poesia moderna consiste nel presentare dei simboli eterni universali_.
Ed io aggiungo: Ben venga pure il simbolo in arte, a patto però
ch'esso vi arrivi a traverso la vita; a patto, cioè, che le figure
evocate dall'immaginazione del poeta siano, prima di tutto, creature
vive e non ombre, o astrazioni filosofiche battezzate con un nome
qualunque. Ben venga pure il simbolo, a patto però che gli accessorii
non sopraffacciano il soggetto principale, che la frase, l'immagine, i
vocaboli arcaici o distolti dal loro schietto significato non
costituiscano insomma una retorica per lo meno altrettanto inetta e
sciocca quanto l'altra che si vorrebbe scacciar via. Ben venga pure il
simbolo, a patto però che scaturisca sincero dall'immaginazione del
poeta, e non per artificio di ricette che ormai non conservano neppure
l'attrattiva del segreto e possono, con maggiore o minore abilità,
essere eseguite da qualunque farmacista dell'arte. Ben venga
finalmente il simbolo, a patto però che mantenga le sue promesse, che
sia essenza spirituale, cioè che ci apra spiragli più larghi e più
luminosi da cui spingere lo sguardo negli abissi dello spirito umano,
non giocherello, _trompe-l'-oil_, manichino vestito di broccato e
posto in fondo a una stanza mezzo buia per far paura alla gente che vi
entra inavvertitamente.
Io non so chi sia il _valoroso critico francese_ citato dal Pica che
chiamando _un pur chef-d'-oeuvre_ questa _Belkiss_ del De Castro, non
ha dato una bella prova d'intelligenza; e ammiro l'arguta riserbatezza
con cui il Pica lo avverte di aver dimenticato _una spirituale legge,
un po' crudele forse ma non del tutto ingiusta_, secondo la quale,
prima di chiamar capolavoro un'opera d'arte, bisogna lasciar _che il
tempo vi deponga su la sua lucida pàtina_.
È giusto accordare al poeta la più ampia libertà nella concezione del
suo lavoro. Ed io non oserei dir niente al poeta di _Belkiss_ pel
capriccio che ha avuto di far della regina di Saba una nevrotica
d'oggi, stavo per dire una morfinomane, se (sia arte, sia caso) la
figura biblica, nella sua interminatezza, non fosse assai più
attraente, più suggestiva, più moderna della _Belkiss_ portoghese.
Attratta dalla fama della sapienza di Salomone, la regina biblica va a
Gerusalemme _a far prova di enimmi_ con lui, e non ha soltanto una
morbosa curiosità di sensi, un _bisogno dei baci_ di Salomone e di
nient'altro, come questa Belkiss che confida le sue notturne
_frenesie_ al saggio Sofesamin, e che vuole quei baci unicamente
perchè le pare che debba essere _assai dolce vedersi inginocchiato ai
piedi colui che ha il mondo intero inginocchiato intorno a sè_.
Per imbastire una figurina isterica di questa natura, qualunque
sartina poteva servire di pretesto e di modello; per dirci la
volgarissima verità che _realizzare un desiderio significa
ammazzarlo_, qualunque intrichetto era sufficiente, com'è stato
sufficiente a tanti romanzieri e novellieri, piccoli e grandi, che
hanno cucinato quel concetto in tutte le salse. Perchè scomodare la
regina di Saba e il savio Sofesamin e Hedad re di Edom e tanti altri
personaggi con nomi più o meno strani, e far ripetere al gran Re
sapiente la strofe del _Cantico dei cantici_ in una situazione da
operetta? Perchè mettere, come cornice a un fattarellino di alcova, i
palazzi di Axum con gl'intercolunni velati da grosse coltri di lino di
Egitto ricamate in seta; e la vasta piazza degli obelischi con le
scalee fiancheggiate da sfingi che conducono al palazzo reale; e la
tetra foresta incantata su la gran rupe a picco del mar Rosso; e
l'altra terrazza che domina il mare, lastricata di marmo verde, con in
giro vasi pieni di gigli bianchi di Antiochia e di gigli rossi di
Licia; e far la rivista di tutte le pietre preziose segnate nella
storia Naturale di Plinio il giovane; e circondare di una tenebra di
sette giorni il palazzo reale di Axum, se finalmente quel che più
premeva, lo stato d'animo di Belkiss dopo di aver colto i sospirati
baci di Salomone dovea ridursi a un brevissimo accenno?
--La decorazione è splendida!--Sia pure! Ma il simbolo non se ne giova
affatto. Come non giova a render viva la figura di Sofesamin,
descrivercelo con la barba d'argento che gli copre il petto, con la
mitra in capo, da cui pendono, nascondendogli le orecchie e
scendendogli fino alle ascelle, due strisce di stoffa dura e tesa, con
sotto l'_amiculum_ di lana bianca un _calasiris_ di lana azzurra, e
alla cintola un sacchetto pieno di scapole di cinocefalo e di agnello
coperte d'iscrizioni. Secondo le intenzioni del poeta, Sofesamin
rappresenta la saggezza, l'esperienza della vita. Ma Belkiss ha
ragione di non dar retta ai suoi consigli, perchè l'unica esperienza
di cui si può, qualche volta, trar profitto è soltanto la propria.
Contro ogni intenzione del poeta, Sofesamin il savio, il quale ha in
fondo agli occhi una luce che deve _servire per allontanare gli altri
dai pericoli in cui stanno per cascare, e che gli fa vedere chiare
quelle cose che dovrebbero essere sempre scure_, (luce che non dee
far piacere a lui stesso, se quando ne ragiona gli sfugge la
esclamazione; _Oh! la povera anima mia!_); contro ogni intenzione del
poeta, questa severa figura diventa ridicola. Quando la regina è
ospite di Salomone (gli ammonimenti di Sofesamin non han potuto
impedire che la capricciosa e isterica Belkiss mettesse in atto il
viaggio a Gerusalemme) egli vorrebbe impedire che Salomone penetri
nelle camere di Belkiss; e fa la guardia davanti l'uscio della
regina, ma non così oculatamente che ella non n'esca _scalza, coi
capelli sciolti, tutta vestita di bianco_ e che non vada dal re,
seguendo la traccia dei gigli sparsi sul pavimento, come il re le
aveva indicato. Così mentre il Savio sta dietro l'uscio delle vaste
camere di Belkiss a filosofare:--_Poveri ciechi! Poveri sordi! Andate
verso la felicità come una brigata di bambini che corrono incontro a
un cane arrabbiato...!--Donde vengono lo nostre sofferenze? Dalla
sazietà dei desiderii realizzati e dall'impossibilità di realizzare
altri desiderii... Strangoliamo dunque i desiderii e vivremo
quieti;_--Belkiss assapora i tanto desiati baci di Salomone; e il
savio si accorge, quando non ci è più rimedio, che la sua vigilanza,
se non il suo presagio, è fallita. Infatti ecco Belkiss che esce
dalle stanze di Salomone, _guardando a terra con occhi smarriti_ e
mormorando:
--Oh! Oh! i gigli sono pieni di sangue!
Troppo rapida questa delusione, o poeta! Sarà così, forse, nel regno
dei simboli, ma nella vita no davvero!
Il poeta,--dice il Pica--nelle grandiose scene del suo lavoro _si è
compiaciuto ad evocare, con squisita sapienza artistica tutte le pompe
magnifiche delle feste popolari e delle cerimonie ieratiche, tutte le
regali raffinatezze voluttuarie dell'antico Oriente e dell'antica
Africa_; ma il mio caro amico non chiami, per carità, _straziante
dramma psicologico_, la infantile esteriorità a cui esse servono di
contorno.
La vera potenza della fantasia poetica si manifesta nella creazione di
persone vive che la storia poi registra nello stato civile dell'arte;
e l'amico Pica sa meglio degli altri, che c'è voluto certamente
maggior potenza d'immaginazione per mettere al mondo don Abbondio che
non per profondere attorno ai fantasmi di Belkiss e di Sofesamin tutti
i colori orientali ed africani.
Ciò non ostante molti saranno grati, come me, al geniale critico e
all'operoso traduttore di questo lavoro; che non è poi cosa volgare, e
che può servire di ammonimento non spregevole per gli infatuati di
certe artificiali forme letterarie, rammentando loro che artifizio ed
arte non saranno mai la stessa cosa. [Blank Page]
IX.
PSICOPATIA CRISTIANA¹
¹ Del D.r Ermete Rossi, Roma, Tipografia Laziale--1892.
Leggendo queste dugentotrenta pagine, sembra di fare un sogno pieno di
stranezze e di orrori, o visitare lo spedale di qualche fantastico
Charcot millenario. Pallide figure dagli occhi sbarrati, dalle membra
convulse, ci si agitano d'attorno in crisi nervose, in estasi, in
contorsioni, con grida alte o soffocate scoppianti da bocche riarse,
fra laceramenti delle proprie carni, mutilazioni e macerazioni,
durante una rapida rincorsa di quasi due secoli verso meta ignota e
misteriosa.
E questo spettacolo triste e commovente ci lascia incerti se mai
abbiano ragione le vergini pazze d'amore divino, gli anacoreti
torturati da invasamenti di castità e di peccato, le piagate di
stimmate, i visionari del regno celeste che lo assaporano quaggiù,
avanti di salire a goderselo, come credono, eternamente lassù; o pure
noi che, sognando un equilibrio di sensi e d'intelletto, operoso e
fecondo, siamo riusciti soltanto a convulsioni d'identica natura e che
non forniscono meno pazzi al vero Charcot e ai suoi scolari.
Tra i delittuosi consigli di certa turpe scienza che insinua precetti
e cautele per prevenire o impedire la generazione; tra le teoriche
degli economisti che guardano con occhio spaventato l'aumento delle
popolazioni; tra le statistiche delle nascite illegali e quelle che
segnano la minacciosa sproporzione tra i nati e i morti di una nazione
riputata di stare a capo della civiltà; tra l'immenso stuolo di
creature femminili condannate, dal lavoro e dalle condizioni sociali,
a verginità forzata, o a nozze vaghe, o a mostruose promiscuità a cui
un'antica poetessa ha lasciato in eredità il proprio nome; tra il
grido uscito recentemente dal cuore malato di un gran romanziere russo
contro l'amore e la generazione, e quell'altro grido del cristianesimo
primitivo che esalta la verginità come cima di perfezione, e il
consiglio dell'Apostolo ai Corinti:--Se non avete moglie, non la
pigliate!--a cui facevano eco Santa Domitilla e tante altre vergini,
ripetendo:--Cristo il nostro Re fu vergine e di vergine nacque. La
verginità ci fa simili al maestro!--tra questa discordia di mezzi e
questa concordia d'intenti, insomma chi ha ragione?
Si rimane incerti, angosciati; e dando un'occhiata ai terribili libri
dello Charcot e del Richer, e un'altra a questo volumettino che ci
porge raccolta la quintessenza delle psicopatie cristiane, siamo
spinti a dubitare se mai il mondo non sia un arruffato viluppo di
istinti animali e d'ideali purissimi soltanto buoni a sconvolgere da
cima a fondo l'organismo fisico e intellettuale, e se mai la pazzia,
o, come oggi dicono, la nevrosi universale, non debba un giorno o
l'altro costituire lo stato ordinario dell'uomo.
L'autore della _Psicopatia cristiana_ ha preso un partito.
Con sobrietà che potrebbe quasi dirsi aridezza espone rapidamente il
suo concetto, e poi va innanzi a furia di fatti. Vuole che i fatti
parlino loro, conchiudano loro; e per questo non si è risparmiato
fatica, avendo voluto attingerli alle fonti. Non gl'importa che essi
siano presentati dalla leggenda o dalla cronaca; il loro significato
per lui è lo stesso.
E così vediamo sfilarci dinanzi la lunga processione.
Prima le vergini che vogliono a tutti i costi mantenere intatto il
loro fiore delicato a Gesù: Caterina Godinez che fa ogni sforzo per
imbruttirsi; Smeralda da Catania che si deforma il viso; una delle
figliuole di Berengario che scaccia i fidanzati con puzzo artificiale;
Ulfia che si finge pazza; Oda che si taglia le narici; Eufemia che si
recide naso e labbra. E poi i vergini: Mandato che ottiene da Dio il
dono d'un morbo schifoso; S. Tenenano che ottiene la grazia di
diventare deforme e lebbroso; e cito a caso.
Non tutti intanto possono sfuggire il legame del matrimonio; uomini e
donne però, se hanno fatto voto di verginità, riescono a mantenerlo
con persuasioni, con artifizi, con l'aiuto dei miracoli. A Sant'Abram
una ispirazione divina; a Giuliano una fragranza portentosa; a Magna
un'infermità simulata; a Cunegonda, moglie di Boleslao di Polonia,
l'apparizione di S. Giovanni Battista; a Santa Osita, sposa di Sigero
re dei Sassoni Orientali, l'opportuna comparsa d'un cervo nel più vivo
momento del pericolo e poi la chiesta monacazione nell'assenza del
marito; a Lucia da Narni infine, un angelo dalla faccia splendente che
atterrisce il marito risoluto a trionfare della resistenza di lei,
permisero di conservare intatto il loro prezioso tesoro. Ed ecco nella
leggenda la glorificazione del resultato: odori paradisiaci che si
svolgono dai corpi verginali morti o viventi; luminose aureole che
circondano il capo; fiori che sbocciano dalla bocca dei cadaveri:
prove del fuoco che confermano o rivelano la verginità oltraggiata da
calunnie; vesti dei calunniatori che prendono spontaneamente fiamma;
forza supernaturale di resistenza; come quella di Lucia, la quale,
condannata dal giudice a un lupanare, diventò a un tratto così pesante
che "pur adoperandovisi con gran fatica e sudore parecchi uomini, non
poterono trarla" a quel luogo.
Questi sono piuttosto i prodomi della psicopatia cristiana, il punto
di partenza.
Il senso è male, è peccato; la bellezza è l'espressione e la causa
incitante. Contro la donna gran tentatrice S. Antonino avventa il suo
noto alfabeta:
Avidum Animal,
Bestiale Baratrum,
Concupiscentia Carnis etc.
Ed ecco occhi che, non s'attentando più di guardare in viso a una
donna, fosse pure madre, sorella o parente, rimangono continuamente
abbassati come quelli di fra Giorgio della Calzata, del padre Antonio
Grassi, del P. Bernardo da Offida; o chiusi, come quelli del beato
Sebastiano Valfrè.
"S. Ludovico, vescovo di Tolosa, visitato dalla sorella, serbò lo
sguardo sempre volto altrove che su lei. Pregandolo ella che la
guardasse in viso, rispose che la sua domanda era una pazzia. Fra
Ruggiero non mirava mai in faccia nemmeno sua madre, ch'era
vecchissima; l'abate Paolo schivava di vedere non solo le donne, ma
anche le loro vesti; Francesco Stanno non si lasciava neppur vedere
dalle donne" (pag. 34);
Tenere gli occhi bassi o chiusi però non basta; bisogna meglio
premunirsi contro le tentazioni. E Giovanni di Palafox tiene una croce
di punte ferrate su la nuda carne; e fra Giovan Battista di San
Pietro, andando a confessare le monache di S. Caterina in Siena, porta
seco uno sgabello irto di chiodi per sedervisi sopra tutto il tempo
che confessa.
I cinque sensi sono altrettante porte spalancate alle tentazioni.
Quello della vista innanzi tutti. Pietro di Chiaravalle, perduto un
occhio, dice d'essere stato liberato da un nemico. I casti per ciò non
solamente non guardano le carni altrui, ma neppure le proprie. Il
beato Labre lascia che innumerevoli insetti lo tormentino giorno e
notte, e tiene coperte le mani o ripiegate sotto le braccia; Daria,
ottenuta la vista da S. Brigida, prega di tornar cieca per salvazione
dell'anima; S. Aniamo prende alla lettera il precetto evangelico:--Se
il tuo occhio destro ti scandalizza, cavalo e gettalo via.--
L'orrore della vista delle carni prende maggiori forme morbose:
Bartolomeo Tanasi, inetto a spogliarsi e a vestirsi da sè, si fa
servire da due ciechi: Fra Michele dei Santi preferisce non mostrare
al medico un doloroso tumore sotto l'ascella; fin il cadavere del B.
Antonio Zaccaria ritira le gambe quando una mano indiscreta alza il
lembo della tunica che ne copre i piedi.
A difesa del senso del tatto, S. Alfonso dei Liguori non imprime mai
lo schiaffo di rito nella cresima; S. Chiara di Montefalco non stende
la mano neppure per l'elemosina; Suor Maria Crocifissa della
Concezione tira a sè con un legno, o con altro arnese, qualunque cosa
prima toccata da un uomo; Suor Maria Rosa Giannini non siede su la
seggiola dove era stato seduto il fratello; si scuote e freme il
cadavere di S.^a Walburga al tocco d'una mano maschile.
Spesso la parola vana o dolce sonante insinua il peccato. E in
conseguenza Suor Paola Maria di Gesù non pronunzia mai la parola
"matrimonio"; Suor Maria Sabellico non può sentir parlare di
fidanzamenti, di nozze, di mondane vanità.
Col cibo--carne, vino, frutta--si fomenta quel _seminarium libidinis_
che è il ventre: e così l'abbate Giovanni si rassegna a morire per
l'astinenza da ogni bevanda; S. Pietro d'Alcantara mangia pane
muffito, erbe mal cotte e sparse di cenere o d'assenzio; Santa
Caterina di Siena non beve acqua e mangia erbe crude soltanto; e i
santi Giosafat Kuncewicz, Pantino e Paolo della Croce fanno di più, si
estenuano con venti, trenta e anche trentatrè giorni di digiuno. A
Batteo eremita, dai troppi digiuni, s'inverminiscono i denti.
Da questo all'abborrimento del sonno e della pulizia corporale c'è un
breve passo. S. Rosa da Lima batte la testa alle pareti, si sospende a
una croce per le mani o a un chiodo del muro pei capelli, pur di non
dormire; la beata Coletta dorme sopra sarmenti di viti, cingendosi i
fianchi con una corda irta di nodi; il padre Giuseppe Anchieta posa il
capo sopra un fascio di spine e non ha altro letto che la nuda terra.
Se il sonno è una mollezza, la pulizia corporale è peggio; la lista
dei santi e delle sante che hanno in odio l'acqua non è corta. Il
beato Enrico Susone non si lavò mani nè piedi per venticinque anni; S.
Abram eremita non si lavò mai la faccia in vita sua.
La bellezza corporale vien detta amica del diavolo. S. Bernardo
Calvonio, sentitosi lodare i denti, se li spezza con un sasso; Rosa da
Lima tuffa nella calce viva le mani bianche e fine; S.^a Lucia la
Casta, saputo che i suoi occhi avevano ispirato una gran passione a un
gentiluomo, se li cava e li spedisce in dono all'innamorato.
Il canto, la danza, i mondani divertimenti sono stimati altrettanti
mezzi di perdizione; la donna che canta è chiamata da S. Cripiano:
_basiliscum sibilantem_.
E c'è chi fugge nei deserti, affrontando fame e sete. Ma se è facile
fuggire dal mondo, non è egualmente facile fuggire da se stesso.
L'organismo conculcato si ribella e tenta di vendicarsi. Le immagini,
le visioni più oscene assediano i penitenti nella veglia e nel sonno.
A San Martino appaiono Venere e Minerva; Sant'Ilarione e Sant'Antonio
Abate hanno visioni di bellissime donne impudiche; San Celestino sente
continuamente il contatto di due femine nude; Suor Maria Crocifissa
della Concezione ode sconci discorsi che tentano di lusingarla; Suor
Agnese di Gesù, per lo sforzo di resistere alle sudice fantasie che
l'assediano, casca in convulsioni, Francesca Vacchini ha visioni di
orgie carnevalesche; e la Beata Colomba da Rieti, S.^a Rosalia, suor
Bartolommea Martini, S.^a Giustina allucinazioni di uomini nudi,
procaci, invitanti a lotte peccaminose.
Contro tali assalti sono appena sufficienti le penitenze più dure. S.
Girolamo, nel deserto, per scacciare le rinascenti fiamme degli impuri
desiderî, si percuote il petto con un sasso; Ildeberga, denudata il
ventre e i ginocchi, in pieno inverno, si tiene aderente al pavimento;
S. Veronica Giuliani porta gravi pesi, si trascina su le ginocchia
notti intere; suor Maria Rosa Giannini si batte con funi, si cinge le
reni, le braccia, le cosce e le gambe con catenelle di ferro munite di
punte, e prega con le mani sotto le ginocchia; S. Bernardo si butta in
uno stagno gelato e vi rimane quasi esanime; S.^a Geltrude d'Eisleben
si getta anch'essa in uno stagno, una notte invernale, e sta per
affogarvi; S. Francesco di Assisi si rotola e sommerge fra la neve; S.
Benedetto si caccia nudo in mezzo a una siepe di ortiche e di rovi;
suor Maria Maddalena dei Pazzi si cinge una cintura fitta di chiodi
acutissimi; Santa Oliva si configge punte di ferro nelle mammelle; il
beato Giovanni Grande si stende sopra un letto di carboni ardenti e si
abbrustolisce le carni. Occorre che in aiuto dei periglianti sovvenga
l'aiuto divino; e San Tommaso d'Aquino, Caterina da Raconigi, suor
Maria Villani di Napoli ricevono una cintura sovrannaturale; cintura
che gli angioli stringono troppo forte alla beata Stefana Quinzani, da
farla stare tra morte e vita per lo spasimo, durante parecchi giorni.
Vinta la lotta della carne, l'amore per Gesù e per Maria assume forme
quasi sensuali e morbose. Gli uomini diventano i cavalieri di Maria,
gli spasimanti della bella Signora. Il beato Enrico Susone si sente
quasi saltare il cuore fuori dal petto al solo pronunziare quel dolce
nome; il beato Giuseppe da Copertino, appena ne vede le immagini, esce
dai sensi, si solleva da terra fino all'altezza del quadro da cui è
stato rapito in estasi; il vescovo Marsilio sente in bocca un sapore
più dolce del miele pronunziando quel santo nome; San Francesco di
Solanes, quasi impazzito, suona e canta le serenate alla diletta
Signora; Francesco Binanzio, Battista Archinto e Agostino d'Espinosa
si tatuano quel nome su le carni.
Per S. Bernardino da Siena, fra Nicola Molinari, Sant'Edmondo, S.
Stefano eremita, Maria diventa l'innamorata, la sposa; e spesso lo
sponsalizio è realmente effettuato, come col beato Ermanno e col beato
Alano da Rupe.
Le donne invece ardono di amore per Gesù, sposano lui, con lui si
dilettano in quella che Riccardo da S. Lorenzo chiama con ingenua
efficacia: _copula spirituale_.
Suor Maria Crocifissa Sabellico improvvisa per lui canzonette di
amore. Verseggia Suor Maria Rosa Giannini:
O bello Dio d'amore,
sta co me ogn'ora.
Brucia questo core
Del tuo divino amore
. . . . . . . .
O caro mio Gesù....
Del tuo amore io ardo e moro,
Torna, torna o mio tesoro.
. . . . . . . .
Io son tua e tu sei mio...
E la concitazione e il fervore si traducono in eccessi molti
somiglianti a quelli dell'erotismo sensuale. Margherita figlia di
Massimiliano II imperatore, si ferisce il seno e scrive col suo sangue
giurata promessa di fedeltà a Gesù; Santa Veronica Giuliani, s'imprime
un suggello infocato nel petto; Suor Paola Maria di Gesù inghiotte
pezzettini di carta su cui scrive il divino amato nome e se lo incide
anche lei con ferri roventi sulle carni in direzione del cuore; Suor
Maria Prevostiere s'incide con un rasoio l'anagramma di Gesù sul petto
e con suggello rovente su le braccia.
Il celeste amante è largo di favori alle sue dilette. Si mostra a Suor
Angelica dello Spirito Santo e si fa accarezzare i biondi capelli; si
lascia tenere tra le braccia da Suor Caterina di Bologna; a Suor Ida
da Nivella parla in latino, dicendo: _Ida, cor meum et anima mea;_ si
arrampica, in minuscole proporzioni di corpo, su la conocchia di Suor
Rosa da Lima, le fa mille scherzi e passeggia con lei presa per mano;
va a coricarsi a fianco di Suor Anna di tutti i Santi; fa madrigali
con Suor Geltrude da Eisleben. Ella dice:
--Diletto mio, è bene lo stare unita con te solo.
E Gesù, chinandosi verso di lei e abbracciandola:
--E a me è sempre soave cosa lo stare unito con te, mia diletta.
E lei:
--Io, vile femminella, ti saluto, Signor mio amatissimo.
E lui:
--Ed io ti rendo il saluto, amorosissima mia.
E un'altra volta la bacia su la bocca e sul petto.
Suor Maria Maddalena dei Pazzi è chiamata da Gesù: Colomba mia, bella
mia, sposa mia!--Suor Maria Villani passa intere giornate discorrendo
e baciandosi e abbracciandosi con Gesù. A Suor Anna di S. Bartolomeo
Gesù si presenta com'era in vita, anzi le va dietro pian piano,
l'ascolta e le mette una mano sul cuore, lasciandovi la sensazione
d'una profonda ferita. Il Crocifisso fa cenno di accostarsi a Suor
Veronica Giuliani e l'abbraccia.
Va anche oltre. Alla beata Caterina da Leazi mette in dito un anello
d'oro ornato di pietre preziose; uguale anello sponsalizio vien dato a
Santa Caterina da Siena, alla beata Osanna da Mantova, a Suor Angelica
della Pace, alla beata Stefana Quinzani, a Santa Caterina dei Ricci, a
Santa Veronica Giuliani, a tant'altre.
E allora gli spasimi d'amore sono così forti che le dilette non
veggono l'ora di morire. Caterina di Cano e Sandoval esclama:
--Ah, Signore! Quando mi sarà permesso di godere i vostri dolci
abbracciamenti? Com'è lungo questo pellegrinaggio! Com'è noioso questo
soggiorno!
Ho appena spigolato nel vasto campo dove ha mietuto a larga mano
l'autore della _Psicopatia Cristiana_.
E arrivato alla fine torno a domandare:
Chi ha ragione? Costoro che si ammalano di nevrosi divina, o noi che
ci ammaliamo di nevrosi quasi bestiale?
L'autore si è contentato di conchiudere: