"Tutti convergevano gli occhi verso di me obbliquamente come a

domandarsi l'un l'altro con ira e sospetto: che ci fa qui cotesto

intruso? Lo sapete voi che ci fa, San Francesco? Io non _saccio_!

pareva rispondesse una Santa Teresa con la faccia tinta di bile per

indicarne l'ascetismo. Non vedete che il bambino santo ne piange;

fremeva un San Domenico con gli occhi spiritati da accendere da essi

soli i roghi. Vattene ai paesi tuoi! Vattene! barbottava il santo

protettore della città, che era un vescovo effigiato in gesso, con una

barba nera e tonda di brigante ben nutrito. E se non fosse stato

gravato dal piviale e dalla mitria che lo insaccava sino alla nuca, si

sarebbe mosso e mi avrebbe scacciato a colpi di pastorale!..."

Un'altra pagina e mezza!

Oh, no! A tutto questo chiacchierio artificiale della donna nuda,

delle onde del mare, dei santi appesi al muro, basta contrappone il

chiacchierio vivo, sincero, meraviglioso della buona contadina che

parlava non in dialetto "ma in italiano e con quell'accento mezzo

emiliano e mezzo lombardo, pieno d'improprietà e di sgrammaticature"

per convincersi del torto che ha avuto l'autore di lasciarsi prendere

la mano da questi residui di viete forme e inquinare con esse le belle

pagine di _La cagna nera_. Il suo torto principale è di aver voluto

far scrivere allo stesso personaggio i tristi ricordi della sua misera

vita, senza badare a immedesimarsi con esso, senza darci, dalla prima

all'ultima parola, l'accento, il fremito del ricordo in ogni sua

frase, in ogni suo periodo, in ogni sua pagina.

È inutile servirsi dell'artificio di mettere la narrazione in prima

persona, se poi questa prima persona dovrà narrare tranquillamente,

minutamente, filatamente, come avrebbe fatto qualunque terza persona.

Certamente il contenuto di _La cagna nera_ è assai più elevato di quel

che si trova in _Da Novi a Pavia_; ma in questo però l'autore ha fatto

il miracolo della creazione viva; e perciò la povera vecchia che

racconta a sbalzi i suoi viaggi nella _Merica_ e le sue speranze e le

delusioni e le nuove illusioni, vale, come arte, infinitamente più del

raccontatore dei casi della rognosa cagna nera, simbolo del di lui

destino. E per ciò la catastrofe del professore, che in un momento di

delirio butta in mare tra gli scogli questa sua fatale compagna e

assiste allo spettacolo dell'annegamento di essa, e poi fugge via

nella notte, ed esclama. "Finalmente, o meravigliosa notte, eri venuta

e mi avevi accolto nelle tue ombre, ed io ero entrato nel bagno

delizioso e profondo della tua tomba"--ci lascia freddi e delusi.

Mentre invece la povera reduce della _Merica_, che ha fretta di

giungere a Mantova e crede di dovervi arrivare presto e apprende che

dovrà aspettare ancora molte ore nella stazione di Pavia, sicchè non

potrà essere a casa sua per l'ora del pranzo; quella povera

chiacchierona, che ha fatto sapere a chi voleva, e a chi non voleva

udirli, tutti i fatti suoi e del suo Carletto, c'interessa e ci

commove assai più e rimane fissata nella nostra memoria

indelebilmente.

"Si scostò, attraversò i binari equilibrandosi alla meglio fra la

borsetta e il sacco dei banani; e dopo aver quei chiesto a due o tre

impiegati, si rivolse ad un altro dei mandarini che vivono sotto le

tettoie delle stazioni e sotto la mitra rossa dei loro berretti, la

vidi parlargli umilmente e... poi fece un atto di disperazione;

ripassò fra i binari in furia e venne al nostro sportello.

"--Ma sanno, sanno, signori, a che ora si giunge a Mantova? Alle

undici... capiscono... alle undici e quaranta!

"Non potè dire altro: una guardia la scostò bruscamente e il treno si

avviò. La rividi riattraversare i binari... poi ferma col capo chino

sotto la tettoia già deserta, con la borsetta in una mano, nell'altra

il fagotto dei banani, i frutti dolci come il miele che mangerebbe suo

figlio; e non potei staccare gli occhi da lei sinchè il treno,

fuggente sotto la pioggia, non me l'ebbe tolta dallo sguardo."

Niente però toglierà dallo sguardo dei lettori questa veramente

ingenua creatura. E il Panzini dovrà essere gratissimo a lei che gli

ha fatto fare il gran passo, il difficile salto con cui il pensatore

si trasforma in artista. Dopo questo salto c'è da augurarsi che egli

non torni indietro. Oramai egli è un altr'uomo; ha dimenticato, ha

buttato via ogni artifizio. Rimanga artista, nient'altro che artista

sincero; voto schietto, augurio disinteressato di uno che ammira le

squisite e forti qualità del suo ingegno, e desidera vederle presto

messe in gran rilievo in un'opera d'arte più vasta e più poderosa.

[Blank page]

V.

UN ROMANZO REGIONALE¹

¹ A. Lauria, _Povero Don Camillo_! scene della vita napoletana

contemporanea.--Catania, Giannotta, editore, 1897.

Terminata la lettura di questo romanzo (_scene_ lasciamolo dire alla

modestia dell'autore) pensavo al Goldoni e alle sue commedie. Non già

perchè tra il soggetto di esse e quello del _Povero Don Camillo_! ci

sia una qualunque analogia; poche cose anzi ho lette piene di

tristezza così grande quanto quella che opprime l'animo in queste

dugento ottantasei fitte pagine dove sono descritte le gesta dell'alta

camorra elettorale napoletana. Pensavo al Goldoni per una questione di

forma letteraria; e niente mi sembrava più profondamente vero della

distinzione che soleva fare il De Meis tra _Forma_ con l'effe

maiuscola e _forma_ con la effe minuscola; l'una riguardante

l'organismo di un'opera d'arte, l'altra più particolarmente la lingua

e lo stile.

Quanto rigoglio di vita in quelle creature goldoniane, non ostante

tutte le scorrezioni di lingua dei loro dialoghi! Dopo un secolo e

mezzo di esistenza, quando le vediamo riapparire sul palcoscenico, ci

sembrano uscite allora allora dalla fantasia dell'autore, tanta

freschezza, tanto brio, tanta sana giovinezza esse ci mostrano sotto

la cipria delle loro pettinature e le foggie del secolo XVIII! È il

miracolo della forma (con l'effe maiuscola) soggiungerebbe il De Meis.

A uno stesso miracolo appunto avevo assistito durante la lettura del

_Povero Don Camillo_! Certe asprezze di stile, certi eccessi di

napoletanismi, la mancanza di qualunque lenocinio (di quel lenocinio

ora di moda, e con cui si cerca di sbalordire la mente dei lettori)

non erano riusciti a menomare la vitalità della lunga serie di

personaggi che mi erano sfilati dinanzi agli occhi nella Villa Marzano

sul Vomero, nella misera casa di Don Camillo, nella sala delle

elezioni provinciali nella Sezione del Mercato, in casa dell'onorevole

Nicola Doce.

L'impressione era così forte, che tutti quei personaggi mi sembravano

già vecchie conoscenze della vita reale, incontrati anni fa; dove e in

quali circostanze non riuscivo però a ricordarlo.

Don Camillo de Rogatis, che rifà ogni sera la strada da Villa Marzano

a casa sua in via S. Teresa, amareggiato, umiliato, irritato dagli

insulsi e grossolani scherzi dei ragazzacci Giovannino Marzano, Mimi

Lèpore e Angiolina Marzano, i quali ne hanno fatto il loro zimbello,

mi pareva di averlo intravisto tempo fa nell'immensa sala degli

uscieri di Castel Capuano, tra la folla di scrivani, di avvocati, di

clienti, di sollecitatori, di imbroglioni di cui essa allora

rigurgitava nelle ore di udienza; mi pareva di averlo incontrato in

qualche salotto borghese, condottovi da un maestro di musica che

voleva far risaltare, con l'abilità di cantante e di attore di lui, le

proprie composizioni.

Certamente quella figura magra, lunga, ingenua, credenzona, facile ad

illudersi e ad essere illusa, che di pagina in pagina prende sempre

maggior rilievo, interessa, quantunque umile, più assai di tutti gli

altri personaggi che se ne servono pei loro fini, accarezzandola,

lusingandola fintanto che hanno bisogno della sua inconsapevole opera

nella lotta elettorale, e che buttano via come una buccia di limone

spremuto quando non serve più e anzi diventa un imbarazzo per loro;

quella figura è così caratteristica, così originale, che non mi

stupisce, che arrivi fino a far sospettare al lettore che egli l'abbia

davvero conosciuta nella realtà.

E quel Federico Masiello, cognato e agente dei Marzano!

Par di vederlo e di sentirlo quando nel gran salone dei Marzano espone

all'onorevole Doce, già un po' imbarazzato dalla rude franchezza di

lui, il suo programma elettorale, quello sottinteso, quello che

nessuno osa dire a voce alta, tra l'accolta di alti camorristi quali

il cavaliere Cercola, don Cristoforo Armaturo, don Federico Balsamo,

Ciccio Paloja, giornalista, e parecchi altri.

Il Paloja si era slanciato con entusiasmo in una perorazione infarcita

di spropositi, specie di articolo di fondo parlato. Federico Masiello

lo interrompe:

--Tu devi scrivere per mangiare; dunque scrivi, ma qui lasciami in

pace.

E rivolto all'onorevole Doce, continua:

"--Don Nicolò, vedete, quanti siamo rimasti qui dentro, sentiamo

troppa antipatia per le chiacchiere; le chiacchiere sono la broda per

gli imbecilli, e noi non permettiamo che nessuno ci venga a trattare

d'imbecilli.

"--Bravo, amico mio, siamo d'accordo!--gli gridò il deputato

stendendogli la mano.

Ma, con grande sorpresa, vide che Masiello, invece di porgergli la

sua, se la ficcò, con certo strano sorriso ostile, nella tasca dei

calzoni. Don Nicolino ne restò turbato.

"--Siamo d'accordo? meglio così, chè questo è l'unico mezzo di farmi

concepire di voi una buona opinione. Qui stasera vi aspettavamo come

il Messia.... Ebbene, poco fa voi avete detto un mondo di belle

parole, quelle con cui oggi i vostri pari riempiscono la pancia degli

ingenui!... Vi preme tanto il gran popolo napolitano? i suoi

interessi? i suoi figli? i suoi stracci? le sue miserie? le

pretensioni dei morti di fame?... Poche chiacchiere... Ma che

popolo... che grandi interessi generali, _me jate combinanno_! Qui si

ha da fare: ognuno per sè, Dio per tutti... Oggi all'onorevole Doce

torna conto di andare a sedere fra i consiglieri provinciali, e si

rivolge a Federico Masiello per riuscire... Domani Federico Masiello

si rivolge all'onorevole Doce per un favore, e l'onorevole Doce glielo

fa, come cosa stabilita, convenuta. E se l'onorevole trattasse

Federico Masiello da volgare seccatore... l'onorevole Doce proverebbe

l'amaro! Don Nicolò, questa è la storia: Gli uomini savii, oggi, per

riuscire in qualche cosa, han da lasciarsi crescere sul cuore tanto di

pelo!..."

Infatti tutti quei signori portano tanto di pelo sul cuore, non

provano scrupoli di sorta alcuna. Hanno bisogno di un povero ingenuo

per la loro _pastetta_? Prendono Don Camillo, lo raggirano, lo

imbrogliano, lo mettono sul punto di andare in galera; e il

disgraziato evita la galera soltanto perchè la sua ragione si

sconvolge. Va a finire miseramente in un ospedale di pazzi.

La morale del libro è condensata in quel discorso di Federico

Masiello. Morale per modo di dire; giacchè si finisce di leggere con

un gran senso di nausea e di oppressione, che fa pensare come mai in

quel lembo di terra italiana la bellezza del paesaggio e lo splendore

del cielo siano in così crudo contrasto con la vituperevole bassezza

degli esseri umani.

Voglio risparmiare al lettore il sunto del romanzo, sunto che sarebbe

sempre uno scheletro quand'anche potessi dargli tutta l'ampiezza

necessaria. Lo invito a leggere e a non lasciarsi malamente

impressionare da certe durezze di forma che l'autore ha, forse,

credute necessarie per render meglio l'ambiente napoletano. Non è qui

il luogo di discutere se si sia ingannato. Quando in un'opera d'arte

c'è tanta effusione di vita e tanto effetto di rilievo, le questioni

di lingua e di stile diventano proprio pedantesche. L'autore potrà, un

giorno o l'altro, tornar sopra quei piccoli difetti e farli sparire.

L'importante era che le sue creature fossero vive, napoletane, tali da

non poter essere scambiate con altre creature di altre regioni

italiane; e questo scopo supremo è maestrevolmente raggiunto.

Qui nessun riflesso di opere d'arte altrui; ma una diretta

irradiazione della realtà. Qui non accade, come in parecchi

recentissimi romanzi, di doversi fermare a ogni voltata di pagina, a

ogni fine di capitolo, per domandarsi, tra mortificati e stupiti, dove

mai quei romanzieri abbiano potuto incontrare nella nostra società

persone somiglianti a quei loro fantasmi che agiscono con la

incoerenza del sogno, quantunque battezzati con nomi italiani, e

condotti a errare e a passeggiare per paesaggi italiani, per vie di

città italiane. Qui non accade di aver l'allucinazione di assistere a

una sfilata di gente travestita da russi, da norvegiani, da danesi, da

decadenti francesi che fa il verso ad altre creazioni dell'arte

ammirate e rimaste impresse nella memoria. Siamo in piena natura.

Possiamo pure sentir ribrezzo di trovarci in contatto con questi

rettili umani, con questi bruti senza nessun ideale; ma non possiamo

dire: L'autore ci inganna, si fa beffe di noi!

Non c'è nessun ideale, sì, nè nelle persone, nè nelle loro azioni; ma

esso vien fuori per contrasto, con quel bisogno, con quell'ansia di

respirare un po' d'aria pura, quando il povero Don Camillo, la

vittima, vien condotto all'ospedale.

E per restringermi a una questione letteraria che si presenta

spontanea se si riflette un po' intorno al problema del romanzo

italiano, dirò che il lavoro del Lauria mi ha confermato in una mia

antica opinione, cioè: che l'originalità noi dobbiamo, per ora,

cercarla appunto nel romanzo regionale, specialmente là dove la

sincerità delle indoli e dei caratteri non è stata ancora sofisticata

dalle ipocrisie della civiltà generale.

Questo lavoro sembra facile, ma non è; giacchè non basta osservare,

studiare, fotografare, per poi avere un'opera d'arte originale,

quantunque tutto sia ancora semplice, istintivo, senza mistura di

influenze estranee nella società regionale. E sarebbe bene che il

presente momento della vita italiana contemporanea non sparisca senza

lasciar traccie; e sarebbe utile che noi ci abituassimo a discernere

quel che c'è di caratteristico nella nostra società, dirò così,

elementare, a fine di arrivare gradatamente al lavoro, più arduo, di

scoprire quel che c'è di altrettanto caratteristico e particolare

anche in quella società più elevata, dove le influenze livellatrici

della civiltà generale hanno già iniziato il loro lavoro da un pezzo.

Ah! se ci fossero dei giovani scrittori che invece di perdersi dietro

le imitazioni delle creazioni altrui, ci dessero il romanzo regionale

piemontese, lombardo, veneto, toscano, romano, come ora ha fatto il

Lauria col napoletano (e ce ne aveva regalato già un bel saggio con la

sua _Donna Candida_) e come ha fatto mirabilmente il Verga coi

_Malavoglia_ e col _Mastro Don Gesualdo_! Ma disgraziatamente oggi

tutto questo sembra meschino, di poco interesse, quasi che la

creazione vitale, in qualunque gradino della scala degli esseri, possa

mai dirsi in arte impresa meschina e di poco interesse.

Si vuole il simbolo! Ebbene, nessuno può levarmi di testa che il

simbolo, non è produzione artificiale, ma cosa che risulta da sè,

senza intenzioni preconcette, quando l'opera artistica raggiunge le

alte cime della vita.

Don Camillo de Rogatis è una povera creatura di carne e di ossa; ma

dopo che ci ha fatto sorridere con le sue miserie amorose, dopo che ci

ha fatto crollare la testa alle sue meschine ambizioni, quando soffre

e piange per la sorella sedotta, quando perde la ragione per l'urto

delle circostanze in cui è stato impigliato dalla malignità e dalla

perversità dell'alta camorra; quel povero Don Camillo de Rogatis si

eleva, si eleva; perde davanti a noi la sua essenza particolare;

diventa il debole sfruttato dagli scaltri, la vittima dei più astuti,

dei più forti; diventa simbolo senza volerlo e senza saperlo. Ed è

questo, se non sbaglio, il migliore, anzi l'unico modo di diventar

tale veramente. [Blank Page]

VARIETÀ

I.

IL TEATRO DI GIOVANNI VERGA

Da parecchi mesi ho sul tavolino l'elegante volumetto della

_Biblioteca Bijou_ dove i fratelli Treves hanno raccolto _Cavalleria

rusticana_, _In Portineria_, e la _Lupa_ che ieri sera è stata

calorosamente applaudita dall'affollato pubblico del Valle. Aspettavo

appunto la prova della rappresentazione della _Lupa_ per parlare degli

intendimenti artistici da cui il Verga è stato guidato nelle sue opere

teatrali, e non mi attendevo la buona ventura di vedermi capitare a

proposito un articolo pubblicato domenica scorsa su le colonne del

giornale fiorentino il _Marzocco_, dove dei lavori del Verga si

ragiona coi criterii della così detta nuova scuola drammatica.

Se ne parla con rispetto, ma infine, si domanda, _che cosa sono, se

non una intensa rappresentazione di quel che si disse, con vocabolo da

macello, "un pezzo di vita"?_

E il loro buon successo presso il pubblico viene spiegato così: _Il

nuovo o l'ignoto, più che il bello, lo attirava per una sola sera (?)

a teatro. Nessun sentimento si commuoveva in esso, fuori della

curiosità malsana che spinge ogni più quieto burocratico a guardare da

dietro gli occhiali su l'alto marciapiede la rissa forse mortale di

due popolani nel mezzo della via, in attesa dei reali carabinieri._

La conclusione è che il Verga _non si è mai curato di pensare che cosa

è e che cosa debba essere la vita, che cosa valga oltre il fenomeno_.

Ecco: io non intendo fare una discussione astratta, di faccia ad opere

così piene di rigoglio vitale; e quantunque mi sappia battezzato, non

so perchè, per verista nel cattivo senso di questa parola, debbo

confessare allo scrittore di quell'articolo che non sono di coloro

ch'egli crede _ignorino fin l'esistenza di quella magistrale pagina su

=Le realisme et le trivialisme= dove il Guyau provò che le vrai

realisme consiste a dissocier le réel du trivial_. Credo che non lo

ignori neppure il Verga; egli però non se ne rammenta, nè vuol

rammentarsene quando si accinge a fare un'opera d'arte; si affida alla

sua ispirazione d'artista, e fa benissimo. L'artista pensa a modo suo,

con la immaginazione, che è la riflessione velata. Quei personaggi il

Verga non li ha visti, come crede il critico, nè li ha fotografati; li

ha pensati e ripensati, li ha lungamente rimuginati per intendere il

segreto dei loro caratteri e delle loro passioni; e se non li ha

giudicati, approvandoli o condannandoli, se non ha palesato la sua

opinione intorno ad essi, questo è avvenuto perchè il farlo gli è

parso superfluo. Se si è sentito attratto dal loro fascino, se si è

deciso a sollevarli nella pura atmosfera dell'arte, vuol dire che egli

ha _pensato_ primieramente che metteva conto di occuparsene, che il

rappresentarli soltanto valeva precisamente giudicarli, perchè in essi

non c'era il _triviale_ ma la _passione_; la quale, esploda in alto in

basso, tra creature popolane o aristocratiche, è cosa elevata,

concentramento di forze, complicazione di sentimenti, energia, lotta,

catastrofe, dramma insomma. E di fronte ad essa, l'artista non è, come

crede quel critico, rimasto indifferente, se ha saputo talmente

compenetrarsi col personaggio da sparire dentro di lui; se ha saputo

mettergli in bocca la parola giusta, rapida, incisiva, che condensa in

poche sillabe lo infinito dell'anima, se è riuscito a indovinare il

gesto, l'intonazione della voce, l'azione tutta corrispondente al suo

interno stato e a quello degli altri che si muovono attorno a lui.

Rappresentare così vivamente, così efficacemente è pensare; è dar

forma al pensiero però, cioè fare opera d'arte. Shakespeare, che il

critico invoca, fa forse altrimenti? Giudica forse Otello? Jago?

Desdemona? Ofelia? Amleto? Niente affatto. Egli vuol bene a Jago

quanto a Desdemona, e forse più. Con che amore non lavora per metterci

viva sotto gli occhi quella infame creatura! È diventato lui, la

malizia, la calunnia, la insinuazione in persona; si direbbe che lo

accarezzi, che lo palpi, che lo volti e rivolti, aggiungendo qua una

pennellata, là un'altra, servendosi del suo gergo, delle sue immagini,

della sua ironia, a fine di farne il più meraviglioso birbante

possibile. Lo giudica? Ci dice la sua opinione? Non gli passa pel capo

che debba far questo. Così con Amleto, così con Ofelia, così con tutti

i suoi mille personaggi. Tant'è vero che, dopo parecchi secoli, noi

discutiamo ancora per indovinare che mai abbia egli inteso dirci con

quel misteriosissimo Amleto. Se egli avesse dovuto manifestarci _la

sua opinione sui fatti che espone su la scena, e se li approvi o li

condanni_, immagina forse il critico che Shakespeare si sarebbe

trovato in imbarazzo? Non oso sospettarlo. Appunto, Shakespeare _non

ha nessuna opinione, si accontenta di riprodurre la vita_. Il

significato, il pensiero è nascosto dentro i caratteri, dentro le

passioni, dentro le azioni. Non importa che Shakespeare abbia scelto

per suoi personaggi e principi, e comandanti d'armata e governatori di

isole, o principesse, o figlie di cortigiani e di senatori. Si parla

di metodo, di forma. Il dovere dell'artista è di adottare questo

metodo, di creare questa forma. E così _Santuzza_ va a mettersi a

fianco di _Ofelia_, e la _Lupa_ accanto a _Lady Makbeth_. Non mi si

fraintenda; parlo di forma, non di contenuto.

Se i contadini siciliani sono creature meno complicate, se sono, come

afferma il critico, _tutti meccanismi a molla_, creda, non ne consegue

che il lavoro dell'artista diventi _facile ed ovvio_. Si provi e

vedrà.

E per ciò io non capisco che senso possono avere queste parole a

proposito dell'_Utopia_ del Butti, dei _Diritti dell'anima_ del

Giacosa, del _Trionfo_ del Bracco, dei _Disonesti_ e di _Realtà_ del

Rovetta: _Non li discuto nella realizzazione scenica, li ammiro nella

loro concezione!_

Ma che importa che _ciascuno di questi tre drammaturgi prima di

scrivere una sola riga del dramma, giudicò, secondo un suo prefisso

sistema di morale, le azioni che stava per svolgere_? Questo può

interessare i pensatori, i filosofi, i sociologi, non l'arte, non il

pubblico che va in teatro per sentirsi appassionare, commuovere, o

semplicemente divertire. Se la _realizzazione scenica_ di quei

concetti è fallita, non c'è più da discutere.

L'importante è appunto che la _realizzazione scenica_ avvenga piena e

completa. È assurdo prendersela col pubblico quando questa benedetta

_realizzazione_ non arriva a concretarsi. Il pubblico, per esempio,

ieri sera ha mostrato di comprenderlo. A poco a poco quegli umili

personaggi che scherzano su l'aia lo hanno afferrato; quelle umili

passioni--_meccanismi a una sola molla_, secondo la sprezzante

espressione del critico--lo hanno travolto nel loro ingranaggio, lo

hanno fatto palpitare a soffrire; e il pubblico ha mostrato che non

chiedeva altro di meglio, ed è stato ad ascoltare con vivissima

intenzione, ha scoppiato in applausi, anche quando la scabrosità

dell'azione avrebbe fatto temere di doverlo offendere. Perchè?

Perchè non vuol pensare? Perchè si accontenta delle pure sensazioni?

Non diciamo sciocchezze. Unicamente perchè vedeva lì sul palcoscenico

la vita, la passione, la lotta, non col cinematoscopio dei fratelli

Lumière, ma con l'alta proiezione artistica che idealizza, che

generalizza; e che ha pensato e fa pensare, aggiungo io, anche a costo

di farmi dire che io non capisco che vuol dire _pensare_.

Lasciamo lì, per amor di Dio, le stupide denominazioni, di realismo,

di psicologismo, di idealismo, di simbolismo: ragioniamo di teatro, di

opere d'arte drammatica. E soprattutto non predichiamo bene e non

razzoliamo male. Il Maeterlink, _il nostro piccolo Shakespeare_, come

lo chiama il critico del _Marzocco_ (Oh, piccolo, sì molto piccolo!

infinitesimale!) che fa? Dà sensazioni, niente altro. Di caratteri, di

passioni non c'è traccia nelle opere di lui. L'esteriorità predomina.

Una camerata di ciechi si smarrisce in un bosco. Il vecchio prete, suo

conduttore, è morto là, tutt'a un tratto, senza che nessuno di loro se

n'accorga. Tutto il valore di quel lavorino si riduce alla

_sensazione_ dell'ignoto di quelle vecchie e di quei vecchi mezzi

rimbambiti dagli anni. Il _pensiero_, l'_anima_, dove sono?

Un'altra _sensazione dell'ignoto_ (il _nostro piccolo Shakespeare_ si

ripete) è nell'altro dramma in un atto, l'_Intrusa_. Un vecchio cieco

ha la _sensazione_ di qualcosa d'ignoto mentre tutta la famiglia è

raccolta in un salone, attendendo l'esito della malattia di una

malata. Il _pensiero_, l'_anima_, dove sono?

Gli 'ismi' contemporanei · 第 9 / 17 段