in seconda linea. Forse dovremmo riconoscerlo un po' nel carattere
corrotto e complicato di Tullio Hermil, se la derivazione di esso
dall'Andrea Sperelli dello stesso autore non lo giustificasse in
qualche modo. L'influsso però è potentissimo nel personaggio di
Federico, una specie di Levin tolstoiano. Il D'Annunzio, che abusa
delle formole, ne fa un contrapposto al _Christus patiens_ e lo chiama
il _Cristo della gleba_. È infatti un discepolo del Tolstoi, un
apostolo di carità e di lavoro come lui; creazione voluta, eccentrica,
troppo eccezionale e quasi innaturale in Italia. Di origine russa è
anche il personaggio Giovanni Scordio, più simbolo che uomo vero. E
non è forse un po' russeggiante Giuliana, figura poetica di
problematica moralità, di sentimentalità quasi morbosa, come parecchie
di quelle creature di cui si compiacciono tanto volentieri i
romanzieri russi, che probabilmente ne trovano gli originali in una
società dove la civiltà più squisita s'innesta male sul ceppo della
più rozza barbarie?
Il fatto di vedere già relegati questi influssi in seconda linea è di
lietissimo augurio. L'ingegno di Gabriele D'Annunzio è così
promettente e ha dato frutti così fuori dell'ordinario, che il veder
me, tra i suoi più vecchi e sinceri ammiratori, tanto severo con lui
non può recare nessuna meraviglia. Il _Giovanni Episcopo_ e
l'_Innocente_, per qualunque altro scrittore in Italia, sarebbero
opera di gran conto con tutti i difetti notati. Pochi romanzi nostrani
hanno uguale intensità di interesse, di commozione, e uguale ricchezza
di contenuto; pochissimi o nessuno uguali bellezze e diciamo anche
lenocinii di forma. Ma a lui si può chiedere ben altro.
Da lui si può e si deve pretendere finalmente quella sincerità che è
la principal dote di un artista e il più solido pregio di un'opera
d'arte: da lui si può e si deve pretendere che finalmente si mostri
lui, proprio lui, senza maschera, senza influssi estranei, senza
concessioni di sorta alcuna. Egli ha la giovinezza oltre l'ingegno, la
giovinezza che forma da sè sola una forza immensa; ma egli ormai sta
per varcare la soglia della virilità. E il giorno che si affaccerà a
quella soglia con in mano una nuova opera d'arte virile, io vorrei
salutare l'autore compiutamente liberato da quella tabe patologica e
corrotta che ora ispira le sue creazioni, rinnovato a dirittura,
italiano schietto, e degnamente trionfante.
II
E. A. BUTTI--NEERA--L. GUALDO¹
¹ E. A. Butti, _L'Automa_--Neera, _Senio_--L. Gualdo, _Decadenza_.
Il caso di tre romanzieri, due provetti nell'arte e uno esordiente,
che con mezzi diversi, per vie diverse, probabilmente con intenti
diversissimi, si mettano a descrivere lo stesso fenomeno psicologico e
giungano a un'identica conchiusione, è così raro in Italia che bisogna
fermarsi a osservarlo.
Il concetto delle tre opere d'arte delle quali intendo discorrere è
tristamente pessimista. Il Butti, l'esordiente, l'ha espresso nelle
prime righe del suo lavoro, l'_Automa_, con l'enfasi propria della
balda inesperienza giovanile. Egli dice:
"In questo tumultuoso e tragico morir del secolo, che ha in sè con
ardita sintesi raccolte tutte le caratteristiche dell'epoca
contemporanea, nell'opera febrile e vertiginosa di rivoluzione e di
raffinamento, che l'ha con moto sempre crescente esagitato ed
estenuato,--Attilio Valda può ben rappresentare un caso tipico
dell'attuale esaurimento umano, triste documento della nostra immensa
miseria intellettuale."
Quasi la stessa cosa avrebbero potuto dire Neera pel suo protagonista
_Senio Straniero_ e Luigi Gualdo pel suo _Paolo Renaldi_; ma, da
artisti maturi, hanno lasciato che, senza esagerazioni e senza enfasi,
la suggerisse alla mente del lettore la loro opera d'arte.
Nei tre romanzi infatti il cardine della concezione è l'influenza
deleteria della donna su la volontà e sul carattere dell'uomo nella
società contemporanea.
E se i casi d'un romanzo potessero servir di base a una seria
deduzione, il libro di Neera darebbe molto da pensare, non solamente
perchè scritto da una donna, ma perchè porterebbe a conchiudere che
l'influenza della donna su l'uomo ha più efficacia nel male che nel
bene. Alla stessa conchiusione ci conduce il libro del Gualdo, e con
maggiore intensità di impressioni.
*
* *
Attilio Valda, il protagonista del Butti, è un essere fiacco. "Una
faticosa inquietudine modificava senza tregua la spossata impressione
del suo viso e del suo corpo un po' curvo,--_un_'inquietudine morbosa
di nevralgico nel quale _ogni atto si capiva essere_ allo stesso tempo
cosciente e involontario."
Pittore, scrittore, musicista "egli sapeva apprezzare ed intendere;
anche, poteva intravedere la concezione, ma non arrivava mai a
concretarla precisamente in una forma determinata d'arte."
Se questo carattere fiacco incontra sul suo cammino una donna
volgarmente sensuale come la cameriera francese Margot o una non meno
volgarmente capricciosa, come la principessa Lavinia Casàuri, sarà
inevitabile che la sensualità e il capriccio abbiano su lui tanta
presa da ridurlo senza volontà, da farlo muovere e agire quasi fosse
un automa.
Senio, il protagonista del romanzo di Neera, è di origine contadina.
"Nelle sue vene scorreva un sangue rimasto puro nelle aspre lotte del
lavoro, _e nel quale non s'era mischiata nessuna corruzione, nè la
nevrosi avrebbe saputo annidarsi_," "Imbevuto delle novissime teorie
della scienza, Senio tendeva a ordinare la vita secondo un sistema di
assoluto positivismo. Tutto _ciò_ che poteva assomigliare a
fantasticheria romantica, a emozione sentimentale, trovava in lui un
fiero nemico. Gli stessi affetti naturali, che egli non negava,
dovevano subordinarsi a un criterio di utilità incontrastata..." "In
religione, come quasi tutti i suoi amici e contemporanei, aveva
elevato la coscienza al posto della divinità; e la sua era una
coscienza retta ma fredda, disposta a rintracciare il lato utile e
pratico della giustificazione matematica."
"Il solo pensiero di menomare coll'amore quell'insieme di forza che lo
rendeva _fiero_ e indipendente, gli era insoffribile."
C'è di più. Egli pensa: "Perchè amare? L'amore non è necessario nè per
godere, nè per imparare e neppure per beneficare. Egli (Senio) avrebbe
diffuso le sue idee nel mondo, giovando forse a qualcuno, certo a sè
stesso, senza lasciarsi trascinare da nessuna specie di amore. Se
questo era l'origine di tutti i dolori, doveva riuscirne facile
l'allontanamento: un solo nemico _resterebbe_ allora da combattere: il
dolore fisico."
Eppure questo positivo, non solo non s'accorge dell'amore che ha
ispirato a Dina, fanciulla educata dalla sorella di lui e nipote di
una loro vecchia amica; non solo si lascia cogliere da un falso senso
di gelosia e quasi ama una bella signora che lo ama veramente; ma,
dopo ch'egli ha posposto Dina a donna Clara Aldobrandi, donna di un
altro da cui è legalmente divisa, e poi la stessa donna Clara al
proprio freddo egoismo, basta un incidente insignificantissimo perchè
egli si lasci avvolgere, e per non più staccarsene, dai tentacoli di
una piovra volgare che, fattasi sua guarda-malato, riesce a
distruggere in lui coscienza, carattere, avvenire.
Paolo Renaldi, di cui Luigi Gualdo ha scritto la trista decadenza, è
un ambizioso. Passa le notti studiando, oltre le materie proprie della
sua professione di avvocato, tutte le questioni di filosofia, di
storia, di filosofia della storia, di scienze politiche e sociali:
"Nella solitudine, nel silenzio, mille speranze gli facevano battere
il cuore: si metteva talora alla finestra e gli pareva, nel vento
fresco della sera che gli lambiva i capelli, sentir passare come un
soffio di gloria. Guardava il cielo stellato e la strada fangosa, e da
quella altezza (di un quarto piano)--per adesso _una_ ironia--gli
sembrava scorgere una promessa di dominio; gli pareva, con la fervida
e studiosa mente, sovrastare sulla città addormentata."
L'ambizione lo rende calcolatore. Sin dalle prime volte in cui sente
attirarsi dal fascino della signora Silvia Teodori egli pensa "che
l'amore di colei gli sarebbe di potente aiuto nella battaglia futura"
della vita: "l'ebbrezza del trionfo gli avrebbe raddoppiate le forze;
la vanità soddisfatta avrebbe infiammato l'orgoglio. In quel momento
sentiva in sè una grande potenza; gli pareva che le ignote voluttà
alfine conosciute, inciampo per un altro meno forte, sarebbero state a
lui sprone a _giungere_ rapidamente."
Diventato l'amante di Silvia, passate le prime ebbrezze, soddisfatta
la vanità, egli comincia a sentire una sorda irritazione contro colei,
"intravedendo quasi involontariamente ch'ella potrebbe, nell'avvenire,
diventare un impiccio, chiudergli la via sulla quale era risoluto a
non arrestarsi."
Silvia Teodori non è una donna comune. Un po' di mistero ne circonda
la vita, dopo la catastrofe di suo marito condannato per scandali
bancarii e poi rinchiuso in un manicomio. L'amore per Paolo Renaldi la
eleva, la purifica. Le piaceva di saperlo ambizioso, voleva
sorreggerlo sull'ardua via, essergli di aiuto--non mai d'impiccio in
quanto intraprendesse--e, _ciò, lo credeva_ davvero possibile,
_ingenuamente_ illusa... Se un giorno fosse rimasta libera, avrebbe
sposato Paolo... Ma era tanto felice così che questo sogno si
affacciava di rado alla sua mente."
Paolo intanto la sacrifica alla propria ambizione, quantunque sappia
di risospingerla verso una vita di avventure forse incominciata prima
della loro relazione. E sposata, per calcolo, la figlia del senatore
Ronconi non amata e non amante, lanciatosi in mezzo alle agitazioni
della vita politica, giunge fino a credersi guarito da ogni velleità
sensuale. Le concitazioni della politica però abbattono il suo
organismo; le prescrizioni del medico lo spingono ad assaporare la
vita elegante e viziosa delle stazioni di bagni più ricercate. Il caso
gli fa rivedere Silvia... E da quel giorno tutto crolla dentro di lui,
quasi l'edificio morale del suo carattere fosse stato qualcosa di
provvisorio. Da quel giorno, di transazione in transazione,
l'ambizioso, l'orgoglioso Paolo Renaldi precipita verso la catastrofe
della più profonda abiezione.
Isabella Ronconi, moglie onesta e buona, non è riuscita a prendere
alcun potere su lui. Aveva fatto "attivamente, senza tregua tutto
quanto poteva per aiutarlo in tutte le maniere." "Non solo ubbidiva,
ma preveniva, indovinandoli, i desideri del marito. E, sforzandosi di
amarlo, ci riusciva." Paolo, sacrifica anche lei alla propria
ambizione.
"Invano sua moglie inquieta lo esortava a maggior calma. _Più saliva e
più voleva salire_; l'ambizione incominciava a fargli provare le
terribili ebbrezze del giuoco. Nulla di _ciò_ che otteneva
l'accontentava; guardava sempre avanti." E quando ambizione, smania di
gloria, vanità politica, cadono davanti alla riapparizione di una
Silvia molto diversa da quella che lo aveva amato, nella casa dove
Isabella vive con la sua bambina, lottando contro il dissesto
economico prodotto dalle sregolatezze del marito, il ritorno di lui a
intervalli diventa sgradito e penoso per tutti.
*
* *
Delle tre catastrofi, quella di Attilio Valda ispira più compassione
che pietà. Carattere vacuo, intelletto impotente, ci interessa appena
quanto può interessarci un animale. La principessa Lavinia Casàuri
l'ha ripreso, e lo conduce con sè, facendogli dimenticare un amico
carissimo all'ospedale e scancellandogli a un tratto dalla mente tutte
le tardive risoluzioni di mutar vita. "Un presentimento lugubre
l'assalse: egli non avrebbe mai più rivisto l'amico suo: Stefano
sarebbe morto là dentro, _innanzi_ del suo ritorno..." Dove lo portava
mai quel convoglio nella notte? Come vi si trovava egli con quella
donna?
La sua vita era spezzata: il suo futuro _ripiombava nel mistero_!...
Dopo aver già intravisto la salvezza, come _traverso_ a un tenue
velario evanescente, s'era lasciato sopraffare... Ma, qual'era dunque
la causa di _codesta_ sua sciagura? Chi lo aveva perduto così per
l'ultima volta?
"Egli reclinò gli occhi, _brillanti_ di collera e di odio su la donna
addormentata. Esasperato da _codesta_ placida inconscienza, sentì una
_voglia criminosa_ di punire costei, di vendicarsene, d'alzare il
pugno stretto e di _batterlo_ con tutta la sua forza su la sciagurata
fronte di quell'abietta creatura. Ucciderla: ecco il feroce desiderio
che _tutto lo teneva_.
"In quel punto Lavinia si _risvegliò_, alzò gli occhi su di lui, e gli
sorrise.
"Attilio pure sorrise."
E forse sorride anche il lettore.
La catastrofe del _Senio_, contrista con la sua rapida semplicità.
Il dottor Mordini, suo vecchio amico, gli evoca il ricordo di Dina, la
fanciulla educata in casa di lui dalla sorella ora morta, e gli parla
della sua candidatura politica che va a gonfie vele, e lo esorta
calorosamente a lasciare quella femina che lo trascinerà
all'abiezione...
"Stefano parlava ancora ed a Senio, frattanto, passavano delle ombre
negli occhi; un sudore freddo gli invadeva le tempie; tentò due o tre
volte di pronunziare qualche parola, ma non vi riuscì. Il suo bel
volto rivelava le torture di una lotta interna superiore alle _sue_
forze.
"All'ultima frase dell'amico balbettò "pietà" e _come_ Stefano
accennava a continuare, tese le braccia a guisa di un naufrago, d'un
disperato...
Il dottor Mordini si chinò _su di lui_:
"--Parla. Quale _dolente_ segreto mi nascondi? Che devo fare per te?
Io ti salverò; io e tutti quelli che t'amano!
"_Ancora_ le braccia di Senio si protesero nel vuoto, istintivo
appello ad un aiuto sovrumano e dalle sue labbra uscirono quasi
sibilando, due sole parole:
"--L'ho sposata."
Ed è proprio un peccato che a questa scena così viva e così rapida sia
mancata nell'ultima parte del romanzo la proporzionata preparazione!
Appunto pel minuto svolgimento dei fatti e per la sottile analisi di
tutte le sfumature dei sentimenti di Paolo Renaldi, la chiusa del
romanzo del Gualdo, assume una tragica elevazione, e dà un senso di
sgomento.
"In quella loro storia (di Silvia e di lui) non somigliante ad
alcun'altra in quel modo strano nel quale le loro relazioni erano
state riprese, v'era qualcosa che li legava _specialmente_ insieme. I
vincoli che ora li univano, anche a distanza, dopo le molte
separazioni, pareva a lui fossero tanto più forti, e resistenti,
quanto meno stretti.
"Ora avrebbe accettato qualunque compromesso, qualunque dubbio, pur di
rivederla e riaverla; non _ripugnava più a nulla_; quella specie di
avvilimento, derivante da tutto quanto ignorava e sospettava della
vita di lei, non gli avrebbe più ripugnato. Rimpiangeva il tempo in
cui aveva per tante cause sofferto; per umiliazione, per gelosia
celata. Avrebbe di nuovo patito tutto ciò volentieri; tutto, fuorchè
il tormento vano dell'attesa. Attingeva _una_ forza di pazienza
ostinata dalla violenza stessa, continua, del suo desiderio. E
aspettava."
*
* *
Non deve far meraviglia che il pessimismo più apparente si trovi nel più
giovane e nel più inesperto dei tre romanzieri. Enrico Butti non ha
dubbi, non esitanze, e vuol farcelo sapere. Io non riesco a immaginarlo
così precoce da aver potuto studiare di prima mano _l'esaurimento umano_
contemporaneo e la nostra _immensa miseria spirituale_. Me lo immagino
colto, studioso, entusiasta delle idee eccessive, dommatico, come quasi
tutti i giovani che credono di fare in questo modo atto di libertà
intellettuale. Nella dedica del volume alla memoria del padre, egli ha
scritto: "Se avessi altra fede che nella scienza fredda ed essiccatrice,
questa postuma dedica sarebbe assai meno desolata. Ma io so, oggi, di
sacrar l'opera mia--incominciata nell'entusiasmo di presaperla letta e
_riconosciuta_ da te--a un'ombra insussistente, creazione pura della mia
fantasia, a un'ombra, che ha le tue care sembianze e porta il tuo
intemerato nome di gentiluomo--che _pure non sei Tu_ e che non potrà mai
esserlo."
Come non ha un attimo di esitanza intorno al problema dell'immortalità
dell'anima, davanti al quale la vera scienza, da lui qualificata
fredda ed essiccatrice, confessa non aver prove egualmente solide per
affermare o per negare; così egli non esita un momento nell'affermare
che il suo Attilio Valda, il quale non ha nulla di caratteristico e
può rappresentare gli esseri fiacchi e sconclusionati di tutti i
luoghi e di tutti i tempi, sia un caso tipico da riassumere l'attuale
esaurimento umano e l'immensa nostra miseria intellettuale.
A un giovane d'innegabile ingegno e che fa la veglia d'armi letteraria
devesi condonare e perdonare molto riguardo al concetto della sua
opera d'arte. La esperienza lo ammaestrerà; l'osservazione diretta gli
smusserà molti angoli, e la cultura gli farà presto capire che l'arte
più non fa volontariamente dei tipi, ma crea soltanto personaggi vivi
più o meno complessi; gli farà pure capire che sovente un solo punto
della vita d'un uomo può diventare soggetto troppo vasto pel romanzo
moderno.
L'_Automa_, che palesa la felicissima attitudine del suo autore al
genere narrativo, ne svela anche la scarsissima preparazione per quel
che riguarda la lingua e lo stile, ma di questo parlerò poi.
_Senio_ non mi sembra uno dei meglio riusciti lavori di Neera. Vi si
scorge eccessiva sproporzione tra le diverse parti, alcune delle quali
hanno svolgimento superiore alla loro importanza e che sarebbe stato
più opportuno anzi necessario in qualche altra. Molto vi si parla
intorno alle idee e al carattere dei personaggi, specialmente di
quello di Senio; ma i caratteri non risultano dall'azione; e quello di
Senio anzi vien smentito, con inconsapevole ironia, dagli atti di lui.
Positivista teorico, si mostra ingenuo alla prova. Se si voleva
appunto far risaltare questa contraddizione fra la mente e il
sentimento, fra la teorica e la pratica, bisognava trattare il
soggetto in maniera diversa, studiarlo più minutamente. Invece, così
com'è, il romanzo apparisce un po' arbitrario; i personaggi agiscono
in un certo modo perchè all'autore è piaciuto farli agire in tal modo;
e quel che traluce qua e là di veramente umano, nobile o basso che
sia, serve a far scorgere più evidentemente il difetto. L'abilità per
dir così manuale stende una velatura su tutto il quadro e riesce
talvolta a ingannare, ma sempre a discapito dell'arte.
_Decadenza_ del Gualdo, da questo lato, è libro più serio. L'abilità
narrativa dell'autore però, pur mettendo in moto tutte le proprie
forze, mostra un certo riserbo, stavo per dire spregio aristocratico e
proprio fuori posto, per alcuni artifizi. Il romanzo deve raccontare,
è vero, ma deve anche rappresentare. Il Gualdo, in parecchi luoghi
culminanti del suo libro, delinea i caratteri con perfetta maestria,
prepara gli avvenimenti, li conduce, li avvolge, li annoda come può e
sa fare chi conosce le più fine risorse del mestiere; ma quando il
lettore si attende che i personaggi si svincolino dalla tutela
dell'autore e parlino e agiscano fuori dall'immaginazione di lui, da
persone libere e vive, l'autore finge di non accorgersi della
impellente necessità di sparire, di lasciar sole sole quelle sue
creature sotto gli occhi di chi le ha ansiosamente seguite lungo le
molte pagine di preparazione; e continua a narrare fin là dove il
dialogo drammatico vorrebbe sgorgare impetuoso.
Così nella bellissima scena che chiude il capitolo V. all'inatteso
ritorno di Paolo in casa di Silvia; così nella scena del capitolo
seguente, in cui avviene la rottura con Silvia e la partenza di lei;
così in quella che avrebbe potuto riuscire una scena magistrale,
quando Paolo e Silvia si rivedono, dopo molto tempo a Nizza.
"--Ancora?--ella disse--ed anche qui?... Continuò a parlare, ora
cambiando tono, e calmandosi; ora nuovamente agitata, straziata, piena
di _qualche_ passione contenuta--evidentemente in uno stato
anormale.... Quella donna che aveva tanto taciuto e che--lo si
capiva--doveva tacere ancora, _cotesta crisi passata_, era quasi, per
un'ora _fuggitiva_ invasa da un delirio che la costringeva a
parlare...--
E l'autore, resistendo all'impulso che doveva certamente spingerlo a
drammatizzare la scena, riprende con serenità che fa stizza: "Disse,
_tutt'insieme_, le vecchie sofferenze e le nuove, l'agonia lontana
etc. etc..." proprio tutto quel che si sarebbe voluto sentire dalla
stessa bocca di Silvia e direi anche con la sua stessa voce!
Ed ho scritto: finge di non accorgersi, perchè non può giudicarsi
altrimenti. In quelle pagine di racconto che avrebbero dovuto essere
dialogo son notate le più lievi sfumature dell'animo dei personaggi:
il dialogo sembra agitarsi, snodarsi serpentinamente tra le righe
della narrazione; ma l'autore lo infrena, lo impedisce. Egli ricusa di
dare al concetto la sua forma schietta e precisa, quasi per mostrare
che si può ottenere lo stesso effetto, rinunziando a un mezzo stimato
volgare.
Ed a torto, secondo il mio debole parere; perchè l'arte è forma, e il
concetto perde efficacia, riesce dimezzato quando non riceve la forma
che gli spetta e per cui, da cosa astratta, diviene creazione vivente.
*
* *
Il Gualdo non può essere accusato d'inesperienza come il Butti. Per
diversa ragione però il Gualdo e Neera amano togliersi di mano
qualcosa che io paragonerei volentieri a la fionda con cui si scaglia
un sasso più vigorosamente che non col semplice braccio. E qui intendo
parlare di cosa assai meno elevata della mera forma artistica, ma non
meno necessaria ed organica nell'opera d'arte.
Parlare di lingua e di stile vien reputato da pedante. Citando, ho
sottolineato, per darne un saggio, le improprietà, le esitazioni, le
incertezze, che offuscano, diminuiscono il concetto quasi ad ogni
pagina, e spesso lasciano incerti intorno al senso di un periodo,
intorno alle precise intenzioni dell'autore, in tutti e tre i romanzi
di cui ho parlato. Voglio qui aggiungere che fra i tre scrittori, la
donna, Neera, mostra una più agile padronanza dello strumento che
adopra, quantunque abbia meno intendimenti stilistici del Gualdo e del
Butti.
Io non mi sarei fermato un sol momento sur una questione così minuta,
se la scarsa preparazione del Butti, la serena indifferenza del
Gualdo, e la lieta vivacità di Neera non mi avessero confermato nella
convinzione che per noi artisti della parola non esiste in Italia, a
questi lumi di luna, una questione di lingua e di stile: e, se esiste,
essa vien risoluta arbitrariamente e superficialmente quasi non
meritasse che ce ne occupassimo. Pecchiamo un po' tutti, chi più, chi
meno, e io non mi sento tale da poter scagliare una pietra su nessuno:
ma pur troppo convien riconoscere che difficilmente si potrà andare
più in là; pur troppo convien riconoscere che il senso dell'arte nella
lingua si va così stranamente alterando e pervertendo presso di noi,
da far dubitare che un giorno possa rimettersi dalla grande malattia
da cui è afflitto.
Quando non si hanno, come le ha il Gualdo, tante eccellenti qualità di
artista da controbilanciare i difetti della forma: quando non si
hanno, come le ha Neera, tante buone qualità di vivace immaginazione,
di finezza di tocco, da abbagliare la coscienza del lettore, la cosa
diventa assolutamente grave.
E mi sembra tanto più grave quanto più mi vo persuadendo non esser
possibile che la imprecisione e la scorrettezza della parola non si
riversino, per naturale analogia, su la sostanza medesima dell'opera
d'arte. L'esattezza dell'espressione implica uguale esattezza
d'osservazione. Il press'a poco dello stile, implica un consimile
press'a poco nei caratteri, nell'analisi, nella rappresentazione. Al
disorganamento del periodo corrisponde talvolta un uguale
disorganamento della concezione generale. Le conseguenze è inutile
enumerarle; saltano agli occhi di coloro che si interessano dell'arte.
E questo ho voluto dirlo a proposito di due lavori--_Senio_ e
_Decadenza_--che hanno bellezze non comuni e pregi squisiti; che si
leggono con grande interesse e che tentano una rappresentazione della
vita italiana (accenno particolarmente a _Decadenza_ del Gualdo) con
larghezza di linee e con solidità di contenuto da onorare qualunque
scrittore. Ed ho voluto dirlo anche a proposito del primo tentativo di
un giovane assai promettente, quasi rimpianto di uno che ha tentato
anche lui errando spesso, ma cercando sempre di correggersi con
continui sforzi. Mi è parso che il grido d'allarme o la predica, se
così si vuole, potrebbe ricavare da questa circostanza personale
qualche valore, e non morire inascoltata come la solita _vox clamantis
in deserto_. [Blank Page]
III.
ADOLFO ALBERTAZZI--ENRICO CORRADINI ¹
¹ A. Albertazzi, _Ave_; E. Corradini, _Santamaura_.