Quanto di veli e di zendadi e nastri,

Quanto fruscìo di giubbe rabescate,

Quanto brillare ed ecclissarsi d'astri

Eclissarsi come usano le Fate,

A provocar novelli Zoröastri!

Che baciucchiar di mani ingiojellate!

Che visetti söavi, e che melensi!

Che perpetuo fumar d'arabi incensi!

e alla scena di pioggia nella campagna Lombarda:

Quando i gelsi e le biade

Alternano promesse

D'opimo filugello e d'aurea messe.

Udiste il ciel di lunghe preci invano

Lunga stagion percosso

Perchè l'inesorata ignea caldura

D'alcuna temperasse amica stilla,

D'improvvisa favilla

Corso ne l'ime sue viscere e scosso,

In pria fremer lontano

Su l'alida bassura,

Poi da quella di nubi umida e scura

Cortina che l'invade

Scoscendere de l'acqua il fonte arcano?

O dolcezza, o pietade!

O in pria sonanti e rade

Gocciole grosse che a la strada bjanca

Levano il polverìo,

Poi rinfittite, a secchi,

Sui sitibondi stecchi

Il rovescio profondono e il fruscìo

Della pioggia felice onde ogni branca,

Ogni erbuccia, ogni foglia

Tremola, goccia, s'agita e rinvoglia

De la vita, e rinfranca,

E del fïato che la terra emana

Dal suo pregnante sen, tutta risana!

è un succedersi di paesaggi, di scene, di minuscole commedie, secondo

che il poeta racconta la storia della Sulamite, rifacendola dietro

l'orme del Renan; le divinazioni del culto delle Druidesse; le

crudeltà delle patrizie romane contro le povere schiave; le trepidanze

d'un giudizio di Dio; gli ozii e gli amori d'una castellana

nell'assenza del marito crociato; le isteriche angoscie d'una monaca;

i furori religiosi e patriottici delle donne di Calabria contro gli

invasori francesi; o pure, mutando tono, le fanciulle crotonesi

servite di modelle o Zeusi; le ciarle veneziane del bel tempo del

Gozzi e del Goldoni; la miseria in cappellino delle spazzaturaie

londinesi briache di gin; e la pace serena d'una capanna su le alpi, e

l'avventura d'un cacciatore con una bella acquaiola lombarda. E un

succedersi di gravi considerazioni, di slanci, di compatimenti, di

ironie, e anche di cerimoniose riverenze, di amabili preziosità, come

il soggetto e l'occasione ispirano, come l'umore del momento

consiglia; e tutto in forma eletta e severa, anche quando essa si

abbandona o tenta di abbandonarsi a modi familiari, discorsivi, quasi

il poeta abbia timore di mancare di rispetto alle sue gentili e belle

lettrici facendo altrimenti.

E così, a noi scettici e mistici per contrasto o per gusto di novità,

proviene dalla lettura quel senso strano da me accennato, che però ha

gusto di eleganza aristocratica, profumo solleticante quantunque un

po' acuto, insomma carattere suo proprio; da potere più o meno

piacere, da poter più o meno essere apprezzato, secondo che si guarda

questo lavoro nel suo assieme di stampa di disegni e di parole; o

partitamente ma in modo contrario alle più elementari leggi di

critica, secondo le quali un'opera d'arte va accettata e interpretata

per quella che ha voluto essere e non come ognuno di noi l'avrebbe

voluta.

Per conto mio, io ringrazio il Massarani poeta e pittore--e stavo per

aggiungere anche proto, giacchè niente della parte materiale del

volume è sfuggita alle sue cure--lo ringrazio delle diverse sensazioni

che la sua opera mi ha date, dei diversi sentimenti gentili, forti,

pietosi in me destati con la sua duplice opera poetica e grafica.

E lo ringrazio non senza una lieve ombra di invidia pel suo ingegno,

pel suo cuore, per la sua mano; per quell'attività, per quella

versatilità che non lo lasciano riposare, e che possono permettergli

di trascorrere da uno studio all'altro con agile sicurezza e con

persistenza incurante di elogi e di biasimi.

Non ho voluto, però, ricordarmi che l'opera d'arte è diventata pure

opera di carità; che, poeta, egli non ha cantato, pittore, non ha

disegnato, editore, non ha pubblicato soltanto per attingere un fine

artistico non scevro mai di egoismo; ma anche perchè il suo lavoro,

diventando cosa commerciale e preziosa in una per la ristrettezza del

numero delle copie stampate, costringa gli altri a cooperare assieme

con lui nell'addolcire miserie, nel consolare dolori.

Allora la lieve ombra d'invidia, da buona e nobile, avrebbe potuto

mutarsi in peccaminosa, e offuscare e turbare la serenità del

godimento estetico, alla vista del troppo squilibrio di forze che

permette a uno solo poter fare in questo mondo quel che non è concesso

a parecchi. Molti sarebbero paghi di essere o scrittori, o

disegnatori, o editori, o munificenti e caritatevoli partitamente,

fosse pure in proporzioni minori di quel che al Massarani è concesso.

[Blank page]

IV.

LIONARDO VIGO¹

¹ Giambattista Grassi-Bertazzi, _Vita intima_, (lettere inedite di

Lionardo Vigo e di alcuni illustri suoi contemporanei). Catania,

Cav. N. Giannotta, editore.

Ecco un volume straordinariamente, come oggi si dice, suggestivo. Il

nome di Lionardo Vigo per molti lettori non vorrà dir niente. Pochi

sanno ch'egli fu tra i primi a raccogliere canti popolari; pochissimi

hanno sfogliato la _Raccolta amplissima_ (questo titolo, per chi

conobbe l'uomo, è una rivelazione) che fu la seconda edizione dei

canti popolari siciliani. Nel 1861, per suggerimento del Prati, il

Pomba pubblicò a Torino, nella sua Nuova biblioteca popolare, un

volume di poesie del Vigo, intitolato _Lirica_; ma esso, aspro e rude

nella forma, non era di quelli che potevano allettare i lettori; e per

ciò ebbe poca fortuna. Il suo poema epico _Ruggero_ seguì la sorte di

tutti i tentativi epici moderni; si possono, credo, contar sulle dita

i siciliani che lo hanno letto da cima a fondo. Il resto della sua

produzione, storica e archeologica, è tuttavia disperso in opuscoli,

riviste e giornali; e, caso venisse raccolto, servirebbe soltanto a

mostrare la versatilità, l'operosità instancabile dell'autore e

nient'altro.

Non ostante tutto questo, Lionardo Vigo è una figura attraente. Alcune

qualità, e parecchi segni caratteristici del siciliano di più di mezzo

secolo fa sono così spiccati anzi esagerati in lui, che ne formano una

figura assai interessante per chi vorrà studiare la Sicilia dal '20 al

'60, e seguire la trasformazione dello spirito isolano dal '60 in poi.

Io lo ricordo nella sua graziosa villetta _La Trinacria_ a pochi

chilometri d'Acireale. Il salottino dove ci eravamo fermati a

discorrere era arredato a uso _impero_, cioè rimasto tale quale lo

avevano arredato quando la villetta era stata fabbricata. Si ragionava

di Firenze, da cui io tornavo in quei giorni dopo cinque anni di

dimora. Da una cosa all'altra, il discorso era caduto sui fatti della

sanguinosa sommossa palermitana nel '66, ed io riferivo l'impressione

che se ne era avuta nella capitale provvisoria. Per mio conto, mi

scappò detto che in quei giorni avevo arrossito di essere siciliano.

Egli scattò in piedi, sgranando gli occhi, atteggiando le labbra

carnose a un'espressione di sdegno e di commiserazione:

--Cotesti tuoi toscani t'hanno ridotto...!

E non posso scrivere la parola perchè la buona creanza me lo vieta.

Io lo guardai meravigliato e sorrisi. Avevo capito che egli non

approvava gli orrori di quelle triste giornate; voleva però che un

siciliano non arrossisse della sua patria neppure quando essa, in un

momento di aberrazione, si comportava selvaggiamente.

Egli chiamava Palermo: _la prima città del mondo_!

Si poteva dire che la fantasia del Meli _La Origini dì lu munnu_

veniva stimata dal Vigo verità sacrosanta. Il mondo è creato da Giove,

trasformando in isole e continenti le membra del suo corpo.

Eccu l'Italia chi fu l'anca dritta

Di Giovi, e fu rigina di la terra.

Ma la testa? (ora cca vennu li liti)

leu dieu è la Sicilia; ma un Romanu

Dici ch'è Roma; dicinu li Sciti

Ch'è la Scizia; e accussì di manu in manu

Quanto c'è regni, tanto sintiriti

Essirci testi.... Jamu chianu chianu.

La testa è una; addunca senza sbagghi

É la Sicilia, e c'è 'ntra li midagghi.

Infatti gli ultimi anni della vita del Vigo furono occupati a tentar

di provare il primato civile della sua isola diletta, di fronte alle

altre provincie italiane. La sua _Protostasi sicula_ vorrebbe

dimostrare storicamente e archeologicamente che una civiltà sicula

anteriore alla greca e alla etrusca era fiorita colà.

Egli non s'era sbigottito di quest'intrapresa; e la sua assoluta

deficienza nel greco e nelle lingue moderne da cui oggi l'erudizione

trae materiali di ricerche per le ricostruzioni del remotissimo

passato, la scarsezza di documenti e di testimonianze lo rendevano

anzi intrepido e sicuro. Un'ipotesi qualunque, la fantastica

interpretazione di un testo assumevano per lui valore di autorità, di

documento irrefragabile. Procedeva come un bambino che corra su l'orlo

d'un precipizio, ignaro del pericolo e sorridente, mentre gli

spettatori della sua corsa gelano di orrore.

Gli eruditi, gli storici, gli scienziati sorrideranno: ma chi pensa al

carattere dell'uomo che si pasceva e viveva di quei bei sogni, si

sente preso di entusiasmo e di ammirazione.

Trattandosi della Sicilia, i suoi occhi assumevano la virtù del

microscopio; vedevano tutto straordinariamente ingrandito.

Nella Sicilia, dopo Palermo, c'era un angolo a piè dell'Etna ch'egli

amava con lo stesso amore smodato, Acireale. Sfogliando la sua

Raccolta amplissima, si vede a occhio la larga parte da lui _fatta_ ad

Acireale; e dico _fatta_ perchè mi costa che egli metteva come

raccolti colà i più bei canti che gli arrivavano da altri paesi

siciliani. Io gli avevo mandato alcune centinaia di canti popolari

raccolti dalla bocca dei contadini della mia città nativa, Mineo;

rileggendo le bozze di stampa, mi accorsi che parecchi di essi erano

stati sottosegnati: _Acireale_; e me ne lagnai.

--Che importa?--egli mi rispose.--Di Mineo, o di Acireale, rimangono

sempre siciliani.

E fu allora che io, non volendo mostrarmi da meno nell'amore del

proprio paese, gli feci la burletta di foggiare qualche centinaio di

canti, da lui, in buona fede, poi stampati come popolari. Ricordo che

in uno di essi m'ero appropriato un noto verso dantesco, voltandolo in

dialetto:

Donni ca aviti 'ntillettu d'amuri.

Seppi, parecchi anni appresso, quando svelai dopo la morte del Vigo la

mia marachella giovanile, che il professor d'Ancona, dalla sua

cattedra di Pisa, aveva a lungo discusso intorno alla questione se

Dante avesse tolto a imprestito quel verso da l'ignoto poeta popolare

siciliano, o se il poeta siciliano lo avesse rubato all'Alighieri.

Tornando al Vigo, ricordo l'epico racconto d'una seduta di

quell'Accademia siciliana da lui restaurata in Palermo per lo studio

del dialetto isolano.

"Lo rivedo--ho scritto un anno fa, e i lettori mi perdoneranno questa

autocitazione--lo rivedo in berretto da notte, col collo avvolto da

una fascia di lana per la tosse che lo travagliava, con la scatola del

rapè in una mano e il fazzoletto a quadrati rossi e azzurri

nell'altra, acceso dai ricordi della memorabile seduta. E mi pare

proprio di sentirlo parlare tra uno schianto di tosse e l'altro, più

roco del solito:--Figurati! Il Di Giovanni, con parola elegante e

immensa dottrina, sviscera per un'ora, da pari suo, il tema della

discussione, e sembra che non lasci più niente da aggiungere: ma si

alza il Pitrè, prende il tema da un altro lato, e lo illumina di

esempi, di riscontri, di osservazioni argute, rafforzando la tesi

sostenuta dal Di Giovanni. Terzo (non rammento chi, ma egli lo nominò)

quando il soggetto pareva già esaurito, lo capovolge, lo sminuzza, lo

rimpasta; torrente di erudizione, miracolo di critica storica, ci

sbalordisce, ci entusiasma; la tesi del Di Giovanni trionfa! Scatta

allora quel demonio del Traina che aveva fatto stupire i torinesi nei

comizi popolari, scatta e butta giù quasi con un manrovescio ogni

cosa. Erudizione, esempi, critica storica, volan per aria come poveri

cenci dispersi da un turbine. E allora, non più battaglia ordinata, ma

lotta corpo a corpo, confusione. Replica del Di Giovanni; replica del

Pitrè; nuovo uragano del Traina.... Parliamo tutti a una volta, non

c'intendiamo più:--Ai voti! Ai voti!--Peggio. Il Pitrè si astiene; il

Di Giovanni, nel trambusto, vota contro la propria proposta, credendo

di votar in favore.... Oh! Oh!

E la tosse gli troncava in gola l'epica descrizione.

L'Accademia aveva discusso se la parola _ciuri_, fiore, dovesse

scriversi all'antica, _xiuri_ con l'_x_ e l'_i_, o _sciuri_ con

l'_esse_ e l'_i_, o _ciuri_ con la _ci_ e l'_i_!"¹

¹ __La Sicilia__ nei canti popolari e nella novellistica

contemporanea. Conferenza.--Bologna, Zanichelli, 1894.

Il professor Grassi-Bertazzi, assieme coi brevi cenni biografici del

Vigo, ci dà in questo volume un saggio dell'epistolario di lui e di

altri illustri suoi contemporanei.

C'è da notare in esso molte cose. Tempi che ora paiono lontani

lontanissimi a coloro stessi che li hanno in parte vissuti, qui

rivivono con la loro schietta fisonomia, con ammirabile sincerità.

Tenterò di ricostruire dietro la scorta di queste lettere, l'uomo e i

tempi; e lo studio non sarà senza diletto nè senza insegnamenti.

La sua corrispondenza era conservata con gran cura, in solide buste di

cartone, distribuita per mesi e per anni, dopo d'essere stata

registrata in un indice alfabetico che doveva facilitare la ricerca di

qualunque lettera si volesse, per caso, riscontrare.

Con uguale meticolosa cura egli aveva catalogati i vitigni della sua

fattoria di Ballo, con l'indicazione del giorno della piantagione e

dell'innesto d'ogni magliolo.

--Caro mio,--mi disse un giorno, mostrandomi quei due cataloghi,--per

vivere indipendente, qui bisogna fare l'agricoltore prima, e il

letterato poi. Senza la vigna, la letteratura non prospera.

Egli parlava con entusiasmo d'una lunga corrispondenza letteraria col

principe Alberto di Sassonia e con la regina Vittoria d'Inghilterra.

Aveva scritto nel '54 un carme, _Hyde-Park_, che celebrava le

meraviglie dell'esposizione di Londra. In una lettera all'Amari, del

giugno 1856, trovo raccontate le strane peripezie di quel carme.

"Bene o male che abbia fatto, scrissi un carme all'esposizione di

Londra; lo intitolai al principe Alberto, lo feci ben copiare, legare

e ricoprire quanto le nostre arti consentono e lo spedii per la via

consolare di Messina. Tacquero; riscrissi gentilmente, ma sempre a

testa alta. In aprile rispose un colonnello Philipps, rusticamente,

non poteva il Principe accettare m. s. perchè invariabile regola

glielo vieta.

"Con succosa, stringente lettera, gli mostrai gli usi, le convenienze

letterarie di Europa. Or ora mi si riscontra urbanamente, ripetendo

non potersi accettare il m. s.

"Ciò posto, è mio desiderio che Granatelli nostro, se è a Londra, o

altri a vostro arbitrio (purchè attivo) vada al Palagio di Buckigam,

trovi il colonnello Philipps, gli chieda in mio nome il m. s. che è a

mia disposizione, e gli dimandi se S. A. R. lo gradirebbe stampato;

nell'affermativa chiarisca se anche la dedica potrà stamparsi, ciò che

mi piacerebbe; e allora ne faccia imprimere un 200 o 300 copie e ne

offra uno ben legato al Principe, e 10 meno riccamente, e se vorrà,

anche alla regina".

Il Vigo raccontava che al dono stampato era seguita, per anni, una

corrispondenza letteraria. Il Principe scriveva in inglese; il Vigo si

faceva tradurre le lettere e rispondeva in italiano. Qualcuno mi ha

fatto sospettare che questa corrispondenza sia esistita soltanto nella

fervida immaginazione del Vigo: e il non vederla neppur accennata dal

Grassi-Bertazzi, che cita in una nota finale i nomi dei più noti

personaggi di cui ha avuto sott'occhio le lettere, mi fa credere che

il sospetto non sia stato una malignità.

La stampa di quel carme gli costò parecchie centinaia di lire. Il

Vigo, anche per le condizioni librarie di allora, stampava a proprie

spese e regalava largamente le sue pubblicazioni. Aveva una lunga

lista di Accademie e di uomini illustri a cui stimava suo dovere farne

omaggio. Credo che soltanto le due edizioni dei Canti popolari

siciliani lo abbiano compensato delle spese.

Io lo conobbi nel 1852, al tempo della prima stampa dei Canti

popolari. Il tipografo Galatola aveva trasportato fuori dell'Ospizio

di Beneficenza una sezione della sua tipografia da servire soltanto

alla composizione di quel volume.

Il Vigo veniva da Acireale a Catania, due volte la settimana, con le

tasche del largo soprabito piene di manoscritti e di stampe; quando le

tasche non bastavano, serviva da tasca la tuba. In un appartamentino

affittato a posta ci radunavamo con lui il povero Beppino Macherione

(morto di tisi, a Torino, a 23 anni e che il Vigo amava come figlio)

Gioacchino Geremia (che allora non accennava neppure di dover essere

il disgraziato che fu poi) ed io che allora faceva il second'anno di

legge all'Università, il quale fu anche l'ultimo della mia carriera

legale. La correzione delle bozze era lavoro diabolico, con quei

compositori dello Ospizio, tutti ragazzi dai dieci ai quindici anni e

che sapevano leggere appena. E quando, stampato un foglio, scopriva

una papera passata inavvertita, il Vigo andava su le furie, e il bravo

tipografo Galatola bestemmiava nel suo più schietto napoletano anche

lui. Pei ragazzi che gli additavano un errore di stampa prima della

tiratura del foglio, il Vigo portava sempre in tasca quattro o cinque

grossi biscotti da regalare ai fortunati scopritori.

Com'era orgoglioso di quella raccolta che avrebbe recato trionfalmente

il nome del popolo siciliano per tutto il mondo!

Trovo qua e là nel volume tracce della mia marachella dei supposti

Canti popolari. In uno di essi io avevo messo il nome del conte

Ruggiero:

Bedda, ca' aviti picciulu lu peri,

D'oru e d'argentu la scarpa v'hè fari.

Si vi scuprisci lu conti Ruggeri

Ca di lu peri s'avi a 'nnamurari!

Il nome del suo eroe prediletto era bastato per fargli supporre che

quel canto fosse del tempo della conquista normanna. Ne scrisse a

Michele Amari, che gli raccomandò prudentemente di star cauto

nell'accettare certe ipotesi.

Il Vigo dovette insistere nella sua opinione, perchè Emerico Amari gli

scriveva nello stesso anno: "Mi parlate d'un canto dell'epoca di

Ruggiero: se è autentico, è un tesoro tale che sono meravigliato di

volerlo lasciare dormire sino all'edizione del 2^o volume;

pubblicatelo solo, subito; replico è tale tesoro, se vero, che

varrebbe un libro intero."

Quando si trattava di cose siciliane, la critica gli faceva difetto.

La colpa in questo caso pur troppo era tutta mia. Ma ecco un aneddoto

che dimostra come in alcune occasioni il Vigo non comprendesse la

ragione di certi scrupoli. Un giorno egli mi faceva leggere su le

bozze un canto che la fretta non mi ha permesso di rintracciare nella

_Raccolta amplissima_. Parlava d'una terribile carestia, cosa non rara

nel secolo scorso. Due versi di quel canto però mi erano sembrati

troppo letterari e non glielo nascosi. E allora il Vigo, ingenuamente,

mi confessò che lo aveva un po' aggiustato lui. In quel tempo egli era

in uno stato di irritazione per le delusioni politiche che il suo

regionalismo gli faceva esageratamente soffrire, e per ciò non gli era

parso vero di poter fare, con quel canto, una specie di vendetta.

Parlando di campi inariditi dalla mancanza di pioggia, come richiamo

alle carestie del tempo di Vittorio Amedeo e come allusione alle

condizioni economiche della Sicilia ridotta provincia italiana, egli,

rimpastando, o forse scrivendo di sana pianta quel canto, vi avea

innestato il verso:

Pari ca cci passau Casa Savoia!

(Sembra che sia passata di qui Casa Savoia!)

E lo faceva risuonare anzi reboare declamandolo.

Con quale ammirazione però non scrive del primo viaggio nel continente

al padre, alla moglie, al figlio! L'intestazione della sua prima

lettera dipinge efficacemente il siciliano di mezzo secolo fa: _Miei

carissimi, padre e signore, moglie e amata, figlio e conforto!_

Egli che tante e tante volte aveva scritto dalla Sicilia: _spedirò in

Italia_, o _è andato in Italia_, intendendo parlare del continente

italiano, in quella prima lettera dice, scherzando:

"Vi voglio togliere da un errore. Voi credete che io sia in Italia:

v'ingannate. Partii da Palermo e tutti mi diedero il _buon viaggio per

l'Italia_; e sta bene. A Napoli accostai con Riso, Brancaccio,

Cammerata etc. all'officina dei Pachetti, e ci chiesero ove volevamo

andare. Risposi: a Genova. Pagai il mio biglietto in oro.... e ci

augurarono il _buon viaggio per l'Italia_; e non istà bene. A Genova

il signor Donato, mio servo di 24 ore... accompagnandomi alla ferrovia

e stringendosi, fra le dita e il cappello levato, un cinque franchi

con tanto di Carlo Felice, mi baciò le mani, e mi augurò il _buon

viaggio per l'Italia_: e non istà affatto. Ieri andiedi a passeggiare

lungo la Dora alle sei e mezzo e vidi partire un convoglio di 16

carrozze; domandai dove andasse: mi fu risposto: _in Italia_. Ma in

quale parte? io chiedo. A Milano, mi rispose un vicino. Ed io a ridere

fra me e me. Dissi questo al Guerrazzi, e mi disse che l'istesso avrei

sentito dire a Roma, a Firenze, a Milano: talchè conchiusi: Siamo

tutti pazzi perchè stando in casa nostra ce ne crediamo fuori."

E non si accorge di contradirsi, a proposito dell'augurio di buon

viaggio datogli a Palermo _per l'Italia_, scrivendo: __sta bene__. Per

lui, la Sicilia, nel 1861, non faceva ancora parte del regno d'Italia!

Ma questo suo straordinario campanilismo non gli impedisce però di

scrivere da Torino:

"Qui sono alberghi e trattorie di cui costà non si ha idea. Palermo è

un cesso al loro confronto!"

E da Genova:

"Siamo barbari a lato a Genova!"

Il suo stupore diventa quasi fanciullesco a Milano dove visita le

scuole col conte Belgioioso e col cavaliere Visconti.

"Visitai tre scuole pubbliche e rimasi, non incantato, stupito. Non

potete immaginare quanto sanno (_sic_) in lettere, storia, geografia,

disegno, geometria! Che sarà l'Italia fra 100 anni?"

E parlando della galleria di Brera e dei quadri di Raffaello, di

Lionardo da Vinci, di Michelangelo ivi ammirati, esclama:

"Dio onnipotente a che sublimò l'uomo!"

Così dopo una visita alla Laurenziana scoppia in un:

"Umana superbia, ti annichila!"

A sessantadue anni ammirava così.

Al camposanto di Pisa, vedendo le catene tolte dal porto pisano dai

genovesi e ora restituite, pensa subito: _Così i Pisani ci

restituissero le catene tolteci al mille nel porto di Palermo!_

Nel continente si era legato con affettuosa amicizia al Prati. In

Firenze aveva rivisto Ermolao Rubieri, modesto e valoroso, già

conosciuto in Sicilia; era andato a visitare il Tommaseo.

"È quasi cieco,--scriveva al padre--e ancora non tocca i 60 anni! È

così povero da non aver lume nella scala, nell'anticamera; e manca di

scranna ove sedere. Paolo (Grassi) si adagiò sulla poltrona, io in una

sedia vicino a quel venerando rudere della italica sapienza, ed

essendo sopravvenuto il Giotti, si dovette pescare in una sala una

seggiola! Ha una tabacchiera di carta tinta che venti anni sono costò

cinque soldi, ora è sgualcita e scartocciata come un residuo di legno

fracido.

"Eppure avrei cambiato quel vecchio arnese con la mia tabacchiera di

argento o con la catena del mio orologio!

"Il governo gli ha offerto 4000 franchi all'anno, e li ha rifiutati!

Abbiamo parlato due ore di lettere e politica e origini di popoli, e

siamo pienamente di accordo. L'ho lasciato con dolore e forse non

rivedrò la sua carne! Gli uomini pergiunti a quella maturità di senno

dovrebbero ringiovanire!"

E al Tommaseo, pensò nel 1873, richiedendogli, come _sacrifizio

filantropico_, di accettare la cattedra di eloquenza latina e italiana

nell'università di Palermo. Il prof. Grassi-Bertazzi non ha pubblicato

la lettera di risposta del Tommaseo. Certamente egli rifiutò,

quantunque il Vigo, per indurlo ad accettare, gli avesse detto che si

trattava di nomina accademica e non governativa.

Fra i personaggi che più spiccano in questo saggio di corrispondenza,

è Michele Amari. Le lettere dell'Amari da Parigi dimostrano che tempra

di uomini furono gli esuli siciliani del '49.

Dopo la restaurazione borbonica, il Vigo si era ritirato nella sua

villa di Ballo su le falde dell'Etna.

Gli 'ismi' contemporanei · 第 11 / 17 段