Da più di un mese questi due romanzi mi si mescolano, con la loro

qualità, col loro contenuto, con la loro forma, così stranamente nel

cervello, che io talvolta non ho saputo più distinguere l'uno

dall'altro, quasi fossero una cosa sola e mi rivolgessero un'uguale

domanda, meglio mi presentassero un uguale problema critico da

risolvere.

Uno dei guai (che nello stesso tempo è un elevato piacere) a cui

difficilmente possono sottrarsi coloro che si occupano d'arte

letteraria, è la perdita della ingenuità e della freschezza che

rendono vive e gioconde le impressioni di un'opera d'arte presso gli

altri lettori.

Coloro che, bene o male producendo, debbono occuparsi non solo del

concetto ma della parte tecnica del loro lavoro, nel leggere un'opera

d'arte altrui si sentono sempre trascinati a passar oltre la pura

sensazione estetica, per vedere in che modo e con quali mezzi essa sia

stata prodotta. Quando poi questa sensazione non risulta efficace,

specialmente se nell'artista che sta loro dinanzi si scorgono elevate

qualità di sentimento e d'immaginazione e padronanza non ordinaria

delle finezze e delle malizie di quel che si può chiamare, senza

vilipenderlo, il mestiere; la curiosità di scoprire per quale intima e

nascosta ragione quell'effetto si è arrestato a metà afferra talmente

l'animo, da far nascere spesso il dubbio se mai questa ricerca della

parte tecnica di un'opera d'arte--e quando essa ha raggiunto il colmo

dell'efficacia producendo il miracolo dell'illusione della vita, e

quando questo miracolo vien prodotto soltanto parzialmente--nasce il

dubbio, se mai quell'impossibilità di ricevere ormai impressioni

libere da qualunque secondo fine non sia poi la cagione che loro

impedisce di percepire, al pari degli altri lettori, il valore di

quelle parti che sembrano _raggiunte_, e l'altro specialmente di

quelle che sembrano non _raggiunte_, come direbbero i pittori.

Per coloro che, buoni o cattivi produttori, si sentono trascinati a

scrutare, leggendo un'opera d'arte, la parte tecnica di essa, c'è

anche un altro pericolo: quello di trascurare l'osservazione

dell'assieme e perdersi dietro l'ammirazione delle parti secondarie;

c'è, inoltre, il pericolo di quel godimento crudele che vien provato

dai medici dinanzi a un organismo malato, quando essi dalle funzioni

alterate o invertite di un organo si veggono inattesamente rivelate

certe sue funzioni che l'equilibrio della salute nascondeva

gelosamente quasi per guarentirne la delicata natura.

Ho chiamato crudele questo godimento perchè proviene dallo studio

della sofferenza altrui, e alletta e invade l'animo in guisa tale, che

la pietà per la sofferenza del malato sparisce, e la malattia assume

anzi un pregio che la fa dichiarare più _bella_ e più interessante

della stessa salute.

Io ho letto questi due romanzi, passando e ripassando per tutte le

diverse sensazioni accennate, e confesso che il godimento crudele di

cui or ora ho parlato non è stato il minore fra i varii miei

godimenti. Per ciò non ho ritegno di aggiungere che li ho letti con

vivissimo interesse, con piacere squisito; che molte parti ne ho

rilette, che parecchie ne ho ripensate e rimuginate dal punto di vista

della tecnica, per via della mia profonda convinzione che l'opera

d'arte è forma soltanto e nient'altro che forma.

La coincidenza che protagonisti dei due romanzi siano due socialisti,

uno più teorico che pratico--Paolo Desilva di _Ave_--l'altro così

invasato dalle sue teoriche, da quasi non scorgere le rovine che la

inconsiderata attuazione di esse produce attorno a sè, specialmente

nella sua famiglia--Romolo Pieri di _Santamaura_;--l'altra coincidenza

che i due scrittori abbiano un uguale culto per la bellezza dello

stile e la purezza della lingua, e che l'uno, il Corradini, possieda

quel che di vibrante, di caldo, d'impetuoso che si vorrebbe vedere,

almeno di quando in quando, nell'Albertazzi; mentre poi in questo

piace e seduce una trasparenza cristallina, una serenità, una eleganza

di atteggiamenti che forse servirebbero ad attenuare la pletora da cui

talvolta vien reso un po' tormentato lo stile dell'altro; la terza

coincidenza che nei due scrittori la parte analitica prenda il

sopravvento su la rappresentativa, e si vegga non si sa se un altero

dispreggio di certi mezzi o malizie del mestiere o se un'inesperienza

facilmente riparabile con lo studio e col farsi la mano a questo

genere di lavori; e finalmente l'evidentissimo sforzo dell'istinto

artistico che cerca di affermare i suoi diritti quasi a dispetto di

certe convinzioni sempre lì pronte a mortificarlo (sforzo che dà, se

non m'inganno, al concetto cardinale dell'opera, un significato

perfettamente opposto a quello che era prima nell'intenzione dei due

autori); tutte queste cose assieme spiegano benissimo la confusione

delle due opere d'arte avvenuta nella mia mente, e il bisogno di

parlare di esse in una volta, quasi di produzioni delle quali non si

possa ragionare spartitamente.

La mia esitanza a renderne conto ai lettori del _Roma_ non ha bisogno

di altre spiegazioni.

Il romanzo dell'Albertazzi ha suscitato, al suo primo apparire, una

polemica per la sfuriata dell'autore contro uno dei suoi critici,

secondo me, inopportuna ed inutile. Ed io accenno a questo incidente

soltanto per dire che suppongo molto giovane l'autore di _Ave_, come

so giovanissimo l'autore di _Santamaura_. Ed entro in questi

particolari che non hanno nessun rapporto col valore della loro opera

d'arte, per dire che fa grandissimo piacere lo scorgere in due giovani

tanta serietà e serenità di culto artistico; fatto che, assieme con

parecchi altri, dimostra che che se ne voglia dire--come si vada

elevando in Italia, e con fisonomia e carattere proprii, la nostra

produzione letteraria.

Certamente questi due giovani (il signor Albertazzi, caso mai, non si

offenda se io lo suppongo tale) arrivano nel momento opportuno;

rappresentano un bisogno, una tendenza, e (se non si tenta di evitare

gli eccessi) anche un pericolo pel nostro romanzo. L'opera loro non

avrebbe avuto non solamente nessun significato ma anche nessuna

efficacia dieci anni fa; e probabilmente le sarebbe mancato l'uno e

l'altro indugiando a comparire e presentandosi qual'è fra dieci anni

da oggi.

Il bisogno, le tendenze attuali consistono nella ricerca di un

contenuto elevato per l'opera d'arte, e nella profonda convinzione che

in un'opera d'arte la lingua e lo stile siano qualità essenziali e

supreme. Per dire la verità non c'è niente di nuovo in questo bisogno,

in questa tendenza, in questa convinzione, se si eccettua il

significato che loro si dà. Una vera opera d'arte nobilita e sublima

qualunque soggetto: lo stile e la lingua che riescono a rendere

appropriatamente, efficacemente, con luminosa evidenza un dato

soggetto, si scostino pure da modelli, da tradizioni letterarie in

vigore, hanno appunto quelle qualità essenziali e supreme per le quali

non ci dovrebbero essere nè modelli nè tradizioni da imporre. Ma è pur

vero che nella pratica, tolte poche eccezioni, si era da noi arrivati,

qualche anno fa a una deplorevolissima trascuranza e che ora la

reazione è opportuna; e il vederla propugnata da due giovani

d'innegabile ingegno e cultura è soddisfazione che il pubblico

dovrebbe gustare assai più che non mostra, incoraggiando assai più che

non soglia anche i tentativi non interamente riusciti.

Io desidererei però nei giovani scrittori italiani un po' più di

malizia, specialmente col nostro pubblico già disavvezzo, per molte

ragioni, dal puro godimento artistico di un'opera letteraria. E di

questa malizia, che sarebbe anche un pregio non disprezzabile, si

avvantaggerebbe pure la parte commerciale del libro. Cicerone, che non

scriveva romanzi ma lavori filosofici di volgarizzazione, sentiva il

bisogno, come egli si esprime, di rendere _uberiora_ quelle sue

disquisizioni perchè fossero _vendibiliora_. Ma i nostri giovani

scrittori non curano di rendere _uberiora_ le opere loro, e mostrano

anzi una tal quale vanità nel far scorgere che sdegnano di curarsene.

Ma torniamo ai due romanzi _L'Ave_ e _Santamaura_.

*

* *

Leggendo l'_Ave_, di mano in mano che si procede, di mano in mano che

ci si vede svolgere lentamente, pacatamente sotto gli occhi l'azione

semplice ed intima dei tre personaggi (e non aggiungo _principali_,

perchè i due altri che si mescolano un po' negli affari di quelli

appaiono tardi e fuggevolmente) si ha la sensazione di trovarsi

dinanzi a una limpidissima fonte tra rocce muschiose e qua e là

coperte di esili cespi di capelvenere. L'acqua tersa, appena

increspata dalla lieve vena che l'alimenta, invita le labbra a

tuffarsi in essa dando anticipatamente la fresca sensazione del

ristoro offerto; se non che le labbra, avidamente chinate a tuffarsi e

a bere, urtano contro un cristallo protettore, fin allora non lasciato

scorgere dalla sincera trasparenza di esso e dalla limpidezza della

fonte. L'ingannatore cristallo è con così ingegnosa abilità incastrato

fra le rocce; liste di muschio e cespi di capelvenere ne dissimulano

in modo così perfetto i contorni che avrebbero subito rilevato la

inattesa sopercherìa, da far sorridere più che sdegnarsi della

delusione sofferta. E si torna a guardare l'acqua tersa, lievemente

agitata dalla tenue vena alimentatrice; e la sensazione della frescura

e del ristoro tornano ad illudere piacevolmente; e si pensa quanta

cura gentile abbia dovuto indurre a proteggere in quel modo la

limpidità di quell'acqua da qualunque villano intorbidamento.

Non bisogna però avere troppa sete, per non sentire la tentazione di

prendere un sasso e rompere l'invidioso cristallo. La provvida mano

che lo ha lì sovrapposto non ha, si vede, contatto su questo caso; il

quale è appunto (usciamo fuori d'immagine) quello della maggior parte

dei lettori.

Per ciò non mi meraviglio di aver letto e sentito dire a voce che

_L'Ave_ è romanzo noioso, anzi che non è romanzo.

Invece a me sembra romanzo bene architettato, anzi troppo finamente

architettato. Si scorge--e questo è male--che l'autore ne ha pensato e

ripensato a lungo ogni minima parte e la disposizione e il valore da

dare a ognuna di esse in rapporto alle proporzioni di tutto il quadro.

Si scorge che l'autore non ha messo una parola, una frase a caso; che

non ha, forse, anzi certamente, concesso a quelle che a lui sono parse

esteriorità, l'importanza che richiedevano: e che questa sua cura

minuziosa, riflessiva, dalla concezione del soggetto si è naturalmente

riversata su la forma, sul periodo, su gli aggettivi, sul modo di

rendere le scene e il paesaggio, su il dialogo, su tutta l'espressione

di atti e di pensieri dei personaggi, quasi un terrore di eccedere lo

infrenasse e lo turbasse; quasi egli ripetesse a sè stesso, a ogni

riga a ogni pagina: Meglio rimanere di qua, che avventurarsi troppo in

là.

Così gli è avvenuto di non compenetrarsi col fantasma delle sue

creature in modo da sopprimere in esse il segno della sua personalità

di autore; così nei sentimenti, nei pensieri, nei ragionamenti loro,

avviene di sentire spesso qualcosa ricorda il suggeritore delle

compagnie comiche e produce sgradevole impressione. E questo si

avverte maggiormente quando vengono avanti le due figure secondarie

del maestro Capozzi e di sua moglie, nelle quali l'autore non ha

nessun concetto da incarnare. E per ciò esse gli riescono più vive dei

due personaggi principali, Paolo Desilva e il curato don Saverio

Guardi; e per ciò la gentile figura della sorella di questo,

accarezzata con grandi finezze di colorito e di sfumature, risulta la

più bella del romanzo, quantunque faccia difetto pure a lei quel che

si potrebbe dire la spontaneità e la inconsapevolezza della vita.

Ed ecco--voglio darne una prova--il guaio di chi legge con

preoccupazioni di tecnica letteraria. Tutte queste deficienze quasi

volute, tutte queste inesperienze di mestiere sono state appunto per

me le provocatrici di una delizia estetica di cui mi piace ringraziare

pubblicamente l'artista autore dell'_Ave_.

Artista, senza nessun dubbio, e squisito: che troverà subito la via

diritta e larga e vi farà gran cammino, appena riuscirà a sbarazzarsi

di parecchi preconcetti che ora lo impacciano; appena si convincerà

che indarno l'elevatezza della concezione lo attirerà, se poi essa non

arriva a compire il miracolo di nascondersi, di sparire sotto la

densità della forma--l'aspetto esteriore, il suono della voce e il

resto--insomma sotto tutte le accidentalità che, come producono nella

vita reale l'individuo, e lo distinguono assolutamente da qualunque

altra creatura, devono poi, allo stesso modo, elevato nell'atmosfera

ideale dell'arte, rifarlo in guisa da dissimulare quella specie di

tradimento che l'arte fa alla Natura purificandola delle

irragionevolezze e delle miserie provenienti ad essa dall'azione cieca

del caso.

Giorni fa, nello studio di un valoroso scultore osservavo l'opera di

uno scalpellino che riproduce in marmo il gesso ricavato dalla prima

forma di creta; il gesso, caratteristico, vivo, rappresentava un uomo

maturo dal naso piccolo e adunco, con le labbra fine, quasi ironiche,

e con una espressione di risolutezza, di durezza d'animo a cui le

sopracciglia sporgenti e la fronte ampia, dritta e solcata da rughe,

aggiungevano significato. Il marmo, appena in abbozzo, rendeva tutte

le linee e le forme del gesso, ma con qualcosa di addormentato e di

glaciale, quasi che dentro il masso già corressero fremiti di vita, ma

come costretti da sonno, o da paralisi. Guardando fissamente, sembrava

di scorgere in quel marmo una sofferenza. Ed io ricorrevo col pensiero

a talune parti di _Ave_, dove la mano dello artista si è

malaccortamente arrestata nel tradurre in forma viva il vivo concetto

della immaginazione. Quel difetto nell'abozzo dello scarpellino

proveniva dalla mancanza delle minutezze di rilievo e di modellature

non ancora tentate di riprodurre e che erano precisamente quelle che

infondevano la vita nella forma di gesso. Così, nei personaggi di

Paolo Desilva e del curato don Saverio Guardi, si scorge il difetto di

certi particolari minuti, di certe modellature sapienti che

l'artista--e questo un occhio esperto lo vede--ha volontariamente

trascurato, fidando troppo non so se nella propria abilità o nella

sagacità della mente e nella forza d'immaginazione dei suoi lettori.

E per ciò quei due personaggi discutono astrattamente con lo stesso

tono, con lo stesso accento rigido, severo, pieno di formole; e la

loro evoluzione per ciò non interessa molto, o interessa unicamente

per riguardo della dolce creatura di Livia, la sorella del prete; la

quale soffre della loro poca umanità, e questa sua sofferenza timida e

chiusa fa riverberare bagliori di vitalità anche sui suoi

tormentatori, che finiranno con farla morire bestemmiando.

Tutto il dramma si riduce alla strana lotta di reciproche e avverse

influenze del socialista sul prete e del prete sul socialista; lotta

che conduce il socialista a farsi prete e il prete a divenire libero

pensatore e a buttar la sottana alle ortiche.

Paolo Desilva, per un momento ha ceduto al benefico influsso di Livia,

si è sentito rammollire il cuore da un sentimento più naturale che non

siano quelli già destatigli dai teoremi di Carlo Marx. Ma sul punto di

sposare colei che gli ha fatto intravedere un nuovo aspetto della

vita, egli vien ripreso dall'astrazione, dall'utopia.

"Per Livia aveva compreso un tempo il bene d'una sorella; e non gli

era bastato, e aveva voluto e ottenuto di più, tanto da rimeritarla

d'ogni sua più gioiosa speranza.

"Gentil fiore, ignaro della propria dolcezza, egli la porterebbe seco

nel mondo, non più torbido, sereno in virtù di lei, e per lei

benedirebbe un giorno alla vita santificata nelle creature del loro

sangue.

"Così l'amava.

"Ma appunto amandola così, che inesauribile sorgente di forza per il

suo ideale di rinunzia ad essa! Non più un giorno, un'ora di

remissione nel suo intendimento; non un minuto di abbandono e di

riposo, mai più, perchè lo stimolerebbe senza tregua il ricordo che

quel giorno, quell'ora, quel minuto egli l'aveva rapito in un

sacrificio crudele e mirabile alla propria felicità..."

Miglior di lui, Don Saverio; il quale almeno, all'ultimo sente

_bisogno di muoversi, di faticare: è stato troppo sui libri_. E fa un

giro per la parrocchia, dove--rallegriamocene di sfuggita--il

pensatore si lascia un po' vincere la mano dall'artista.

Ma, poco dopo, eccoli tutti e due di fronte, mentre la povera Livia,

che vorrebbe sapere qualcosa, si accosta in punta di piedi, tremando

all'uscio della stanza dove essi stanno per rivelarsi il mistero della

loro mente.

--Non credo più dice il prete.

E Paolo, che ha perduto ogni fede nella scienza e che ha già

dichiarato _solo infallibile il sentimento_, crede che sia un brutto

scherzo, una cosa inverosimile.

Povera Livia!

"Attenendosi al muro, piano piano, ella pervenne nell'oscurità, alla

sua camera, e si lasciò cadere co 'l viso in giù su 'l letto.

"Non più amore, non più fede! Per amore degli altri Saverio non aveva

avuto uno scatto, una minaccia, un rimprovero, una parola in difesa di

lei; per amore di Dio, Paolo l'abbandonava. Ma questo Dio che le

rubava Paolo; ma questo Dio non aveva pietà di lei e ch'ella aveva

pregato con tanta fiducia e tante lagrime, che cos'era?--Era una

menzogna in cui un uomo d'ingegno quale suo fratello, un sacerdote

ardente e puro quale suo fratello non poteva credere più!

"Non più fede e non più amore: la morte."

Eh, no, povera creatura! Dio non c'entra. Dio, quando vuol fare--e fa

spesso, anzi sempre--da artista, non fa mai le cose a mezzo; e le sue

creature soffrono e fanno soffrire, sì, come il tuo Paolo e il tuo Don

Saverio, ma sono creature di carne e di ossa, come Don Saverio e Paolo

non sono riusciti a divenire compiutamente.

In quanto a me, ti dichiaro volentieri, dolce e pietosa creatura, che

la tua semplice apparizione è bastata a compensarmi di quel che non ho

trovato o che ho trovato a metà, in tuo fratello e nel tuo amante.

*

* *

Niente della ben architettata e ben sviluppata orditura di _Ave_ in

_Santamaura_ del Corradini. Ma però qual vivo senso della realtà! E

con quale agilità i suoi personaggi si muovono e gestiscono e parlano

nel momento in cui egli li vede e li mette in azione! In azione? Ho

detto male, se per azione si vuole intendere un ordinato intreccio di

fatti che procedano, si svolgano, si aggroviglino, tornino a spiegarsi

verso uno scopo, verso una catastrofe inevitabile, logica, necessaria,

prodotto totale dei caratteri, delle passioni, delle circostanze,

dell'ambiente. Si vede anzi che questo è stato sfuggito o evitato

dall'autore, scientemente a quel che pare; non saprei dire se per dare

alla sua opera d'arte un atteggiamento di alterigia, quasi di sfida, o

se per un senso di sgomento davanti alla difficoltà che altrimenti

avrebbe dovuto affrontare e superare.

Da ciò il comodo sutterfugio a cui ha dovuto ricorrere per dissimulare

il difetto d'orditura, dividendo in cinque quadri, ognuno col loro

special titolo, il romanzo; presentando le figure a una a una, o

riversando addosso a ciascuna di esse, in certi momenti, un fascio di

luce, con l'artifizio di quei pittori che fanno così risaltare dal

fondo scuro di una tela, anche tra la folla, un dato personaggio,

senza curarsi di giustificare d'onde quella luce provenga.

Questo però non significa che manchi in _Santamaura_ un filo con cui

vengano legate assieme le diverse parti; ma è filo troppo evidente e

non può star in luogo di organismo.

Senza dubbio, l'organismo, o almeno l'embrione di esso, c'era già

nella mente dell'autore. Egli però non ha avuto pazienza di covarlo,

di farlo sviluppare e crescere: ha avuto fretta. La rembrantiana

figura del vecchio umanitario Romolo Pieri, che ha profuso le sue

ricchezze e tutte le energie del cuore e della mente per trasformare

il quasi barbaro villaggetto di Santamaura in un centro di lavoro, di

agiatezza, di intellettualità, e che non piega e non si pente del suo

sacrifizio neppur quando gli si accumulano attorno le rovine della sua

casa e i fantasmi dei morti e dei mal vivi della sua famiglia pur

tanto amata; la livida figura del giovane Mauro, che le utopie del

padre hanno inviato, quasi apostolo, pel mondo, _ad affrettar

l'avvenire_, com'egli dice, _con la parola e con l'opera_, e che

invece gli ritorna a casa misero, corrotto e corruttore di scioperati

e straccioni, attratti attorno a lui dalla forte calamita della

disperazione e dell'odio; la esile e straziante figura di Annunziata,

che vive di rancore, di livore, inaridita internamente per mancanza di

amore, come è ingiallita e mezza distrutta dalla tisi ereditata dalla

madre; e questo squallido, fatale e doloroso fantasma della madre,

Teodula Santa, che si mescola dall'altro mondo, coi ricordi, con gli

effetti della sua opra di rassegnazione mistica, alla vita presente

dei suoi, e che in certi momenti sembra ancora viva, tanto la sua

influenza è tuttavia prepotente: tutte e quattro queste figure egli se

le è dovute veder dinanzi con tale nettezza di contorni, con tale

energia di colorito, che non ha più voluto badare ad altro;

lusingandosi forse che, riuscendo a renderle tali quali si

presentavano alla sua commossa fantasia, egli non avrebbe avuto più

altro da desiderare o da tentare.

E così ha fatto. Invece di un solo gran quadro, ha dipinto cinque

quadri--_Il vecchio umanitario_, _La madre_, _Annunziata_, _Le

vittime_, _Mauro Pieri_--come gli antichi pittori dal soggetto di una

leggenda ricavavano un trittico.

E così facendo, e non potendo intanto ammorzare lo istinto artistico

dell'organismo, ha tentato con ripieghi, con artifizi--abili, sì, ma

pur artifizi--di correggere il difetto.

Il vero romanzo sarebbe stato quello che i tre personaggi, Romolo

Pieri e i suoi due figli, Mauro e Annunziata debbono, ognuno per

proprio conto, ripensare e rimugginare e lumeggiare perchè la loro

esistenza, il loro carattere e gli intimi movimenti del loro cuore,

del loro intelletto vengano giustificati. Il vero romanzo sarebbe

stato quello che i lettori intravedono a sprazzi, a scatti, narrato e

non rappresentato, a traverso la immaginazione di quei tre personaggi:

Santamaura barbara, misera, incolta, sperduta in quella vallata che

l'Arno gonfio e lutulento chiude in un vasto semicerchio, fra rocce,

colli, pendii, brevi piani e burroni profondi; Santamaura che non ha

industrie, nè scuole, nè ospedale, nè società di mutuo soccorso,

stretta dalle tenebre dell'ignoranza, sopraffatta dalla forza del

male; quella Santamaura che Romolo Pieri vede con soddisfazione,

trasformata e che ora "gittando un forte braccio di case, come a

significare una continuazione indefinita al di là del gomito dei

monti, pare avvinghiarsi a questi violentemente:" quella Santamaura

che apparisce a Romolo Pieri, guardante dall'alto delle rocce, "or

dalla roggia distesa dei tetti vibrare fiamme vincenti quelle delle

nubi rossastre, che correvano sovr'essa; or con le sue costruzioni

recenti diffondere una sensazione di freschezza e di chiarezza per

l'aria tetra. E le grandi fabbriche, che le stavano attorno, gli

sembravano cingerla come una cerchia di forti, e dai lor camini

uscivano larghi getti di fumo con maggior veemenza e con maggior

resistenza," talchè "essa, essa soltanto rispondeva con grido

rassicurante al suo gran cuore angosciato, rompeva essa sola con un

fascio di luce le tenebre, che l'accerchiavano."

Gli 'ismi' contemporanei · 第 7 / 17 段