"L'ascetismo che nega violentemente le funzioni essenziali

dell'organismo umano, e dà preoccupazione e terrore continui di

peccato, mantiene il sistema nervoso in uno stato d'irritazione e

sensibilità repulsiva, e finisce a produrre fenomeni di pervertimento

sensuale... Il principio antisessuale cristiano è nelle sue

conseguenze immorale, come ogni principio antibiologico."

È troppo e assai poco per un soggetto così complicato; nè io mi sento

da tanto da supplire alla deficienza di un apprezzamento che mi sembra

monco e affrettato.

Per conto mio dico soltanto questo: Tra le nevrosi che leggiamo

lungamente descritte nelle opere dello Charcot e negli studi clinici

del Richer, e le nevrosi con tanto studio ricercate dal dottor Rossi

nelle vite dei santi, le mie preferenze non possono esser dubbie;

stanno per queste ultime. Gli estratti delle opere mistiche di Santa

Teresa, che il dottor Rossi ha messo nell'ultimo capitolo del suo

studio, dimostrano con evidenza che la nevrosi religiosa e la nevrosi

ordinaria non hanno per lo meno lo stesso contenuto. Bisognava, io

opino, studiarle da questo lato prima di giungere alla conchiusione

non esattamente scientifica che vorrebbe essere il resultato delle

dugentotrenta pagine.

Forse sarebbe meglio che nessun elemento, nè terrestre nè divino,

venisse a turbare e a sconvolgere l'armonia dell'umano organismo; ma

se qualcosa deve pur troppo romperla, mi pare desiderabile che il gran

perturbatore sia il Divino.

X.

I CONTADINI SICILIANI

Chi legge il recentissimo libro del dottor Salomone-Marino intorno ai

costumi e alle usanze dei contadini di Sicilia ¹ rimane un po' deluso.

Il titolo inganna. Questo lavoro del valente folklorista, che prosegue

col Vigo, col Pitrè, col Guastella e parecchi altri la vasta inchiesta

intorno alle tradizioni popolari siciliane, avrebbe dovuto piuttosto

intitolarsi: _I contadini siciliani di tempo fa_. È vero che l'autore

nel preambolo avverte coscienziosamente il lettore: "Io parlo dei

contadini del vecchio stampo, dei quali la generazione già declina e

fra pochi anni sarà invano cercata"; è vero che egli spiega la ragione

di questa decadenza dicendo: "che la indispensabile coscrizione

restituisce oggi alle famiglie i giovani contadini più svelti, più

saputi, più civili, ma insieme con un fardello di ambiziose e

indigeste e corrotte idee, che daranno loro un altro tipo, non saprei

ancora dir quale, ma lontano certo dal tradizionale dell'isola nativa,

e forse men buono"; ma la impressione della lettura fa dimenticare

questa precauzione. Si direbbe che il libro sia oggi compilato sopra

appunti presi molti anni addietro, e che la visione del vecchio tipo

di contadini si sia ridestata così viva nella immaginazione

dell'autore da fargli dimenticare il mutamento avvenuto, non ostante

che egli riconosca, di quando in quando, che il presente è molto

diverso, e che tra il contadino siciliano di ieri e quello di oggi la

differenza sia enorme.

¹ Palermo, Remo Sandron, editore, 1897.

Un altro difetto che potrà soltanto essere notato da lettori

siciliani, è il non aver tenuto conto di certe differenze tra

contadini delle diverse provincie siciliane. L'autore ha cercato di

delineare, com'egli dice, un tipo, e, nato e cresciuto nella provincia

di Palermo e avendo in quella più particolarmente raccolto il

materiale pel suo libro, ha delineato un tipo che ha le spiccate

caratteristiche del contadino di colà, cioè di una provincia dove

l'influenza fenicia e arabo-normanna ha lasciato più durevoli

impronte.

Con questo non intendo dire che manchino affatto notizie e raffronti

con usi e costumi contadineschi di altre provincie siciliane; mi

permetto soltanto di osservare che non mi paiono sufficienti.

Poi, in un libro di questo genere, io credo che bisognava mettere

soltanto in rilievo i tratti più salienti del contadino siciliano,

quelli, cioè, che lo differenziano assolutamente dagli altri contadini

delle diverse terre italiane e anche dal resto dei contadini europei e

di tutto il mondo.

Ricordo a questo proposito un'impressione di anni fa. Leggevo la

_Terra_ dello Zola. Non so perchè, mi ero immaginato di dover scoprire

regioni ignote inoltrandomi sempre più in quella lettura: caratteri,

sentimenti, passioni, vizi, virtù propri unicamente del contadino

francese. Invece, con mia grande meraviglia, mi vedevo sfilare sotto

gli occhi personaggi ai quali dovevo appena mutare i nomi perchè

diventassero a un tratto siciliani. Parecchi di quei personaggi li

avevo conosciuti nella vita reale; quella specie di scemo, per

esempio, che convive incestuosamente con la sorella; e quel

_Gesù-Cristo_ che parve, al suo apparire, un epico ingrandimento di

certe creature specialmente care alla ridanciana fantasia di Armando

Silvestre. Se non ricordo male, c'era fino un incredibile riscontro

nel nomignolo; quel mio compaesano si chiama _'U Signuruzzu_, cioè: Il

Signore, che significa appunto: Gesù Cristo! Un giudice supplente gli

aveva dato torto in una lite, ed egli non aveva saputo perdonarglielo.

Perciò, tutte le volte che poteva, stava ad attenderlo nella _Piazza_,

e vedendolo passare, si cavava il berretto e lo salutava,

accompagnando subito il saluto con uno di quei rumori che hanno fatto

la fortuna del _Gesù-Cristo_ zoliano e di tanti allegri personaggi di

Armando Silvestre. Il giudice supplente, uomo permaloso, diventava

giallo dalla bile; ma la dignità non gli permetteva di mostrare che si

fosse accorto della rimbombante vendetta dello screanzato; il quale

gli andava dietro un buon tratto ripetendo le sue salve fra le risate

della gente, che si divertiva moltissimo a spese del giudice

supplente. La cosa durò parecchi mesi: ed io non so se nella vita

intima il _Signuruzzu_ si abbandonasse alla gaiezza del suo quasi

omonimo francese.

Così e l'avidità, e il poco scrupolo, e certa brutalità di modi, e

certe scurrilità di linguaggio, e certi proverbiali principii di

condotta nelle relazioni di famiglia e con gli estranei, che io avevo

l'illusione di credere speciali del contadino siciliano, tutto, tutto

trovavo riprodotto nella _Terra_, con quella gran maestria che potè

far sembrare eccessivamente nera la pittura della vita campagnuola

francese.

Nel tipo del contadino siciliano, quale risulta evidentissimo dalla

monografia del Salomone-Marino, c'è una caratteristica di religiosa

bontà che gli mette attorno al capo un'aureola patriarcale e lo

distingue e gli assegna un posto a parte. Ma per intenderlo bisogna

immaginarselo vestito assai diversamente da quello di oggi.

Io ne ho un ricordo dentro gli occhi, visione della fanciullezza

rimasta indimenticabile.

Alto, magro, raso; con brache a mezza gamba, calze di cotone

candidissime e scarpe di vitello bianco imbullettate; giacchetta, o

spènser, di panno azzurro cupo, e corpetto (di grossa tela di lino

tessuta in casa) con pistagnetta ritta abbottonato, quasi fin sotto il

collo da una gran filza di bottoni di madreperla; col lungo berretto

di cotone bianco, a maglia, dalla nappa cascante su le spalle, quel

vecchio contadino era una figura imponente. Gli si leggeva su la

faccia la serenità dell'animo, la forza, il rispetto di sè stesso,

l'ossequio agli altri, l'autorità e la bontà insieme. Egli parlava

lentamente, sentenziosamente. Di sua moglie diceva sempre: la _mia

compagna_, la _mia cristiana_, o con più sobrietà ed efficacia:

_Idda_, cioè, _lei_. Dei figliuoli, uno dei quali già sposo e padre,

diceva sempre: i _carusi_, i bambini tradurrebbe un toscano. E per

tali doveva tenerli, se tutti gli obbedivano quasi tremanti.

Ricordo che un giorno egli mi aveva condotto per mano a casa sua;

doveva regalarmi non so quale nidiata di uccellini. Non ho potuto più

dimenticare l'impressione di terrore prodotta su la moglie e le figlie

dal suo inaspettato ritorno. Una di loro era andata a ballare da una

vicina, senza il permesso del capo di famiglia; e la madre e le

sorelle non sapevano come farla avvertire di rientrare subito in casa

prima che il vecchio se ne accorgesse. Sventuratamente egli se ne

accorse proprio per colpa della nidiata di uccellini affidata alle

cure dell'assente. Quella fisonomia piena di bontà si trasfigurò

tutt'a un tratto; gli occhi schizzarono fiamme; le mani si levarono a

percuotere prima _lei_, la mamma, poi le figlie complici, e in ultimo

la colpevole, ragazza di quindici anni, che dovette domandar perdono

ginocchioni. Il padre si era investito lì per lì delle sue funzioni di

giudice e di esecutore di giustizia. Per lui il gran delitto della

ragazza non consisteva nell'essere andata a ballare, ma nell'esservi

andata di nascosto, quasi burlandosi dell'autorità paterna col

consentimento della madre, soggetta anche lei, quanto gli altri,

all'autorità del _pater familias_, bisogna proprio dirlo alla romana.

Appunto per questo, il giorno delle nozze, appena introdotta la sposa

nella casa maritale, in presenza dei parenti e degli invitati, appunto

per questo egli le aveva dato uno schiaffo, simbolo del suo assoluto

dominio, a fine d'imprimerle bene in mente, in quel solennissimo

istante, che egli era colà il solo e legittimo padrone, e che alla sua

autorità bisognava sempre e in ogni occasione inchinarsi.

*

* *

Nel libro del Salomone-Marino questo tipo del vecchio contadino

siciliano è messo in piena luce con amore e con imparzialità. Egli lo

prende, si può dire, dalla culla e lo accompagna alla sepoltura,

facendolo passare per tutte le vicende della sua travagliata

esistenza. Bisogna leggere il volume da cima a fondo per convincersi

qual tesoro di fatti abbia accumulato il valente folklorista

siciliano, che porta in questo genere di studi la pacata e diligente

accuratezza scientifica a cui la sua professione di clinico lo ha

abituato. Egli, evidentemente, non ha voluto fare una scelta, non ha

voluto perdersi in confronti, e lo dichiara fin dal preambolo: ha

stimato, e a ragione, "carità di patria e dovere di storico il

raccogliere e conservare le ultime immagini di un popolo che fino a

ieri ebbe una spiccata individualità, della quale ha fatto ora

spontaneo sacrificio rientrando nell'unità della gran famiglia

italiana."

C'è in queste parole un profondo accento di tristezza che proviene

dalla vista del radicale mutamento avvenuto nel contadino siciliano in

questi ultimi anni. È un'impressione non giusta, ma inevitabile. Tre

anni addietro ne fui vinto anche io, ritornato in Sicilia, dopo un

lungo periodo di assenza, da cui mi venivano resi più evidenti i

contrasti tra il presente e il passato¹. Ma un appunto da me fatto al

suo lavoro saprà, credo, rassicurare l'autore intorno all'avvenire del

contadino siciliano. Ho notato la mancanza, o meglio la scarsezza di

confronti e riscontri fra gli usi e costumi di parecchie provincie

siciliane, specie delle meridionali, con quelli della provincia di

Palermo e delle provincie limitrofe; e avrei dovuto notare la tendenza

dello scrittore a generalizzare riguardo a certi usi e costumi.

¹ Vedi la mia conferenza: _La Sicilia nei canti popolari e nella

novellistica contemporanea_. Bologna, Zanichelli, 1894.

Con questa osservazione, più che notare un difetto, intendevo far

risultare un fatto: la persistenza di certe caratteristiche di razza

nelle diverse provincie, persistenza che dimostra la tenacità di un

elemento originario, primitivo, ancora attivo, che assorbisce le più o

meno passeggere influenze, le trasforma, se le adatta, rimanendo, in

fondo in fondo, sempre lui.

Ora io credo che quest'elemento primitivo, speciale della razza,

salverà nella prossima trasformazione il contadino siciliano, come

farà per le altre classi dell'isola, come ha quasi fatto per alcune di

esse che sono già entrate, lievito di attività, nell'organismo della

nazione.

Probabilmente il dottor Salomone-Marino lo ha intravveduto prima di

me.

"Non ostante il socialismo, il comunismo, l'anarchismo che gli hanno

importato in casa, il contadino siciliano è rimasto--tolgo in prestito

queste parole dalla _conclusione_ del libro--lavoratore attivo e

diligente. Parco nei cibi, paziente, rassegnato, onesto e religioso in

maniera sua speciale, aspira soltanto a vivere con meno disagio,

possibilmente con agio, ma senza uscire dalla classe nella quale è

nato.

"Diffidente, astuto, furbo, egoista, vendicativo, in grazia della sua

docilità e malgrado la sua proverbiale testardaggine (proverbiale pei

contadini di ogni paese, aggiungo io) egli si lascia facilmente

persuadere e convincere, se preso pel suo verso, con dolcezza e

benevolenza; reagisce con violenza e cieca ferocia, se gli si fanno

angherie, se qualcuno abusa della sua buona fede e della sua ignoranza

(pag. 355)."

L'aver contribuito a mettere in piena luce la vera fisonomia del

contadino siciliano, qual'era pochi anni fa, non è intanto la minore

delle opere meritorie del dottor Salomone-Marino, che deve rubare alla

scienza medica e all'insegnamento universitario il tempo da consacrare

agli studi prediletti della sua giovinezza.

Ora io vorrei che parecchi studiosi delle diverse provincie siciliane

prendessero in mano, come autorevole testo, il libro di lui, e lo

arricchissero di aggiunte, di riscontri, di confronti, di note.

Leggendo, e col semplice aiuto del lontano ricordo, io ho potuto

notare parecchi usi e costumi viventi ancora in una provincia, e

morti, o non mai esistiti in un'altra. Ne citerò uno soltanto,

caratteristico assai.

Tra i proventi del frantoio di ulive (_trappitu_), il Salomone-Marino

segna al N. 5 l'_ogghiu di lu lamperi_, cioè l'olio che deve servire

per accendere le lampade durante il lavoro serale e notturno. Ebbene

in Mineo (provincia di Catania) il volgare _ogghiu di lamperi_, messo

sotto la protezione di un santo che la chiesa cattolica certamente

ignora, vien chiamato: _San Focale_.

Può darsi che questo nome ricordi qualche antichissimo nume siculo, o

sicano, o greco, a cui veniva offerta la primizia dell'olio da ardere.

È certo però che questa trasformazione dell'_olio per le lampade_ in

_San Focale_ è una delicata sfumatura che distingue una popolazione di

razza greco-sicula da quella di razza fenicia e arabo-normanna.

ESCURSIONI D'ARTE

MICHELE LA SPINA--IGNAZIO ORLANDO

I.

Due artisti diversi, scultore il primo, incisore in legno il secondo,

e tutti e due poderosi e modesti, e per ciò quasi ignorati.

Ignorati, intendo, dal gran pubblico, di quello che dà la fama, la

gloria e il resto; giacchè gli artisti, gli amatori d'arte conoscono

benissimo il valore di Michele La Spina e ne ammirano da molto tempo

le opere; e i pochi che hanno potuto osservare i lavori xilografici

del giovane Orlando, lo hanno già in grande stima e gli

prognosticano--facile prognostico--un lieto avvenire.

L'uno è all'apogeo della sua forza, l'altro comincia ora la sua

carriera. Sono lieto di farmi guida dei lettori nello studio dell'uno

e nelle sale dell'Associazione della Stampa dove si trovano

attualmente esposte parecchie incisioni dell'altro.

Al numero 113 di Via Margutta: stanzone a pianterreno, ingombro di

bozzetti e di busti in gesso, di bozzetti e di busti in plastichina,

di qualche bronzo, parte rizzati su rozzi cavalletti, parte posati su

casse d'imballaggio, tra tavole, legni, arnesi di scalpellini, seghe,

compassi addossati al muro o infissi a un chiodo; pareti nude, tinte

di colore di feccia di vino, qua e là scorticate e sgorbiate; tettoia

a vetri in mezzo; grande imposta vetrata a ponente, dietro la quale si

affacciano le verdi cime di un albero e i festoni di una pianta

rampichina con le foglioline di smeraldo trasparenti al sole; a destra

dell'entrata--a cui fa da paravento, in modo assai primitivo, una

falda di tela grezza--una stanzetta che sembra bottega di falegname;

casse, tavole, legni, forme e oggetti di ogni sorta accatastati alla

rinfusa, lasciano libero appena il passaggio alla scaletta di legno

del mezzanino, dove l'artista si cambia il vestito prima di mettersi a

lavorare: ecco lo studio di Michele La Spina.

Entrato, il visitatore non si raccapezza, non sa dove fermare

l'occhio. Lo attrae subito la gigantesca testa del _Garibaldi_,

attorno alla quale lo scultore spende, sempre incontentabile, i

momenti che i lavori in corso gli lasciano liberi. Ma ecco, lì

accanto, un _Faunetto_ di piccole dimensioni che sembra un bronzo

antico, uscito assai maltrattato dallo scavo. Non è un bronzo, ma un

abbozzo in plastichina, abbandonato da un pezzo; la mano sinistra gli

è cascata; sul braccio destro serpeggia uno spacco; la polvere ha

sparso su tutta la figura la strana pàtina che gli dà l'aria di cosa

antica. Intanto il visitatore, con la coda dell'occhio, ha intravisto

più in qua un busto caratteristico e lascia il _Faunetto_ per esso.

Quella testa con la faccia rugosa, coi baffi ispidi, appuntati, col

collo lungo, secco, circondato da ampio goletto, gli dà una sensazione

irritante, che vien subito cancellata dal vicino mezzo busto di donna

matura. Le linee dolci e benigne, dalle quali trasparisce un gran

carattere di fermezza e di semplicità, fanno restare pensoso il

visitatore ora davanti il gesso, ora davanti il bronzo, che lo

riproduce con qualche variante negli accessorii. Scosso da così

opposte impressioni, il visitatore vorrebbe tornare a osservare la

colossale testa del _Garibaldi_; ma a un tratto gli viene quasi

incontro,--altero, col possente naso aquilino dalle narici dilatate,

con le labbra screpolate e atteggiate a un'amara espressione

intellettuale, che si rivela anche nello sguardo e nella fronte

circondata da capelli ricciuti e cadenti in zazzera dietro il

collo--gli viene quasi incontro un busto in plastichina, più grande

del vero. L'abito talare, della foggia del secolo passato, fa

riconoscere in lui l'_abate Nicolò Spedalieri_. Infatti dietro di esso

si scorgono i modelli in gesso della statua intera e del monumento col

piedistallo e con la base, che ebbero insieme col busto, nel concorso

bandito un anno fa, i suffragi unanimi del pubblico, se non quelli (e

si vedrà un giorno con quanta giustizia) dei giudici del concorso. La

espressione di quella testa, che pare abbia su le labbra semiaperte la

parola già scoccante, costringe il visitatore a volgere attorno lo

sguardo; ed egli si sente rinfrancare dall'ilare sensualità di quel

vecchio _Satiro_ che si protende in avanti, con le orecchie ritte e la

barbetta e i bargigli caprini e un che di malizioso e di bestiale

negli occhi lustri e nelle labbra carnose che gli fendono le gote.

Allora il visitatore sente più vivo il bisogno di raccapezzarsi, e si

ferma e si raccoglie, prima di ricominciare a osservare partitamente,

posatamente; ha già capito che non si trova in uno dei soliti studi di

scultura commerciale. E per riposarsi, osserva l'artista che gli sta

vicino, zitto, intento a spiargli, con ingenuità sorridente, le

impressioni su la faccia. Bruno, magro, coi capelli e la barba

brizzolati, con la fronte solcata da rughe, gli occhi neri e

penetranti e una nervosa vivacità nei movimenti e nei gesti, Michele

La Spina rivela nella persona le supreme qualità della sua scultura.

Si capisce come quegli occhi così acuti debbano scrutare il modello

nelle più intime fibre e strappargli il segreto d'un carattere, d'una

passione dominante; si capisce come quella mano vigorosa, con le vene

e i muscoli aggrovigliati a fior di pelle, possa violentare la creta e

darle tal forma da simulare e, stavo per dire, da superare la stessa

vita. E avrei detto benissimo; perchè l'arte fissa quel che nella

natura è fuggitivo: l'espressione più evidente e più importante di un

carattere, sorpresa a traverso le accidentalità e le ipocrisie

sociali; arresta una mossa della testa e dello sguardo,

un'increspatura delle labbra, una ruga della fronte, che poco dopo si

muta e si cancella per riapparire di quando in quando, riapparire e

sparire.

Così la persona dell'artista, per rara eccezione, illumina e

chiarisce, illustra come si direbbe oggi, le opere di lui. Così il

visitatore si spiega la straordinaria diversità di fattura che

differenzia un busto dall'altro, una figura dall'altra. Chi altrimenti

potrebbe dire, per esempio, che quella delicata personcina del

Faunetto intento a lavorare e ad accordare la sua siringa, con quel

visetto dove la forma animale si fonde deliziosamente con la forma del

fanciullo umano; che quel corpicino esile, asciutto, composto con

spontanea grazia in un atteggiamento che ne fa risaltare le bellissime

linee, con una gamba dritta e ferma sul suolo, e l'altra piegata per

appoggiarsi al masso là dietro; chi potrebbe dire che questa

figurina--che par creata con un soffio, senza stento, in un minuto di

ispirazione, quasi in un minuto di intuizione atavica in cui è stata

sentita di nuovo e rivissuta l'ibrida esistenza degli esseri

primitivi--sia stata plasmata da quella stessa rude mano che ha menato

violentemente la stecca, ha strisciato nervosamente col pollice per

modellare la maliziosa figura del _Satiro_, altra meravigliosa

intuizione del mondo primitivo, reale o fantastico non importa,

probabilmente più reale di quel che non vogliamo immaginare?

Nel _Faunetto_ infatti c'è l'incoscenza, la delizia di vivere, il

rigoglio fresco e puro dell'organismo, il serpeggiamento quasi

vegetale della forma non ancora mortificata dall'uso. Stando a

fissarlo, si ripensa un cielo purissimo, una campagna verdeggiante

fiorita, montagne luminose nel lontano orizzonte, e, fra gli alberi,

un'azzurra striscia di mare riluccicante di riflessi sotto il sole

meridiano; squarcio di mondo antico, quale noi lo intravediamo

talvolta a traverso qualche distico dei buccolici greci.

Invece il vecchio _Satiro_ ci fa sognare boschi ombrosi, tronchi di

alberi dalla scorza scabrosa e sparsa di muschi e di funghetti, cinti

di rovi e di liane: Ninfe dormenti, spiate, insidiate: fosche visioni

di sensualità irrompente, fra gridi rauchi e cachinni, dove prende

suono la maligna bestiale compiacenza della propria forza muscolare.

Se questa suggestione avviene, e intensa e persistente, vuol dire che

la forma ha detto quel che doveva dire, ha compiuto il suo naturale

prodigio.

La potenza psicologica dell'arte del La Spina si rivela immensamente

meravigliosa in tutti quei busti, davanti ai quali il visitatore è

forzato ad arrestarsi stupito. Quelle teste e quelle fisonomie non

sono solamente rassomigliantissime agli originali, ma hanno tutte

qualcosa di particolare da mostrarci, che l'occhio arguto dello

scultore ha intuito, e la mano, pronta e sicura, ha poi reso con

felice evidenza.

E l'artista è oramai così esercitato in questo genere di scrutazione,

da poter facilmente indovinare particolarità di forma che il suo

occhio non ha veduto, quando è stato costretto a interpretare una

scialba fotografia, e ricostruire, come faceva il Couvier, dalla linea

della fronte tutta la forma del cranio, cavando fuori piani e

protuberanze che i parenti del morto hanno riconosciuto esattissimi,

come gli è accaduto pel busto del signor Gaetano Garufi.

Ultimi resultati di questa meravigliosa penetrazione nelle intime

profondità psicologiche, oltre quello del Garufi, sono i ritratti del

signor Gioacchino Fichera, del dottor Tomaselli professore di clinica

medica nell'università di Catania, del signor Francesco Badalà e del

signor Mariano Campione; cinque capolavori che Michele La Spina ha

avuto il torto di non esporre al pubblico per eccesso di modestia, per

ormai invincibile avversione a tutto quel che può prendere la più

lontana apparenza di ciarlataneria.

Egli li ha amorosamente modellati nella pace quasi campestre della sua

casa di Acireale, li ha fatti fondere zitto zitto in Roma e li ha

subito spediti ai fortunati committenti, come se non mettesse conto di

incomodare la gente e farla andare, per così poco, sin in fondo a Via

Margutta!

E per tale eccessiva modestia, per tale repugnanza di farsi avanti e

di dar gomitate a questo e a quello, Michele La Spina è noto a pochi,

e non ha potuto afferrar l'occasione di mostrare al gran pubblico quel

che egli vale e quel che può.

Gli 'ismi' contemporanei · 第 15 / 17 段