debbano intanto veder trionfare per le vie e le piazze delle famose
cento città e della lor capitale tante sconcezze monumentali che i
posteri certamente abbatteranno, vergognandosi di esse per l'arte, per
l'onor di Roma e dell'Italia; e debbano veder accolte nella Galleria
dell'arte moderna parecchi orrori scultorii che starebbero bene
soltanto in qualche salotto di salumai, o di mercanti di campagna
mezzi rinciviliti.
Michele La Spina è modesto sì, ma non inconsapevole del suo valore. E
in quei giorni di scoraggiamento e di lassezza, che sopravvengono
anche ai più audaci e ai più forti, quando sembra che tutto crolli
dattorno all'artista e stia per naufragargli in petto, con la fede nel
proprio valore, fin l'amore dell'arte, io credo che gli basterà dar
un'occhiata al suo _Faunetto_ che attende l'ultima mano, al suo Satiro
a cui manca per l'eternità soltanto esser colato in bronzo, a quella
gigantesca testa del Garibaldi dove il gran dittatore rivive come non
è mai rivissuto in nessuno dei suoi mille busti, in nessuna delle sue
mille statue, in nessuno dei suoi mille monumenti, basterà quella
rapida occhiata per ridargli coraggio e vigore, e fargli riacquistare
la coscienza della sua forza e la fede nell'arte e nell'avvenire.
*
* *
Tre mesi fa, l'amico Amilcare Lauria mi invitava ad andare ad ammirare
assieme con lui alcune incisioni in legno d'un giovane siciliano di
cui sentivo pronunziare allora per la prima volta il nome: Ignazio
Orlando. L'entusiasmo del Lauria per quelle incisioni era così grande,
che io già ne attribuivo molta parte alla sua abituale esagerazione
affettuosa quando si tratta di cose dei suoi amici. M'ingannavo.
Ricordo, scrivendo, la stanzetta di via Aliberti, dove l'Orlando aveva
installato in quei giorni uno studio provvisorio. Eravamo quattro
persone e ci si rigirava a stento. Bruno, corto, pienotto, con folti
capelli neri, un po' esitante e imbarazzato nei modi, Ignazio Orlando
mi sarebbe parso un intelligente operaio vestito bene, senza quegli
occhi neri più del carbone che, mentre egli parlava con modesta
semplicità dell'arte sua, dei suoi progetti, delle sue speranze,
brillavano, lampeggiavano, rivelando assai meglio delle parole un
ardente anima di artista.
Aveva tratto fuori da una valigetta due o tre custodie di cartone
avviluppate in vecchi giornali, e apertele sul lettino, che occupava
quasi metà della cameretta, ci presentava a una a una le prove di
stampa di alcune delle sue incisioni, scusandosi che qualcuna di
queste non fosse ancora finita.
Mi attendevo, sì, di vedere dei lavori assai bene eseguiti; avevo
saputo dal Lauria che l'Orlando, fatti i suoi primi studi in Italia,
era stato parecchi anni a Londra e a Parigi alla scuola dei più
valenti incisori in legno di colà; e, invece, avevo davanti agli occhi
squisite opere d'arte, dove quel che meno colpiva era l'abilità
tecnica, che pure appariva grandissima.
Raramente mi era accaduto di vedere qualcosa di simile, cioè
l'interpretazione di un quadro, la quale desse un'idea così fedele di
esso, da far scorgere oltre al disegno il colore, e oltre al disegno e
al colore la speciale fattura del pittore. Ci passavamo da mano a mano
le riproduzioni di un lavoro del Morelli, d'un paesaggio del Lojacono,
d'una figura del Leloir; e da ciascuna di quelle incisioni non
vedevamo risaltare, a prima vista, la bravura dell'esecuzione, ma il
carattere e la natura dell'opera riprodotta, pittura a olio o
acquarello; la bravura veniva ammirata dopo, quasi per uno sforzo di
riflessione.
Allora l'incisione del _Cristo nel deserto_ del Morelli era appena
incominciata. Sul tavolino davanti alla finestra, coperto da un foglio
di carta turchina, vicino alla cassetta dei ferri, al cuscino tondo di
pelle che serve di appoggio incidendo, quasi sotto la lente mobile,
stava il legno da cui la nostra importuna visita aveva, poco prima,
staccato l'artista. Egli era intorno agli angioli dalle lunghe vesti
ondeggianti, uno col vassoio ricolmo di uva e di frutta diverse,
l'altro con su la spalla il recipiente con l'acqua. Sotto i lievi
incavi del bulino già sparivano le ultime traccie del disegno, mentre
a sinistra la figura del Cristo spiccava in nero, ancora intatta, sul
fondo opalino della fotografia col collodione; quasi l'artista volesse
accostarsi a quella figura con riverente lentezza e dopo aver superato
la prova di rendere quelle creature, umane e celestiali in una, così
stupendamente intonate con le brulle montagne del fondo, con gli arsi
cardi del primo piano, e con quel rigoglioso tralcio di vite
impigliato alle vesti del portatore della frutta.
Ora l'incisione è finita ed esposta al pubblico; e la meraviglia e
l'ammirazione da essa destate in coloro che hanno avuto la curiosità
di visitare la _Sala degli scacchi_ dell'Associazione della Stampa,
hanno già ricompensato l'artista della sua ardua fatica, quantunque la
più preziosa ricompensa per lui dev'essere stata la lode del Morelli,
contentissimo di veder riprodotto in quel modo uno dei migliori suoi
quadri.
Peccato che, appunto in questi giorni, il riordinamento della
_Galleria dell'arte moderna_ impedisca di confrontare la riproduzione
con l'originale a chi volesse formarsi un'esatta idea del valore
artistico dell'Orlando.
Chi ha veduto il quadro del Morelli può fare il confronto di memoria;
un capolavoro come quello, visto una volta, non si dimentica più. A me
basta socchiudere gli occhi perchè le tre stupende figure mi si
ripresentino all'immaginazione con l'evidenza della realtà. Sotto il
cielo plumbeo e afoso, fuggono in fondo, a sinistra aride e rossiccie
le colline; rizzano i dossi nudi e scabrosi, a destra, le montagne
della Palestina. In pieno sole, su un rialzo di terreno roccioso, con
la bruna faccia su cui i riflessi del terreno e delle candidissime
vesti gittano una velatura violacea, con le braccia aperte, quasi
lasse, è seduto il Cristo, che ha nei grandi occhi lo smarrimento
della mistica contemplazione e dell'estasi. Ed ecco, a destra, vestiti
di azzurro, leggieri, sorvolanti sul terreno, i due angeli
ministratori che arrivano compresi di riverenza e di tremore, recanti
il ristoro delle frutta e dell'acqua..... _Et angeli ministrabant
illi._
Non pare di stare davanti a un quadro, ma di assistere a una visione,
in quell'afosa atmosfera che incombe grave sul vasto spazio attorno,
con quelle rocce scottanti, quasi calcinate dal sole, dove una lista
di erbe agonizza invocante qualche stilla di rugiada, dove fin le
ombre sono luminose, le carni e le vesti trasparenti, tanto impregnate
di sole! E che visione quel Cristo coperto del candido sciamma,
assorto, con nella faccia troppo umana i bagliori del cielo che gli
splende nell'anima, e quelle due leggere figure vestite di azzurro,
con ricche chiome d'oro che fiammeggiano al sole, creature angeliche
quantunque non mostrino le ali e le aureole con cui la tradizione
artistica suol caratterizzarle! Sì, visione non quadro, cioè non
dipinto; perchè qui la fattura non si scorge e le supreme sapienti
delicatezze del pennello spariscono dietro la creazione artistica che
spazia per altezze sovrane. Il quadro par fatto con niente, a furia di
mezze tinte, di colori neutri, eccetto il bianco candidissimo delle
vesti del Cristo e l'oro fiammeggiante della chioma del primo angelo.
Ma che armonia! E che sincerità! E come siamo a mille miglia dalle
abilità del mestiere!
Con questo miracolo d'arte ha dovuto lottare l'Orlando e non n'è
rimasto schiacciato. Chi ha visto il quadro del Morelli, lo rivede
nell'incisione quasi tal quale; e come le piccole dimensioni del
quadro dànno all'occhio l'illusione della grandezza naturale, così le
piccole proporzioni dell'incisione dànno quelle del quadro.
L'Orlando s'era preparato a quest'arduo lavoro incidendo
precedentemente altri lavori del Morelli: l'_Uscita dalla chiesa_,
_Giovedì santo_ e _Studio di donna_ nei quali ha dovuto superare
difficoltà di natura diversa, volendo fin rendere la differenza di
talune parti del quadro che il pittore non ha mai finite.
La valentìa dell'Orlando non si smentisce nei paesaggi _Ischia_ e
_Presso il Vesuvio_ del Lojacono, che come paesaggi non valgono molto;
si afferma anzi grandemente nella piccola incisione dell'acquarello
del Leloir, finitissima, caratteristica.
E mi limito a parlare delle incisioni esposte, perchè altrimenti
dovrei citare parecchi ritratti, fra i quali notevolissimo quello del
senatore Paternò.
Ora l'Orlando intende pubblicare un _Album_ dove saranno da lui
riprodotte con l'incisione le più belle opere della moderna pittura
italiana; album che avrà un testo illustrativo in quattro o cinque
lingue. E qui comincia la triste istoria delle difficoltà d'ogni
genere che gli attraversano l'impresa. Ma egli è coraggioso,
persistente, forte, e il suo breve passato deve infondergli lena e
vigore.
Ha già percorso un bel cammino da quando, povero fanciullo,
frequentava le scuole della Martorana in Palermo e le scuole serali
operaie di disegno; da quando nell'Istituto di San Michele di qui
s'iniziava allo studio della sua arte, fino alla sua dimora in Londra
e in Parigi, in quegli studi xilografici dove gli venivano appresi
tutti i perfezionamenti tecnici dell'incisione sotto la direzione dei
più valenti maestri del genere. Passato maestro alla sua volta, egli
ha sentito la nostalgia della patria, ed ha sognato di venir a
impiantare in Italia una scuola di xilografia, ora che quest'arte
torna in onore, ora che il rinascente gusto artistico fa metter da
banda le riproduzioni meccaniche della fototipia e della
fotoincisione, ora che il libro non vuol più essere soltanto un
gioiello di arte letteraria ma anche di arte tipografica e
illustrativa.
È rimasto un po' deluso. Nel pubblico, nel mondo artistico, nel mondo
ufficiale, che dovrebbe tentare, con alti intendimenti, imprese quasi
impossibili per la speculazione privata, non c'è nessun risveglio,
anzi neppur un accenno di risveglio in favore di un'arte che è
destinata a sostituire i volgari processi meccanici di riproduzione,
e, forse, anche pel lato commerciale, la incisione in rame; su la
quale ha, fra tanti altri, il pregio di una pastosità che questa non
potrà raggiungere mai.
È rimasto un po' deluso; ma non vuol dir niente. Egli ha tanta
giovinezza che può attendere ancora un po'. Attenda dunque ed abbia
fede!
II.
GRAFOMANE?¹
¹ __Salvatore Grita__, schizzi critici--Prima puntata. Roma, Tip.
Economica Commerciale 1897.
No. Certamente è un peccato che Salvatore Grita maneggi da qualche
tempo in qua (ahimè da molto tempo in qua!) più la penna che la
stecca; ma non è tanto facile trovare delle persone che, come lui, non
perdano quasi punto nel cambiar mestiere. Dirò di più: sarebbe
desiderabile che molti scrittori di mestiere (si noti, non dico:
mestieranti) maneggiassero la penna con la stessa facilità di lui, con
la stessa forza di arguzia, con la stessa ricchezza d'ironia che
rendono gli scritti di questo scultore un'opera d'arte.
Quando ricordo il giovane che nel 1855 tornava nella sua città natale,
Caltagirone, per esporvi la sua prima statua, _La Speranza nella
sventura_, bruno, con folta capigliatura nera, con occhi nerissimi,
con indosso l'ondeggiante _chemise_ di lustrino nero allora in voga; e
lo paragono all'uomo di oggi, canuto, accasciato, quasi curvo sotto il
peso delle disgrazie d'ogni sorta, che però non son riuscite ad
abbatterne l'animo imperterrito e a intorpidirne l'eletto ingegno, io
mi sento preso da grande commozione e da più grande ammirazione. E
penso: sì, è vero, ognuno di noi si foggia con le proprie mani il suo
destino; ma, spesso, una crudele fatalità pesa talmente su certe
creature umane, da non lasciare nessun dubbio che la responsabilità
dello sconvolgimento di una vita debba attribuirsi, più che
all'individuo, alle circostanze di cui egli è stato vittima.
Salvatore Grita appartiene a questa categoria.
La lettera che egli scrive all'onorevole Imbriani, a proposito della
sua interpellanza pel monumento nazionale al Mazzini, è un capolavoro
di 75 pagine che onorerebbe qualunque scrittore di grido. È eccessiva?
Violenta? Impertinente? Aggressiva? È quale appunto lo scrittore l'ha
voluta. Ma che logica stringente! Ma che mordente sarcasmo! Ma che
brio e che umore, nel miglior senso di questa parola! Non una frase,
non una parola vuota e fuori posto. L'argomentazione prorompe _ex
abundantia cordis_, lo stile scatta, irride, graffia, morde: e nello
stesso tempo si sente che nel suono della voce dello scrittore c'è
qualcosa che sa di pianto, e si capisce che la mano di tratto in
tratto ha dovuto arrestarsi perchè gli occhi erano gonfi di lagrime
che gli velavano la vista.
"Leggete, leggete, ve ne prego, fatemi la grazia di andare fino in
fondo: fo un debito per far stampare tutto questo, per così diminuirvi
la fatica nel leggere, perchè amo che lo leggiate voi e quei pochi che
vi somigliano." (pag. 29).
Salvatore Grita è tanto disgraziato che può darsi benissimo che forse
neppur l'on. Imbriani (il quale pure legge tutti i plichi che gli
inviano) troverà un quarto d'ora per vedere che diamine voglia da lui
uno che comincia con dirgli: "Come? Anche voi vi schierate tra i
nemici di Giuseppe Mazzini?"
Giorni fa tutti i giornali di Roma sbraitavano contro la
monumentomania da cui è stato preso quest'ultimo quarto del secolo
morente; tutti esclamavano: _Troppe brutte statue! Troppi bruttissimi
gruppi! L'Italia ne è profanata da un capo all'altro! Smettiamo!_
Salvatore Grita, scultore, predica così da più di trent'anni,
spassionatamente, per puro amore all'arte e della dignità nazionale,
accompagnando le sue alte grida da ragioni estetiche, civili,
economiche anche, se si pensa ai milioni miseramente sciupati...
Ebbene, che profitto ne ha cavato? Quello soltanto di sentirsi
chiamare _spostato_, _mattoide_, _grafomane_; anzi, no, non quello
soltanto. Personalmente ne ha avuto il bel profitto di un ostracismo
che più tardi, se davvero il mondo diventerà a poco a poco più civile
e più onesto, parrà affatto incredibile.
Io non voglio entrare nella discussione di alcuni fatti riferiti in
questa lettera all'on. Imbriani. Prima di pronunciare un giudizio
bisognerebbe aver sentito, come suol dirsi, l'altra campana. E dico
così più per rispetto al pubblico che per altro. Il Grita può in
qualche punto della sua lettera eccedere, e fare qualche piccola
reticenza (per quanto un uomo abbia la coscienza di essere
spassionato, non sa difendersi interamente dalle insidie nel proprio
interesse) ma è impossibile supporre che inventi di sana pianta, che
calunni sfacciatamente Ministri, Segretari di Stato, Commissioni di
esami, e che mentisca nella sua dignitosissima lettera alla contessa
Ersilia Gaetani Lovatelli; la quale signora contessa ha permesso,
senza fiatare, che il suo agente d'affari commettesse contro il Grita
un'enormità di cui dovranno occuparsi i tribunali.
Ma di questi fatti personali lo stesso Grita parla a malincuore. Dice:
"Vedrà: invece di attaccare le mie idee, prenderanno di mira la mia
persona, e non su pei giornali ma nei crocchi, per calunniarmi più
agevolmente."
Infatti, sono già parecchie settimane che la sua lettera all'on.
Imbriani è pubblicata: nessun giornale ne ha fatto un cenno. E vada
pei giornali politici! Ma per le riviste, pei periodici, pei giornali
che si occupano di cose d'arte? Giacchè il Grita non è un
ciarafuglione, un cervello arruffato; ha intorno all'arte sua una
serie d'idee che egli sa esporre con chiarezza, con evidenza
immaginosa, con entusiasmo di persona profondamente convinta, stavo
per dire, di apostolo; e il pubblico che ha applaudito mesi fa alla
conferenza del Nordau intorno alla _Funzione sociale dell'arte_,
ignora che il Grita ha predicato con la stampa, e da un pezzo, le
stessissime idee, non meno brillantemente e non meno efficacemente del
troppo lodato scrittore tedesco.
Ecco: io, per parte mia, credo poco o punto al valore pratico della
Funzione sociale dell'arte come oggi s'intende; mi sembra che nel
porre questo problema si giuochi d'equivoco; e non si tenga, nel
risolverlo, nessun conto delle mutate condizioni dello spirito umano.
Io, per parte mia, credo che il primo dovere di un'opera d'arte sia
quello di essere una bella opera d'arte; che il primo dovere di
un'opera d'arte moderna sia quello di essere una _bella_ opera d'arte
che riveli di essere di oggi, e non d'ieri o di parecchi secoli fa,
cioè non una reminiscenza, nè un _pastiche_.
Perciò, mentre vo d'accordo col Grita su alcuni punti, mi trovo molto
lontano da lui intorno al valore del concetto in un'opera d'arte. Ma
questo non m'impedisce di ammirare fino i suoi eccessi, in grazia
della forma.
Egli biasima, e con evidentissime ragioni, lo stupido interpolamento
delle allegorie antiche in un'opera di arte moderna.
"Coloro che trovarono quelle personificazioni erano uomini di genio,
ed esse erano prodotti logici, storici, istruttivi, educativi; ma
voialtri (_parla a certi scultori_) che tacete i fatti storici per
darci dei rebus, voialtri siete ladri che rubate alla storia, che
rubate pagine di storia alla patria.
"Gli antichi, delle loro allucinazioni facevano altrettante realtà;
oggi dopo tanti secoli di progresso, dopo tanto lume di scienza, delle
realtà fanno allucinazioni: ma che dico? rubano, copiano, applicano,
no, appiccicano a sproposito le forme già sciupate dei prodotti
d'immaginazione intellettiva di trenta, quaranta secoli fa" (pag.
8-9).
E con acuta ironia prosegue poco più in là:
"È inutile che io mi sforzi di continuare a combattere le allegorie;
me ne manca l'autorità: non sono un matricolato. Ma i matricolati, i
laureati pare che arrossiscano di parlare delle arti plastiche
contemporanee, o sono presbiti d'intelletto. Dev'essere proprio così,
perchè vedo che essi ragionano tanto bene, parlando dell'arte di
Raffaello e dell'arte preraffaellista, di Giotto e dell'arte
pregiottesca, dell'arte romana, della greco-romana, della
greco-egizia, dell'egizio-assira, dell'arte omerica e della
preomerica! E non vi parlo dell'arte preistorica e con quanta lucidità
la vedano e con quanta profondità di analisi critico-scientifica la
giudichino; e come, dopo aver parlato del microcosmo della genesi e
della sua evoluzione, attacchino l'estetica del microcosmo!
"Ma questi nostri grandi critici che vedono così limpidamente il
grandissimo e il picciolissimo del passato, non vedono più le opere
d'arte esposte che aspettano il loro giudizio... I signori dotti
presbiti diranno, mi par di sentirli, che le allegorie le inventarono
e immaginarono i grandi conduttori di popoli, i grandi legislatori...
È vero; ma quelli erano grandi animali politici, e i nostri tesmofori
sono dei politici animali quando approvano, se non suggeriscono, forme
vuote di contenuto moderno. Gli antichi legislatori adoperavano le
allegorie per colpire e persuadere le turbe, e vi riuscivano
felicemente; se ne servivano per democratizzare, se così posso dire, i
loro aristocratici pensieri e renderli comprensibili alle masse. Ma
per far ciò si richiede la mente altissima d'un filosofo che analizzi
ed astragga, il potente ingegno immaginativo di un artista che
sintetizzi in forma plastica il nuovo tipo allegorico adatto a
significare i concetti moderni, il contenuto razionale, come
praticarono i classici e il medio-evo, come praticano in questo
momento i giornali politici illustrati e soprattutti i giornali
socialisti nelle loro allegorie" (pag. 10-11).
Un potente ingegno immaginativo d'artista! E leggendo una pagina che
ragiona con parole di fuoco del monumento del Grandi per le _Cinque
Giornate_ parrebbe ch'egli si contraddica; giacchè quel potente
ingegno immaginativo del povero Beppe Grandi ha, secondo me, fatto
quel che il Grita vorrebbe, cioè ha sintetizzato in forma plastica un
concetto storico, e così chiaramente, così evidentemente, che un
plebiscito popolare impose ai giudici accademici la scelta di quel
lavoro fuori concorso. Il programma voleva che il monumento fosse pure
_caserma per le guardie daziarie_, e il Grandi, con un colpo d'ingegno
immaginativo, ha fatto invece quel che ha fatto. Ma il Grita non si
smarrisce; ha quasi preveduto l'obiezione, e si sdegna e schizza
fiamme:
"Cinque allegorie delle cinque giornate, che vuol dire cinque modelle!
Manetta del Frate, la lunedì; l'Organettaia, la martedì; Gigia la
sudicia, la mercoledì: Antonietta Ruggerio, la giovedì; e Beppa la
pillaccherona, la venerdì. Ecco le cinque giornate! Perchè rubate
questo tempo, questa materia, o scultori, o Milanesi, ai vostri
martiri? Perchè vi siete dimenticati del vostro zoppo Pasquale
Sottocorno?... Come! Mi fate delle allegorie, della mitologia due
secoli dopo che il Vico ha convertito la mitologia in istoria; due
secoli dopo, della storia voi me ne fate mitologia!" (pag. 37).
Ed ho voluto citare questo tratto per dare un'idea della forma e per
dimostrare che anche dove c'è eccesso nel concetto, c'è sempre
qualcosa di profondo e di suggestivo.
Povero Salvatore Grita! Poche volte l'arte ha avuto un adoratore più
fervente e più devoto di lui; e poche volte la devozione e il fervore
sono stati peggio rimeritati!
Ormai è troppo tardi per lui; l'esperienza non potrà più insegnargli
nulla. Ma il suo esempio rimarrà tipico, e forse non sarà inutile per
qualche altro. Quando in un intelletto di artista la riflessione
sopraffà la immaginativa, quando l'artista si preoccupa più del
concetto come concetto e meno della forma come forma, avviene subito
un disequilibrio nelle facoltà di lui; e, se le tristi circostanze
della vita se ne mescolano un poco, si ha il doloroso spettacolo di
un'eletta intelligenza artistica che si arrabatta nel vuoto.
Salvatore Grita oggi ha sessantanove anni. Ha modellato _La Speranza
nella sventura_, la _Cieca_, _Una monaca_, simboleggiante l'abolizione
dei Conventi, e quel gruppo _Il bombardamento di Palermo_ che, più di
ogni suo lavoro, mostra quali belle qualità tecniche possedeva questo
ribelle, che poi non ha più potuto--e non per impotenza
creatrice!--produrre altro, per quel che io sappia.
Se chi ne ha il facile mezzo in mano potesse dargli pace e
tranquillità, forse i sessantanove anni non impedirebbero al Grita di
fare un lavoro dove il pensatore e l'artista si mostrerebbero fusi
assieme, opera d'arte da onorare lui e la scultura italiana.--_Sit
omen verbo!_
POLEMICA
_Eduardo Boutet pubblicava nel _Don Chisciotte_ di Roma del 7 gennaio
1894 il seguente scritto:_
SICILIA VERISTA E SICILIA VERA
Proprio di questi giorni, due fra i maggiori scrittori siciliani di
questi tempi, pubblicano due volumi: Luigi Capuana e Giovanni Verga.
Luigi Capuana _Il Raccontafiabe_, seguito al _C'era una volta_,
Giovanni Verga una raccolta di novelle e bozzetti, _Don Candeloro e
C._ E proprio di questi giorni è stato chiesto ai deputati siciliani,
precisamente nel _Don Chisciotte_:--Ma, le conoscevate voi le sciagure
che straziavano la terra nobilissima? e perchè, ogni giorno, là alla
Camera non le avete ricordate?
Da siffatta domanda, perfettamente giusta, ne deriva spontaneamente
un'altra:--E voi scrittori siciliani, di novelle, di bozzetti, di
macchiette e via, perchè ne' vostri libri, non avete narrate quelle
sciagure?--Tale domanda ha bisogno di un semplice commento per
dimostrarne la esattezza.