dell'organismo umano, e dà preoccupazione e terrore continui di
peccato, mantiene il sistema nervoso in uno stato d'irritazione e
sensibilità repulsiva, e finisce a produrre fenomeni di pervertimento
sensuale... Il principio antisessuale cristiano è nelle sue
conseguenze immorale, come ogni principio antibiologico."
È troppo e assai poco per un soggetto così complicato; nè io mi sento
da tanto da supplire alla deficienza di un apprezzamento che mi sembra
monco e affrettato.
Per conto mio dico soltanto questo: Tra le nevrosi che leggiamo
lungamente descritte nelle opere dello Charcot e negli studi clinici
del Richer, e le nevrosi con tanto studio ricercate dal dottor Rossi
nelle vite dei santi, le mie preferenze non possono esser dubbie;
stanno per queste ultime. Gli estratti delle opere mistiche di Santa
Teresa, che il dottor Rossi ha messo nell'ultimo capitolo del suo
studio, dimostrano con evidenza che la nevrosi religiosa e la nevrosi
ordinaria non hanno per lo meno lo stesso contenuto. Bisognava, io
opino, studiarle da questo lato prima di giungere alla conchiusione
non esattamente scientifica che vorrebbe essere il resultato delle
dugentotrenta pagine.
Forse sarebbe meglio che nessun elemento, nè terrestre nè divino,
venisse a turbare e a sconvolgere l'armonia dell'umano organismo; ma
se qualcosa deve pur troppo romperla, mi pare desiderabile che il gran
perturbatore sia il Divino.
X.
I CONTADINI SICILIANI
Chi legge il recentissimo libro del dottor Salomone-Marino intorno ai
costumi e alle usanze dei contadini di Sicilia ¹ rimane un po' deluso.
Il titolo inganna. Questo lavoro del valente folklorista, che prosegue
col Vigo, col Pitrè, col Guastella e parecchi altri la vasta inchiesta
intorno alle tradizioni popolari siciliane, avrebbe dovuto piuttosto
intitolarsi: _I contadini siciliani di tempo fa_. È vero che l'autore
nel preambolo avverte coscienziosamente il lettore: "Io parlo dei
contadini del vecchio stampo, dei quali la generazione già declina e
fra pochi anni sarà invano cercata"; è vero che egli spiega la ragione
di questa decadenza dicendo: "che la indispensabile coscrizione
restituisce oggi alle famiglie i giovani contadini più svelti, più
saputi, più civili, ma insieme con un fardello di ambiziose e
indigeste e corrotte idee, che daranno loro un altro tipo, non saprei
ancora dir quale, ma lontano certo dal tradizionale dell'isola nativa,
e forse men buono"; ma la impressione della lettura fa dimenticare
questa precauzione. Si direbbe che il libro sia oggi compilato sopra
appunti presi molti anni addietro, e che la visione del vecchio tipo
di contadini si sia ridestata così viva nella immaginazione
dell'autore da fargli dimenticare il mutamento avvenuto, non ostante
che egli riconosca, di quando in quando, che il presente è molto
diverso, e che tra il contadino siciliano di ieri e quello di oggi la
differenza sia enorme.
¹ Palermo, Remo Sandron, editore, 1897.
Un altro difetto che potrà soltanto essere notato da lettori
siciliani, è il non aver tenuto conto di certe differenze tra
contadini delle diverse provincie siciliane. L'autore ha cercato di
delineare, com'egli dice, un tipo, e, nato e cresciuto nella provincia
di Palermo e avendo in quella più particolarmente raccolto il
materiale pel suo libro, ha delineato un tipo che ha le spiccate
caratteristiche del contadino di colà, cioè di una provincia dove
l'influenza fenicia e arabo-normanna ha lasciato più durevoli
impronte.
Con questo non intendo dire che manchino affatto notizie e raffronti
con usi e costumi contadineschi di altre provincie siciliane; mi
permetto soltanto di osservare che non mi paiono sufficienti.
Poi, in un libro di questo genere, io credo che bisognava mettere
soltanto in rilievo i tratti più salienti del contadino siciliano,
quelli, cioè, che lo differenziano assolutamente dagli altri contadini
delle diverse terre italiane e anche dal resto dei contadini europei e
di tutto il mondo.
Ricordo a questo proposito un'impressione di anni fa. Leggevo la
_Terra_ dello Zola. Non so perchè, mi ero immaginato di dover scoprire
regioni ignote inoltrandomi sempre più in quella lettura: caratteri,
sentimenti, passioni, vizi, virtù propri unicamente del contadino
francese. Invece, con mia grande meraviglia, mi vedevo sfilare sotto
gli occhi personaggi ai quali dovevo appena mutare i nomi perchè
diventassero a un tratto siciliani. Parecchi di quei personaggi li
avevo conosciuti nella vita reale; quella specie di scemo, per
esempio, che convive incestuosamente con la sorella; e quel
_Gesù-Cristo_ che parve, al suo apparire, un epico ingrandimento di
certe creature specialmente care alla ridanciana fantasia di Armando
Silvestre. Se non ricordo male, c'era fino un incredibile riscontro
nel nomignolo; quel mio compaesano si chiama _'U Signuruzzu_, cioè: Il
Signore, che significa appunto: Gesù Cristo! Un giudice supplente gli
aveva dato torto in una lite, ed egli non aveva saputo perdonarglielo.
Perciò, tutte le volte che poteva, stava ad attenderlo nella _Piazza_,
e vedendolo passare, si cavava il berretto e lo salutava,
accompagnando subito il saluto con uno di quei rumori che hanno fatto
la fortuna del _Gesù-Cristo_ zoliano e di tanti allegri personaggi di
Armando Silvestre. Il giudice supplente, uomo permaloso, diventava
giallo dalla bile; ma la dignità non gli permetteva di mostrare che si
fosse accorto della rimbombante vendetta dello screanzato; il quale
gli andava dietro un buon tratto ripetendo le sue salve fra le risate
della gente, che si divertiva moltissimo a spese del giudice
supplente. La cosa durò parecchi mesi: ed io non so se nella vita
intima il _Signuruzzu_ si abbandonasse alla gaiezza del suo quasi
omonimo francese.
Così e l'avidità, e il poco scrupolo, e certa brutalità di modi, e
certe scurrilità di linguaggio, e certi proverbiali principii di
condotta nelle relazioni di famiglia e con gli estranei, che io avevo
l'illusione di credere speciali del contadino siciliano, tutto, tutto
trovavo riprodotto nella _Terra_, con quella gran maestria che potè
far sembrare eccessivamente nera la pittura della vita campagnuola
francese.
Nel tipo del contadino siciliano, quale risulta evidentissimo dalla
monografia del Salomone-Marino, c'è una caratteristica di religiosa
bontà che gli mette attorno al capo un'aureola patriarcale e lo
distingue e gli assegna un posto a parte. Ma per intenderlo bisogna
immaginarselo vestito assai diversamente da quello di oggi.
Io ne ho un ricordo dentro gli occhi, visione della fanciullezza
rimasta indimenticabile.
Alto, magro, raso; con brache a mezza gamba, calze di cotone
candidissime e scarpe di vitello bianco imbullettate; giacchetta, o
spènser, di panno azzurro cupo, e corpetto (di grossa tela di lino
tessuta in casa) con pistagnetta ritta abbottonato, quasi fin sotto il
collo da una gran filza di bottoni di madreperla; col lungo berretto
di cotone bianco, a maglia, dalla nappa cascante su le spalle, quel
vecchio contadino era una figura imponente. Gli si leggeva su la
faccia la serenità dell'animo, la forza, il rispetto di sè stesso,
l'ossequio agli altri, l'autorità e la bontà insieme. Egli parlava
lentamente, sentenziosamente. Di sua moglie diceva sempre: la _mia
compagna_, la _mia cristiana_, o con più sobrietà ed efficacia:
_Idda_, cioè, _lei_. Dei figliuoli, uno dei quali già sposo e padre,
diceva sempre: i _carusi_, i bambini tradurrebbe un toscano. E per
tali doveva tenerli, se tutti gli obbedivano quasi tremanti.
Ricordo che un giorno egli mi aveva condotto per mano a casa sua;
doveva regalarmi non so quale nidiata di uccellini. Non ho potuto più
dimenticare l'impressione di terrore prodotta su la moglie e le figlie
dal suo inaspettato ritorno. Una di loro era andata a ballare da una
vicina, senza il permesso del capo di famiglia; e la madre e le
sorelle non sapevano come farla avvertire di rientrare subito in casa
prima che il vecchio se ne accorgesse. Sventuratamente egli se ne
accorse proprio per colpa della nidiata di uccellini affidata alle
cure dell'assente. Quella fisonomia piena di bontà si trasfigurò
tutt'a un tratto; gli occhi schizzarono fiamme; le mani si levarono a
percuotere prima _lei_, la mamma, poi le figlie complici, e in ultimo
la colpevole, ragazza di quindici anni, che dovette domandar perdono
ginocchioni. Il padre si era investito lì per lì delle sue funzioni di
giudice e di esecutore di giustizia. Per lui il gran delitto della
ragazza non consisteva nell'essere andata a ballare, ma nell'esservi
andata di nascosto, quasi burlandosi dell'autorità paterna col
consentimento della madre, soggetta anche lei, quanto gli altri,
all'autorità del _pater familias_, bisogna proprio dirlo alla romana.
Appunto per questo, il giorno delle nozze, appena introdotta la sposa
nella casa maritale, in presenza dei parenti e degli invitati, appunto
per questo egli le aveva dato uno schiaffo, simbolo del suo assoluto
dominio, a fine d'imprimerle bene in mente, in quel solennissimo
istante, che egli era colà il solo e legittimo padrone, e che alla sua
autorità bisognava sempre e in ogni occasione inchinarsi.
*
* *
Nel libro del Salomone-Marino questo tipo del vecchio contadino
siciliano è messo in piena luce con amore e con imparzialità. Egli lo
prende, si può dire, dalla culla e lo accompagna alla sepoltura,
facendolo passare per tutte le vicende della sua travagliata
esistenza. Bisogna leggere il volume da cima a fondo per convincersi
qual tesoro di fatti abbia accumulato il valente folklorista
siciliano, che porta in questo genere di studi la pacata e diligente
accuratezza scientifica a cui la sua professione di clinico lo ha
abituato. Egli, evidentemente, non ha voluto fare una scelta, non ha
voluto perdersi in confronti, e lo dichiara fin dal preambolo: ha
stimato, e a ragione, "carità di patria e dovere di storico il
raccogliere e conservare le ultime immagini di un popolo che fino a
ieri ebbe una spiccata individualità, della quale ha fatto ora
spontaneo sacrificio rientrando nell'unità della gran famiglia
italiana."
C'è in queste parole un profondo accento di tristezza che proviene
dalla vista del radicale mutamento avvenuto nel contadino siciliano in
questi ultimi anni. È un'impressione non giusta, ma inevitabile. Tre
anni addietro ne fui vinto anche io, ritornato in Sicilia, dopo un
lungo periodo di assenza, da cui mi venivano resi più evidenti i
contrasti tra il presente e il passato¹. Ma un appunto da me fatto al
suo lavoro saprà, credo, rassicurare l'autore intorno all'avvenire del
contadino siciliano. Ho notato la mancanza, o meglio la scarsezza di
confronti e riscontri fra gli usi e costumi di parecchie provincie
siciliane, specie delle meridionali, con quelli della provincia di
Palermo e delle provincie limitrofe; e avrei dovuto notare la tendenza
dello scrittore a generalizzare riguardo a certi usi e costumi.
¹ Vedi la mia conferenza: _La Sicilia nei canti popolari e nella
novellistica contemporanea_. Bologna, Zanichelli, 1894.
Con questa osservazione, più che notare un difetto, intendevo far
risultare un fatto: la persistenza di certe caratteristiche di razza
nelle diverse provincie, persistenza che dimostra la tenacità di un
elemento originario, primitivo, ancora attivo, che assorbisce le più o
meno passeggere influenze, le trasforma, se le adatta, rimanendo, in
fondo in fondo, sempre lui.
Ora io credo che quest'elemento primitivo, speciale della razza,
salverà nella prossima trasformazione il contadino siciliano, come
farà per le altre classi dell'isola, come ha quasi fatto per alcune di
esse che sono già entrate, lievito di attività, nell'organismo della
nazione.
Probabilmente il dottor Salomone-Marino lo ha intravveduto prima di
me.
"Non ostante il socialismo, il comunismo, l'anarchismo che gli hanno
importato in casa, il contadino siciliano è rimasto--tolgo in prestito
queste parole dalla _conclusione_ del libro--lavoratore attivo e
diligente. Parco nei cibi, paziente, rassegnato, onesto e religioso in
maniera sua speciale, aspira soltanto a vivere con meno disagio,
possibilmente con agio, ma senza uscire dalla classe nella quale è
nato.
"Diffidente, astuto, furbo, egoista, vendicativo, in grazia della sua
docilità e malgrado la sua proverbiale testardaggine (proverbiale pei
contadini di ogni paese, aggiungo io) egli si lascia facilmente
persuadere e convincere, se preso pel suo verso, con dolcezza e
benevolenza; reagisce con violenza e cieca ferocia, se gli si fanno
angherie, se qualcuno abusa della sua buona fede e della sua ignoranza
(pag. 355)."
L'aver contribuito a mettere in piena luce la vera fisonomia del
contadino siciliano, qual'era pochi anni fa, non è intanto la minore
delle opere meritorie del dottor Salomone-Marino, che deve rubare alla
scienza medica e all'insegnamento universitario il tempo da consacrare
agli studi prediletti della sua giovinezza.
Ora io vorrei che parecchi studiosi delle diverse provincie siciliane
prendessero in mano, come autorevole testo, il libro di lui, e lo
arricchissero di aggiunte, di riscontri, di confronti, di note.
Leggendo, e col semplice aiuto del lontano ricordo, io ho potuto
notare parecchi usi e costumi viventi ancora in una provincia, e
morti, o non mai esistiti in un'altra. Ne citerò uno soltanto,
caratteristico assai.
Tra i proventi del frantoio di ulive (_trappitu_), il Salomone-Marino
segna al N. 5 l'_ogghiu di lu lamperi_, cioè l'olio che deve servire
per accendere le lampade durante il lavoro serale e notturno. Ebbene
in Mineo (provincia di Catania) il volgare _ogghiu di lamperi_, messo
sotto la protezione di un santo che la chiesa cattolica certamente
ignora, vien chiamato: _San Focale_.
Può darsi che questo nome ricordi qualche antichissimo nume siculo, o
sicano, o greco, a cui veniva offerta la primizia dell'olio da ardere.
È certo però che questa trasformazione dell'_olio per le lampade_ in
_San Focale_ è una delicata sfumatura che distingue una popolazione di
razza greco-sicula da quella di razza fenicia e arabo-normanna.
ESCURSIONI D'ARTE
MICHELE LA SPINA--IGNAZIO ORLANDO
I.
Due artisti diversi, scultore il primo, incisore in legno il secondo,
e tutti e due poderosi e modesti, e per ciò quasi ignorati.
Ignorati, intendo, dal gran pubblico, di quello che dà la fama, la
gloria e il resto; giacchè gli artisti, gli amatori d'arte conoscono
benissimo il valore di Michele La Spina e ne ammirano da molto tempo
le opere; e i pochi che hanno potuto osservare i lavori xilografici
del giovane Orlando, lo hanno già in grande stima e gli
prognosticano--facile prognostico--un lieto avvenire.
L'uno è all'apogeo della sua forza, l'altro comincia ora la sua
carriera. Sono lieto di farmi guida dei lettori nello studio dell'uno
e nelle sale dell'Associazione della Stampa dove si trovano
attualmente esposte parecchie incisioni dell'altro.
Al numero 113 di Via Margutta: stanzone a pianterreno, ingombro di
bozzetti e di busti in gesso, di bozzetti e di busti in plastichina,
di qualche bronzo, parte rizzati su rozzi cavalletti, parte posati su
casse d'imballaggio, tra tavole, legni, arnesi di scalpellini, seghe,
compassi addossati al muro o infissi a un chiodo; pareti nude, tinte
di colore di feccia di vino, qua e là scorticate e sgorbiate; tettoia
a vetri in mezzo; grande imposta vetrata a ponente, dietro la quale si
affacciano le verdi cime di un albero e i festoni di una pianta
rampichina con le foglioline di smeraldo trasparenti al sole; a destra
dell'entrata--a cui fa da paravento, in modo assai primitivo, una
falda di tela grezza--una stanzetta che sembra bottega di falegname;
casse, tavole, legni, forme e oggetti di ogni sorta accatastati alla
rinfusa, lasciano libero appena il passaggio alla scaletta di legno
del mezzanino, dove l'artista si cambia il vestito prima di mettersi a
lavorare: ecco lo studio di Michele La Spina.
Entrato, il visitatore non si raccapezza, non sa dove fermare
l'occhio. Lo attrae subito la gigantesca testa del _Garibaldi_,
attorno alla quale lo scultore spende, sempre incontentabile, i
momenti che i lavori in corso gli lasciano liberi. Ma ecco, lì
accanto, un _Faunetto_ di piccole dimensioni che sembra un bronzo
antico, uscito assai maltrattato dallo scavo. Non è un bronzo, ma un
abbozzo in plastichina, abbandonato da un pezzo; la mano sinistra gli
è cascata; sul braccio destro serpeggia uno spacco; la polvere ha
sparso su tutta la figura la strana pàtina che gli dà l'aria di cosa
antica. Intanto il visitatore, con la coda dell'occhio, ha intravisto
più in qua un busto caratteristico e lascia il _Faunetto_ per esso.
Quella testa con la faccia rugosa, coi baffi ispidi, appuntati, col
collo lungo, secco, circondato da ampio goletto, gli dà una sensazione
irritante, che vien subito cancellata dal vicino mezzo busto di donna
matura. Le linee dolci e benigne, dalle quali trasparisce un gran
carattere di fermezza e di semplicità, fanno restare pensoso il
visitatore ora davanti il gesso, ora davanti il bronzo, che lo
riproduce con qualche variante negli accessorii. Scosso da così
opposte impressioni, il visitatore vorrebbe tornare a osservare la
colossale testa del _Garibaldi_; ma a un tratto gli viene quasi
incontro,--altero, col possente naso aquilino dalle narici dilatate,
con le labbra screpolate e atteggiate a un'amara espressione
intellettuale, che si rivela anche nello sguardo e nella fronte
circondata da capelli ricciuti e cadenti in zazzera dietro il
collo--gli viene quasi incontro un busto in plastichina, più grande
del vero. L'abito talare, della foggia del secolo passato, fa
riconoscere in lui l'_abate Nicolò Spedalieri_. Infatti dietro di esso
si scorgono i modelli in gesso della statua intera e del monumento col
piedistallo e con la base, che ebbero insieme col busto, nel concorso
bandito un anno fa, i suffragi unanimi del pubblico, se non quelli (e
si vedrà un giorno con quanta giustizia) dei giudici del concorso. La
espressione di quella testa, che pare abbia su le labbra semiaperte la
parola già scoccante, costringe il visitatore a volgere attorno lo
sguardo; ed egli si sente rinfrancare dall'ilare sensualità di quel
vecchio _Satiro_ che si protende in avanti, con le orecchie ritte e la
barbetta e i bargigli caprini e un che di malizioso e di bestiale
negli occhi lustri e nelle labbra carnose che gli fendono le gote.
Allora il visitatore sente più vivo il bisogno di raccapezzarsi, e si
ferma e si raccoglie, prima di ricominciare a osservare partitamente,
posatamente; ha già capito che non si trova in uno dei soliti studi di
scultura commerciale. E per riposarsi, osserva l'artista che gli sta
vicino, zitto, intento a spiargli, con ingenuità sorridente, le
impressioni su la faccia. Bruno, magro, coi capelli e la barba
brizzolati, con la fronte solcata da rughe, gli occhi neri e
penetranti e una nervosa vivacità nei movimenti e nei gesti, Michele
La Spina rivela nella persona le supreme qualità della sua scultura.
Si capisce come quegli occhi così acuti debbano scrutare il modello
nelle più intime fibre e strappargli il segreto d'un carattere, d'una
passione dominante; si capisce come quella mano vigorosa, con le vene
e i muscoli aggrovigliati a fior di pelle, possa violentare la creta e
darle tal forma da simulare e, stavo per dire, da superare la stessa
vita. E avrei detto benissimo; perchè l'arte fissa quel che nella
natura è fuggitivo: l'espressione più evidente e più importante di un
carattere, sorpresa a traverso le accidentalità e le ipocrisie
sociali; arresta una mossa della testa e dello sguardo,
un'increspatura delle labbra, una ruga della fronte, che poco dopo si
muta e si cancella per riapparire di quando in quando, riapparire e
sparire.
Così la persona dell'artista, per rara eccezione, illumina e
chiarisce, illustra come si direbbe oggi, le opere di lui. Così il
visitatore si spiega la straordinaria diversità di fattura che
differenzia un busto dall'altro, una figura dall'altra. Chi altrimenti
potrebbe dire, per esempio, che quella delicata personcina del
Faunetto intento a lavorare e ad accordare la sua siringa, con quel
visetto dove la forma animale si fonde deliziosamente con la forma del
fanciullo umano; che quel corpicino esile, asciutto, composto con
spontanea grazia in un atteggiamento che ne fa risaltare le bellissime
linee, con una gamba dritta e ferma sul suolo, e l'altra piegata per
appoggiarsi al masso là dietro; chi potrebbe dire che questa
figurina--che par creata con un soffio, senza stento, in un minuto di
ispirazione, quasi in un minuto di intuizione atavica in cui è stata
sentita di nuovo e rivissuta l'ibrida esistenza degli esseri
primitivi--sia stata plasmata da quella stessa rude mano che ha menato
violentemente la stecca, ha strisciato nervosamente col pollice per
modellare la maliziosa figura del _Satiro_, altra meravigliosa
intuizione del mondo primitivo, reale o fantastico non importa,
probabilmente più reale di quel che non vogliamo immaginare?
Nel _Faunetto_ infatti c'è l'incoscenza, la delizia di vivere, il
rigoglio fresco e puro dell'organismo, il serpeggiamento quasi
vegetale della forma non ancora mortificata dall'uso. Stando a
fissarlo, si ripensa un cielo purissimo, una campagna verdeggiante
fiorita, montagne luminose nel lontano orizzonte, e, fra gli alberi,
un'azzurra striscia di mare riluccicante di riflessi sotto il sole
meridiano; squarcio di mondo antico, quale noi lo intravediamo
talvolta a traverso qualche distico dei buccolici greci.
Invece il vecchio _Satiro_ ci fa sognare boschi ombrosi, tronchi di
alberi dalla scorza scabrosa e sparsa di muschi e di funghetti, cinti
di rovi e di liane: Ninfe dormenti, spiate, insidiate: fosche visioni
di sensualità irrompente, fra gridi rauchi e cachinni, dove prende
suono la maligna bestiale compiacenza della propria forza muscolare.
Se questa suggestione avviene, e intensa e persistente, vuol dire che
la forma ha detto quel che doveva dire, ha compiuto il suo naturale
prodigio.
La potenza psicologica dell'arte del La Spina si rivela immensamente
meravigliosa in tutti quei busti, davanti ai quali il visitatore è
forzato ad arrestarsi stupito. Quelle teste e quelle fisonomie non
sono solamente rassomigliantissime agli originali, ma hanno tutte
qualcosa di particolare da mostrarci, che l'occhio arguto dello
scultore ha intuito, e la mano, pronta e sicura, ha poi reso con
felice evidenza.
E l'artista è oramai così esercitato in questo genere di scrutazione,
da poter facilmente indovinare particolarità di forma che il suo
occhio non ha veduto, quando è stato costretto a interpretare una
scialba fotografia, e ricostruire, come faceva il Couvier, dalla linea
della fronte tutta la forma del cranio, cavando fuori piani e
protuberanze che i parenti del morto hanno riconosciuto esattissimi,
come gli è accaduto pel busto del signor Gaetano Garufi.
Ultimi resultati di questa meravigliosa penetrazione nelle intime
profondità psicologiche, oltre quello del Garufi, sono i ritratti del
signor Gioacchino Fichera, del dottor Tomaselli professore di clinica
medica nell'università di Catania, del signor Francesco Badalà e del
signor Mariano Campione; cinque capolavori che Michele La Spina ha
avuto il torto di non esporre al pubblico per eccesso di modestia, per
ormai invincibile avversione a tutto quel che può prendere la più
lontana apparenza di ciarlataneria.
Egli li ha amorosamente modellati nella pace quasi campestre della sua
casa di Acireale, li ha fatti fondere zitto zitto in Roma e li ha
subito spediti ai fortunati committenti, come se non mettesse conto di
incomodare la gente e farla andare, per così poco, sin in fondo a Via
Margutta!
E per tale eccessiva modestia, per tale repugnanza di farsi avanti e
di dar gomitate a questo e a quello, Michele La Spina è noto a pochi,
e non ha potuto afferrar l'occasione di mostrare al gran pubblico quel
che egli vale e quel che può.