Il clamoroso successo dei romanzi russi non è provenuto soltanto dai

concetti di crisi di coscienza, di lotte dell'anima, o dalle speciali

visioni della razza dei loro autori, ma dal rigoroso metodo di

osservazione e dalla straordinaria sincerità con cui era adoperato.

Tanto è vero che, passata la prima impressione prodotta

dall'esoticismo, le opere di quei due o tre romanzieri non hanno

perduto niente, son rimasti dei capolavori. Per la stessa ragione

tutta la fungaia degli altri romanzieri russi rivelata dopo è rimasta

in seconda, in terza linea, anche in Francia, non ostante che la

politica si sia mescolata un poco all'entusiasmo letterario. E per la

stessa ragione le imitazioni, i rifacimenti, i riporti in diverso

ambiente di quei concetti e di quei sentimenti non hanno attecchito. A

questi altri romanzieri russi e agli imitatori manca la genialità,

manca la coscienza della forma; non sono veri artisti, non sono

sinceri. Il Gogol, il Tolstoi, il Dostojewscki concepivano anime e

corpi russi, creature vive, e non si curavano di altro. I loro

concetti, i loro sentimenti non riuscivano a manifestarsi senza la

solidità della forma. Il giorno che uno di loro, il Tolstoi, preso da

aberrazione religioso-umanitaria, non ha più creduto sufficiente

quella forma per esprimere il suo pensiero, ha rinunciato al romanzo;

ed ha fatto bene. Tutti coloro che vogliono esprimere puramente un

concetto dovrebbero imitarlo; facciano dei trattati, delle conferenze,

degli opuscoli, delle prediche magari, ma non si servano del romanzo.

La forma, cioè la creatura viva, è assai più complessa del pensiero

astratto. È del tal luogo, del tal tempo; ha troppe relazioni di

eredità, di parentela, di condizioni politiche e sociali; troppe

fatalità di vizii, di virtù, di passioni da poter essere l'espressione

limpida e chiara di un concetto astratto. E quando quella creatura

viva si è impossessata dell'immaginazione dell'artista non si lascia

più guidare o comandare; lei comanda e guida, lei agita, sconvolge,

imbroglia e scioglie a modo suo gli avvenimenti, senza che l'artista

possa disubbidirle, se non vuole venir meno al suo dovere e cessare di

esser tale.

Ora, se un critico fine e arguto come il Lemaitre non ha veduto

chiaramente questo, è assurdo pretendere che abbia a vederlo il

pubblico che non fa il mestiere di lui e dei suoi colleghi, e non ha

obbligo di farlo. Sono anzi costoro che gl'imbrogliano il cervello,

classificando, distinguendo, creando specie e sottospecie, generi e

sotto-generi di romanzo, secondo i concetti più o meno abilmente

trovati e messi in voga dai cercatori di novità, dai propugnatori di

tesi.

Classificando a questo modo, si può andare all'infinito; e si capisce

come un critico, quello prima citato, trovi da far le meraviglie per

l'affermazione del Verga, che si _possa scrivere un romanzo mistico

con una forma naturalistica_. Tutt'al più, egli avrebbe potuto dire

che il Verga non è stato preciso, e che invece di _naturalistica_

avrebbe dovuto dire meglio: _impersonale_. Intendeva appunto dir

questo: e forse l'accusa d'imprecisione è una meticolosità. Il Verga,

che come artista sa il fatto suo, capisce benissimo che un romanziere

ha l'obbligo di dimenticare, di obliterare sè stesso, di vivere la

vita dei suoi personaggi. E se tra essi c'è un mistico, il romanziere

deve sentire e pensare come lui, non ironicamente, non criticamente,

ma con perfetta obbiettività, lasciando responsabile il personaggio di

tutto quel che sente e pensa. In questo senso il romanziere non deve

avere nessuna morale, nessuna religione, nessuna politica sua

particolare, ma penetrarle e intenderle tutte, spassionatamente,

almeno per quanto è possibile. Con questo mezzo soltanto egli potrà

mettere al mondo non fantocci, non manichini vestiti con una o con

un'altra foggia, atteggiati in una o altra maniera, ma creature

libere, viventi nella elevata serenità dell'atmosfera artistica,

veramente ideali, cioè veramente conformi all'idea. Con questo mezzo

soltanto egli non dovrà stillarsi il cervello a proporsi tesi e

risolverle, che è quanto dire tentar di fare opera vana a cui non

basta la stessa scienza; può risolvere casi parziali, perchè ogni

individuo è un mondo a parte, la qual cosa significa tutt'altro che

risolvere una tesi.

I romanzieri di nascita, i vari artisti hanno istintivamente orrore

della tesi. Niente è più mutabile del punto di vista da cui il

pensiero umano, progredendo, guarda una tesi. La pretesa soluzione di

oggi diventerà ridicola o assurda domani. Far dipendere la vitalità

dell'opera d'arte dal valore problematico di una tesi è introdurre

nell'organismo di quella un elemento di corruzione e di morte. Giacchè

la tesi è astrattezza, e per risolverla l'artista dovrà forzare,

falsare la realtà, adattare caratteri, passioni, avvenimenti a uno

scopo prestabilito, fare insomma opera artificiale o artifiziosa, il

rovescio di un'opera d'arte.

I lavori d'arte di questo genere, quando sono produzione di un uomo

d'ingegno, possono abbagliare per un po' di tempo, fare qualche

rumore, ma alla fine svaniscono come ombre e non lasciano rimpianti.

Potranno qualche volta interessare il psicologo, il psichiatra, e

anche i curiosi di stranezze simili a quelle dei decadenti

neo-cristiani.

Il nostro critico giudica così questi neo-cristiani: "Dove trovare in

costoro il sincero sentimento del cristianesimo che rappresentò lo

spostamento dell'ideale umano da qualche cosa d'insito alla vita

stessa in un mondo ultra sensibile? Che vuoto quindi in questa

tendenza letteraria! Il disfacimento dei suoi ideali si può constatare

nell'Huysmans, uno dei più nuovi suoi rappresentanti. Nel suo romanzo

_En route_, in cui è descritta la crisi di un'anima che si rifugia

dalle insidie e dalle suggestioni del mondo entro la fede dei padri,

non si scorge la vittoria di questa nuova direzione contro la quale

tutte le facoltà umane, passionali, carnali del protagonista si

ribellano con una violenza inaudita; e si può dire che quel misticismo

vi rappresenti un dilettevole esercizio retorico, una novità da

_réclame_."

E il critico ha ragione per questa ultima parte: ha torto, chiedendo

la _vittoria della nuova direzione_. Non avrebbe dovuto chiedere altro

all'infuori della più grande sincerità possibile nello studio di quel

caso particolare.

Ed esprimendo il voto, l'augurio per la forma futura del romanzo, egli

non avrebbe dovuto accumulare, nelle poche righe citate da principio,

tante astrattezze e contraddizioni che sono infallibile indizio della

nebulosità e della inconsistenza del suo concetto. Chiamiamo pure

_superbo sogno_ il futuro romanzo. Ogni opera d'arte, su per giù, è un

sogno ad occhi aperti; e, se si vuole, chiamiamolo anche simbolo,

perchè ogni opera d'arte non è la realtà ordinaria, ma la realtà

immaginata, lavorata dalla fantasia, purificata, idealizzata.

Ricordiamoci però che i vocaboli hanno un significato ben definito, e

che l'adoperarli senza le dovute cautele può condurci a conseguenze

funeste.

Il simbolo è opera d'arte primitiva. In esso il concetto, per speciali

condizioni, non ha avuto tempo di condensarsi compiutamente nella

forma; è rimasto trasparente; o, per condizioni ancora più speciali,

si è prestato a divenire trasparente senza sua colpa.

Prendiamo per esempio il mito di Psiche. Nella narrazione di Apuleio,

Psiche non è ancora l'Anima, è una fanciulla come tutte le altre. La

riflessione se ne è impossessata e ne ha cavato fuori qualcosa che

poteva esserci o poteva benissimo adattarvisi; e da allora in poi, la

forma, già inizialmente condensata, si è venuta sempre più sempre più

assottigliando. La fanciulla di Apuleio infatti è divenuta

un'astrazione nel poema del Laprade, cioè lo Spirito umano, che per la

sua curiosità e per la sua smania dell'ignoto, viaggia attraverso la

civiltà, a traverso le religioni, e si adagia finalmente in un

panteismo indefinito. Pare un progresso ed è una decadenza. Non c'è

più la semplice creatura, nè il suo concetto; a traverso la creatura

scorgiamo il concetto, e quel po' che rimane della creatura sminuisce

il concetto.

Prendiamo Prometeo. È dapprima un uomo, o un semideo. Nella trilogia

eschiliana è una specie di gigante profeta. La riflessione vi ha

lavorato attorno ed è già divenuto il pensiero umano in lotta con la

potenza teocratica, con Dio stesso; nè l'essere stato quasi confuso

con Satana è la minore delle sventure che siano capitate a quella

creazione primitiva. Primitiva fino a un certo punto, poichè le

concezioni jeratiche non possono dirsi proprio primitive.

In ogni modo il simbolo è creazione ibrida. Non è assolutamente opera

d'immaginazione, nè assolutamente opera di riflessione. Noi abbiamo

varcato questo punto intermedio; abbiamo dato all'opera d'arte la sua

completa libertà, il suo perfetto organismo. Voler tentare un'opera

d'arte dove l'immaginazione deve per forza creare esseri ibridi, è

impresa di persone che sconoscono la natura dell'opera d'arte.

Se intendiamo dire con questo che l'opera d'arte ha terminato la sua

funzione, diciamolo pure; ma io non so se diremo una verità. Certe

quistioni bisogna lasciarle distrigare all'avvenire.

Restringiamoci al romanzo, che non è poi l'opera d'arte assoluta. Sarà

un _superbo sogno_, dice dunque il nostro critico. E sia. Ma perchè

dovrà vestirsi di una prosa _più nitida del marmo_? Più _fluente di

qualunque reale corrente di acqua_? Più _complessa e più varia dei

cieli notturni_? Io confesso di non arrivare a intendere queste belle

metafore.

Il romanzo, probabilmente, _superbo_ o _umile sogno_, se vorrà e potrà

rimanere romanzo, avrà la prosa che più converrà al suo soggetto.

Questa prosa non esisterà per sè stessa, ma pel soggetto; e sarà tale

da non potersi affatto scindere da esso. Sarà forma nata in un parto

con lui; sarà anzi talmente lui, da impedire che si possa fare

distinzione fra essa e lui.

Il romanzo, probabilmente, se vorrà e potrà rimanere romanzo, non si

metterà a servizio di questa o quell'idea, di questo o quel sistema;

continuerà a sviluppare il suo organismo adoperando sempre meglio il

metodo impersonale, divenendo sempre più nazionale, anzi sempre più

regionale, per dare alle sue creazioni la stessa varietà e ricchezza

delle creazioni della Natura.

E allora non si parlerà più di crisi nè di malattie ma di pienezza di

salute; e i suoi medici potranno andare a riporsi, e i suoi speziali

chiudere bottega.

Tanto, è inutile; neppur volendo, giungeremo ad ammazzarlo con le

discussioni e gli intrugli critici. Ha la pelle dura il nostro amico.

E quando sarà pieno di anni--è giovanissimo ancora--chi sa che

sorpresa sarà capace di farci?

Io ne ho un vago sospetto, e un giorno o l'altro forse lo confiderò in

un orecchio ai miei buoni lettori. Se mi ingannerò, peggio per me.

Infine ho detto sospetto; non ho la pretensione di voler fare il

profeta.

ROMANZI E NOVELLE

I.

GABRIELE D'ANNUNZIO

Un'opera d'arte è un problema di rapporti numerici di cui la scienza

comincia già a intravedere la soluzione. Gli elementi che la

compongono si aggregano nella fantasia dell'artista per l'affinità

elettiva che è in tutte le cose della natura, materiali o spirituali.

Si aggregano non è la parola propria; bisogna dire: si organano.

Attorno a una prima quasi impercettibile sensazione comincia spontanea

la fermentazione creativa, l'assimilazione, lo sviluppo, precisamente

come per gli esseri viventi; e quella sensazione, al pari della

cellula iniziale, domina l'intero processo, stabilisce quasi _a

priori_ la natura, il carattere, l'individualità più o meno notevole

di un'opera d'arte.

Gabriele D'Annunzio è sotto il fascino dei grandi romanzieri russi,

Tolstoi e Dostoïevsky. I suoi recenti lavori, _Giovanni Episcopo_ e

l'_Innocente_ si risentono di quel fascino. C'è tanto e tanto però da

ammirare in essi, che lo studiare come e fin dove l'influsso di quei

romanzieri abbia ora aiutato ora mortificato (più mortificato che

aiutato) le originali qualità dell'ingegno del D'Annunzio, sarà una

non comune maniera di rendere omaggio all'artista valoroso, ancora in

lotta con sè stesso e con le impressioni delle creazioni altrui, e

forse (non paia superbia l'accennarlo) uno spingerlo verso la fine

della sua ben avviata rinnovazione.

Dico questo perchè il D'Annunzio non sembra avere precisa coscienza di

quel che avviene dentro di lui da qualche anno in qua. Nè c'è da

meravigliarsene; la coscienza critica è una cosa molto diversa della

coscienza artistica. Egli confessa infatti il proprio disgusto di

tutta la sua opera passata, che chiama vacua e falsa; e subito

soggiunge che non sente "ancora in sè l'agitazione dell'opera futura

nè la coscienza del nuovo potere." Questo è già molto per un ingegno

come il suo così riccamente dotato dalla natura.

A proposito del _Giovanni Episcopo_, scrive: "La persona del

protagonista era stata da me osservata e studiata con intensa

curiosità due anni innanzi...... Ma il raro materiale raccolto con la

possibile esattezza era rimasto grezzo in alcune pagine di note. Una

sera di gennaio, sfogliando quelle note in un attimo, come nel

bagliore di un lampo, _vidi_ la figura dell'uomo; non la figura

corporea soltanto, ma quella morale, per non so qual comprensiva

intuizione che non mi parve promossa soltanto dal risveglio repentino

d'uno strato della memoria, _ma dal segreto concorso di elementi

psichici non riconoscibili ad alcun lume di analisi immediata_.

(Sottolineo io queste parole.) Mai avevo assistito a un più alto e più

spontaneo miracolo dell'intelligenza, alla perfetta riconstituzione

d'un essere vitale nello spirito d'un artefice repentinamente invaso

dalla forza creatrice."

Ingenuo stupore di fronte a un fenomeno così naturale e così ovvio,

come altrettanto ingenua risulta la formola che egli ne ricava:

_Bisogna studiare gli uomini e le cose_ __direttamente__, _senza

trasposizione alcuna_.

Il suo _Giovanni Episcopo_ e l'_Innocente_ serviranno a dimostrare che

l'osservazione diretta può avere, anzi ha certamente un gran valore

scientifico, ma che in fatto d'arte è di un'utilità molto dubbia.

L'opera d'arte è forma vivente. Le note, le osservazioni, l'analisi

accumulate non bastano per loro stesse a produrla. Quel materiale

disgregato e sminuzzolato dev'essere invaso dalla scintilla creatrice

della forma che agisce casualmente, inconsapevolmente, misteriosamente,

senza che mai a l'artista riesca di dirigerla a piacere.

Le note, le osservazioni possono spesso venir raccolte in occasioni,

in tempi e luoghi diversi, con nessun preconcetto di servirsene per un

determinato lavoro; e il vedere poi in che modo esse si siano fuse,

messe a posto, e abbiano preso talvolta enorme sviluppo, e si siano

rimpicciolite tal'altra, adattandosi mirabilmente alle armoniche

necessità della forma, non è il minore dei piaceri con cui l'artista

vien compensato dei duri travagli della propria creazione.

La facoltà della forma è innata; nessuno studio, nessuna volontà umana

può darcela. Non intendo dire con questo che tale facoltà non abbia

bisogno di educazione; questa stessa educazione ha però qualcosa

d'istintivo, di libero, e mette la sua impronta di originalità anche

nelle forme artistiche più perfezionate. Per ciò noi, a traverso le

diverse opere d'un autore o di diversi autori, possiamo seguire il

cammino d'un genere e notarne il processo di sviluppo; per ciò

possiamo scorgerne i parziali tentativi, i brancolamenti, le

incertezze, fino al compiuto organamento nel capolavoro d'uno

scrittore.

Gli elementi che concorrono all'educazione della facoltà artistica non

sono soltanto elementi d'arte, cioè d'immaginazione, ma di

riflessione: e questi possono benissimo prendere qualche volta il

sopravvento e nuocere all'azione di quegli altri. È il caso che si

osserva presentemente in Gabriele D'Annunzio; lo studiarlo con

attenzione può giovare a tutti quanti corriamo dietro il luminoso

fantasma del romanzo moderno.

*

* *

Da un lustro in qua, l'avvenimento artistico più notevole è senza

dubbio l'invasione del romanzo russo nella letteratura dei popoli

latino-germanici. Mi sembra sciocco chiedere alla politica una facile

spiegazione di questo fatto. Il romanzo russo ha per sè stesso tanto

valore, da dispensarci di cercare fuori delle sue elevate qualità la

ragione del suo gran successo. Suo merito principale è la

straordinaria sincerità.

Essa, unita al sapore esotico dei sentimenti, spiega a bastanza la

fortuna delle opere del Tolstoi e del Dostoïevsky, gli ultimi venuti e

i più poderosi. Alcune righe del Dostoïevsky ci daranno la chiave di

questo affascinante nuovo mondo: "Il russo--egli dice in _Delitto e

Gastigo_--è vasto come la sua patria, terribilmente inclinato a tutto

quel che è fantastico e disordinato. Grande sventura esser vasto senza

un genio particolare!"

Per ciò le creazioni dei romanzieri russi hanno una forte attrattiva

per noi. Vi troviamo anime cupe, tormentate da bisogni ideali;

caratteri rozzi e potenti, che operano con egual forza il bene e il

male; volontà indomite, cuori assetati da strana sentimentalità di

soffrire. Esaminati attentamente, tutti quei personaggi non ci

sembrano in uno stato normale; qualcosa si è rotto nel loro cervello o

non funziona bene. Sono tutti, o quasi tutti, nevrotici esaltati,

gente da consegnarsi nelle mani dello Charcot e del Lombroso; persone

che piangono volentieri, _perchè i loro occhi sono abituati alle

lagrime_ (Dostoïevsky); cuori ai quali ripugnano tutte le ingiustizie

sociali che non trovano spiegazione nel loro troppo semplice cervello;

anime che sembra si sveglino ora al tumulto del mondo e ne rimangano

sbalordite.

Il nostro scetticismo, la nostra corruzione si sentono scossi al loro

contatto. Ma non possiamo compenetrarci con loro; differiscono troppo

da noi. Il pessimismo stesso che pervade la nuova società

latino-germanica è affatto diverso dal pessimismo slavo. Nel nostro ha

parte maggiore la riflessione; in quello il sentimento. Inoltre per

gli scrittori russi l'opera d'arte non è soltanto opera d'arte, ma di

propaganda politica, religiosa, morale, adattata alle circostanze e ai

bisogni della loro nazione. Per noi l'opera d'arte è già diventata

qualcosa d'indipendente, di meno appassionata, più vicina alla

scienza, se si vuole, e quindi più serena; come nella forma è più

concentrata, più limpida, più armonica essendo passata a traverso il

classicismo greco e latino. Tentando di infondere nell'arte nostra la

conturbata sentimentalità russa, noi facciamo opera stolta per più

ragioni. Le togliamo il suo carattere, le impediamo di essere lo

specchio della nostra società, ne facciamo un lavoro di riflessi, un

non senso. E questo, che è grave errore pei tedeschi, gravissimo pei

francesi, diventa enorme per noi italiani che non ci siamo ancora

assimilati tutti gli elementi nuovi di una civiltà altrove più

progredita e che dobbiamo assimilarceli perchè consentanei all'indole

della nostra razza, senza perder niente della nostra schietta

individualità, che chiamerò romana per farmi intendere meglio.

Il D'Annunzio, per inclinazioni particolari del suo ingegno fine,

propenso a sensualità e a passionalità quasi alessandrine, era esposto

più d'ogni altro fra noi al pericolo di lasciarsi sedurre dalle

qualità del romanzo russo; e vi si è infatti abbandonato, trasmodando.

Nel _Giovanni Episcopo_ c'è quasi una ebbrezza del nevrotismo russo,

un'incoscienza che non è senza seduzioni, e nelle quali egli fonde

così le proprie qualità originali con le qualità altrui, del

Dostoïevsky precisamente, che farebbero mal augurare del giovane

romanziere italiano, se non fosse venuto fuori l'_Innocente_ a

tranquillarci e a consolarci.

Nel _Giovanni Episcopo_ non gli son valse a niente le note _raccolte

con la maggiore possibile accuratezza_. Lo spirito artistico che ha

incubato quel materiale non è il suo. Il fatto è dovuto accadergli in

un momento di grave conturbazione della facoltà creatrice. Egli non si

è nemmeno accorto di ricordarsi, piuttosto che di infondere il suo

soffio vitale al personaggio. Se avessi sotto mano quelle note, colui

che egli ha battezzato per _Giovanni Episcopo_ e che dice essere stato

conosciuto dal suo amico Angelo Conti per la prima volta nel gabinetto

d'un medico all'ospedale di San Giacomo; colui ch'egli ha studiato

assieme col Conti e col pittore Marius De Maria in una mortuaria

taverna di via Alessandrina, dove quegli andava ad annegare nel vino i

dolori e le umiliazioni domestiche, oh quanto facilmente potrei

dimostrarlo diverso dal personaggio adombrato dall'arte che

l'influenza russa ha sofisticata! E questa verità come trasparisce

dalle parti del lavoro in cui la rappresentazione della realtà è

riuscita, per naturale impulso sincera, per esempio in quelle pagine

che descrivono la pensione dove serve Ginevra, e l'episodio di Tivoli

dove si decide il destino del povero Episcopo! Pagine ammirabili per

trasparenza di forma, per colorito, per evidenza, pagine veramente sue

e veramente italiane.

Ma in quella notte malaugurata di gennaio, l'artista lasciò

abbagliarsi da un quasi inesplicabile miraggio, inesplicabile per chi

conosce le squisite e preziose qualità del suo ingegno. Egli credette

di vedersi vivo e parlante davanti gli occhi lo strano personaggio

studiato, e l'allucinazione fu così forte da non fargli scorgere che

quel _Giovanni Episcopo_ aveva una fisonomia straniera, un accento

straniero; che il povero impiegatucolo, il vile soggetto della

prepotenza del Wanzer e di Ginevra, balbettava cose imparaticce,

sentimenti non suoi, filosofava, divagava come aveva divagato e

sentito e pensato un altro fantasma artistico da cui erano state

lasciate nell'immaginazione dello scrittore profondissime impronte.

Niente di più eccessivamente russo che quel travedimento di un

_Christus patiens_ nell'anima abbietta trascritta in quelle note della

taverna di via Alessandrina.

--Che ne sai tu?--mi si potrà dire.

Ecco quel che ne so; leggete:

"Ed ora ella è qui, sta bene: m'accosto, la guardo di tratto in

tratto; ma domani? Se la porteranno via. E che farò io allora, solo

solo? Ora ella è qui, in questa camera, sulle tavole del letto; domani

la cassa mortuaria sarà pronta, cassa bianca,... bianca, foderata di

seta di Napoli.... Ma non si tratta di questo. Io passeggio, passeggio

incessantemente: io voglio comprendere. Son già sei ore che voglio e

non riesco a concentrare i miei pensieri sur un sol punto...

Passeggio, passeggio incessantemente, per questo non comprendo....

Via, procediamo con ordine; ecco com'è avvenuto.... Ecco, se voi

volete sapere, cioè se io comincio dal principio.... Io voglio

raccogliere i miei pensieri e non ci riesco.... Ah, ecco i minuti

particolari, i più minuti!... Ricordo, sì, ricordo tutto!...

Aspettate, signori.... Aspettate. Io, s'intende, non le ho detto nulla

della mia beneficenza, al contrario.... Aspettate ancora.... poichè è

necessario che io rimescoli questo fango.... Dicono che il sole

vivifichi l'universo. Il sole si leva, guardate: non è morto

anch'esso? Morti dappertutto. Tutto è morto. Gli uomini sono soli,

circondati di silenzio. Ecco il mondo!... "Uomini, amatevi l'un

l'altro." Chi ha detto questo? Che comandamento è questo? L'orologio

continua a battere, insensibile... Qual orrore! Due ore di mattino. Le

sue scarpine sono lì, che attendono a piè del suo lettuccio. Domani,

quando la porteranno via davvero, che diverrò io?"

Sono frasi scelte qua e là nel famoso monologo del marito di Benigna

(Krotkaïa) monologo che il Dostoïevsky intitola a torto novella

fantastica.

Ed ora leggete quest'altre frasi:

"Bisognerà che io vi racconti tutto, fin dal principio. Tutto fin dal

principio. Come farò? Io non so più nulla, non mi ricordo più di

nulla, veramente. Come farò, signore, come fare? Oh Dio!

Ecco...--Aspettate, vi prego, aspettate. Abbiate pazienza... Mi

ricordo di tutto, di tutto, di tutto. Capite?... Ecco, guardate queste

scarpette".

Gli 'ismi' contemporanei · 第 4 / 17 段