E nell'_Interno_? Una casa dalle finestre illuminate è in fondo alla

scena; dietro i vetri si vede la famiglia raccolta attorno a un

tavolino. Il babbo legge; le figlie lavorano; la mamma sorregge un

bambino addormentato. Sopravvengono un vecchio e un viandante; debbono

annunziare che una delle figliuole si è annegata, e preparare la

famiglia all'arrivo del cadavere che i contadini trasportano in una

barella. Come debbono dare la notizia a quella famiglia ignara della

disgrazia che l'ha colpita? Altre persone sopraggiungono; i contadini

col cadavere stanno per arrivare: bisogna affrettarsi. Finalmente il

vecchio si decide a picchiare all'uscio. Dietro i vetri si vede costui

nell'interno; si scorgono i gesti delle persone, il precipitarsi di

esse verso l'uscio... e cala la tela!

Quando il _piccolo Shakespeare_ (oh, piccolo, sì, molto piccolo!

Infinitesimale!) non si sbizzarrisce con personaggi quasi fantastici,

con azioni e passioni artificiali, non va mai oltre la _sensazione_.

Ah, c'è l'Ibsen che pensa per lui e per gli altri! Ma l'_Ibsen_ fa

precisamente come Shakespeare, come il Verga, come tutti coloro che

sanno che voglia dire teatro; quando non si rammenta che _deve_

pensare, e far _pensare_ i suoi personaggi, è scrittore drammatico di

prima forza. Il male è che all'ultimo se ne rammenta e guasta ogni

cosa. E per questo il pubblico si stizzisce con lui.

E torno al Verga. Stia pur sicuro il critico: il giorno che al Verga

verrà l'idea di uscire dall'ambiente dove finora si è chiuso, non farà

diversamente. Rappresenterà, creerà persone vive e non _approverà_ e

non _condannerà_ i _sentimenti e le azioni dei suoi personaggi_.

Coloro che in un'opera d'arte si preoccupano eccessivamente del

concetto, o esclusivamente del concetto, sono mezzi impotenti. I veri

artisti pensano per conto loro (non possono farne di meno) ma il loro

pensiero non si manifesta mai con la caratteristica di puro pensiero:

si nasconde, si rifugia nelle creature appassionate, qualunque esse

sieno, alte o basse, umili o aristocratiche, che egli butta sul

palcoscenico, come fa la natura, in balìa della discussione.

Perchè intanto non dobbiamo tutti esser persuasi di questa sacrosanta

verità, veristi, psicologi, idealisti, simbolisti--nel caso che si

tratti di veri artisti--è cosa che mi riesce affatto impossibile

capire.

II.

PULVIS ET UMBRA¹

¹ V. Morello (Rastignac), _Pulvis et umbra_.

Si sente, terminata la lettura dell'elegante volumetto, la stessa

impressione cantata dal poeta:

_E tutte le finestre--del mio nido campestre--apro al cielo

fulgente--ed al giardino aulente._

_Ed entran, coi novelli--raggi e i novelli ardori--i canti degli

augelli--i profumi dei fiori,--i mormorii, dai clivi--alle

valli,--giulivi,--di cascate e fontane--o vicine o lontane._

Si sente, cioè, la fresca impressione d'una poesia viva, sincera,

sgorgata dall'intimo cuore e dalla mente; più dal cuore che dalla

mente, poichè non vi si scorge ombra di quelle preoccupazioni, stavo

per dire: di quelle fissazioni, dalle quali sembrano colpiti quasi

tutti coloro che oggi scrivono poesie.

Per ciò qui si sorride, come a vecchie care conoscenze un po' perdute

di vista, alla linda e ondulante ottava, alle vispe musicali strofe,

alle quartine, all'agevole saffica rimata, fin a quei settenari,

uniti, che i fautori di proverbi drammatici hanno reso così uggiosi; e

per ciò i rari così detti metri barbari ci sembrano rinverditi e

ringentiliti, per via di qualche prodigioso segreto.

Il prodigioso segreto consiste nella riproduzione del sentimento e del

pensiero odierno senza sofisticazione di sorta alcuna. Tutte le

sensazioni, tutte le passioni, tutti gli slanci dell'anima qui cantati

ci si ripercuotono dentro, vi ridestano sensazioni, passioni, slanci

consimili, ci dànno l'illusione di udire la parola della nostra

coscienza, quasi i nostri ricordi, dolci o tristi, i nostri tormenti

di amore e di gelosia, i nostri dubbi, i nostri rimpianti, abbiano

tutt'a un tratto preso corpo in questi brevi componimenti lirici,

densi di cose, che ci interessano tanto da vicino.

Il prodigioso segreto consiste anche in questo: il poeta fa degno

riscontro al valente articolista dei giornali quotidiani.

Vincenzo Morello (Rastignac) non lascia mai sfuggirsi l'occasione di

trattare le più vive questioni di politica, di morale, di arte, di

legislazione che un caso speciale, un avvenimento di cronaca, un

libro, una discussione gli suggeriscono e quasi gli mettono sotto la

mano; e i suoi articoli, ben fatti, caldi di sentimento, pieni di

logica dritta e stringente, ricchi di tutto il materiale della più

recente coltura, interessano specialmente per quell'accento personale

che viene dalla profonda convinzione, dalla sincera eccitazione del

sentimento. Si sente, subito, che si ha da fare con uno che ha

qualcosa di serio e di suo da dire, e che sa dirlo con la forma più

chiara, più rapida possibile, ma anche con la forma più efficace e

quindi più scelta possibile, perchè il concetto abbia la sua intera ed

efficace espressione.

Infatti egli non divaga, non si accosta esitante al soggetto. Dalle

prime parole si capisce benissimo che è pieno di esso, e che ha fretta

di dire. La sua frase è incisiva, lavorata; e come qualcosa di triste,

di amaro, di sarcastico pervade spesso il suo pensiero, così qualcosa

di altero e di sprezzante rende quasi aspro l'accento della sua

parola; ma il concetto si rivela integro, con un che di artistico

nelle proporzioni, senza dissonanze, e seduce e avvince anche quando

non arriva a convincere.

_Rastignac_ poeta ha, come _Rastignac_ articolista, una spiccata

personalità; e non saprei dire se le seduzioni del poeta siano uguali

o maggiori di quelle dell'articolista.

L'articolo di occasione è qui in _Pulvis et Umbra_, diventato poesia

di occasione, nel miglior senso, nel senso con cui ne parlava il

Goethe, che di poesia s'intendeva. Vi troviamo la stessa acuta e

intensa impressione del mondo esteriore, la stessa intensa e acuta

ripercussione del sentimento e della fantasia che quella impressione

ha prodotto. Qui si tratta, è vero, di minuti casi particolari che

sfuggono al dominio dell'articolista; ma essi per questo non sono meno

interessanti. Di quella minutezza particolare, l'artista ha messo in

rilievo soltanto quel che conteneva qualcosa di più generale, di più

umano, e lo ha nobilitato, lo ha trasfigurato con la forma.

L'articolista è troppo mescolato tra la gente, ha troppo aperto gli

occhi, troppo intenti gli orecchi a quanto lo circonda e gli si muove

dattorno, da avere agio di baloccarsi con l'erudizione, di perdersi

dietro i fantasmi di un passato, la cui evocazione è opra assurda

perchè non è possibile che esso si rinnovi e perchè ormai ha così poco

o niente di comune con noi che la sua rinnovazione possa essere

profittevole in qualche modo. L'articolista è troppo preso da tutte le

lusinghe, da tutti gl'interessi, da tutte le illusioni, da tutti gli

entusiasmi, da tutti gli errori del suo tempo, da aver agio di

preferir loro altre lusinghe, altri interessi, altre illusioni, altri

entusiasmi e anche altri errori di seconda mano, creati per via di

riflessione, d'imitazione e anche di vanità e di calcolo. Il suo tempo

egli lo giudica più bello, più importante, o almeno più interessante

non fosse per altro, perchè in pieno divenire vitale e in piena lotta;

perchè in tanto tumulto delle passioni, degli interessi, delle

avidità, delle miserie, dei delitti, delle illusioni, delle

allucinazioni, delle generosità e degli eroismi presenti, c'è il

piacere, la soddisfazione di agire, di lottare, di combattere insieme

con gli altri, di rincorrere un ideale nuovo, e di tentare, di

attuarlo, dappertutto, nella vita privata, nella vita politica, nella

vita dell'arte, in quella del pensiero. Per questo egli non è

preraffaelista, nè simbolista in pittura, non quattrocentista, nè

decadente, nè simbolista in letteratura e neppur cosmopolita. Ha il

giusto senso della realtà; ha il vivo sentimento della patria; ha la

profonda convinzione che l'astrattezza nuoce e nella vita, e nella

politica, e nella scienza e nell'arte, dovunque.

E _Rastignac_ poeta non è punto diverso. Il volumetto _Pulvis et

Umbra_ contiene proprio la polvere e l'ombra di una vita, dai

fantasticamenti del primo amore fino ai rimpianti e ai lamenti della

giovinezza che se ne va.

Si apre con un raggio di sole che illumina e vivifica, si chiude con

la tristezza e l'ombra notturna.

Udite? Anime umane

si lamentan, ne l'ombra, occultamente.

. . . . . . . . .

. . . . . . . .

Ma soffre e si lamenta

l'anima mia, su tutte l'altre, forte,

ahimè, quasi che senta,

in alto, intorno, e dentro sè, la morte.

E il rimpianto, e lo sdegno e l'ironia, irrompono con lo stesso impeto

e con la stessa limpidezza di forma che altri rimpianti, altri sdegni,

altre ironie, hanno assunto, ora un giorno, ora un altro,

nell'articolo di giornale:

Noi che falciammo i campi de la fede,

lieti ne la sacrilega fatica,

e, pria che desse il grano, sotto il piede

calpestammo la spica;

noi che, pria de la lotta, le fulgenti

spade spezzammo in solitarie scherme,

ed or, fra mille armati combattenti,

stiamo col fianco inerme;

noi, stupefatti, senza più speranza,

sperduti in mezzo del cammin fatale,

domandiamo a l'esercito che avanza:

esiste l'ideale?

E vibrano dolorose corde per strappi recenti: e schizzano sarcasmi che

fanno salire le lagrime agli occhi, come in quei _prigionieri di

Leontieff_:

Essi tornano. A branchi, come pecore

qua e là raccolte, da la terra ostile

che li vide brucar ne la vittoria

de le sue genti, tornano all'ovile.

Desti a l'arrivo e curiosi, gl'incoli

d'Italia, a cui per lunga figliazione,

fremono in cor gli spirti e le memorie

del secondo e del terzo Scipione

Accorrono: "Portate di Cartagine

buone nuove? Laggiù, tra le rovine,

nido a l'aquile nostre, ancora crescono

i fichi, ovvero crescon le spine?"

. . . . . . . .

. . . . . . . .

Non comprendono i reduci, e in silenzio

si allontanan ne l'ombra, lentamente.

Andate, andate! E appesa al chiodo l'umile

divisa, e dato un pensier mesto ai morti,

alta la fronte, ripigliate l'opera

del maglio e de la falce, in mezzo ai forti.

. . . . . . . . .

. . . . . . . . .

E se un giorno...

E non è, non sembra artificio neppure questo mezzo verso rimasto lì,

come addentellato d'una strofa che non è potuta sgorgare, o come segno

di un gran dolore che non trova lagrime, o come suggestione di

propositi di vendetta e di augurii.

E, nella notte, _Per via_, mentre il poeta, al lume della luna che _in

alto, su le cattedrali--aureole azzurre spande_, vaga col sigaro

acceso, pensando di sè e degli altri, e domandandosi:

Chi ha riposo nel sonno? Ne la notte

ad ogni ora che fugge,

Quanta forza in silenzio, ne le lotte

più ignorate si strugge?

ecco, in lontananza, una mandolinata.

Dove passa la gaia compagnia

con le dolci canzoni

par che fioriscan rose ne la via

e sorrisi ai balconi.

. . . . . . . . .

E si perdono i passi e l'ombre e i suoni

lontan, lontano, come

si perderan le nostre illusioni,

la nostra vita e il nome!

Ed egli continua a fantasticare, e il sigaro gli si estingue in bocca;

ma l'amarezza delle labbra proviene dal sigaro o dalle cose

fantasticate?

Or non più il Gallo

tira la barba al vecchio

Papirio immoto su l'eburneo stallo:

ma gli tira l'orecchio;

e per man d'altri barbari le sfide

risolve e le questioni;

poi, contento di poco, non l'uccide:

lo piglia a scapaccioni.

Buona gente la nuova! In fondo in fondo,

essa pensa ch'è vano

riconquistare anche una volta il mondo,

via con la spada in mano;

e lascia fare agli altri! Soddisfatta,

come d'un terno al lotto

se dopo una vergogna o una disfatta

a lei tocchi lo scotto.

E così gli risale dal fondo in cuore il sentimento religioso che gli

amori, gli errori, la politica, vi avevano sommerso. Egli che ha

ingiustamente quasi rinfacciato al Cristo:

Ah, tu, è ver tu saprai

La croce, o Gesù Cristo, ma la donna non mai!

si rivolge a Maria con dolcissimi e lamentosi accenti:

Tu sempre nella luce, o madre pia!

Santificata da l'uman dolore

Se pur tramonti nella fantasia,

risorgerai nel core.

. . . . . . . .

Sorridi ancora! A noi che non fiorita

abbiam la via di rose, ma di spine,

e accumulate ne la nostra vita

troviamo le rovine,

apprendi, o pia, come si soffra, come

vincendo le durezze de la sorte,

si arrivi in pace, nel tuo dolce nome,

in grembo della morte.

Certamente, qua e là, e talvolta in uno stesso componimento, la forma

non è come oggi si dice _impeccabile_: ma non è mai contorta, forzata

per stramba ricerca di originalità, e di imitazione. _Rastignac_ poeta

è in tutto e per tutto uguale a _Rastignac_ articolista, cioè uno--non

è male ripeterlo--che ha qualcosa da dire e che sa dirlo con sincera

efficacia: uno che sente e pensa e soffre e si stordisce e sbaglia e

si pente e si martira, come tutti i suoi fratelli del secolo morente;

e per ciò qualcuno di questi suoi lirici gridi vivrà più a lungo di

parecchi volumi di versi che i figli del secolo morente guardano nelle

vetrine dei librai, senza lasciarsi tentare di leggerli.

III.

L'ODISSEA DELLA DONNA¹

¹ Testo e disegni di Tullo Massarani, trascrizioni in penna di

Francesco Colombi-Borda, eliotipie Calzolari e Ferrario. Roma,

Forzani e C. tipografi del Senato, 1893, Vol. _in-folio_ di

pag. XV-420. Edizione di soli trecento esemplari numerati.

Un mio amico, che ha la passione della politica e vorrebbe infonderla

a tutte le persone con cui ne parla, qualche mese fa, ragionando con

me della levata di scudi del Senato contro il ministero Giolitti, uscì

in questa esclamazione entusiastica:

--Ormai non c'è in Italia altri giovani all'infuori dei vecchi del

Senato!

Io, che di politica m'occupo poco e non mi credevo in caso di

giudicare quell'atto, sorrisi e non risposi nulla; ma gli ho quasi

dato ragione sfogliando in questi giorni il magnifico volume che il

senatore Tullo Massarani ha pubblicato a sue spese nell'occasione

delle nozze d'argento reali, e di cui ha regalato l'intero

provento--una dozzina di mila lire--a parecchi istituti di

beneficenza.

_L'Odissea della donna_, stampata con nitidezza proprio bodoniana,

illustrata da grandi disegni che a prima vista sembrano

acque-forti--così bene il signor Colombi-Borda ha trascritto a penna e

l'eliotipia ha riprodotto gli schizzi originali del poeta pittore--è

pubblicazione che onora la tipografia italiana e chi ne ha diretto la

stampa con cura paterna.

È inoltre, pubblicazione che onora il cuore e la mente di colui che ha

pure concepito e attuato la doppia opera d'arte, inno di

glorificazione della donna dai tempi primitivi ai presenti.

È proprio singolare che quest'inno sia stato scritto da un senatore,

se non vecchio, maturo e da parecchi anni dedito più specialmente a

studi di critica e di storia, come il _Carlo Tenca e il pensiero

civile del suo tempo, il Cesare Correnti nella vita e nelle opere_.

Ma chi conosce la versatilità dell'ingegno del Massarani, capace di

alternare le più serie e dotte lucubrazioni con eleganti traduzioni di

raffinate liriche cinesi--_Il libro di giada_--non si meraviglierà del

fatto, e darà come me ragione a quell'entusiasta politico, secondo il

quale oggi in Italia soltanto i senatori fanno cose da giovani.

Infatti è proprio da giovane--e da giovane di molti anni fa, quando i

giovani non erano precocemente invecchiati di cuore e di spirito al

soffio dell'odierna mistura di scetticismo e di misticismo che li

invade--è proprio da giovane l'idea di cantare ed effigiare l'odissea

della donna a traverso i secoli; ed effondersi in ammirazione e far

atto di culto religioso davanti alle varie manifestazioni della bontà,

dell'affetto, della passione, dell'energia, dell'eroismo, della pietà,

delle miserie femminili che la tradizione, la cronaca, la storia, le

sensazioni della vita, l'esperienza dei viaggi possono suggerire alla

fantasia del poeta e del pittore.

Per ciò la prima impressione del libro è quasi di stonatura. Sin dalla

prefazione ci sentiamo come trasportati in altri tempi, in altro

ambiente; ci par di sentire un linguaggio arcaico, di vedere e udir

parlare una persona dall'andatura e dai modi diversi dai nostri,

vestita a foggia e con panni da un pezzo fuori d'uso. Poi, procedendo

nella lettura, tornando a guardare i disegni, facendo l'occhio alle

grandi pagine dell'_in-folio_ da cui ci hanno disabituati i volumi in

16° e in 24° minuscolamente illustrati, sentiamo che la prima

impressione si è andata di mano in mano modificando; sesto, stampa,

disegni e testo hanno via via assunto fisonomia, carattere,

espressione moderni; e soprattutto unità tale da far capire che il

libro è sbocciato nella mente dell'artista come un fiore; e che forma,

colore e profumo sono in esso così intimamente legati insieme da

costituire un organismo dove non si può mutar niente senza pericolo di

guastarlo.

Come ho già detto, la veste tipografica è bodoniana schietta.

Nelle grandi pagine bianche i caratteri sorridono nitidamente belli,

le righe si allineano snelle, intramezzate da fregi ricavati da un

prezioso codice vaticano del più puro quattrocento. I titoli, in rosso

messale, spiccano elegantissimi in testa a ogni lirica, e stavo per

dire a ogni canto, perchè ognuna di esse è proprio un canto del

ciclico poema l'_Odissea della donna_.

I ventiquattro disegni, o illustrazioni come oggi si dice, concordano

con la severa forma tipografica per l'accuratezza del disegno, per non

so quale molle ondulazione di linee che non lascia trasparire nessuno

scatto di nervosità, ma bensì una gentile placidezza di mano che

eseguisce accuratamente ogni particolare, e tocca figure e fondi con

eguale carezza. L'occhio assuefatto alla nevrotica sprezzatura dei

disegnatori di questi ultimi anni, stenta un po' ad assaporarne il

carattere classico, da secolo XVIII, se li guarda da soli, senza

badare nello stesso tempo alla forma tipografica del volume, e senza

metterli in confronto col testo da essi commentato. Ma se dalla pagina

figurativa l'occhio passa alla stampata; se alla linea del disegno

cerca una corrispondenza nella ritmica parola che le sta di fronte,

disegni e testo e stampa gli si confondono in unica luce, diventano

tutt'uno, o meglio si giovano a vicenda, si chiosano l'un l'altro, si

danno scambievole rilievo.

E questo che ho detto isolatamente per la forma tipografica e pei

disegni, potrei ripeterlo per la parte letteraria del libro, versi del

testo, prosa delle note a schiarimento. Se la curiosità del lettore si

rivolge di primo acchito al solo testo, ne riceve un'identica

impressione. Trova versi lindi, sonori, ma con un che di preziosità

nella lingua e nello stile; niente delle forme poetiche in uso, ma qua

e là un misto di classico e di moderno non ben fusi insieme e, più che

altro, benigna concessione d'uomo di altri tempi alle costumanze

venute dopo e ora in corso; concessione però che tenta di riportare

indietro il presente, anzi che far trascorrere nel presente la maniera

del proprio tempo.

E lo scapito non è precisamente a danno della forma passata di moda.

Ricordo, quasi per similitudine, una scena di cinque anni fa: Una sala

da pranzo trasmutata in un batter d'occhio in sala da ballo; una

dozzina di belle donne fra il triplo di giovani e di uomini

leggermente eccitati dal pranzo, dai vini, e da un entusiasmo d'arte

che li aveva riuniti insieme; e ricordo una gioconda figura di vecchio

in cui la gentilezza e la cortesia innate per eredità, erano state

aumentate dalla cultura e dalle circostanze della vita; gioconda

figura di vecchio che faceva scoppiettare per la sala l'argutezza dei

suoi motti, la vivacità delle sue galanterie di buon genere e che

riempiva di stupore tutti quei giovani impacciati, o stanchi, o

annoiatamente sdegnosi, quasi dicesse loro con l'esempio:--Una volta

si faceva così; si era galanti, gente di spirito, si era lieti e

cortesi, e non musoni e sgarbati con le signore, come siete voi

tutti.--Quella sera il più giovane di quanti si trovavano lì riuniti

era evidentemente colui che aveva i capelli brizzolati e le spalle un

po' incurvate dal peso degli anni, il Duca Proto di Maddaloni; il

quale, appunto come ora il Massarani, riportava indietro il presente

anzichè far trascorrere nel presente le maniere del suo tempo.

Oggi abbiamo quasi tutti, o affettiamo, un'aria punto cavalleresca

verso la donna; ne parliamo con poco rispetto; ne facciamo soggetto di

clinica artistica: la studiamo da un lato solo, con durezza che

vorrebbe parere scientifica, positiva, quasi ella fosse creatura da

farvi esperimenti in _anima vili_, etéra, adultera, strumento insomma

di voluttà e di nient'altro. O la guardiamo da mistici, dacchè il

misticismo comincia a essere in voga per bisogno di contrasto; e

ripetiamo contro di essa le villanie degli Apostoli e dei Padri dei

primi secoli cristiani, e le furibonde maledizioni degli asceti

avverso così impura fonte di peccato; eccessivi ed ingiusti da

positivi e da mistici, teoricamente almeno; perchè poi nella pratica

avviene che positivismo e misticismo si attenuino molto, non tanto

però da non far giudicare ridicola, o press'a poco, la galanteria

d'altri tempi, che era--se si vuole--maniera esteriore forse, ma non

del tutto indipendente dalla sostanza interiore.

E a noi scettici e mistici in erba per contrasto, il Massarani viene a

cantare la _Odissea della donna_; incurante che qualcuno possa

sorridere o ridere della sua scappata poetica inattesa e stimata

inopportuna. Così essa si spiega in ventiquattro canti sotto i nostri

occhi, triste e malinconica; ora tormentata di passione, ora lieta di

bellezza; ora altera di eroismo, ora piena di miseria e di lacrime.

Così essa risuona in vario metro al nostro orecchio, con qualche nota

di malizia gentile, con qualche spunto d'ironia cortese; e va

dall'Asia, culla del genere umano, via via per contrade e per tempi

diversi, fino all'Europa dei giorni nostri, fino alla donna che oggi

vende l'amore o muore per amore asfissiata democraticamente col

carbone. E sono visioni, paesaggi, storie, ricordi di cose udite e

vedute, ogni cosa risognata, come modestamente egli dice in quella sua

stanza muta ai venturi ed ai presenti.

E dall'invocazione alla gangetica Trivia:

Te invoco, o divin Nume

Te fausta, te dal cielo immacolata

Scesa a lavar la prima stirpe umana.

Eteréa fiumana,

Quando del contemplarti era beata

Dei Devi la invincibile falange,

Menavan danze le Apsaràse, e al bello

Novissimo portento

Plaudendo il Genitor de l'Universo,

Seguia dell'acque il fil limpido e terso.

Era queto di vento,

Sgombro il cielo di nubi; e d'alma luce

Lo vestivano gli Dei, fendendo l'aria,

Corruscando ne l'armi. E tu scendevi,

Qual se di cento soli irradiata,

Scendevi, o Dea. Te duce.

In cento forme varia,

Or lenta, or tortuosa, or concitata

E crestata di spume.

Vinceva di baglior l'istesse nevi

L'abbondanza de l'acque; e un ciel parea

Che il cigno candidissimo e l'ardea

Solchin d'autunno con l'aeree piume;

alla descrizione della villa pompeiana, dove Delia è schiava:

Ride aprica intorno

La villetta amorosa:

Nitidissimo il giorno

Che sorge, a mano a mano

L'alte vette, i grand'alberi, i sacelli.

Le mura antiche e gli archi,

Fin quest'erma che ancor negletta e mesta

Riposa, ùmile terra,

Pare che allegro varchi

E del suo bacio imporpori e suggelli.

Come ardente amator novella sposa.

Ecco, il Sole si desta

Ad altra e nova e più gioconda guerra:

E te volendo aver de la sua festa,

Ne le guance di rosa

Che gli nascondi invano,

Di giovinezza il primo fior saluta;

dalla abitazione del Califfo:

Laggiù tra verdi fronde

Carche d'esperie poma

Un candido s'asconde,

A la frescura in sen

E al vaporante aroma,

Paradiso terren.

Qual con ferrata zampa

Ne le fumanti arene

Orma il puledro stampa

Ch'arabo eroe frenò,

Tale in marmoree vene

L'araba sesta osò

Arco gentil, che ignoto

Artefice addentella.

Come fu vista il loto

Iside Iddìa frangiar,

E di meandri abbella

Che le Peri intrecciar.

Alterna il facil mirto

Col nobile cipresso

Ombre al sognante spirto,

E di perenne umor

Il murmure sommesso

Molce a' gagliardi il cor;

al quadretto favrettiano della Venezia del settecento;

Gli 'ismi' contemporanei · 第 10 / 17 段