la sua vita intera le sembrava rinserrata; che
poteva ancora esserci al di fuori? e in quella specie di scatola comoda
e calda, circondata da gelido buio e corrente attraverso lo spazio
sopra una traccia di ferro dove nulla poteva sorgere, ella intravedeva
un simbolo del suo nuovo destino.
— Mi permettete di fumare?
— Ma certo.
Egli accese un sigaro. I più insignificanti particolari: una portiera
mal chiusa, l’impiegato venuto a rettificare un errore, un _buffet_
inaccessibile, un altro treno che s’incrociava col loro, tutto
gli porgeva il destro per raccontare qualche incidente di viaggio,
divertente o strano, il comico della sua situazione, un giorno che
per aver seguito un capriccio o per distrazione, si era trovato sopra
una linea, mentre i suoi bagagli se ne andavano a gran velocità
per un’altra. Elisa, quasi a suo malgrado, s’interessava a quanto
egli diceva, per il modo che lo diceva, e fu sorpresa ella stessa
di sentirsi discorrere, famigliarizzata, e narrò a sua volta alcune
impressioni della sua vita un poco nomade e dei suoi ricordi di
fanciullezza.
Poi Massimo le schizzò qualcuno de’ suoi progetti per lei. La
villa, presso Firenze, dove come sapeva andrebbero ora, era stata
completamente rifabbricata e ristaurata, ed era pronta. — (Ciò era
stato fatto l’ultima volta ch’egli vi aveva dimorato, dopo la morte
di sua sorella). — Questa villa, d’ora innanzi, le apparteneva. Egli
aveva ora l’intenzione di passarvi alcune settimane. Di là, farebbe
delle gite frequenti in città, e ne’ suoi altri possedimenti, per
affari e per rivedere gli amici. Lei potrebbe visitare il vecchio
palazzo di Firenze, ch’era pure a sua disposizione, e comandarvi le
migliorie che crederebbe utili, benchè la consigliasse a cambiar poco,
anche all’interno gli appartamenti avendo molto carattere. Aggiunse
che l’aiuterebbe in tutto ciò, e che l’idea di occuparsi in tal modo
lo divertiva infinitamente. Lei potrebbe, nella società fiorentina,
scegliere le sue conoscenze, a meno che non preferisse veder nessuno.
Se, volendo condurre una vita affatto di casa, temesse allo stesso
tempo la solitudine, sarebbe facile — con un po’ di ricerca — il
trovarle una dama di compagnia. Non avrebbe per caso un’amica che
potesse invitare a venire per qualche mese con lei, o con la quale
potesse viaggiare se una tale idea le sorridesse? Appena avrebbe, in
un modo o nell’altro, stabilita la sua vita, lui contava ripartire, per
Parigi probabilmente. Del resto, vicino o lontano, lei potrebbe sempre
far calcolo sopra di lui.
Elisa si sentì assai confusa ascoltando codesti discorsi, e cercò di
esprimergli la sua profonda riconoscenza, e assicurandolo che in pace e
tranquilla non desidererebbe altro.
— Sono sicuro che non vi pentirete d’aver avuto fiducia in me. Ma è
tardi per voi; ora aggiusterò ogni cosa perchè possiate provarvi a
dormire. In quanto a me non sarà difficile, dormo in ferrovia e ovunque
come nel mio letto.
Preparò tutto, tirò la tendina della lampada, poi le diede la buona
notte e la lasciò perchè si coricasse, poi fumò una sigaretta e si
stese a sua volta, per addormentarsi quasi subito.
Ma Elisa non potè pigliar sonno. Guardava talvolta Massimo disteso
dall’altra parte, talvolta i vari oggetti sparsi. I suoi occhi si
fissavano sulla serratura d’argento d’un sacco da viaggio dove la luce
si rifletteva, o sul disegno complicato di una coperta, e contemplava
queste cose lungamente. Dopo tutto, la presenza di quell’uomo sdraiato
non lontano da lei, la stupiva. Coricato, egli pareva grandissimo, e
quasi le faceva paura. Il suo pensiero errava, correva assai più rapido
del treno, e non in una direzione sola; ma in ogni senso, ora non
vedendo che l’attimo presente, poi perdendosi nell’avvenire; poscia, e
più sovente, risospingendosi nel passato. Più che mai, in quella notte,
l’imagine di colui ch’ella aveva per sempre perduto, sorgeva innanzi a
lei per sedurla mestamente, e opprimerla senza posa. Quel nome “Giulio„
pareva si disegnasse continuamente davanti ai suoi occhi, invano
chiusi.
Tutti i ricordi, i più soavi e i più dolorosi, ritornavano per morderle
il cuore; ma pensava a quanto il cammino della sua vita aveva ora
di meraviglioso. Rivedeva delle amiche da lungo tempo scomparse,
delle compagne d’infanzia, conosciute nei suoi viaggi, e diceva a sè
stessa che per certo la loro sorte non poteva rassomigliare alla sua.
Pensava anche a sua madre, folle di gioia e d’orgoglio, a suo padre,
vanitosamente felice lui pure — a Gorletti, furibondo e in collera
con la sua famiglia, e che lei avrebbe probabilmente il piacere di
non rivedere mai più — e una quantità di particolari le riempivano la
memoria e si mescolavano ai ricordi imperituri del suo perduto amore.
A poco a poco, le sue idee si fecero confuse, udì sempre più
indistintamente il rumore regolare del treno, che parve dolcemente
cullarla, e si addormentò d’un sonno grave e ripieno d’imagini. Tra
i suoi sogni incoerenti, vide più volte una donna di sorprendente
bellezza, altissima, colossale, che la guardava con due grandi
occhi neri e risplendenti, e che la riempiva di spavento, solo con
l’allungare verso di lei la sua mano bianca coperta di anelli. La
riconosceva senza averla mai vista; era la moglie di Giulio. Giunse
a fuggire e si trovò in un salotto di eccezionale ricchezza, dove
la marchesa Arombelli la teneva abbracciata, come proteggendola.
Dalla finestra aperta scorgeva un paesaggio tropicale stendentesi a
una distanza favolosa; si vedeva all’orizzonte il grandioso profilo
vago d’una città con tempii dorati, mentre una schiera di elefanti
bianchi s’avanzava sopra una strada polverosa. Allo stesso tempo
le braccia che s’allacciavano la strinsero fino a farle male, e una
paura istintiva s’impadronì di lei, che si mutò in terrore, quando
s’accorse che al posto della marchesa era Gorletti che la teneva
strettamente abbracciata, gridandole: “Ah! credevi di potermi sfuggire!
No, m’appartieni, e piuttosto che lasciarti partire, ti schiaccierò!„
E sentiva che davvero la stritolava; le mancava il respiro. Un grido
solo, lo sapeva, sarebbe bastato a liberarla, ma l’era impossibile di
emetterlo, e si sentiva morire nella impotenza dei suoi sforzi.
L’angoscia stessa dell’incubo la svegliò. Albeggiava. Una pioggia
furibonda batteva contro i vetri. Vide Massimo addormentato, e un
senso di delizioso sollievo la riempì tutta; l’orrenda visione che
l’era sembrata tanto reale non era che un sogno; mentre questo sogno
di trovarsi sola col marchese d’Astorre, alle sei del mattino, in un
vagone, e d’essersi sposata a lui, questo sogno che, anche desta, le
pareva così bizzarro, era la semplice e vera realtà.
Si era oltrepassato gli Appennini ed il paese pigliava un carattere
più decisamente italiano. La campagna si stendeva, d’una tinta calda
e svariata, con pochi alberi; si vedevano del casini di villeggiatura
dipinti a colori chiari, con i tetti piatti e un terrazzo. La pioggia
fina, violenta, spinta obliquamente dal vento mattutino, rigava il
cielo grigio. Le terre arate, i campi, le ville, i contadini conducenti
le loro bestie, tutto era lavato da quella impetuosa pioggia autunnale.
Nella fredda luce del mattino, quello scenario sempre moventesi, ma
uniforme, assumeva una malinconia senza espressione, che, alla lunga,
serrava il cuore e turbava il pensiero. Elisa, stanca, guardava
inconsciamente le fini linee incessanti.
— Buongiorno, — fece una voce dietro a lei.
Fu con un sorriso un poco imbarazzato che ella stese la mano a Massimo.
— Ebbene, signora marchesa, come ha dormito?
— Abbastanza bene, grazie, — rispose arrossendo un poco.
Ricaddero nel silenzio e tacquero a lungo.
Entrambi sognavano diversamente. Quelle ultime ore parvero loro assai
lunghe. Si arrivò alfine. Lasciarono i domestici alla stazione per
occuparsi dei bagagli, e salirono in un _landau_ che li aspettava.
I cavalli presero un buon trotto e dopo un po’ più di un’ora si
fermarono alla _Villa del Giglio_, davanti al grande cancello di ferro
ornato che s’aprì da sè. La carrozza girò sulla fina sabbia dei viali,
e s’arrestò all’ingresso principale, dove scesero.
Quelli di casa guardavano Elisa con una intensa curiosità che si
sforzavano di rendere rispettosa. Si servì la colazione in un salottino
tappezzato di stoffe chinesi dove fiammeggiava un gran fuoco.
Più tardi, cessata la pioggia, Massimo guidò Elisa a visitare la villa
e il giardino. Tutto le piacque. La casa, vecchia di tre secoli,
vastissima, rettangolare con due ali proeminenti, massiccia e di
buon stile, stava sopra una lieve altura, alla quale si giungeva per
l’ampissimo giardino, salendo insensibilmente, e donde si godeva d’una
incantevole veduta. La spianata stendentesi davanti alla facciata
aveva un particolare carattere di gaiezza calma. Si scorgevano lontane
le molli ondulazioni delle montagne; a destra, il simpatico profilo
delle colline di Fiesole e la cupola di San Miniato. Il giardino
non era nè abbandonato, nè molto ben tenuto; ma sui grandi terrazzi
vicini alla casa, ci si sentiva dolcemente riscaldati dai raggi del
sole di novembre, ch’era riapparso, mentre s’indovinava quanto doveva
essere aggradevole, d’estate, la profonda frescura dei viali angusti,
serpeggianti tra gli alti alberi frondosi.
Nell’interno, gli appartamenti erano stati abilmente ristaurati. Erano
grandi sale chiare dalle volte ornate di affreschi d’un gusto violento
e raffinato, nei quali si erano introdotte per quanto possibili le
comodità moderne, conservando il carattere fiorentino delli stucchi,
delle stoffe e del mobilio. Le stanze del primo piano, alle quali
si accedeva per una larga scala di marmo, erano assai grandi ed i
gabinetti per vestirsi avevano press’a poco le dimensioni di un salone
francese.
Pranzarono a un tavolino, già tutto pronto, accanto al fuoco. Da molto
tempo Elisa non aveva mangiato di così buon appetito. Massimo, allegro
come un ragazzo, giunse a farla ridere. Stanca dal viaggio, si ritirò
presto, non potè addormentarsi che assai tardi, ma si svegliò poi
tardissimo. Dalle finestre i raggi di un sole smorto venivano a posarsi
sulle tende rosa a grandi fiorami del suo letto.
Varie settimane passarono così. Di giorno in giorno le indistinte paure
di Elisa si dissipavano, ed entrava con maggior confidenza in quella
nuova e strana vita, che aveva l’apparenza della felicità e dove lei
trovava una gran pace.
Nessuno sospettò la verità completa. Naturalmente in società il
matrimonio del marchese d’Astorre preoccupò tutti assai. Lo stupore era
enorme, e da un pezzo se ne parlava in tutte le case di Firenze. Nel
vecchio nucleo toscano, riservato e un po’ pesante, nelle riunioni più
brillanti e più varie della colonia forestiera, dalle duchesse e dalle
cantanti, alle Cascine e al club, nei palchetti e nei salotti, non si
discorreva d’altro. Le ipotesi le più assurde venivano formulate con
un sangue freddo ammirabile, i giudizi più diversi s’incrociavano; si
approvava, si biasimava, si sorrideva con malignità, si alzavano le
spalle e si facevano perfino delle scommesse. I bene informati (ve ne
sono sempre) raccontavano come le cose erano successe. Da un pezzo,
senza dirne nulla e negandolo anzi, Massimo voleva prender moglie. La
signorina Valenti, civetta di prima forza, aveva manovrato tanto bene
che lui, l’uomo freddo e scettico, si era innamorato di lei come un
ragazzo. Ma non si decideva. Allora i Valenti si erano serviti d’un
vecchio ebreo arricchito, un certo Gosnelli, il quale aveva finto di
domandare la ragazza in matrimonio, per “far saltare„ il marchese.
Questi, pur comprendendo che commetteva una stoltezza, era caduto
nel tranello come uno sciocco. E si conchiudeva che coloro i quali
si credono più forti delli altri, finiscono sempre così. I Valenti
poi, intriganti, — si sapeva — avevano giuocato la partita con una
finezza!...
— Secondo le sue abitudini, quel pazzo di d’Astorre agirà, mi si è
detto, come nessuno lo farebbe. Figuratevi che mi si assicura che
ha deciso di non presentare la sposa a nessuno! Vedrete che ora ch’è
ammogliato, vivrà come un orso.
Queste parole furono pronunciate una sera, verso la mezzanotte, da lady
Thompson, nella sua sala piena di gente, una delle sale più eleganti e
più frequentate della città.
— Ora stanno in campagna, in una solitudine completa. Cos’è l’amore!
Ecco un uomo che cambierà di vita e di carattere da un giorno
all’altro. E credete dunque, lady Thompson, che codesta luna di miele
va a prolungarsi indefinitamente?....
— È ciò che si pretende. Ma badate bene ch’io non ne credo nulla. E più
esagereranno le cose sul principio, più presto finirà.
— Che volete dire con quell’“esagerare le cose?„
— _Pas de bêtises_, barone, ve ne prego. Il fatto è che non credo
che codesta bella marchesina, giacchè si dice ch’è bella, adesso,
quella Valenti; quando la vidi altre volte l’ho trovata orrenda, uno
scheletro, uno spettro, mia cara; ebbene, non credo che quella potrà
mai essere un buon acquisto per Firenze.
— Per me, — disse uno dei signori, — Massimo è un uomo che si affoga,
perduto per sempre. Quando il diavolo, invece di farsi eremita, prende
moglie, e in quelle condizioni, è assai peggio, credete a me.
— Ma staranno qui o a Parigi?
— Chi lo sa? Si dice però ch’egli abbia comperato i cavalli di quel
Russo ch’è scomparso d’improvviso.
— Quando si pensa al matrimonio che d’Astorre avrebbe potuto fare! —
disse una signora.
L’inattesa notizia del suo matrimonio si sparse a poco a poco; fu
uno stupore generale, in Italia e fuori. Le madri di figliuole da
marito furono specialmente e dovunque senza pietà contro codesta
“avventuriera„ che il marchese aveva sposato, senza che si capisse
il perchè. Quante vaghe speranze fondate su nulla, eppur vivaci,
tagliate nel fiore! Quante ire sorde, quante rabbie segrete di donne
d’ogni specie, in tutte le società! Quanti sorrisi cattivi, quanti
detti ironici, quanti progetti di vendetta o di lotta, quante lagrime
nascoste forse! Più sovente se ne rideva forte, sicuri che Massimo
non poteva udire. La curiosità di conoscere la marchesa d’Astorre era
universale.
Ma a Firenze l’eccitamento prodotto da quel matrimonio fu tale, che
non contenti di ciarlarne a ogni momento e di raccogliere e spargere
tutti i pettegolezzi che si mormoravano sull’inesauribile soggetto, gli
oziosi finirono ad appassionarvisi, come di qualcosa che li toccasse al
cuore. Si finì lentamente d’accordo sopra un punto: che cioè era stato
un matrimonio d’amore, e che innamorato di sua moglie non la mostrava
a nessuno, essendo geloso, come lo diventavano spesso i cinici quando
amano.
C’è da imaginarsi dunque lo stupore delli astanti quando una sera
d’improvviso d’Astorre entrò al Club e si mise a giuocar tanto forte e
con tanta persistenza, che all’otto del mattino era ancora allo stesso
posto e pareva lontano le mille miglia dall’abbandonare la partita.
Aveva fatto il suo ingresso con tanta naturalezza, era sembrato così
serio e così calmo, talmente come al solito, e discorrendo subito come
se fosse venuto sempre e che nulla fosse accaduto, che nessuno osò
rivolgergli la minima domanda. L’argomento consueto di tutte le sere fu
subitamente messo in disparte. Venti persone circondavano il tavolino
da giuoco dov’era Massimo, e guardavano la partita con un interesse
doppio, quello di seguirne le peripezie emozionanti per sè stesse,
e quello di contemplare il giuocatore la cui presenza li sorprendeva
tanto.
Nelle altre sale si parlava di lui sottovoce: si commentava la sua
condotta. Gli scherzi grossolani non mancavano, accompagnati da gesti
e occhiate significative. Quelli stessi che, il giorno prima, avevano
parlato di Massimo come di un cavaliere travestito da pastorello, e
nuotante in pieno idillio, dicevano ora: “Mi ci aspettavo. Di già;
vedete? Ne ha abbastanza; cosa sarà fra sei mesi? L’ho sempre detto,
d’altronde, non poteva finire diversamente.„ — “Vuoi dire incominciare„
replicò un altro. — “Sentite, signori miei„, disse un terzo, abbassando
sempre più la voce, “propongo che Pierino faccia attaccare i quattro
cavalli e che si vada tutti a trovare la marchesa.„ — “Ebbene?„
chiesero tutti a un giovane che veniva dalla sala di giuoco. “Sarà un
marito sfortunato; vince sempre. Una vena incredibile!„
Fra poco l’interessamento si fece tanto forte che la sala da giuoco
fu affollata. Si pigiavano alli usci. Quelli che cenavano posavano un
momento la forchetta per andare a dare un’occhiatina, e ritornavano
a portar notizie. Dei corrieri si erano improvvisati tra il club e la
casa di lady Thompson.
All’alba, tutti si trovarono ancora lì, immobili. Si scorgeva una
smorta linea di luce disegnarsi dietro le persiane. Le candele
sul tavolino, quasi tutte consumate, gettavano una fiammella alta.
L’attenzione era sempre intensa; i giuocatori apparivano stanchi. Un
giovanissimo principe russo, invitato della vigilia, era pallido assai;
aveva tutto perduto. Solo, Massimo sembrava fresco come al principio.
Guadagnava ottantotto mila franchi.
— Mi accorderete, spero, la mia rivincita domani notte, — disse il
forestiero.
— Subito anzi, principe, — rispose Massimo. — Perchè lasciare la
partita? Stiamo benissimo qui, mi pare. Spero che questi signori non
siano troppo stanchi. Domandiamo da mangiare, che per mio conto non
mi ricordo più di aver cenato, riposiamo un’oretta, e ricominciamo.
Coraggio, amici miei, la vita è breve!
— Ma sono le otto del mattino.
— Che monta! Che si portino dei lumi e che si chiudano bene le imposte!
Non voglio sapere ch’è giorno. Il giorno è ignobile.
Così fu fatto. Massimo cominciò a perdere. Alle tre del pomeriggio
aveva tutto riperso; poi riguadagnò. Tutti cadevano dal sonno,
non potendone più, ma continuavano. Nella giornata gli spettatori
ritornarono; si pranzò e si ripigliò a giuocare. Alle otto il principe
pregò qualcuno di prender le carte in sua vece, e cadde d’un pezzo,
addormentato, senza che lo si potesse smuovere. La rivincita l’aveva
avuta; perdeva appena pochi luigi. Massimo aveva sviato la vena, e
guadagnava cinque mila franchi soltanto.
— A che ora s’è terminata ieri la partita? — chiese lady Thompson a’
primi che si presentarono da lei quella sera.
— Non è terminata. Giuocano ancora.
Finalmente i giuocatori si alzarono e Massimo partì dal Club, lasciando
il campo libero al commenti.
Ma la “partita„ che si giuocava allora al club lo interessava assai;
prese l’abitudine di ritornarvi. Lo si vide nei teatri, da per tutto.
Sembrava meno ammogliato che mai. Talvolta scompariva per un poco, ma
poi tornava.
Costretti di tacere in sua presenza e abituati a poco a poco alle
stranezze della sua condotta che, dopo tutto, non doveva troppo
sorprenderli, i ciarlatori di società parlarono meno di lui dopo
qualche tempo; ma una grande curiosità li riempiva riguardo alla
marchesa d’Astorre, e si ricominciò a discorrere di lei quando giunse
in città. Non fu tuttavia facile il vederla; usciva in carrozza spesso
di buon’ora, ma sempre a ora fissa, e se ne andava a fare un giro
alle Cascine, nei viali appartati e ancora deserti. In fondo, là dove
incomincia la campagna, scendeva di carrozza e passeggiava all’aria
aperta, sotto gli alberi dei rami nudi e neri, nettamente disegnati sul
cielo azzurro, guardante l’Arno rigonfio, incessantemente fuggente in
flutti giallastri di cui il sole dorava magicamente la sporcizia. Ma
un giorno ella si attardò un poco, e al ritorno s’incrociò con tutta la
fila delli equipaggi e dei passeggiatori. Fu una vera fortuna per tutti
quelli occhi curiosi. Videro allora un equipaggio come da un pezzo
non se n’era visto uno simile alle Cascine, d’uno stile inimitabile:
una _calèche_ deliziosa, un cocchiere magnifico! due cavalli bai
splendidi, magistralmente attaccati, e aventi delle rose alle orecchie,
particolare che contrastava con la sobria semplicità della tinta verde
cupa della carrozza e delle livree severe, senza ornamenti, ma senza
difetti; insomma un insieme che sarebbe stato approvato a Hyde Park.
Alcuni tra i passanti, ad onta della loro curiosità, dimenticarono di
guardar bene la signora, distratti dalle perfezioni dell’equipaggio.
Quelli che la osservarono poterono soltanto intravedere rapidamente
una signora vestita di nero, elegante e distinta, con un velo che le
nascondeva il viso. Un’altra volta fu vista con Massimo, ma codesto
equipaggio impareggiabile, ritornava sempre quando gli altri andavano.
Eppure si continuava a credere che Massimo amasse molto sua moglie, e
ch’ella fosse innamoratissima di lui. La sua vita in disparte, un po’
misteriosa, e che la curiosità pubblica non giungeva a ben capire,
doveva confermare una tale opinione. Vi fu dunque un grande stupore
quando, Massimo essendo scomparso da quindici giorni, scomparsa che
molti attribuivano all’impero sempre crescente di sua moglie su di lui,
si seppe che invece era partito.