I servitori sembravano molto affaccendati nella sala da pranzo della
villa Arombelli, vasta, di forma semicircolare, un po’ fredda con le
sue pareti coperte di stucco rosa e le sue colonne in marmo bianco
sostenenti una vôlta dove si vedeva una classica nascita dell’Aurora
sopra fondo azzurro. La tavola, tutta pronta, era semplice, ma non
senza lusso. Non vi si scorgevano i raffinamenti della eleganza
moderna; ma piramidi alte di frutta in vasi della China, circondati di
fiori, rallegravano la candidezza della tovaglia e alternavano con dei
ricchi candelabri d’argento, l’illuminazione essendo di sole candele.
Gli angoli della sala rimanevano nella penombra.
Le altre stanze del pianterreno, il vestibolo, il gran salone, la sala
da bigliardo, la biblioteca erano deserte; il salotto d’angolo, tanto
abitato durante la giornata, pareva il più vuoto. Non occupate, le
poltrone apparivano più ampie del solito; il fuoco — quel fuoco che
si accende tanto gaiamente e che imparte tanto benessere nei primi
giorni di autunno — non aveva più fiamma, e trasformato in un bracere
incandescente che si sarebbe potuto credere alimentato da metalli in
fusione, gettava in mezzo alla stanza un largo riflesso rossiccio
che rendeva più nera l’oscurità circostante. Talora un domestico
attraversante le sale senza rumore, turbava solo il profondo silenzio;
perfino gli oggetti sembrava aspettassero. Suonava il primo colpo
di campana per il pranzo; gli orologi, suonando le sette, pareva si
rispondessero.
Codesta tranquillità contrastava con l’animazione che regnava più su,
al primo piano. Nei corridoi, le cameriere s’incrociavano, portanti
sul braccio talvolta delle vesti, sotto la cui ampiezza scomparivano
quasi; qualche uscio s’apriva mostrando dei piccoli interni eleganti
e in disordine. Le campanellate si succedevano, con timbri vivaci,
prolungati o impazienti. Nelle camere gli uomini si vestivano
gravemente, le signore si facevano belle con cure minuziose; si udivano
a momenti qualche parola pronunciata a voce alta o qualche scoppio di
riso represso.
Nel suo salottino particolare, ritiro nel quale non era facile
penetrare, la padrona di casa, la marchesa Arombelli — vecchia signora
gentilissima, vedova e senza figli, accarezzata dai suoi numerosi
parenti, e amata dai molti suoi amici — già vestita per il pranzo,
come quasi sempre in raso bruno ornato di trine antiche, dava alcuni
ordini alla sua cameriera. La marchesa era piccola, un po’ troppo
grassa, poco maestosa, con un viso calmo e buono, le guancie fresche,
i capelli grigi arricciati; e certi occhietti neri che denunziavano
però una vivacità latente, e a malgrado di tutto ciò aveva un’aria
molto aristocratica. Dall’attenzione che la cameriera prestava alla
padrona, si sarebbe potuto facilmente indovinare che accadeva qualcosa
di un poco insolito. E se ne sarebbe rimasti ancora più persuasi,
se si avesse potuto visitare ad una ad una le camere degli ospiti, e
sorprendere il cicaleggio delle signore, le quali si affrettavano un
poco, senza perciò trascurare alcuna minuzia della loro acconciatura.
La più elegante, la bella contessa Lassardi, aveva imperiosamente
mandato via la sua cameriera, che, diceva lei, non capiva mai nulla.
Ma nell’ultima stanza, in fondo al grande corritoio, a destra, una
fanciulla stava tutta pronta, seduta sopra una sedia, con i gomiti
appoggiati a un piccolo scrittoio, in una posa di abbattimento. Elisa
Valenti era pallidissima, con il viso stanco; una grossa lagrima,
una di quelle lagrime brucianti che non si cura più d’arrestare, le
scendeva lungo la guancia. Guardava fissamente il leggio silenziosa;
s’era lasciala vestire senza badare a cosa le mettevano, seria e
calma in apparenza; poi, appena rimasta sola, aveva approfittato di
quel momento di tregua per piangere. Adesso, non voleva più piangere,
ma sulla sua faccia si dipingeva l’espressione di un dolore quasi
disperato. In quell’ultima stanza di codesta villa, dove la vita
sembrava così facile e dolce, vi era dunque la sofferenza, e una
sofferenza acuta; una scena solitaria di un dramma forse semplice, ma
doloroso.
L’avvenimento che si aspettava in quel giorno non era certo
straordinario; si trattava dell’arrivo del nipote della marchesa,
il bel Massimo d’Astorre, celebre per le sue follie, per la sua
prodigalità e per le avventure della sua vita. La zia, che da parecchi
anni non lo aveva più rivisto, lo amava molto, benchè disapprovasse la
sua condotta, e s’era sentita commossa quando egli le aveva scritto
che verrebbe finalmente a farle la visita da tanto tempo promessa.
Avrebbe dovuto arrivare quel giorno verso le due; lo si era atteso
con impazienza, con curiosità, quasi con emozione — inutilmente. Si
parlava solo di lui in casa da una settimana. La vita si scorreva così
tranquilla, nelle uniformità delle abitudini, che l’arrivo di Massimo
acquistava il valore di un avvenimento d’alta importanza. Era qualcosa
d’interessante, di saporito, di piccante, come un lieve scandalo.
Verso le sei si discorreva ancora di lui nel salone, si diceva che
giungerebbe solo all’indomani, quando, annunciato ad alta voce, entrò
d’improvviso con una scioltezza sua speciale, baciò la mano alla
marchesa, s’inchinò davanti alle altre signore, e accontentò tutti.
Poi, ognuno era salito per vestirsi. E, lassù, si discorreva ancora
di lui, sottovoce; lo si analizzava, ci si vantava di essere in
relazione con lui o di non averlo voluto conoscere; si discuteva sulla
sua figura, sui modi, sulla sua vita. Le cameriere bisbigliavansi
all’orecchio una storiella udita in guardaroba, e che giù, nel
tinello, i servitori pure ripetevano. Era una spiegazione del ritardo
nell’arrivo del marchese. Si pretendeva ch’egli fosse veramente giunto
con il treno del tocco, ma accompagnato da una donna assai vistosamente
vestita e che parlava un po’ troppo forte; ch’erano stati riveduti
mentre facevano colazione insieme al piccolo caffè della stazione,
e che perciò aveva potuto giungere soltanto alle cinque. — Di certo
egli non s’imaginava di occupare tanto tutti, mentre nel quartierino
assegnatogli, discorreva col suo cameriere che disfaceva prestamente le
valigie.
S’udì il secondo colpo della campana. Il signor Gorletti, personaggio
disaggradevole, assai ricco e brutto, una specie d’uomo d’affari
in ritiro che la marchesa invitava, perchè altre volte l’aveva
possentemente aiutata a vincere una causa importante — era già nel
salotto d’angolo e aveva ravvivato il fuoco, quando tutti scesero.
Il salotto si rianimò; tutti sedettero per un momento nelle ampie
poltrone.
— Sono sicura ch’egli si farà aspettare, — disse la contessa Lassardi.
Ma no; Massimo entrò all’istante stesso in cui, da un altro uscio, il
maggiordomo annunziava il pranzo. La marchesa prese il braccio di suo
nipote e seguì gli altri.
Elisa Valenti si era ben lavata gli occhi, s’era rifatto e calmato il
viso, e nulla in lei accusava una emozione qualsiasi. Il pallore de’
suoi lineamenti stanchi accusava piuttosto lo stato di triste apatia
cui si giunge quando non si spera più nulla!
Essa era bella, d’una bellezza mesta e dolce che non faceva impressione
sulle prime, ma che non si dimenticava; — sottile, bianchissima,
con degli occhi celesti, lunghi e velati, e dei magnifici capelli
castani. — Massimo, che non l’aveva rivista da molto tempo, la trovò
mutata; già la vita aveva tracciato le sue linee misteriose su quel
viso, e sembrava sofferente. Qualche gran cambiamento doveva essersi
prodotto, perchè apparisse così. Certo doveva aver già acquistato molta
forza d’animo per saper dissimulare a tal punto; nessuno, vedendola
discorrere, sorridere e mangiare, avrebbe indovinato che un quarto
d’ora prima essa piangeva come impazzita dal dolore; senza dubbio aveva
dovuto prendere lezioni precoci alla dura scuola del mondo, per sapere
già mettersi in tal modo una maschera sul viso. Una sola volta il suo
sguardo si fissò per un istante nel vuoto, quasi affascinata da una
visiono spaventosa; ma non fu che un momento e nessuno se ne accorse.
Erano dodici a tavola: quelli che già abbiamo nominato, poi donna
Maria Terzi, una parente della padrona di casa, giovane, brutta e di
una eccessiva eleganza; suo marito, un brav’uomo assai maturo e molto
insignificante, che parlava di cavalli soltanto; la loro bellissima
bambina con l’istitutrice, una inglese assai corretta, vittima ad un
tempo dei genitori spensierati e della fanciullina capricciosa; il
piccolo Giacomo Arombelli, erede presuntivo della marchesa, ch’era
accusato di fare troppo apertamente la corte alla bella contessa
Lassardi; un giovine pittore, protetto da tutti; e finalmente il
medico, vecchio silenzioso e gran mangiatore. La contessa era venuta
senza il marito, che, secondo il suo costume, s’era rifiutato ad
accompagnarla, detestando la vita di campagna.
La conversazione era animata; si ascoltava Massimo con grande
attenzione e non senza una curiosità troppo viva, cui la buona
educazione appena nascondeva. La contessa Lassardi e il piccolo
Giacomo gl’indirizzavano perfino delle domande troppo dirette, un po’
indiscrete, alle quali egli rispondeva vagamente, ma nel modo il più
cortese; egli divertì e raccontò qualche storiella scabrosa con un bel
sangue freddo — insomma egli stupì tutti per questo semplice fatto,
straordinario per essi, che diceva qualche cosa. Fu amabilissimo con
la zia ch’era alla sua destra, e galante, non senza una lieve punta
d’ironia, con la contessa, dall’altra parte, che appariva più colorita
e con lo sguardo più sfavillante del solito.
Tutto ciò non gli impediva di osservare. Non perdeva nulla di quanto
accadeva sotto ai suoi occhi, e indovinava anche benino ciò che non
si vedeva. Per abitudine e per gusto, amava, in società, a scrutare
“il disotto„, a cercare le cause celate di effetti appena visibili, a
intravedere le faccie vere sotto le fisonomie d’apparato, la natura
sotto la convenzione, i vizi e le virtù inverniciate dalla tinta
uniforme della vita mondana. La ingordigia del medico lo divertiva,
ed osservò che il signor Goretti guardava Elisa di soppiatto, press’a
poco nello stesso modo che il degno dottore contemplava ciò che
doveva mangiare. Varie pretese mal dissimulate scaturivano per lui
dal rumoroso cicaleggio della sua vicina di sinistra, e, nel mentre
vi rispondeva, non poteva a meno di sorridere alle occhiate feroci
lanciategli dal cugino.
Guardando Elisa Valenti, si convinse del tutto che un segreto si
nascondeva adesso sotto quel contegno tranquillo e dignitoso, sotto
l’espressione calma e un po’ forzata del suo volto. Il pensiero di
lei doveva assentarsi. Perchè, non essendo timida, e trovandosi in un
ambiente intimo, abbassava così spesso gli occhi? Era forse per evitare
degli sguardi troppo spesso fissati sopra di lei? Il suo riserbo,
a momenti eccessivo, e contrastante con la naturalezza de’ suoi
modi, derivava forse semplicemente dalla superiorità che, pure senza
confessarlo, doveva sentirsi sopra quelli che la circondavano?
— Il treno di Monza è stato oggi terribilmente in ritardo, non è vero?
— disse Giacomo.
— Non ne so nulla; arrivo dal lago di Como, dove sono stato a trovare
un amico d’infanzia, e sono venuto qui in carrozza.
— Ah! ecco! E sei venuto presto?
— In due ore e ventidue minuti.
Tutti lo guardavano, ma lui non sembrava accorgersene; soltanto,
siccome al Gorletti spuntava sulle labbra un sorriso stupidamente
maligno, gli gettò un’occhiata che lo fece cessare.
— Si può sperare, Elisa, che i tuoi arrivino finalmente domani? —
chiese la padrona di casa.
— La mamma giunge per certo; ho ricevuto una sua lettera ora. Ma credo
che mio padre si dovrà trattenere ancora qualche giorno a Milano.
— Sarò ben felice di rivedere la sua signora madre, — disse Gorletti
con un sorriso. Elisa non rispose affatto.
— Oserei chiederle, signorina, se la emicrania si è totalmente
dissipata?
— Sì dottore, va molto meglio, grazie a lei.
Allo stesso tempo una piccola discussione s’era impegnata all’altra
estremità della tavola.
— Oh! donna Maria, esagerate!
— Che dice donna Maria?
— Ma pretendo semplicemente, — rispose questa, voltandosi verso Giacomo
che aveva fatto l’interruzione, — che non è possibile di vivere
secondo le esigenze d’oggi in una certa società, insomma di vivere
convenientemente, con meno di centomila lire di rendita.
— È una teoria pericolosa, — mormorò Gorletti.
— E che può condurre assai lontano, — aggiunse il pittore a bassa voce.
— Mi permetta di dichiararle, donna Maria, — rispose d’Astorre, — che
non sono del suo parere. Centomila franchi all’anno non bastano, o sono
troppi.
— Ah! questa è nuova!
— Potrei anche provarlo esattamente, ma sarebbe troppo lungo. Rifletta
bene, e s’accorgerà che non ho torto.
— Io vorrei un milione per me sola, con Sarah! — gridò la piccina, con
la sua voce acuta, abbracciando la sua istitutrice.
Tutti risero, ma suo padre la fece tacere, ridendo però anche lui, e
rivolgendosi ad Elisa:
— E lei? Si potrebbe sapere la sua opinione su questo grave argomento?
La marchesa fece un cenno assai significante a suo nipote, come per
arrestarlo. Massimo l’osservò. Egli, del resto, sapeva che i Valenti
non erano ricchi. Gorletti, allo stesso momento, ebbe un movimento di
curiosità, in attesa della risposta.
— Secondo me, tutto è relativo, e si può essere soddisfatti con poco, o
poveri possedendo dei milioni.
— Lei esprime così dicendo la mia stessa opinione in un modo più
semplice.
— Ah! scusa, non è la stessa cosa! — esclamò Giacomo.
— Io credevo, — interpose Gorletti, — che la signorina Valenti
disprezzasse il denaro e tutte le cose positive.
Il dottore disse che lui pure lo credeva, giudicandola un poco
romantica.
— Lei s’inganna, dottore; io stimo invece altamente i beni materiali,
e per un motivo giustissimo, ch’essi soli cioè ne assicurano
l’indipendenza.
Vi fu un breve silenzio; la marchesa ne approfittò per mutar discorso.
Pochi momenti dopo il pranzo era finito; tutti si alzarono.
Appena in sala, la contessa Lassardi s’avvicinò a d’Astorre.
— Sapete che sono in collera con voi, — disse, abbassando un po’ la
voce.
— Di già? Badate, mi farete diventar vano.
— Come se non lo foste! Sì, sono in collera, perchè non mi avete voluto
ripetere che cosa si raccontava di me a Nizza; non bisognava allora
lasciarmi sapere che si raccontava qualcosa. Ma mi posso vendicare,
giacchè ne so di belle sul conto vostro.
— Ebbene, contessa, facciamo la pace. Venite qui; vi racconterò la
vostra storia, voi mi direte la mia.
Presero posto in un angolo della sala, e, per una ventina di minuti,
rimasero come separati dalli altri. Due o tre volte ella gettò dei
brevi gridi, nascondendosi il viso dietro il suo grande ventaglio.
Durante un minuto, lo guardò fisso negli occhi, e un lieve sorriso le
comparve sulle labbra. All’altra estremità della sala, il cugino teneva
un giornale in mano e li guardava per di sotto, furibondo.
Quando la confessione della contessa fu terminata, la marchesa chiamò
il nipote presso di sè.
— Vediamo, Massimo, vieni un po’ a discorrere con me, adesso. Sarai
dunque sempre incorreggibile, cattivo soggetto?
— Sempre, cara zia. _On a des principes._
— _Ou on n’en a pas._ Dici delle cose nefande.... e ne fai. Mi vennero
raccontati aneddoti da far fremere. Si pretende anche che sei talmente
incapricciato di una celebre attrice di cui ho scordato il nome (al
solito) che vuoi dirigere un teatro per lei.
— Sì, è un progetto che mi frulla nel capo. Bisogna incoraggiare
l’arte, e l’assicuro, zia, che la Kausler è un’artista veramente
superiore.
— No, non parlarmene. Ma questo è ancora nulla. E quell’orribile vizio
del giuoco!
— Ah! in quanto a quello, non sa dunque ch’è una passione che ne toglie
del tutto il libero arbitrio?
— Taci, mi fai orrore. È ridicolo che da parte mia io persista a
volerti bene, ad onta di tutto. Voglio dimenticare le tue colpe, per
ora, giacchè sei qui, giacchè almeno sei venuto, finalmente. Avevo
quasi perduto ogni speranza. Sa, signorino, ch’è un gran pezzo che non
lo si è visto?
— È spaventoso. Dieci volte fui sul punto di venire, e sempre....
Pensi, zia; due giorni fa ero a Parigi e non credevo affatto di poter
venire.... Ma, infine, ci sono!
Vicino al vasto camino, la conversazione continuava animatissima. Una
nuova disputa s’era impegnata fra Terzi e la contessa, e Giacomo vi
voleva prender parte. A una certa distanza, Gorletti l’osservava.
— Ma che ha dunque Elisa? sembra triste assai anche questa sera, —
diceva donna Maria che stava sfogliando dei libri a un tavolino.
— Non ne so nulla. Davvero che non mi ci raccapezzo più.
— Da qualche giorno tutto ciò diventa proprio incomprensibile.
— Ho un bel studiarla, rimane un mistero anche per me, — soggiunse il
dottore.
Donna Maria si avvicinò allora alla marchesa ed a Massimo.
— Sapete di che cosa stiamo parlando? — chiese, gettando uno sguardo
dalla parte ov’era Elisa.
— Lo indovino. Lasciatela stare, povera ragazza; si sforza d’essere
socievole; non bisogna parere accorgersi di nulla.
— Naturalmente. Ma vado a parlarle per toglierla alla sua
contemplazione.
E andò a sedere essa pure accanto al fuoco.
— Hai già notato, Massimo, ch’Elisa sembra sopra pensiero?
— Certo, appena la vidi. Mi parve anzi assai mutata.
— È assai bella, però.
— Certo, ma c’è sul suo viso una espressione che fa pena a vedersi.
— Credi che sarebbe possibile di giungere a comprendere qual sia la
causa della sua tristezza?
— E lo domanda a me? Ma, cara zia, lei lo deve ben sapere, lei che l’ha
sempre davanti, se io, rivedendola questa sera dopo tanto tempo, l’ho
indovinato da un’ora.
— Discorrendo con la contessa?
— Ma sì; ciò non mi chiudeva gli occhi.
— Ebbene, dimmelo, perchè è così mesta?
— Ma, zia, perchè la si vuole costringere a sposare quel brutto signor
Gorletti.
La marchesa fece un movimento di viva sorpresa.
— Massimo, devi essere il diavolo in persona!
Egli si mise a ridere.
— Ma niente affatto. Alcuni lievi indizi a tavola, il contegno d’Elisa
e di quel brutto signore hanno bastato a mettermi sulla strada. A
proposito, com’è che lei lo conta tra gli amici suoi?
— Egli mi ha reso servizio altre volte in circostanze assai difficili.
A dire il vero comprendo ch’egli non ti piaccia, così a prima vista;
ma ti assicuro che possiede delle qualità eccellenti. È un uomo
retto ed abilissimo, che ha raddoppiato la sua fortuna a poco a poco
e onestamente. È assai benefico. Sia detto fra noi: tre anni fa, ha
salvato i Valenti da una rovina certa.
— Ed è per ciò che ora gli vogliono dare la loro figlia?
— Egli ha chiesto la mano d’Elisa; essa non voleva, e l’hanno pregata
di aspettare e riflettere bene prima di dare una risposta definitiva,
ma finirà a cedere. Non ha quasi nulla; gli affari della sua famiglia
sono di nuovo imbrogliatissimi; si dice che abbiano debiti ovunque.
Comprendo ch’ella non possa amare il Gorletti; anzi la compiango con
tutto il cuore; ma, lo confesso, mi sembra allo stesso tempo che il
rifiutare, nella sua posizione, sarebbe una follia, ed una colpa verso
i suoi. Del resto, non parlarne, te ne prego; non se ne sa nulla. Tu
indovini tutto!
— Lei ha forse ragione dicendo che quella ragazza non può rifiutare;
eppure quel Gorletti è brutto, vecchio, antipatico, troppo orribile
davvero! Al punto di vista naturale e semplice, all’infuori delle
necessità sociali, è una infamia! Ma si possono forse contare in questo
mondo detestabile?
Si alzò; il suo viso, fattosi scuro per un istante mentre pronunciava
codeste parole, riprese la sua espressione solita, e, col sorriso
sulle labbra, si riavvicinò alla contessa. La conversazione divenne
tosto generale. Giunse il curato, e la marchesa giuocò con lui varie
partite di _tresette_. Giacomo, in un angolo, sempre con un libro in
mano, teneva il broncio; il che, naturalmente, faceva raddoppiare
la civetteria della bella contessa verso il nuovo arrivato. Questi
raccontò nuovamente alcuni aneddoti parigini, parlò de’ suoi viaggi,
lanciò a Giacomo, a Gorletti ed anche al dottore qualche risposta
assai applaudita, e fu sempre più divertente. Si ripeteva a voce bassa
ch’egli aveva davvero dello spirito, e le sue narrazioni aumentarono
il desiderio di saperne di più, tanto che lo si osservava con sempre
crescente curiosità. La marchesa particolarmente lo ammirava, pure
con qualche riserva. La stessa Elisa aveva quasi soggiogato la sua
tristezza e prendeva qualche parte alla conversazione, tranquillamente.
Si servì il tè. Il fuoco fiammeggiava di nuovo, gettava grandi bagliori
dorati sulla tappezzeria verde chiara a grandi ramificazioni di
smaglianti colori, sopra le cornici dei vecchi quadri anneriti. Massimo
era stato bloccato in un angolo dal piccolo Giacomo, che lo interrogava
sopra vari argomenti equivoci, e rideva forte, adulatore sincero
qual’era, alle risposte del magnifico cugino. Sopra un divano, Gorletti
prendeva delle note, ed il dottore dormiva il sonno del giusto, in una
delle vaste poltrone, digerendo scientificamente.
Le undici e mezzo suonarono; il vecchio curato si era accomiatato, e
tutti si dettero la felice notte sul grande scalone, illuminato dai
domestici che portavano dei lumi.
Un quarto d’ora più tardi, tutto era tranquillo nella villa. Il pittore
si addormentava profondamente; Giacomo ed Arombelli vegliarono ancora,
fumando e parlando di cavalli; la padrona di casa leggeva nel suo gran
letto a colonne l’ultimo romanzo inglese della _Tauchnitz Edition_;
donna Maria, nella camera della sua amica, la burlava per il suo
contegno con d’Astorre, il quale, dal canto suo, certo non pensava a
lei, poichè, seduto a un tavolino, vicino al fuoco, scriveva alcune
lettere che parevano assorbire tutta la sua attenzione. Ma, in fondo in
fondo del lungo corridoio, Elisa Valenti aveva spento il lume, e, con
la faccia nascosta nel guanciale, piangeva ancora silenziosamente nella
notte.