"Io me ne vivo qui, lontano da tutti, solo, intendo senza i tristi, ma

con qualche amico, che viene a gustare i miei vini e con mia figlia e

i miei libri e questi amatissimi villani; e se in tanto dolore di casi

si può aver pace, io l'ho pienissima."

Riprende a lavorare alla raccolta dei canti popolari a cui pensava sin

dal '45; studia per mettere assieme i materiali della _Protostasi

della civiltà siculo italica_, riprende la corrispondenza con l'Amari,

col Giudici, con parecchi altri.

L'Amari nel '56 gli scrive da Parigi:

"Il secondo volume (della _Storia dei Mussulmani in Sicilia_) già

stampato a metà, tarda ad uscire in luce per varie ragioni, delle

quali la prima è che io, faticando all'opera per 22 anni, ne consumai

il misero prezzo! onde ho dovuto guadagnare il pane quotidiano

asciutto in altra guisa: cioè facendo il catalogo dei m. s. arabici

della Biblioteca di Parigi a 5 franchi al giorno per cinque ore di

fatica, fuori le feste e le vacanze, lavoro e paga sospesi nelle

feste, il che torna, in valori di Sicilia, a due tarì e mezzo

¹.--L'altra ragione precipua che le altre sei o sette ore al giorno

che lavoro in casa mia, sono state consacrate alla Biblioteca Arabo

Sicula, cioè al fumo senz'arrosto; al dovere immaginario che m'imposi,

di dare un terzo volume della Raccolta di Caruso o un 25^o di Muratori

come vi piaccia chiamarlo; al culto di una divinità che mi ha pagato,

dal '48 in qua, d'ingratitudine e dimenticanza. Ma che importa?"

¹ Una lira e cinque centesimi italiani!

Un mese dopo, il Vigo gli rispondeva:

"Dio ci conceda poterci abbracciare prima di morire!"

Dissentivano intorno a molte quistioni filologiche e storiche. L'Amari

lo ammoniva francamente della stortezza di alcune sue opinioni intorno

al dialetto siciliano, e di parecchi pregiudizi intorno all'influenza

dei mussulmani in Sicilia; ma si volevano bene. Eppure l'antica

amicizia non impedì all'Amari, ministro dell'istruzione pubblica del

regno d'Italia, di rifiutarsi a compiacere il vecchio amico in una sua

pretesa che a lui sembrava o eccessiva o inopportuna per ragioni

locali. Il Vigo chiedeva di essere nominato professore di eloquenza

nell'Università di Catania o ispettore scolastico nella stessa città:

e il rifiuto dell'Amari lo offese; a torto, secondo me. Avrebbe dovuto

colmarlo di ammirazione per l'onesto carattere dell'amico.

Era già rivenuto a galla nel Vigo l'antico autonomista siciliano.

Ricordo una sua lettera di cui fui latore al Guerrazzi nell'aprile del

'64. Era piena di lamenti, e di scoraggiamenti. Il Guerrazzi la lesse

in piedi, con indosso la pelliccia che portava in quel momento

ritornando, da una passeggiata, nella sua villa della Torretta a pochi

chilometri da Livorno. Leggendo, agitava il capo, torceva la bocca;

all'ultimo esclamò:--Ma perchè suonare a morto, mentre tutti suonano a

vivo?--E quasi le stesse parole trovo nella lettera di risposta

pubblicata dal Grassi-Bertazzi: "Molti, anzi moltissimi i torti del

_governo_: ma e tutti incolpevoli noi, noi che non sappiamo altro che

piangere il morto?"

Uguali lamentazioni aveva dovuto scrivere al Rubieri nel 1862. Il

Rubieri con buon senso di patriota e di toscano gli rispondeva:

"Voglio ammettere che il governo non sia ottimo: ma la Toscana non è

meglio trattata della Sicilia, e vi chiedo il permesso di citarla come

modello; qua tutto si tollera, perchè se il governo ha dei torti, ha

anche delle difficoltà, ed immense. La festa dello statuto riuscì in

tutta Toscana egregiamente. La libertà e la nazionalità sarebbero

comprate a buon prezzo se potesse sperarsi di arrivare alla massima

prosperità con la minima spesa. Come volete non pagar tasse, quando vi

sono tante faccende interne da ordinare, e, che più monta, una

quistione esterna da risolvere? La Sicilia riscattata, potrebbe

dimenticare Venezia e Roma, tuttora mancipie? E come vuol riscattare

Roma e Venezia senza un esercito? E come vuole mantenere un esercito

senza aumento di tasse? Io non posso che esortar voi e tutti gli

onesti ad adoprare tutta la propria influenza, perchè sia compiuta

un'opera che lo sturbare sul più bello sarebbe delitto."

Il Rubieri aveva combattuto a Curtatone ed era stato ferito.

Parecchie altre cose si potrebbero spigolare da questo volume; ma io

mi fermo qui.

Il prof. Grassi-Bertazzi forse avrebbe fatto meglio attendendo ancora

qualche anno e pubblicando compiuta la biografia del Vigo; o avrebbe

dovuto essere, forse, più parsimonioso di alcune lettere, (di quelle

del Regaldi per esempio) e più largo di altre di altri personaggi.

In ogni modo la sua pubblicazione è importante.

L'affetto di concittadino non ha fatto velo al suo giudizio, e per ciò

gli auguro che porti presto a fine la biografia di Lionardo Vigo.

Prosatore, poeta, erudito, il Vigo non lascerà un'impronta nella

storia dell'arte. La sua stessa raccolta di canti popolari è stata già

superata da quella del Pitrè per gl'intendimenti scientifici con cui

questa è stata condotta; saranno certamente superate tutte e due da

una raccolta avvenire, che usufruirà dei materiali di entrambe e dei

progressi del folklore.

Ma come uomo, con tutti i suoi difetti, con la passeggera nube--a cui

egli stesso accennava con rammarico, dandone la colpa ai subdoli

consigli del Malvica--che offuscò per un istante il suo patriottismo

siciliano, come uomo, ripeto, Lionardo Vigo è assai interessante e

simpatico.

Un'ultima spigolatura.

Nel 1836, Cecilia de Luna-Folliero, partendo per Parigi, dove _affari

letterari e di famiglia la richiamavano_, gli scriveva da Napoli: "Se

il mio piede dovrà ricalcare _la terra che oggi, a scorno dell'umana

ragione, sostiene tanti detrattori della nostra gloria patria_, i miei

pensieri e i miei affetti rimarranno costantemente alla mia dolcissima

Italia."

Oggi. Cecilia de Luna-Folliero potrebbe ripetere le stesse parole,

anzi mutare quei _detrattori_ in qualcosa di peggio.

VI.

EMILIA PARDO-BAZAN

Chi legge _Viaje de Novios_ (Viaggio di nozze) e _Los Pazzos des

Ulloa_ (La cascina degli Ulloa)--due romanzi freschi, vivaci e che

paiono sgorgati dalla penna dell'autrice senza nessuno sforzo, stavo

per dire quasi sorridendo--non sospetta affatto che ella abbia passato

i migliori anni della sua giovinezza a studiare Krause, Fichte, Kant,

Hegel, San Tommaso, Descartes, Platone, Aristotile, Darwin, i mistici

spagnuoli, e che fino a tardi, di romanzi, abbia letto soltanto il

_Don Chisciotte_ del Cervantes e _Notre-Dame de Paris_ del Hugo,

capitatile in mano per caso quand'era quasi bambina.

Aveva già pubblicato il suo _Saggio Critico_ intorno al P. Feijòo e

gli studi intorno al _Darwinismo_ e ai _Poeti epici cristiani_, e non

solamente ignorava i celebri romanzieri stranieri, ma non sapeva

neppure il nome del gran romanziere spagnuolo suo contemporaneo, Perez

Galdòs, e appena conosceva l'esistenza di Valera e di Alarçon.

Si può dire che la signora Pardo-Bazan sia divenuta romanziera per

caso.

Un giorno un amico le parla di quei due scrittori e le dà a leggere

_Pepita Jimenes_ del Valera: e questo romanzo e il racconto

dell'Alarçon, _Sombrero de tres picos_, la mettono su la pista della

moderna novellistica spagnuola.

Per lei il romanzo e la novella erano rimasti a Cervantes, a Hurtado,

a Espinel. Quella lettura le apre un mondo nuovo. Come! Invece di

avventure straordinarie, meravigliose, impossibili, il romanzo e la

novella potevano dunque descrivere luoghi e costumi che si vedevano

tutti i giorni, e caratteri che si potevano facilmente studiare

osservando le persone attorno?

E scrisse _Pasqual Lopez, autobiografia d'uno studente di medicina_,

con lo stile un po' arcaico e ricercato messo allora in voga dal

Valera come reazione contro la sciattezza di lingua e di stile che

deturpava la letteratura castigliana.

La scrittrice però si ricordò in tempo del precetto del favolista

spagnuolo di _non parlare oggi come al tempo del Cid Campeador_. Il

Balzac, il Flaubert, i De Goncourt e il Daudet da lei letti per la

prima volta nel 1880, a Vichy, dov'era andata per ragioni di salute,

fecero il resto. Il _Viaje de Novios_, data da quell'epoca.

A proposito dell'influenza della moderna letteratura francese su la

spagnuola, la signora Pardo-Bazan ha scritto sennatissime parole, che

possono applicarsi alla nostra.

"Compresi--ella dice nei suoi _Appunti autobiografici_--che ciascun

paese doveva, sì, coltivare la propria tradizione novellistica,

specialmente quando se ne possiede una così illustre come la

spagnuola; ma nello stesso tempo compresi che non si dovevano

disprezzare i metodi moderni, basati su principii razionali e

confacenti all'attuale maniera d'intender l'arte, che non era la

stessa di quella del secolo XVII. Mi parve che non erano da rifiutarsi

i progressi dell'arte novellistica, per ragione della loro provenienza

transpirenaica, riflettendo che da un'occhiata alla storia letteraria

delle tre nazioni latine, Italia, Francia e Spagna, si capisce che

esse hanno stabilito tra loro, da tempo immemorabile, lo scambio delle

idee estetiche e la reciprocanza dell'influsso letterario. Gl'italiani

influirono su noi, e noi, in ricambio, abbiamo dato ad essi oratori e

poeti che insegnarono loro il nostro stile pomposo; influirono su noi

i francesi coi loro trovatori; e noi abbiamo dato un forte impulso

alla loro drammatica. La lista dei prestiti da nazione a nazione è

interminabile, e non dovrà chiudersi mai; non possono neppure dirsi

prestiti: sono piuttosto fecondazioni."

Nella _Cascina degli Ulloa_ i lettori troveranno qualcosa che ricorda

la solitaria e vecchia Torre di Miraflores dove è passata la

fanciullezza della scrittrice, che aveva una precoce inclinazione alla

lettura. "Ero di quei bambini--ella racconta--che leggono tutto quel

che loro capita tra le mani, fin i pezzetti di carta di cui il

merciaio ha fatto un cartoccio pel pepe o il dolciere un involto per

le paste; di quei bambini capaci di passare zitti zitti una giornata

in un cantuccio purchè gli si dia un libro, e che per ciò hanno spesso

le pesche agli occhi e diventano un po' strabici in seguito allo

sforzo imposto al loro debole nervo ottico."

A Madrid veniva educata in un collegio francese protetto dalla Casa

reale, e la direttrice, azzimata, con riccioli grigi sotto la classica

cuffia, trattava le collegiali _peor que a galeotes_, dando loro a

colazione e a pranzo orrendi intingoli e, per frutta, rancidi

pistacchi americani e castagne fossilizzate. "Credo--ella dice--che le

teneva in serbo in un armadio finchè non si erano indurite talmente da

spezzar i denti delle alunne."

A la Coruña, nell'enorme casone silenzioso dove la sua famiglia si era

ritirata, vivendo senza compagnia di bambini, ella scopre una stanza

piena di libri. Tra tanti, e noiosi, che trattano di politica, di

giurisprudenza e di agronomia, trova la _Conquista del Messico_ del

Solis e _Gli uomini illustri_ di Plutarco. Un vecchio entomologo

dell'Avana, andato a seppellirsi in un villaggio vicino alla Coruña

con le sue collezioni di farfalle e d'insetti, la sgridava per quelle

letture, scandalizzato che una mocciosa di dieci anni parlasse con

entusiasmo di Bruto, di Catone e di altri dannati pagani della stessa

risma. La bambina non se n'offendeva; e siccome il vecchio scienziato

raccontava mirabilmente i suoi viaggi, così la bambina gli stava

accosto, lo tirava per la falda dell'abito e con voce supplicante gli

diceva:--Mi parli d'insetti vostra signoria!

E dietro Plutarco vengono l'_Iliade_, e la _Bibbia_. Così ella prende

gusto alle letture severe; sdegna di apprendere il pianoforte,

stimando cosa indegna perdere il tempo a far scale; e chiede invece

che le insegnino il latino. La natura del suo ingegno femminile la

salva dal pericolo di riescire una pedantessa. Un consiglio del

vecchio e sdentato favolista Pasquale Fernandez Baero, accademico e

decorato di non so quante croci, non dovette esercitare piccola

influenza su lei. L'accademico se la prendeva contro Hermosilla, uno

dei progressisti del '20, poi accademico anche lui: "Piccina mia, non

leggere Hermosilla; e se lo leggi, mandalo a fare due passi, mi

capisci? Due passi! E scrivi versi a modo tuo; ma niente regole!

Niente regole! Le regole guastano tutto!

Nel '69, dopo la rivoluzione di settembre '68 che caccia via la regina

Isabella e porta al trono di Spagna Amedeo di Savoia, ella segue a

Madrid il padre eletto deputato della Costituente, prende marito a

sedici anni, si distrae dagli studi nel vortice della capitale. E se

perde la propenzione all'isolamento e la timidezza provenienti dal

genere di vita in cui ha passato l'infanzia, sente poi dentro di sè un

gran vuoto, una tristezza profonda, un sentimento inesplicabile,

_simile a quello che si sente la vigilia di un tentativo glorioso,

quando ci opprime il timore di non giungere in tempo per compire

l'opera intrapresa_.

Attorno a lei accadeva un rinnovellamento letterario, ma gliene

arrivava appena l'eco affievolita, _fra il delicato aroma delle tazze

di tè delle serate di ricevimento e il rumor delle ruote nelle

passeggiata in carrozza_.

Il viaggio in Italia, dopo l'abdicazione di re Amedeo, le fa

riprendere un po' di vita intellettuale: ma al ritorno in Ispagna si

sente trascinata dal movimento filosofico da cui erano invasi tutti

gli spiriti dietro il sistema del tedesco Krause, che aveva trovato

colà accoglienza entusiastica; non si parlava di altro nelle

conversazioni. Cattolica fervente, ella si sentiva sconvolgere la

coscienza dalle teoriche krausiane; e, per contravveleno, ricercava la

lettura dei mistici. La irritava la barbarie dello stile dei

traduttori e dei commentatori di quel filosofo. Il Kraus non l'appaga,

ed ella si rivolge al Kant, poi all'Hegel, e poi ad altri filosofi

antichi e moderni. E questa curiosità la costringe a studiar con

metodo, a riflettere. "Il mio cervello,--ella dice--si snodò, le mie

facoltà intellettuali si misero in attività; e così io acquistai quel

peso che occorre a un artista perchè la sua nave non sia sballottata

come un tappo di sughero sul mare."

Infatti, il giorno che si sentirà artista non precederà istintivamente

su la via del romanzo e della novella; e quando da artista vorrà

mutarsi in critico, e prender parte alla discussione della _questione

ardente_, come ella chiamava la questione del _realismo_ e

dell'_idealismo_; potrà parlare in modo elevatissimo, guardare il

problema da un nuovo punto di vista, e mostrare che Platone, San

Tommaso e l'Hegel non erano stati da lei studiati indarno.

Intanto si prepara alla carriera artistica scrivendo piccoli

componimenti in versi. La poesia esercitava ancora su lei

un'influenza vivissima per l'elemento ritmico, musicale. Nervosa,

impressionabilissima, arrivava a commuoversi fino alle lagrime sotto

quella influenza quasi morbosa. Trascurava l'esercizio, _più sano e

più spirituale_, della prosa, quantunque l'esercizio di tradurre da

diverse lingue straniere la facesse innamorare del castigliano, e le

facesse scoprire in esso arcani tesori di rilievo, di armonia,

convertendola in infaticabile collezionista di vocaboli, nella cui

sola struttura (isolata dal valore che acquistano nel periodo) notava

bellezze infinite di colore, di splendore, di profumo, "come il

gioielliere che prima di incastrare una pietra preziosa ne ammira la

fascettatura, la luce e le qualità."

E si sarebbe arrestata ai versi, se una scortese dimenticanza del

celebre poeta Nuñez D'Arce non le avesse reso il servigio di

disgustarnela. Glie ne aveva letti parecchi una sera che il poeta era

venuto in casa di lei condottovi da un amico. Il poeta li aveva

_levati alle nuvole_, aveva incoraggiata la poetessa a pubblicarli e

si era spontaneamente offerto a presentarli al pubblico con una sua

prefazione. Lietissima della insperata fortuna, la poetessa lima,

riordina e fa ricopiare con bella calligrafia i suoi versi e spedisce

il manoscritto all'illustre poeta in Gallizia. "Ma l'entusiasmo era

passato,--ella racconta--la buona intenzione del poeta se n'era ita

dove vanno a finire spesso spesso le buone intenzioni, e della famosa

prefazione non fu mai scritto neppure un rigo. Oh, come sono grata di

questo al poeta di _Luzbel_!"

_La Questione ardente_ è il programma artistico della signora

Pardo-Bazan. Pubblicata in articoli settimanali nel giornale

_L'Epoca_, sollevò una vera tempesta di discussioni in difesa e

contro. La stessa autrice fu meravigliata di veder "appassionarsi pel

suo scritto una nazione che si occupa soltanto di politica, di tori e

di donne."

Era naturale che per lei quella _questione ardente_ non rimanesse

letteraria soltanto; al concetto naturalista e fatalista dello Zola

ella infatti contrappone il concetto teologico cattolico; e nel 1844,

in una polemica con Luis Alfonso, critico favorito dei salotti

aristocratici, protestava contro l'opinione che _faceva di lei un Zola

femminino o per lo meno un'attiva discepola del rivoluzionario

francese_.

Fortunatamente la signora Pardo-Bazan dà al concetto di un'opera

d'arte l'importanza che merita; cioè non fa dell'opera d'arte una tesi

(e per lei questa tesi dovrebbe essere cattolica). I lettori della

_Cascina degli Ulloa_ se ne accorgeranno subito. Se ne accorgerebbero

meglio se potessero leggere l'altro romanzo, _La Tribuna_, dove la

imparzialità dell'artista spicca magistralmente.

Nella _Cascina degli Ulloa_ è descritta la decadenza di una nobile

famiglia delle montagne galiziane; nella _Tribuna_, la Galizia

moderna, piena di vita e di attività industriale. Quasi per riscontro

anticipato all'opera dello Zola, _La terra_, la Pardo-Bazan ha

descritto la vita dei campi nel romanzo _La madre natura_, che forma

la seconda parte della _Cascina degli Ulloa_. Ma in tutti e tre questi

romanzi e negli altri--_Il cigno di Villamorta_, studio del basso

popolo, _La Buccolica_, pastello di contadina povera, ignorante,

istintiva--come pure nelle novelle, l'osservazione diretta e sincera è

la principale cura della scrittrice; osservazione che non si rivela

come semplice impressione fotografica, ma bensì come impressione

riflessa, spogliata dell'accidentale e del triviale. Questa

convinzione che l'arte non possa nè debba essere semplice fotografia

della realtà è così forte e profondamente radicata in lei, che la

spinge in tutti i suoi romanzi a inventare i nomi di città, paesi,

provincie dove si svolge l'azione. Non vuole esser legata troppo alla

realtà neppure nel paesaggio; se ha bisogno di spostare di qualche

miglio una località, vuol farlo senza scrupoli. Così, nel creare i

caratteri non si limita a riprodurre fedelmente un personaggio

vivente, conosciuto da lei. Cosa, del resto, comune a tutti gli

scrittori, anche a quelli che più protestano di voler essere fedeli

alla realtà.

Ella ci dà involontariamente un cenno della messa in opera del suo

metodo artistico, raccontando come le si svolse nella mente il germe

del romanzo _La Tribuna_. Vedendo uscire un giorno, nella sua città

nativa, i gruppi delle sigaraie dalla Fabbrica dei Tabacchi, ella

pensava:--C'è qualche romanzo tra quei vestiti di percalle e quelle

grossolane mantelle?--E il suo istinto femminile le rispondeva:--Dove

sono quattromila donne ci sono certamente quattromila romanzi; il

difficile è scoprirli.--E si rammentò che quelle donne brune, robuste,

dall'aria risoluta, erano state le più ardenti partigiane dell'idea

federale durante la rivoluzione; e le parve interessante studiare lo

svolgimento di un principio politico nel cervello di una donna

cattolica e demagoga, ingenua per natura e spinta al male dalla

fatalità della vita operaia.

Questa impressione la risolveva a osservare da vicino e a studiare

quella vita; e la Fabbrica dei tabacchi non era lontana dalla Coruña.

C'è un capitolo del romanzo _La Tribuna_ intitolato: _Il carnevale

delle sigaraie_. La scrittrice aveva assistito, anni avanti, allo

spettacolo colà descritto; e fra le maschere di operaie aveva notato

una giovanetta di vent'anni, vestita da studente vagabondo, che

ballava sul ristretto spazio di un palco, accompagnandosi col suono di

un cembalo basco. Svelta, ardita, mandava lampi dagli occhi nerissimi,

ballando e scotendo i neri capelli sciolti sotto il tricorno che le

copriva la testa. Con freschissima voce ella improvvisava cantando; e

vedendo ridere, rideva mostrando i bianchissimi denti; e

s'interrompeva per scherzare intorno alla sua inesperienza della

rima:--Le dico grosse, eh?

Poco tempo dopo, i giornali portarono la notizia che una ragazza della

Fabbrica dei Tabacchi si era suicidata per amore: era proprio la

ragazza vestita da studente vagabondo, allegra e chiassosa come un

passerotto.

Coi suoi risparmi era andata a comprare un revolver, dicendo che

doveva regalarlo a un cugino. L'armaiuolo dapprima aveva esitato; poi

vedendo quel visetto vivace ed allegro, aveva venduto il revolver.

Ella se n'era tirato un colpo dritto al cuore.

E la scrittrice, raccontando il fatto, riflette:--"che nessuna

contadina sarebbe capace di ammazzarsi a quel modo; la media cultura

operaia, il raffinamento dei nervi, l'impoverimento del sangue e il

continuo e malsano contatto della vita cittadina creano una donna

nuova, molto complicata e per conseguenza più infelice della

contadina."

Studiare i caratteri principali della produzione narrativa alla

signora Pardo-Bazan richiederebbe altro spazio che non quello concesso

a questi brevi accenni. La critica conservatrice e spigolistra è stata

in Ispagna molto severa con lei. Nel 1886 ella mi scriveva dal suo

ritiro della Coruña:

"La mia qualità di signora mi ha fatto soffrire maggiormente per

l'ipocrisia della critica e per le contraddittorie pretese del

pubblico. Io sono, mi creda, una specie di amazzone, ma ho pure un

carattere femminilissimo; che farci? Quando però mi si richiedono cose

sciocche, io non so persuadermi che la mia condizione di signora abbia

qualcosa da spartire con l'arte; e mettendomi a scrivere, dimentico

che porto la gonna e mi sforzo di fare lavoro di artista e niente

altro."

La signora Pardo-Bazan ha frequentato, nelle sue corse a Parigi, i

salotti letterari della capitale francese, specialmente quello di

Edmondo De Goncourt, e li descrive con vivacissima efficacia nei suoi

_Appunti biografici_.

Una volta il De Goncourt le domandò se ferveva anche in Ispagna la

battaglia tra l'idealismo e il realismo. E alla risposta di lei, che

colà non v'era battaglia perchè gli idealisti non si facevano più

vivi, il De Goncourt replicò:

"--Non hanno neppure un Giorgio Ohnet?"

--No--disse la signora Pardo-Bazan.

E il De Goncourt, facendo risuonare quella sua particolare risata

ironica e geniale:

"--Come sono fortunati questi spagnuoli! Non hanno un Ohnet!"

Singolarissima è la scena della sua visita a Vittor Hugo; merita di

essere tradotta per intero.

"Negli ultimi giorni della mia dimora a Parigi, al mio ritorno da

Vichy, conobbi Vittor Hugo, ultimo e grandioso superstite della

generazione romantica.

L'autore dello _Hernani_ m'invitò a un suo ricevimento; e dovrei dire:

alla sua corte, perchè egli aveva l'aria di un sovrano detronizzato,

in quel gran salone illuminato da splendidi lampadari di cristallo

veneziano, tappezzato di stoffa di seta, col pavimento coperto da

magnifici tappeti, e dove da un lato e dall'altro,--in doppia fila,

zitti, o parlando sommessamente tra loro, quasi non osassero

accostarsi molto da vicino al maestro--stavano seduti gli ultimi

cortigiani della maestà decaduta, e i neofiti tardivi e sorpassati del

romanticismo.

Gli 'ismi' contemporanei · 第 12 / 17 段