qualità, col loro contenuto, con la loro forma, così stranamente nel
cervello, che io talvolta non ho saputo più distinguere l'uno
dall'altro, quasi fossero una cosa sola e mi rivolgessero un'uguale
domanda, meglio mi presentassero un uguale problema critico da
risolvere.
Uno dei guai (che nello stesso tempo è un elevato piacere) a cui
difficilmente possono sottrarsi coloro che si occupano d'arte
letteraria, è la perdita della ingenuità e della freschezza che
rendono vive e gioconde le impressioni di un'opera d'arte presso gli
altri lettori.
Coloro che, bene o male producendo, debbono occuparsi non solo del
concetto ma della parte tecnica del loro lavoro, nel leggere un'opera
d'arte altrui si sentono sempre trascinati a passar oltre la pura
sensazione estetica, per vedere in che modo e con quali mezzi essa sia
stata prodotta. Quando poi questa sensazione non risulta efficace,
specialmente se nell'artista che sta loro dinanzi si scorgono elevate
qualità di sentimento e d'immaginazione e padronanza non ordinaria
delle finezze e delle malizie di quel che si può chiamare, senza
vilipenderlo, il mestiere; la curiosità di scoprire per quale intima e
nascosta ragione quell'effetto si è arrestato a metà afferra talmente
l'animo, da far nascere spesso il dubbio se mai questa ricerca della
parte tecnica di un'opera d'arte--e quando essa ha raggiunto il colmo
dell'efficacia producendo il miracolo dell'illusione della vita, e
quando questo miracolo vien prodotto soltanto parzialmente--nasce il
dubbio, se mai quell'impossibilità di ricevere ormai impressioni
libere da qualunque secondo fine non sia poi la cagione che loro
impedisce di percepire, al pari degli altri lettori, il valore di
quelle parti che sembrano _raggiunte_, e l'altro specialmente di
quelle che sembrano non _raggiunte_, come direbbero i pittori.
Per coloro che, buoni o cattivi produttori, si sentono trascinati a
scrutare, leggendo un'opera d'arte, la parte tecnica di essa, c'è
anche un altro pericolo: quello di trascurare l'osservazione
dell'assieme e perdersi dietro l'ammirazione delle parti secondarie;
c'è, inoltre, il pericolo di quel godimento crudele che vien provato
dai medici dinanzi a un organismo malato, quando essi dalle funzioni
alterate o invertite di un organo si veggono inattesamente rivelate
certe sue funzioni che l'equilibrio della salute nascondeva
gelosamente quasi per guarentirne la delicata natura.
Ho chiamato crudele questo godimento perchè proviene dallo studio
della sofferenza altrui, e alletta e invade l'animo in guisa tale, che
la pietà per la sofferenza del malato sparisce, e la malattia assume
anzi un pregio che la fa dichiarare più _bella_ e più interessante
della stessa salute.
Io ho letto questi due romanzi, passando e ripassando per tutte le
diverse sensazioni accennate, e confesso che il godimento crudele di
cui or ora ho parlato non è stato il minore fra i varii miei
godimenti. Per ciò non ho ritegno di aggiungere che li ho letti con
vivissimo interesse, con piacere squisito; che molte parti ne ho
rilette, che parecchie ne ho ripensate e rimuginate dal punto di vista
della tecnica, per via della mia profonda convinzione che l'opera
d'arte è forma soltanto e nient'altro che forma.
La coincidenza che protagonisti dei due romanzi siano due socialisti,
uno più teorico che pratico--Paolo Desilva di _Ave_--l'altro così
invasato dalle sue teoriche, da quasi non scorgere le rovine che la
inconsiderata attuazione di esse produce attorno a sè, specialmente
nella sua famiglia--Romolo Pieri di _Santamaura_;--l'altra coincidenza
che i due scrittori abbiano un uguale culto per la bellezza dello
stile e la purezza della lingua, e che l'uno, il Corradini, possieda
quel che di vibrante, di caldo, d'impetuoso che si vorrebbe vedere,
almeno di quando in quando, nell'Albertazzi; mentre poi in questo
piace e seduce una trasparenza cristallina, una serenità, una eleganza
di atteggiamenti che forse servirebbero ad attenuare la pletora da cui
talvolta vien reso un po' tormentato lo stile dell'altro; la terza
coincidenza che nei due scrittori la parte analitica prenda il
sopravvento su la rappresentativa, e si vegga non si sa se un altero
dispreggio di certi mezzi o malizie del mestiere o se un'inesperienza
facilmente riparabile con lo studio e col farsi la mano a questo
genere di lavori; e finalmente l'evidentissimo sforzo dell'istinto
artistico che cerca di affermare i suoi diritti quasi a dispetto di
certe convinzioni sempre lì pronte a mortificarlo (sforzo che dà, se
non m'inganno, al concetto cardinale dell'opera, un significato
perfettamente opposto a quello che era prima nell'intenzione dei due
autori); tutte queste cose assieme spiegano benissimo la confusione
delle due opere d'arte avvenuta nella mia mente, e il bisogno di
parlare di esse in una volta, quasi di produzioni delle quali non si
possa ragionare spartitamente.
La mia esitanza a renderne conto ai lettori del _Roma_ non ha bisogno
di altre spiegazioni.
Il romanzo dell'Albertazzi ha suscitato, al suo primo apparire, una
polemica per la sfuriata dell'autore contro uno dei suoi critici,
secondo me, inopportuna ed inutile. Ed io accenno a questo incidente
soltanto per dire che suppongo molto giovane l'autore di _Ave_, come
so giovanissimo l'autore di _Santamaura_. Ed entro in questi
particolari che non hanno nessun rapporto col valore della loro opera
d'arte, per dire che fa grandissimo piacere lo scorgere in due giovani
tanta serietà e serenità di culto artistico; fatto che, assieme con
parecchi altri, dimostra che che se ne voglia dire--come si vada
elevando in Italia, e con fisonomia e carattere proprii, la nostra
produzione letteraria.
Certamente questi due giovani (il signor Albertazzi, caso mai, non si
offenda se io lo suppongo tale) arrivano nel momento opportuno;
rappresentano un bisogno, una tendenza, e (se non si tenta di evitare
gli eccessi) anche un pericolo pel nostro romanzo. L'opera loro non
avrebbe avuto non solamente nessun significato ma anche nessuna
efficacia dieci anni fa; e probabilmente le sarebbe mancato l'uno e
l'altro indugiando a comparire e presentandosi qual'è fra dieci anni
da oggi.
Il bisogno, le tendenze attuali consistono nella ricerca di un
contenuto elevato per l'opera d'arte, e nella profonda convinzione che
in un'opera d'arte la lingua e lo stile siano qualità essenziali e
supreme. Per dire la verità non c'è niente di nuovo in questo bisogno,
in questa tendenza, in questa convinzione, se si eccettua il
significato che loro si dà. Una vera opera d'arte nobilita e sublima
qualunque soggetto: lo stile e la lingua che riescono a rendere
appropriatamente, efficacemente, con luminosa evidenza un dato
soggetto, si scostino pure da modelli, da tradizioni letterarie in
vigore, hanno appunto quelle qualità essenziali e supreme per le quali
non ci dovrebbero essere nè modelli nè tradizioni da imporre. Ma è pur
vero che nella pratica, tolte poche eccezioni, si era da noi arrivati,
qualche anno fa a una deplorevolissima trascuranza e che ora la
reazione è opportuna; e il vederla propugnata da due giovani
d'innegabile ingegno e cultura è soddisfazione che il pubblico
dovrebbe gustare assai più che non mostra, incoraggiando assai più che
non soglia anche i tentativi non interamente riusciti.
Io desidererei però nei giovani scrittori italiani un po' più di
malizia, specialmente col nostro pubblico già disavvezzo, per molte
ragioni, dal puro godimento artistico di un'opera letteraria. E di
questa malizia, che sarebbe anche un pregio non disprezzabile, si
avvantaggerebbe pure la parte commerciale del libro. Cicerone, che non
scriveva romanzi ma lavori filosofici di volgarizzazione, sentiva il
bisogno, come egli si esprime, di rendere _uberiora_ quelle sue
disquisizioni perchè fossero _vendibiliora_. Ma i nostri giovani
scrittori non curano di rendere _uberiora_ le opere loro, e mostrano
anzi una tal quale vanità nel far scorgere che sdegnano di curarsene.
Ma torniamo ai due romanzi _L'Ave_ e _Santamaura_.
*
* *
Leggendo l'_Ave_, di mano in mano che si procede, di mano in mano che
ci si vede svolgere lentamente, pacatamente sotto gli occhi l'azione
semplice ed intima dei tre personaggi (e non aggiungo _principali_,
perchè i due altri che si mescolano un po' negli affari di quelli
appaiono tardi e fuggevolmente) si ha la sensazione di trovarsi
dinanzi a una limpidissima fonte tra rocce muschiose e qua e là
coperte di esili cespi di capelvenere. L'acqua tersa, appena
increspata dalla lieve vena che l'alimenta, invita le labbra a
tuffarsi in essa dando anticipatamente la fresca sensazione del
ristoro offerto; se non che le labbra, avidamente chinate a tuffarsi e
a bere, urtano contro un cristallo protettore, fin allora non lasciato
scorgere dalla sincera trasparenza di esso e dalla limpidezza della
fonte. L'ingannatore cristallo è con così ingegnosa abilità incastrato
fra le rocce; liste di muschio e cespi di capelvenere ne dissimulano
in modo così perfetto i contorni che avrebbero subito rilevato la
inattesa sopercherìa, da far sorridere più che sdegnarsi della
delusione sofferta. E si torna a guardare l'acqua tersa, lievemente
agitata dalla tenue vena alimentatrice; e la sensazione della frescura
e del ristoro tornano ad illudere piacevolmente; e si pensa quanta
cura gentile abbia dovuto indurre a proteggere in quel modo la
limpidità di quell'acqua da qualunque villano intorbidamento.
Non bisogna però avere troppa sete, per non sentire la tentazione di
prendere un sasso e rompere l'invidioso cristallo. La provvida mano
che lo ha lì sovrapposto non ha, si vede, contatto su questo caso; il
quale è appunto (usciamo fuori d'immagine) quello della maggior parte
dei lettori.
Per ciò non mi meraviglio di aver letto e sentito dire a voce che
_L'Ave_ è romanzo noioso, anzi che non è romanzo.
Invece a me sembra romanzo bene architettato, anzi troppo finamente
architettato. Si scorge--e questo è male--che l'autore ne ha pensato e
ripensato a lungo ogni minima parte e la disposizione e il valore da
dare a ognuna di esse in rapporto alle proporzioni di tutto il quadro.
Si scorge che l'autore non ha messo una parola, una frase a caso; che
non ha, forse, anzi certamente, concesso a quelle che a lui sono parse
esteriorità, l'importanza che richiedevano: e che questa sua cura
minuziosa, riflessiva, dalla concezione del soggetto si è naturalmente
riversata su la forma, sul periodo, su gli aggettivi, sul modo di
rendere le scene e il paesaggio, su il dialogo, su tutta l'espressione
di atti e di pensieri dei personaggi, quasi un terrore di eccedere lo
infrenasse e lo turbasse; quasi egli ripetesse a sè stesso, a ogni
riga a ogni pagina: Meglio rimanere di qua, che avventurarsi troppo in
là.
Così gli è avvenuto di non compenetrarsi col fantasma delle sue
creature in modo da sopprimere in esse il segno della sua personalità
di autore; così nei sentimenti, nei pensieri, nei ragionamenti loro,
avviene di sentire spesso qualcosa ricorda il suggeritore delle
compagnie comiche e produce sgradevole impressione. E questo si
avverte maggiormente quando vengono avanti le due figure secondarie
del maestro Capozzi e di sua moglie, nelle quali l'autore non ha
nessun concetto da incarnare. E per ciò esse gli riescono più vive dei
due personaggi principali, Paolo Desilva e il curato don Saverio
Guardi; e per ciò la gentile figura della sorella di questo,
accarezzata con grandi finezze di colorito e di sfumature, risulta la
più bella del romanzo, quantunque faccia difetto pure a lei quel che
si potrebbe dire la spontaneità e la inconsapevolezza della vita.
Ed ecco--voglio darne una prova--il guaio di chi legge con
preoccupazioni di tecnica letteraria. Tutte queste deficienze quasi
volute, tutte queste inesperienze di mestiere sono state appunto per
me le provocatrici di una delizia estetica di cui mi piace ringraziare
pubblicamente l'artista autore dell'_Ave_.
Artista, senza nessun dubbio, e squisito: che troverà subito la via
diritta e larga e vi farà gran cammino, appena riuscirà a sbarazzarsi
di parecchi preconcetti che ora lo impacciano; appena si convincerà
che indarno l'elevatezza della concezione lo attirerà, se poi essa non
arriva a compire il miracolo di nascondersi, di sparire sotto la
densità della forma--l'aspetto esteriore, il suono della voce e il
resto--insomma sotto tutte le accidentalità che, come producono nella
vita reale l'individuo, e lo distinguono assolutamente da qualunque
altra creatura, devono poi, allo stesso modo, elevato nell'atmosfera
ideale dell'arte, rifarlo in guisa da dissimulare quella specie di
tradimento che l'arte fa alla Natura purificandola delle
irragionevolezze e delle miserie provenienti ad essa dall'azione cieca
del caso.
Giorni fa, nello studio di un valoroso scultore osservavo l'opera di
uno scalpellino che riproduce in marmo il gesso ricavato dalla prima
forma di creta; il gesso, caratteristico, vivo, rappresentava un uomo
maturo dal naso piccolo e adunco, con le labbra fine, quasi ironiche,
e con una espressione di risolutezza, di durezza d'animo a cui le
sopracciglia sporgenti e la fronte ampia, dritta e solcata da rughe,
aggiungevano significato. Il marmo, appena in abbozzo, rendeva tutte
le linee e le forme del gesso, ma con qualcosa di addormentato e di
glaciale, quasi che dentro il masso già corressero fremiti di vita, ma
come costretti da sonno, o da paralisi. Guardando fissamente, sembrava
di scorgere in quel marmo una sofferenza. Ed io ricorrevo col pensiero
a talune parti di _Ave_, dove la mano dello artista si è
malaccortamente arrestata nel tradurre in forma viva il vivo concetto
della immaginazione. Quel difetto nell'abozzo dello scarpellino
proveniva dalla mancanza delle minutezze di rilievo e di modellature
non ancora tentate di riprodurre e che erano precisamente quelle che
infondevano la vita nella forma di gesso. Così, nei personaggi di
Paolo Desilva e del curato don Saverio Guardi, si scorge il difetto di
certi particolari minuti, di certe modellature sapienti che
l'artista--e questo un occhio esperto lo vede--ha volontariamente
trascurato, fidando troppo non so se nella propria abilità o nella
sagacità della mente e nella forza d'immaginazione dei suoi lettori.
E per ciò quei due personaggi discutono astrattamente con lo stesso
tono, con lo stesso accento rigido, severo, pieno di formole; e la
loro evoluzione per ciò non interessa molto, o interessa unicamente
per riguardo della dolce creatura di Livia, la sorella del prete; la
quale soffre della loro poca umanità, e questa sua sofferenza timida e
chiusa fa riverberare bagliori di vitalità anche sui suoi
tormentatori, che finiranno con farla morire bestemmiando.
Tutto il dramma si riduce alla strana lotta di reciproche e avverse
influenze del socialista sul prete e del prete sul socialista; lotta
che conduce il socialista a farsi prete e il prete a divenire libero
pensatore e a buttar la sottana alle ortiche.
Paolo Desilva, per un momento ha ceduto al benefico influsso di Livia,
si è sentito rammollire il cuore da un sentimento più naturale che non
siano quelli già destatigli dai teoremi di Carlo Marx. Ma sul punto di
sposare colei che gli ha fatto intravedere un nuovo aspetto della
vita, egli vien ripreso dall'astrazione, dall'utopia.
"Per Livia aveva compreso un tempo il bene d'una sorella; e non gli
era bastato, e aveva voluto e ottenuto di più, tanto da rimeritarla
d'ogni sua più gioiosa speranza.
"Gentil fiore, ignaro della propria dolcezza, egli la porterebbe seco
nel mondo, non più torbido, sereno in virtù di lei, e per lei
benedirebbe un giorno alla vita santificata nelle creature del loro
sangue.
"Così l'amava.
"Ma appunto amandola così, che inesauribile sorgente di forza per il
suo ideale di rinunzia ad essa! Non più un giorno, un'ora di
remissione nel suo intendimento; non un minuto di abbandono e di
riposo, mai più, perchè lo stimolerebbe senza tregua il ricordo che
quel giorno, quell'ora, quel minuto egli l'aveva rapito in un
sacrificio crudele e mirabile alla propria felicità..."
Miglior di lui, Don Saverio; il quale almeno, all'ultimo sente
_bisogno di muoversi, di faticare: è stato troppo sui libri_. E fa un
giro per la parrocchia, dove--rallegriamocene di sfuggita--il
pensatore si lascia un po' vincere la mano dall'artista.
Ma, poco dopo, eccoli tutti e due di fronte, mentre la povera Livia,
che vorrebbe sapere qualcosa, si accosta in punta di piedi, tremando
all'uscio della stanza dove essi stanno per rivelarsi il mistero della
loro mente.
--Non credo più dice il prete.
E Paolo, che ha perduto ogni fede nella scienza e che ha già
dichiarato _solo infallibile il sentimento_, crede che sia un brutto
scherzo, una cosa inverosimile.
Povera Livia!
"Attenendosi al muro, piano piano, ella pervenne nell'oscurità, alla
sua camera, e si lasciò cadere co 'l viso in giù su 'l letto.
"Non più amore, non più fede! Per amore degli altri Saverio non aveva
avuto uno scatto, una minaccia, un rimprovero, una parola in difesa di
lei; per amore di Dio, Paolo l'abbandonava. Ma questo Dio che le
rubava Paolo; ma questo Dio non aveva pietà di lei e ch'ella aveva
pregato con tanta fiducia e tante lagrime, che cos'era?--Era una
menzogna in cui un uomo d'ingegno quale suo fratello, un sacerdote
ardente e puro quale suo fratello non poteva credere più!
"Non più fede e non più amore: la morte."
Eh, no, povera creatura! Dio non c'entra. Dio, quando vuol fare--e fa
spesso, anzi sempre--da artista, non fa mai le cose a mezzo; e le sue
creature soffrono e fanno soffrire, sì, come il tuo Paolo e il tuo Don
Saverio, ma sono creature di carne e di ossa, come Don Saverio e Paolo
non sono riusciti a divenire compiutamente.
In quanto a me, ti dichiaro volentieri, dolce e pietosa creatura, che
la tua semplice apparizione è bastata a compensarmi di quel che non ho
trovato o che ho trovato a metà, in tuo fratello e nel tuo amante.
*
* *
Niente della ben architettata e ben sviluppata orditura di _Ave_ in
_Santamaura_ del Corradini. Ma però qual vivo senso della realtà! E
con quale agilità i suoi personaggi si muovono e gestiscono e parlano
nel momento in cui egli li vede e li mette in azione! In azione? Ho
detto male, se per azione si vuole intendere un ordinato intreccio di
fatti che procedano, si svolgano, si aggroviglino, tornino a spiegarsi
verso uno scopo, verso una catastrofe inevitabile, logica, necessaria,
prodotto totale dei caratteri, delle passioni, delle circostanze,
dell'ambiente. Si vede anzi che questo è stato sfuggito o evitato
dall'autore, scientemente a quel che pare; non saprei dire se per dare
alla sua opera d'arte un atteggiamento di alterigia, quasi di sfida, o
se per un senso di sgomento davanti alla difficoltà che altrimenti
avrebbe dovuto affrontare e superare.
Da ciò il comodo sutterfugio a cui ha dovuto ricorrere per dissimulare
il difetto d'orditura, dividendo in cinque quadri, ognuno col loro
special titolo, il romanzo; presentando le figure a una a una, o
riversando addosso a ciascuna di esse, in certi momenti, un fascio di
luce, con l'artifizio di quei pittori che fanno così risaltare dal
fondo scuro di una tela, anche tra la folla, un dato personaggio,
senza curarsi di giustificare d'onde quella luce provenga.
Questo però non significa che manchi in _Santamaura_ un filo con cui
vengano legate assieme le diverse parti; ma è filo troppo evidente e
non può star in luogo di organismo.
Senza dubbio, l'organismo, o almeno l'embrione di esso, c'era già
nella mente dell'autore. Egli però non ha avuto pazienza di covarlo,
di farlo sviluppare e crescere: ha avuto fretta. La rembrantiana
figura del vecchio umanitario Romolo Pieri, che ha profuso le sue
ricchezze e tutte le energie del cuore e della mente per trasformare
il quasi barbaro villaggetto di Santamaura in un centro di lavoro, di
agiatezza, di intellettualità, e che non piega e non si pente del suo
sacrifizio neppur quando gli si accumulano attorno le rovine della sua
casa e i fantasmi dei morti e dei mal vivi della sua famiglia pur
tanto amata; la livida figura del giovane Mauro, che le utopie del
padre hanno inviato, quasi apostolo, pel mondo, _ad affrettar
l'avvenire_, com'egli dice, _con la parola e con l'opera_, e che
invece gli ritorna a casa misero, corrotto e corruttore di scioperati
e straccioni, attratti attorno a lui dalla forte calamita della
disperazione e dell'odio; la esile e straziante figura di Annunziata,
che vive di rancore, di livore, inaridita internamente per mancanza di
amore, come è ingiallita e mezza distrutta dalla tisi ereditata dalla
madre; e questo squallido, fatale e doloroso fantasma della madre,
Teodula Santa, che si mescola dall'altro mondo, coi ricordi, con gli
effetti della sua opra di rassegnazione mistica, alla vita presente
dei suoi, e che in certi momenti sembra ancora viva, tanto la sua
influenza è tuttavia prepotente: tutte e quattro queste figure egli se
le è dovute veder dinanzi con tale nettezza di contorni, con tale
energia di colorito, che non ha più voluto badare ad altro;
lusingandosi forse che, riuscendo a renderle tali quali si
presentavano alla sua commossa fantasia, egli non avrebbe avuto più
altro da desiderare o da tentare.
E così ha fatto. Invece di un solo gran quadro, ha dipinto cinque
quadri--_Il vecchio umanitario_, _La madre_, _Annunziata_, _Le
vittime_, _Mauro Pieri_--come gli antichi pittori dal soggetto di una
leggenda ricavavano un trittico.
E così facendo, e non potendo intanto ammorzare lo istinto artistico
dell'organismo, ha tentato con ripieghi, con artifizi--abili, sì, ma
pur artifizi--di correggere il difetto.
Il vero romanzo sarebbe stato quello che i tre personaggi, Romolo
Pieri e i suoi due figli, Mauro e Annunziata debbono, ognuno per
proprio conto, ripensare e rimugginare e lumeggiare perchè la loro
esistenza, il loro carattere e gli intimi movimenti del loro cuore,
del loro intelletto vengano giustificati. Il vero romanzo sarebbe
stato quello che i lettori intravedono a sprazzi, a scatti, narrato e
non rappresentato, a traverso la immaginazione di quei tre personaggi:
Santamaura barbara, misera, incolta, sperduta in quella vallata che
l'Arno gonfio e lutulento chiude in un vasto semicerchio, fra rocce,
colli, pendii, brevi piani e burroni profondi; Santamaura che non ha
industrie, nè scuole, nè ospedale, nè società di mutuo soccorso,
stretta dalle tenebre dell'ignoranza, sopraffatta dalla forza del
male; quella Santamaura che Romolo Pieri vede con soddisfazione,
trasformata e che ora "gittando un forte braccio di case, come a
significare una continuazione indefinita al di là del gomito dei
monti, pare avvinghiarsi a questi violentemente:" quella Santamaura
che apparisce a Romolo Pieri, guardante dall'alto delle rocce, "or
dalla roggia distesa dei tetti vibrare fiamme vincenti quelle delle
nubi rossastre, che correvano sovr'essa; or con le sue costruzioni
recenti diffondere una sensazione di freschezza e di chiarezza per
l'aria tetra. E le grandi fabbriche, che le stavano attorno, gli
sembravano cingerla come una cerchia di forti, e dai lor camini
uscivano larghi getti di fumo con maggior veemenza e con maggior
resistenza," talchè "essa, essa soltanto rispondeva con grido
rassicurante al suo gran cuore angosciato, rompeva essa sola con un
fascio di luce le tenebre, che l'accerchiavano."