Nella sua vita avventurosa, Massimo d’Astorre aveva trovato una tregua
per assaporare alla villa Arombelli un po’ di riposo, di cui aveva
gran bisogno; e ne godeva pigramente. Perfino il ricevere lettere lo
seccava. Dopo pochi giorni sentì che quella calma esistenza conveniva
alla disposizione momentanea del suo spirito, e si decise a prolungare
il suo soggiorno. Si sentiva negativamente felice, lontano dagli
eccitamenti, dai rumori e dalla fretta della sua vita abituale.
Era un uomo complicato e non facile a comprendersi, il marchese
d’Astorre. Lo si conosceva male. Aveva esordito nella vita da tanto
tempo ch’era facile perfino ingannarsi sull’età sua, e benchè fosse
giovane ancora, già si era sorpresi dalla sua gioventù persistente.
Possedeva d’altronde quella bellezza assoluta che sfida gli anni, si
capiva che il tempo non potrebbe gran che contro quei lineamenti di
regolarità perfetta, contro quel viso dall’aspetto quasi marmoreo,
animato però da due grandi occhi bruni dallo sguardo profondo. I
suoi capelli neri, un po’ lunghi, e la sua corta barba bruna facevano
risaltare il caldo pallore del suo colorito immutabile. Il suo collo
possente e quasi femminino ad un tempo, come quello delle statue
greche, e il suo corpo dalle proporzioni perfette — tanto raro ai
giorni nostri — ricordavano l’epoche pagane. Alto, elegantissimo —
d’una eleganza da lui stesso inventata, e di cui non pareva preoccupato
— sapeva essere freddo o cordiale, altero o seducente. Era festeggiato,
ammirato, detestato. Poichè si doveva amare oppure odiare quest’uomo
insolentemente bello, generoso all’eccesso, pieno di coraggio e di
audacia, il quale una volta a un ballo a Londra aveva inspirato una
tale subita follia a una gran signora, celebre per la sua avvenenza,
ch’ella s’era eclissata con lui attraverso il _cotillon_, e s’era
lasciata rapire, passando la Manica, ai primi albori, in veste da
ballo, con solo il cappuccio della sua pelliccia per coprire la
sua testa ingemmata. Era uno di quegli uomini che si cerca invano
d’imitare; e, naturalmente, aveva numerosi imitatori. Lo si vedeva a
un tal punto superiore a quanti lo circondavano che non era possibile
sottrarsi del tutto al suo dominio. Discendeva da una delle più
antiche famiglie della Romagna, stabilita da due secoli a Firenze,
dove era nato in un vecchio palazzo nero, fieramente stemmato alli
angoli. Uscito prestissimo dal collegio ov’era stato posto alla morte
dei suoi genitori, si trovò, quasi fanciullo ancora, padrone di sè e
possessore di una vasta fortuna. Tutte le strade si aprivano davanti
a lui; nulla si opponeva all’esecuzione di qualunque suo capriccio.
Le prime follie di quel ragazzetto, la cui straordinaria sicurezza
contrastava col viso ancora roseo, ebbero un carattere originale che
non dispiacque. Ancora quasi un ragazzo portò bravamente l’uniforme
di ufficiale di cavalleria. Poi, detestando già la vita monotona che i
suoi pari conducevano a Firenze, viaggiò. Più tardi, benchè sapesse che
ciò non gli servirebbe a nulla o a ben poco, era entrato nella carriera
diplomatica. Questo giovinetto audace, creduto abile solo agli esercizi
del corpo e alle prodezze fisiche, possedeva inoltre — senza che si
sapesse troppo come era riuscito ad acquistarla — una svariata e solida
istruzione. Fece dei brillanti esami. Già si scorgeva a quell’epoca
ch’egli si mostrava superficiale, e non lo era. Fu contento della sua
decisione, amando la vita mossa e trovando la diplomazia divertente,
fintanto che non si pensava a mandarlo nei posti noiosi, e tanto più
che si avevano per lui al ministero tutti i riguardi dovuti alla sua
posizione e alla sua indifferenza in quanto all’avanzamento.
Trovava che alla sua età le parole: _segretario di legazione_, stavano
bene sopra una carta da visita. Del resto, ammesso di buon’ora a tutti
i piaceri, in un ambiente di lusso e di vanità, trovando ogni cosa alla
sua portata, e le persone più in basso delle cose, troppo rapidamente
maturato dalla vita precoce e dalle affrettate letture, assaporando i
godimenti primi del desiderio, mordendo al pomo di tutte le scienze,
non accettando nessuna idea senza esame e ragionando troppo, non
considerando la sua superiorità che relativamente, in modo che il suo
orgoglio davanti agli uomini non trovava la sua giusta compensazione
nella umiltà davanti all’assoluto, egli si era trovato a vent’anni
tanto vecchio quanto si può esserlo a quell’età, e, poco dopo,
all’epoca delle passioni più nobili, non sentiva che quella dei vecchi,
l’ambizione. E quella pure non fortemente.
Nel mentre s’immergeva nei piaceri con un fare annoiato, cercava
intorno a sè, avidamente, un pascolo alla sua ambiziosa vanità,
tentando di scorgere uno scopo qualunque che valesse la pena di uno
sforzo. Gli parve impossibile di trovarlo. Si ostinò, provò ancora,
calcolò, e si persuase sempre più che non vi era nulla. “Forse„ diceva
a sè stesso “sono giunto troppo tardi o troppo presto.„
Allora, parendogli che le cose dette “serie„ non meritassero d’esser
prese sul serio, non pensò più che a vivere, e divenne un uomo
di piacere. Come accade sempre presso gli oziosi che hanno un po’
d’imaginazione, la passione del giuoco lo afferrò, e, unita ai suoi
gusti raffinati di lusso e di eleganza, lo condusse così lontano e così
presto, che lo si credette rovinato dopo cinque anni. E aveva infatti
dissipato il capitale accumulatosi durante la sua tutela, venduta la
quarta parte delle sue terre, e coperto il rimanente d’ipoteche, il
che non gl’impediva di continuare il suo solito modo di esistenza e di
gettare sempre il danaro a piene mani.
Egli dovette però finalmente conoscere gl’imbarazzi, tutti i piccoli
orrori degli espedienti, la mano di ferro della necessità, il quasi
insensibile scemare della considerazione intorno a sè, che rallegra
gl’invidiosi. Conobbe talvolta perfino quella miseria relativa che
pure ha le sue crudeltà. Dovette mescolarsi un po’ a tutte le società,
anche quando gli ripugnava, più che non avesse fatto fino allora, e
potè studiare la vita sotto i suoi più vari aspetti. Giorni penosi
cominciarono, e se il presente era duro, l’avvenire appariva nero.
Ma tenne sempre la testa alta ed il sorriso sulle labbra, sfidando
il destino, grato alli amici sinceri, e sdegnando di accorgersi delle
defezioni che la ingratitudine produceva intorno a lui.
Al momento in cui lo si credeva davvero giunto proprio al fondo, in
cui si diceva che avendo finito di raccogliere le briciole della
sua fortuna, sarebbe costretto a palesare la sua rovina, fece due
eredità grossissime, una dopo l’altra, quasi senza intervallo. Tutti
si aspettavano di vederlo in fondo all’abisso; lo si scorse sulla
vetta. Dieci volte più ricco di quanto non lo fosse mai stato, ebbe,
per servire a’ suoi desideri, per soddisfare i suoi nuovi capricci,
il potere che presta una fortuna colossale, quando si ha imparato, a
proprio danno, a farne uso. Ne usò generosamente, giacchè, prodigo
per sè stesso, era fastoso nel dare, e se ne nascondeva, forse
per buon gusto, come amava il lusso non troppo appariscente. Ma in
mezzo a codesta vita facile e faticosa ad un tempo, qual’era la sua
vita interna? S’occupava solo di cose sensuali, oppure un pensatore
celavasi in codesto gentiluomo scettico e negligente, disprezzatore
dell’opinione, sfidatore di tutto, che non si ricusava nulla, ed era
abbastanza distratto per accettare spesso la compagnia degli imbecilli
senza accorgersene?
Alcuni, fra coloro che lo conoscevano meno male, avevano indovinato
press’a poco tutto ciò, ma, per comprendere la sua vera natura, sarebbe
stato duopo rovistare più profondamente, e quelli stessi sarebber forse
rimasti allora assai stupiti. Benchè si desse raramente il disturbo
di piacere, aveva avuto dei successi di ogni specie. Se ne curava poco
assai, e non badava all’invidia che eccitava. Abbandonò la diplomazia,
e non ebbe più che la sua fantasia per legge. L’ultimo posto che occupò
fu quello di Pietroburgo, che dovette lasciare, al momento che stava
diventando quasi russo, in seguito a una seccante avventura terminata
da un duello. Si fissò allora a Parigi.
I suoi parenti ed amici d’Italia parlavano di lui come di un
personaggio bizzarro, e lo accusavano d’essere assai strano,
pretendendo però allo stesso tempo che vi fosse molta affettazione
nella sua originalità. Tentavano di farlo passare per un poco pazzo
e un poco “posatore„ insieme, il che non impediva loro d’invidiarlo
con tutta la debolezza dell’anima loro, e d’essere pronti a commettere
dinanzi a lui tutte le piccole viltà imaginabili, dopo d’averne detto
tutto il male che potevano. Lo si ammirava involontariamente, come si
ammira coloro che vivono fuori e vengono da lontano. Il suo arrivo
consideravasi sempre come un avvenimento; le sue più minute azioni
venivano osservate, i suoi modi, i suol vestiti; si ripetevano i suoi
motti. Quanto si raccontava di lui veniva commentato ed esagerato.
Tre giorni dopo, la contessa cambiò bruscamente di manovra e divenne
quasi fredda con lui; egli non si degnò di accorgersene, il che la mise
in uno stato d’ira contenuta che si volse a benefizio momentaneo del
cugino. Massimo non trovò per questo il suo soggiorno alla villa meno
aggradevole. Lo amavano assai, e lo temevano un poco. Giacomo osservò
che talvolta uno si sentiva benissimo in sua compagnia, e che poi
subitamente intimidiva. Si diceva sempre un po’ male di lui, ogni volta
se ne andava dalla sala, e lo si ascoltava sempre con delizia quando
voleva chiacchierare.
Presto stanca di stare imbronciata, la contessa ritornò all’assalto.
Massimo, per cattiva abitudine inveterata, si lasciò andare a farle
un po’ la corte. Ciò rompeva la monotonia della villeggiatura, poichè
amava e cercava il riposo, ma non lo poteva sopportare troppo completo.
In quanto a Elisa, la povera fanciulla ch’egli aveva ritrovata così
pallida ed infelice, essa gli faceva realmente pietà, quando pensava
al sagrificio che si voleva esigere da lei, al brutto avvenire che
l’aspettava. Si accusava sempre Massimo di non avere rispetto alcuno
per le donne; i suoi modi ironici, il suo cinismo, la sua condotta lo
provavano spesso, ma si sarebbe dovuto fare una distinzione, sottile,
ma vera, ed era questa: che s’egli disprezzava le donne, stimava però
altamente in cuor suo _la donna_. Forse il suo culto motivava il suo
disprezzo. Elisa gli sembrava una donna, nel più alto significato della
parola, cosa rara.
D’altronde, bisogna confessarlo, se Massimo rispettava la donna, se
soprattutto la compiangeva, egli amava la cortigiana. Epicureo per
natura e per abitudine, non avendo mai potuto intravedere l’amore che
di sfuggita, comprendendo l’arte sotto tutte le sue forme più sensuali,
indovinando tutta la scala delle voluttà, dalle più grossolane alle
più spirituali, egli avrebbe forse trovato un suo ideale in una etaira
greca risuscitata al secolo nostro. Avendo tutto provato egli si curava
poco di tutto; ma, da un paio d’anni, aveva conosciuto un’attrice
che lo aveva ammaliato. Artista appassionata, donna capricciosa,
intelligenza libera e corrotta, la Kanzler era tipica; possedeva
la bellezza pagana, sottomessa ed imperiosa ad un tempo. Una bontà
inconscia e la scettica indulgenza moderna dei sentimenti s’univa in
lei a una depravazione antica. Aveva le linee del marmo, ma non la
serenità; le sue forme, i suoi atteggiamenti ricordavano la divinità
del Rinascimento, ma l’anima sua conosceva tutte le tristi morbosità
del nostro tempo.
Massimo aveva osservato il pallore eccezionale d’Elisa, quando era
ridiscesa in sala all’ora del pranzo, il giorno dell’arrivo di sua
madre. L’orribile consenso era forse stato strappato? All’indomani
Gorletti era partito, richiamato in città da importanti affari. Pochi
giorni dopo Valenti era arrivato, con la sua aria distinta e gentile,
e affettando un’allegria continua che lo spingeva a dire talvolta delle
cose un po’ ardite. Egli pure però sembrava preoccupato, ed ebbe lunghe
conversazioni particolari con sua figlia. Annunciò alla marchesa che
con grande suo rincrescimento non poteva fermarsi più di due giorni.
Nella sua qualità di _viveur_ messo al verde, Massimo godeva della
campagna come un collegiale in vacanza. Avendo potuto vincere, dal
terzo giorno, l’abitudine di alzarsi solo per l’ora della colazione,
gustò la sana voluttà di passeggiare assai presto la mattina attraverso
il parco, nella frescura del risveglio delli alberi. Spiegò così bene
alla contessa Lassardi quanto ciò riescisse aggradevole ed igienico,
ch’ella si convertì a questa nuova teoria, di maniera che una bella
mattina il cugino Giacomo li riconobbe dalla sua finestra, mentre
camminavano insieme lentamente in un viale abbastanza lontano, vicino
alla casetta del giardiniere, e prese il partito di farsi richiamare
d’improvviso in città.
La stessa sera alcune visite vennero da una villa vicina, e si combinò
una lunga escursione per il dopo domani. Si doveva partire all’alba e
ritornare assai tardi per pranzo. Massimo dichiarò che non si poteva
contare su di lui, dovendo egli quel giorno andare a trovare alcuni
amici a Como.
— Giacomo è partito ben subitamente. Che cosa gli è successo, marchesa?
— domandò Terzi.
— Non ci capisco nulla. Pretende aver ricevuto una lettera di premura.
— Disse ciò con la massima sincerità, ed aggiunse: — Ma tornerà presto.
La conversazione divenne generale; ma, vicino al camino, d’Astorre e
la contessa erano appartati. Lei, seduta in una poltrona, riscaldava
le sue minuscole scarpette al fuoco fiammeggiante, le guancia fatte
rosee, ad onta del ventaglio giapponese col quale si riparava e ch’ella
sembrava guardar fisso, sorridendo. Lui, in piedi, un po’ chinato,
con l’aria seria, le parlava senza troppo abbassare la voce e molto
naturalmente.
— Come! — le diceva, — voi che pretendete essere indipendente, non
avete nemmeno il coraggio di restare a casa, quando una escursione
vi annoia? Scusatemi, contessa, ma dichiaro che, ad onta delle vostre
bravate, siete la più timida fra le donne.
— Ma che cosa si dirà?
— Che volete mai che si dica? Ah! contessa, se nella vita vi lasciate
sempre arrestare da questa domanda, siete una donna finita. E,
sappiatelo bene, si tacerà sempre quando non si saprà nulla, e si
dirà regolarmente tutto quanto si vorrà inventare, per quanto abbiate
riguardi.
Lei tacque, pensierosa.
— Mi credete dunque molto pericoloso?
Ella alzò li occhi, lo guardò un istante senza rispondere, e mentre il
suo sguardo affermava, rispose risolutamente:
— No. Affatto.
— Ebbene, allora? Nessuno lo saprà. Quando ritorneranno si crederà che
io sia pure appena tornato. A voi, la vostra emicrania sarà passata, ma
consulterete egualmente quel bravo dottore, che vi scriverà subito una
ricetta.
— Me ne vado. Ci guardano. Bisogna che faccia un po’ la mia corte alla
marchesa.
— Rispondete prima. Sì o no?
— Ebbene, no! È impossibile!
— Siete proprio certa di quel no?
— Quasi.
E si allontanò. Massimo accese una sigaretta e si mise a discorrere con
donna Maria e con gli altri.
Al posdomani, a mezzogiorno, Massimo era di ritorno. Giunse a piedi,
avendo congedato il vetturino al basso della salita conducente alla
villa, dove il suo cameriere era venuto a raggiungerlo per prendere la
sua roba, e entrò per la porticina del parco. Nessuno lo vide.
Attraversò le sale, penetrò in un piccolo gabinetto in fondo in fondo
all’appartamento, e parve sorpreso di non trovarvi alcuno. Montò per
una scaletta alla sua camera.
— Sono tutti partiti stamane? — chiese al suo cameriere.
— Sì, signore, tranne la signora contessa Lassardi, che ha fatto
colazione sola qui a casa. Ma, un’ora fa circa, ha ricevuto un
telegramma, ed ha dato ordine di attaccare, mentre facevano i suoi
bauli. Saranno dieci minuti ch’è partita per arrivare in tempo al
treno.
— Davvero? — disse Massimo con tono indifferente. — Vi sono lettere?
— Sì signore. Eccole lì sulla scrivania.
— Va bene; vattene pure.
Massimo prese le lettere. Due portavano i timbri postali; poi c’era un
biglietto contenente poche parole scritte a matita:
“Ricevo un dispaccio che mi annuncia l’arrivo di mio marito a Milano,
e che vi è subito caduto ammalato. Non v’è nulla di grave, ma io non
posso a meno di partire senza frapporre nessun indugio. Lascio una
lettera per la marchesa, e questo rigo per voi, in gran fretta. Ero
rimasta; non lo posso negare. Il caso dispone altrimenti. Devo dire
tanto meglio? Addio, arrivederci forse.„
Massimo provò un disappunto e, un poco stanco, si buttò sopra un
canapè e vi dormì un poco. Poi si alzò e s’avvicinò alla finestra;
vi restò a lungo, appoggiato al davanzale. Poi scese distrattamente,
e si mise a passeggiare di lungo in largo per le sale, riflettendo.
Un sorriso errava sul suo labbro. Si annoiava; ora, si trattava
d’uccidere il tempo. Vicino al piccolo gabinetto del fondo dov’era già
entrato arrivando, si fermò e tese l’orecchio, poichè gli pareva udire
un po’ di rumore. Dopo un minuto d’attesa, si decise a entrare con
precauzione.
Elisa Valenti, lungo distesa sopra un divano che occupava tutta una
parete, con la testa nascosta fra le braccia incrociate, piangeva a
calde lagrime, come impazzita di dolore. Pareva che fosse caduta colà,
affranta, per non rialzarsi più. Si sarebbe potuto crederla morta se,
di minuto in minuto, i singhiozzi non avessero scosso tutta la sua
persona. Portava un costume di mattina assai elegante, e i suoi capelli
tocchi da un raggio di sole, prendevano dei riflessi dorati. Con le
mani si teneva il viso sprofondato nel cuscini.
Rimase Massimo per alcuni istanti, non visto, a contemplarla, e
dimenticò la contessa. Si sentì risvegliare in lui l’interesse che la
terribile situazione di codesta fanciulla aveva fatto nascere. Essa
era lì, giovane, simpaticissima, e già il dolore, capace di rovinare
tutta una vita, pareva metterla fra i vinti di questo mondo. Certo,
quand’essa passava in carrozza, a fianco della marchesa, le contadine
dovevano invidiarla dal fondo dell’anima. Aveva il suo posto fra i
felici di convenzione; il lusso la circondava, l’eleganza del suo
vestire si aggiungeva all’eleganza della persona, ma quanto avrebbe
preferito il lavoro e la povertà alla miseria nascosta e reale
della sua esistenza! E, ciò ch’era peggio ancora, la si amava, si
simpatizzava con lei, la si compiangeva; ma chi pensava a soccorrerla?
Le si prodigavano l’espressioni della più affettuosa devozione, la si
accarezzava e adulava, ma l’idea non veniva neppure, ai suoi amici,
di cospirare tutti insieme per strapparla all’orribile sorte che
l’attendeva. Quanta egoistica impotenza in fondo a quell’amicizia
così bella apparentemente, così sincera anche, ma pur così debole! Si
accettava il suo sorriso artificiale, la maschera di freddezza che il
suo coraggioso orgoglio le imponeva; si fingeva pigramente di credervi.
Nessuno cercava di aiutarla. La marchesa, pur tanto buona, non
osava adoperare la sua influenza. La si amava fino ad esserle utile,
esclusivamente. Certo, era cosa molto difficile, quasi impossibile,
bisognava ammetterlo; ma come non c’era proprio nessuno nemmeno per
tentarlo?
Ella cessò finalmente di piangere, e, sollevandosi un poco sul gomiti,
guardò diritto innanzi a sè, senza veder nulla, col volto impietrito. I
suoi occhi ora erano asciutti; ma si scorgeva sulle guancie la traccia
delle lagrime arrestate, mentre la bocca pareva contratta dallo spasimo
interno. Massimo, celato a lei, la intravedeva di profilo.
Si ritirò adagio e andò in giardino. L’imagine di quella ragazza,
piegata sotto il dolore, restava innanzi a lui simile a una visione;
la tristezza della vita gli si palesava sotto un aspetto che gli era
quasi sconosciuto. Irresistibilmente rientrò e si avvicinò di nuovo
al gabinetto. E lui stesso che accusava gli altri, lui abituato a
infrangere gli ostacoli, che poteva fare per lei? Nulla, proprio nulla.
Ascoltò, e udì ancora il respiro affannoso della fanciulla. Era tentato
di entrare, di farsi vedere, di chiederle se poteva esserle utile in
qualche modo, di offrirle i suoi servigi, ma a che avrebbe giovato?
Nulla dunque poteva sottrarla alla stretta delle mani rapaci di
quell’odioso Gorletti? Massimo, sentì che l’antipatia ispiratagli fino
dalla prima volta che lo aveva veduto, per quel brutto omiciattolo,
ora si mutava in odio. Egli avrebbe voluto poter rendere la resistenza
possibile alla signora Valenti, tanto per renderla felice quanto per
far del male a Gorletti.
Poi le sue idee cambiarono direzione. “Essa non è del suo secolo la
poveretta„ pensava. “Quante fanciulle si troverebbero felici a suo
posto! Come darebbero volontieri la loro mano bianca a qualche mostro
ancora più brutto di Gorletti, ma ricco quanto lui! Come saprebbero
bene, nelle loro testoline dalla espressione ingenua, prepararsi
un delizioso e comodo avvenire! Come lo scruterebbero, ne’ suoi più
minuti particolari, codesto avvenire, mentre vedendole ad occhi bassi,
appoggiate ad una sedia in una posa un poco pensosa, si ammirerebbe la
modestia del loro atteggiamento e la loro seducente serietà.„
Sulla punta dei piedi, guardò di nuovo dall’uscio del gabinetto.
Elisa stava sempre allo stesso posto. Per caso, voltò il capo, e lo
vide. D’un salto si alzò, eccessivamente sorpresa, appoggiandosi allo
schienale del canapè, mentre asciugava rapidamente col fazzoletto le
traccie delle lagrime recenti.
Massimo le stese la mano, come faceva tutti i giorni, e lei stese la
sua, macchinalmente.
Era senza voce. L’idea che d’Astorre, da lei creduto a Como, avesse
potuto vederla nello stato di crisi in cui si trovava, la turbava e le
faceva male.
— Come? Lei è già di ritorno? — gli disse alfine, con un grande sforzo,
per essere calma, appena potè parlare.
— Sì. E non sapeva che lei fosse qui, altrimenti non mi sarei permesso
d’entrare. Le chiedo perdono. Mi ritiro subito, se vuole.
— Ma no, non lo mando via, — rispose cercando di sorridere. — Sono
io che dovrò andarmene fra un momento; ho tante lettere da scrivere.
Mi annoia molto, tanto più che non mi sento bene; ho un mal di capo
terribile. È perciò che sono rimasta sola a casa; il sagrificio non è
stato grande, d’altronde; le lunghe escursioni non mi divertono troppo.
Parlava con fatica. La crisi non era finita. Massimo taceva e
l’osservava. D’un tratto ella chiese:
— Lei era lì da un poco? mi ha veduta!
— Sì; ero qui, l’ho veduta.
— Devo sembrarle ben debole, se non ridicola. Eppure non sono avvezza a
tali crisi nervose, e non piango facilmente.
Massimo la guardava con molta attenzione e come per leggerle
nell’anima, ma non v’era nulla d’irrispettosamente curioso nel suo modo
di osservarla.
— Senta, — le disse alfine; — lei è buona e intelligente insieme.
Lo avevo sempre intraveduto, ora ne sono sicuro. Le sue qualità si
accompagnano più spesso che non si creda. Ebbene, non devo neppur
io farle l’effetto d’uno stupido; è dunque perchè mi crede cattivo,
che mi parla in tal maniera? Sì, lei deve avere una pessima idea sul
conto mio. Ciò è abbastanza naturale; lei crederà sinceramente alla
fama di cui godo, oppure è il mio aspetto, sono i miei modi, le teorie
che affetto talvolta, che l’avranno fatto giudicare da sè stessa
sfavorevolmente di me. Ebbene, credo che lei sbaglia. Ho forse commesso
dei delitti, ma in fondo sono altrettanto scioccamente buono quanto
dev’esserlo un uomo di spirito. Mi guardi bene in faccia; forse si
accorgerà che non mi ha mai visto. E se le facessi una domanda... Se mi
permettessi di parlarle sinceramente, mi crederebbe spinto da una bassa
curiosità o da un sincero interessamento?
Era vero; egli non aveva mai ispirato nessuna fiducia a Elisa, che lo
giudicava un uomo freddo, cinico, pericoloso; le pareva ch’egli stesse
a capo di quella schiera spensierata e dura dei “felici del mondo„
con la quale non poteva lei aver nulla di comune, i suoi difetti le
facevano paura quanto le sue qualità. Ammirava talora il suo spirito,
ma lo temeva, parendogli lui intelligente e perverso, e non poteva
difendersi da una certa diffidenza istintiva.
Ora, forse a motivo dello stato dell’animo suo, egli le apparve
subitamente tutt’altro. Vi era nella sua voce, nel suo accento, nel
suo sguardo, in tutta la sua persona, qualcosa di sincero, di severo,
di profondo ch’ella scopriva per la prima volta. Ella non lo avrebbe
creduto capace di pronunciare le parole ch’egli ora le aveva rivolte, e
che, nella sua sorpresa, ella intendeva appena. Lui, ch’era detto così
leggiero ed orgoglioso, così scettico e freddo, era proprio lui che le
aveva detto quelle parole con tanta bontà e quasi umilmente?
— Ci conosciamo da un gran pezzo, — seguitò, — benchè assai poco.
Si ricorda di un giorno — alcuni anni fa — che l’ho incontrata sul
battello del lago? Io era con i Stanley, mi sembra. Mi sono rammentato
di quel giorno. Lei era silenziosa assai, e malinconica già della
malinconia delle fanciulle. Io la osservavo. Lei sognava certo
d’avvenire, guardava la vita e, apparentemente, non le pareva gaia.
Allora la sua mestizia era piena di grazia. Io pensava: Che buona cosa
poter esser triste in quel modo! Io, quel giorno, ero allegro assai, e
l’invidiavo. Ho constatato un grande cambiamento, ritrovandola qui. Ora
non la invidio più. Mi permette di parlarle così?
Elisa non poteva rispondere, poichè le lagrime ritornavano, ad onta dei
suoi sforzi per trattenerle. Cedette di nuovo ad un tratto e nascose
il viso tra le mani per un istante. Quando rialzò la testa, d’Astorre
riprese:
— Non le faccio paura, spero? Pensi che ho novantanove anni.
Un lieve sorriso involontario passò sulle labbra della fanciulla.
— No, — disse finalmente, — non mi fa paura. Mi perdoni; certo mi
deve trovare ben strana. Sento che lei è buono, la ringrazio; ma mi
lasci. È inutile che finga, o che le racconti ciò ch’ella non ignora.
La marchesa m’ha detto — me ne rammento ora — ch’ella aveva tutto
indovinato da sè fin dal primo giorno. Lei sa perchè sono disperata,
sebbene non lo possa comprendere completamente. Tutti lo sanno,
d’altronde, oramai. E lei, che potrebbe dirmi?
— Non vorrei dir nulla, ma sarei felice di poter esserle utile in
qualche maniera.
— È impossibile, — rispose lei sorridendo amaramente, e con tale un
accento che Massimo rimase qualche minuto senza aggiungere una parola.
Durante questo silenzio, la osservava. La perdita d’ogni speranza
si leggeva tanto chiaramente in quello sguardo quasi vitreo, in quei
lineamenti rigidi; il suo pallore contrastava talmente con la seduzione
giovanile delle forme, mostrando in piena fioritura la giovinezza del
corpo e già finita quella dell’anima, le traccie crudeli della vita
erano già tanto visibili su quel viso dimagrato, ch’egli ne ebbe paura
e che una specie di rispetto quasi religioso s’impadronì di lui davanti
a una tale disperanza. E quella forza nel dolore, quell’abitudine
di dissimulazione erano più penose da osservarsi in quella fanciulla
che una esplosione di sofferenza. Per un effetto d’abitudine, si era
irrigidita, aveva ripreso possesso di sè stessa, e si era rialzata
diritta nella sua posa corretta e solita.
— Grazie per l’interesse che prende per me, — continuò rinfrancata. —
Ne sono commossa, ma, lo ripeto, lei non può far nulla per me; nessuno
lo può. Vede, sono calma. Credo stimarlo come merita, poichè non
rimpiango più che lei abbia visto la mia vera fisonomia. Sarei desolata
che chiunque altro fosse stato al suo posto. È forse una esagerazione
di fierezza che mi dà questo eccessivo pudore dei sentimenti, ma
che vuole? Sono così. Grazie ancora. Ora devo salire, è già troppo
tardi....
Si era alzata, ma lui la trattenne.
— Resti ancora un poco, la prego. Senta: lei non può dunque farmi
l’onore di accordarmi la sua amicizia?
Lo guardò stupita, e fece un cenno d’assentimento.
— Ebbene, lei ha la mia, l’ha completamente, come la do io quando
l’offro, il che non mi succede spesso. Ed ora mi permetta dunque di
dirle ciò che penso, di parlarle francamente: lei non deve sposare
quell’uomo.
Elisa scosse tristamente il capo, con quel gesto che significa: a che
vale parlare? Poi, d’un tratto, tornando a sedere:
— Sa che cosa m’ha detto mia madre? M’ha detto.... oh no! non le
posso ripetere le sue parole. E mio padre.... il mio povero padre s’è
messo in ginocchio davanti a me.... Capisce?-... Gorletti ha fatto
tutto per noi. Due volte già ha salvato la mia famiglia con un’abilità
straordinaria. Adesso la rovina ne minaccia ancora, la rovina completa,
e che cosa si può sperare? Non può più far nulla, siamo alla fine di
ogni espediente, non v’è più nulla da tentare. Egli ha chiesto la mia
mano; un tale matrimonio accomoda tutto....
— E lei ha accettato!
— Sì, quasi. Ma ho detto che sono ammalata — il che è vero — e che
mi si lasci ancora in riposo per qualche giorno. Il caso ha fatto che
egli ha dovuto partire. È una breve tregua.... Ma ritornerà, e allora
bisognerà.... Oh! senta, vorrei tanto morire!
Queste ultime parole furono pronunciate con un accento così raro di
sincerità, che Massimo restò alcuni momenti senza potere articolare una
sillaba.
— Non parli così, — disse infine.
— Sarei rassegnata se mi si lasciasse in pace. Non posso spiegarle il
perchè, ma la mia vita è finita, ne sono certa. Non aspettando più
nulla al mondo, potrei essere calma e buona se mi si accordasse il
riposo. I miei avrebbero tutto il mio affetto; nasconderei loro le mie
tristezze, troverei sempre un sorriso per mio padre. Ma preferirei
entrare domani in un convento, piuttosto che piegarmi a ciò che si
vuole.
— Ma in tal caso, resisti a oltranza. Che diavolo! È passato il tempo
dei matrimoni per forza.
— Ed infatti nessuno impiega la forza. Non si esercita alcuna violenza.
Ci si accontenta di dirmi, che, se rifiuto, sono un mostro di malvagità
stupida, e che, per un inconcepibile capriccio, getto la mia famiglia
nella miseria, nello strazio, nel disonore. Tutti mi danno torto. Sua
zia stessa, la marchesa, così buona e intelligente, mi consigliò il
sagrificio.
— E lei è ben certa che mia zia non abbia ragione? Ha riflettuto bene?
Io, individualmente, sento ciò che sente lei, e non le dico questo
adesso che a scarico di coscienza. Ma insomma, non potrebbe darsi
che forse troverebbe almeno la calma in codesta vita nuova che le si
propone? Tante altre sarebbero quasi felici a suo posto!
— No, io non troverei che l’orrore di tutti i minuti. Ma farò quanto si
vuole che io faccia. Lei stesso, ora, non pare più che mi comprenda.
Sì, rinuncierò a tutto, alle mie idee, ai miei sentimenti, alla mia
dignità e alla mia libertà, e soffrirò quanto mi si vorrà far soffrire.
Mai sagrificio sarà stato più completo, e nessuno potrà sapere quanto
mi sarà costato. Dacchè mi si dice che lo devo, farò il mio dovere fino
in fondo; ma non mi si può impedire di soffrire, e di pensare che il
mio dovere è più arduo di quello degli altri, e ben pesante per le mie
forze.
— Ebbene, se è così, lo ripeto, resista.
— Lei non ha dunque capito ch’è impossibile, che mio padre ne
diventerebbe pazzo? Moralmente, ho ragione; ma dal punto di vista
mondano, praticamente, ho torto. Il signor Gorletti non è soltanto un
uomo ricco, onorato; è anche il migliore amico della mia famiglia. Non
è forse cosa assurda da parte mia il risentire per lui un’antipatia
irresistibile, di non poterlo nemmeno stimare? Ero piccina, che
già veniva a casa, e già non lo potevo soffrire. Mi si raccomandava
d’essere cortese con lui, e mi si sgridava perchè scappavo via appena
lo vedevo. E poi.... e poi sarebbe lo stesso se si trattasse d’un
altro. Vi sono anche altri motivi. Non mi voglio maritare. Perchè si
vuole assolutamente che tutte le fanciulle si maritino?
— So, infatti, che lei ha già rifiutato vari matrimoni.
— Sì, e ad ogni volta mia madre s’è messa in furia. Quando il signor
Gorletti, che non pareva pensasse punto a me, ha cominciato un bel
giorno a farmi dei complimenti, sono rimasta talmente stupita da
non credere a ciò che udivo. Allora mia madre m’ha gettato in viso
tutti i miei rifiuti precedenti, dicendomi che questa volta bisognava
vincere il mio “partito preso„ e che non potevo dir di no. Poi mio
padre, che mi ama a modo suo, ha cercato di persuadermi. Mi ha parlato
per delle ore, chiedendomi scusa d’insistere, dimostrandomi che era
necessario, supplicandomi, facendo brillare a’ miei occhi i vantaggi
che avrei accettando, e l’immenso servigio che gli avrei reso. La mia
antipatia per Gorletti non ha fatto che aumentare. Tuttavia farò il
mio dovere secondo il mondo, e se ne dovrò morire, tanto meglio. Mi
perdoni di parlare così; sento bene che non lo dovrei, ma lei ha voluto
conoscermi. Talvolta, vede, sono quasi rassegnata; sento solo un dolore
stanco e un profondo disgusto. Poi, d’improvviso, mi rivolto di nuovo,
e piango e mi contorco in un’altra crisi disperata. Nessuno mi vede, e
ritrovo in pubblico la mia calma apparente. Lei mi ha sorpreso oggi in
uno dei miei momenti di debolezza. Era venuta qui, credendomi sola in
tutta la casa, poichè detesto la mia camera, quella camera dove l’altro
giorno ho acconsentito alla mia rovina. Ma ora vi ritorno per scrivere.
Adesso sono calma. È finito. Dimentichi, la prego, ciò che ha visto
e ciò che le ho detto, e a questa sera. Vedrà che pranzerò come gli
altri.
Si alzò di nuovo. Massimo la guardava attentamente. Il suo viso aveva
preso un’espressione risoluta.
— Ebbene, no! — esclamò alzandosi lui pure e picchiando del pugno sul
tavolo, — no, lo giuro, non sposerete quell’uomo! Piuttosto lo ammazzo.
Ella lo guardava.
— Non mi parli così. Pensi che mio padre gli deve tutto.
— No, non lo ammazzerò, benchè ciò avrebbe semplificato la questione.
Ma lei non lo sposerà. La stupisco; non mi crede capace di avere un
poco più di volontà delli altri? Mi domanderà con qual diritto vengo
così ad offrirle il mio appoggio, quasi a suo malgrado? Col diritto che
ha un uomo qualunque d’impedire, se lo può, che un’infamia si compia;
di salvare uno che si perde, dovesse farlo anche contro la sua volontà.
Sarebbe sul punto d’annegare, che potrei, suppongo, tirarla fuori
dall’acqua, anche senza il suo permesso? Metterò dunque un ostacolo a
questo matrimonio, non so ancora in qual modo, ma disfarò tutto. Nella
mia vita ho posto sufficiente energia nel compiere delle cose che non
ne valevano la spesa, perchè mi sia concesso di usarne una volta per
impedire il male, quando non posso vederlo di sangue freddo. Sentite:
io non vi amo; non sono nemmeno vostro amico che da un’ora; quando vi
lascierò, non vi rivedrò forse mai più; ma dacchè mi trovo qui, farò
tutto ciò ch’è in mio potere per togliervi dalla orribile situazione in
cui vi trovate.
Elisa salì, e Massimo uscì per la porta-finestra del gabinetto. Un
giardino all’italiana, a disegni regolari, a forme simmetriche, si
stendeva davanti alla facciata della villa. Dietro, il terreno saliva
in molli ondulazioni a un parco a bosco, assai vasto, dove regnava
d’estate una frescura deliziosa. Massimo accese uno zigaro e fece
rapidamente il giro del giardino, poi voltando intorno alla casa,
s’internò nel bosco. Camminava assai presto, come per far moto,
calpestando le foglie morte che già coprivano il suolo, mentre i
rossi bagliori del tramonto si riflettevano nei viali, passando fra
i rami alti già per metà spogliati. A poco a poco rallentò il passo.
Rifletteva profondamente; certo chi l’avesse veduto in quell’istante
avrebbe indovinato ch’egli era assorto in un lungo monologo. Talvolta,
mordendo il suo zigaro, lasciava perfino sfuggire dalla sua bocca
qualche parola scucita. Ritornò alle macchie di fiori già scolorate
del giardino, e vi passeggiò ancora a lungo. La villa bianca e gaia,
con le sue verande ornate di arrampicanti, occupava tutto il fondo del
giardino, e sembrava bassa ad onta dei suoi due piani. Egli guardava,
meditando, i vetri cui i raggi del sole cadente facevano risplendere.
Dall’altra parte la vista dominava la pianura, che, tutta a colori,
s’allargava fino all’orizzonte imporporato. Passeggiò a lungo. Non ci
si vedeva più affatto ch’egli errava tuttora per i viali oscuri.
Quando rientrò, tutti erano tornati e stavano per mettersi a tavola. Si
erano divertiti ed erano allegri assai. La marchesa dichiarò che non
si sentiva punto stanca, e ch’era pronta, se volevano, a ricominciare
all’indomani. In quanto alla subita partenza della contessa Lassardi,
produsse un poco di stupore, ma non soverchio, sebbene il pittore
tentasse di far notare la coincidenza della partenza di lei con quella
di Giacomo. Tuttavia un telegramma che giunse dopo pranzo, annunziante
che Lassardi stava un poco meglio, ma che la sua malattia era però
d’una certa gravità, pose termine alle congetture.
Elisa sembrava esattamente la stessa delli altri giorni, ma non
parlava. Gorletti aveva trovato modo di sederle vicino. La presenza
dei suoi genitori sembrava pure renderla diversa. Il marchese
sorprese anche varie volte il signor Valenti che guardava sua figlia
di nascosto, assorto nel contemplarla con affetto. L’interesse
possente che Massimo prendeva sempre più al dramma celato che si
passava sotto a’ suoi occhi, non gl’impediva di conversare. Ma il
suo spirito diventava mordente, incisivo; fece pompa, con espressioni
seducenti e raffinate, di teorie eccessivamente ciniche, e si mostrò
amaro, pessimista, quasi brutale. La marchesa ne fu scontenta, ma
non lo lasciò vedere, sapendo per esperienza che, in codesti casi,
le osservazioni non facevano che incoraggiare il suo elegante nipote
a far peggio. Elisa, dopo l’inatteso dialogo successo tra di loro,
lo guardava, stupefatta, e chiedeva a sè stessa quali fossero i
veri sentimenti di quell’uomo. Finì col decidere che forse era stato
sincerissimo in ciò che le aveva detto qualche ora prima, e che lo era
ancora adesso. Un tale giudizio certo si avvicinava molto alla verità,
poichè la natura di Massimo era multiforme.
La serata non fu allegra. L’assenza della contessa Lassardi si faceva
sentire. Poi, un vago imbarazzo regnava nella sala. L’attitudine
di Gorletti rivelava sempre più le sue attitudini matrimoniali. Il
pittore, mancante spesso di tatto, si permise anzi una mezza allusione.
Elisa era così pallida che dovette pretestare una indisposizione,
il che porse il destro al dottore di far divergere le assiduità di
Gorletti. La madre d’Elisa stancava tutti col suo cicaleggio incoerente
e il suo buon umore fuori di posto, mentre il padre pareva ingolfato
nella lettura dei giornali. Sola la padrona di casa non usciva dalla
sua calma abituale, ma ella pure piegava talvolta la testa, in atto
pensieroso, sul suo eterno ricamo. Gorletti essendosi alzato per
un momento, Massimo attraversò bruscamente la sala e venne, senza
complimenti, a prendere il posto di lui a lato di Elisa. Non le rivolse
che di rado la parola, ma non si mosse più fino al momento in cui tutti
si alzarono. Si trovò ciò un poco strano, e Gorletti guardò Massimo a
più riprese; ma questi non ebbe l’aria di accorgersene.
Quando fu solo nella sua camera, Massimo fece i suoi piccoli
preparativi, come qualcuno che non ha voglia di andare a letto.
Accese tutte le candele dei candelabri, mise un costume da camera di
stoffa orientale, e coi piedi nelle pantofole, si stese in una gran
poltrona. Rimase un gran pezzo immobile; si sarebbe potuto scorgere,
dall’espressione seria, preoccupata della sua fisionomia, che dei
pensieri assai definiti gli si agitavano per il capo. Evidentemente
riprendeva e continuava il soliloquio del giardino.
Prese una scatola di sigari, ne scelse uno con molta cura, e lo accese.
Lesse alcune pagine d’un romanzo, scrisse due lettere, mise in ordine
alcuni oggetti, alcune carte sparse, poi si avvicinò allo specchio
e vi si guardò minuziosamente. Si ravviò la barba e i capelli con la
spazzola, a lungo, con molta cura secondo la sua abitudine, ma allo
stesso tempo in un modo così distratto e macchinale che non sembrava
avesse piena coscienza di ciò che faceva. Cadde in un’apparente
contemplazione interminabile di sè medesimo, ma di nuovo il pensiero si
agitava attivamente sotto la sua fronte.
Sopra un mobiletto c’era un ritratto che non lo lasciava mai. La
cornice era d’oro, d’un finissimo lavoro, sormontata da una corona
marchionale, ed il ritratto rimaneva di solito nascosto da due piccole
imposte chiudenti a chiave. Massimo lo apri e lo mirò lungamente.
Era l’imagine di una donna nella prima gioventù, seducente piuttosto
che bella, dall’aspetto dolce e un po’ malato, in grande toeletta,
con il collo circondato da sette fila di grosse perle; il suo sguardo
infantile e mesto allo stesso tempo, i suoi capelli bruni semplicemente
acconciati, avevano qualcosa d’indefinibile e di commovente. Vedendo
quella pittura di una straordinaria finitezza di tocco, e senza dubbio
opera di un abilissimo artista, contemplando l’espressione serena e
quasi inconsciente nella sua malinconia di quel giovane e pallido viso,
si sarebbe facilmente indovinato ch’era l’imagine di una persona morta.
Si spieghi come si può o si neghi un tale mistero, è però successo a
tutti, vedendo un ritratto sconosciuto di dire a sè stessi: Questa
persona non è più sulla terra. E si sentiva bene, guardando quella
dolce figura, quella testa di donna e di bambina ad un tempo, che
adesso quelle labbra dovevano essere scolorate, e quei grandi occhi
chiusi per sempre.
Quel ritratto, come una reliquia, seguiva Massimo dappertutto nel
cammino disordinato della sua vita. Contemplandolo, il suo volto
prendeva una espressione di tristezza e di amore che non gli si vedeva
mai. Chi era dunque quella donna?
Era una donna per la quale Massimo aveva risentito una profonda
affezione, e la di cui perdita era stata il solo dolore sacro della sua
vita; solo quando pensava a lei, quell’uomo forte e sdegnoso sentiva il
suo cuore farsi debole, e nel suo petto oppresso rinascere un rimpianto
eterno, quasi un rimorso. — Era sua sorella.
Mai non poteva egli dimenticare il gran dispiacere della sua infanzia,
la sua prima separazione dalla sua piccola sorella adorata, la costante
e gaia compagna di tutti i suoi giuochi, quando il tutore ebbe deciso
di metterla in collegio. Rivedendola, durante le vacanze, ogni anno la
trovava più alta, un po’ mutata, più gentile per tutti, e sempre gli
si attaccava al collo nello stesso modo. Aveva sei anni più di lui, e
mentr’egli non era ancora che un ragazzetto, lei diventò subitamente
una donna.
Un giorno il tutore era giunto al collegio, e gli aveva dato una grande
notizia: sua sorella stava per maritarsi. Sposava il marchese Ricaldi,
un bel giovane, ricco assai, capitano di cavalleria e ufficiale
d’ordinanza del re. Era un magnifico matrimonio. Massimo ne fu molto
stupito; gli pareva impossibile che la sua piccola Lina potesse
diventare una gran signora da un giorno all’altro; ma non se ne sentì
rallegrato.
Non assistette al matrimonio ch’ebbe luogo a Firenze, e non rivide sua
sorella che sei mesi dopo. Ella si appese al suo collo e lo abbracciò
con l’antico abbandono, ma con un affetto ancora più tenero, e fu assai
contenta di rivederlo. Fatta più alta e un poco smagrita, la trovò
più seducente che mai. Alle domande se fosse felice, rispose: “Sì,
e più ancora adesso che ti rivedo.„ In quanto a suo cognato, Massimo
vide in lui un bell’ufficiale e un perfetto gentiluomo, ma non seppe
difendersi da un certo sentimento di lieve ripulsione, che tentò invano
di combattere, davanti al viso un po’ duro, alle maniere cortesi e
compassate, alla conversazione precisa e pedante di lui.
Tre anni dopo, Massimo, nella gioia di aver lasciato il collegio per
sempre, rivide sua sorella; la trovò pensierosa e più seria. Rispose
alle sue domande dicendo, fra le altre cose, che disgraziatamente non
si è sempre fanciulli.
Massimo cominciò la sua vita di piaceri e di avventure. Ma in mezzo
a tutte le sue follie, precocemente maturo, il giovine freddo,
noncurante, non dimenticò mai la sua diletta sorella che gli era
sembrata meno felice di quanto ella diceva. Restò però assai lungamente
assente.
Quando, ritornato in congedo, prima di andare a Pietroburgo, salì le
scale del palazzo Ricaldi, si sentì commosso. Guardandola, mentre la
teneva abbracciata, trovò Lina assai cambiata; poi, discorrendo, si
accorse ch’era inquieta, nervosissima, preoccupata. Non rassomigliava
più affatto alla sua capricciosa compagna d’altre volte. Le prese
le mani, lo guardò a lungo nelli occhi e le rimproverò di non avere
maggiore confidenza in lui. Rispose che non aveva nulla e scoppiò a
piangere.
Il fatto è ch’era infelice assai, avendo sposato suo marito senza
conoscerlo, senza sapere cosa faceva. Nei primi tempi, egli la
spaventava e provava per lui una specie di allontanamento. Invano si
era sforzata di vincersi. Lui, d’altronde, non l’aveva certo aiutata
a ciò. Severo, minuzioso, altero e tirannico, la trattava come si
tratta un bambino, talvolta come una nemica, ed esigeva da lei una
sottomissione passiva, senza nulla far mai per ottenere il suo affetto,
mentre viveva, dal lato proprio, perfettamente a suo capriccio. Lei non
aveva un’amica; non andava in società, che ai grandi ricevimenti, dove
si annoiava molto.
Massimo fece allora delle rimostranze a suo cognato, e questo le
accettò quasi umilmente. “Ebbi torto in varie cose; me ne accorgo,
e ti ringrazio di parlarmi franco. Tutto anderà meglio, vedrai.„
Così gli disse. In quanto a Lina, era tanto contenta di rivedere suo
fratello, che la sua tristezza si dissipò fino al giorno in cui dovette
ripartire.
Massimo se ne andò in Russia, più tranquillo. Oh! se avesse potuto
prevedere come rivedrebbe la sua sorella adorata!
Fu solo due anni dopo. Massimo, del tutto libero, e continuando a
camminare noncurante attraverso i suoi successi, era a Parigi. Spesso,
in mezzo alla sua vita troppo riempita, pensava alla sorella. Nei
suoi rari momenti di solitudine, rivedeva il gabinetto giallo dove le
aveva detto addio; talvolta, nell’allegria rumorosa di una cena, la
cara imagine di lei sorgeva improvvisa dinanzi a’ suoi occhi. Tuttavia
era rassicurato sul suo conto. Mentre nel primi tempi dopo la loro
ultima separazione, Lina scriveva solo raramente poche righe sempre
improntate di mestizia, adesso invece riceveva da lei delle lunghe e
buone lettere affettuose, nelle quali diceva sempre che tutto andava
meglio, che suo marito era migliore per lei, e non la tormentava più.
Soltanto, di tempo in tempo, ella si lagnava un poco della salute.
Alla fine dell’estate, scrisse ch’era stata veramente ammalata; che
ora si sentiva di nuovo bene, e più forte — i bagni di mare, a Livorno,
avendole giovato assai.
Dopo queste lettere, Lina rimase a lungo senza scrivere. Finalmente
Massimo seppe dal cognato ch’essa era stata di nuovo male, ma che
ora si sentiva molto meglio. Ella stessa aggiungeva una parola,
assicurandolo che non si doveva inquietare.
Decise però di andarla a trovare. Ma non gli fu possibile di partire
tanto presto come avrebbe voluto. Sottili legami di ogni specie lo
trattenevano. La sua partenza fu ritardata di settimana in settimana,
di giorno in giorno. Una notte, rincasando, trovò un telegramma: “Lina
gravemente ammalata.„ Partì subito.
In ferrovia, sentì bene, nella sua angoscia, che passava delle ore
indimenticabili, ma le ore che trascorsero dal momento in cui entrò nel
palazzo Ricaldi, finchè ne uscì di nuovo per non rimettervi mai più i
piedi, gli restarono nella memoria come un orribile sogno fatto vero,
dal quale non gli fu più possibile di svegliarsi completamente.
La casa tutta intera era piena di quei sordi rumori, di quel viavai,
rapido e silenzioso, che annunciano la morte vicina. Vi si sentiva,
dalla vigilia, un lieve odore d’incenso. I servitori, in un’attitudine
di circostanza, con la faccia lunga, stavano immobili, oppure passavano
come ombre attraverso le sale, guardando tutto con occhio curioso.
Soffocati singhiozzi venivano da un angolo buio. Sembrava che la luce,
entrante dalle vaste finestre attraverso le ricche cortine, fosse
diversa dalli altri giorni, e si era ingenuamente sorpresi nel vedere
li oggetti al loro posto solito, inanimati come sempre, in mezzo al
fremito che sembrava turbasse l’aria.
Lina spirava. Massimo si precipitò nella camera, pallido come la
morente, tutto il sangue essendogli rifluito al cuore. Ella lo
guardò in faccia coi suoi grandi occhi aperti, senza vederlo. La
vecchia Sofia, che aveva avuto cura della loro infanzia ad entrambi,
in ginocchio sui talloni e accasciata per terra, piangeva in modo
straziante. Il medico — attempato e severo — stava in piedi dall’altra
parte del letto. Un uomo seduto in una poltrona si teneva la testa fra
le mani, in modo che non lo si poteva vedere. I lineamenti di Lina, pur
conservando la loro dolcezza, avevano già preso una rigidità terribile.
Il dottore la toccò, e fece un cenno del capo alli assistenti. Alcuni
istanti passarono. Erano tutti immobili come la morte. Di tanto in
tanto un singulto turbava il silenzio solenne.
Un momento dopo si udì un rumore di passi e di voci alte nella stanza
vicina. Istintivamente tutti si voltarono, e Massimo andò verso
l’uscio. Mentre varcava la soglia sentì, dietro a sè, a prendergli le
mani. Era il giovane di cui non aveva veduto il viso. Non lo conosceva.
Durante un secondo guardò, sorpreso, codesto sconosciuto che lo
guardava a sua volta dolorosamente. Ma scorgendo la profonda simpatia
dipinta sulla sua faccia tutta bagnata di lagrime, Massimo non chiese
nulla e strinse forte le mani che avevano stretto le sue. Le voci
s’incrociavano nella stanza vicina. Era Ricaldi, che, tutto tremante,
interrogava i servitori. Si era assentato, da due giorni, credendo a
un falso miglioramento nello stato dell’ammalata, ed era giunto in quel
momento. Massimo si avvicinò a lui, ma non potè parlare.
Il giovane era scomparso.
Perchè in quella notte insonne il ricordo della sua povera Lina gli
ritornava in mente in un modo così straziante? Tutto si ripresentava
alli occhi suoi in una chiara e dolorosa visione, e si rammentava dei
particolari quasi dimenticati. Si ricordò del suo soggiorno in campagna
in un’antica villa abbandonata, subito dopo i funerali, e di tutto
ciò che la vecchia Sofia gli aveva narrato. A sentirla lei, la povera
marchesa era sempre stata infelicissima; suo marito era cattivo con lei
e la maltrattava, e lei non respirava che quando era via. Il dottore,
nel quale Massimo aveva piena fiducia, non era del tutto del parere
della buona donna, e non ammetteva come lei che i dispiaceri della
marchesa avessero precipitato la sua fine.
“È morta disgraziatamente e semplicemente di etisia galoppante; aveva
una lieve tendenza alla consunzione e non si è curata in tempo; quando
mi hanno chiamato, era già troppo tardi. Non si muore tanto spesso come
si crede di malattie morali.„
Massimo si sforzò di credere alle parole del vecchio medico, eppure la
sua coscienza gli rimproverava molte cose. E perchè Lina, che, certo,
non aveva avuto un’esistenza calma, si era ostinata nelli ultimi tempi
a fargli credere l’opposto? E perchè l’aveva creduta, e perchè era
restato tanto tempo senza venire? Intravedeva una grande abnegazione,
una lotta interna, dei sentimenti nascosti e delle sofferenze segrete.
La sua perspicacità aiutava a farlo soffrire. — Indovinava un romanzo.
— Diceva bene a sè stesso che forse esagerava, e che, sopratutto, non
avrebbe forse potuto far nulla; ma tuttavia, al rimpianto straziante
di quel dolore del quale sentiva che non si sarebbe giammai consolato
completamente, si aggiunse un vago rimorso.
Finalmente Massimo si coricò e dormì d’un sonno non tranquillo come al
solito. Ma, nei suoi sogni, rivide ancora sua sorella, tanto amata e
tanto soave; gli sembrava udirla mormorare indistinte parole, volgendo
verso di lui il suo sguardo di donna e il suo sorriso infantile.