E non soltanto il villaggetto ridotto da barbaro civile; ma il vero

romanzo, ma la tragica azione era appunto quello svolgersi di vicende,

di lotte, di dolori, di resistenze, di prostrazioni che, come ho

detto, i tre personaggi--Romolo Pieri e i figli Mauro e

Annunziata--debbono raccontarci di scorcio, meno efficacemente, senza

dubbio, di come ce l'avrebbe raccontato l'autore. E stavo per dire, di

come si sarebbe raccontato da sè nell'orditura organica dell'azione,

se il Corradini non si fosse lasciato sedurre dalla sua idea di

narrare frammentariamente, con scompartimenti che vorrebbero apparir

effetto di un processo più libero e più bizzarro di quello usato da

tanti altri, ma che invece irrita e distrae; per ragione anche di un

pregio di plasticità e di rappresentazione efficace, che si fa molto

ammirare nelle parti dove i personaggi non son costretti a digrumare

il passato, a far l'esame di coscienza per comodo dell'autore, ma

entrano decisamente in iscena e si abbandonano ai moti di passione del

momento.

E queste risultano le parti più belle, quasi per infondere un rimorso

all'autore. E mi piace di citarne un breve esempio che può stare da sè

e forma quadro compiuto.

Mauro, ritornato quella mattina in casa del padre, è da pochi minuti

con lui; e già gli accennava la vita di miseria e di umiliazioni

trascorsa quando "una donna entrò in bottega, a testa alta, con un

gran fagotto tra le braccia. Buttò il fagotto su la tavola,

esclamando:

"--Eccomi qua!

"--Romolo e Michele (il vecchio e fedel servitore di casa Pieri) si

guardarono in volto. Mauro vacillando mandò un lamento di disperazione

e rimase impietrito con gli occhi fissi e tremanti sul padre.

"--Ehi!--riprese la sconosciuta con una voce piena di schiamazzi,

rivolgendosi a Mauro.--Volevi che restassi in mezzo ai boschi bello

mio? Figuratevi, gente mia, che dalla frontiera a qui siamo venuti un

po' a piedi, un po' con le gambe. E vi dico che non ci siamo sostenuti

a brodi di cappone! Ehi! bello mio! sei restato di sasso? Portami a

casa di tuo padre... Non è mica questa la casa di tuo padre!... A

quest'ora glien'avrai già parlato di me!... È questo tuo padre?

"Il suo grosso indice si appuntò verso il petto di Romolo e rimase

dritto nel cenno. Parve a Mauro, che il padre si ritraesse, quasi a

evitarne l'urto; volse gli occhi in giro per misurar l'effetto della

sua rivelazione, mugolò, ammutolì, poi balbettò come avesse confessato

un delitto:

"--La mia compagna... Massima.

"--Tua moglie...--sussurrò il vecchio trepidando.

"--La mia compagna--replicò il giovane.

"--Che moglie e non moglie!--proruppe il donnone--Che moglie e non

moglie!

"Poi voltasi a Mauro:

"--Mi dicevi che tuo padre era con noi. Te lo sei sognato bello mio!

Che moglie e non moglie! Come dire, che se non abbiamo con noi il

certificato del sindaco ci si chiuderà la porta in faccia! E noi ce

n'andremo! Non ci si perde mai di coraggio, noi! Ne abbiamo passate

altre! Vieni, bello mio, vieni!"

E mi duole che la tirannia dello spazio mi obblighi a tagliar corto

alla scena.

Ripeto: il vero romanzo era il passato, quel che serve di premessa

alla narrazione attuale, la quale avrebbe dovuto esserne l'epilogo, la

chiusa dolorosa e tremenda.

--Ma io non ho, appunto, voluto scriverlo, ed ho, appunto, voluto

scrivere questo!--potrebbe dire il Corradini.

È nel suo diritto.

Se non che, vorrei scommettere qualcosa contro lui, prevedendo che

un'altra volta non farà più così. Come, probabilmente, farà anche

l'Albertazzi. Sono tutti e due troppo vigorosi e sinceri artisti, da

perdurare in certe meschine disaccortezze di tecnica, da intestarsi in

certe fissazioni di processo che tolgono bellezza alla loro opera

d'arte, o per lo meno le impediscono di mostrare intera la sua virtù.

Tanto è vero che tutti e due sono urtati contro gli stessi scogli;

tutti e due hanno, per dirne una, messo al mondo quasi con identico

processo, due figure di donne, Livia e Annunziata, nelle quali si

scorge tal parentela di linee, di sentimenti, d'idealità, che, senza

le diverse circostanze e gli effetti di esse, le farebbe supporre

create da unica fantasia, tratteggiate da unica mano.

Ma non vorrei che questo venisse preso alla lettera. E lo avverto più

pei lettori che per i due autori, i quali intenderanno meglio di tutti

il preciso significato delle mie parole.

Un'ultima osservazione e finisco.

Ho detto, in principio, che il loro _istinto artistico afferma i suoi

dritti con l'evidentissimo sforzo di vincere serie convinzioni sempre

lì pronte a mortificarlo; sforzo che dà, se non m'inganno, al concetto

cardinale delle due opere un significato perfettamente opposto a

quello che era prima nell'intenzione dei due autori_.

Infatti, che significa la conversione di Paolo Desilva, se non che il

socialismo è, più che altro, un sentimento; e che, come tutti i

sentimenti non regolati dal positivismo delle ferree leggi naturali,

riesce all'assurdo e nuoce a chi lo sperimenta e alle persone che lo

circondano?

Che valore ha l'altruismo di Romolo Pieri, se il più immediato dei

risultati di esso è la distruzione della famiglia; il dolore e la

disperazione seminati attorno; il vizio, la corruzione, l'odio, la

morte di coloro che, prima di tutti gli altri, avrebbero dovuto trarne

beneficio?

Ho messo innanzi la riserba:--Se non m'inganno--perchè il concetto dei

due lavori non si presenta ben chiaro, o almeno non è tale che si

possa afferrarlo a prima vista. Ma se fosse proprio l'opposto di quel

che risulta, se l'istinto artistico ha fatto forviare i due autori

(l'Albertazzi, convien dirlo, forse meno del Corradini), c'è da

felicitarsene con loro; perchè quando si è veri artisti, non c'è

preconcetti che tengano; la forza creatrice supera gli ostacoli, e fa

venir fuori, o tenta di far venir fuori, non fantasmi destinati a

raffigurare un'astrattezza, ma, a dispetto di tutto e di tutti,

creature vive e sane.

IV.

GRAZIA DELEDDA--ALFREDO PANZINI¹

¹ G. Deledda, _La via del male_; A. Panzini, _Gli ingenui_.

Io non ho seguito la signorina Deledda lungo il suo cammino dal _Fior

di Sardegna_, tentativo molto giovanile e non molto promettente, fino

a questa _Via del male_ che, non ostante i difetti, è un assai bel

lavoro. Se mi dispiace però di averla perduta di vista e di non poter

oggi studiare lo svolgimento delle sue facoltà di narratrice--mi è

mancato il tempo di leggere le sue produzioni intermedie--son lieto di

osservare quanto il suo ingegno si sia maturato e quali promesse ci

faccia per l'avvenire; dal _Fior di Sardegna_ alla _Via del male_ il

progresso è straordinario, e nessuno avrebbe potuto prognosticarlo

dopo la lettura di quel primo lavoro.

È già molto il veder persistere nella novella e nel romanzo regionale

lei giovane e donna, e per ciò più facile ad esser suggestionata da

certe correnti mistiche, simbolistiche, idealistiche che si vogliano

dire, dalle quali si lasciano affascinare ingegni virili. Questa

persistenza indica un senso artistico molto sviluppato ed equilibrato,

un concetto giusto dell'arte narrativa che, innanzi tutto, è forma,

cioè creazione di persone vive, studio di caratteri e di sentimenti

non foggiati a capriccio o campati in aria, ma resultato di

osservazione; quanto dire studio e creazione di personaggi, nei quali

il carattere e la passione prendono determinazioni particolari non

adattabili a tutti i tempi e a tutti i luoghi.

La signorina Deledda fa benissimo di non uscire dalla sua Sardegna e

di continuare a lavorare in questa preziosa miniera, dove ha già

trovato un forte elemento di originalità. I suoi personaggi non

possono esser confusi con personaggi di altre regioni; i suoi paesaggi

non sono vuote generalità decorative. Il lettore, chiuso il libro,

conserva vivo il ricordo di quelle figure caratteristiche, di quei

paesaggi grandiosi; e le impressioni sono così forti, che sembrano

quasi immediate, e non di seconda mano, a traverso un'opera d'arte;

cito, per esempio, quella delle notti passate da Pietro Benu nella

solitaria campagna di là dalla vallata di Marreri, col pensiero

rivolto a Maria Noina, la figlia dei suoi padroni.

"Il paesaggio immenso, triste, silenzioso, coi confini perduti

nell'orizzonte reso grigio dalla infinita lontananza, la visione delle

montagne lontane, livide su lo sfondo dei continui vapori autunnali,

contribuivano a rendere più intenso il raccoglimento triste di Pietro,

e in quel raccoglimento la passione lo assottigliava come una idea

fissa.

"Raramente qualche mandriano, qualche paesano a cavallo, qualche

donnicciuola che scendeva a piedi dal povero villaggio di Follovì per

recarsi a Nuoro, attraversavano la china dove Pietro lavorava; un

saluto forte e bizzarro risuonava allora fra i ginepri, perdendosi

giù, tra i rari olivastri del pendio, poi più nulla, più nulla.

Neppure un canto di uccello, nè il sussulto di un torrente.

"Nel silenzio immane di quel cielo autunnale, sempre ineffabilmente

triste, nelle tinte grigio-rossastre delle tarde albe, nell'azzurro

profondo e metallico dei tiepidi meriggi, nei vapori violacei della

sera, nelle nuvole gravi dei giorni cattivi, quando l'umido irrorava

quel rigoglio selvaggio di vegetazioni rossastre, traendone acuti

profumi di profonda solitudine, il pensiero di Pietro lavorava,

lavorava, dietro quell'idea fissa, dolce e tormentosa nel medesimo

tempo.

"Tutti i giorni i buoi andavano su e giù, ed egli li seguiva col

pungolo, pensando.

"Aveva trovato una vecchia capanna di rami secchi e di pietre, e

restauratala alla meglio, ci aveva stabilito la sua residenza,

deponendovi i viveri, formandosi un magnifico giaciglio con fronde di

cisto che odoravano e col sacco datogli da Maria. Dormiva e faceva i

suoi pasti lassù, con Malafede, che non avendo altro da fare

starnutiva ogni momento, abbaiando contro le foglie portate dal vento.

Dal pertugio della capanna, funzionante da porta, Pietro teneva

d'occhio i buoi che pascolavano in un pezzo di terra più giù della

chiesa.

"Di notte la solitudine, per uno strano effetto che si osserva in

molte campagne sarde, si animava un po', o almeno non era così

completa come di giorno. Calata la sera, Pietro vedeva i fuochi degli

altri contadini lontani, sentiva il tintinnìo di gregi pascolanti in

distanza, e gli pareva di udire voci umane portate dal vento o nel

gran silenzio del buio, e l'abbaiare amico e diffidente di Malafede

metteva come una nota vibrata di vita nella solenne tristezza del

paesaggio."

Ho voluto trascrivere intere queste due pagine, quantunque convinto

che così staccate non possano produrre l'effetto che esse fanno al

loro posto, nell'insieme del quadro e dell'azione. Uguali e forse di

maggior valore sono le descrizioni del notturno pellegrinaggio delle

nuoresi al santuario di Gonare; del pranzo nuziale pel matrimonio di

Maria Noina con Franciscu Rosàna; della vita degli sposi novelli

nell'ovile della _tanca_ del Rosàna, dov'egli è ucciso a tradimento;

della _ria_ in casa Noina con le prefiche che cantano _a boche a

boche_ i loro _attitidos_ su la bara del morto; scene di costumi e di

usi sardi, parte organica dell'azione, non semplice pretesto per far

sfoggio di colorito locale.

La quale azione si svolge con crescente interesse fino all'assassinio

del Rosàna.

L'assassino di Franciscu Rosàna è stato quel Pietro Benu innamorato di

Maria, per la quale egli ha cercato di arricchirsi con loschi

mezzi--che s'intravvedono e che forse avrebbero dovuto esser messi in

maggior luce;--quel Pietro Benu che ha saputo ridestare nel cuore

della vedova i sentimenti di simpatia e di compassione lasciatigli

scorgere quando ella era ancora ragazza. Un baleno di sospetto contro

Pietro Benu aveva attraversato la mente di Maria nei primi istanti

della disgrazia; ma le circostanze e la profonda dissimulazione del

colpevole ne avevano fin scancellato il ricordo. Ella si era unita a

lui tranquillamente, quasi cedendo a una fatalità, e già cominciava a

rivivere dopo i terribili giorni dell'assassinio di Franciscu e i

lunghi tristi mesi della vedovanza. "Una grande felicità le irradiava

il volto; spesso ella cercava di nascondere il suo gaudio eccessivo,

per un sentimento delicato misto di pudore e di egoismo, che la

costringeva a celare la sua intima letizia, forse per non destare

invidia, forse per godersela di più, concentrandola tutta nel segreto

del cuore; ma gli occhi la tradivano....

Un giorno una lettera anonima arriva da Cagliari che le svela il

segreto della ricchezza di Pietro accumulata con furti di bestiame e

con spaccio di falsi biglietti di banca, e l'altro reato già

sospettato, dello assassinio di Franciscu Rosàna!... Si sente presa da

terrore, non osa credere, capisce che la lettera è arrivata con

ritardo e che scopo di essa era impedire il matrimonio. Il ritardo le

sembra un gastigo del Signore. Ella aveva un po' lusingato Pietro Benu

quand'era ragazza, e poi aveva sposato un altro. Il gastigo però non è

sproporzionato alla colpa? Ed ora che dovrà ella fare? Accusarlo?

Perdonarlo? Perdonarlo, mai! Sarebbe vissuta con lui per l'occhio

della società, ma non avrebbe avuto più nulla di comune con lui. "Lui

per la sua via, ed ella per la sua"

La scena che segue all'arrivo di Pietro Benu è fatta con abilità, ma

non mi sembra quella che ci voleva. Si risente un po' dell'artificio

con cui è stata prodotta. La contadina che ha scritta la lettera

anonima si trova troppo facilmente--e due volte--in condizione di

ascoltare, non veduta, e di sorprendere segreti. Passi il bacio

ch'ella ha visto dare dal Benu a Maria; ma l'appuntamento col

fidanzato alla chiesa della Solitudine, prima dell'alba, e le brevi

parole ch'ella, di dietro la cantonata, ode scambiare fra Pietro Benu

e un ignoto intorno all'assassinio del Rosàna sono evidentemente un

artificio per arrivare poi alla lettera anonima e allo scioglimento

del romanzo. E questo artificio guasta l'ultima scena, alterando il

carattere di Maria, facendole prendere una risoluzione quasi

melodrammatica, rendendo affrettata e innaturale l'azione. Peccato!

Il romanzo, non ostante anche altri difetti, rimane però opera forte e

seria e fa davvero onore all'ingegno della giovane scrittrice. Si vede

ch'ella ha già il polso agile e solido per disegnare e dipingere un

quadro di vaste proporzioni. Qua e là s'incontrano inesperienze di

mestiere, ma non intaccano l'ossatura del lavoro. La parte esteriore

dell'opera d'arte--la lingua e lo stile,--ha bisogno di molta cultura

e di studio; è un po' disuguale, e in alcuni punti trascurata, o

esitante, quasi ignorasse in che modo esprimere un concetto, senza

servirsi di una formola che dà soltanto il _press'a poco_; da ciò un

eccesso di forme approssimative:--il vomero brillava _come_ di

argento, sentiva _come_ un peso insopportabile; ebbe _come_ una

suggestione di calma; gli sembrava di trovarsi _come_ in una casa

lieta di benessere; viveva _come_ in un nuovo mondo; dominava _sul_

quadro, _una certa_ barba maestosa e jeratica.

E questo _jeratica_ è anch'esso una stonatura; e ugualmente una

stonatura il seguente periodo: _Fuori il vento diventava sempre più

violento e cantava come un pazzo inno di leggende nella gran notte

sublime dei cristiani_. E poi che, senza eccedere, la signorina

Deledda ha dato al suo lavoro un accento impersonale spiccato, anche

nella narrazione dove i personaggi non parlano ma pensano e sentono a

modo loro, _quel vento che canta come un pazzo inno di leggende_, non

poteva passare neppur un istante per la fantasia di un rozzo contadino

qual'è Pietro Benu.

Minuzie, lo capisco; alle quali è giusto però che la signorina Deledda

badi un po' più nell'avvenire, perchè le improprietà della lingua

nuocciono alla chiarezza e all'evidenza per lo meno altrettanto quanto

i _press'a poco_. Pel resto, le basta affidarsi al suo vigoroso

istinto di artista.

Qualcuno dirà: Ebbene, che ha voluto provare l'autrice con questa sua

_Via del male_? Niente, rispondo io; ha tentato di metter fuori delle

creature vive, e c'è riuscita. Non si è smarrita dietro un lavoro di

analisi psicologica, artificiale; ma ha fatto sentire, pensare, agire,

tutte quelle creature nel loro ambiente, proprio come fa la natura con

le sue. Sotto quelle carni, sotto quei nervi ci sono anime che amano,

soffrono, errano, scontano le loro colpe, fin le loro debolezze; c'è

l'umanità, non astratta, ma reale, sostanziale; e dove c'è l'umanità

c'è il pensiero, c'è il concetto: spetta al lettore cavarlo fuori.

L'arte pensa a modo suo, creando forme; chi cerca di farla pensare

altrimenti la snatura, non lo ripeteremo abbastanza.

Alfredo Panzini, invece, è un artista che pensa troppo, o meglio, che

lo lascia scorgere troppo. Ma, rassicuriamoci; in questo volume di

novelle che seguono il suo primo saggio narrativo, _Il libro dei

morti_, c'è già qualcosa che ci conforta intorno all'avvenire dello

scrittore.

Le quattro novelle che formano il volume _Gli ingenui_, sono lo

svolgimento di uno stesso concetto, e sembrano scritte a posta, quasi

altrettanti capitoli di un libro. Ingenua veramente, tra le quattro

figure presentate, è soltanto quella della povera donna che

chiacchiera, chiacchiera in uno scompartimento del treno da

Novi-Pavia; le altre sono figure di persone, più che ingenue,

squilibrate; ma non importa. Siamo lontani assai dalle vaporosità,

dalle indeterminatezze del _Libro dei morti_.

In quel primo saggio, notevolissimo senza dubbio, il concetto sembrava

stentasse a condensarsi nella forma; rimaneva indeciso, tra qualcosa

di fantastico e di reale che lasciava insoddisfatti. C'era, è vero,

una sfumatura d'umorismo e d'ironia che pervadeva le pagine dalla

prima a l'ultima e dava loro una specie di grato profumo poetico; ma

l'opera d'arte rimaneva ibrida, lasciava vedere apertamente la

riflessione che avrebbe dovuto diventare forma viva, e non si era

risoluta, alla fine, non si era abbandonata intera alla immaginazione,

quasi diffidasse di lei o temesse di vedersi tradita e di esser quindi

fraintesa.

E fin la riflessione non si sentiva sicura di sè stessa; era un misto

di pessimismo, di sentimentalismo, di codinismo, che evidentemente si

trovava a disagio tra le ristrette proporzioni di un'opera d'arte.

Tentava discutere per bocca di alcuni personaggi, per bocca del

narratore, per mezzo dell'azione fantastica che cominciava e chiudeva

il libro, ma aveva la coscienza di dover rimanere insufficiente. E per

ciò aveva preso la prima forma capitatale sotto mano, tanto per far

qualcosa e velarsi un po' con quella barocca creazione di un morto che

non ha trovato Dio nell'altro mondo, e che pure sente e pensa tuttavia

nella umida tomba dove l'hanno messo a giacere, e prega e ottiene

dalla Morte il permesso di tornare per una sola nottata a casa sua.

Povero diavolo! Nella sepoltura ha pensato e ripensato la vita

tranquilla e laboriosa da lui menata,--vita appartata, senza grandi

gioie, fuori del movimento sociale del suo tempo--e vorrebbe avvertire

il figliuolo di non fare come lui, ma di gettarsi a capo fitto nel

turbine della società e godere e dominare... Il suo viaggio però

riesce inutile. Nella sua casa egli trova ogni cosa come le aveva

lasciate: "la stanzetta da pranzo tutta pulita, coi suoi vecchi mobili

e odorosi di mele cotogne.... Il suo studiuolo tutto assestato e

raccolto, come quando egli vi si recava a leggere o a pregare; lo

scaffale con i libri tarlati, messi in fila, il seggiolone di cuoio...

Nella camera da letto riposava quella che era stata così buona e

mansueta compagna della sua vita. Auliva la stanza di verginità

rifiorente in quella casta vecchiezza; e la testa grigia; la faccia

scarna era adagiata su d'un alto guanciale e le mani esili giunte sul

petto ed intrecciate da una grossa corona... Nella stanza del

figliuolo, un lumino ardeva davanti a l'imagine de la Madonna e

diffondeva attorno una mite luce. Il giovane giaceva supino ne la

beatitudine del sonno, con il capo sprofondato nel guanciale.

"--Perchè non si affrettò a compiere l'opera per cui era venuto e

gliene aveva dato potere la Morte?... Forse pensò che, se a quel suo

viaggio si era mosso per il bene del figlio, nessun altro bene poteva

essere maggiore di quello di cui godeva... Forse lo vinse amore della

sua vita passata, forse chi sa, dinanzi alla inesorabile morte gli

parve che tanto volesse conoscere il vero come vivere nell'errore, o

forse meglio, questo mirabile errore, soltanto come disfida e

ribellione dell'uomo contro la fatalità delle cose: fonte perenne di

valore e di eroica bontà.--E così lo spirito doloroso ritornò alla sua

tomba."

Il lettore si sarà accorto come dall'incertezza del concetto sia

scaturita un'uguale incertezza nella concezione artistica di

questo morto che sa di non essere immortale e che prega la

Morte--un'astrattezza!--e ottiene di poter uscire dal sepolcro e

rivedere la sua casa e sua moglie e suo figlio; si sarà accorto

come è inutile che un concetto tenti di assumere forma d'arte se

non si è deciso di perdere assolutamente la sua natura di concetto

e diventare persona.

Di questo difetto si è già accorto benissimo l'autore, e nelle quattro

novelle degli _Ingenui_ ha battuto altra strada. Non è riuscito, mi

parve, in due tentativi: in quella _Nora_ che non sembra cosa sua,

tanto è artificiosa e scadente, in quel _Per un ribelle_ che, più che

una novella, è una poco felice bizzarria. Ma in _La cagna nera_ il

gran passo è fatto quasi compiutamente; senza quasi nel _Da Novi a

Pavia_, la perla del volume.

_La cagna nera_ è lavoro più largo; ma quel contino scapato che, dopo

i rovesci di fortuna della sua casa, crede di riabilitarsi facendo il

maestro di scuola, e trova nella vita tante delusioni e tante amarezze

per via di una cagna nera, mezza rognosa, da lui caritatevolmente

raccolta, è proprio un ingenuo? È uno squilibrato, per eredità, e

finisce male: impazzisce. Se non che l'autore si è dimenticato che

egli non narra per conto suo, ma per bocca del suo stesso personaggio.

E per ciò a tutta la narrazione, bella ed evidentissima, manca la

intonazione giusta. Così egli ha dato in prestito al personaggio certe

forme che chiamerò retoriche--direi meglio, artificiali--e che, in

mezzo a tanta ricchezza ed evidenza di particolari, sono una vera

stonatura.

Ecco, per esempio:

"E allora per la calda afosità del tramonto, in quel muto languire del

giorno, una figura di donna nuda, maravigliosa e splendente come un

sogno, sorse alla mia vista, e si aggirava veloce fra gli alberi come

se i piedi a pena lambissero il suolo, e con le braccia sollevate e le

palme distese e le chiome accarezzava le erbe e i fiori presso cui

trasvolava, come una benedizione.

"Il riso lascivo si era mutato in una voce distinta come una

cantilena, e quella voce usciva dalle labbra di quella fata.

"Diceva: "Io sono impudica come Pasife, io sono casta come la Sibilla,

io sono forte come Ippolita, io sono sapiente come Minerva: io sono

eterna!"

Due pagine intere di questo tenore!

E, prima, aveva fatto lo stesso:

"Ma le onde battevano su la scogliera. Venivano dall'alto verdi, erte,

trasparenti come vetro di smeraldo; più e più affrettavano la corsa,

spumeggiavano ne la cresta, si accartocciavano e rompevano fragorose e

rapide con infinito pulviscolo ai miei piedi.

"--Lo vedi tu, sorella azzurra? Lo vedi tu sorella bianca?--dicevano

l'una all'altra, movendomi incontro.--Quegli è matto! Egli era in

buono stato; poteva far la traversata della vita senza accorgersene,

come un pulcino in una scatola di bambagia. Ne la tua società--mi

domandavano--non ce n'erano più marchese vecchie con la prurigine

della lussuria; non ci erano fanciulle ereditiere da sposare; non

c'erano sul tappeto verde del tuo _club_ buoni da mille da

guadagnare?"

Un'altra pagina!

E, prima ancora, l'altro chiacchiericcio dei santi incollati al suo

capezzale nella sua povera stanza di professore; udite:

Gli 'ismi' contemporanei · 第 8 / 17 段