E così si capisce com'egli, e i rari modesti e valenti suoi pari,

debbano intanto veder trionfare per le vie e le piazze delle famose

cento città e della lor capitale tante sconcezze monumentali che i

posteri certamente abbatteranno, vergognandosi di esse per l'arte, per

l'onor di Roma e dell'Italia; e debbano veder accolte nella Galleria

dell'arte moderna parecchi orrori scultorii che starebbero bene

soltanto in qualche salotto di salumai, o di mercanti di campagna

mezzi rinciviliti.

Michele La Spina è modesto sì, ma non inconsapevole del suo valore. E

in quei giorni di scoraggiamento e di lassezza, che sopravvengono

anche ai più audaci e ai più forti, quando sembra che tutto crolli

dattorno all'artista e stia per naufragargli in petto, con la fede nel

proprio valore, fin l'amore dell'arte, io credo che gli basterà dar

un'occhiata al suo _Faunetto_ che attende l'ultima mano, al suo Satiro

a cui manca per l'eternità soltanto esser colato in bronzo, a quella

gigantesca testa del Garibaldi dove il gran dittatore rivive come non

è mai rivissuto in nessuno dei suoi mille busti, in nessuna delle sue

mille statue, in nessuno dei suoi mille monumenti, basterà quella

rapida occhiata per ridargli coraggio e vigore, e fargli riacquistare

la coscienza della sua forza e la fede nell'arte e nell'avvenire.

*

* *

Tre mesi fa, l'amico Amilcare Lauria mi invitava ad andare ad ammirare

assieme con lui alcune incisioni in legno d'un giovane siciliano di

cui sentivo pronunziare allora per la prima volta il nome: Ignazio

Orlando. L'entusiasmo del Lauria per quelle incisioni era così grande,

che io già ne attribuivo molta parte alla sua abituale esagerazione

affettuosa quando si tratta di cose dei suoi amici. M'ingannavo.

Ricordo, scrivendo, la stanzetta di via Aliberti, dove l'Orlando aveva

installato in quei giorni uno studio provvisorio. Eravamo quattro

persone e ci si rigirava a stento. Bruno, corto, pienotto, con folti

capelli neri, un po' esitante e imbarazzato nei modi, Ignazio Orlando

mi sarebbe parso un intelligente operaio vestito bene, senza quegli

occhi neri più del carbone che, mentre egli parlava con modesta

semplicità dell'arte sua, dei suoi progetti, delle sue speranze,

brillavano, lampeggiavano, rivelando assai meglio delle parole un

ardente anima di artista.

Aveva tratto fuori da una valigetta due o tre custodie di cartone

avviluppate in vecchi giornali, e apertele sul lettino, che occupava

quasi metà della cameretta, ci presentava a una a una le prove di

stampa di alcune delle sue incisioni, scusandosi che qualcuna di

queste non fosse ancora finita.

Mi attendevo, sì, di vedere dei lavori assai bene eseguiti; avevo

saputo dal Lauria che l'Orlando, fatti i suoi primi studi in Italia,

era stato parecchi anni a Londra e a Parigi alla scuola dei più

valenti incisori in legno di colà; e, invece, avevo davanti agli occhi

squisite opere d'arte, dove quel che meno colpiva era l'abilità

tecnica, che pure appariva grandissima.

Raramente mi era accaduto di vedere qualcosa di simile, cioè

l'interpretazione di un quadro, la quale desse un'idea così fedele di

esso, da far scorgere oltre al disegno il colore, e oltre al disegno e

al colore la speciale fattura del pittore. Ci passavamo da mano a mano

le riproduzioni di un lavoro del Morelli, d'un paesaggio del Lojacono,

d'una figura del Leloir; e da ciascuna di quelle incisioni non

vedevamo risaltare, a prima vista, la bravura dell'esecuzione, ma il

carattere e la natura dell'opera riprodotta, pittura a olio o

acquarello; la bravura veniva ammirata dopo, quasi per uno sforzo di

riflessione.

Allora l'incisione del _Cristo nel deserto_ del Morelli era appena

incominciata. Sul tavolino davanti alla finestra, coperto da un foglio

di carta turchina, vicino alla cassetta dei ferri, al cuscino tondo di

pelle che serve di appoggio incidendo, quasi sotto la lente mobile,

stava il legno da cui la nostra importuna visita aveva, poco prima,

staccato l'artista. Egli era intorno agli angioli dalle lunghe vesti

ondeggianti, uno col vassoio ricolmo di uva e di frutta diverse,

l'altro con su la spalla il recipiente con l'acqua. Sotto i lievi

incavi del bulino già sparivano le ultime traccie del disegno, mentre

a sinistra la figura del Cristo spiccava in nero, ancora intatta, sul

fondo opalino della fotografia col collodione; quasi l'artista volesse

accostarsi a quella figura con riverente lentezza e dopo aver superato

la prova di rendere quelle creature, umane e celestiali in una, così

stupendamente intonate con le brulle montagne del fondo, con gli arsi

cardi del primo piano, e con quel rigoglioso tralcio di vite

impigliato alle vesti del portatore della frutta.

Ora l'incisione è finita ed esposta al pubblico; e la meraviglia e

l'ammirazione da essa destate in coloro che hanno avuto la curiosità

di visitare la _Sala degli scacchi_ dell'Associazione della Stampa,

hanno già ricompensato l'artista della sua ardua fatica, quantunque la

più preziosa ricompensa per lui dev'essere stata la lode del Morelli,

contentissimo di veder riprodotto in quel modo uno dei migliori suoi

quadri.

Peccato che, appunto in questi giorni, il riordinamento della

_Galleria dell'arte moderna_ impedisca di confrontare la riproduzione

con l'originale a chi volesse formarsi un'esatta idea del valore

artistico dell'Orlando.

Chi ha veduto il quadro del Morelli può fare il confronto di memoria;

un capolavoro come quello, visto una volta, non si dimentica più. A me

basta socchiudere gli occhi perchè le tre stupende figure mi si

ripresentino all'immaginazione con l'evidenza della realtà. Sotto il

cielo plumbeo e afoso, fuggono in fondo, a sinistra aride e rossiccie

le colline; rizzano i dossi nudi e scabrosi, a destra, le montagne

della Palestina. In pieno sole, su un rialzo di terreno roccioso, con

la bruna faccia su cui i riflessi del terreno e delle candidissime

vesti gittano una velatura violacea, con le braccia aperte, quasi

lasse, è seduto il Cristo, che ha nei grandi occhi lo smarrimento

della mistica contemplazione e dell'estasi. Ed ecco, a destra, vestiti

di azzurro, leggieri, sorvolanti sul terreno, i due angeli

ministratori che arrivano compresi di riverenza e di tremore, recanti

il ristoro delle frutta e dell'acqua..... _Et angeli ministrabant

illi._

Non pare di stare davanti a un quadro, ma di assistere a una visione,

in quell'afosa atmosfera che incombe grave sul vasto spazio attorno,

con quelle rocce scottanti, quasi calcinate dal sole, dove una lista

di erbe agonizza invocante qualche stilla di rugiada, dove fin le

ombre sono luminose, le carni e le vesti trasparenti, tanto impregnate

di sole! E che visione quel Cristo coperto del candido sciamma,

assorto, con nella faccia troppo umana i bagliori del cielo che gli

splende nell'anima, e quelle due leggere figure vestite di azzurro,

con ricche chiome d'oro che fiammeggiano al sole, creature angeliche

quantunque non mostrino le ali e le aureole con cui la tradizione

artistica suol caratterizzarle! Sì, visione non quadro, cioè non

dipinto; perchè qui la fattura non si scorge e le supreme sapienti

delicatezze del pennello spariscono dietro la creazione artistica che

spazia per altezze sovrane. Il quadro par fatto con niente, a furia di

mezze tinte, di colori neutri, eccetto il bianco candidissimo delle

vesti del Cristo e l'oro fiammeggiante della chioma del primo angelo.

Ma che armonia! E che sincerità! E come siamo a mille miglia dalle

abilità del mestiere!

Con questo miracolo d'arte ha dovuto lottare l'Orlando e non n'è

rimasto schiacciato. Chi ha visto il quadro del Morelli, lo rivede

nell'incisione quasi tal quale; e come le piccole dimensioni del

quadro dànno all'occhio l'illusione della grandezza naturale, così le

piccole proporzioni dell'incisione dànno quelle del quadro.

L'Orlando s'era preparato a quest'arduo lavoro incidendo

precedentemente altri lavori del Morelli: l'_Uscita dalla chiesa_,

_Giovedì santo_ e _Studio di donna_ nei quali ha dovuto superare

difficoltà di natura diversa, volendo fin rendere la differenza di

talune parti del quadro che il pittore non ha mai finite.

La valentìa dell'Orlando non si smentisce nei paesaggi _Ischia_ e

_Presso il Vesuvio_ del Lojacono, che come paesaggi non valgono molto;

si afferma anzi grandemente nella piccola incisione dell'acquarello

del Leloir, finitissima, caratteristica.

E mi limito a parlare delle incisioni esposte, perchè altrimenti

dovrei citare parecchi ritratti, fra i quali notevolissimo quello del

senatore Paternò.

Ora l'Orlando intende pubblicare un _Album_ dove saranno da lui

riprodotte con l'incisione le più belle opere della moderna pittura

italiana; album che avrà un testo illustrativo in quattro o cinque

lingue. E qui comincia la triste istoria delle difficoltà d'ogni

genere che gli attraversano l'impresa. Ma egli è coraggioso,

persistente, forte, e il suo breve passato deve infondergli lena e

vigore.

Ha già percorso un bel cammino da quando, povero fanciullo,

frequentava le scuole della Martorana in Palermo e le scuole serali

operaie di disegno; da quando nell'Istituto di San Michele di qui

s'iniziava allo studio della sua arte, fino alla sua dimora in Londra

e in Parigi, in quegli studi xilografici dove gli venivano appresi

tutti i perfezionamenti tecnici dell'incisione sotto la direzione dei

più valenti maestri del genere. Passato maestro alla sua volta, egli

ha sentito la nostalgia della patria, ed ha sognato di venir a

impiantare in Italia una scuola di xilografia, ora che quest'arte

torna in onore, ora che il rinascente gusto artistico fa metter da

banda le riproduzioni meccaniche della fototipia e della

fotoincisione, ora che il libro non vuol più essere soltanto un

gioiello di arte letteraria ma anche di arte tipografica e

illustrativa.

È rimasto un po' deluso. Nel pubblico, nel mondo artistico, nel mondo

ufficiale, che dovrebbe tentare, con alti intendimenti, imprese quasi

impossibili per la speculazione privata, non c'è nessun risveglio,

anzi neppur un accenno di risveglio in favore di un'arte che è

destinata a sostituire i volgari processi meccanici di riproduzione,

e, forse, anche pel lato commerciale, la incisione in rame; su la

quale ha, fra tanti altri, il pregio di una pastosità che questa non

potrà raggiungere mai.

È rimasto un po' deluso; ma non vuol dir niente. Egli ha tanta

giovinezza che può attendere ancora un po'. Attenda dunque ed abbia

fede!

II.

GRAFOMANE?¹

¹ __Salvatore Grita__, schizzi critici--Prima puntata. Roma, Tip.

Economica Commerciale 1897.

No. Certamente è un peccato che Salvatore Grita maneggi da qualche

tempo in qua (ahimè da molto tempo in qua!) più la penna che la

stecca; ma non è tanto facile trovare delle persone che, come lui, non

perdano quasi punto nel cambiar mestiere. Dirò di più: sarebbe

desiderabile che molti scrittori di mestiere (si noti, non dico:

mestieranti) maneggiassero la penna con la stessa facilità di lui, con

la stessa forza di arguzia, con la stessa ricchezza d'ironia che

rendono gli scritti di questo scultore un'opera d'arte.

Quando ricordo il giovane che nel 1855 tornava nella sua città natale,

Caltagirone, per esporvi la sua prima statua, _La Speranza nella

sventura_, bruno, con folta capigliatura nera, con occhi nerissimi,

con indosso l'ondeggiante _chemise_ di lustrino nero allora in voga; e

lo paragono all'uomo di oggi, canuto, accasciato, quasi curvo sotto il

peso delle disgrazie d'ogni sorta, che però non son riuscite ad

abbatterne l'animo imperterrito e a intorpidirne l'eletto ingegno, io

mi sento preso da grande commozione e da più grande ammirazione. E

penso: sì, è vero, ognuno di noi si foggia con le proprie mani il suo

destino; ma, spesso, una crudele fatalità pesa talmente su certe

creature umane, da non lasciare nessun dubbio che la responsabilità

dello sconvolgimento di una vita debba attribuirsi, più che

all'individuo, alle circostanze di cui egli è stato vittima.

Salvatore Grita appartiene a questa categoria.

La lettera che egli scrive all'onorevole Imbriani, a proposito della

sua interpellanza pel monumento nazionale al Mazzini, è un capolavoro

di 75 pagine che onorerebbe qualunque scrittore di grido. È eccessiva?

Violenta? Impertinente? Aggressiva? È quale appunto lo scrittore l'ha

voluta. Ma che logica stringente! Ma che mordente sarcasmo! Ma che

brio e che umore, nel miglior senso di questa parola! Non una frase,

non una parola vuota e fuori posto. L'argomentazione prorompe _ex

abundantia cordis_, lo stile scatta, irride, graffia, morde: e nello

stesso tempo si sente che nel suono della voce dello scrittore c'è

qualcosa che sa di pianto, e si capisce che la mano di tratto in

tratto ha dovuto arrestarsi perchè gli occhi erano gonfi di lagrime

che gli velavano la vista.

"Leggete, leggete, ve ne prego, fatemi la grazia di andare fino in

fondo: fo un debito per far stampare tutto questo, per così diminuirvi

la fatica nel leggere, perchè amo che lo leggiate voi e quei pochi che

vi somigliano." (pag. 29).

Salvatore Grita è tanto disgraziato che può darsi benissimo che forse

neppur l'on. Imbriani (il quale pure legge tutti i plichi che gli

inviano) troverà un quarto d'ora per vedere che diamine voglia da lui

uno che comincia con dirgli: "Come? Anche voi vi schierate tra i

nemici di Giuseppe Mazzini?"

Giorni fa tutti i giornali di Roma sbraitavano contro la

monumentomania da cui è stato preso quest'ultimo quarto del secolo

morente; tutti esclamavano: _Troppe brutte statue! Troppi bruttissimi

gruppi! L'Italia ne è profanata da un capo all'altro! Smettiamo!_

Salvatore Grita, scultore, predica così da più di trent'anni,

spassionatamente, per puro amore all'arte e della dignità nazionale,

accompagnando le sue alte grida da ragioni estetiche, civili,

economiche anche, se si pensa ai milioni miseramente sciupati...

Ebbene, che profitto ne ha cavato? Quello soltanto di sentirsi

chiamare _spostato_, _mattoide_, _grafomane_; anzi, no, non quello

soltanto. Personalmente ne ha avuto il bel profitto di un ostracismo

che più tardi, se davvero il mondo diventerà a poco a poco più civile

e più onesto, parrà affatto incredibile.

Io non voglio entrare nella discussione di alcuni fatti riferiti in

questa lettera all'on. Imbriani. Prima di pronunciare un giudizio

bisognerebbe aver sentito, come suol dirsi, l'altra campana. E dico

così più per rispetto al pubblico che per altro. Il Grita può in

qualche punto della sua lettera eccedere, e fare qualche piccola

reticenza (per quanto un uomo abbia la coscienza di essere

spassionato, non sa difendersi interamente dalle insidie nel proprio

interesse) ma è impossibile supporre che inventi di sana pianta, che

calunni sfacciatamente Ministri, Segretari di Stato, Commissioni di

esami, e che mentisca nella sua dignitosissima lettera alla contessa

Ersilia Gaetani Lovatelli; la quale signora contessa ha permesso,

senza fiatare, che il suo agente d'affari commettesse contro il Grita

un'enormità di cui dovranno occuparsi i tribunali.

Ma di questi fatti personali lo stesso Grita parla a malincuore. Dice:

"Vedrà: invece di attaccare le mie idee, prenderanno di mira la mia

persona, e non su pei giornali ma nei crocchi, per calunniarmi più

agevolmente."

Infatti, sono già parecchie settimane che la sua lettera all'on.

Imbriani è pubblicata: nessun giornale ne ha fatto un cenno. E vada

pei giornali politici! Ma per le riviste, pei periodici, pei giornali

che si occupano di cose d'arte? Giacchè il Grita non è un

ciarafuglione, un cervello arruffato; ha intorno all'arte sua una

serie d'idee che egli sa esporre con chiarezza, con evidenza

immaginosa, con entusiasmo di persona profondamente convinta, stavo

per dire, di apostolo; e il pubblico che ha applaudito mesi fa alla

conferenza del Nordau intorno alla _Funzione sociale dell'arte_,

ignora che il Grita ha predicato con la stampa, e da un pezzo, le

stessissime idee, non meno brillantemente e non meno efficacemente del

troppo lodato scrittore tedesco.

Ecco: io, per parte mia, credo poco o punto al valore pratico della

Funzione sociale dell'arte come oggi s'intende; mi sembra che nel

porre questo problema si giuochi d'equivoco; e non si tenga, nel

risolverlo, nessun conto delle mutate condizioni dello spirito umano.

Io, per parte mia, credo che il primo dovere di un'opera d'arte sia

quello di essere una bella opera d'arte; che il primo dovere di

un'opera d'arte moderna sia quello di essere una _bella_ opera d'arte

che riveli di essere di oggi, e non d'ieri o di parecchi secoli fa,

cioè non una reminiscenza, nè un _pastiche_.

Perciò, mentre vo d'accordo col Grita su alcuni punti, mi trovo molto

lontano da lui intorno al valore del concetto in un'opera d'arte. Ma

questo non m'impedisce di ammirare fino i suoi eccessi, in grazia

della forma.

Egli biasima, e con evidentissime ragioni, lo stupido interpolamento

delle allegorie antiche in un'opera di arte moderna.

"Coloro che trovarono quelle personificazioni erano uomini di genio,

ed esse erano prodotti logici, storici, istruttivi, educativi; ma

voialtri (_parla a certi scultori_) che tacete i fatti storici per

darci dei rebus, voialtri siete ladri che rubate alla storia, che

rubate pagine di storia alla patria.

"Gli antichi, delle loro allucinazioni facevano altrettante realtà;

oggi dopo tanti secoli di progresso, dopo tanto lume di scienza, delle

realtà fanno allucinazioni: ma che dico? rubano, copiano, applicano,

no, appiccicano a sproposito le forme già sciupate dei prodotti

d'immaginazione intellettiva di trenta, quaranta secoli fa" (pag.

8-9).

E con acuta ironia prosegue poco più in là:

"È inutile che io mi sforzi di continuare a combattere le allegorie;

me ne manca l'autorità: non sono un matricolato. Ma i matricolati, i

laureati pare che arrossiscano di parlare delle arti plastiche

contemporanee, o sono presbiti d'intelletto. Dev'essere proprio così,

perchè vedo che essi ragionano tanto bene, parlando dell'arte di

Raffaello e dell'arte preraffaellista, di Giotto e dell'arte

pregiottesca, dell'arte romana, della greco-romana, della

greco-egizia, dell'egizio-assira, dell'arte omerica e della

preomerica! E non vi parlo dell'arte preistorica e con quanta lucidità

la vedano e con quanta profondità di analisi critico-scientifica la

giudichino; e come, dopo aver parlato del microcosmo della genesi e

della sua evoluzione, attacchino l'estetica del microcosmo!

"Ma questi nostri grandi critici che vedono così limpidamente il

grandissimo e il picciolissimo del passato, non vedono più le opere

d'arte esposte che aspettano il loro giudizio... I signori dotti

presbiti diranno, mi par di sentirli, che le allegorie le inventarono

e immaginarono i grandi conduttori di popoli, i grandi legislatori...

È vero; ma quelli erano grandi animali politici, e i nostri tesmofori

sono dei politici animali quando approvano, se non suggeriscono, forme

vuote di contenuto moderno. Gli antichi legislatori adoperavano le

allegorie per colpire e persuadere le turbe, e vi riuscivano

felicemente; se ne servivano per democratizzare, se così posso dire, i

loro aristocratici pensieri e renderli comprensibili alle masse. Ma

per far ciò si richiede la mente altissima d'un filosofo che analizzi

ed astragga, il potente ingegno immaginativo di un artista che

sintetizzi in forma plastica il nuovo tipo allegorico adatto a

significare i concetti moderni, il contenuto razionale, come

praticarono i classici e il medio-evo, come praticano in questo

momento i giornali politici illustrati e soprattutti i giornali

socialisti nelle loro allegorie" (pag. 10-11).

Un potente ingegno immaginativo d'artista! E leggendo una pagina che

ragiona con parole di fuoco del monumento del Grandi per le _Cinque

Giornate_ parrebbe ch'egli si contraddica; giacchè quel potente

ingegno immaginativo del povero Beppe Grandi ha, secondo me, fatto

quel che il Grita vorrebbe, cioè ha sintetizzato in forma plastica un

concetto storico, e così chiaramente, così evidentemente, che un

plebiscito popolare impose ai giudici accademici la scelta di quel

lavoro fuori concorso. Il programma voleva che il monumento fosse pure

_caserma per le guardie daziarie_, e il Grandi, con un colpo d'ingegno

immaginativo, ha fatto invece quel che ha fatto. Ma il Grita non si

smarrisce; ha quasi preveduto l'obiezione, e si sdegna e schizza

fiamme:

"Cinque allegorie delle cinque giornate, che vuol dire cinque modelle!

Manetta del Frate, la lunedì; l'Organettaia, la martedì; Gigia la

sudicia, la mercoledì: Antonietta Ruggerio, la giovedì; e Beppa la

pillaccherona, la venerdì. Ecco le cinque giornate! Perchè rubate

questo tempo, questa materia, o scultori, o Milanesi, ai vostri

martiri? Perchè vi siete dimenticati del vostro zoppo Pasquale

Sottocorno?... Come! Mi fate delle allegorie, della mitologia due

secoli dopo che il Vico ha convertito la mitologia in istoria; due

secoli dopo, della storia voi me ne fate mitologia!" (pag. 37).

Ed ho voluto citare questo tratto per dare un'idea della forma e per

dimostrare che anche dove c'è eccesso nel concetto, c'è sempre

qualcosa di profondo e di suggestivo.

Povero Salvatore Grita! Poche volte l'arte ha avuto un adoratore più

fervente e più devoto di lui; e poche volte la devozione e il fervore

sono stati peggio rimeritati!

Ormai è troppo tardi per lui; l'esperienza non potrà più insegnargli

nulla. Ma il suo esempio rimarrà tipico, e forse non sarà inutile per

qualche altro. Quando in un intelletto di artista la riflessione

sopraffà la immaginativa, quando l'artista si preoccupa più del

concetto come concetto e meno della forma come forma, avviene subito

un disequilibrio nelle facoltà di lui; e, se le tristi circostanze

della vita se ne mescolano un poco, si ha il doloroso spettacolo di

un'eletta intelligenza artistica che si arrabatta nel vuoto.

Salvatore Grita oggi ha sessantanove anni. Ha modellato _La Speranza

nella sventura_, la _Cieca_, _Una monaca_, simboleggiante l'abolizione

dei Conventi, e quel gruppo _Il bombardamento di Palermo_ che, più di

ogni suo lavoro, mostra quali belle qualità tecniche possedeva questo

ribelle, che poi non ha più potuto--e non per impotenza

creatrice!--produrre altro, per quel che io sappia.

Se chi ne ha il facile mezzo in mano potesse dargli pace e

tranquillità, forse i sessantanove anni non impedirebbero al Grita di

fare un lavoro dove il pensatore e l'artista si mostrerebbero fusi

assieme, opera d'arte da onorare lui e la scultura italiana.--_Sit

omen verbo!_

POLEMICA

_Eduardo Boutet pubblicava nel _Don Chisciotte_ di Roma del 7 gennaio

1894 il seguente scritto:_

SICILIA VERISTA E SICILIA VERA

Proprio di questi giorni, due fra i maggiori scrittori siciliani di

questi tempi, pubblicano due volumi: Luigi Capuana e Giovanni Verga.

Luigi Capuana _Il Raccontafiabe_, seguito al _C'era una volta_,

Giovanni Verga una raccolta di novelle e bozzetti, _Don Candeloro e

C._ E proprio di questi giorni è stato chiesto ai deputati siciliani,

precisamente nel _Don Chisciotte_:--Ma, le conoscevate voi le sciagure

che straziavano la terra nobilissima? e perchè, ogni giorno, là alla

Camera non le avete ricordate?

Da siffatta domanda, perfettamente giusta, ne deriva spontaneamente

un'altra:--E voi scrittori siciliani, di novelle, di bozzetti, di

macchiette e via, perchè ne' vostri libri, non avete narrate quelle

sciagure?--Tale domanda ha bisogno di un semplice commento per

dimostrarne la esattezza.

Gli 'ismi' contemporanei · 第 16 / 17 段