II.

Fu una notte orribile per Elisa; ogni pensiero era una sofferenza,

e cento imagini desolanti le sorgevano subitamente dinanzi — visioni

profetiche, terribili quanto la realtà. Poi si addormentò d’un sonno

pesante, pieno d’incubi, che furono solo interrotti dai primi raggi

del sole. Si svegliò bruscamente, e la verità, senza esagerazioni nè

paure nervose, le apparve in tutta la sua bruttezza. Sua madre doveva

giungere col treno di mezzogiorno, decisa a non più ammettere ritardi.

Bisognava decidersi nella giornata stessa, e la risposta _doveva_

essere affermativa. In mezzo a tutte le sue angoscie, essa si sentiva

ancora libera, a quell’ultimo istante; non lo sarebbe più alla sera. La

si costringerebbe ad accettare la corte ufficiale del signor Gorletti,

e fra un mese, fra quindici giorni forse.... A una tale idea, tutta

l’anima sua si ribellava. — Poi, di nuovo, l’orribile rassegnazione la

fiaccava. A poco a poco il circolo de’ suoi pensieri si allargò; essa

rivide la sua vita svolgersi davanti a lei; i ricordi indimenticabili,

le gioie perdute; poichè, sebbene giovane, aveva già un passato che non

potrebbe mai cancellare dalla sua memoria.

Rammentava indistintamente il formicolio dei passeggiatori e la lunga

fila di carrozze, alle Cascine, nelle calde giornate estive, mentre,

sotto la frescura degli alberi, guardava pigramente uno spettacolo

tanto splendido che ne rimaneva a momenti abbagliata, dal viale

polveroso fino all’orizzonte sfolgorante nella pompa del sole cadente

— ella si rivedeva seduta in una grande carrozza verde, nella quale

talvolta non si riusciva a farla star cheta, bimba capricciosa com’era,

annoiata dalla lentezza del cammino, e dove talora invece taceva e

restava immobile, resa meditabonda dalla precoce ammirazione delle

bellezze del paesaggio. Al giovedì, veniva anche il piccolo Giulio

Bardi, il compagno fedele de’ suoi giuochi, al quale voleva tanto bene,

ma che si stupiva sempre di vedere così serio, ne’ suoi abiti troppo

stretti da collegiale, ad onta della gioia d’un giorno “d’uscita„ — e

del quale si sforzava di non osservare troppo le povere scarpe ch’egli

nascondeva sempre.

Rammentava un vasto e ricco quartiere, e le ricche acconciature di sua

madre, che vedeva sovente alla sera, pronta per andare ad un ballo,

tutta gioiata, mentre si abbottonava i guanti davanti allo specchio al

quale gettava un ultimo sguardo; avea la vecchia Annunciata diritta

dietro a lei, che le presentava un mantello tutto a ricami. E se sua

madre la intimidiva sempre un poco, l’agghiacciava in quei momenti

sopratutto. In quanto a suo padre, passavano settimane intere senza

ch’ella lo vedesse; poi, una bella mattina, entrava bruscamente nella

sua camera, l’abbracciava ridendo, le dava dei dolci o qualche piccolo

regalo, e se ne andava.

Poi la scena mutava. Era il principio della rovina. Essa non

dimenticherebbe giammai le angoscie indovinate, le sventure intraviste,

le lotte, le dispute, le miserie alle quali aveva assistito senza

comprenderle del tutto — e le sue prime malinconie, attraversate da

risvegli di gioie infantili.

I suoi si decisero allora a partire, e viaggiarono lungamente. Dopo

un soggiorno di alcune settimane a Cannes, dove si era molto annoiata,

tra sua madre taciturna e triste, suo padre che fumava tutto il giorno,

passeggiando sulla spiaggia, andarono a Parigi. Là, intimidita dapprima

dal tumulto della grande città, quasi per poco rimpianse la sua

cameretta, dove soffocava, ma la cui finestra s’apriva sul vasto mare,

azzureggiante sotto il sole. A poco a poco s’interessò allo spettacolo

continuo svolgentesi sotto ai suoi occhi. Amava fare dei lunghi

passeggi con l’Annunciata; specialmente quando, stanche, prendevano

l’omnibus per tornare a casa. Quanto le sembravano allora già lontani i

bei giorni di Firenze! Passava quasi tutte le giornale con la vecchia

domestica, e la sera con sua madre, che usciva di rado, e finiva ad

addormentarsi, con un romanzo in mano. Suo padre le aveva lasciate per

andare a Londra, dove, da quello ch’ella potè capire, sperava potere

rifare una fortuna in una grande speculazione. Poco dopo egli vi si

fissò ed esse lo raggiunsero. Elisa ebbe appena il tempo di vincere

la prima impressione di tristezza, ma ripensò lungamente, dopo che fu

ripartita, alle praterie d’un verde chiaro dei parchi pubblici sotto

un cielo quasi incoloro dove brillava un sole rosso, a quelle lunghe

sfilate d’erba tenera e verdissima che non si ritrova altrove.

Gli affari tentati dal padre non riuscirono, e ritornarono a Parigi.

Poi, attraversando la Germania, rientrarono in Italia, e, sempre

costretti a vivere modestamente assai, andarono a stabilirsi in

campagna, in Piemonte dapprima, poi, definitivamente, al lago di Como.

Sua sorella, lasciata in collegio a Firenze, perchè troppo bambina

per viaggiare, li venne allora a raggiungere. Elisa, che l’amava

moltissimo, ridiventò allegra giuocando con lei. Pure, all’età in

cui le altre sono ancora bimbe, Elisa talvolta non lo era già più; e,

durante le belle sere di quel primo estate passate in riva al lago,

essa rimaneva a lungo appoggiata al davanzale della sua finestra,

ripensando a tutto quanto aveva veduto, riflettendo già a ciò che

sapeva della vita, e a ciò che tentava d’indovinare, volgendo nella

sua mente quei primi pensieri vaghi ed inquietanti, che, se potessero

esprimersi, formerebbero un poema sublime. Ma l’incanto di quelle

malinconie si dissipò bentosto, poichè fu visitata dal vero dolore,

che venne ad aiutare il rapido svolgimento dell’esser suo, aggiungendo

le orribili sofferenze di un primo lutto a quanto avevano già compito

la solitudine, la passione della lettura ed il raccoglimento. Un

mese soltanto dopo ch’erano state riunite, sua sorella, quella bimba

dalla testa bionda, possedente già l’adorabile bellezza degli esseri

privilegiati che devono solo conoscere l’alba della vita terrena, si

ammalò e lentamente morì, dopo una lunga lotta. — Quando Elisa potè

alfine ritrovare un po’ di calma, credette sentire che già nel suo

petto batteva un cuore di donna. Le sembrava che il dolore, venuto

in tal modo a prenderla per mano fino dai primi passi, dovesse ora

accompagnarla fino in fondo. La vita le appariva come una lunga e dura

prova, e, al tempo stesso, si sentì forte per combattere. Ma si trovò

ben sola.

Certo ella sentiva, nel forte slancio della sua gioventù appena

incominciata, anche quasi dei presentimenti di felicità, ma dinanzi al

suo sguardo teso, le lontananze apparivano melanconicamente velate.

Si desolava sopratutto di non amare i suoi genitori quanto avrebbe

voluto. L’affetto per suo padre era in lei vivissimo, senza dubbio;

ma egli si assentava troppo spesso, sembrava sempre preoccupato, ed

era di pessimo umore quando veniva a casa; lui che tutti, in società,

dicevano tanto divertente! E non poteva sentire per sua madre quella

confidenza soave e illimitata che le sarebbe sembrata naturale —

sebbene facesse ogni sforzo per amarla. Bisogna pur dirlo, l’attitudine

della signora Valenti dava ragione a sua figlia. Sempre occupata di

sè, inasprita contro tutti, non potendo mai rassegnarsi al cambiamento

successo, essa non sapeva cercare nella sua creatura, unica oramai,

quella consolazione di tutto, che avrebbe dovuto trovare in lei, e si

accontentava di far finta di dirigerne gli studi. Elisa ne soffriva

internamente, in silenzio, sforzandosi di sorridere e d’essere gentile,

e imparando in tal modo — all’età della imprevidenza — a nascondere le

sue pene e i suoi intimi pensieri.

La modesta casetta dove si erano ritirati, era situata sulla riva

destra del lago di Como, come sospesa a metà della salita sul versante

un po’ ripido della montagna — piccola, e tutta dipinta d’un orribile

color lilla scuro con delle persiane giallastre. Un giardinetto,

pieno di rose, sul davanti; a destra un orto, la strada a gradinata

sulla sinistra; e dietro la montagna che potevasi quasi toccare dalle

finestre posteriori del primo piano. Dal balcone sul davanti, al

contrario, si godeva di una veduta spaziosa, che cambiava continuamente

secondo le più lievi variazioni del cielo. Nelle belle giornate, lo

sguardo riposava sul lago tutto azzurro e sulla riva opposta, sparsa di

bianche ville, avente per sfondo le alte forme brune delle montagne;

a sinistra il lago si rinserrava, svoltando; mentre dall’altra parte

sembrava distendersi in una espansione infinita delle sue bellezze.

Abbandonando la casa, camminando a destra, l’occhio era subito attratto

in basso dal candore della Pliniana, contrastante con la sua corona di

verde cupo, ed esalante, dal delizioso abisso che si prolunga dietro la

villa, come il profumo d’una frescura ignota altrove — quasi divina.

Gorletti veniva allora spesso a trovarli, e impegnava lunghe

conversazioni ora con Valenti, ora con la signora. Si avevano per lui

i maggiori riguardi e sovente, ad onta di tutto, egli se ne andava con

un’aria malcontenta.

Una volta Elisa lo sentì che si arrabbiava e sgridava suo padre, e quel

giorno, con grande sorpresa di lei, gli si mostrò una cortesia ancora

maggiore del solito, e, quando partì, lo si pregò con insistenza di

ritornare.

Da quell’istante, ella cominciò a detestarlo davvero. Sua madre,

invece, non cessava dal cantare le lodi del signor Gorletti in tutti

i toni. Finì col dichiarare a sua figlia che quell’uomo avedutissimo,

d’un gran sapere e di buon consiglio, era il loro migliore amico; e

che, dal momento ch’egli si sagrificava per loro al punto di aiutarli

nel loro affari, bisognava manifestargli vivissima riconoscenza, e

confidare in lui completamente.

La loro posizione, infatti, migliorava un poco. Non già che potessero

sperare di rifare la fortuna perduta; ma si era almeno giunti

ad arrestarsi sul pendio di una rovina che li avrebbe condotti

irrevocabilmente alla miseria — ed ora potevano guardare un po’ più

pacatamente l’avvenire e vivere anzi un po’ meno male, con un benessere

relativo. Con quali mezzi Gorletti aveva potuto compiere un simile

miracolo? Ciò restava un mistero.

La signora Valenti, cui non piaceva il soggiorno del lago e ch’era

sempre triste quando rimaneva sola, cominciava intanto a trovare

qualche vantaggio nelle società delle famiglie del vicinato, e andava

spesso a far visite, combinando le cose in modo di non dover poi

ricevere, non amando di mostrare in qual modo fossero alloggiati.

Erano dei milanesi che passavano là quasi tutto l’anno, per gusto o

per economia; dei forestieri pressochè stabiliti, o venuti solo per un

breve soggiorno, ma coi quali si faceva presto conoscenza — talvolta

della gente un poco spostata e dei quali si susurravano ogni specie di

storie, più o meno false. Ma la signora Valenti non era mai stata molto

meticolosa in codeste cose, o lo diventava ancora meno; bastava che vi

fosse un’apparenza di eleganza perchè non si curasse troppo del resto.

Essa aveva conosciuto molta gente durante il soggiorno all’estero, e

ad ogni momento ritrovava delle persone che aveva già incontrate, e di

tutte diceva senza distinzione “sono vecchi amici„.

Intanto Elisa cresceva in libertà e si sviluppava moralmente e

fisicamente, senza che si pensasse molto ad aiutare la natura. Sua

madre, talvolta, le dava dei consigli sul modo di vestirsi, e non

s’incaricava più della sua educazione, come aveva avuto la pretesa di

farlo per lo addietro, giudicandola terminata. “Appena potrà abitare

una città, si _formerà_ ben presto; tutto quanto è stato possibile

nelle attuali circostanze, è stato fatto„, soleva dire. In realtà

l’istruzione della fanciulla era stata assai negletta, e sarebbe

rimasta quasi ignorante se l’amore alla lettura ed il suo innato

desiderio di sapere, non avesse meravigliosamente supplito alla

negligenza dei suoi.

La si lasciava libera, disapprovando però ad ogni momento ciò che

chiamavano le sue manie. Così, per esempio, rimaneva talora delle

giornate intere nella sua camera a leggere, mentre il tempo era

splendido e tutti correvano fuori. Poi, non appena il vento pieghettava

la superficie del lago e i grossi nuvoloni neri si ammonticchiavano

in cielo, se ne andava a passeggiar interminabilmente, finiva per

perdersi sui versanti boscosi delle colline, si spingeva a scoprire

luoghi sconosciuti per i piccoli sentieri nascosti tra i rovi — per

poi ritornare a casa, dopo varie ore di assenza, con la veste lacera,

e spesso tutta bagnata dalla pioggia dirotta. Allora la sgridavano

— il che non impediva che ricominciasse da capo. Sovente portava

seco una valigietta, quasi partisse per un breve viaggio, e restava

a leggere o a sognare con gli occhi aperti, accoccolata in qualche

strano cantuccio, all’ombra di un albero, da dove si dominava il lago.

Ogni giorno diventava più selvaggia, e rifiutava di accompagnare la

madre nelle sue visite; non era però esente di una certa civetteria,

e già imparava a vestirsi, benchè assai semplicemente e in un modo

un po’ diverso dal convenzionale. Finì col conoscere tutte le strade,

tutti i sentieri, tutti gli angoli e a famigliarizzarsi sempre più con

l’incantevole spettacolo che la circondava, e del quale non poteva

stancarsi, poichè era più variato de’ suoi pensieri di fanciulla, e

sembrava volesse compiacerla, accordandosi tanto bene con i sogni della

sua imaginazione.

Alla fine dell’estate, le ville o gli alberghi si popolarono. Da tutte

le parti giungeva gente. La stagione elegante incominciava; si parlava

di feste, di principi sovrani attesi con numeroso seguito, di regate,

d’illuminazioni. La signora Valenti trovava il soggiorno del lago meno

disaggradevole. Gorletti raccomandava l’economia. Elisa temeva che

la sua solitudine non ne avesse ad esser turbata. Dovette, infatti,

cambiare un poco le sue abitudini, moderare la sua passione di libertà,

ed accompagnare sua madre a qualche ritrovo dov’era stata invitata.

Si fecero delle escursioni sul lago. Una volta, per esempio, andarono

a Como ad incontrare alcuni “amici„ che arrivavano direttamente

da Venezia, per prendere a Colico la strada della Svizzera. Era

un’occasione per vedere tutto il lago.

Partirono all’alba; la _breva_ aveva soffiato nella notte, ma sul

far del giorno, sotto il cielo ridiventato tutto limpido, il lago

era perfettamente calmo. Faceva un calore aggradevole; dal ponte del

battello a vapore si scorgevano le due rive con la loro cupa verzura

dove biancheggiavano le ville e, innalzandosi dolcemente al di sopra,

le montagne dalle cime incoronate di sole. Grosse barche attraversavano

il lago, senza fretta, da una sponda all’altra. Vicinissimo al

battello, entro piccoli canotti di forma molto allungata, alcuni

giovanotti e ragazze remavano allegramente, ridendo della lieve

tempesta sollevata dalle ruote, e guardavano i passeggieri. A sinistra,

dove la riva è talvolta quasi a picco, qualche casa sembrava sorgere

dall’acqua; mentre a destra si vedevano correre delle carrozze sulla

strada, dalla quale s’innalzavano dei grandi alberi di tanto in tanto.

Davanti, in faccia, il lago si allargava, e lo sguardo si perdeva entro

una nebbia luminosa; all’indietro scompariva lentamente la piccola

città di Como, col suo porto in miniatura, la sua piazza ingombra di

gente, e la cupola della sua cattedrale. V’era folla sul ponte del

battello, quel giorno: uomini d’affari, forestieri, villeggianti. Elisa

godeva internamente del raggiante spettacolo svolgentesi dinanzi a

lei, ma parlava poco, e spesso il suo sguardo si faceva triste. Ella

soltanto rispondeva macchinalmente alle domande che le venivano rivolte

e che interrompevano la sua estasi tranquilla. Certi passeggieri la

interessavano; osservò una donna di una bellezza affatto speciale,

dalla figura giovanissima e dai capelli già bianchi, accompagnata da

un vecchio signore dall’aspetto militare, suo padre probabilmente; poi

un giovane, metà coricato sulla panchina, e che, malgrado il caldo,

era avviluppato in un _plaid_ fino agli occhi — due grandi occhi

neri che talvolta la guardavano fisso. La signora Valenti era gaia

e discorreva con tutti, tra gli altri anche col marchese d’Astorre,

che si trovava lì in compagnia di una famiglia inglese. Essa era

orgogliosa di mostrarsi intima con un uomo così elegante ed altolocato.

Egli indirizzò anche qualche volta la parola ad Elisa, e benchè lei

non avesse simpatia per lui, riuscì a attirare la sua attenzione

con le idee paradossali che sosteneva languidamente. Tutte le volte

che per caso avevano incontrato d’Astorre, la signora Valenti aveva

rimproverato a sua figlia di non esser stata abbastanza gentile.

Si passò davanti al falso castello dipinto color mattone, circondato

dai magnifici alberi della Villa d’Este, ed Elisa, voltandosi verso la

sponda di destra, cercò la loro casa. E vedendola, piccolissima, come

un balocco da gigante dimenticato tra il verde, sentì che già l’amava

con tutto il cuore, quel modesto rifugio tanto odiato da sua madre.

Poi il lago s’allargò. Le rive erano meno abitate; solo si scorgeva

qualche umile villaggio, e talora una timida casetta. Ai luoghi dove

il battello non approdava, alcune barche piene di gente si fermavano un

istante per prendere i nuovi arrivati.

V’erano mille cose da osservare sulla sponda più vicina. Si comprendeva

al modo con cui certi vecchi erano appoggiati a un parapetto di pietra,

che quella era la loro sola e quotidiana distrazione da moltissimi

anni. Alcuni preti, corpulenti, col tricorno inclinato per ripararsi

dal sole, e con un ombrello rosso in mano, saltavano pesantemente dal

vapore nella barca, indirizzando con famigliarità la parola a qualche

donna del popolo già seduta, con un fagotto tra le mani, un fazzoletto

a fiori in testa, e che rispondeva con un largo sorriso. Sotto un

pergolato, nel giardinetto di un’osteria, dei borghesi “in barracca„

sedevano a un tavolino, e quasi s’indovinava l’espressione delle loro

grosse faccie, rosse per il caldo e per lo sforzo fatto nel volersi

divertire.

A poco a poco la scena mutava carattere. Le montagne s’innalzavano

più maestose, in una nudità bruna. Il lago si rinserrava da una parte;

un promontorio formava una larga sinuosità, e al di là, in un piccolo

golfo riparato dal vento, le case sembravano cuocere sotto il sole.

Elisa osservò una darsena circondata da un muro di pietra, terminata da

una statua di vescovo annerita dal tempo e dalle vegetazioni parassite,

che, con le dita in alto, sembrava benedire i passanti; alzando gli

occhi li tenne a lungo rivolti allo svelto portico che sorge alla cima

della collinetta sopra il promontorio, sopra la Villa Arconati, ed i

cui tre archi eleganti, pieni di cielo azzurro, si disegnano nettamente

nello spazio, e nelle giornate chiare acquistano una bianchezza

splendente nella limpidezza dell’aria.

La sponda diventava aristocratica: non si vedevano che giardini

dal verde cupo, e dalla sabbia fina, che cancelli pesanti a blasoni

dorati. Un albergo, nuovissimo, con il suo lusso banale, appariva ad un

tratto mentre si stava ancora ammirando un’antica villa all’italiana,

abbandonata a metà, dove la natura aveva quasi ripreso possesso,

e invadeva liberamente i pergolati architettonici, mettendo così

in rilievo l’antitesi tra l’opulenza d’una volta e la prodigalità

moderna. Talvolta passavano dei canotti, ornati a poppa da una bandiera

stemmata, dove due barcaiuoli vestiti alla marinara, remavano con

gusto. Seguendo con lo sguardo quelle barche che filavano rapide, si

poteva imaginare tutta la vita delle persone che le occupavano. Spesso

una finestra apertasi d’improvviso, una carrozza che si fermava ad

una porta, un interno vagamente intraveduto, mostravano a Elisa del

frammenti d’esistenze ch’essa, nella sua giovane mente, ricostituiva

per intero.

A Cadenabbia, d’Astorre discese. V’era molta gente allo sbarco e

dinanzi al grande albergo. Alcuni forestieri prendevano il tè, seduti

davanti a un tavolino rustico. Una testa di fanciulla, bella come un

ritratto di Laurence, apparve ad un balcone. La gente si urtava. Dal

battello alla sponda era uno scambio di vociferazioni e d’ingiurie;

dei pacchi erano buttati a rischio di farli cadere nell’acqua. I

facchini, curvi sotto al peso dei bauli, bestemmiavano spingendosi.

Mentre due signori si chiedevano scusa d’essersi leggermente urtati, un

contadino li scostava con una gomitata, e passava oltre. Il segretario

dell’albergo stava diritto nella sua tenuta corretta, e sorrideva ai

forestieri.

Non si toccò Bellagio. Il paese prendeva ad ogni istante un aspetto

più severo, e senza la caldura soffocante, si avrebbe potuto credersi

in Svizzera. Il sole ardeva, ma si sentiva che certi soffii di brezza

giungevano direttamente dalle Alpi. Il lago, sempre più largo, si

biforcava allungandosi da una parte fino a Lecco, incassato fra le alte

montagne aride che s’era stupiti di vedere disegnarsi sopra un cielo

tutto azzurro. I passaggieri poterono soltanto gettare un lungo sguardo

da quel lato, giacchè il battello continuò diritto il suo cammino.

Durante la tarda colazione a Colico, Elisa parlò un poco, ma al

ritorno, sul ponte quasi deserto e silenzioso, al momento in cui sua

madre non cessava dall’esprimere quanto le doleva di aver lasciato

i suoi “amici„ e quanto le sarebbe piaciuto di continuare il viaggio

con loro, essa ricominciò a sognare, mentre l’ombra saliva e invadeva

lentamente le altezze. Invano suo padre tentò di scherzare. I suoi

pensieri la tenevano lontana da quanto la circondava, e faceva uno

sforzo per ricapitolare le impressioni di codesta giornata, che,

nella monotonia della sua esistenza, ella non potrebbe facilmente

dimenticare. Nulla le era accaduto; ma le sue idee avevano potuto

prendere un nuovo indirizzo, e, all’epoca della vita in cui si trovava,

i pensieri sembrano cose reali e hanno la importanza degli avvenimenti.

Settembre incominciava, ma, in quell’anno, il caldo sembrava più

pesante che in luglio. Elisa ne soffriva; diventava pigra, non faceva

più le sue lunghe passeggiate e stava per delle ore seduta all’ombra,

sull’erba, con gli occhi semichiusi, contemplando. Era quella che si

chiama “la bella stagione„, ma lei non l’amava, ed avrebbe preferito

lo spavento d’una tempesta all’afa di quelle giornate tutte uguali,

allorchè nella luce cruda, le tinte si confondono, e che sotto un

cielo di una serenità snervante, il paesaggio appare tutto confuso in

un pulvischio luminoso. Da un pezzo ella pensava che l’estate stava

per finire, ma l’estate perdurava e prolungava le sue insopportabili

giornate canicolari.

Essa piegava sotto il peso della solitudine. Le sembrava d’essere

sola al mondo, e di dovervi rimanere sempre sola; tutti quelli che la

circondavano erano per lei stranieri. E questo sentimento diventava

sempre più forte; più le rive del lago si popolavano, più sua madre

parlava ad ogni istante di nuovi venuti, e più si vedevano i battelli

a vapore zeppi di gente passare fieramente, come accasciati dal caldo,

sopra l’azzurro metallico dell’acqua, scuotendo il loro nero pennacchio

di fumo nell’aria torrida.

Era ancora quasi impossibile di uscire in pieno giorno, e le ville ben

chiuse, con le persiane chiuse e le tende abbassate, pareva facessero

la siesta. Quelle che bagnavano nell’acqua sembravano più felici.

Il marmo — codesto simbolo della freddezza — s’infiammava al sole.

L’asfalto dei terrazzi si copriva di fessure sotto i raggi possenti.

I mattoni e le tegole parevano cuocere di nuovo. I fiori troppo

largamente aperti piegavano il loro fragile capo ed avvizzivano ad un

tratto. I piccoli viali del giardino erano sparsi di foglie di rosa,

sparpagliate dal soffio ostinato dell’estate; vanamente nella frescura

relativa delle prime ore, Elisa rialzava gli arbusti cadenti, poichè

sempre il meriggio li rigettava quasi a terra.

I contadini imploravano la pioggia. Venne alfine. I temporali

scoppiarono, l’uno subito dopo l’altro. Brevi acquazzoni torrenziali

rigarono con le loro mille freccie bigie il cielo oscurato. — Quelli

che avevano combinato qualche gita per l’indomani erano desolati. —

Ma Elisa, contenta, contemplava il magnifico cambiamento di scena,

attraverso le persiane socchiuse. Poi, dopo quelle prime ardite

battaglie, il cattivo tempo si stabilì, vincitore. Durante molti giorni

una fine pioggia cadde incessante. Nei cieli svariati e talvolta

stranissimi, grossi nuvoloni viaggiavano lenti, mutando forme e

tinte, lasciando per caso scorgere qualche breve lembo d’azzurro, poi

mescolandosi d’un tratto e stendendosi come un grande lenzuolo plumbeo.

Tutto riviveva sotto la pioggia benefica — e l’estate, che aveva

resistito tanto a lungo, bruscamente cessava.

Eppure alcune settimane trascorsero ancora prima ch’Elisa sentisse

tutto l’incanto segreto e penetrante dell’autunno. Se ne accorse

quasi all’improvviso. Negli stessi giorni, verso la fine di ottobre, i

forestieri fuggirono intimiditi dai primi freddi; le foglie ingiallite

coprirono il suolo nei giardini deserti delle ville — e là, nei posti

dove tanti allegri cicaleggi erano stati accompagnati dal canto degli

uccelli, il silenzio regnò subitamente sotto gli alberi nudi. Come

sempre, sembrava che gli scoppii di riso che erano svaniti per l’aria,

aumentassero la tristezza delle case chiuse.

Ma le giovinette pensose che solo conoscono le sofferenze sane, e

nelle loro aspirazioni alle gioie pure non hanno altri presentimenti

che quelli dell’ignoto dolore, adorano la malinconia delle cose. Elisa

si sentiva riprender possesso del paesaggio, ora che tutti quegli

importuni se n’erano andati. Come prima essa di nuovo confidava al

_suo_ lago tutto quanto non sapeva esprimere, e le pareva che i suoi

più segreti pensieri fossero compresi da quell’ammirevole natura.

Una mattina, in una di quelle dolci e inquietanti giornate autunnali

in cui si vorrebbe poter camminar sempre, come nei racconti di fate,

alla scoperta di paesi sconosciuti, Elisa, spinta dal rinnovato

fascino d’una delle sue passeggiate abituali, si era lasciata

andare un po’ troppo lontano, e si perdette. Il suo vestito di panno

marrone, artisticamente rialzato sui suoi graziosi stivaletti, il suo

cappello di feltro a tese rialzate messo da una parte sopra i suoi bei

capelli, il suo giovane viso un po’ rosso per la crudezza dell’aria,

ella camminava speditamente, e guardava lontano dinanzi a sè, come

cercando l’orizzonte, mentre il suo pensiero si perdeva ben più lungi

ancora. Accorgendosi ad un tratto che non sapeva più dove si trovasse,

s’arrestò. Poi, riflettendo, tornò indietro, ma varii piccoli sentieri

profondi e una strada si offrivano a lei. Indecisa, si avventurò sulla

via più larga, a caso, rallentando il suo cammino nella speranza di

scorgere qualcuno a cui chiedere una indicazione. Finalmente, vide a

breve distanza un uomo che le voltava la schiena, e che, con la testa

bassa, pareva cercasse qualcosa per terra. Lo credette un contadino, e

lo chiamò. Vivacemente egli si voltò e le corse incontro; ma, quando

le fu vicino, ella dovette arrossire un poco e fu con una voce assai

timida che gli fece la sua domanda.

Egli non era un contadino, sebbene fosse vestito come potrebbe essere

il figlio d’un fittabile. Il suo costume un po’ grossolano contrastava

con un bel viso regolarissimo e bianco sotto l’imbronzatura del sole,

coi fini capelli castani, con gli occhi di un azzurro cupo e con una

speciale eleganza nell’andatura. Egli sollevò il suo cappello sformato

dalle pioggie, e, un poco turbato a sua volta, le chiese il permesso di

rimetterla sulla strada giusta.

Scambiarono qualche parola, imbarazzati, poi camminarono in silenzio.

Elisa si accomodò alla situazione un po’ difficile. L’italiano

purissimo ed il modo corretto ed anche alquanto ricercato d’esprimersi

del giovane, la stupirono e non giungeva ad indovinare chi fosse. Lo

guardava attentamente, alla sfuggita, quasi suo malgrado. Era chiaro

ch’egli conosceva i dintorni, ed il caso solo aveva vietato che non si

fossero già incontrati più volte; egli poi sembrava conoscerla pure,

lei e la sua famiglia.

— La lascierò quando scorgeremo la sua casa, — le aveva detto.

Certo doveva aver ricevuta una educazione superiore, ma sembrava

povero. Mentre lei si rassicurava, ed arrischiava qualche frase,

lui sembrava diventare più riserbato. Sulle prime l’aveva guardata,

timido, come stesse per parlare, ma non vi si sapesse decidere; poi

non aveva più osato rivolgerle lo sguardo. Una volta le stese la

mano per aiutarla in un passo difficile; ma poi quando il sentiero,

rovinato dalla pioggia, divenne decisamente cattivo, non lo fece più.

Bruscamente, dopo un lungo silenzio, disse:

— Dev’essere stanca, signorina. Non si vorrebbe riposare un momento?

Non siamo che a metà strada.

Ella si fermò e sedette sopra un grosso tronco d’albero ch’egli

aveva ripulito; lui restò in piedi dinanzi a lei. Entrambi allora si

sentirono imbarazzati assai. Il vento stormiva tra le ultime foglie.

Non potevano vietarsi di ascoltare quel rumore. — Un pittore che li

avesse veduti in quel momento avrebbe trovato un quadro bell’e fatto,

tanto era seducente il contrasto fra essi ed il paesaggio circondante,

tanto la freschezza della loro gioventù splendeva sul fondo imbrunito

della natura.

Allora Elisa, felice un minuto prima, si sentì inquieta; ebbe quasi

paura, ed il solo presentimento ch’egli stava per dire qualche cosa, la

fece arrossire.

Ma impallidì quando finalmente egli susurrò turbato:

— Lei non mi riconosce dunque, signora Elisa? Io l’ho riconosciuta

subito, sul battello, quest’estate. Ero in un angolo, tutto avvolto

nelle coperte, poichè uscivo appena di malattia. E, siccome lei mi

guardava, ho sperato per un istante, ed ho quasi avuto paura allo

stesso tempo. Sono diventato orso del tutto, e sua madre mi ha sempre

intimidito. Ma ecco ciò che desideravo: incontrarla sola.

Elisa si alzò, quasi spaventata, e fece una mossa per partire.

Egli sorrise.

— Davvero, — disse, — lei vuol fuggire? Sono dunque ben mutato?

Una inflessione della voce la scosse. Lo guardò con attenzione,

stupitissima.

— Lui, — esclamò quasi involontariamente.

— Come s’è fatta bella, ed alta!

— Giulio Bardi! — disse lei.

Era lui, infatti, il suo antico compagno, il meschino collegiale

di Firenze, diventato un bel giovane. Ella gli stese la mano con un

sorriso stupito, e lui la strinse amichevolmente.

Poi ripigliarono il loro cammino. Ambedue avrebbero voluto parlare e

non trovavano nulla da dirsi; pensavano che sarebbe stato naturale di

discorrere, e che dovevano avere molte cose da raccontarsi, e tacevano.

Elisa sentiva mille pensieri sorgerle nella testa, e guardava talora

il suo compagno, il di cui inatteso incontro le ridava dei ricordi

d’infanzia, ma c’era adesso un imbarazzo tra di loro.

Intanto lei si perdeva in congetture. In che modo era lì? Dove

dimorava? Com’era che non si fossero già incontrati?

Finalmente lui pigliò coraggio, e in un modo un poco contorto,

rispettoso e famigliare ad un tempo, le narrò in qual modo avesse

perduto i suoi genitori, e fosse rimasto solo e povero. Per fortuna suo

padre gli aveva dato una educazione utile, e lo aveva posto in grado

di trarsi d’impaccio. Abbandonato giovanissimo alla propria attività,

aveva acquistato una certa maturità precoce, la quale, visibile sul

suo volto, gli dava una seduzione di più, contrastando con la sua

giovinezza. — Elisa, guardandolo, osservava quanto fosse mutato, ma

ritrovava anche le traccie degli antichi lineamenti, mezzo cancellate

dalla sua memoria. Una piega del labbro, un’occhiata, un gesto,

bastavano ad evocare innanzi a lei una scena della loro fanciullezza,

ed, a momenti, egli le pareva talmente lo stesso, sebbene assai più

alto e bello, che si stupiva di non averlo riconosciuto subito.

Egli le raccontò la sua vita, li ultimi anni di suo padre che lei

rammentava benissimo, l’uscita dal collegio dove aveva tanto sofferto,

i suoi rapidi studi alla università di Pisa, che aveva lasciato da poco

con una laurea d’ingegnere.

Adesso era impiegato in una fabbrica situata a un paio di chilometri

di distanza, appartenente a un suo cugino, il di cui padre aveva fatto

fortuna nelle Indie dove possedeva diversi stabilimenti commerciali.

Egli ora studiava praticamente le macchine, intanto che gli si cercava

uno stabile impiego conveniente, poichè doveva lavorar molto e seguire

seriamente la carriera prescelta. Occupatissimo di mattina e di sera,

era talvolta libero nel pomeriggio, e faceva allora lunghe passeggiate.

Già più volte aveva sperato incontrarla.

— E perchè non è venuto a casa, semplicemente?

— Non so. Non oso. Non vorrei....

— Ma ora verrà?

— No, preferirei non venire, almeno per adesso. Più tardi forse....

— Eppure bisognerà bene che si decida a venire, se mi vorrà vedere.

— Sì, ma....

Non finì, ma lei indovinò, poichè lo interruppe per fargli notare

alcune barche che filavano velocissime sull’acqua.

Mentre Elisa mostrava a Giulio la propria casa, videro varie persone

che si avvicinavano, appena celate da un gruppo di piante. Elisa udì

la voce di suo padre e quella di Gorletti, e voltandosi vivamente verso

il giovane gli disse “Addio!„ Lui capì, le strinse la mano rispondendo:

“Arrivederci„, e s’allontanò prestissimo.

Ella rincasò un poco turbata. Era contenta assai di aver ritrovato

il suo antico amico, e si sentì allegra, ad onta delle piccole

punzecchiature di sua madre e della presenza di Gorletti a pranzo. A un

certo momento, fu sul punto di parlare dell’incontro fatto, e non potè

decidervisi; provava una invincibile ripugnanza a farlo, anche perchè

non vi era autorizzata da Giulio.

All’indomani ella uscì abbastanza tardi, e se ne andò per una strada

che non prendeva d’abitudine. Alla prima voltata, incontrò Giulio. Essi

affettarono una completa naturalezza, si misero a camminare insieme

senza dare importanza veruna al loro incontro, e più volevano parere

a loro bell’agio, più si sentivano internamente imbarazzati. Per lei,

codesto giovane, che non aveva subito riconosciuto il giorno prima, era

ad un tempo un fratello ed un estraneo. Talora, in presenza di lui,

credeva ridiventar bambina, e avrebbe voluto correre e giuocare come

una volta; poi, le sembrava commettere una strana azione, passeggiando

così sola con codesto giovane, e sentiva un indistinto rammarico che

ciò fosse strano, ed una malinconia di non saper più giuocare. Egli

le chiese s’ella avesse talvolta pensato a lui in tutto quel tempo, ed

ella rispose negligentemente:

— Sì, spesso. E lei rammenta le nostre grandi dispute, nel salottino

giallo, i giovedì sera, a Firenze?

Lui non aveva mai del tutto perduto di vista i suoi antichi amici,

durante quegli anni. Chiedeva loro nuove in collegio, a quanti

venivano. Aveva saputo dei loro viaggi, del loro ritorno, e che si

erano poi fissati sul lago. Anzi fece perfino, con delicatezza,

un’allusione alle loro disgrazie. Ed era stato ben contento di

trovare — per alcuni mesi almeno — un impiego così vicino a lei. I

primi giorni, appena giunto, n’era stato tutto felice, poi la sua

selvatichezza gli aveva impedito di presentarsi in casa sua. Sovente

aveva rigirato, come un ladro, intorno alla piccola villa. Assai

commosso nel riconoscerla sul battello, quella volta, non aveva avuto

il coraggio di mostrarsi. La sua idea fissa era d’incontrarla sola,

per parlarle a lei in particolare, prima; e una volta l’aveva veduta

infatti, ma non aveva osato. La trovava diventata imponente e non

si sarebbe forse mai deciso ad indirizzarle la parola, se lei non lo

avesse chiamato. Ciò la fece ridere. Gli chiese s’era stato felice.

Egli le rispose:

— No, la mia infanzia è stata triste, lo sapete, ed ho trovato la vita

dura fin dal principio. Ma ho buona speranza.

Poi aggiunse bruscamente:

— Resterete sempre qui?

— Non lo so. La mamma vorrebbe andare a Milano o a Firenze. Io,

preferisco rimanere.

Discorsero a lungo; il primo imbarazzo si dissipava a poco a poco.

Elisa fu sgridata quando ritornò a casa. Erano venute delle visite;

l’avevano domandata; lei non c’era mai. Era una vergogna di correre

sempre in quel modo per le strade, come una piccola selvaggia.

Restò due giorni in casa; uscì una volta sola, di sera, con sua madre.

Il terzo giorno se ne andò di bel nuovo, ma senza incontrare Giulio.

Si rimproverò di stupirsene, e fu adirata contro sè stessa, sentendosi

involontariamente malinconica.

Intanto era venuto l’inverno. La neve cadde d’improvviso e per qualche

giorno rigò di linee bianche il cielo ornato. Ma ben presto il sole

prezioso della stagione morta riapparve. La luce ridiventò chiarissima,

e le curve lontane s’accusavano sul fondo incolore dell’atmosfera,

riavvicinando gli oggetti e rendendo visibili i minimi particolari.

L’aria era sanissima ed il freddo diventava pungente. Sul cielo puro

e grigiastro, con delle aperture di azzurro smorto, le cime delle

montagne, già risplendenti sotto la bianchezza del loro primo manto,

erano dorate dai timidi raggi del sole.

Non si sa abbastanza cosa sia l’inverno al lago di Como. In realtà,

nulla è più bello. Ma, naturalmente, per abitudine e per moda, non vi

si va che nella bella stagione, e solo alcuni privilegiati godono le

magnificenze del gennaio, e le comprendono.

Le sponde brune e nude, i versanti spogli delle colline, la durezza

dei contorni, fanno sì che, nelle belle giornate, il lago tranquillo

sembra più piccolo e come più profondamente incassato nel suo bacino.

Vi regna un silenzio straordinario, che sembra scendere dalle altezze

nevose, e stendersi sull’acqua; e da tutto ciò scaturisce un intimo

fascino, una pace che accheta l’anima nostra soavemente e ne dà delle

idee tanto vere e sane, che perfino le ville tutte chiuse e come morte

non ne affliggono, poichè, nella maestà vivificante di quella scena, la

presenza dell’uomo ne sembra poco necessaria. È là che gli amici che

si amano sinceramente, possono provare la buona illusione di credersi

soli al mondo. Quanto si sta bene, in quelle belle giornate, nelle

ore del pomeriggio, in una barca che fila rapidamente sull’acqua! Il

rumore dei remi che solo turba il silenzio quasi solenne, ha, per chi

sa ascoltarlo, un cullamento di singolare dolcezza. Ben coperti, si

ha caldo, sotto il sole che diventa insopportabile qualche mese dopo,

e che intanto ha soltanto la soavità di una carezza. E, in codesto

benessere fisico completo, in questo calore dolce che non permette

di rimpiangere Nizza, lo sguardo si bea del contrasto del paesaggio

invernale che spiega tutte le sue fredde bellezze. Da certi punti dove

la riva scende a picco, alcune prestigiose stalattiti facendo pendere

le loro innumerevoli lame dai riflessi prismatici sono sospese alle

roccie severe che ricoprono della loro ombra l’acqua.

Fu durante uno dei più incantevoli inverni immaginabili, sulla sponda

destra del primo bacino del lago — il più caldo e il più riparato dai

venti — che Giulio ed Elisa s’incontrarono assai spesso senza darsi

ritrovo, e sentirono a poco a poco la loro antica amicizia rinascere

in loro, e modificarsi. Elisa rifece con lui tutte le sue abituali

passeggiate, e andarono insieme alla scoperta di altri posti ancora

sconosciuti.

Una sera, scendendo in sala, ella ebbe una scossa e si soffermò sulla

soglia, stupita. Giulio era là, seduto e discorrendo tranquillamente

con la signora Valenti e una vicina che veniva spesso. Egli non aveva

prevenuto Elisa, e dopo d’essersi lasciato pregare tante volte da lei

invano, aveva messo da parte la sua selvatichezza e vinto la ripulsione

che provava per i parenti della sua amica, ed era venuto per farle una

sorpresa.

— Elisa, — le disse suo padre, — spero bene che non fingerai di non

riconoscerlo. È il piccolo Bardi, il tuo compagno d’una volta.

Ella arrossì leggermente, stringendogli la mano, ma nessuna parola

tradì il legame già esistente fra di loro. Giulio chiacchierò

con naturalezza, parlò de’ suoi studi, de’ suoi progetti, ma,

accomiatandosi, gettò a Elisa un’occhiata che voleva dire: a domani.

Lei era contenta che si fosse deciso a venire, poichè l’idea di vederlo

di nascosto le ripugnava. Ma ritrovandosi all’indomani sola con lui,

pei viottoli, si sentì al contrario meno rassicurata, e, allo stesso

tempo, un pericoloso senso di nuovo benessere la penetrò.

Il modo che s’erano ritrovati, i loro incontri che sembravano assegnati

dal caso, davano alle loro relazioni una tinta di mistero, ch’era pieno

di attesa. Potevano passeggiare insieme senza essere veduti da alcuno.

I contadini, che talora li salutavano passando, li credevano fratello e

sorella. Giulio ritornò ben di raro alla villetta, dove però era stato

benissimo ricevuto. Seduti sull’orlo d’un sentiero, donde scorgevan

il lago ai loro piedi, ammirando le grandi nuvole che scorrevano pel

cielo, sopra le bianche creste delle Alpi velate di bruma, essi spesso

tacevano, imbarazzati come il primo giorno. Un sentimento sorgeva tra

di loro che si accentuava di momento in momento. Non ebbero giammai

bisogno di dirsi che si amavano, tanto venne naturalmente, e fin dalla

prima volta, se lo ripeterono.

I sentimenti si colorano a seconda dell’ambiente, e la cornice modifica

la passione. Il loro amore, nato nella solitudine, ebbe qualcosa di

primitivo; e, come nei tempi leggendari, la natura con la sua pace

vivificatrice, con i suoi fascini profondi e le sue voci segrete, vi

portò la sua innocente complicità. Fu cullato dalle calme bellezze di

un inverno dolce e severo, in un paesaggio di una magnifica uniformità,

e li avviluppò nella letargia delle cose.

Già forte quando ritornò la primavera, codesto amore scoppiò con gioia

nel sordo gaudio universale. Il tempo aveva volato per essi come in un

sogno. Presto si videro circondati dai grandi alberi frondosi, coperti

dall’ombra dei rami, inebbriati dai profumi, guardati dagli uccelletti

ch’essi non turbavano. L’azzurro tutto nuovo del cielo li riempiva

di una smisurata fiducia. Ottennero la famigliarità della natura;

nulla si disturbava per loro, non spaventarono nessuna bestiolina,

nessun’ala si apriva al loro avvicinarsi. Compresero tutti i rumori,

ed anche il divino silenzio delle cose. Lo splendore del sole sul lago

e l’ombra dei boschetti li riempivano d’una uguale luce. La grande

serenità sparsa entrava nei loro cuori; il vincolo che li univa si

serrava ad esempio del vincolo della creazione, le armonie esteriori

si ripercotevano in tutto il loro essere; il loro amore ingigantiva,

derivando la sua forza da tutte le forze visibili, unendo tutte le

potenze a tutte le purezze.

Elisa maturava rapidamente. La sua breve vita era stata abbastanza

variata. Nei frequenti cambiamenti d’orizzonte, aveva acquistato delle

vedute larghe e vere, e la sua eccezionale libertà le aveva dato una

giustezza di giudizio, un certo coraggio ed un’abilità in ogni cosa,

rare in società. E, sotto l’influenza della prova definitiva alla

quale essa si sottometteva, tutte queste qualità si sviluppavano

magnificamente in una quasi subita fioritura.

Spesso chiedeva a sè medesima in qual modo avesse potuto amarlo così

presto, e non trovava risposta. Del resto, una stagione era scorsa

appena dacchè il grande cambiamento era accaduto, e già le sembrava che

un lunghissimo tempo fosse passato. La sua infanzia elegante, i ricordi

dei giorni penosi, la vita all’estero, la solitudine degli ultimi mesi,

come tutto ciò era già lontano! Come tutte codeste ore non erano state

altro che una graduale preparazione all’ora presente tutta rischiarata

da una luce rivelatrice! Le succedeva, in una delle rare visite di

Giulio, a casa, alla sera, di guardarlo un pezzo di nascosto, mentre

si discorreva senza badare a lei, e, contemplandolo, essa si stupiva di

pensare che quel giovane da lei non riconosciuto poche settimane prima,

era diventato padrone dell’anima sua; eppure trovava ciò naturalissimo.

Vi era una certa similitudine tra il destino di Elisa e quello del

suo compagno d’infanzia; entrambi erano nati ricchi (poichè anche

il padre di Giulio si era rovinato, non per colpa sua, è vero,

ma completamente), ed entrambi si trovavano ancora al principio

della vita, quasi poveri; per entrambi il problema dell’avvenire si

presentava serio; lui doveva riconquistare una posizione; lei — e

ciò era ancora più inquietante — si vedeva condannata a cercare nel

matrimonio la fortuna prima della felicità. Giulio, serio, lavoratore

indefesso, era giovane in un modo divenuto rarissimo a’ giorni nostri;

pronto ad accogliere i sentimenti sani e vivificanti, amava la vita

di campagna, l’aria libera e lo spazio, l’attività del corpo e della

mente; egli ignorava il vizio, i morbosi desideri, le malate curiosità.

Ed allo stesso tempo era altrettanto lontano dal sentimentalismo falso,

dal romanzesco di convenzione; stava nella realtà, ma talmente rivolto

verso la verità, che poteva avvicinarsi all’ideale. Il suo soggiorno

alla fabbrica, i suoi studi misti a lunghe passeggiate solitarie,

la sua vita pura di campagnuolo libero, lo predisponevano a ricevere

quell’amore che, già da un pezzo — da quando aveva riveduto Elisa —

riempiva a poco a poco il suo cuore.

Intorno ad essi la natura sola esisteva; si sentivano isolati e

contenti di non dover nulla a nessuno; da sè si erano ritrovati,

e si bastavano. D’altronde, pensavano a nulla; di rado sognavano

all’avvenire, e senza fermarvisi. Ma, in fondo, intendevano bene che

perfino il presente non apparteneva loro del tutto. Talvolta non era

loro concesso che d’incontrarsi per un istante, in gran fretta, e

restavano parecchi giorni senza vedersi, per non svegliare sospetti.

Lui però era pieno di fiducia; lei, invece, sperava solo a momenti

e d’improvviso presentiva la separazione. In giugno Giulio dovette

partire diffatti. Lo zio suo materno, il padre del cugino presso il

quale egli abitava, era giunto da Calcutta. Restò un giorno solo per

visitare la fabbrica e portò via suo nipote, a Milano, dove molti

affari lo attendevano. Gli addii furono tristi assai; questa prima

separazione, che doveva pur essere brevissima, sembrava definitiva ai

due giovani. I genitori d’Elisa, suo padre specialmente, si accorsero

presto d’un grande mutamento che avveniva in lei. Una malinconia quasi

fisica e che tentava invano dissimulare s’abbattè su di lei. Contando i

giorni, aspettava; poichè Giulio ritornava appena partito lo zio.

Il giorno stabilito, Giulio non apparve. Elisa dissimulava sempre, ma

c’era qualcosa di febbrile nei suoi gesti. Andava sola a fare i suoi

passeggi — per i quali s’era ridiventati indulgenti — passo passo,

riandava tutte le strade, tutti i sentieri seguiti con lui. Finalmente

una domenica, mentre camminava più mesta che mai, Giulio le si parò

davanti d’improvviso, uscendo da dietro un grosso tronco d’albero, in

uno stretto viale. Era pallido assai, e sembrava un poco mutato. Al

solo mirarlo, essa ebbe il presentimento d’una sventura.

Sulle prime egli non volle dir nulla, e, per alcuni minuti, si

abbandonarono unicamente alla gioia del rivedersi. Infine, a poco a

poco, con tutte le precauzioni possibili, studiandosi di celare il suo

proprio immenso dolore, egli parlò.

Era semplice e terribile. Suo zio gli aveva fatto una splendida

proposta: lo condurrebbe via seco lui, lo associerebbe alla sua impresa

commerciale e lo aiuterebbe gagliardamente a rifarsi una fortuna. In

una parola, egli offriva assai generosamente al figlio di sua sorella,

diventato povero, un bellissimo avvenire che desolava il misero

ragazzo. Aveva voluto rifiutare; suo zio allora lo aveva guardato in

fondo agli occhi e gli aveva detto con un sorriso speciale: “Andiamo,

non facciamo sciocchezze, signor nipote mio.„ La situazione era troppo

evidente, d’altronde; ricusare sarebbe una follia.

Erano ai piedi dello stesso albero, sotto il quale, il giorno del loro

primo incontro, Elisa si era riposata. Essa si lasciò cadere sul grosso

tronco muscoso, con l’occhio fisso al suolo, pallida ora quanto lui,

istupidita. Restò per qualche istante immobile, mentre lui, silenzioso,

la guardava; poi si mise a piangere.

— Non vi può essere felicità per me, — disse Giulio finalmente, adagio,

a capo basso. — Andrò laggiù, lontano, diventerò ricco orribilmente;

a che mi servirà? Adesso la povertà è la mia disgrazia; allora, fra

molti lunghi anni, la fortuna mi peserà come un’ironia, e aumenterà la

mia disperazione. Sono assai positivo per la mia età, non mi faccio

illusioni; allo stesso tempo sento in me un amore eterno; non amerò

che voi in tutta la mia vita, anche se non dovessi più rivedervi. Voi,

dovrete maritarvi, dimenticarmi, poichè il ricordo mio non potrà che

rendervi infelice. Ah! tutto è finito!

— No, — rispose lei semplicemente, — non mi mariterò.

— E che farete dunque?

— Vi aspetterò.

Le disse ch’era impossibile; ch’ella non poteva sagrificarsi in tal

modo, ma si sentiva commosso ed esaltato. Il loro amore, ancora troppo

puro per essere altro fuorchè una infinita tenerezza, nel mentre

riempiva a loro tutto il cuore, prendeva nel loro pensiero una forma di

entusiasmo. In un magnifico slancio, dimenticando tutto, finirono per

accettare la loro devozione reciproca e si fecero le sublimi promesse.

— Quanto tutto ciò è falso! — esclamò Elisa tutt’ad un tratto. — Che

bisogno abbiamo noi di denari! La povertà non sarebbe mille volte

preferibile alla separazione?

Esaltati, decisero ch’egli ritornerebbe a Milano e rifiuterebbe

decisamente la proposta dello zio; che dopo poi lei avrebbe il coraggio

di raccontare tutto a suo padre.

Elisa, sorretta da una forza interna, sicura di sè, sapeva che,

qualunque cosa accadesse, ella non cambierebbe mai. Ai primi passi

nella vita aveva preso la strada che seguirebbe fino al fondo.

L’indistruttibile amore, che si era impadronito di tutto l’esser suo,

le sembrava servisse di spiegazione a ogni cosa; la sua tristezza nella

solitudine, il suo desiderio di contemplazione e di libertà, i suoi

sogni, le sue subite gioie senza causa, essa ora comprendeva tutto

ciò. All’istesso tempo molte cose intorno a lei le apparivano false.

Se per caso leggeva un romanzo in cui la passione era mostrata come

una fiamma violenta e presto smorzata, sorrideva e chiudeva il libro,

pensando: è falso, con la certezza dell’esperienza; poichè l’amore le

sembrava la luce eterna. Leggendo trovò un giorno questa frase: “La

perdita delle illusioni è presto seguita dalla perdita delle credenze,

e che ne rimane senza la fede?„ ed ella pensò che giovane qual’era non

aveva illusioni, poichè credeva solo alla verità e che giammai potrebbe

perdere la sua fede, anche colpita dai più terribili disinganni o dalle

maggiori sventure. Le domeniche, nella chiesa umile del villaggio,

restava in ginocchio a lungo, con la testa china; e, spesso, nel suo

piccolo giardino, guardando il cielo bello e indifferente, essa pregava

Dio ingenuamente di accordarle la felicità. I suoi pensieri maturavano

di giorno in giorno, e le sembrava poter già abbracciare con lo sguardo

tutte le cose di questo mondo, e distinguere chiaramente il grano di

vero nascosto tra le falsità della vita. Tutto poteva ingannare, tranne

i suoi propri sentimenti.

Prima ch’ella potesse parlare a suo padre, fu sgridata da sua madre, la

quale le disse che comprendeva benissimo quanto accadeva, e che tutto

ciò era ridicolo; che un matrimonio tra lei e il piccolo Bardi sarebbe

assurdo e che non vi si poteva neppure pensare, aggiungendo: “Sono

ben lieta di sentire che è sul punto di partire per le Indie. Quando

ritornerà, sarai maritata, lo spero, e maritata bene, e riderai per la

prima all’idea che quel signorino abbia potuto piacerti per un momento.

Sei giovane, e non c’è fretta; la tua fanciullaggine lo prova, del

resto.„

Ma, la sera, mentr’essa piangeva nella sua camera dinanzi alla

finestra aperta, suo padre entrò senza bussare. La baciò in fronte

con tenerezza, e commossa da questa testimonianza d’affetto cui era

così poco avvezza, ella si gettò nelle sue braccia. La interrogò, con

bontà; lei rispose silenziosamente fra le sue lagrime, affermando col

capo. Allora, a poco a poco, egli si sforzò di farle capir ragione.

Si era seduto, e lei, a’ suoi ginocchi, lo ascoltava. Le disse con

fermezza che Giulio _doveva_ accettare l’offerta dello zio, e partire;

che sposarsi senza un soldo come farebbero adesso, sarebbe una pazzia

sotto tutti gli aspetti; che due o tre anni basterebbero a Giulio per

“farsi una posizione„, che ritornerebbe allora, e che se entrambi si

fossero mantenute le promesse reciproche e si amassero sempre, lui non

si opporrebbe alla loro unione, benchè avrebbe certo preferito vederla

fare una scelta più brillante, e ch’egli tenterebbe allora, certo

non senza difficoltà, di persuadere sua madre ad acconsentire. In tal

modo ella si sottometterebbe ad una prova donde uscirebbe sicura della

saldezza dei suoi sentimenti, o libera.

Elisa continuava a piangere, ma sentiva che suo padre aveva ragione.

All’indomanl Giulio ritornò. Suo zio era andato in collera sul serio

quando aveva parlato ancora di rifiutare, e aveva dichiarato che, se lo

si metteva alle strette, era capace di condurlo via per forza.

Dalle due parti la separazione era stata dunque giudicata necessaria.

Bisognava sottomettersi.

Le ultime ore furono strazianti. Giurarono di non dimenticarsi mai, si

fecero tutte le promesse. Il caldo soffocante dell’estate accresceva

l’oppressione dei loro cuori. Nel cielo tutto azzurro, solcato a

grandi masse da nuvoloni d’un bianco argenteo che sembravano pesanti,

v’era qualcosa d’implacabile. Perfino sotto gli alberi pieni di nidi

addormentati, nella folta profondità delle boscaglie tanto note, non

si trovava più frescura; il verde diventava oscuro, sotto le vôlte di

frondi impenetrabili ai raggi s’infiltravano i gravi soffi canicolari.

Mentre tutto era come sospeso nella natura, pareva che anche i loro

cuori stessero per arrestarsi; ad onta del suo silenzio, del suo vuoto

apparente, quell’ora era suprema nella sua tranquillità solenne. —

Nulla era peranco mutato, si trovavano insieme come prima, più che mai

armonizzavano con le cose circostanti — e già la vita si svelava loro

sotto un nuovo aspetto. Una invincibile lassitudine si era impadronita

di loro, quando, dopo d’aver sperato per un istante, avevano dovuto

ricadere nella realtà freddamente crudele; poi si erano irrigiditi

contro la sorte, avevano voluto far faccia coraggiosamente alla

necessità, e vedendo il dolore riflesso dai loro due volti pallidi,

erano presi da una tale pietà l’uno per l’altro, che la loro immensa

pena cessava di essere personale e si nobilitava.

La vita sembrava loro ardua, adesso illuminata però dalla speranza,

ed accettavano valorosamente l’avvenire. La stessa bellezza del loro

amore li sosteneva. L’esaltamento delle loro anime era giunto al punto

in cui non lo si avverte più. La loro passione cresceva di entusiasmo

senza nulla perdere in purezza; un bacio sulla fronte sembrava loro

un’audacia, ma già si davano del tu senza quasi accorgersene — e in un

modo ben diverso che nella loro infanzia.

Ma, quando l’orribile giorno sorse alfine, quando, dopo che Giulio

ebbe fatto i suoi addii con voce commossa, poterono ritrovarsi soli

per un’ora ultima, in mezzo ai loro abbracci angosciati, si sentirono

turbati diversamente dal solito. Qualcosa sorgeva tra di loro che non

avevano mai ancora provato. Abbracciandosi per l’estrema volta, si

scambiarono il loro primo bacio....

Giulio partì. Suo zio doveva prima condurlo in Inghilterra, dove

resterebbero due mesi, e donde poi s’imbarcherebbero.

Elisa che altre volte aveva creduto soffrire della solitudine,

s’accorse di non conoscerla ancora; e per la prima volta si sentì

veramente sola. Si accasciò e perdette ogni coraggio. Le ore d’addio

trascorse con lui, i suoi accenti supremi le parevano involarsene

rapidamente a una distanza enorme. Non poteva dimenticare, ma

si sforzava invano di conservare davanti allo sguardo i colori

inesorabilmente impallidenti dei ricordi materiali; l’indebolimento

graduale dell’eco la desolava.

Non ragionava più; le sembrava ora talvolta d’essere stata ingannata.

“Oh! s’egli fosse ancora lì, non lo lascerei certo partire!„ diceva a

sè stessa. Ed insieme nuove idee sorgevano nella sua mente, e i suoi

sentimenti perdevano della loro semplicità. Era un poco smagrita, ed

in certi momenti, appariva tutta bianca. Talvolta, quando guardava il

lago, con l’occhio fisso su qualche barca che portava forse della gente

felice, sentiva un subito rossore salirle alla fronte. Mentre smarriva

ogni fiducia e non osava più interrogare il futuro, immensi rimpianti

inconscienti si accumulavano nel suo cuore. Certe parole udite per

caso, certe frasi trovate nei libri e che aveva lette senza prestare

attenzione, le ritornavano alla memoria e la facevano lungamente

sognare.

Quattro mesi trascorsero così, e contarono per lei come quattro anni.

Il freddo tornò. Essa aveva un poco mutato di carattere e molto di

abitudini; ora preferiva stare in casa. Talora usciva solo per andare

lentamente sino all’ufficio postale di Torno. L’impiegato, che aveva

molta simpatia per lei, scrollava spesso il capo, ma se aveva una

lettera, la guardava con occhio paterno, lieto di vederla sorridere.

Lei restava un momento a discorrere, e talvolta perfino andava solo per

vederlo, il che lo lusingava altamente.

Una lettera di Giulio arrivò anche alla signora Valenti. A Elisa egli

scriveva di rado, ma a lungo. Era sempre a Londra, e la partenza per

l’India era sempre rimandata. Tutto andava a meraviglia; suo zio gli

voleva sempre più bene, e nella casa egli era accarezzato come un

fratello dalla numerosa famiglia. Lavorava molto, e sperava poter

presto essere associato agli affari e guadagnare abbastanza rapidamente

una piccola fortuna per giungere ad abbreviare il suo esilio.

Ciò che nella forza del suo coraggio e della sua fede era sulle

prime sembrato quasi facile ad Elisa: sostenersi col ricordo e

con la speranza, ed aspettarlo seguendolo incessantemente col

pensiero, diventava di giorno in giorno più arduo e doloroso. Lottava

valorosamente, ma si sentiva mancare.

Quand’egli non scriveva, tutto diventava oscuro intorno alla fanciulla.

Come aveva compreso, la prima volta che aveva visto la scrittura di

Giulio, tutta la gioia contenuta in queste parole: una lettera di

lui, così sentì presto il terribile spasimo del cuore dell’attesa

delusa; dell’ora che tradisce passando lentamente; quel disinganno

continuamente rinnovato fino alla perdita totale della speranza: una

lettera che non giunge.

Pensando a lui, lo vedeva a Londra, in quella enorme città così

sontuosamente triste e freddamente pittoresca, della quale conservava

un vago ricordo. Poi l’oceano ignoto si distendeva dinanzi alla sua

immaginazione, e sull’immenso deserto dell’acqua, uno _steamer_,

che appariva come un punto nero, portava via a tutto vapore,

sotto un cielo infuocato, colui col quale ella avrebbe volontieri

sofferto tutte le miserie ed affrontato tutti i pericoli. Si turbava

subitamente, quando la visione di un naufragio sorgeva dinanzi a lei

con la chiarezza di un’allucinazione. E, giungendo a cacciare da sè

l’immagine insopportabile del suo amato, morente, solo tra il cielo

sordo e l’acqua furibonda, lo vedeva condurre una vita febbrile in

una nuova città esotica, dove dei monumenti pesanti e giganteschi

risplendono sotto il sole tropicale. Ed il viaggio del ritorno le

sembrava pressochè impossibile. Oh! certo l’avevano ingannata, e chi sa

quanto tempo doveva trascorrere prima ch’egli potesse ritornare! E lei

sopporterebbe la vita fino allora?

Era ben naturale che codesta fanciulla pensierosa avesse a ribellarsi

internamente contro le convenzioni della società, e, inconsciamente,

contro le leggi umane. Tutto, nelle regole della vita, le sembrava

assurdo. Nulla le pareva ora più stupido della “ragionevolezza„,

e non poteva sottomettersi alla necessità, tutta convenzionale, di

vivere così, separata da Giulio. L’amore era la suprema ragione e

doveva vincere. Non solo ella avrebbe accettato la povertà, ma avrebbe

sfidato lo scandalo e la vergogna per vivere con lui. Avrebbe tutto

schiacciato sotto i piedi, con indifferenza. Per raggiungerlo, per

seguirlo, avrebbe tutto lasciato, e avrebbe tutto affrontato per non

abbandonarlo.

Una sera, assai tardi, mentre già si dormiva in casa, ella camminava di

lungo in largo, pensando come sempre alle cause possibili del silenzio

di Giulio. D’improvviso udì un rumore nella camera vicina alla sua,

che le serviva di gabinetto, e la cui finestra guardava la montagna.

Entrò, il rumore fu ripetuto; qualcuno buttava qualcosa contro i vetri.

Istintivamente, sebbene un poco impaurita, aprì la finestra e si piegò

innanzi, guardando. Una voce bassissima, nell’ombra, pronunciò una

parola che non potè capire. Ma non fu capace di trattenere un grido,

poichè aveva riconosciuto la voce. Pazza di stupore e di commozione

si precipitò giù per la scala, anzichè discendere, senza nemmeno

pensare al pericolo d’essere udita, e un istante dopo, vide una forma

ch’entrava per la porta-finestra della sala da pranzo; riconobbe colui

ch’ella credeva tanto lontano, e tremante, smarrita, cadde nelle sue

braccia!

Lo zio di Giulio era stato costretto a ritornare in Italia prima di

lasciare definitivamente l’Europa, e suo nipote era con lui. Dovevano

rimanere qualche tempo a Milano — un paio di mesi forse — per terminare

certi affari. Giulio aveva domandato ed ottenuto un congedo di pochi

giorni ed era alloggiato in un piccolo albergo in riva al lago; ma

aveva dato la sua parola d’onore di ritornare e ripartire con lo zio, a

qualunque richiesta.

Elisa, credendo di sognare, caduta bruscamente dalla sua atra apatia

in una profondità di gioia sconosciuta, s’abbandonava tutta all’estasi

che la riempiva. Conobbe l’intensità dell’ora presente procurata dalle

soddisfazioni infinite, quando si oblia il passato e tutto, poichè

inabissati in un godimento extra-terrestre, viviamo momentaneamente

fuori del tempo. Più che mai, sentì il suo amore impadronirsi di tutta

intera la sua vita.

Il freddo era tornato; faceva un tempo orribile. Non era il magnifico

inverno dell’anno prima. Non potevano mostrarsi al di fuori, Giulio

essendo lì all’insaputa di tutti. Condusse una vita faticosa assai;

sovente se ne andava con una barca, ancora di notte, per prendere

il primo treno, e ritornava da Milano al ritrovo notturno. Entrava

per la porticina del giardino, che s’apriva con la massima facilità,

e penetrava nel salotto del pianterreno, dove Elisa lo aspettava.

Tutto dormiva nella casa; e, nel profondo silenzio, un rumore, lo

scricchiolare di un mobile, lo faceva trasalire; lei, al contrario, non

tremava.

La natura non li circondava ora più con la sua lussureggiante

tranquillità piena di pace. Si vedevano nella penombra di una sala

deserta, e dalla finestra solamente era loro permesso di gettare uno

sguardo furtivo al notturno paesaggio, dove si distingueva appena il

lago, d’un azzurro quasi nero, dalle solide tenebre delle montagne. Il

loro amore non poteva più adesso fondersi nelle bellezze esterne; non

aveva più tutta la terra per fiorire e tutto il cielo dove spaziare;

quattro pareti lo rinserravano fra cui si condensava terribilmente,

ed acquistava quella violenza di olezzo che turba il cervello e dà

l’ebbrezza a tutto l’essere nostro.

Si abbandonarono senza riserva alla loro passione.

Furono lunghe giornate, rapide, febbrili, splendide — mattine di

attesa seguite da serate troppo felici. Il tempo volò con la velocità

conosciuta da coloro che hanno assaporato una beatitudine violenta

— e ricaddero dal cielo nell’inferno, quando giunse il giorno

della nuova separazione — ben più orribile questa volta. Lottarono

dapprima, s’irrigidirono, rifiutarono di cedere. “Lo lascierei davvero

ripartire„, diceva Elisa a sè stessa, “dopo che mi sono detta tante

volte che se per miracolo avesse a ritornare, non se ne anderebbe più?

Come lasciarci, poichè ci apparteniamo?„ — Eppure non si poteva far

diversamente. Dovevano rassegnarsi e sperare che la separazione sarebbe

la meno lunga possibile. D’altronde l’onore di Giulio era impegnato.

Suo zio non poteva accordargli nemmeno un’ora di libertà durante gli

ultimi giorni. La signora Valenti aveva progettato una corsa a Milano

fra una settimana, Elisa promise a Giulio che la rivedrebbe ancora una

volta. La separazione non fu però meno straziante; poichè in città non

potrebbero che stringersi la mano davanti alli altri; il che infatti

ebbe luogo una ventina di giorni dopo. Giulio partì definitivamente ed

Elisa rimase, sentendosi più desolata della prima volta, ma un po’ più

forte.

Un anno trascorse, tetro per Elisa, ma nel quale si verificò un

avvenimento che sembrò assai importante a sua madre: essa riannodò le

sue relazioni amichevoli con la marchesa Arombelli. La quale non amava

troppo i Valenti, ma si prese di tale affetto per Elisa, che vinse

i suoi scrupoli e cominciò d’allora a invitarli nella sua villa. La

comune conoscenza di Gorletti accrebbe la loro intimità.

Giulio scriveva sempre assai lungamente, se non regolarmente. Elisa si

sforzò di sopportare con coraggio la sua sorte dolorosa, e diede prova

di una forza, della quale non la si sarebbe creduta capace. Diventò

meno taciturna, cercò d’essere più affabile in famiglia, e, per quanto

piangesse e pregasse sovente nella solitudine della sua camera, seppe

trovare una certa serenità nella sua tristezza. Dapprima aveva piegato

sotto il soffio del destino; ora seppe irrigidirsi e resistere. Non

tardò a comprendere che il mondo nega le nostre sofferenze, o se ne

rallegra, e che le dobbiamo nascondere, che in ciò la dissimulazione è

necessità, specialmente per le anime superiori. Sola, restò la stessa;

con li altri, si fece uguale a loro. Dovette sentire di buon’ora che

all’infuori della vita vera dello spirito, la vita banale d’ogni giorno

s’impone, imperiosa, e che a meno di rompere tutti i vincoli, è forza

piegarsi alle esigenze sociali. Discorreva dunque come tutti, questa

fanciulla già donna la cui esistenza era riempita da un segreto unico;

la si vide interessarsi momentaneamente alle cose meno interessanti per

lei; imparò a ridere quando bisognava.

Le lettere di Giulio, così piene di speranza nei primi tempi,

cambiarono a poco a poco; sembrava meno certo di riuscire, oppresso

dal lavoro e attristato dal troppo lento risultato dei suoi sforzi.

Poi divennero più rare, con intervalli sempre più lunghi. Tutto si fece

più cupo intorno ad Elisa. Comprese che la separazione senza dubbio si

prolungherebbe più di quanto avesse mai previsto.

Il terzo anno giunse. Egli scrisse ancora una volta verso la fine di

gennaio, poi non scrisse più.

Dubbi atroci tormentavano Elisa; sua madre le disse un giorno di

sapere con certezza che Giulio aveva una relazione con una gran

signora inglese di Bombay, conosciuta per la sua bellezza e per le sue

eccentricità, aggiungendo che poteva anche dare delle prove. Elisa non

volle ascoltare nè credere, ma la sua ipocondria l’abbattè. Perfino

suo padre non osava più consolarla; essa rispondeva a chi la esortava

a considerarsi come liberata da qualsiasi promessa e a dimenticare,

ch’ella non cambierebbe giammai. La sua pacata fermezza fu da sua madre

trattata di ostinazione assurda.

Qualche tempo dopo suo padre ricevette una lettera di Giulio ch’egli

non ebbe coraggio di mostrare a sua figlia, ma fu inutile, poichè ne

ricevette lei stessa all’indomani una dello stesso significato. Giulio

diceva in modo semplice e breve ch’essendosi impigliato per proprio

conto in certe speculazioni un poco temerarie, aveva subito delle

perdite che lo costringevano a ritardare il suo ritorno in Europa,

e che non essendo più in grado di designare un termine preciso alla

propria assenza, si trovava obbligato dall’onore — per quanto ne

soffrisse — a pregarla di volersi considerare come sciolta da qualunque

impegno o promessa e libera di maritarsi, sebbene si vincolasse, lui,

a non amare ch’ella sola al mondo e a rispettare, inutilmente, la fede

giurata. Una grande tristezza pareva improntare quelle righe, sotto una

forma severa.

La signora Valenti, trionfante, pretese che quella lettera era soltanto

abile e provava la verità di quanto lei aveva narrato. Aggiunse che la

_lady_ in questione era vedova e che Giulio la sposerebbe.

Elisa ricevette il colpo mortale in pieno cuore, ma zitta.

Così era finito il suo romanzo; già la vita le sembrava chiusa per lei.

Cinque anni erano ora passati dalla partenza di Giulio. Con l’aiuto del

tempo, la sua nera tristezza si era in apparenza mutata in malinconia;

restò buona, affabile, paziente, ma diventava inflessibile appena si

volesse persuaderla a maritarsi.

Sua madre giunse quasi a detestarla, quando, a sei mesi di distanza

l’uno dall’altro, rifiutò due buonissimi partiti. “Ricusi una felicità

che non avevi neppure il diritto di sperare„ le aveva detto. Ma nulla,

nè preghiere, nè minaccie, nulla valse a farle mutar consiglio.

Ciò che abbiamo raccontato, tutti codesti ricordi, tutte codeste

gioie passaggiere e codesti costanti dolori, la sua vita, insomma,

si era svolta dinanzi a lei, mentre piangeva ancora alla fredda luce

dell’alba. Ma tutto era dominato dall’orrore del presente.

Discese un po’ tardi per la colazione. Tutti erano assai allegri,

donna Maria e la contessa Lassardi specialmente. Giacomo solo,

imbronciato, cercava inutilmente l’occasione per fare una scena a

quest’ultima. Massimo dichiarò che già l’aria della campagna gli

giovava, e divertì tutti col suo _entrain_ e col suo appetito. Gorletti

si mostrava amabilissimo, quasi galante, con Elisa sempre fredda.

Vennero portate le lettere; ve n’erano varie per Massimo, che sembrò

un poco preoccupato dopo d’averle lette — circostanza assai osservata e

commentata. — Alle due, la signora Valenti arrivò, e appena compiuti i

saluti, salì nella sua stanza con sua figlia.

Un matrimonio eccentrico · 第 7 / 23 题