_Giovanni Episcopo_ parla così; e lungo l'intero lavoro il suo accento

non muta. Racconta casi assai diversi da quelli dell'uffiziale russo

diventato strozzino. Nessuna rassomiglianza può notarsi tra Benigna e

Ginevra, tra il dramma del vigliacco marito di questa e quello più

elevato, più tormentoso del marito di Benigna... Eppure a chi ha letto

_Krotkaïa_ par di sentir narrare un'identica storia. Potenza della

forma! In quel balbutire, in quel vaneggiare, in quel raccontare con

precisione taluni episodii e sorvolare quasi smemoratamente su

d'altri, c'è ben più che il suono della voce e l'accento doloroso del

personaggio; ci sono pure l'atteggiamento, i gesti, il carattere.

Potenza della forma! Essa fa che l'uffiziale russo diventato strozzino

non possa scambiarsi con _Giovanni Episcopo_, perchè sarebbe assurdo,

che un individuo si realizzasse più volte, perchè il tale accento, il

tal suono di voce, il tal gesto sono così essenzialmente d'un

individuo, corrispondono così precisamente al carattere di lui, che

invano tenta di appropriarseli un altro, senza avere l'intenzione di

fargli il verso, di metterlo in caricatura.

Infatti _Giovanni Episcopo_ rifà il verso di quel personaggio e di un

altro similare dello stesso scrittore (del Marmeladoff di _Delitto e

Castigo_) fin nei particolari minuti. Ho già detto che filosofeggia.

"Non avete mai notato? Un uomo, una pianta, una qualunque cosa vi dà

il suo vero aspetto una volta sola, ossia nel momento fugace della

percezione. È come se vi desse la sua verginità." E _vedere_ da per

tutto intorno a voi questo nemico, (il proprio vizio), vederlo con una

lucidità prodigiosa, scoprirne tutte le tracce, indovinarne tutte le

corrosioni, le devastazioni _nascoste! Vedere_, intendete? vedere in

ciascun uomo la sofferenza, e comprendere, comprendere sempre, e avere

una misericordia fraterna per ogni traviato, per ogni addolorato, e

sentire nell'intimo della propria sostanza la voce di questa grande

fraternità umana, e non considerare su la via nessun uomo come uno

sconosciuto.... Intendete? Potete voi intendere _questo in me_, in me

che voi stimate pusillanime e abbietto e quasi idiota?"

No, non possiamo intenderti, povero Giovanni Episcopo, quantunque tu

abbia preso al tuo originale anche il capriccio di mettere in corsivo

certe parole perchè facciano più effetto: non possiamo intenderti,

perchè intendere significa pure giustificare e la falsità non può mai

esser giustificata. Se tu avessi saputo mostrarti schietto e sincero,

avresti parlato altrimenti; più tristamente, più efficacemente forse,

ma da impiegatucolo nostrano, da quell'ubriacone che sei diventato per

sommergere nel vino il sentimento della tua viltà e della tua

abiezione. E quando un benefico raggio penetrava nella tua miseria

morale coll'istinto della paternità, forse ti saresti trasfigurato

davanti ai nostri occhi e saresti parso non un bruto ma un uomo, dove

la tua parola non fosse stata maschera, e il tuo singhiozzo non fosse

suonato in falsetto.

E in questo modo il D'Annunzio ha sciupato la propria creatura che

poteva avere tanta vitalità da essere assolutamente lei e non il

fantasma di un'altra creatura dell'arte! La colpa non consiste

soltanto nella forma, si dilata anche nella sostanza. La

sentimentalità di Giovanni Episcopo non apparisce morbosa, ma anche

contraddittoria. Quel vigliacco, anzi quel vile si esamina troppo,

ragiona troppo; vuol essere non quel che è, ma una specie di simbolo,

vuol essere il _Christus patiens_ profanamente accennato dall'autore.

Bisogna però aggiungere subito che soltanto Gabriele D'Annunzio poteva

fare in Italia il miracolo di creare un'opera d'arte di seconda mano,

e circondarla intanto di così gran fascino nei particolari da far

quasi dimenticare la caduca natura di questa. Io ho insistito sul

confronto per avvalorare la mia proposizione che in arte

l'osservazione diretta è di un'utilità molto dubbia, ove il soffio

creativo della forma non sappia giovarsene per infondervi la vera

vita.

Nell'opera d'arte avviene così: l'intonazione principale determina

fatalmente il resto. Se essa è davvero originale, non importa che

parecchi elementi altrui vengano ad aggregarvisi per affinità; il suo

carattere non muta. Inoltre, come la natura e la vita, un'opera

d'arte, nata di suggestioni, diventa alla sua volta suggestiva. Un

personaggio provoca la creazione d'una serie di personaggi,

svolgimento di qualità rimaste in esso secondarie, elementari; un

episodio, arricchendosi, di un contenuto più vasto e più solido, si

trasforma mirabilmente in soggetto principale; un particolare presso

che insignificante si eleva, con libera vegetazione e con lieta

fioritura, all'altezza di concezione indipendente. E l'ex-uffiziale,

usuraio e innamorato che piange e fantastica e vaneggia davanti al

cadavere di Benigna (Krotkaïa) avrebbe potuto benissimo produrre un

_Giovanni Episcopo_ originalissimo, se i documenti raccolti nella

taverna di Via Alessandrina avessero avuto una vera incubazione

creatrice, o, meglio, se avessero proprio contenuto qualcosa di

speciale, di caratteristico, di personale, capace di suscitarla nella

fantasia dell'artista.

A uno scrittore come Gabriele D'Annunzio queste cose si possono e si

debbono liberamente dire per metterlo in guardia contro sè medesimo;

si possono e si debbono liberamente dire perchè dal suo stesso lavoro

si scorge ch'egli non vive a suo agio in tale stato di soggezione alle

influenze, non d'un'arte, ma di sentimenti e di fantasmi estranei alla

sua natura molle e delicata.

*

* *

L'_Innocente_ rappresenta un grande sforzo dell'autore, per liberare

la propria personalità artistica dalla rete in cui l'hanno avvolta i

romanzieri russi, e mostrarla qual'è. Gli elementi stranieri vi sono

già passati in seconda linea; vi si sente una ripresa dei motivi di

_Piacere_ nel carattere complicato, un po' artifiziale o artifizioso

del personaggio, e qua e là nella forma; ma questo non nuoce; fino i

difetti di un artista possono riuscire in qualche modo simpatici

quando sono davvero suoi.

Tullio Hermil infatti potrebbe dirsi fratello carnale di Andrea

Sperelli. È un corrotto, un raffinato nella corruzione, un artista

della vita. Non incide acque forti, non cesella componimenti poetici

di sapore arcaico, ma prepara, dispone, regola i suoi sentimenti e i

suoi atti in maniera che fruttino al suo alto egoismo i maggiori

benefizii. Ha l'orgoglio e la vanità della sua superiorità

intellettuale, e si stima dispensato dal sottomettersi ai precetti

della morale comune, ai doveri del suo stato.

Sposo a una bella e dolce creatura, l'ha offesa nei modi più crudeli,

senza riguardi, senza ritegni, diventando prima l'amante di due fra le

più intime amiche di lei, poi ostentando la relazione con una nota

peccatrice. Dopo alcuni anni di matrimonio e la nascita di due

bambine, tra Giuliana e lui ogni intima relazione vien rotta. La donna

soffre dignitosamente in silenzio; egli si compiace di quel patto di

fraternità e d'amicizia pura, non tanto perchè esso lo lascia libero,

quanto perchè può formarsene una sensazione impura, traendo dalla

grande rassomiglianza di una sua sorella morta con Giuliana _un acre

sapore d'incesto_.

Niente di spontaneo, niente di semplice in quest'anima supremamente

egoistica. La lontananza dell'amante, lo spinge a riattaccarsi alla

povera creatura, non per un sentimento affettuoso, ma per avidità di

sensazioni strane, complesse, alle quali per poco non aggiunge

attrattive il dubbio che la moglie non fosse rimasta sempre fedele.

E formola assiomi come questo: "La grandezza morale risultando dalla

violenza dei dolori superati; perchè ella avesse occasione d'essere

eroica era necessario ch'ella soffrisse quel che le ho fatto

soffrire." Basta però una letterina dell'amante che lo invita a

raggiungerla in Firenze perchè i suoi propositi di riconciliazione

vengan dispersi nel punto che più sembravano vicini a ottenere quel

resultato. Ed egli lusinga la propria corruzione con una sentenza,

asseverando che il sogno di tutti gli uomini intellettuali sia quello

"di essere costantemente infedeli a una donna costantemente fedele."

Al ritorno, non ha rimorsi. Si meraviglia di sentirsi riafferrato dal

sentimento della riconciliazione. "Ma è possibile? Ma è possibile? Ma

dunque, dopo tutto quel che è accaduto, dopo tutto quel che ho

sofferto, dopo tante colpe, dopo tante vergogne, io posso trovare

nella vita questo sapore! Io posso ancora _sperare_, posso ancora

avere il presentimento d'una felicità!"

Non bisogna lasciarsi ingannare dalle parole. Se il dubbio vago della

fedeltà di Giuliana gli si affaccia alla mente, lo stesso turbamento

sensuale concorre ad oscurargli la coscienza, a rendergliela ottusa.

Egli confessa: "Io pensavo di riconquistare non l'anima sola di

Giuliana, ma anche il corpo; e nella mia ansietà entrava una parte di

orgasmo fisico.... Senza accorgermene, io avevo forse acuito e

corrotto il mio desiderio con le immagini inevitabili generate dal

dubbio; e portavo in me latente quel germe venefico. In fatti, sino

allora in me era parsa predominante la commozione spirituale ed io,

aspettando il gran giorno, m'ero compiaciuto in puri colloquii

fantastici con la donna da cui volevo ottenere il perdono. Ora invece

non tanto _vedevo_ la scena patetica fra me e lei quanto la scena di

voluttà, che doveva esserne conseguenza immediata."

La scena avviene, ma avviene quasi immediatamente la rivelazione d'un

fatto che ne annulla il godimento.

"--Non ti sei accorto che Giuliana è incinta?--gli dice sua madre.

"--Incinta!--egli balbetta.

"Mi si presentò allo spirito la verità brutale, in tutta la sua più

ignobile brutalità. Ella è stata posseduta da un altro.... E una serie

d'imagini fisiche odiose mi si svolse d'avanti gli occhi dell'anima,

che io non potevo serrare. E non furono le immagini di ciò che era

accaduto, ma anche quelle di ciò che doveva necessariamente accadere.

Bisognò anche ch'io vedessi, con una precisione inesorabile, Giuliana

nel futuro (il mio Sogno, la mia Idealità!) difformata da un ventre

enorme, gravida d'un feto adulterino..."

E aggiunge: "Io amavo quella povera creatura anche nella sua impurità.

Tranne quell'impeto subitaneo di collera suscitatomi dalla gelosia

carnale, io non avevo ancora provato contro di lei un senso d'odio o

di rancore o di disdegno. Non m'era balenato alcun pensiero di

vendetta. In vece, io avevo di lei una misericordia profonda. Io

accettavo, fin da principio, tutta la responsabilità della sua caduta.

Un sentimento fiero e generoso mi sollevò, mi esaltò. "Ella ha saputo

chinare il capo sotto i miei colpi, ha saputo soffrire, ha saputo

tacere; mi ha dato l'esempio del coraggio virile dell'abnegazione

eroica. Ora è venuta la mia volta. Io le debbo il contraccambio. Debbo

salvarla ad ogni costo. E questa sollevazione dell'anima, questa cosa

buona, mi veniva da lei."

Ma, ripeto, non bisogna lasciarsi ingannare dalle parole di Tullio

Hermil. Non il suo sentimento, ma la sua carne si ribella, non il suo

sentimento ma i suoi sensi si sottomettono. Dopo aver chiesto a

Giuliana il nome di _quell'uomo_, dopo ch'ella gli ha risposto

soltanto: "T'ho amato sempre, sono stata sempre tua, sconto con

quest'inferno un minuto di debolezza, intendi? _un minuto di

debolezza_... È la verità. Non senti che è la verità?" dopo questo,

che credete voi che avvenga?

"Ancora un attimo lucido; e poi l'effetto d'un impulso cieco,

selvaggio, inarrestabile. Ella cadde sul cuscino rovescia. Le mie

labbra soffocarono il suo grido."

Unicamente l'egoismo della sua carne gli suggerisce d'impedire il

suicidio di Giuliana e gli fa prendere la risoluzione di celare alla

propria famiglia, specialmente a sua madre, il terribile caso;

unicamente quell'egoismo gli fa rivolgere tutto il suo odio verso la

creatura a cui prima vuol interdire la nascita e poi la vita.

Egli tenta di persuadersi e di persuaderci del contrario: "Uno strano

ardore di sacrifizio mi infiammava subitamente, mi spingeva ad

abbracciare la mia croce. La grandezza dell'espiazione mi pareva degna

del mio coraggio." Ma spesso, andando verso la _sorella_ dolorosa per

tentar di consolarla, egli smarriva la via; cercava invece le labbra

di Giuliana. "Ed erano baci prolungati fino alla soffocazione, erano

strette quasi rabbiose, che ci lasciavano più affranti, più tristi,

divisi da un abisso più cupo, avviliti da una macchia di più."

Una cosa però sono le parole, un'altra i fatti. Egli fa un tentativo

per incontrare il supposto seduttore di sua moglie, ma sente quasi un

sollievo quando lo sa lontano, malato di spinite, vicino a morire. E

tornato alla Badiola, dov'è Giuliana e tutta la famiglia, prova di

nuovo un avvicendarsi di fermenti, di inerzie, di crisi

contradittorie, di abbondanza, di aridità. E dubita di sè: "Chi sa!

L'uomo è, sopra tutto, un animale accomodativo. Non c'è turpitudine o

dolore a cui non s'adatti. Può essere che io finisca con un

accomodamento. Chi sa!"

Ed è così. Egli sente per la moglie colpevole una tenerezza infinita,

intanto che gli si vien maturando nella mente il proposito

dell'uccisione del nascituro. E quando questi è nato, l'idea del

delitto diventa di mano in mano più lucida, più insistente, e le

ricerche del mezzo più semplice e più nascosto non cessano un minuto.

Questa ossessione fa tacere ogni altro sentimento, fin la gelosia

della sua carne. E un giorno, come un lampo, un'idea gli passa per la

mente.... "Era il ricordo d'una lettura lontana? Avevo trovato

descritto in qualche libro un caso analogo?¹ O qualcuno, un tempo,

m'aveva narrato quel caso come occorso nella vita reale?"

¹ In una novella del Maupassant?

Si vede che neppur l'odio era capace di suggerirgli qualcosa di suo

proprio! Ed egli accetta il vile suggerimento, prende tutte le

cautele, calcola con indicibile freddezza tutte le possibilità, tutte

le circostanze.

Un anno dopo scrive:

"Andare d'avanti al giudice, dirgli: "Ho commesso un delitto. Quella

povera creatura non sarebbe morta se io non l'avessi uccisa. Io Tullio

Hermil, io stesso l'ho uccisa. Ho premeditato l'assassinio, nella mia

casa. L'ho compiuto con una perfetta lucidità di coscienza,

esattamente, nella massima sicurezza. Poi ho seguitato a vivere col

mio segreto nella mia casa, un anno intero, fino ad oggi. Oggi è

l'anniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi.

"Posso andare d'avanti al giudice, posso parlargli così?

"Non posso nè voglio. La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun

tribunale della terra saprebbe giudicarmi.

"E pure bisogna che io mi accusi, che io mi confessi. Bisogna che io

riveli il mio segreto a qualcuno.

"__A chi?__"

Le trecento settantadue pagine della sua confessione non rivelano però

il lento lavorìo del rimorso, nè questo bisogno dell'accusa. Tullio

Hermil, pur compiacendosi di distrigare l'arruffata matassa delle sue

sensazioni e dei suoi sentimenti, rimane quasi estraneo a tutto quel

che va scrutando nel proprio cuore corrotto.

Si scorge benissimo che egli assapora un nuovo piacere di perversione

riandando il passato. È composto, chiaro, minuzioso, come sarebbe un

narratore di casi altrui; la sua mano non vacilla, la sua voce non è

commossa; il fantasma dell'_Innocente_ non lo turba un solo momento

durante la lunga confessione. Gli avvenimenti gli sfilano dinanzi a

gli occhi della memoria con ordine ammirabile. La sua abitudine di

osservarsi, di studiarsi, di gustare nella vita, durante l'azione,

ogni depravato movimento dell'anima sua, lo sostiene nella dura opera

e lo aiuta a dar colore e rilievo a ogni minimo incidente. Ma non ci

dica: "Bisogna che io mi accusi, che io mi confessi." Non possiamo

credergli su la parola. E questo mi sembra il cardinale difetto del

libro.

Nel _Giovanni Episcopo_ il tentativo di nascondere la personalità

dell'autore dietro quella del personaggio c'è, quantunque mal riuscito

perchè di seconda mano. Chi non è impacciato da ricordi letterari, chi

non guarda tanto pel sottile può venir facilmente illuso da

quell'accento che balbetta dietro i fantasmi fuggenti, da quella

parola che ripete, ritorna indietro, riprende, da quell'immaginazione

che divaga e si turba e si confonde, da quella ragione intermittente

per l'abuso delle bevande alcooliche.

Nell'_Innocente_, per quanto sia visibile l'intento dell'autore,

l'illusione non si produce una sola volta. C'è il fantasma d'un

personaggio, non quello d'un personaggio che prova il bisogno di

confessarsi, di accusarsi. L'artifizio della narrazione in prima

persona, che il D'Annunzio predilige in questi suoi ultimi lavori, non

arriva fino a vincere il lettore. In un punto anche la forma gli

resiste, non si piega alle necessità del soggetto; anche quella forma,

che nelle mani di lui è cera molle, pronta a ricevere qualunque

atteggiamento, s'aggrava, come in questo brano.

Tullio Hermil ha già commesso il delitto. Davanti al morticino il suo

cuore sconvolto si solleva, e sta per lasciargli sfuggir di bocca:

"Sapete voi chi ha ucciso quest'innocente?" Ma un terrore subitaneo

gli agghiaccia il sangue, e gl'irrigidisce la lingua.

Un parosismo febbrile lo fa tremare; i suoi lo conducono via, lo

mettono a letto.

"Il passaggio delle immagini rapide e lucide continuava. Ricordavo,

con terribile intensità di visione, l'agonia del bambino.--Era là

agonizzante, nella culla. Aveva il viso cinereo, d'un colore così

smorto che sui sopraccigli le croste del lattime parevano gialle. Il

suo labbro inferiore depresso non si vedeva più....

"--Su, su, trasportiamo la culla vicino alla finestra, alla luce.

Largo, largo! Il bambino ha bisogno d'aria. Largo!

"Io e mio fratello trasportavamo la culla che pareva una bara. Ma alla

luce lo spettacolo era più atroce: a quella fredda luce candida della

neve diffusa. E mia madre:

"--Ecco muore! Vedete, vedete, muore! Sentite: non ha più polso.

"E il medico:

"--No, no. Respira. Finchè c'è fiato, c'è speranza. Coraggio!

"E introduceva tra le labbra livide del morente un cucchiaino d'etere.

Dopo qualche attimo, il morente riapriva gli occhi, torceva alto le

pupille, metteva un vagito fioco. Avveniva una leggera mutazione nel

suo colore. Le sue narici palpitavano.

"E il medico:

"--Non vedete? Respira. Fino all'ultimo, non bisogna disperare."

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

"E il medico dava un altro cucchiaino d'etere. E l'agonia si

prolungava, e lo strazio si prolungava. Le manine si sollevavano

ancora, le dita si movevano vagamente; tra le palpebre socchiuse le

iridi apparivano e sparivano ritraendosi come due fiorellini

appassiti, come due piccole corolle che si richiudessero flosce

raggrinzandosi.

"Cadeva la sera, innanzi all'agonia dell'Innocente. Su i vetri della

finestra era come un chiarore d'alba; ed era l'alba che saliva dalla

neve in contro alle ombre..."

Abbrevio ancora.

"Un suono indescrivibile, che non era un vagito nè un grido nè un

rantolo, esciva dalla boccuccia quasi cerulea, insieme con un po' di

bava bianchiccia. E mia madre come una pazza si gittava sul

morticino."

Sono quattro pagine di racconto particolareggiato, filato. Il lettore

dimentica che non si tratta d'una scena diretta, ma della visione

interna, della memoria di una scena. Nè vale che Tullio Hermil

aggiunga: "Così rivedevo tutto, a occhi chiusi: aprivo gli occhi, e

rivedevo tutto ancora, con un'intensità incredibile." Bisognava che

qualcosa d'immateriale, d'impalpabile, l'immateriale, l'impalpabile

della visione, si trasfondesse, apparisse nella forma, qualcosa

insomma che rivelasse la visione indiretta di quell'istante.

Allo stesso modo in tutto il romanzo manca l'accento, la nota, la

sfumatura dei ricordi a traverso il sentimento immediato, che è il

bisogno di confessarsi e di accusarsi.

Dirlo non vale; occorreva farlo sentire; occorreva che Gabriele

D'Annunzio s'annullasse nella personalità di Tullio Hermil,

precisamente come nel brano qui sopra citato Tullio Hermil doveva

darci l'impressione della sua allucinazione, non la sensazione della

visione immediata.

Il personaggio di Tullio Hermil è creazione così spontanea della

immaginazione di Gabriele D'Annunzio, che ci vuole un certo sforzo per

accorgersi di questa mancanza. Il fratello carnale di Andrea Sperelli

è così corrotto, è così raffinato nella sua corruzione, è così artista

nella vita; ci son tanti riflessi nella sua personalità della

personalità artistica del D'Annunzio, quale si è a noi rivelata

specialmente nelle poesie, che il difetto si avverte ad intervalli, e

quando più lo scrittore si trascura e si lascia andare. Per esempio in

certe minuzie di osservazione che la commozione avrebbe fatto

dimenticare, come questa: "Soltanto la pulsazione visibile della

carotide nel collo e qualche contrazione convulsiva delle mani davano

indizio di vita;" in certe descrizioni di paesaggio troppo

leziosamente accarezzate, o di particolari secondarii, come quello

delle rondini affaccendate nei loro nidi nella casina di Villalilla o

quello del canto notturno dell'usignuolo alla Badiola, notato e quasi

trascritto in una pagina e mezza¹. Ci son tanti riflessi della

personalità artistica del D'Annunzio in certe sopravvivenze di forme

stilistiche, che diventano una stonatura nella semplicità ora

raggiunta ("un profumo denso e caldo saliva nel sole col _ritmo d'un

alito_; il _parto arboreo_; la _santità_ della luce; il _domo_

ceruleo; il sorriso esiguo che _stilla_ di sotto alle palpebre; la

_gloria_ primaverile; la fronte tenue e pura _come una particola,

sororale_; il sorriso tenue e inestinguibile _dei Lari_; e tanti altri

che non mi ricorrono alla memoria) da produrre lo strano effetto di

far stare in dubbio se parli lui per conto di Tullio Hermil, o se

questi racconti da sè i tristi casi intervenutigli. Certamente

dimentichiamo Tullio Hermil, quando lo vediamo smarrire dietro le

descrizioni del battesimo, o della tumulazione del bambino, fino a

ripetere tutte le circostanze delle due cerimonie e le parole rituali

latine pronunziate dal prete.

¹ Imitazione anzi traduzione di una pagina del Maupassant; cosa

che fa sospettare altre imitazioni e traduzioni non ancora

accertate. L'interpolazione era evidente anche prima che se ne

scoprisse l'origine.

E cito tutto questo per provare al D'Annunzio l'inutilità

dell'osservazione _diretta_ da lui predicata, se essa non riesce a

trasformarsi in fantasma artistico, che è cosa ben diversa. Nel

_Giovanni Episcopo_ per un canto, nell'_Innocente_ per un altro la

trasfigurazione per dir così della realtà, delle note, dei documenti,

non si è potuta avverare, e la sua opera d'arte ne rimane diminuita,

almeno per chi la guarda unicamente come opera d'arte. Giacchè, pei

lettori ordinari e distratti, tanto il _Giovanni Episcopo_ quanto

l'_Innocente_ hanno attrattive di valore elevato, specialmente in

quelle pagine del primo dove il riflesso altrui è meno compenetrato

col materiale proprio dell'autore; in quelle pagine del secondo dove

l'affetto, l'evidenza, la ricchezza del colorito impediscono di

osservare spassionatamente, e lasciano impressione profonda; e di

quest'ultime voglio notare la prima e la seconda riconciliazione di

Tullio con Giuliana, in modo particolare la scena interessantissima e

capitale a Villalilla, e tutte le pagine che seguono alla rivelazione

della colpa di Giuliana e precedono la perpetrazione del delitto su

l'_Innocente_.

Gli 'ismi' contemporanei · 第 5 / 17 段