Di giorno in giorno la condotta di Massimo stupiva più vivamente
tutti. Non celava punto l’interesse ch’Elisa Valenti destava in lui;
troppo spesso le si metteva vicino, o la osservava da lontano. Essa
sembrava imbarazzata dalla persistenza di lui ad avvicinarla, e non
perciò diminuiva la sua tristezza. Però non era con lui esattamente
come nei primi giorni. Massimo non sembrava farle la corte affatto, e
meno ancora lei accettarla; ma v’era tra di loro qualcosa di nascosto.
Più ancora delli altri, la padrona di casa era sorpresa di ciò che
chiamava, fra sè, la mancanza di tatto di suo nipote.
D’Astorre non si dava più la pena di celare la sua profonda antipatia
per Gorletti. E questi gliela restituiva cordialmente, benchè non lo
mostrasse nei suoi modi.
La signora Valenti, sola, pareva non si accorgesse di nulla.
Dal momento della partenza di suo marito (che aveva promesso di
ritornare) era diventata più severa con sua figlia, sebbene, a modo
suo, capricciosamente, avesse certi slanci di tenerezza improvvisa,
esagerati, al punto di abbracciarla con passione in pubblico. Con
d’Astorre _posava_ sempre; a momenti fredda e cerimoniosa, poi di una
eccessiva gentilezza, non esente da civetteria. Ella sapeva, del resto,
ringiovanirsi a meraviglia e faceva sfoggio di acconciature, dalla
marchesa dichiarate assurde.
Elisa stessa non comprendeva troppo l’attitudine di Massimo a suo
riguardo. Sempre lo pregava di non tentar nulla in suo favore, di
lasciare che il suo destino si compisse; egli rispondeva ridendo
e continuava come prima. Volle esser tenuto al corrente di quanto
succedeva tra lei e sua madre. Seppe da lei, una sera, che fra due
giorni il matrimonio verrebbe ufficialmente annunziato. Subito dopo,
Gorletti doveva partire; sua madre e lei rimarrebbero ancora una
settimana alla villa, mentre colui aggiusterebbe i suoi affari, poi si
ritroverebbero tutti a Milano, dove il matrimonio avrebbe luogo.
All’indomani, subito dopo la colazione, si partì per una lunga gita
in carrozza. Come per caso Massimo prese posto a fianco della signora
Valenti e fu assai assiduo presso di lei. Con un’abile manovra,
aveva quasi costretto Gorletti a salire a cassetto vicino a Terzi che
guidava, mentre Elisa aveva potuto mettersi in un’altra carrozza con la
marchesa, il medico ed il pittore.
Una grotta naturale, profonda e buia, dove mormorava una sorgente il
di cui sottile zampillo rigava perennemente la penombra, e di cui si
andava a bere l’acqua freddissima e di una incomparabile purezza,
era lo scopo della escursione. Vi si giunge per una stretta valle
verdeggiante, che, d’improvviso a uno svolgere di strada, prende un
carattere selvaggio ed alpestre. Sotto un’altra roccia a picco tutta
umida, muscosa e nerastra, sta l’angusta apertura, buco nero spalancato
nel quale è d’uopo avventurarsi. Il bello consiste in ciò: che uscendo
da un’altra apertura dal lato opposto della montagna, si trova un
paesaggio tutto diverso, ridente e appena mosso. Una terza uscita è
praticata a mezza strada, nel fianco della roccia.
Massimo entrò per il primo. La signora Valenti prese il braccio di
Gorletti. La marchesa ed Elisa penetrarono timidamente, scortate dalli
altri. Non si parlava più. Di tanto in tanto, un grido, uno scoppio
di riso soffocato, una rapida domanda, ed ecco tutto. Ognuno guardava
ai propri piedi, benchè non ci si vedesse affatto, e pensava a sè.
— Di qua, signore, — gridava l’artista, — non abbiano paura; sono
solo i primi dieci passi che costano. Dopo la strada è facile. — Il
medico cadde due volte. Elisa, preoccupala, camminava a stento senza
troppo curare dove andasse. D’un tratto si trovò smarrita, cercò di
orizzontarsi, e non vi riuscì. Tutti erano lontani già; non li vedeva
più. Non volle domandare. Dopo un istante d’incertezza, udì un rumore
di passi che ritornavano verso di lei.
— Di qui! — disse una voce.
— Da che parte?
— Mi dia la mano e non tema di nulla.
Riconobbe le voce di Massimo.
— Così, così.... Si lasci guidare, si lasci sempre guidare da me.
— Preferirei esser fuori.
— Ci saremo fra due minuti, ecco. Vede la luce?
Un momento dopo erano all’apertura laterale.
— E gli altri? — domandò lei.
— Hanno attraversato la grotta, come si vede, in tutta la sua
lunghezza. Noi faremo il giro esternamente e li raggiungeremo in tre
minuti. Ma si riposi, prima, un momento; dev’essere stanca.
E continuò dopo una breve pausa:
— Non si perda di coraggio. Io sono allegrissimo, invece. Tutto va
bene; si rassicuri. A proposito, bisogna che approfitti di questo
momento, per farvi una dichiarazione. Signora Elisa, io non vi amo;
non vi amo affatto. Non lo dimenticate; e non abbiate dunque paura di
nulla. Ma vi salverò.
Il loro arrivo all’altro ingresso della grotta fu accolto da una
quantità di domande; ma la marchesa aveva l’aria un poco imbronciata, e
Gorletti stava in disparte.
Massimo pareva divertirsi assai. Al ritorno, riprese il suo posto a
lato della signora Valenti e la fece ridere pazzamente per tutta la
strada. Talora interpellava Gorletti, sempre a cassetto, obbligandolo a
voltarsi e volendo che ridesse lui pure.
Nell’altra carrozza, quasi non si parlava. Elisa contemplava il
paesaggio oscurantesi nella porpora del tramonto. Cominciava a far
freddo e una tinta grigia si stendeva sulla via, sulli alberi, come un
mantello di malinconia invitante al sonno, mentre che nelle lontananze
le tinte dell’orizzonte facevano sognare. Involontariamente ammirava,
lasciando che i suoi pensieri indistinti e dolorosi si modificassero
secondo i diversi aspetti del cielo.
Che voleva d’Astorre? pensava. Come s’imaginava di poterla salvare?
Nessuna speranza era possibile. Il suo sagrificio poteva forse venir
ritardato, ma non vi si poteva sottrarre. Eppure, più che mai ciò le
sembrava impossibile e l’idea sorgeva in lei che qualcosa succederebbe
forse. Ma che cosa? Le tenebre si facevano più fitte intorno a lei,
gradatamente e sicuramente, come si vedevano a poco a poco distendersi
sulle campagne. Quale scampo poteva esistere?
Dopo pranzo, la signora Valenti si avvicinò alla marchesa e le disse
ch’era un poco inquieta sul conto d’Elisa, la quale non le sembrava
stesse bene. E rivolgendosi a lei:
— Ragazza mia, sei pallida e non hai quasi mangiato, oggi. Sii savia e
va a dormire. Prendendo delle precauzioni quando si è ancora in tempo,
si evita talvolta una malattia. Va, mia cara, verrò a raggiungerti fra
poco, chè sono stanca assai io pure.
Elisa non fu malcontenta d’ubbidire. Sua madre la seguì presto
infatti, e si assise a’ piedi del letto. Là le tenne un discorso che la
sorprese. Le disse che Gorletti era impaziente ed aveva vivo desiderio
che si annunciasse il loro matrimonio prima di lasciare la villa della
marchesa; poichè in ogni modo, certi affari urgenti lo chiamavano in
città al posdomani.
— Ma, mia cara, giacchè si è aspettato così a lungo, e che la cosa è
decisa, non è vero? tra di noi, non vedo perchè non si aspetterebbe
ancora qualche giorno. Tu saresti meglio ristabilita in salute, e più
forte per sopportare tutte le noie dei complimenti, delle visite,
dei preparativi, ecc. (chè, veramente, la tua salute m’inquieta un
poco e hai bene cattiva cera anche oggi); lui, dal canto suo, avrebbe
terminato i suoi affari e si andrebbe in città tutti assieme, ciò che
sarebbe pure forse meglio. Intanto, curati bene e cerca di riprendere
i tuoi bei colori. Sai anzi cosa faresti, se volessi seguire del
tutto i miei consigli? Staresti in camera tua per un giorno o due.
Egli comprenderebbe allora che ho ragione, che tu hai davvero ancora
bisogno di un po’ di riposo e che deve moderare la sua impazienza. E ti
ritroverebbe migliorata in salute e più calma....
— Farò quanto vorrai, — rispose Elisa con una rassegnazione che
le riusciva facile. E una vaga speranza penetrò nel suo cuore, suo
malgrado.
La signora Valenti ebbe all’indomani una conversazione con il suo
futuro genero, e al posdomani egli partì. Valenti giungendo secondo
la sua promessa, fu un poco stupito di tale partenza. Elisa discese
solo al terzo giorno, per la colazione. Il medico, ch’era salito per
vederla e le aveva ordinato dei rimedi ch’ella non aveva preso, l’aveva
anzi fatta rimanere a letto per ventiquattr’ore. Aveva anche veduto la
marchesa più volte, ed il resto del tempo era rimasta abbandonata alle
sue riflessioni.
Il non veder più lo sguardo di Gorletti fissato sopra di lei,
attraverso la tavola, le fu di tanto sollievo, ch’ella sentì grave il
peso terribile del sagrificio chiestole. Tutto il sangue le si gelava
nelle vene all’idea di diventare la moglie di quell’uomo.
Un inesplicabile sorriso passò sulle labbra di Massimo quando seppe ciò
ch’era successo tra lei e sua madre.
— Va bene, — disse, — ciò non mi riesce inaspettato.
E mentre si discorreva un po’ rumorosamente intorno a loro, egli
aggiunse:
— Il medico non vi permette ancora di uscire di casa, non è vero?
— Già; non ne ho nessuna voglia, d’altronde.
— Tanto meglio. Vi devo parlare a lungo.
Quando, più tardi, si ritrovarono soli, nello stesso gabinetto dove per
la prima volta Massimo l’aveva sorpresa in un accesso di disperazione,
Elisa non potè impedirsi dal dirgli che, ad onta di quel nuovo ritardo,
ella non aveva speranza alcuna.
— Avete torto. Vi rammentate che a questo stesso posto dove siamo,
quando vi ho dichiarato che impedirei codesto matrimonio, mi avete
assicurato ch’era impossibile nemmeno ottenere un ritardo? Vi faccio
rispettosamente osservare che adesso sono venuti, invece, per così
dire, a domandarvelo, un tale ritardo, e che il signor Gorletti non è
più qui. Aveva anzi una strana figura nell’andarsene.
— Ritornerà. È invano che lei prova sempre di darmi una speranza. Pur
troppo il matrimonio è ben deciso.
— No, un tale matrimonio non si farà. È rotto. Non ho che una parola
da dire per ciò. Quell’uomo è partito per non più ritornare. La sua
partenza, e tutto quanto è accaduto, avreste forse dovuto indovinarlo,
è opera mia. Anderò fino in fondo. Lungamente ho cercato un mezzo
per salvarvi, e, lo confesso, senz’alcun risultato. Ma, adesso, ho
finalmente scoperto. È un mezzo assai semplice, benchè un po’ violento.
— E qual’è questo mezzo?
— Lo saprete subito. Ma prima lasciatemi ancora dirvi poche parole.
Perdonatemi d’esser costretto a parlarvi di me stesso. Ma è necessario
per spiegare le cose. Poi mi conoscete tuttora assai male, e, lo
temo, vi faccio ancora paura, sebbene sentiate che vi sono amico.
Ma siete intelligente, siete un vivente esempio di codesta verità
troppo ignorata, che si può avere un’anima elevata, e, ad onta di ciò,
indovinare tutto; di più, per la vostra età, avete visto molte cose;
potrete dunque non offendervi di quanto vi voglio proporre.
— Nulla è possibile, vi dico.
— Non m’interrompete, e ascoltate, ve ne prego. Io sono solo al mondo,
non ho più parenti vicini, e nessuno è più libero di me. Mi si conosce
ovunque, conosco moltissima gente; vi sono molti che si dicono miei
amici, e ne ho assai pochi. Pare anche che abbia dei nemici; ignoro
assolutamente a cosa debbo un tale onore. Pieno di difetti, ho però
osservato che quando ho ubbidito al mio primo impulso, ho sempre
agito bene; il che prova che in me l’istinto è forse superiore al
ragionamento. Conduco una vita molto irregolare, e che mi sarebbe
difficile lo spiegarvi. Resisto difficilmente a’ miei capricci.
Talvolta rimango a lungo nello stesso posto, senza che si sappia
perchè; poi parto bruscamente; vado dove la sorte mi sospinge. Del
resto, manco assolutamente di principii e credo a ben poche cose;
vedete che non mi mostro migliore di quel che sono. Ora sapete a che
sono ben deciso? da un pezzo? È, per mio conto, a non ammogliarmi mai.
Ho per ciò le mie profonde ragioni. Poi detesto il matrimonio. Molte
cose mi sono indifferenti, e rinuncierei volontieri a molti vantaggi;
ma, a nessun prezzo, non abdicherò mai la mia indipendenza. E la stimo
così altamente che mai, sotto alcun pretesto, assalirei la libertà d’un
altro. Sarei dunque un pessimo marito, e stupido. Dunque, escludo, per
me il matrimonio. Me ne infischio del mio nome che finirà forse con me,
e della mia fortuna che passerà in mani straniere, se ne resterà. Le
cose sociali mi toccano assai poco, e non mi commuovo molto per ciò che
mi riguarda personalmente. Cerco di annoiarmi il meno possibile, anche
se per giungere a questo scopo, devo interessarmi a delle assurdità; e
in quanto a ciò che succede nel mondo, guardo tutto ciò come in teatro,
dalla mia poltrona, che certo è una delle migliori. Se posso essere
utile a qualcuno lo faccio con piacere. Do ben di rado la mia amicizia,
sul serio, ma la do senza riserve. In quanto alla mia fortuna è assai
considerevole; la fortuna di un lord inglese agiato, ricchezza grande
in Italia. Non mi è stato possibile di rovinarmi, benchè vi abbia
messo tutta la buona volontà; ora non mi ci provo più. Da questo lato
mi sono posto in quiete. Diedi una smentita a quelli che pretendevano,
all’epoca in cui spendevo sempre tre volte la mia rendita, che nessuna
fortuna mi avrebbe mai bastato, mostrando loro che con solamente una
ventina di milioni, o poco più, non faccio più debiti. Sono lieto di
farvi sorridere....
— Sì, ma tutto ciò non mi dice....
— Aspettate. Ecco press’a poco chi sono io. Credete ancora che chi dice
tanto male di me abbia ragione del tutto? Diffidate ancora di me?
— No, credo anzi che siete migliore di quello che sembrate....
— Non è così; sono esattamente come sembro a quelli che mi conoscono
un poco. Ma veniamo al fatto. Forse a quest’ora può darsi che non
rimaniate oltremodo stupita nel sentire il mezzo che ho trovato per
salvarvi. D’altronde bisogna accettarlo per questa eccellente ragione
che non ve ne sono altri.
— Ebbene! ditemelo finalmente....
— Io vi sposo.
Elisa lo guardò fisso, arrossì, si provò a sorridere e disse:
— Mi sembra che il momento sia scelto male per celiare. Del resto non
sono scorsi tre minuti dacchè avete affermato la vostra risoluzione di
non ammogliarvi mai.
— Ed è perciò appunto che vi posso offrire la mia mano.
Massimo non scherzava. Spiegò la sua idea a Elisa che lo ascoltava
muta per lo stupore. Lui impegnava la sua parola di gentiluomo di non
essere mai per lei che un amico; lei sarebbe del tutto libera e avrebbe
sempre tutta la sua stima. Tutto si ridurrebbe a ciò, che avendo
invano cercato un altro mezzo conveniente per impedire il matrimonio
con Gorletti, aveva pensato che il meglio era d’offrire ad Elisa
una posizione indipendente e tutta quella somma di benessere che può
rendere nella vita l’assenza di felicità meno dura. Ma non poteva far
ciò, secondo le leggi del mondo, senza aggiungervi il suo nome, e lo
dava, non compiendo il minimo sacrificio; poichè in tal modo faceva uso
eccellente di una cosa di cui era ben certo che non avrebbe mai sognato
di servirsi altrimenti per sè. Si salveranno le apparenze per quanto
possibile, senza però inquietarsene fuor di misura, e, appena che
Elisa sarebbe stabilita nella sua nuova esistenza, lui riprenderebbe
la sua vita solita. Un tale progetto lo seduceva; riconoscente se lei
gli facesse l’onore di accettare, sarebbe felice di compiere un atto
semplicissimo, del quale forse nessuno ancora aveva avuto l’idea prima
di lui.
— Mi avete ripetuto più volte, senza dirmi precisamente il perchè,
che non aspettate più nulla dalla vita, che cercate la pace soltanto;
ebbene, vi offro un palazzo a Firenze, che sarà vostro, e dove starete
meglio che in un convento; trovandovi la tranquillità assoluta e le
distrazioni che vorrete scegliere, infine un matrimonio che non è
un matrimonio, e la mia semplice amicizia. Se avete bisogno di un
consiglio, saprò darvelo non più cattivo di quello che farebbe un
altro. In un certo senso, e per questo scopo, è impossibile essere
maggiormente adatto l’un all’altro di quanto siamo noi. Giacchè non
vogliamo maritarci nè l’uno nè l’altro, ciascuno per i nostri motivi
particolari, sposiamoci noi per il pubblico. Dal lato mio ci troverò
pure dei vantaggi, non foss’altro che quello di por termine alfine a
ciò che si venga a farmi delle proposte di matrimonio.
Elisa sorrise di nuovo. Poi, seriamente, rispose che ad onta della sua
stranezza, l’offerta era nobilmente generosa, ma che lei non poteva
acconsentire. Codesta proposta straordinaria non la scandalizzò, ma la
trovò ineseguibile. Tuttavia si sentì profondamente commossa, sebbene
non lo seppe esprimere.
Sorridendo, Massimo insisteva, talora in modo energico, talora giocoso.
— No, è impossibile. È impossibile in tutti i modi, — ripetè Elisa.
— Finirete pure col comprenderlo. È mio dovere il rifiutare, dovessi
anche parere scioccamente ingrata. Vi è ancora un motivo più serio di
tutti gli altri, che dovrò avere il coraggio di confessare....
Furono interrotti dal brusco ingresso della signora Valenti.
— Ah! eccoli, — disse a sua figlia. — Ti ho cercato dappertutto. È
donna Maria che mi ha detto ora ch’eri qui col marchese. Non sei dunque
andata in carrozza con gli altri? Ebbene, hai ragione. Quelle trottate,
alla lunga, stancano, e comincia a fare un freddo al ritorno!... trovo
ch’è peggio che d’inverno.
Quella notte Elisa non potè chiuder occhio. La proposta stranissima ed
inattesa d’Astorre, l’orizzonte affatto nuovo che si apriva innanzi a
lei, le riempivano la testa di pensieri confusi. Non poteva dubitarne:
Massimo parlava sul serio. Aveva trovato modo di mantenere la sua
parola; le offriva di salvarla davvero! Gorletti, l’orribile incubo
delli ultimi mesi, poteva essere allontanato per sempre! Poichè,
n’era ben sicura, sua madre in un tal caso, non esiterebbe un momento
a mancare di parola. Elisa aveva un sol cenno da fare per evitare il
precipizio, che da tanto tempo s’apriva davanti a lei, inevitabile.
Le si offriva onorevolmente una vita calma, tranquilla, indipendente,
circondata da tutti i conforti del lusso, e, accettandola, avrebbe la
felicità negativa alla quale poteva ancora aspirare, e ciò rendendo i
suoi genitori pazzi di gioia! La tentazione era forte. Una soluzione
bizzarra, magnifica, che l’imaginazione non avrebbe saputo inventare e
di cui la speranza sarebbe stata assurda, si mostrava d’improvviso per
risolvere il problema finora insolubile del suo destino.
Ma come poteva accettare una proposta tanto bizzarra, insolita e troppo
generosa, tanto più lei, di cui il cuore non viveva solo di un ricordo
indimenticabile, lei, la cui esistenza monotona era tutta riempita
da un segreto amato e doloroso. Adesso Massimo non le ispirava più la
più piccola diffidenza. Le pareva di aver compreso d’un tratto i lati
più nobili di quell’uomo, la cui cattiva riputazione era l’opera di
gente che probabilmente non lo valevano. Ma, essendo lei quello che
era, poteva forse accettare, in condizioni così eccezionali, e non
fosse pure che alli occhi del mondo, la mano di un uomo che ignorava
il passato di lei? Il racconto della sua vita, la sua confessione
completa, non basterebbero a fargli comprendere la necessità di un
rifiuto? Essa lo credeva fermamente; sentì che lo doveva fare, poichè
lui meritava la sua fiducia intera, codesto uomo elegante, stanco,
cinico, che solo aveva saputo aiutarla, lui ch’era considerato come il
più freddo tra gl’indifferenti.
Intanto, tutti si occupavano di Massimo e del suo modo di condursi con
la signora Valenti. Non si parlava d’altro alla villa. La marchesa
cominciava ad inquietarsene. Con minore malignità delli altri, ella
pure si posava però la domanda: — Quale può essere il suo scopo? —
In quanto a donna Maria non poteva contenersi. Si disseccava ne’ suoi
sforzi per non parlare, poi parlava di colpo.
— Hai veduto? — diceva a suo marito. — Erano ancora insieme ieri
nel gabinetto là in fondo. È una cosa che non ha nome. Chi l’avrebbe
creduto di un uomo così _blasé_? Poichè infine, Elisa è una buonissima
ragazza, ne convengo, e anche bellina, se si vuole, ma, dopo tutto,
cosa può avere di tanto interessante! e sopratutto....
— Ah! donna Maria, — interrompeva il dottore, — l’amore non ragiona.
— Ma, insomma, è o non è innamorato, quel misterioso d’Astorre?
— Sapete cosa penso io? Tutto ciò finirà male assai; credete forse che
vi sia nulla di sacro per quelli uomini lì?
— E ad onta di tutto. Elisa è sempre triste e taciturna, — osservò
Terzi.
— Oh! in quanto a questo, capisci bene, quando si hanno avute le storie
che ha avuto lei, si ha di che rifletterci e rimanere pensierosa per un
bel pezzo.
All’indomani, Elisa ripetè a Massimo che gli sarebbe profondamente
grata per sempre, ma che non poteva acconsentire.
— Se volessi, — disse Massimo, — potrei benissimo far senza della
vostra accettazione. Basterebbe che parlassi con vostra madre. E allora
per davvero non vi sarebbe più possibile rifiutare! Ma, se vi salvo,
non voglio che ciò avvenga a vostro malgrado.
Infatti, la signora Valenti era in uno stato straordinario di tensione
nervosa. Aveva la febbre addosso, non sapendo se poteva sperare, a
momenti piena di paura, poi abbandonantesi a sogni inauditi che le
sembravano vicino a farsi veri, e dai quali si risvegliava per dirsi
che sognava. Eppure continuava, come aveva incominciato, a recitare
la sua doppia parte con una estrema prudenza; ma se la si vedeva
tranquilla e sorridente, non n’era meno agitata internamente. Cercava
di sapere che si dicesse intorno a lei e d’indovinare dal contegno
delli altri cosa pensassero sulla questione che l’appassionava;
n’era turbata, dicendo a sè stessa con terrore che se un tale stato
d’incertezza, tra gioie impreviste e difficoltà gravi si dovesse
prolungare, ne impazzirebbe.
Massimo aveva dunque ben ragione di parlare in tal modo ad Elisa.
Ma questa s’armò alfine di tutto il suo coraggio, e gli disse:
— Bisogna che vi faccia la mia confessione. Giudicherete poi voi
stesso. Vi devo raccontare tutta la mia vita.
E allora, lealmente e degnamente, in un modo semplice e breve, senza
nulla omettere e senza nulla esagerare, senza volere nè accusarsi
nè scusarsi, ella gli disse tutto quanto si è raccontato più sopra,
la triste storia del suo passato; e gli confessò che quell’amore
indimenticabile non uscirebbe mai dal suo cuore; che non amerebbe
mai nessuno e nulla al mondo, e che resterebbe interamente fedele per
sempre all’assente che non doveva più rivedere. _Lui_ aveva mancato
alla sua parola per necessità, ed ella trovava ciò così tristamente
naturale, che non aveva bisogno di perdonargli; ma lei lo amerebbe
sempre e rimarrebbe sempre la stessa. Lei lo amerebbe eternamente,
pur avendo la certezza assoluta che nessuna speranza era possibile.
L’ultima notizia di lui era la notizia del suo matrimonio e che si
era definitivamente stabilito a Bombay. Ritornerebbe d’altronde, che
lei non lo vorrebbe rivedere. Non sarebbe mai sua, ma il suo cuore gli
apparterrebbe sempre.
Quando ebbe finito, Massimo le prese ambo le mani, le baciò e le disse:
— Elisa, quanto m’avete raccontato tanto francamente e nobilmente,
aumenta la stima profonda ed il rispettoso affetto che sento per
voi. Sono un peccatore indurito, e il mio cinismo nella vita vi
spaventerebbe: il mondo mi ha reso scettico assai e credo facilmente al
male e di rado al bene; ma le eccezioni provano la regola, e in questo
mondo basso, volgare e malvagio, voi siete una splendida eccezione. Lo
vedo, ed io non sbaglio. Il vostro racconto mi prova più che mai quanto
ho ragione di compiere ciò che ho deciso di fare; lo desidero adesso
cento volte più di prima. Lo farei quasi anche a vostro malgrado.
Ma voi acconsentite, non è vero? Giacchè gli ostacoli che credevate
insormontabili, riaffermano, al contrario, la mia risoluzione? Fra
poco mi divertirò assai dello stupore generale, quando si sappia che
vedranno una marchesa d’Astorre. Rideremo.
— Eppure, sentite....
— Cara ragazza, non una parola di più. È deciso.
Sarebbe troppo difficile il dipingere la gioia della signora Valenti
quando seppe che le sue più folli e assurde speranze si sarebbero
realizzate, e che sua figlia stava per acquistare una delle più alte
posizioni cui fosse possibile ambire in Italia, sposando un uomo, che
ad onta della sua condotta, era il sogno dorato e inaccessibile di
tutte le donne. Durò grandissima fatica a non parlarne, giacchè si
era deciso di tenere la cosa segreta per qualche tempo, prima dietro
preghiera di Massimo e per evitare pettegolezzi, e poi per riguardo a
Gorletti, sebbene la signora Valenti gli scrivesse per dargli congedo
abbastanza brutalmente, protestando che non era stato possibile
vincere l’ostinazione di sua figlia, e che lei non la voleva forzare!
E come benediceva ora Elisa di aver tanto resistito! Come le sembrava
superiore e intelligente! Quale fortuna che avesse sempre rifiutato
tutti i partiti! Non poteva cessare dall’abbracciarla e l’accarezzava
in un modo materno e servile, facendosi umile dinanzi a lei in
anticipazione, mentre, piena del suo grande segreto, non poteva a meno
di mostrarsi gaia ed orgogliosa con gli altri.
La marchesa fu eccessivamente stupita quando suo nipote le confidò la
sua risoluzione, senza beninteso dirle l’esatta verità. Le confessò
tuttavia che il suo scopo principale era quello di salvare Elisa,
senza troppo negare (in risposta alle domande contorte della vecchia
signora), ch’egli non contava abdicare alla propria indipendenza, e
che su questo, lui ed Elisa erano perfettamente d’accordo. La marchesa
intravide un poco la verità, ma non del tutto; e l’idea di questo
matrimonio le sembrò, in fondo, una follia di Massimo, e le parve un
poco scandalosa, diversa dalle altre; sebbene non ne fosse malcontenta
da certi lati.
La curiosità di donna Maria e delli altri rimase insoddisfatta. Non
seppero nulla di quanto succedeva, e certo, ad onta di tutte le loro
congetture, non indovinarono affatto.
Ciò che li stupì più di tutto, fu la partenza di Massimo, più strana
ancora del suo arrivo. Una bella mattina, dopo una serata delle solite,
durante la quale si era soltanto osservato che pareva sempre più intimo
con Elisa e con la signora Valenti, mentre pure si notava che non si
parlava più del ritorno di Gorletti, la marchesa, a colazione, annunciò
che suo nipote aveva dovuto partire, prestissimo, senza ch’ella stessa
sapesse il perchè. La signora Valenti raggiava.