con qualche amico, che viene a gustare i miei vini e con mia figlia e
i miei libri e questi amatissimi villani; e se in tanto dolore di casi
si può aver pace, io l'ho pienissima."
Riprende a lavorare alla raccolta dei canti popolari a cui pensava sin
dal '45; studia per mettere assieme i materiali della _Protostasi
della civiltà siculo italica_, riprende la corrispondenza con l'Amari,
col Giudici, con parecchi altri.
L'Amari nel '56 gli scrive da Parigi:
"Il secondo volume (della _Storia dei Mussulmani in Sicilia_) già
stampato a metà, tarda ad uscire in luce per varie ragioni, delle
quali la prima è che io, faticando all'opera per 22 anni, ne consumai
il misero prezzo! onde ho dovuto guadagnare il pane quotidiano
asciutto in altra guisa: cioè facendo il catalogo dei m. s. arabici
della Biblioteca di Parigi a 5 franchi al giorno per cinque ore di
fatica, fuori le feste e le vacanze, lavoro e paga sospesi nelle
feste, il che torna, in valori di Sicilia, a due tarì e mezzo
¹.--L'altra ragione precipua che le altre sei o sette ore al giorno
che lavoro in casa mia, sono state consacrate alla Biblioteca Arabo
Sicula, cioè al fumo senz'arrosto; al dovere immaginario che m'imposi,
di dare un terzo volume della Raccolta di Caruso o un 25^o di Muratori
come vi piaccia chiamarlo; al culto di una divinità che mi ha pagato,
dal '48 in qua, d'ingratitudine e dimenticanza. Ma che importa?"
¹ Una lira e cinque centesimi italiani!
Un mese dopo, il Vigo gli rispondeva:
"Dio ci conceda poterci abbracciare prima di morire!"
Dissentivano intorno a molte quistioni filologiche e storiche. L'Amari
lo ammoniva francamente della stortezza di alcune sue opinioni intorno
al dialetto siciliano, e di parecchi pregiudizi intorno all'influenza
dei mussulmani in Sicilia; ma si volevano bene. Eppure l'antica
amicizia non impedì all'Amari, ministro dell'istruzione pubblica del
regno d'Italia, di rifiutarsi a compiacere il vecchio amico in una sua
pretesa che a lui sembrava o eccessiva o inopportuna per ragioni
locali. Il Vigo chiedeva di essere nominato professore di eloquenza
nell'Università di Catania o ispettore scolastico nella stessa città:
e il rifiuto dell'Amari lo offese; a torto, secondo me. Avrebbe dovuto
colmarlo di ammirazione per l'onesto carattere dell'amico.
Era già rivenuto a galla nel Vigo l'antico autonomista siciliano.
Ricordo una sua lettera di cui fui latore al Guerrazzi nell'aprile del
'64. Era piena di lamenti, e di scoraggiamenti. Il Guerrazzi la lesse
in piedi, con indosso la pelliccia che portava in quel momento
ritornando, da una passeggiata, nella sua villa della Torretta a pochi
chilometri da Livorno. Leggendo, agitava il capo, torceva la bocca;
all'ultimo esclamò:--Ma perchè suonare a morto, mentre tutti suonano a
vivo?--E quasi le stesse parole trovo nella lettera di risposta
pubblicata dal Grassi-Bertazzi: "Molti, anzi moltissimi i torti del
_governo_: ma e tutti incolpevoli noi, noi che non sappiamo altro che
piangere il morto?"
Uguali lamentazioni aveva dovuto scrivere al Rubieri nel 1862. Il
Rubieri con buon senso di patriota e di toscano gli rispondeva:
"Voglio ammettere che il governo non sia ottimo: ma la Toscana non è
meglio trattata della Sicilia, e vi chiedo il permesso di citarla come
modello; qua tutto si tollera, perchè se il governo ha dei torti, ha
anche delle difficoltà, ed immense. La festa dello statuto riuscì in
tutta Toscana egregiamente. La libertà e la nazionalità sarebbero
comprate a buon prezzo se potesse sperarsi di arrivare alla massima
prosperità con la minima spesa. Come volete non pagar tasse, quando vi
sono tante faccende interne da ordinare, e, che più monta, una
quistione esterna da risolvere? La Sicilia riscattata, potrebbe
dimenticare Venezia e Roma, tuttora mancipie? E come vuol riscattare
Roma e Venezia senza un esercito? E come vuole mantenere un esercito
senza aumento di tasse? Io non posso che esortar voi e tutti gli
onesti ad adoprare tutta la propria influenza, perchè sia compiuta
un'opera che lo sturbare sul più bello sarebbe delitto."
Il Rubieri aveva combattuto a Curtatone ed era stato ferito.
Parecchie altre cose si potrebbero spigolare da questo volume; ma io
mi fermo qui.
Il prof. Grassi-Bertazzi forse avrebbe fatto meglio attendendo ancora
qualche anno e pubblicando compiuta la biografia del Vigo; o avrebbe
dovuto essere, forse, più parsimonioso di alcune lettere, (di quelle
del Regaldi per esempio) e più largo di altre di altri personaggi.
In ogni modo la sua pubblicazione è importante.
L'affetto di concittadino non ha fatto velo al suo giudizio, e per ciò
gli auguro che porti presto a fine la biografia di Lionardo Vigo.
Prosatore, poeta, erudito, il Vigo non lascerà un'impronta nella
storia dell'arte. La sua stessa raccolta di canti popolari è stata già
superata da quella del Pitrè per gl'intendimenti scientifici con cui
questa è stata condotta; saranno certamente superate tutte e due da
una raccolta avvenire, che usufruirà dei materiali di entrambe e dei
progressi del folklore.
Ma come uomo, con tutti i suoi difetti, con la passeggera nube--a cui
egli stesso accennava con rammarico, dandone la colpa ai subdoli
consigli del Malvica--che offuscò per un istante il suo patriottismo
siciliano, come uomo, ripeto, Lionardo Vigo è assai interessante e
simpatico.
Un'ultima spigolatura.
Nel 1836, Cecilia de Luna-Folliero, partendo per Parigi, dove _affari
letterari e di famiglia la richiamavano_, gli scriveva da Napoli: "Se
il mio piede dovrà ricalcare _la terra che oggi, a scorno dell'umana
ragione, sostiene tanti detrattori della nostra gloria patria_, i miei
pensieri e i miei affetti rimarranno costantemente alla mia dolcissima
Italia."
Oggi. Cecilia de Luna-Folliero potrebbe ripetere le stesse parole,
anzi mutare quei _detrattori_ in qualcosa di peggio.
VI.
EMILIA PARDO-BAZAN
Chi legge _Viaje de Novios_ (Viaggio di nozze) e _Los Pazzos des
Ulloa_ (La cascina degli Ulloa)--due romanzi freschi, vivaci e che
paiono sgorgati dalla penna dell'autrice senza nessuno sforzo, stavo
per dire quasi sorridendo--non sospetta affatto che ella abbia passato
i migliori anni della sua giovinezza a studiare Krause, Fichte, Kant,
Hegel, San Tommaso, Descartes, Platone, Aristotile, Darwin, i mistici
spagnuoli, e che fino a tardi, di romanzi, abbia letto soltanto il
_Don Chisciotte_ del Cervantes e _Notre-Dame de Paris_ del Hugo,
capitatile in mano per caso quand'era quasi bambina.
Aveva già pubblicato il suo _Saggio Critico_ intorno al P. Feijòo e
gli studi intorno al _Darwinismo_ e ai _Poeti epici cristiani_, e non
solamente ignorava i celebri romanzieri stranieri, ma non sapeva
neppure il nome del gran romanziere spagnuolo suo contemporaneo, Perez
Galdòs, e appena conosceva l'esistenza di Valera e di Alarçon.
Si può dire che la signora Pardo-Bazan sia divenuta romanziera per
caso.
Un giorno un amico le parla di quei due scrittori e le dà a leggere
_Pepita Jimenes_ del Valera: e questo romanzo e il racconto
dell'Alarçon, _Sombrero de tres picos_, la mettono su la pista della
moderna novellistica spagnuola.
Per lei il romanzo e la novella erano rimasti a Cervantes, a Hurtado,
a Espinel. Quella lettura le apre un mondo nuovo. Come! Invece di
avventure straordinarie, meravigliose, impossibili, il romanzo e la
novella potevano dunque descrivere luoghi e costumi che si vedevano
tutti i giorni, e caratteri che si potevano facilmente studiare
osservando le persone attorno?
E scrisse _Pasqual Lopez, autobiografia d'uno studente di medicina_,
con lo stile un po' arcaico e ricercato messo allora in voga dal
Valera come reazione contro la sciattezza di lingua e di stile che
deturpava la letteratura castigliana.
La scrittrice però si ricordò in tempo del precetto del favolista
spagnuolo di _non parlare oggi come al tempo del Cid Campeador_. Il
Balzac, il Flaubert, i De Goncourt e il Daudet da lei letti per la
prima volta nel 1880, a Vichy, dov'era andata per ragioni di salute,
fecero il resto. Il _Viaje de Novios_, data da quell'epoca.
A proposito dell'influenza della moderna letteratura francese su la
spagnuola, la signora Pardo-Bazan ha scritto sennatissime parole, che
possono applicarsi alla nostra.
"Compresi--ella dice nei suoi _Appunti autobiografici_--che ciascun
paese doveva, sì, coltivare la propria tradizione novellistica,
specialmente quando se ne possiede una così illustre come la
spagnuola; ma nello stesso tempo compresi che non si dovevano
disprezzare i metodi moderni, basati su principii razionali e
confacenti all'attuale maniera d'intender l'arte, che non era la
stessa di quella del secolo XVII. Mi parve che non erano da rifiutarsi
i progressi dell'arte novellistica, per ragione della loro provenienza
transpirenaica, riflettendo che da un'occhiata alla storia letteraria
delle tre nazioni latine, Italia, Francia e Spagna, si capisce che
esse hanno stabilito tra loro, da tempo immemorabile, lo scambio delle
idee estetiche e la reciprocanza dell'influsso letterario. Gl'italiani
influirono su noi, e noi, in ricambio, abbiamo dato ad essi oratori e
poeti che insegnarono loro il nostro stile pomposo; influirono su noi
i francesi coi loro trovatori; e noi abbiamo dato un forte impulso
alla loro drammatica. La lista dei prestiti da nazione a nazione è
interminabile, e non dovrà chiudersi mai; non possono neppure dirsi
prestiti: sono piuttosto fecondazioni."
Nella _Cascina degli Ulloa_ i lettori troveranno qualcosa che ricorda
la solitaria e vecchia Torre di Miraflores dove è passata la
fanciullezza della scrittrice, che aveva una precoce inclinazione alla
lettura. "Ero di quei bambini--ella racconta--che leggono tutto quel
che loro capita tra le mani, fin i pezzetti di carta di cui il
merciaio ha fatto un cartoccio pel pepe o il dolciere un involto per
le paste; di quei bambini capaci di passare zitti zitti una giornata
in un cantuccio purchè gli si dia un libro, e che per ciò hanno spesso
le pesche agli occhi e diventano un po' strabici in seguito allo
sforzo imposto al loro debole nervo ottico."
A Madrid veniva educata in un collegio francese protetto dalla Casa
reale, e la direttrice, azzimata, con riccioli grigi sotto la classica
cuffia, trattava le collegiali _peor que a galeotes_, dando loro a
colazione e a pranzo orrendi intingoli e, per frutta, rancidi
pistacchi americani e castagne fossilizzate. "Credo--ella dice--che le
teneva in serbo in un armadio finchè non si erano indurite talmente da
spezzar i denti delle alunne."
A la Coruña, nell'enorme casone silenzioso dove la sua famiglia si era
ritirata, vivendo senza compagnia di bambini, ella scopre una stanza
piena di libri. Tra tanti, e noiosi, che trattano di politica, di
giurisprudenza e di agronomia, trova la _Conquista del Messico_ del
Solis e _Gli uomini illustri_ di Plutarco. Un vecchio entomologo
dell'Avana, andato a seppellirsi in un villaggio vicino alla Coruña
con le sue collezioni di farfalle e d'insetti, la sgridava per quelle
letture, scandalizzato che una mocciosa di dieci anni parlasse con
entusiasmo di Bruto, di Catone e di altri dannati pagani della stessa
risma. La bambina non se n'offendeva; e siccome il vecchio scienziato
raccontava mirabilmente i suoi viaggi, così la bambina gli stava
accosto, lo tirava per la falda dell'abito e con voce supplicante gli
diceva:--Mi parli d'insetti vostra signoria!
E dietro Plutarco vengono l'_Iliade_, e la _Bibbia_. Così ella prende
gusto alle letture severe; sdegna di apprendere il pianoforte,
stimando cosa indegna perdere il tempo a far scale; e chiede invece
che le insegnino il latino. La natura del suo ingegno femminile la
salva dal pericolo di riescire una pedantessa. Un consiglio del
vecchio e sdentato favolista Pasquale Fernandez Baero, accademico e
decorato di non so quante croci, non dovette esercitare piccola
influenza su lei. L'accademico se la prendeva contro Hermosilla, uno
dei progressisti del '20, poi accademico anche lui: "Piccina mia, non
leggere Hermosilla; e se lo leggi, mandalo a fare due passi, mi
capisci? Due passi! E scrivi versi a modo tuo; ma niente regole!
Niente regole! Le regole guastano tutto!
Nel '69, dopo la rivoluzione di settembre '68 che caccia via la regina
Isabella e porta al trono di Spagna Amedeo di Savoia, ella segue a
Madrid il padre eletto deputato della Costituente, prende marito a
sedici anni, si distrae dagli studi nel vortice della capitale. E se
perde la propenzione all'isolamento e la timidezza provenienti dal
genere di vita in cui ha passato l'infanzia, sente poi dentro di sè un
gran vuoto, una tristezza profonda, un sentimento inesplicabile,
_simile a quello che si sente la vigilia di un tentativo glorioso,
quando ci opprime il timore di non giungere in tempo per compire
l'opera intrapresa_.
Attorno a lei accadeva un rinnovellamento letterario, ma gliene
arrivava appena l'eco affievolita, _fra il delicato aroma delle tazze
di tè delle serate di ricevimento e il rumor delle ruote nelle
passeggiata in carrozza_.
Il viaggio in Italia, dopo l'abdicazione di re Amedeo, le fa
riprendere un po' di vita intellettuale: ma al ritorno in Ispagna si
sente trascinata dal movimento filosofico da cui erano invasi tutti
gli spiriti dietro il sistema del tedesco Krause, che aveva trovato
colà accoglienza entusiastica; non si parlava di altro nelle
conversazioni. Cattolica fervente, ella si sentiva sconvolgere la
coscienza dalle teoriche krausiane; e, per contravveleno, ricercava la
lettura dei mistici. La irritava la barbarie dello stile dei
traduttori e dei commentatori di quel filosofo. Il Kraus non l'appaga,
ed ella si rivolge al Kant, poi all'Hegel, e poi ad altri filosofi
antichi e moderni. E questa curiosità la costringe a studiar con
metodo, a riflettere. "Il mio cervello,--ella dice--si snodò, le mie
facoltà intellettuali si misero in attività; e così io acquistai quel
peso che occorre a un artista perchè la sua nave non sia sballottata
come un tappo di sughero sul mare."
Infatti, il giorno che si sentirà artista non precederà istintivamente
su la via del romanzo e della novella; e quando da artista vorrà
mutarsi in critico, e prender parte alla discussione della _questione
ardente_, come ella chiamava la questione del _realismo_ e
dell'_idealismo_; potrà parlare in modo elevatissimo, guardare il
problema da un nuovo punto di vista, e mostrare che Platone, San
Tommaso e l'Hegel non erano stati da lei studiati indarno.
Intanto si prepara alla carriera artistica scrivendo piccoli
componimenti in versi. La poesia esercitava ancora su lei
un'influenza vivissima per l'elemento ritmico, musicale. Nervosa,
impressionabilissima, arrivava a commuoversi fino alle lagrime sotto
quella influenza quasi morbosa. Trascurava l'esercizio, _più sano e
più spirituale_, della prosa, quantunque l'esercizio di tradurre da
diverse lingue straniere la facesse innamorare del castigliano, e le
facesse scoprire in esso arcani tesori di rilievo, di armonia,
convertendola in infaticabile collezionista di vocaboli, nella cui
sola struttura (isolata dal valore che acquistano nel periodo) notava
bellezze infinite di colore, di splendore, di profumo, "come il
gioielliere che prima di incastrare una pietra preziosa ne ammira la
fascettatura, la luce e le qualità."
E si sarebbe arrestata ai versi, se una scortese dimenticanza del
celebre poeta Nuñez D'Arce non le avesse reso il servigio di
disgustarnela. Glie ne aveva letti parecchi una sera che il poeta era
venuto in casa di lei condottovi da un amico. Il poeta li aveva
_levati alle nuvole_, aveva incoraggiata la poetessa a pubblicarli e
si era spontaneamente offerto a presentarli al pubblico con una sua
prefazione. Lietissima della insperata fortuna, la poetessa lima,
riordina e fa ricopiare con bella calligrafia i suoi versi e spedisce
il manoscritto all'illustre poeta in Gallizia. "Ma l'entusiasmo era
passato,--ella racconta--la buona intenzione del poeta se n'era ita
dove vanno a finire spesso spesso le buone intenzioni, e della famosa
prefazione non fu mai scritto neppure un rigo. Oh, come sono grata di
questo al poeta di _Luzbel_!"
_La Questione ardente_ è il programma artistico della signora
Pardo-Bazan. Pubblicata in articoli settimanali nel giornale
_L'Epoca_, sollevò una vera tempesta di discussioni in difesa e
contro. La stessa autrice fu meravigliata di veder "appassionarsi pel
suo scritto una nazione che si occupa soltanto di politica, di tori e
di donne."
Era naturale che per lei quella _questione ardente_ non rimanesse
letteraria soltanto; al concetto naturalista e fatalista dello Zola
ella infatti contrappone il concetto teologico cattolico; e nel 1844,
in una polemica con Luis Alfonso, critico favorito dei salotti
aristocratici, protestava contro l'opinione che _faceva di lei un Zola
femminino o per lo meno un'attiva discepola del rivoluzionario
francese_.
Fortunatamente la signora Pardo-Bazan dà al concetto di un'opera
d'arte l'importanza che merita; cioè non fa dell'opera d'arte una tesi
(e per lei questa tesi dovrebbe essere cattolica). I lettori della
_Cascina degli Ulloa_ se ne accorgeranno subito. Se ne accorgerebbero
meglio se potessero leggere l'altro romanzo, _La Tribuna_, dove la
imparzialità dell'artista spicca magistralmente.
Nella _Cascina degli Ulloa_ è descritta la decadenza di una nobile
famiglia delle montagne galiziane; nella _Tribuna_, la Galizia
moderna, piena di vita e di attività industriale. Quasi per riscontro
anticipato all'opera dello Zola, _La terra_, la Pardo-Bazan ha
descritto la vita dei campi nel romanzo _La madre natura_, che forma
la seconda parte della _Cascina degli Ulloa_. Ma in tutti e tre questi
romanzi e negli altri--_Il cigno di Villamorta_, studio del basso
popolo, _La Buccolica_, pastello di contadina povera, ignorante,
istintiva--come pure nelle novelle, l'osservazione diretta e sincera è
la principale cura della scrittrice; osservazione che non si rivela
come semplice impressione fotografica, ma bensì come impressione
riflessa, spogliata dell'accidentale e del triviale. Questa
convinzione che l'arte non possa nè debba essere semplice fotografia
della realtà è così forte e profondamente radicata in lei, che la
spinge in tutti i suoi romanzi a inventare i nomi di città, paesi,
provincie dove si svolge l'azione. Non vuole esser legata troppo alla
realtà neppure nel paesaggio; se ha bisogno di spostare di qualche
miglio una località, vuol farlo senza scrupoli. Così, nel creare i
caratteri non si limita a riprodurre fedelmente un personaggio
vivente, conosciuto da lei. Cosa, del resto, comune a tutti gli
scrittori, anche a quelli che più protestano di voler essere fedeli
alla realtà.
Ella ci dà involontariamente un cenno della messa in opera del suo
metodo artistico, raccontando come le si svolse nella mente il germe
del romanzo _La Tribuna_. Vedendo uscire un giorno, nella sua città
nativa, i gruppi delle sigaraie dalla Fabbrica dei Tabacchi, ella
pensava:--C'è qualche romanzo tra quei vestiti di percalle e quelle
grossolane mantelle?--E il suo istinto femminile le rispondeva:--Dove
sono quattromila donne ci sono certamente quattromila romanzi; il
difficile è scoprirli.--E si rammentò che quelle donne brune, robuste,
dall'aria risoluta, erano state le più ardenti partigiane dell'idea
federale durante la rivoluzione; e le parve interessante studiare lo
svolgimento di un principio politico nel cervello di una donna
cattolica e demagoga, ingenua per natura e spinta al male dalla
fatalità della vita operaia.
Questa impressione la risolveva a osservare da vicino e a studiare
quella vita; e la Fabbrica dei tabacchi non era lontana dalla Coruña.
C'è un capitolo del romanzo _La Tribuna_ intitolato: _Il carnevale
delle sigaraie_. La scrittrice aveva assistito, anni avanti, allo
spettacolo colà descritto; e fra le maschere di operaie aveva notato
una giovanetta di vent'anni, vestita da studente vagabondo, che
ballava sul ristretto spazio di un palco, accompagnandosi col suono di
un cembalo basco. Svelta, ardita, mandava lampi dagli occhi nerissimi,
ballando e scotendo i neri capelli sciolti sotto il tricorno che le
copriva la testa. Con freschissima voce ella improvvisava cantando; e
vedendo ridere, rideva mostrando i bianchissimi denti; e
s'interrompeva per scherzare intorno alla sua inesperienza della
rima:--Le dico grosse, eh?
Poco tempo dopo, i giornali portarono la notizia che una ragazza della
Fabbrica dei Tabacchi si era suicidata per amore: era proprio la
ragazza vestita da studente vagabondo, allegra e chiassosa come un
passerotto.
Coi suoi risparmi era andata a comprare un revolver, dicendo che
doveva regalarlo a un cugino. L'armaiuolo dapprima aveva esitato; poi
vedendo quel visetto vivace ed allegro, aveva venduto il revolver.
Ella se n'era tirato un colpo dritto al cuore.
E la scrittrice, raccontando il fatto, riflette:--"che nessuna
contadina sarebbe capace di ammazzarsi a quel modo; la media cultura
operaia, il raffinamento dei nervi, l'impoverimento del sangue e il
continuo e malsano contatto della vita cittadina creano una donna
nuova, molto complicata e per conseguenza più infelice della
contadina."
Studiare i caratteri principali della produzione narrativa alla
signora Pardo-Bazan richiederebbe altro spazio che non quello concesso
a questi brevi accenni. La critica conservatrice e spigolistra è stata
in Ispagna molto severa con lei. Nel 1886 ella mi scriveva dal suo
ritiro della Coruña:
"La mia qualità di signora mi ha fatto soffrire maggiormente per
l'ipocrisia della critica e per le contraddittorie pretese del
pubblico. Io sono, mi creda, una specie di amazzone, ma ho pure un
carattere femminilissimo; che farci? Quando però mi si richiedono cose
sciocche, io non so persuadermi che la mia condizione di signora abbia
qualcosa da spartire con l'arte; e mettendomi a scrivere, dimentico
che porto la gonna e mi sforzo di fare lavoro di artista e niente
altro."
La signora Pardo-Bazan ha frequentato, nelle sue corse a Parigi, i
salotti letterari della capitale francese, specialmente quello di
Edmondo De Goncourt, e li descrive con vivacissima efficacia nei suoi
_Appunti biografici_.
Una volta il De Goncourt le domandò se ferveva anche in Ispagna la
battaglia tra l'idealismo e il realismo. E alla risposta di lei, che
colà non v'era battaglia perchè gli idealisti non si facevano più
vivi, il De Goncourt replicò:
"--Non hanno neppure un Giorgio Ohnet?"
--No--disse la signora Pardo-Bazan.
E il De Goncourt, facendo risuonare quella sua particolare risata
ironica e geniale:
"--Come sono fortunati questi spagnuoli! Non hanno un Ohnet!"
Singolarissima è la scena della sua visita a Vittor Hugo; merita di
essere tradotta per intero.
"Negli ultimi giorni della mia dimora a Parigi, al mio ritorno da
Vichy, conobbi Vittor Hugo, ultimo e grandioso superstite della
generazione romantica.
L'autore dello _Hernani_ m'invitò a un suo ricevimento; e dovrei dire:
alla sua corte, perchè egli aveva l'aria di un sovrano detronizzato,
in quel gran salone illuminato da splendidi lampadari di cristallo
veneziano, tappezzato di stoffa di seta, col pavimento coperto da
magnifici tappeti, e dove da un lato e dall'altro,--in doppia fila,
zitti, o parlando sommessamente tra loro, quasi non osassero
accostarsi molto da vicino al maestro--stavano seduti gli ultimi
cortigiani della maestà decaduta, e i neofiti tardivi e sorpassati del
romanticismo.