fece subito, un gran silenzio attorno, per prestare attenzione al
nostro dialogo, che da parte mia si riduceva a quelle rare e timide
risposte che sono di prammatica in simili udienze. Vittor Hugo
dichiarò che riguardava la Spagna come sua seconda patria, mostrò il
suo dispiacere di vederla molto indietro su la via del progresso e
soggiunse che non poteva essere altrimenti in un paese dove la Santa
Inquisizione aveva martoriato senza pietà scrittori e scienziati. Con
tutti i riguardi che il galateo insegna quando si tratta di dover
contraddire una persona, e specialmente quando questa persona si
chiama Vittor Hugo, risposi che le più splendide epoche della nostra
letteratura erano state appunto quelle inquisitoriali, e che
l'Inquisizione non si era mai mescolata di letteratura, nè aveva mai
bruciato nessun scienziato e nessuno scrittore, all'infuori di ebrei,
streghe e fattucchieri. Non si mostrò convinto; ed io, spinta dalla
mia inveterata passione di difender la Spagna dalle accuse gratuite,
mi misi a polemizzare col vecchio, con buone parole, s'intende, con
frasi rispettose e carezzevoli; e quando il poeta affermò che nel 1824
ci erano stati ancora degli _autos da fè_, non gli dissi che
commetteva un anacronismo, ma lo pregai di verificare la notizia,
aggiungendo che l'Inquisizione, soppressa per decreto nel 1812, era
stata soppressa di fatto molti anni avanti. Di faccia a me sedeva una
signora che faceva gli onori di casa, credo la signora Lochroy, la
quale mi domandò con velata ironia se _io avevo studiato la storia
presso i padri domenicani_. Ed io subito replicai negligentemente che
nel Michelet, nel Thiers e in altri storici francesi avevo letto le
Dragonate, la notte di San Bartolomeo, il Terrore e altri episodi
della storia di Francia, a petto dei quali gli orrori della
Inquisizione erano pasticcetti e zuccherini; e soggiunsi che la Spagna
non aveva perseguitato Clemente Marot, nè mandato al patibolo Andrea
Chènier, perchè gli spagnuoli apprezzano e venerano le Muse, come
provava la mia presenza in quella casa.
--_Voilà bien l'espagnole!_--mormorò Vittor Hugo con mezzo sorriso su
le labbra.
E cominciò a incensare la Spagna, il paese, secondo lui, più
romanzesco di Europa; e a interrogarmi intorno ai nostri scrittori
contemporanei dei quali non conosceva neppure un rigo. La serata
trascorse in un soffio, e pareva che pei discepoli fosse rotto
l'incanto; si agitavano e parlavano, giacchè in quella sala del
trono--vera sala d'inquisizione poetica!--soltanto un incidente
casuale, come la presenza di uno straniero, poteva recare
l'animazione della controversia e rompere il gelo del rispetto quasi
jeratico. Alle dodici, Vittor Hugo mi congedò. Mi regalò il suo
ritratto e quello dei suoi nipotini, col suo autografo, e mi baciò in
fronte; costume francese, che se in altra occasione, a me spagnuola,
sarebbe parso dì cattivo gusto, ora mi riuscì commovente in persona
di quell'ottagenario già curvato più sotto il peso degli allori che
non sotto quello degli anni, e vicino al sepolcro, dove ormai dorme.
Sia pace all'anima sua!"
--_Voilà bien l'espagnole!_--ripeto io, terminando di scrivere.
E penso, con rammarico, che questo semplice episodio potrebbe
insegnare qualcosa a parecchi italiani di oggi.
VII.
UN PADRE BRESCIANI SPAGNUOLO¹
¹ __Pequeñeces__ per el P. Luis Coloma de la Compañia de Jesus
Quinta edicion. Bilbao Administration de _El Mensajero del
Corazon de Jesus_. 1891.
Cioè gesuita e romanziere. Le somiglianze però tra il nostro p.
Bresciani e il p. Luigi Coloma non vanno più in là. Coloro che non
hanno dimenticato il mirabile studio del De Sanctis intorno all'_Ebreo
di Verona_, leggendo _Pequeñeces_ del gesuita spagnuolo potrebbero
credere ch'egli abbia cavato profitto dalle osservazioni del gran
critico. Il De Sanctis ha detto al p. Bresciani: "--La parte liberale
accoglie in sè, come ogni altro partito, gente di ogni risma; vi ha
gl'imbroglioni, gli ipocriti, gli sciocchi, i bricconi. Guardata da
questo lato, quanto vi ha di ridicolo! quanto di atroce! La materia
questa volta non vi manca. Se avete spirito, fateci ridere; se avete
bile, fateci fremere."
E il p. Coloma spirito ne ha davvero e di ottima lega, e bile molta,
ma di quella buona, se pure si può chiamare bile la indignazione di
un'onesta persona davanti allo spettacolo delle turpitudini umane.
Egli è gesuita, sì, come il p. Bresciani, ma, soprattutto, è artista
come al p. Bresciani non passava neppur pel capo che essere si potesse
e si dovesse. Caso nuovissimo, quasi incredibile, se si guarda la
vasta letteratura del loro Ordine, che ha dato scrittori di ogni
sorta, artisti no, mai.
Probabilmente questo è avvenuto perchè il p. Coloma si è fatto gesuita
assai tardi. Già laureato in dritto all'università di Siviglia,
abbandona l'avvocatura per entrare in Marina. Passati due anni alla
Scuola navale, n'esce per buttarsi un po' nel giornalismo, nella
letteratura, e molto nella politica. Cospirando, compromettendosi pei
Borboni, mena intanto vita mondana tra quell'aristocrazia madrilena
ch'egli poi descriverà così bene in _Pequeñeces_.
Un bel giorno, nel '74, una grave ferita di revolver lo fa stare
parecchie settimane tra la vita e la morte. Duello? Tentativo di
suicidio? Non si è potuto mai saperlo chiaramente. Si sa però che,
appena guarito, egli entra nella Compagnia di Gesù, fa il noviziato,
prende gli ordini, passa per la fitta trafila di tutti gli esercizi
scolastici e religiosi che la regola dell'Ordine impone agli adepti; e
dieci anni dopo, dal pulpito di una delle chiese di Madrid, fulmina
così rudemente, col suo primo sermone, quell'uditorio femminile, da
far scappare di chiesa, a metà di sermone, una delle più grandi dame
della capitale. Il caso mette sossopra corte, ministri, Nunzio
apostolico; e il terribile predicatore se la cava soltanto con essere
rimandato al suo convento.
Ah! gli interdicono il pulpito? Si rivolgerà, da un altro pulpito,
quello della stampa, a un uditorio più vasto. Le sue novelle, poi
raccolte nel volume _Lectures recreatives_, attirano infatti verso di
lui gli occhi del pubblico. Ma chi poteva sospettare che i _Cuentos
para niños_, _El Cazador de venados_, _Juan Miseria_, _La Gorriona_,
_Mal-alma_, _Pilatillo_ preparassero l'audace e vigoroso futuro autore
di _Pequeñeces_?
Bisogna dire che i gesuiti spagnuoli sono di tutt'altra pasta dei
nostri. _Pequeñeces_ è stato pubblicato nel _Messaggero del Cuor di
Gesù_ di Bilbao, con l'approvazione dei superiori! I padri della
_Civiltà Cattolica_ si farebbero dieci volte il segno della santa
croce, se uno scrittore cattolico romano a tutta prova (non oso dire:
un padre della Compagnia) andasse a proporre pel loro periodico un
romanzo che dipingesse l'aristocrazia nera di Roma o la borbonica di
Napoli con la stessa indipendenza e con la stessa crudezza di
_Pequeñeces_.
Giacchè--cosa ancora più strana--il p. Coloma non se la prende tanto
coi liberali quanto con gli aristocratici _legittimisti, alfonsisti,
amadeisti, clericali_. Troppi compromessi, troppe venalità, troppi
voltafaccia, troppe viltà, troppe sozzure egli ha osservato tra la
gente del suo partito borbonico; e ha voluto smascherare tutti:
ministri traditori, cospiratori per tornaconto, dame che menano vita
da cocotte, grandi di Spagna che meritano il bollo di _signori
Alfonsi_; canagliume, tutti, che della politica e della religione si
fanno scherno per nascondere le vanità, l'avidità, le passioni
malsane, i vizii schifosi che lor rodono le ossa.
La rigidità monastica impedisce al p. Coloma di giudicare con qualche
indulgenza una società che gli pare abbia perduto ogni nozione del
giusto e dell'onesto, se, a furia di vigliacche transazioni, essa
finisce col chiamare _sciocchezze, cose da nulla_ (_pequeñeces_), quel
che nel vocabolario delle persone oneste dovrebbe venir qualificato
assai meno benignamente.
Per ciò egli si paragona "_a quei frati del medio evo, che montavano
nelle piazze sur un pulpito improvvisato, e di lassù parlavano ai
distratti non entrati in chiesa il loro stesso grossolano linguaggio,
perchè le rudi verità predicate facessero effetto_."
Certamente il p. Coloma, nel suo intento, ha voluto fare una predica;
ma, prima che le circostanze della vita lo riducessero frate, madre
Natura aveva pensato d'impastarlo artista. Nelle novelle egli si era
esercitato a disegnare, a colorire; in _Pequeñeces_ l'artista è
maturo; e che artista!
E l'arte lo ha preso così fortemente che il predicatore, il gesuita
non si scorgono punto, o così di rado e così poco che non se ne può
tener conto. Qualunque più grande scrittore _realista, verista,
simbolista_ potrebbe dirsi orgoglioso di _Pequeñeces_; di avervi
dipinto (e sarebbe meglio dire inciso all'acqua forte) i ritratti del
Marchese Butron ex diplomatico, gastronomo, e l'altro di Pietro de
Vivar, detto Diogene pel suo cinismo e la sua cattiva lingua; quello
di colui che vien chiamato zio Checco, zio universale di tutti i
grandi di Spagna, di tutti i nobili di second'ordine, di tutti i nuovi
arricchiti, di tutte le persone più in vista nella politica, nella
stampa, nell'amministrazione, non che di tutti gli avventurieri
sfacciati e di tutte le anonime celebrità del _Toto Madrid_ e della
corte; il ritratto di Giacomo Tellez, marchese di Sabanel, ora
borbonico, ora massone, ora alfonsista, e _Monsieur Alphonse_ (il p.
Coloma non ha avuto scrupolo di scrivere queste due parole); il
ritratto del conte di Albornoz e, finalmente, il gran ritratto, in
piedi della contessa Currita (Cecchina) sua moglie, attorno a cui
l'autore ha adoprato tutte le audacie, tutte le finezze del suo
pennello, che parecchi grandi romanzieri, _realisti_ o _veristi_, o
_simbolisti_, che si vogliano dire, potrebbero proprio invidiargli.
Ho messo insieme realisti, veristi, e simbolisti perchè il p. Coloma
non si è punto curato di appartenere a questa o a quella scuola, ma ha
voluto essere, e c'è riuscito, artista sincero e nient'altro; e per
ciò ha potuto fare la schietta ed eccellente opera d'arte che ognuna
di queste così dette _scuole_ letterarie può contemporaneamente
reclamare per propria.
Ho riletto in questi giorni nel testo spagnuolo _Pequeñeces_, letto
prima, due anni fa, nella riduzione francese del Vergniol. Mai
riduzione non mi è parsa così pretenziosa e ridicola come questa che
toglie al lavoro del p. Coloma il suo speciale sapore, sopprimendo
interi capitoli, riducendo in narrazione sbiadita quel che colà è
presentato in azione vivacissima, ammortendo spesso, senza nessuna
ragione, fin l'energia della forma. A un personaggio mondano, per
esempio, che, raddoppiando gli erre, parla di una donna datasi alle
austerità del misticismo, il P. Coloma fa dire: _Como si parra ser
santa, se necesitarra ser puerrca!_ E lo scimmiotto francese annacqua:
_Comme si, pour devenir une sainte, fallait se travestir en
mendiante!_ Costui però non è francese per niente, e ritrova tutta la
malignità della sua razza quando il testo gli porge l'occasione di
sporcare qualcosa che riguarda l'Italia. _El viejo mamarrachio_, dice
il gesuita, parlando di Garibaldi; e nel caso da lui raccontato quel
_vecchio credenzone_ sta benissimo. Ma al riduttore francese sembra
poco, e mette per proprio conto: _vieux matamore_: nè gl'importa che
questo sciocco insulto risulti un controsenso.
--Politica italiana! Es la màs habil--dice Giacomo Tellez.
--Italiana, no, romana!--risponde la marchesa di Villasis legittimista
e clericale.--Es la màs sancta!
Ma al ridicolo riduttore, _màs sancta_ non garba, e mette un altro
sproposito: _C'est la plus loyale!_
Questo sia detto di passaggio per coloro che, ignorando lo spagnuolo e
non trovando di _Pequeñeces_ una traduzione italiana, dalla curiosità
ora fossero spinti a ricorrere alla riduzione francese. Invece della
genuina fisonomia di un gesuita romanziere, troverebbero il buffo
travestimento di esso in laico romanziere francese.
L'ignorante riduttore non ha capito che una delle attrattive del
libro, e non la minore, nella sua riduzione, è già sparita; intendo
dire quell'elevata tendenza religiosa che differenzia questo romanzo
di costumi e di caratteri dai romanzi consimili.
Niente di straordinario ci sarebbe infatti se lo Zola, o il Daudet, o
il Bourget ci avessero dipinto Currita d'Albornoz, e la società
madrilena che le sta intorno; l'importante, il piccante consiste
principalmente nel sapere che colui che l'ha dipinta è un gesuita. E
questo piccante sparisce quando l'imbecillità d'un riduttore si
permette di condensare in otto righe quella ventina di pagine che
raccontano la conversione e la morte del povero Diogene, del vecchio
cinico sporcaccione, caduto da una carrozza, e abbandonato in mano dei
padri del collegio gesuitico di Guipùzcoa dagli amici e dalle amiche
che non vogliono interrompere, per assistere il disgraziato, una bella
partita di campagna.
Currita d'Albornoz! Ma si direbbe che il p. Coloma l'abbia conosciuta
molto da vicino, a Madrid, nell'alta società al tempo che egli era
cospiratore borbonico e assiduo frequentatore dei ritrovi eleganti,
tanto è viva questa terribile figura di donna e così profondamente
studiata!
Non è alla sua vigilia d'armi di donna galante quando la prima volta
ella ci apparisce dinanzi nel salotto isabellista della duchessa de
Bara. Ha per amante un giovanotto inesperto da lei ammaliato e di cui
ha fatto, come al solito, l'amico del marito.
Nel salotto della duchessa de Bara, gl'isabellisti sono agitati,
indignati; si è sparsa la voce che Currita abbia chiesto di esser
nominata _Camarera major_ della Cisterna, come gli isabellisti
sprezzosamente chiamano la regina Vittoria, moglie di Re Amedeo I. Al
suo arrivo, Currita è salutata da un ironico scoppio di applausi, al
suono dell'inno reale amadeista: ed ella, fingendo di non capire
l'atto ironico di Gerito Sardona che, servendosi d'un vassoio da tè
per cappello, imitava l'angoloso e serio saluto di Re don Amedeo,
risponde con la caricatura del cerimonioso saluto della regina donna
Maria Vittoria, e s'inoltra prodigando a destra e a manca eleganti
saluti di gran signora di Corte.
Quella nomina è un suo intrigo per poter far dire che ella l'ha
rifiutata e mettersi più in vista tra il partito di opposizione.
L'ha fatta chiedere dal marito al _Ministro d'oltremare_; ma il marito
invece che a voce, com'ella gli avea raccomandato, l'ha chiesta per
lettera. Al rifiuto di lei, il Ministro indignato va a domandarle la
ragione dell'insulto; ella nega sfrontatamente di aver mai pensato a
quella carica; e quando il ministro le mette sotto gli occhi la
lettera del marito, ella gliela strappa di mano e la butta nel fuoco
del camminetto. Un altro suo intrigo è la perquisizione che la polizia
viene a farle in casa, per ordine del governatore di Madrid a cui
ella, con lettera anonima e calligrafia alterata, avea dato la notizia
che importanti documenti di una congiura politica si sarebbero trovati
nel palazzo Albornoz. La perquisizione riesce vuota, ma l'ispettore ha
però portato via un mazzo di lettere profumate trovate nel cassetto a
doppio fondo d'un armadio, in camera di lei. La calligrafia di queste
lettere amorose, scritte da Currita al predecessore di Juanito
Velarde, e ritirate dopo la rottura, mettono il Governatore in caso di
riconoscere l'autrice della falsa denunzia. Le lettere, per vendetta,
vengono inviate al marito. La stampa se ne mescola: lo scandalo è
grande. Ma Currita che pensa soltanto a sè, vuol vendicarsi
dell'impertinente direttore della _España con honra_, e indìce
all'amante di sfidarlo. Il povero Juanito Velarde riceve una palla in
petto e muore. Tutta Madrid si commove pel caso dell'inesperto
giovanotto, e accusa Currita di averlo spinto a morire.
--Che ho da vedere io con lui?--ella risponde a un'amica--Gli ho io
detto di battersi forse? Chi gli ha ordinato di fare il paladino? Il
mestiere di Don Chisciotte è pericoloso, cara mia!
Ma quando mezza Madrid le affluisce in casa per opprimerla di ipocrite
condoglianze cortigianesche, Currita recita mirabilmente la sua parte
di inconsolabile. Povero ragazzo! Se ella avesse potuto sospettare! Ma
come mai figurarsi!... E quella povera mamma rimasta senza sostegno,
in cattive condizioni finanziarie!... Ella e suo marito avevano
pensato a lei, mandandole un soccorso in rendita, presso la Banca di
Spagna!
Currita però non diceva che quei sedicimila _duros_ (quasi ottantamila
lire) ella li avea vinti, ironia della sorte! con un biglietto di
lotteria trovato tra le sue lettere mandate a riprendere in casa del
Velarde lo stesso giorno della morte di lui! Erano una restituzione e
niente più.
E così ella assume la posa di martire politica, e fa dimenticare che è
un'adultera sfacciata, una madre senza cuore pei suoi due bambini,
abbandonati alle mani dell'istitutrice e poi messi in collegio quando
l'età li rende impacciosi in famiglia.
Paquito ha sgorbiato e impiastricciato di colore un ritratto del padre
pel suo giorno onomastico. È una figura mostruosa, ma Paquito e la
sorella Lilì si figurano che la buona intenzione possa valere
qualcosa. Sono penetrati nello studio di pittura della mamma e hanno
messo quel capolavoro sul cavalletto. Sentito rumor di passi nella
stanza accanto, si nascondono; ed ecco la madre e il suo nuovo amante
Giacomo Tellez, marchese di Sabanel, che parlano di cose che i bambini
fortunatamente non possono intendere. Visto quello sgorbio, imitato da
una fotografia, riconoscono dalle due ciocche curve su le tempie, alla
Napoleone terzo, chi si è voluto rappresentare; e l'amante, ridendo,
prende un pezzetto di carbonella e, spinte molto in fuori le due
curve, disegna l'emblema di quel che era moralmente il conte di
Albornoz, marito di Currita. Poco dopo i bambini, uscendo dal loro
nascondiglio, veggono lo sfregio fatto al ritratto del padre; non
capiscono di che si tratti, ma capiscono che si tratta di uno scherno
e di un'offesa.
Questo nuovo amante di Currita la domina, la tiene sottomessa, la
spoglia. Ella è così pervertita, che non ha onta di prendere un antico
reliquario di argento dalla cappella di famiglia, bruciar le reliquie
per superstizioso rimorso, e regalare quel prezioso oggetto d'arte
all'amante, facendone una cornice pel proprio ritratto.
Cacciato via Re don Amedeo, spenta la repubblica, intronizzato don
Alfonso, Currita è più in voga, più alla moda che mai. Il suo amante,
che ha tradito re Amedeo, la massoneria, gli isabellisti--e tradirebbe
re Alfonso, se ne avesse il tempo--appena elevato a grande di Spagna
dal nuovo re, cade sotto il giustiziere pugnale della massoneria.
Allora quella stessa società che non le avea fatto colpa della morte
di Juanito Velarde, le fa carico della misteriosa morte del marchese
di Sabanel; e, tutt'a un tratto, Currita vede disertati i suoi
ricevimenti, e si sente sfuggita, evitata fin nella sacra cappella del
collegio dove è la sua Lilì.
"Ella sentì aumentare la desolazione che la opprimeva. Una sorda
irritazione, un amaro sdegno la spingeva a rimescolare, a riandare con
acre piacere tutte le sue vergognose immondizie pubbliche, tollerate,
consentite, applaudite come amabili _cose da nulla_ da quella stessa
Madrid che ora le voltava le spalle; ed ella gliele ributtava in
faccia, gridando:
--Sono ora forse peggiore di prima? Dunque una calunnia ha per te più
valore di tutto quel fango con cui ti ho lordato il viso?"
E l'indignazione contro la ipocrita e repugnante ingiustizia della
società produce nel cuore di lei la conversione, che altre tristi
circostanze non avevano saputo neppur farle balenare davanti gli occhi
come possibile.
Questo è appena un abbozzo a tratti di lapis della figura di Currita
de Albornoz, la trista eroina di _Pequeñeces_.
Ella vien fuori, viva e terribile, dalle pagine del libro, circondata
da una folla di altre figure degne di lei: uomini politici, uomini
mondani, donne leggere e corrotte, donne buone ma deboli, incapaci di
resistere al fascino del vizio trionfante, madri onestissime che pur
non temono di affidare a una Currita le loro immacolate figliuole. E
tra tanto fracidume, tre figure elette, accennate, sfumate, ma
abbastanza vigorosamente trattate per produrre il contrasto: la
marchesa di Villasis, la vedova del marchese di Sabanel che si è data
da molti anni alla vita religiosa più austera, e il P. Cifuentes,
gesuita, lor confessore.
Anche qui l'artista ha felicemente preso la mano al predicatore.
Quanta parsimonia! Quanta misura!
E la bellezza dell'opera d'arte fa fin dimenticare quel po' che può
esservi di molto spiacevole per un italiano. Quanti italiani sono,
contro la loro patria e i loro compatriotti assai più ingiusti e più
sgarbati di questo bravo gesuita spagnuolo! Dei nostri cari vicini non
parlo! [Blank Page]
VIII.
UN POEMA DRAMMATICO PORTOGHESE¹
¹ __Eugenio de Castro__, _Belkiss_ regina di Saba, D'Axum e del
Hymir, traduzione dal portoghese di __Vittorio Pica__, preceduta
da un saggio critico. Milano, Fratelli Treves, 1896.
"L'arte, in tutte le sue forme, è un continuo ed instancabile
_divenire_, ed è perciò che noi non mostreremo mai abbastanza
tenerezza, mai abbastanza ammirazione pei novatori, sia per coloro che
pagano con lunga serie di amarezze un tardivo raggio di gloria, sia
per coloro che, pur passando da errore ad errore, preparano la via ai
trionfatori del dimani, e che, nella loro immolazione ad un elevato
ideale d'arte, il quale è brillato fulgido nella loro mente, ma che
essi, ahimè! non sono riusciti ad incarnare, ci appaiono grotteschi,
mentre pure sono i martiri dolorosi e ignoti dell'arte!¹."
¹ __Vittorio Pica__, L'Arte europea a Venezia, Napoli, Pierro
1896, pag. 87.
Queste parole di Vittorio Pica scritte, a proposito di due quadri di
Max Liebermann, in un accuratissimo studio intorno alla pittura
europea nell'esposizione veneta dell'anno scorso, mi son tornate in
mente leggendo il poema drammatico in prosa del giovane poeta
portoghese Eugenio de Castro, da lui tradotto e pubblicato con una
larga e spassionata introduzione che presenta l'ignoto autore al
pubblico italiano.
La regina di Saba (Belkiss o Micauli o Makede, il suo vero nome non si
sa) è figura tentatrice per la fantasia d'un poeta, e fa meraviglia
che l'arte della parola l'abbia finora trascurata, abbandonando alla
pittura un soggetto così pieno di mistero e di magnificenza. Paolo
Veronese l'ha trattato due volte, in un quadro che si trova nel museo
di Torino e in un affresco del palazzo Bragadino ad Asolo: Raffaello
in un affresco nelle Logge vaticane: Claudio Lorrain in un quadro che
si ammira nella galleria di Londra e che vien giudicato il capolavoro
del gran pittore francese. Non possiamo tenere come appartenenti
all'arte letteraria i libretti dei melodrammi del Gounod e del
Goldmark che hanno scelto per protagonista la strana regina etiopica.
Il _Libro dei Re_ racconta con lirico splendore la visita a Salomone
di questa che S. Matteo chiama vagamente _Regina del mezzodì_.
Attratta dalla fama della sapienza del re ebreo, la regina di Saba
venne in Gerusalemme _per far prova di lui con enimmi.... e parlò con
lui di tutto ciò ch'ella aveva nel cuore. E Salomone le dichiarò tutto
quello ch'ella propose e non vi fu cosa alcuna occulta al re_. La
regina di Saba disse al re: _Ciò che io avevo inteso nel mio paese dei
fatti tuoi e della tua sapienza era ben la verità. Ma io non credeva
quello che se ne diceva finchè non son venuta e che gli occhi miei non
l'hanno veduto; ora, ecco, non me n'è stata rapportata la metà: tu
sopravanzi in sapienza ed eccellenza la fama che io ne aveva intesa._
E in ricambio dei preziosissimi regali da lei recategli, _Salomone
donò alla regina di Saba tutto ciò ch'ella ebbe a grado e che gli
chiese_, (lib. 1. cap. X). Giuseppe ebreo, meno riserbato del cronista
biblico, racconta che la regina di Saba partì da Gerusalemme incinta
di Salomone. Messo nome David al figlio che partorì, ella poi lo mandò
dal padre in Gerusalemme perchè vi fosse istruito e unto re. I negus
d'Abissinia pretendono di discendere in linea retta da questo figlio
di Salomone.
Che n'ha fatto il De Castro della misteriosa figura della Regina di
Saba?