Luigi Capuana e Giovanni Verga hanno sempre dichiarato che essi

riproducevano, dall'ambiente al carattere, il vero. Tutto e solo per

la verità. E infatti sono specialmente i contadini che appassionano

quegli scrittori. Si può dire quasi, che la maggior parte del successo

fosse costituita--oltre le qualità degli scrittori--dalla curiosità

che destava quel mondo diverso. Nè è stato consentito mai il dubbio

sulla validità del documento. Si era convinti e persuasi, perchè

dubitare della sincerità? che quelle creature rese poi addirittura

popolari nel mondo dalle note di _Cavalleria Rusticana_, fossero così

e non altrimenti.

Sì; avevano un certo interesse di ricerche di tradizioni e costumi

popolari quelle macchiette, quei bozzetti, quelle novelle. Quando un

contadino vuol invitare a coltellate un altro, gli morde l'orecchio;

dei vecchioni vanno per le casupole a scacciare le malie dal corpo

delle ragazze; e nelle campagne, che so, si tengono i porci per la

casa da certi contadini, e nei giorni di festa, mi pare, si vanno ad

abbracciare; e come gridi di quelle anime, sapevamo che il morsicato

all'orecchio, risponde: _Avete morso a buono!_ e che la fanciulla

abbandonata dal traditore dice: _La mala pasqua a te!_ Poi santo

diavolone e santa Rosalia! In genere si trattava di fanciulle

campagnole, di curati di pievi perdute tra i campi, o smanie di

contadino innamorato che soffre o che si vendica, e poi descrizioni di

casette o capanne, della terra in fiore o no, di processione o messe

grandi, infine da' tipi all'ambiente, per le consuetudini della vita,

e lo svolgimento delle anime, e le modificazioni degli usi e costumi,

dei quadretti graziosi e caratteristici, anche nella tragedia, pasta

tenera azzurrino in fondo; e quando si son veduti poi quei

fazzolettoni bianchi sulla testa delle femmine, quei berrettoni lunghi

sulla testa dei maschi, sì, la curiosità non mancava, ma non si usciva

da un folklorismo amabile e sentimentale. E si giurava che quella era

la verità, tutta verità, niente altro che la verità: _Cavalleria

rusticana_, e _Santuzza_, e _Turiddu_ e _compare Alfio_, con relative

piccole sventure di persone, non tragedie di popolo, anzi gente di

buon augurio in fondo.

Ma ecco i fatti di Sicilia. Quella letteratura speciale e

caratteristica, dove aveva trovato i suoi documenti? Il vero... il

vero come? il vero dove? Quelle macchiette, quei bozzetti, quelle

novelline di dove fiorivano? Quale fosse il martirio precisamente de'

contadini proprio di quelli che fornivano il modello secondo tutte le

_Cavallerie rusticane_ del genere, si vede nei tristi casi di questi

giorni. Altro che _compari Turiddu_ e _compari Alfio_, e morsetti

all'orecchio e male pasque a te e a me! Basta la storia squadernata al

sole della sola zolfara per sentirsi spezzare l'anima: pare sempre di

sentire risuonare nella coscienza come rimprovero, come gemito, come

maledizione il ritornello dei minatori agonizzanti laggiù: _ahi, ahi,

chiste so li guai!_ (_sic_) Invece compare Alfio se ne veniva a

cantare allegramente alla ribalta: _Oh, che bel mestiere fare il

carrettiere_; e sulle piazzette dei villaggi si trovava un vinetto da

_brindisi faccio, brindisi faccio_; e le festicciuole degli sponsali

avevano ciambelle zuccherate, e vesti ricamate d'oro; e chitarrate,

stornelli, rose, fiori. Lagrimucce fatte per l'applauso alla prima

attrice; o tormenti raggruppati in note per lo sfoghetto d'un tenore:

o popolo in massa che scende sulla via--popolo in massa che scende

sulla via!--ad accompagnare la madonna in giro, la madonna che deve

far la grazia alla fanciulla spasimante d'amore alla finestra, o a

rallegrarsi che Cristo non è morto, colle ginocchia a terra, ed i

berretti in mano.

Ecco, è chiaro. Vuol dire che la Sicilia degli scrittori che

riproducevano dal vero, è diversa, assai diversa, dalla Sicilia vera:

popolo che soffre tutti gli strazi e tutti i soprusi, e che cerca

nella morte la fine de' patimenti più infami e più ingiusti. Vuol dire

che la _Sicilia--Cavalleria Rusticana_, nella quale si può riassumere

la macchietta, il bozzetto e la novella, era una Sicilia esercitazione

letteraria, quindi retorica nel metodo, e nel fine una Sicilia

d'osservazione in prima pelle, in quanto si presta alla grazietta

accademica e nulla più: di maniera. Vuol dire che quegli scrittori

hanno forse tutte le doti di artisti, non mi riguarda, ma quando

gridano di riproduzione dal vero non sono esatti: si sono fermati a'

giubbetti ed ai fioretti, e nelle anime non hanno guardato: se le

anime avessero vedute e sentite ben altro dovere avrebbero dato alla

loro letteratura. Alfio e Turiddu potevano pure andarsi a fare

ammazzare tranquillamente, essi avrebbero raccolte le sanguinanti

lagrime di quel gran popolo così oltraggiato, e le avrebbero gettate

in faccia, protesta e rivendicazione, ai colpevoli, bollandoli di

rovente marchio.

Del resto, questo errore di vivere insensibili del loro tempo, senza

vederne e senza sentirne le angoscie e le convulsioni, servendosi de'

documenti umani come di giocarello arcadico, è errore non solo di quei

novellieri e romanzieri, ma in genere, quasi di tutti coloro che vanno

tra il popolo minuto e i contadini a pescare la loro letteratura: ne

cavano il sonetto con nuovi Melibei e nuovi Clori, ma di ciò che

realmente è, e che realmente dovrebbe osservarsi e riprodursi,--e

l'arte avrebbe la maggiore potenza di impressione,--nulla, nulla mai.

Oh non accade lo stesso per la mia Napoli? E io non ho dimenticato che

quando dalla scena proruppe il dolore della mala vita, della piazza e

della casa, mi dovei accapigliare con un critico, amico mio carissimo,

perchè vedeva un'altra Napoli, non quella bozzettistica de' maccheroni

al pomidoro, delle ostriche di Santa Lucia, e del pesce fresco allo

scoglio di Frisio.

E la dolorosa conclusione è questa:--Mentre nelle condizioni

contemporanee gli scrittori--anche i giovani pur troppo!--che si danno

allo studio e alla riproduzione della sconsolata vita popolana o

campagnuola, dovrebbero sentir fremere nell'anima l'opera

civile--l'opera d'arte verrebbe poi!--si fermano invece ai maccheroni

al pomidoro e alle ostrichette di castello. _Fenesta che lucive!_ ecco

Napoli! _Occhiuzzi beddi!_ ecco la Sicilia. Con i _carusi_ non si

fanno i volumini gingilli e le illustrazioncelle civettuole pe'

salottini rococò!

__Caramba__.

_Non potevo lasciar passare inosservato questo articolo così ingiusto,

e nello stesso giornale fu gentilmente pubblicata la mia risposta._

_Caro Boutet_,

Ho letto, con due giorni di ritardo, il vostro articolo _Sicilia

verista e Sicilia vera_. Io che compro tutti i giorni il Don

Chisciotte (non lo dico per farmene un merito presso l'amministratore)

avevo comprato anche il numero di domenica, ma lo avevo dimenticato in

tasca. Avvertito da parecchi amici che voi mi avevate cucinato assieme

col Verga e servito ai lettori con salsa piccante, ho voluto subito

assaggiare anch'io il vostro manicaretto. Mi aspettavo di trovarlo

gustosissimo; la mia aspettativa però è stata sorpassata. L'articolo,

non c'è che dire, è proprio di quelli che sapete scrivere voi,

vibrante, scoppiettante, un articolo parlato, _una napoletanata alla

Boutet_, come diciamo noi amici quando vogliamo qualificare le vostre

deliziose comiche conversazioni in redazione, al caffè, per le vie.

Peccato che tra la materia delle vostre conversazioni e quella del

vostro articolo ci sia grandissima differenza. Nelle conversazioni

ordinariamente parlate di cose che avete viste, che conoscete

benissimo, a fondo; di persone che la vostra parola e il vostro gesto

fanno rivivere e mettono sotto gli occhi altrui quasi col fascino

della realtà; l'eccesso, l'inesattezza, lo sproposito qualche volta,

passano inavvertiti sotto la forma efficacissima del dialetto

napoletano, sotto l'immagine, sotto la mimica; si ride a crepapelle,

vi si ammira e vi si è grati di un bel quarto d'ora di gaiezza e di

ilarità.

Nell'articolo _Sicilia verista e Sicilia vera_, invece avete voluto

parlare di cose che ignorate affatto, o che avete appreso a orecchio;

e se la forma per parecchi lettori, ignari come voi, può far passare

il contenuto, non può bastare per me, che vi siete compiaciuto di

tirare in ballo. Inoltre, gli spropositi che avete detto in quella

colonna e mezzo, scusate, sono così grossi che non è possibile ridere;

tanto più che questa volta voi vi date l'aria di parlare sul serio, e

l'occasione che vi porse il pretesto di scrivere quella _tirata_ è

serissima davvero.

Sotto l'incubo dei terribili telegrammi che arrivano di laggiù, voi vi

siete rammentato di compare Alfio, di compare Turiddu, e siete rimasto

strabiliato di vedere che in Sicilia, invece di ammazzarsi con la

solita regola di mordersi l'orecchio, si fauno ammazzare in tutt'altri

modi e ammazzano e incendiano e devastano come non fa nessuno dei

personaggi di _Cavalleria rusticana_: e allora, al solito vostro, con

una _boutate_ (questa volta il francesismo è proprio al posto) avete

esclamato:--Ma che sono venuti a contarci il Verga e il Capuana coi

loro pretesi siciliani? I veri siciliani sono questi qui, questi dei

telegrammi della _Stefani_!

Che ne sapete voi, caro Boutet, che non siete mai stato in Sicilia?

Come potete giudicare che i veri siciliani siano questi e non gli

altri da noi descritti? Con che giustizia decidete che noi abbiamo

badato piuttosto ai _giubbetti_ ai _fioretti_ e che nelle _anime non

abbiano guardato_, se vi mostrate così ignorante di questa stessa

riproduzione artistica voluta confrontare con la realtà, da far

credere con fondamento che ne parlate per sentita dire soltanto?

Ecco, leggete qui:

"Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le

campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: Viva la libertà!

Come il mare in tempesta, la folla spumeggiava e ondeggiava davanti al

casino dei galantuomini, davanti al municipio, sugli scalini della

chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci luccicavano.

Poi irruppe in una stradicciuola.

"--A te prima, barone, che hai fatto nerbare la gente dai tuoi

campieri!--Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli

irti sul capo; armata soltanto delle ugne--A te prete del diavolo, che

ci hai succhiato l'anima!--A te, ricco epulone, che non puoi scappare

nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero!--A te, birro, che hai

fatto la giustizia solo per chi non aveva niente!--A te guardaboschi,

che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al

giorno!

"E il sangue che fumava e ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i

sassi, tutto rosso di sangue! Ai _galantuomini_! Ai _cappelli_!

Ammazza! Ammazza! Addosso ai _cappelli_."

Vi pare un telegramma da Caltavuturo o da Valguarnera? Ebbene è

proprio il principio di una delle _Novelle rusticane_ del Verga.

E nella _Vita dei campi_, se non ci sono i carusi della solfatara, ci

sono Rosso Malpelo e Ranocchio della cava di rena, che è qualcosa di

simile.

E ci sono i contadini che soffrono, che muoiono di fame e di fatica,

rassegnati talvolta, talvolta delinquenti per forza; ci sono i

galantuomini che opprimono, che corrompono, che fanno il male quasi

inconsapevolmente, per tradizione, per uso, per costume, perchè si è

fatto sempre così ed è comodo continuare a fare ancora così.

Capisco; voi non avete letto le novelle del Verga e molto meno le mie,

o ne avete letto qualcuna per caso, alla lesta, fra una cronaca

teatrale e l'altra; si vede che voi, critico teatrale accurato e

coscenzioso, non vi siete neppure dato l'incomodo di confrontare la

_Cavalleria rusticana_ opera melodrammatica, con la novella o col

dramma in un atto da cui è tratta; anzi di _Cavalleria rusticana_ deve

esservi rimasto in mente soltanto il libretto, se appioppate al Verga

la grulleria melodrammatica:

_Oh, che bel mestiere, fare il carrettiere!_

quasi il libretto lo avesse abborracciato lui.

E con questa bella preparazione, con questa straordinaria e profonda

cultura speciale, bum, bum, bum! vi mettete a battere la gran cassa

per proclamare agli sciocchi che Verga è un _accademico_, un

_manierista_!

Io e tutti gli altri, peggio!

E vorrei limitarmi a questa semplice questione di fatto: ma voi

parlate d'arte, sentenziate che gli autori contemporanei _dovrebbero

sentir fremere nell'anima l'opera civile, l'opera d'arte verrebbe

poi_!

Caro Boutet, permettetemi di dirvi che questa non è materia vostra, e

che fareste meglio a non buttarvi in tal ginepraio. L'opera d'arte

viene quando dee venire, cioè quando c'è l'artista che sa farla; e

pare che, a giudizio dei competenti, il Verga e qualche altro abbiano

saputo farla, senza preoccuparsi dei Fasci e dell'onorevole De Felice,

osservando la Sicilia in istato normale, in istato di sanità e non di

eccitazione morbosa.

Chi vi ha detto che il Verga ed io, per esempio, abbiamo voluto

dipingere la Sicilia sotto tutti i suoi aspetti? Da artista

coscenzioso, minuzioso quasi, il Verga non è mai uscito nelle novelle

fuori della sua provincia di Catania; io, più timido di lui, non sono

uscito fuori del territorio della mia cittaduzza. Voi siete

assolutamente incompetente di giudicare se abbiamo riprodotto bene o

no i nostri personaggi, anche per la bella ragione che non avete letto

i nostri lavori. Non ve ne faccio colpa, oibò; siete così occupato

nella vostra funzione da _critica_ con gli sciagurati autori

drammatici! Ma dico che avete avuto torto di spropositare, senza che

nessuno vi abbia condannato a scrivere la _Sicilia verista e la

Sicilia vera_, e pel solo gusto di buttar giù un articolo pur che sia.

Lo so, voi siete stato sincero; l'inconsapevole sproposito è la vostra

miglior difesa; infatti non vi si può voler male, e voi sapete che io

non vi ho tenuto broncio per le vostre bastonature di critico

teatrale. Non vi voglio male neppur ora; ma, contrariamente alle mie

abitudini, sento il dovere di avvertire coloro che possono supporvi

competente anche oltre la critica teatrale, che non bevano grosso, che

non prendano per cose serie le brillanti sciocchezze che vi sono

scappate dalla penna questa volta. E un'altra volta, prima di

lasciarvi tentare, pensateci su un momentino e poi non ne fate niente.

Sarà tanto di guadagnato pei lettori e per voi.

E concedetemi di aggiungere, per vostro conforto, che nel caso di

sentenziare senza aver letto non siete solo. Giorni fa, nel _Diritto_,

a proposito delle mie _Paesane_, ho ammirato queste precise parole:

_Le scene selvaggie vi hanno il predominio sulle altre, e questo ci

dice che la Sicilia, in gran parte, è terreno da redimersi alla

civiltà_. Benedetto Iddio! Neppure farlo a posta, appunto in tutto il

volume delle _Paesane_ è il lato comico della vita siciliana, o meglio

il lato comico di certi carrettieri siciliani quello che vien messo in

maggiore evidenza. Ecco come siamo letti e giudicati noi poveri

diavoli!

Scusate la lunga chiacchierata, caro Boutet, e ricevete una cordiale

stretta di mano

dal vostro affezionatissimo

__Luigi Capuana__

FINE

INDICE

PREFAZIONE, O QUASI--La letteratura italiana nel 1896 Pag. 1

IDEALISMO E COSMOPOLITISMO " 9

LA CRISI DEL ROMANZO " 61

ROMANZI E NOVELLE.

I. Gabriele D'Annunzio " 88

II. E. A. Butti--Neera--L. Gualdo " 113

III. Adolfo Albertazzi--Errico Corradini " 131

IV. Grazia Deledda--Alfredo Panzini " 153

V. Un romanzo regionale " 171

VARIETÀ.

I. Il teatro di Giovanni Verga " 181

II. _Pulvis et Umbra_ " 189

III. L'Odissea della Donna " 199

IV. Lionardo Vigo " 213

VI. Emilia Pardo-Bazan " 233

VII. Un padre Bresciani spagnuolo " 249

VIII. Un poema drammatico portoghese " 263

IX. Psicopatia cristiana " 273

X. I contadini siciliani " 287

ESCURSIONI DI ARTE.

I. Michele La Spina " 297

II. Ignazio Orlando " 305

III. Grafomane? " 313

POLEMICA " 323

ERRATA-CORRIGE

pag. 17 lin. 15, e preso, il _la_ e preso il _la_

» 50 » 21, ha torto ho torto

» 54 » 17, la coscienza coscienza

» 114 » 9, lo suggerisse la suggerisse

» 144 » 18, quel qual

» 146 » 12, dall'odio dell'odio

» 173 » 20, se arriva che arrivi

» 190 » 4, uggiose uggiosi

» ivi » 6, rinvertiti rinverditi

» ivi » 15, abbiamo abbiano

» 232 » 7, _lo_ _la_

» 252 » 19, _ai distratti entrati_ _ai distratti non entrati_

» 259 » 20, dal padre del padre

» 274 » 27, rimase rimane

NOTA DEL TRASCRITTORE

I cambi di carattere sono stati notati così:

_corsivo_, =grassetto=, __maiuscoletto__

L'errata-corrige è stata riportata nel testo. Essa stessa ha un errore

(la pagina 259 è erroneamente indicata 258).

Sono stati corretti altresì i seguenti refusi:

e si tormenta con i casi di [coscenza].

usurpare le funzioni della filosofia e [nella] scienza

quindici anni fa, [quanda] per Arte si intendeva

La [prina] spina sta nella frase:

che fanno bene ad [astrare]; è il loro mestiere.

e rivelano ([sensa] volerlo, aggiungo io)

Il futuro [è è] pieno di sorprese.

si possa scrivere un romanzo mistico [non] una forma naturalistica

par di sentir [narnare] un'identica storia.

anzi quel vile si esamina troppo, [ragionata] troppo;

sconto con quest'[infermo] un minuto di debolezza, intendi?

il fantasma d'un personaggio, non quello d'un [persosonaggio]

per amore di Dio, Paolo [l'abbondonava].

ignorino fin l'[esitenza] di quella magistrale pagina

e stavo per [raggiungere] anche proto,

Al [composanto] di Pisa, vedendo le catene

"Compresi--ella dice [nel] suoi Appunti autobiografici

la facesse innamorare [dal] castigliano,

e [deve] da un lato e dall'altro,

potrebbe dirsi orgoglioso di [Pequeceñes];

con le labbra screpolate e [alteggiate] a un'amara espressione

E per tale eccessiva [modesia], per tale repugnanza

impiantare in Italia [uua] scuola di xilografia

e nelle [compagne], che so, si tengono i porci

Caro Boutet, [permettemi] di dirvi

IV. Grazia Deledda--Alfredo [Pansini]

Le irregolarità nel virgolettato non sono state corrette.

End of Project Gutenberg's Gli 'ismi' contemporanei, by Luigi Capuana

Gli 'ismi' contemporanei · 第 17 / 17 段