La spiegazione di codesto problema insolubile: il matrimonio di
Massimo, per mezzo dell’ipotesi di una passione irresistibile, sembrava
sempre più insufficiente ai curiosi mondani. La primavera era giunta, i
mesi passavano, Massimo al suo ritorno aveva ripreso la sua vita libera
e svariata, e, dal lato suo, la giovane marchesa continuava ad essere
savissima, benchè fosse evidentemente abbandonata, e si mostrava sempre
d’una notevole serenità di spirito, un po’ malinconica, è vero, ma
calma e sorridente, e la si vedeva così sinceramente affettuosa e buona
per suo marito, del quale essa sempre altamente si lodava, mostrandogli
una riconoscenza senza limiti e dei sentimenti inalterabili, che non
si sapeva più cosa pensare; infine si credeva generalmente che Massimo
l’avesse proprio sposata per amore, ma che in lui codesto amore era
stato solo un violento capriccio, e che, già stanco di sua moglie,
l’abbandonava senza riguardo alcuno. Le “amiche„ compativano Elisa
e cominciavano a parlarle con un tono di affettuosa commiserazione,
non esente da una certa gioia sorda e mal celata; ma rimanevano poi
sempre sconcertate, nel vedere così poco comprese da lei, e nell’udire
in che modo ammirativo ella parlava di suo marito. Si finì però
col credere che anche in ciò recitasse una parte; alla perfezione,
non lo si poteva negare. Ma i più maligni cominciarono finalmente
a mormorarsi all’orecchio: “Quella donna è forse straordinariamente
furba„, e qualche tempo dopo si decise che doveva per certo avere un
amante. Codesta imperiosa necessità una volta ammessa, non si poteva
più indietreggiare, e siccome essa non ne aveva, si tentò, quasi
inconscientemente, di inventarne uno. Ma era meno facile che non sia
di solito; era anzi assai difficile. Non si lasciò però scoraggiare per
così poco.
Alcuni giunsero, a forza di astuzie e d’insistenza, a farsi ricevere
dalla marchesa, ad onta della consegna. Altri, senza quasi confessarlo,
le fecero la spia. Fu seguita per le vie quando usciva sola a piedi. La
cameriera, che aveva lasciato una delle più ricche famiglie di Firenze
per entrare al servizio della nuova marchesa, fu abilmente interrogata.
Ben presto Elisa si accorse, mentre gli altri lo avevano già osservato,
che un giovane piuttosto insignificante che l’era stato presentato, si
trovava, come per caso, sempre e dovunque dov’ella andava.
Giuseppe Tordini, da tutti chiamato Beppe, figlio di un banchiere
felicissimo in affari, ma avaro, desiderava una cosa sola: disfare la
fortuna ammassata da suo padre; e vi s’ingegnava assai bene, essendo
già noto a tutti gli usurai della penisola. Alle Cascine, all’ora in
cui non vi è ancora nessuno, lo si vedeva a cavallo, che seguiva ad una
certa distanza una carrozza color verde cupo ricercante la solitudine;
spesso, alla sera, lo si sarebbe potuto ravvisare, appoggiato contro
la muraglia del palazzo d’Astorre, nel momento in cui la carrozza
rientrava, per approfittare dell’istante di arresto, gettando un lungo
sguardo attraverso i vetri. Senza che si sapesse come vi riuscisse,
egli si trovava infallibilmente il primo a un ricevimento, se Elisa vi
andava, o al teatro, s’ella, per eccezione, vi si lasciava condurre. Nè
brutto nè bello, con l’aria stupida ed astuta, insieme, correttissimo
nel vestire, egli recitava con coscienza la sua parte, e sapeva
anche servirsi, per la sua attitudine di aspirante, della espressione
malinconica che si dipingeva talora sulla sua fisonomia triviale e che
non era dovuta che alle sue preoccupazioni pecuniarie.
Non era il solo, d’altronde. Nello stesso modo che, nella loro saggezza
piena d’esperienza, quei signori avevano deciso che la marchesa di
Astorre non potrebbe restar fedele a suo marito; d’altro lato, una
mezza dozzina almeno tra i giovani disoccupati che si credevano più o
meno dei seduttori, s’erano fatto questo ragionamento: “Così non la può
durare; suo marito la trascura. (Essa non lo ama forse già più, se pure
l’ha amato mai). È una donna giovane, bellina e che si _annoia_; non
si diverte delle distrazioni mondane; vuol dunque l’amore. Perchè non
sarei io che?... Attenti dunque e mettiamoci avanti!„ E lo facevano a
modo loro.
Ma Tordini, che non temeva il ridicolo di cui non era capace di
accorgersi, era il più audacemente sciocco nel seguire il suo scopo.
Dotato d’un amor proprio volgare e senza limite, egli sentiva un
gran piacere solo nel compromettere la marchesa per quanto potesse;
d’altronde cominciava anche a innamorarsene o a crederlo, ben inteso
che, ad onta di ciò, avrebbe certo preferito di passare per l’amante
della marchesa, piuttosto che d’esserne amato senza che lo si sapesse.
Quando giungeva a vederla in casa sua, si sentiva timido assai, e
allora, disperando di guadagnar mai terreno, diceva a sè stesso che
sarebbe costretto a contentarsi delle apparenze, spinte il più lontano
possibile.
Un pomeriggio, Tordini era stato fermato da un amico sotto al portone
del palazzo d’Astorre, mentre stava per entrarvi, quando un giovinetto
biondo e pallido, alto assai e tutto vestito di nero, scivolò vicino
a loro. Tordini udì il guardaportone rispondere allo sconosciuto:
“Sì signore„ e, un istante dopo, suonò la campana annunziatrice delle
visite. Ma quando, tutto felice di aver incontrato un amico proprio a
quel posto, entrò a sua volta, gli fu detto che la marchesa era uscita.
Ciò gli parve assai ambiguo, e lo adirò in modo da sentire il bisogno
di sfogarsi. Codesto semplice aneddoto, narrato a tutti, fu una vera
fortuna per i curiosi maligni che da lungo tempo cercavano il difetto
della corazza della incomprensibile marchesa.
Dappertutto e sovente si parlava della indifferenza cinica di Massimo,
come marito, e si dicevano in proposito le cose le più buffe. Tuttavia
una sera al club, mentre Massimo entrava bruscamente, la conversazione
rumorosa d’una diecina di giovinotti cessò di botto, e successe un
silenzio imbarazzante. Si vide un lieve aggrottare del ciglio sul
fronte del nuovo venuto, ma bentosto egli si mise a discorrere nel modo
il più naturale.
Qualche giorno dopo si recitava una commedia nuova al teatro Niccolini.
Il teatro era pieno. Il sipario era appena calato alla fine del terzo
atto, quando Massimo entrò in un palchetto d’uomini dove si discuteva a
voce alta sui meriti del dramma. Tordini vi si trovava.
— Andiamo, via, siamo ragionevoli! — esclamò. — Vi può essere lì dentro
dello stile, della scienza, che so io? tutto quel che volete, ma in
nome del cielo! è naturale? Chi fra noi si lascierebbe ingarbugliare da
una donna, come quel barone che l’autore vuol renderci interessante? Le
cose non succedono così, nella vita.
— E poi, — disse un altro, — è immorale.
— Io sono per la scuola realista, — soggiunse un terzo.
— Mi piacciono le situazioni forti.
— Tutto quel che volete, ma domando che sia verosimile! Tu, caro
mio, sei come Pierino: amate le esagerazioni, che io detesto; mi
piacciono le cose possibili. È come quando Rossi recitava le tragedie
di Shakespeare! Senza contare che fanno sbadigliare, vi chiedo un poco
se avete mai visto della gente comportarsi come quei personaggi? Per i
libri è lo stesso: aprite un romanzo di Gaboriau o di George Sand....
— Signor Tordini, fareste meglio a tacere, — disse Massimo con gravità.
Essi si conoscevano poco, di modo che una tale interruzione agghiacciò
tutti.
— E perchè? scusi? — ribattè Tordini, ma con la voce mutata.
— Perchè è quello che c’è di meglio a fare quando si è tanto cretino
come lo siete. Vi ho sentito molte volte dire delle stoltezze enormi
parlando di cavalli, di cui vi siete però occupato tutta la vita;
imaginati cosa potete dire, espettorando opinioni letterarie.
Tordini si fece pallido.
— Andiamo, andiamo.... — disse un altro con un tono che voleva essere
conciliante. — Il dramma ti dispiace? Ognuno sentì l’inutilità di
questo tentativo di diversione.
— Non l’ho nemmeno ascoltato, il dramma. Del resto, non mi sono
rivolto a te, ma al signor Tordini. È forse colpa mia se non lo trovo
divertente?
Si guardarono stupiti e, dal loro sguardi, si poteva comprendere che
avevano tutti la stessa idea.
— Signor marchese, — disse infine Tordini, — credo che lei ha voluto
offendermi.
— Lo ignoro, signore, non sono io giudice di ciò.
Tordini si alzò irritatissimo. Lo si trattenne.
— Calmatevi, in nome del cielo; non facciamo scandali qui.
— Ebbene, sì, avete ragione. Ma capirete che non la può finire così.
— Finirà come vorrete, — disse Massimo.
Codesto duello sorprese tutti: prima perchè il modo di agire di Massimo
diventava sempre meno facile a comprendersi; poi per le condizioni
dello scontro. D’Astorre aveva la scelta delle armi, essendo lo
sfidato. Alcuni vani tentativi di aggiustamento furono sinceramente
proposti dai padrini; molto seccati che non si potesse evitare di andar
sul terreno; poichè, sebbene non vi fosse insulto grave, il duello non
poteva a meno però d’esser serio. Ecco perchè: Tordini, dotato d’una
forza muscolare più comune, passava per il miglior tiratore di sciabola
della città, e per non arrischiare d’essere stupidamente tagliato in
due, i padrini di Massimo si vedevano costretti a proporre la pistola.
Dall’altro lato i padrini dell’avversario, pur comprendendo che gli
altri avevano ragione, lasciavano intendere che d’Astorre non sarebbe
generoso usando del suo diritto, poichè lo si sapeva, alla pistola,
terribilmente sicuro del fatto suo.
— Signori, — finì col dire Massimo, — credo d’aver trovato una
soluzione soddisfacente per tutti. Che ne direste se, per tagliar
corto alle difficoltà che incontriamo, dessimo per una volta un buon
esempio, scegliendo l’arma dei gentiluomini? Domando il permesso di
scegliere la spada.
Ciò parve assai originale e non meno serio perciò, ma si accettò,
non potendosi fare altrimenti. Il duello ebbe luogo due giorni dopo.
Tordini ebbe il braccio passato da parte a parte, e dovette stare a
letto per sei settimane. Massimo aveva scelto il posto dove voleva
ferire il suo avversarlo, ma fu lui stesso assai lievemente ferito alla
mano.
Si erano battuti alla _Villa del Giglio_, sopra un praticello tutto
verde, circondato da alberi alti ancora spogli di fronde, verso le
dieci del mattino. A mezzogiorno, tutti già sapevano come le cose
si erano passate, e se ne discorreva dappertutto, mentre Massimo,
contrariamente alle sue abitudini, faceva colazione con Elisa, avendo
voluto rassicurarla con la sua presenza, per il caso ch’ella avesse
scoperto la verità; ma lei ignorava tutto, e credette senza fatica alla
spiegazione qualunque ch’egli le diede della sua mano avviluppata di
seta nera.
— Sapete, — disse Elisa, — che ho dovuto fissare un giorno per
ricevere: il giovedì dopo le cinque. È ridotto alle minime proporzioni.
È noioso, ma non c’era modo d’esser tranquilla. Ciò che m’irrita poi
adesso, sono gli ostinati che persistono a venire nelli altri giorni.
Vorreste credere che quell’insopportabile Tordini è venuto ancora
sabato scorso? per fortuna che avevo la mia lezione di musica; senza
di ciò, i servitori sono tanto sciocchi che lo avrebbero forse lasciato
passare.
— A proposito, come vanno le cose col vostro protetto?
— Il mio gran professore? Non male; tranne che mi fa pena; ha l’aria
tanto infelice!
— Come si chiama?
— Wurtz.
— È tedesco?
— Di nome. È nato a Prato.
— Mi pare che abbia molto ingegno, quel ragazzo, ma è ben brutto.
— E così buffamente vestito, povero diavolo! Ma, davvero, è un
eccellente musicista.
— È forse innamorato di voi anche lui, come Tordini?
— Andiamo, Massimo, che sciocchezza!
E tuttavia, era semplicemente vero. Quel povero musicista si era
lentamente e fortemente innamorato della gran signora, con la quale,
tre volte alla settimana, leggeva le sinfonie di Beethoven. Si era
innamorato di lei, ma ben diversamente di Tordini. Contemplava a lungo
il suo profilo purissimo, quando, cogli occhi fissi sulla musica,
dimenticava forse la presenza di lui, ed egli pensava allora alla
suprema dolcezza che proverebbe se potesse finire la sua miserabile
vita consolato da lei, e la vedeva seduta al suo capezzale di malato,
rivolgendogli qualche parola di pietà. E si sentiva impallidire, se per
caso lei si chinava verso di lui, suonando a quattro mani, per vedere
dov’era giunto sulla musica, o se le loro dita si toccavano nel voltare
le pagine.
L’idea era venuta ad Elisa da un pezzo che ritroverebbe una vera
distrazione dai suoi pensieri nella musica, abbandonata da qualche
anno, e avendo preso per professore questo Wurtz che l’era stato
raccomandato da suo padre, trovò dapprima che aveva ragione, ma quel
giovane malinconico non era il maestro adatto per lei. Egli l’attristò
ben presto col suo atteggiamento, e vedendolo evidentemente soffrire,
non poteva lasciarsi condurre liberamente nel mondo sconosciuto dove
l’armonia ne trascina.
Wurtz non osò giammai nemmeno lasciare intravedere alla marchesa il
segreto che gli riempiva il cuore. L’adorava come una santa, e, con
la meravigliosa intuizione che dà l’amore ardente e puro, indovinava
ch’essa non era felice. L’espressione di quel viso così nobilmente
calmo — enigmatica per tutti — a lui sembrava chiara, vi scorgeva
il pallore della rassegnazione. Ma sentiva bene ch’ella non soffriva
come lui; che se aveva perduto ogni speranza, non conosceva però più
la tortura della passione senza rimedio. Le parlava con un rispetto
profondo, umile e timido, ma quanto il suono della sua voce stessa
tradiva il suo culto fervente!
Elisa non aveva compreso subito; e, buona con tutti, lo fu con lui.
Quando, commosso dalla sua bontà, egli le raccontava qualcosa della
propria vita, le diceva discretamente le sue pene, le sue miserie,
l’adorazione sua per l’arte, lei lo incoraggiava con simpatia, e una
semplice parola, insignificante in sè stessa, ma detta in un certo
modo, gli faceva tutto dimenticare per un istante. Ma presto egli
arrossiva d’essersi lasciato andare a parlare, e vergognoso del tempo
rubato, le diceva ad un tratto: “Scusi, signora marchesa, vuole che
ricominciamo questa pagina?„
A poco a poco egli si accorse che se si sentiva talvolta consolato,
più spesso soffriva troppo d’essere vicino a lei. Il contenersi gli
diventava ogni giorno più difficile. Elisa lo vide, comprese, e ne fu
afflitta. Quel grande musicista non sapeva dissimulare. Dava la sua
lezione ad ogni volta un po’ peggio, ed Elisa poteva di meno in meno
prestare tutta la sua attenzione al fascicolo aperto davanti a lei.
Invece di distrarla, quell’ora passata con quel giovane brutto ed
infelice, fisicamente e moralmente malato, la ripiombava nei pensieri
ch’ella sfuggiva. E quando la guardava, credendo di non esser veduto,
lei pensava a quell’altro sguardo profondo che una volta si era così
spesso smarrito nel suo, e ch’ella non rivedrebbe più mai.
La vigilia di quel giorno, in cui seduta in faccia a Massimo, a
colazione, discorreva amichevolmente con lui, senza sapere ch’egli
veniva dall’avere arrischiato la vita, Wurtz era giunto come al
suo solito, più smorto che d’abitudine, e si era messo a dare
conscienziosamente la sua lezione. Ma, nel bel mezzo di una sinfonia,
ad uno di quei passi dove sembra che l’umanità tutta si assorba
nell’infinito, Elisa, vedendo le lunghe mani scarne del pianista
tremare febbrilmente sui tasti, si volse a lui, e all’aspetto del suo
viso contratto non seppe trattenersi dal chiedergli: — Che cos’ha? — A
tali parole, l’emozione spezzò in lui la volontà, e mentre gli occhi
gli si riempivano di grosse lagrime, s’interruppe d’un tratto per
nascondersi la faccia tra le mani, e si mise a singhiozzare come un
bambino.
Elisa non osò dirgli nulla. Egli si rimise abbastanza presto con uno
sforzo violento, e rosso di vergogna, senza dir verbo, ricominciò la
pagina, facendo segno col dito, e andò valorosamente sino alla fine del
pezzo, senza più ardire nemmeno di guardarla, poi, finita la lezione,
le disse: “Mi voglia perdonare, signora„, e dopo una pausa: “Devo
ritornare?„
— Ma sì, lunedì come al solito.
Eppure, ella comprendeva bene che valeva meglio non avesse a ritornare.
— L’ho incontrato l’altro giorno, il vostro professore, — continuò
Massimo, mentre stendeva per la seconda volta la mano sinistra verso
un piatto; — e sembrava un uomo colpito dal fulmine. Fra di noi: lo
credo un po’ pazzo. Mentre mi salutava passando, l’ho fermato. “Ebbene„
gli dissi, “maestro, abbiamo delle pene di cuore?„ Il povero diavolo è
diventato rosso come bragia. Che dite di ciò?
— Che volete che vi dica! Aveste torto di metterlo nell’imbarazzo; è
così timido!
— Dolente io stesso di averlo turbato, gli chiesi se fate dei
progressi; lui si turbò ancora di più, e mi rispose con poca chiarezza,
ma in modo da farmi intendere che c’è in voi la stoffa di una grande
artista. Il che è possibilissimo. Lo interrogai allora sul numero delle
sue lezioni; mi confessò che ne ha pochine, che non sa mettersi avanti,
farsi valere, che dei forestieri talvolta prendono dodici biglietti,
poi partono bruscamente. Intendo, gli dissi, tutto ciò è incerto
assai. È d’un posto fisso che avreste bisogno. Perchè non concorrete
al posto di professore ora vacante nel collegio delle fanciulle a
Pistoia? Replicò ch’era necessario dare un esame e sopratutto avere
delle raccomandazioni. — Ma in quanto all’esame siete sicuro del fatto
vostro, non è vero? — Perfettamente. — Ebbene, soggiunsi, m’incarico io
di raccomandarvi.
— E si presenterà al concorso?
— Certo, ed otterrà il posto. Ne ho già parlato ai membri della
commissione. A meno però che non ci teniate assolutamente a non
cambiare maestro.... Insomma, feci bene?
— Perfettamente, amico mio. Prima di tutto sarò lieta che la sorte di
quel povero giovane migliori, poi.... non mi distrae, al contrario.
Elisa uscì per un istante, e ritornando nella sala da pranzo, riconobbe
la voce di Paolo Goffredi — cognato della contessa, un dei pochissimi
intimi della casa — che discorreva con Massimo. Alcune parole, sebbene
pronunciate a voce bassissima, le giunsero all’orecchio prima che
varcasse la soglia; apprese il duello. Una tale notizia la colpì e la
commosse; d’improvviso fu assai sorpresa di non aver già sospettato la
verità. Rimettendosi dallo stupore, entrò tuttavia come se nulla fosse.
Quando, più tardi, spinto da lei, Massimo stesso le disse che si era
battuto quella mattina, assicurandola che vi era stato trascinato solo
da una istintiva antipatia per Tordini, Elisa, senza precisamente saper
perchè, si sentì di nuovo commossa, ma lo guardò con una espressione di
grande stupore. Ella pure non giungeva a comprenderlo.
La sua affezione per Massimo, sincerissima, aumentava, ma pure non
aveva mai saputo disfarsi completamente da un certo quale imbarazzo che
provava davanti a lui. Talvolta si sentiva per un’ora del tutto intima
in compagnia di lui, poi subitamente, egli le faceva quasi paura. Nella
perfezione stessa dei lineamenti del suo viso, nel suo modo risoluto
d’agire in ogni cosa, nella sua suprema eleganza, v’era qualcosa che
l’agghiacciava.
Qualche volta si lasciavano essendo i migliori amici del mondo; poi
rivedendolo con altri, le sembrava quasi di non conoscerlo più, e
che perfino la sua voce non fosse più la stessa. Spesso, quando egli
si dimenticava a discorrere nel gabinetto di lei, essa guardava quel
profilo tanto regolare, quella nobile figura, e pensava come fosse che
un uomo simile conducesse una tal vita. Lui, così buono e generoso,
aveva talora delle parole che le facevano orrore. Riflettendo, ella
comprendeva quali dovessero essere le seduzioni da lui esercitate,
con la sua figura, col suo spirito, con la sua stessa freddezza e
con la incontestabile superiorità emanantesi da tutta la sua persona;
ma ella pensava che se la sorte li avesse avvicinati nella sua prima
giovinezza, quando l’anima sua si apriva all’amore, ella non avrebbe
potuto amarlo, ed il ricordo le tornava della poca simpatia che sentiva
per lui quando, con sua madre, lo incontrava per caso. Ad onta di
tutto, non poteva a meno di stimarlo altamente, eppure molte cose la
urtavano in lui; l’affetto riconoscente che gli dedicava era profondo,
ma non cieco.
Strane ineguaglianze di carattere si ritrovavano in Massimo. Si
metteva in collera ben di rado; ma, se ciò gli accadeva, era con una
esplosione terribile. Per di più aveva inesplicabili puerilità. Un
abito mal riuscito gli dava lo spleen. Nelle sue ore cattive poteva
diventar brutale, ed allora egli non si faceva mai vedere da Elisa;
ma lei lo sapeva. Dava una importanza enorme, che sorprendeva Elisa,
a tutto quanto ha rapporto col benessere materiale. Del resto,
l’affezione ch’egli risentiva per lei aumentava ogni giorno; erano
molto sinceramente amici e perfino _camarades_. Massimo anzi spingeva
ciò fino a parlare talvolta come avrebbe parlato ad un uomo, e a
raccontarle aneddoti ed episodi della sua vita ch’ella non giungeva
sempre a comprendere e che la stupivano. Una parola troppo sincera che
sfuggiva talvolta a Massimo la scuoteva. Le opinioni di lui spesso la
turbavano e la rendevano più triste.
Ella aveva poco vissuto, quella povera Elisa ancor tanto giovane e che
non poteva più nulla attendere; il suo cuore aveva conosciuto i palpiti
supremi e non poteva più battere che debolmente per simpatizzare con le
sofferenze altrui. Aveva molto pensato; eppure osservava ora intorno
a lei molte cose di cui non aveva mai sospettato l’esistenza; codesta
società, alla quale ella quasi non si frammischiava, ma della quale
era una unità, si presentava a’ suoi sguardi sotto aspetti finora
sconosciuti; nella sua nuova situazione di spettatrice, creduta a torto
chiamata a recitare una parte, non poteva a meno d’imparare.
La contessa Goffredi, che ad onta di molti difetti superficiali, era
buona ed intelligente, diventava sempre più amica d’Elisa, la sola
amica forse, perchè non le faceva mai nessuna domanda e non esigeva
confidenza alcuna. Per di più, Elisa si era a poco a poco formato
un ristretto circolo di uomini, fra i quali il più assiduo era Paolo
Goffredi. Era un bel giovane, di un ingegno e di una pigrizia parimenti
naturale, annoiato e stanco, ma soggetto ad eccessi di pazza allegria.
Poco colto, possedeva però quella rapidità di comprensione, quella
disposizione a tutto, quella specie di scienza embrionaria innata,
ch’è il privilegio delli italiani intelligenti, dei meridionali in
ispecie. Conduceva una vita gaia, non aveva per la marchesa d’Astorre
che un’amicizia rispettosa e devota, e gli piaceva di respirare da lei
un’aria più sana che altrove.
Le persone dotate di un certo spirito di osservazione stimavano di
più in più Elisa, e, comprendendo che una donna onesta può avere una
pura e franca amicizia anche con dei giovani, non trovavano nulla a
ridire. In quanto alli altri, si dividevano in due categorie: prima
quelli che per un fenomeno facile ad intendersi avevano modificato di
molto la loro opinione sulla marchesa dopo il duello di Tordini, e poi
gl’incorreggibili, i quali, spinti al peggio, dicevano cose orribili, e
perdendo la testa, non avevano nemmeno più la finezza d’inventare delle
storie almeno credibili.
Molte cose, lo ripetiamo, stupivano Elisa, tra le altre che ci si
ostinasse tanto ad occuparsi di lei che così poco si occupava delli
altri. Poi la vita mondana le pareva sempre più strana. Le donne
specialmente parlavano un linguaggio ch’ella non capiva. Tutti i punti
di veduta le sembravano falsati, e gli uomini e le donne tutti malati
moralmente, diversamente ma allo stesso grado. I felici della terra
soffrono dunque quanto i diseredati? diceva a sè stessa, ed inseguono
la felicità per vie assurde. Sentiva che v’era in tutto qualcosa di
falso ch’ella non sapeva definire e che è forse soltanto una grande
ingenuità sotto ad una grande corruzione. L’atteggiamento, talora
triste, talora avidamente ostile delle fanciulle, la faceva sopratutto
riflettere, ed ella lo confrontava al cinismo delli uomini e alla
diversa fortuna delle maritate, alcune schiave, spezzate dalla vita
o reiette fuori della società, altre trionfanti nel male. Non sono
forse quasi spaventevoli, infatti, codeste giovinette così ben educate,
quando si vedono “nel mondo„, e, a seconda dei loro sguardi, della loro
posa, della loro bellezza, non si deve forse tremare o per esse stesse
o per gli altri?
E ch’erano mai tutti quei giovani che sarebbero stati tanto insistenti
intorno a lei, s’ella lo avesse loro permesso? Perchè ve n’era un
numero così grande, sempre pronti a fingere dei sentimenti tanto poco
sinceri? E perchè Paolo Goffredi, eccezionale, il solo che si mostrasse
qual’era realmente e non le facesse la corte, perchè era spesso d’un
umore nero o di una gaiezza malsana? quale poteva essere il segreto
motivo di una tale mancanza d’equilibrio morale in un giovane dotato di
tutte le qualità e che poteva aspirare a tutto?
In mezzo a codeste riflessioni, Elisa comprendeva sempre più la
necessità di occuparsi. Le sue giornate si divisero regolarmente tra
la lettura, il cémbalo, il passeggio, in modo da lasciare il minor
tempo possibile al pensiero. Tuttavia godeva anche del lusso di cui
Massimo esigeva che si circondasse, avendo sempre amato le cose belle.
La ricerca del gusto vero in tutto quanto le apparteneva diventava una
delle sue migliori distrazioni. La sua vanità femminile — esistendo
sempre, anche in una vita passiva — trovava il suo páscolo insieme
al sentimento artistico, ch’era sempre stato fortissimo in lei. Era,
d’altronde, uno dei mezzi coi quali poteva far piacere a Massimo.
Confessiamolo subito, anche le cose chiamate futili la interessavano,
e si occupava seriamente delle sue acconciature. Chi le avrebbe detto,
nelle ore angosciose della villa Arombelli, che un giorno verrebbe,
quando, a malgrado di tutto, ella avrebbe lunghe conferenze con una
sarta? Le realtà della vita s’imponevano a lei, utilmente.
Ma le ore di abbattimento giungevano lo stesso, giornate intere
talvolta. Una domenica sera, dopo d’aver accompagnato alla stazione
suo padre, che aveva passata una settimana da lei, Elisa ritornava in
carrozza aperta. Era una pura e splendida sera; il sole tramontato da
un pezzo, ma la caldura ancora soffocante; l’aria pesante s’impregnava
di profumi. Le vie si riempivano d’una folla animata. Tutto un popolo
stava fuori. Il cocchiere aveva preso per la strada più lunga, ed
i cavalli costretti al passo, in un concentramento di vetture da
nolo e di equipaggi, avanzavano a stento. Senza troppo saper perchè,
Elisa soffriva atrocemente. Appoggiata in un angolo della carrozza,
si sentiva presa da una tale impazienza nervosa che guardava quasi
con odio la folla e li ostacoli che prolungavano la sua attesa. Un
male morale e fisico insieme l’avviluppava tutta come in una rete di
ferro, e s’imaginava che una volta rientrata nel suo gabinetto sarebbe
guarita. Guardava il cielo d’un implacabile azzurro, già sparso di
stelle, e le vie lunghe e tortuose, e le piccole porte chiuse, col loro
martello lucido, e le larghe aperture spalancate dei neri palazzi.
Macchinalmente leggeva le insegne delle botteghe chiuse, alle quali
le sembrava quasi trovare un senso concordante co’ suoi pensieri
indistinti; poi dopo d’aver osservato ne’ suoi più minuti particolari
il vestito domenicale di qualche femminuccia, ricadeva nella sua
dolorosa meditazione. Delle fanciulle passavano, tenendosi per il
braccio, con un velo sui capelli bruni, e le loro lunghe ed ampie vesti
strascinantesi a terra discorrendo ad alta voce e mordendo gaiamente
coi loro buoni denti un qualche frutto comperato allora. Una donna del
popolo, che teneva un bambino per mano, si voltava per scorgere più
a lungo il brillante equipaggio che passava, e certo non sospettava
che da quella bella carrozza era sceso sopra di lei uno sguardo più
invidioso del suo.
Finalmente Elisa si trovava seduta sopra un divano, e sentiva un gran
bisogno di riposo, quando Goffredi entrò. Gli disse ch’era un poco
soffrente, pregandolo di scusarla se parlava poco.
— Mi manderete via se vi annoio, marchesa. Del resto sono talmente cupo
anch’io questa sera....
Per un bel po’ di tempo non scambiarono infatti che qualche breve
parola, e talvolta il silenzio pareva non dovesse più essere
interrotto. Rimanevano in faccia l’un dell’altro naturalmente con
quella famigliarità italiana che concede anche di tacere. Ciascuno
sognava per proprio conto. Elisa sentiva a poco a poco che la stretta
della despotica angoscia si disserrava di quella pena che, senza una
ragione definitiva, la soffocava; e la crisi passava lentamente; il
periodo acuto del suo spleen, che in quella sera la vista delle cose
esterne avevano reso quasi insopportabile, finiva. Goffredi pure,
dal canto suo, si assorbiva nei suoi pensieri intimi, rivoltava venti
soluzioni diverse nella sua mente; sentendosi, lui pure, abbattuto a
modo suo, e soffriva della pesantezza snervante dell’atmosfera. V’erano
nella sua vita parecchie difficoltà volgari, dei dolori complicati
da trivialità le quali (stava pensando) non sarebbero state affatto
comprese dalla donna che gli stava davanti, pur tanto intelligente ed
indulgente e per la quale egli sentiva altrettanta stima quanto verace
amicizia. E osservandola com’essa appariva in quel momento, con la
guancia appoggiata alla mano e lo sguardo distratto, egli rifletteva
a quanta compassione gli ispiravano coloro che, seduti al posto
invidiato dove egli si trovava, non avrebbero nulla compreso di una
tal donna, e si sarebbero creduti quasi obbligati a farle la corte. E
sorridendo pensava quanto lui ne sarebbe incapace, lui che aveva pur la
riputazione d’essere intraprendente assai.
Massimo entrò e chiacchierarono un poco. Aveva molta simpatia per
Goffredi che dal canto suo avrebbe fatto qualunque cosa per lui.
Rimasto solo con Elisa, Massimo le si sedette vicino. Sembrava allegro.
Da qualche tempo passava le sue notti al giuoco. Ad onta della sua
gaiezza, il suo viso aveva la particolare espressione dei giorni
cattivi. Dopo un silenzio chiese ad Elisa come si sentiva.
— Così, non male.
— L’emicrania, ancora?
— Sì, un poco, ma va meglio.
— Ebbene addio. Vado a vestirmi.
Ma non se ne andò subito. Stette a guardarla. Da qualche giorno aveva
osservato ch’ell’era più nervosa del solito.
— Non siete brillante stasera, — le disse.
— No; codesti primi caldi mi abbattono.
— Sì, il tempo è greve. Ma mi è venuta l’idea che vi può essere
un’altra causa alla vostra malinconia, una causa nuova, — disse
sorridendo in un modo speciale. — Potreste essere per cinque minuti,
abbastanza poco donna per mostrarvi completamente franca e sincera?
— Massimo! — rispose lei stupita; — sapete bene che lo sono sempre con
voi?
— Ebbene! vediamo.... vi ho io già detto che quel povero Wurtz ha
ottenuto il posto al collegio di Pistoia?
— Sì, lo so. Ma a quale proposito?
— Siate franca. Ne siete contenta?
— Contentissima per lui, ve lo assicuro. Guadagna stentatamente la vita
e non è felice.
— E non rimpiangete le sue lezioni? Non vi garbava.... che vi facesse
la corte?
— Basta, Massimo! Perchè mi parlate così? In che modo vi possono venire
alla mente simili idee?
— Va bene. Scusate, — disse alzandosi. — Ma calmatevi. Credo a
tutto ciò che mi dite, ma, dopo tutto, non ho pensato che delle cose
possibilissime. Del resto, tutto ciò non mi riguarda.
Ed uscì canterellando un’arietta.
Il gabinetto era del tutto buio. Elisa rimase a lungo senza muoversi
punto, con lo sguardo fisso sopra un gruppo di porcellana che si
distingueva più chiaramente nell’oscurità calante. Ascoltava i minimi
rumori. Senza accorgersene aveva prestato l’orecchio attentamente
all’urto lieve e decrescente delli usci che si chiudevano, quando
Massimo era partito; poi aspettò quasi con impazienza il rullìo che
doveva produrre la carrozza uscendo, ma non si udì nulla. Un servitore
entrò portando una lampada a paralume che depose con silenzio sopra
un tavolo, coperto da un tappeto rosso che s’illuminò subitamente. Il
gruppo mitologico fu avvolto d’ombra. Suonarono le ore, ripetendosi
ai campanili delle chiese. Erano i soli rumori del di fuori. Elisa
soccombeva a una fatica morbosa e pensava che farebbe bene ad andarsene
a letto, ma non poteva alzarsi dal suo posto. La sua mano bianchissima,
un po’ troppo lunga e magra, coperta di anelli scintillanti, si
stendeva sul suo vestito nero; e le sembrava che non giungerebbe mai
a sollevarla. In quella penosa indecisione la sua volontà non ebbe
nemmeno più la forza di lottare; cedette vilmente alla prostrazione
che l’invadeva tutta, e contando talvolta alla péndola i minuti
interminabili lasciò scorrere le rapide ore.
Il silenzio sembrava aumentasse. D’improvviso ella udì un rumore di
passi; credette che fosse il servitore, ma l’uscio s’aprì e Massimo
entrò, in abito di sera.
— Mi credevate già uscito, non è vero? Ci ho messo un pezzo a vestirmi,
poi sono disceso fino al basso dello scalone, ma ho dovuto risalire. Vi
debbo dire una parola.
— Che cosa?
— Vi debbo chiedere scusa.
Elisa, stupita, turbata, non trovando parole, gli stese la mano.
— Sì, vi voglio chiedere scusa, — ripetè seriamente. — Lo sapete, li
uomini come me, anche quando non sono nè del tutto malvagi, nè del
tutto sciocchi, feriscono talvolta le donne come voi, senza saperlo, o
senza poterselo impedire. Mi dev’essere accaduto spesso; e questa sera
in un modo imperdonabile a’ miei occhi. Ora, una volta per tutte, bramo
che mi perdoniate e che mi promettiate di non dare più valore che non
meritano alle assurde parole che mi possono sfuggire.
— Siete già perdonato.
— Grazie. Ero desolato, vedete, mia cara Elisa, essendomi accorto che
siete assai malinconica in questi giorni, di aver accresciuto la vostra
tristezza così stoltamente. Infatti ecco il risultato. Siete rimasta lì
nel vostro cantuccio a riflettere al male che vi aveva fatto, a sognare
tristamente a tutto quanto non può a meno di rendere foschi i vostri
pensieri. Davvero, ve lo assicuro, non potevo uscire senza rivedervi.
Ecco, mi sono accorto da poco di una cosa, e ve la voglio dire: la mia
amicizia per voi è più grande ancora di quello che credevo.
— Siete buono, lo so. Le vostre parole mi fanno bene, e vi ringrazio
dal fondo del cuore di essere ritornato. Ma ora, andate, addio.
— Ebbene, me ne vado più contento. Sentite una cosa ancora, prima che
parta. Sapete che non amo le frasi e che non sono tenero. Ma ve lo devo
dire stasera, una volta per sempre: vi voglio bene fraternamente.... un
po’ anche forse come un padre.
— Ebbene! intimidite talvolta un poco la vostra sorella, ma,
Massimo, essa ha per voi un affetto maggiore di quello ch’ella sappia
dimostrarvi, e che voi crediate.
Le baciò la mano.
— Sì, siete una sorella per me; avete preso il posto di quella che
perdetti. — Le aveva più volte parlato della povera Lina. — E vi
voglio bene come un fratello, ma assai meglio di quanto i veri fratelli
sappiano amare, — soggiunse con amarezza.
Le teneva sempre la mano, vi fu una lunga pausa.
— Addio dunque, — riprese Massimo senza però ancora alzarsi, — devo
andare al teatro.
— Andate allora, è già tardi assai.
— Sì tanto più che una.... persona mi vi aspetta. Ma bah! che importa,
— riprese gaiamente. — A proposito, sapete chi è che mi aspetta?
Indovinate!
Elisa sorrise quasi suo malgrado per il subito mutamento di tono di
Massimo.
— Indovinate! — ripetè.
— Ma come volete che indovini?
— Arriva da Milano.
— Ciò non mi mette sulla buona strada.
— Ebbene! Non è altro che la contessa Lassardi.
— Davvero? Da quanto è qui?
— Da tre giorni. Pare, se oso così parlare, — continuò quasi
comicamente, — ch’è sempre innamorata di me. Ma non ne dite nulla; mi
piace che mi si creda discreto.
— Non ne ho ancora mai saputo nulla.
— Tò, è vero, non ne potete saper nulla. Eppur tutto ciò rimonta a una
data.... Andiamo dunque, silenzio! Addio, e dormite bene.
— Addio, e grazie!
Egli la baciò in fronte ed uscì.
Cinque minuti dopo, ella udì il rumore della carrozza che passava sotto
il portone.