--È creatura viva Claudio Cantelmo? È almeno creatura equilibrata,

sana, da poter dare l'illusione che essa continui nelle pagine del

libro le pagine della vita?

Se l'autore avesse voluto farne un Don Chisciotte dell'ideale

aristocratico, non fiaterei più. Ma questa intenzione satirica non

trasparisce da nessun rigo o mezzo rigo del volume. Il D'Annunzio ha

anzi sfoggiato pel suo protagonista una magniloquenza epica di stile

ammirevole davvero e di cui egli solo è capace; magnificenza troppo

monotona forse, e qua e là un po' bolsa, che fa pensare di tratto in

tratto a la figura della pazza principessa Aldoina Montaga da lui così

ben descritta: "La carne del mento s'increspava su i monili ond'era

cinto il collo. E quella enormità pallida e inerte mi risuscitò

nell'immaginazione non so qual figura sognata di vecchia imperatrice

bizantina, al tempo d'un Niceforo o d'un Basilio, pingue ed ambigua

come un eunuco, distesa in fondo alla sua lettiga di oro".

E tanta magniloquenza il D'Annunzio l'ha sfoggiata appunto perchè gli

è parso di mettersi così all'unisono con la magnificenza della sua

creatura, con la romulea grandiosità dell'ideale di essa.

Dov'è qui il _tipo_? Intendo dire la creatura umana viva, che, se sa

quel che vuole, sappia egualmente come attuare la sua volontà con

mezzi umani, nella società dove il caso l'ha fatta nascere e dove le è

forza di vivere e di agire? Claudio Cantelmo intende forse la società

che lo attornia? Da pensatore idealista, qual vuole mostrarsi, capisce

forse quel che c'è di passeggero, di accidentale in essa? Indovina

forse quale virtù vivificante la pervade intimamente, nascostamente?

Sospetta forse che il dominio di certe forze sfugge alla più forte

volontà umana, e che è assoluta stoltezza soltanto pensar di

infrenarle e regolarle? Quelle, appunto, della generazione. Carlo

Bonaparte e Letizia Ramorino a tutt'altro badavano, procreando, che a

plasmare il prossimo imperatore dei francesi, il rimescolatore della

nuova Europa.

--Il futuro re d'Italia! Il geniale tiranno che dovrà ristorare la

razza italiana ed elevarla "_al più alto splendore di sua bellezza

morale_!"

Ma, se occorrerà pure, cotesto genial tiranno l'istinto della razza

saprà probabilmente cavarlo fuori da qualche ignoto grembo di ben

costituita creatura popolana e infondergli l'anima grande e il

vastissimo intelletto, meglio assai della covatrice artificiale di

Claudio Cantelmo! E lo metterà fuori al momento opportuno, come ha

fatto sempre, e ultimamente fra noi creando Mazzini, Garibaldi,

Cavour, Vittorio Emanuele per altro non meno nobilissimo e santissimo

scopo.

Se queste cose le so io, che non sono idealista e pensatore del

calibro di Claudio Cantelmo, a più forte ragione avrebbe dovuto

saperle lui, se fosse stato davvero _persona viva_.

Mi sono ora espresso a bastanza chiaro, perchè non possa più esser

frainteso allorchè parlo di _persone vive_, e perchè non abbia a

sentirmi attribuire la sciocchezza che unicamente le persone

materiali, esteriori debbano in arte stimarsi vive? Mi pare di sì.

Ed ora eccoci a un ultimo equivoco.

Io le ho detto: l'Arte agonizza perchè la riflessione e la scienza la

uccidono. Non me la son cavata dal mio cervello questa sentenza di

morte. La storia letteraria universale ci dimostra come la riflessione

e la scienza vadano di mano in mano falcidiando le forme artistiche,

peggio che non facesse Tullio Ostilio coi famosi papaveri. Dove sono

più l'epopea e la tragedia? Qualcuno arriva oggi a domandarsi, e in

Francia: Dov'è mai più la commedia?

Lei mi risponde citando la _Renaissance de l'Idealisme_ del

Brunettière, gli studi del visconte De Vogüe intorno allo

spiritualismo del Pasteur e di Claudio Bernard, e _Le réveil de l'Âme_

del Maeterlink. Ma chi le ha mai negato che lo spiritualismo rinasca?

E chi ha osato mai insinuare che non faccia bene a rinascere? Lei sa

benissimo che spiritualista sia io; ne abbiamo ragionato insieme, e a

lungo, mesi fa.

Avrebbe potuto meglio rispondermi: Morta una forma d'arte, ne vien

fuori subito un'altra; non c'è più il poema, ma c'è il romanzo; non

c'è più Shakespeare, nè Molière, nè Goldoni, ma ci sono l'Ibsen e,

meglio, i drammettini del Maeterlink a proposito del quale si è fin

parlato di Shakespeare redivivo.

--_Eh, via, amico mio!_--Mi conceda di ripetere le sue parole.

In quanto poi a quel che resterà o non resterà di certa produzione

letteraria moderna, è meglio lasciar là la profezia. Chi ne può saper

niente? Il futuro è pieno di sorprese. Nessuno degli autori da lei

citati si è mai figurato che tutta la sua produzione o gran parte di

essa arriverà ai lontani nepoti sana e piena di vita; ognuno di loro

si stimerebbe fortunato se uno solo dei suoi romanzi, una sola delle

sue novelle contenesse in sè tanta virtù da conquistare l'immortalità.

E questo può dirsi tanto dei _naturalisti_ quanto degli _idealisti_; e

sa, caro Ojetti, perchè? Perchè l'avvenire è giusto, tardo nel

giudicare talvolta, ma imparziale. Lo avvenire non dirà agli scrittori

che han lavorato per esso (questa illusione è necessaria a tutti

):--Su, fuori la tessera di etichetta. È naturalista lei? È

idealista?--Si occuperà soltanto di vedere se mai qualcuno di loro

abbia o no fatto opera d'arte, indipendentemente di qualunque

filosofia, di qualunque positivismo scientifico, di qualunque concetto

aristocratico e plebeo. E riporrà nel Panteon delle creazioni

immortali soltanto quella che avrà più vigorosamente incarnato

l'ideale concetto dell'opera d'arte.

Terribile cosa, caro Ojetti!

E pensare che Omero e Dante e lo Shakespeare non sapevano niente di

realismo e d'idealismo e d'altri consimili _ismi_! E intanto han messo

al mondo quelle cosettine che si chiamano _Iliade_, _Odissea_,

_Commedia_, _Otello_, _Amleto_, _Re Lear_!

Infine, si ricordi che io ho parlato di agonia non di morte dell'Arte.

C'è ancora molto spazio di tempo per loro giovani pieni di fede e di

buona volontà. All'opra dunque e:

Viscottu, ventu 'mpuppa e barca lesta!

come dice un poeta vernacolo mio concittadino. Lei non dubiterà,

spero, della sincerità di quest'augurio.

LA CRISI DEL ROMANZO

I.

Ragioniamone poichè ne ragionano tanti altri.

Dunque il romanzo moderno è malato, e i dottori che si affollano

attorno al suo letto, e fanno la diagnosi del male da cui è abbattuto

e che ne minaccia l'esistenza, non ci sanno ancora dir niente di

chiaro su la soluzione della crisi.

A dar retta alla gente, questo povero romanzo moderno è una creatura

infermiccia, o uno di quegli organismi facili a prendere ogni

malattia. Dev'essere però anche un organismo molto resistente, se di

tratto in tratto sentiamo dire che ha lasciato il letto, che sta

benissimo e che va pel mondo vispo e allegro, roseo e ringiovanito,

quasi non fosse mai stato malato in vita sua.

Tempo fa aveva avuto un accesso di _romanticismo_; febbre a quaranta

gradi, allucinazioni, delirio!

Un dottore disse:

--È bello e ito! Se gli si potrà somministrare una buona dose di

_naturalismo_ e di _sperimentalismo_, forse, chi sa!...

E quella specie di chinino infatti fece il miracolo.

Il malato non solamente si rimise in salute, ma ingrassò tanto che non

sembrava più lui. Qualcosa però gli si era guastato nel cervello; da

bravo figliuolo, onesto, morigerato e col timore di Dio, che era prima

era diventato assiduo frequentatore di bettole e di donnacce;

sbraitava canzoni oscene, e nelle conversazioni si lasciava scappare

di bocca sconcezze di ogni sorta, senza badare alle ragazze e ai

bambini che si trovavano presenti. Alla fine, bevi, bevi, una sbornia

oggi, un'altra domani, rieccolo all'ospedale, col _delirium tremens_!

--Ben gli stia!--diceva la gente pulita.--Lasciatelo morire; meglio

per lui e per noi.

I dottori intanto volevano sperimentare non so qual nuovo rimedio

trovato allora allora dalla scienza; tentare non nuoce, specialmente

quando il male è assai grave; e tentarono. Iniezioni sottocutanee di

_psicologismo_ in tutte le parti del corpo: non gli rimase un

centimetro di pelle intatta dalle punture della siringa Pravaz. E il

_delirium tremens_ fu vinto.

Il malato uscì dall'ospedale, riprese le sue faccende; ma era così

mutato di carattere da riconoscersi a stento. Non più canzoni oscene,

non più bettole, non più donnacce; aveva un sacro orrore del vino e

delle bibite alcooliche; mostrava un'eccessiva affettazione di vestir

bene, di frequentare l'alta società, misurato nei gesti, gentilissimo

nelle maniere, e un po' ammalinconito. Per cose da nulla si scrutava

dentro, faceva lunghi esami di coscienza; voleva indagare il perchè di

ogni suo sentimento, di ogni suo atto, e farlo sapere a tutti, con

cert'aria dottorale che spingeva la gente a guardarlo in viso.

Dapprima, la novità di vederlo trasformato in quel modo lo aveva reso

interessante; ma, a lungo andare, quei suoi sproloqui, quelle sue

divagazioni divennero insopportabili. Non era cosa naturale. Si capì

che il rimedio lo aveva guarito, sì, del _delirium tremens_, ma gli

aveva inoculato un male peggiore.

Se non era stato molto divertente con le sue sconcezze e con le sue

sbornie, con la prosopopea psicologica era mortale addirittura. E poi,

gonfiava, gonfiava, quasi la siringa Pravaz, assieme col

_psicologismo_, gli avesse introdotto sotto la pelle molt'aria.

Dovevano vederselo, un giorno o l'altro, crepare davanti agli occhi

come una vescica troppo tesa? E lo ricondussero all'ospedale.

Ed è lì ancora, non dico tra la vita e la morte, ma seriamente malato.

I dottori, se sono concordi intorno alla diagnosi dell'attuale

malattia, non vanno punto di accordo intorno al rimedio da

somministrare. Chi propone una cura ricostituente di _idealismo_ o di

_neo-cattolicismo_; chi sciroppi di _simbolismo_ e anche di _lirismo_.

Speriamo che s'intendano finalmente tra loro, e che non accada quel

che dice il proverbio: Mentre i medici si accapigliano, il malato

muore.

*

* *

Una relazione, molto accurata e molto ben fatta, delle varie malattie

del romanzo moderno ho letto in questi giorni in una promettente

rivista napoletana;¹ la conchiusione è questa:

¹ _La rivista contemporanea_, anno 1, N. 1. La crisi del romanzo

di __Raffaele Gioffredi__.

"Dal crudo naturalismo, che già pare definitivamente abbandonato e

dall'idealismo assoluto, contro cui si ribella la coscienza

scientifica dei nostri tempi, pare che l'arte disorientata e pur

imperiosamente necessaria alla vita moderna, si raccolga in

un'atmosfera di superiorità aristocratica. Già in tutta l'arte

contemporanea si osserva la tendenza ad una obbiettivazione sempre

crescente dei suoi fini; non forse dal sentimento che l'arte debba

essere la cultura di ogni elemento di bellezza, debba prolungare

l'intima necessità del sogno, deriva tutta la fortuna di cui gode

presentemente la musica e la poesia che ha temperate le ali dei ritmi

a delle idee musicali?

"E così quando un artista vorrà narrare agli umani, ad alleviare in

loro la stanchezza della vita vissuta, qualche superbo suo sogno,

scriverà un'opera dove tutte le essenze della bellezza saranno

rivelate ad occhi mortali, e vi palpiterà dentro l'eco di un mondo

affascinante, e ne sorgeranno in uno splendore di aurora imagini di

forza, di grazia, di armonia.

"Questo sarà il romanzo dell'avvenire: un poema che si servirà d'una

prosa più nitida del marmo, più fluente di qualunque regale corrente

di acqua, più complessa e più varia dei cieli notturni. Aspettiamone

l'evento."

Aspettiamo pure. Intanto, poichè il malato non ci sente, discutiamo

del suo male.

Ho un'idea un po' stramba e la voglio dire.

Io credo che il preteso malato sia uno di quegli organismi così bene

impostati da poter campar cento anni.

Ha un difetto: dà troppo retta ai consigli dei medici e si rovina la

salute.

Quando i dottori credono che egli abbia la febbre tifoidea del

_romanticismo_, prendono un abbaglio; scambiano per tifoidea una

semplice febbricciuola di crescenza, e rischiano di ammazzarlo con le

loro grosse dosi di _naturalismo_ e di _sperimentalismo_.

Ingrassa, alza il gomito fuor di misura, si perde dietro le donnacce,

parla sboccato? Dio mio! C'è da meravigliarsene? Bisogna pure che la

giovinezza si scapricci e si sfoghi; non si è mai savii a venti anni.

Che _delirium tremens_ ci andate contando! Qualche scossettina di

nervi; eh, via! Passerà. Le persone ragionevoli avrebbero detto così;

ma fate capir questo ai dottori!

--_Psicologismo_ ci vuole! Serietà! Non siamo per niente nel secolo

della scienza positiva!

Ed ecco come l'hanno conciato, povero diavolo!

Ebbene: se lo lasciassimo stare un po' tranquillo? Se gli

permettessimo di seguire liberamente gli impulsi del suo istinto,

della sua natura? Se invece di parlargli di ricostituenti _idealisti_

o _neo-cattolici_, di sciroppi _simbolistico-lirici_, ci risolvessimo

a dirgli:

--Su, caro amico, vivi, agisci come ti pare e piace; mangia quel che

meglio ti garba, quel che più si confà col tuo stomaco, e non dar

ascolto a nessuno? Scommetto che il povero romanzo contemporaneo non

farebbe più guadagnare neppure un soldo ai medici e agli speziali, e

andrebbe attorno sano, bello, vigoroso come madre natura lo ha creato,

con gran piacere di lui e di tutti noialtri.

*

* *

Smettiamo il parlar figurato, ragioniamo seriamente.

Che ha da spartire il romanzo con la filosofia, con la scienza, con la

religione? Dopo la mala prova del _romanzo sperimentale_ escogitato

dallo Zola, avremmo dovuto capirlo.

Già io non credo che lo stesso Zola abbia mai preso sul serio la sua

ricetta. Aveva bisogno di un motto, di una bandiera per mettere in

vista l'opera sua; e, trovatasi tra le mani la _Scienza sperimentale_

di Claudio Bernard, visto l'esempio del Taine che adattava, forzandoli

un po', i criterii delle scienze naturali alle belle arti e alla

letteratura, immaginatosi che un romanzo opera di arte e di scienza

sarebbe stato certamente una bella novità, imbastì in fretta e in

furia la teoria del romanzo sperimentale e la predicò ai quattro

venti.

La novità c'era, senza dubbio, ma non era precisamente quella da lui

bandita; non consisteva nel dimostrare per mezzo della finzione

artistica un principio scientifico, ma piuttosto nell'assimilarsi il

metodo di osservazione, dentro i limiti, s'intende, consentiti

dall'indole e dalla natura dell'opera d'arte; anzi la precisa novità

si riduceva alla coscienza più chiara, più categorica, del dovere

dell'artista di dare al suo lavoro un fondamento di osservazione

diretta e nel lasciare ai fatti, ai caratteri, alle passioni la loro

piena libertà di azione, senza mescolarvi i suoi particolari criterii:

insomma nell'imitare proprio la natura, che mette al mondo le creature

e le abbandona a sè stesse e al giudizio della società.

Tale cosa era avvenuta, da un bel pezzo, nel teatro; lo Shakespeare

aveva praticato quel metodo in modo supremo.

Si trattava in fine di metterlo in pratica anche nel romanzo. Non era

facile. Occorreva un genio per lo meno uguale a quello del gran

tragico inglese, istintivo, incosciente come lui; e la Natura non si

era trovata, chi sa perchè, in caso di crearlo. Ma un'opera di arte ha

più genio di tutti gli artisti presi insieme; e il romanzo, visto che

il suo uomo tardava a comparire, si è risoluto a tentare parecchie

prove parziali, più meno estese, più o meno riuscite, pur di

raggiungere, in un modo o in un altro, il perfezionamento del suo

organismo. E l'ha raggiunto.

Una cosa però è il romanzo, e un'altra i romanzieri; non dobbiamo

confonderli. E non si deve credere che l'organismo di un'opera di arte

sia qualcosa di astratto, perchè ha bisogno, per manifestarsi, di

particolari incarnazioni nelle particolari opere di questo o di

quell'artista. Niente di più reale di questa creduta astrattezza che

dà forma e realtà a migliaia di opere di arte, le quali rappresentano,

come direbbero i metafisici, tutte le possibità di essa, e avranno

ancora molto da fare prima di giungere ad esaurirle.

I romanzieri _naturalisti_ o _sperimentalisti_ che si vogliano dire,

mettevano in atto, esagerandola, come accade sempre, una di queste

_possibilità_, e anche svisandola. Un'opera di pensiero--giacchè la

immaginazione è una forma inferiore del pensiero--non può non

risentire le influenze dell'ambiente in cui viene alla luce. Correvano

i bei tempi del naturalismo scientifico, del positivismo, e sarebbe

stato assurdo pretendere che i romanzieri potessero fare a meno di

servire ai loro lettori pietanze materialiste e positiviste. Ma lo

sbaglio lo commetteva loro, non il Romanzo. Il Romanzo li lasciava

fare perchè ci aveva il suo tornaconto. I romanzieri confondevano il

concetto materialista col metodo positivo: e intanto che essi

commettevano l'imbroglio, il Romanzo però si serviva anche del metodo,

lo metteva in evidenza, lo faceva insensibilmente penetrare nella loro

coscienza; ed essi, non accorgendosi del tiro che veniva lor fatto,

continuavano a ciarlare a tutto spiano di naturalismo di positivismo,

di verismo, di sperimentalismo e simili teoriche, le quali hanno poco

o niente che vedere con l'arte.

In un certo paese di questo mondo, la questione è stata capita

dirittamente; i novellieri e i romanzieri di quel paese non hanno

infatti parlato di naturalismo o di sperimentalismo; e poichè pareva

occorresse che mettessero fuori una bandiera anche loro, per avere un

segno attorno a cui raccogliersi durante la mischia, inalberarono il

vessillo del _verismo_, il quale accennava particolarmente più al

_metodo_ che non alla materia di cui l'arte loro si serviva.

E in quel tale paese c'è stato qualcuno che ha applicato il metodo con

rigore straordinario, raggiungendo quasi di primo acchito il limite

oltre il quale l'opera d'arte, se imprudentemente vi si avventura,

perde la sua caratteristica, diventa qualcosa di ibrido, d'infecondo,

e corre pericolo di rimetterci la pelle.

Ma di quel povero paese e di quel tale _qualcuno_ io non voglio neppur

fiatare, per paura di sentir dire che voglio vantare i tagliatelli di

famiglia.

E poi, non è passata in cosa giudicata che la letteratura narrativa

italiana non conta niente? Siamo noi stessi i primi a proclamarlo dai

tetti; e il voler ora insinuare che essa abbia qualche valore può

sembrare aberrazione. Zitti, dunque!

Il povero romanzo contemporaneo vorrebbe comportarsi da indifferente

con tutte le materie d'arte, materialismo, psicologia, idealismo,

misticismo, neocattolicismo; ma inutilmente egli grida:--Sono Romanzo

e tale voglio restare, unicamente romanzo, unicamente opera

d'arte!--Nessuno gli bada.

Il bello poi è che i critici e il pubblico se la prendono con lui;

quasi che il colpevole sia proprio lui e non i romanzieri mezzi

artisti e mezzi scienziati, esseri neutri che non appartengono per ciò

nè alla scienza nè all'arte; quasi che i critici non abbiano

contribuito e non contribuiscano ogni giorno, dal canto loro, a

ingarbugliare la matassa, a confondere i critici degli artisti e del

pubblico.

Il Romanzo non c'entra per niente in questa baraonda. Egli non

vorrebbe far altro che cavar fuori creature vive da qualunque materia;

metterle al mondo con la stessa varietà, con la stessa prodigalità

della Natura, ma superiori a quelle della Natura, perchè non soggette

alla schiavitù delle contingenze e alla fatalità della morte.

Qualunque sia lo stato sociale, quali che siano i sentimenti, le

passioni, le opinioni politiche, le credenze religiose, le convinzioni

scientifiche dei personaggi, il Romanzo vorrebbe riprodurre non il

meccanismo ma proprio la funzione normale o anormale di quegli

elementi così disparati, nel loro cuore, nella loro mente e quindi nei

loro atti e nella complicazione di questi...

Ma forse lo lasciano liberamente agire?

E in questa opera d'impedire al povero Romanzo ogni naturale

movimento, critica e pubblico sono così accecati, da non capire

neppure gli scherzi che il Romanzo si permette, allucinandoli di tanto

in tanto, facendoli andare in visibilio dietro apparenze di nuove

forme, come è accaduto ultimamente coi romanzi russi.

II.

Bisogna innanzi tutto metter _fuori di causa_ il publico, come dicono

i legali. Egli legge, riceve impressioni, e non discute; o, se

discute, ragiona senza sofistiche sottigliezze di scuole e di metodi,

e sopratutto non confonde mai, o raramente, il concetto con la forma.

Ne abbiamo uno stupendo esempio in Italia.

Nel più bel tempo della nostra letteratura politica, quando la lirica,

la drammatica, il romanzo erano avvisaglie, scaramucce, battaglie

contro la dominazione straniera e l'influenza clericale, appaiono

inattesamente i _Promessi Sposi_. Il pubblico non si cura dei

lombardismi, nè del concetto di rassegnazione cristiana che i critici

vi scoprono; gli basta l'opera d'arte e lascia dire. Il Manzoni

_risciacqua in Arno_ la sua prosa; i critici, chi lo loda, chi gli

rimprovera di aver guastato lo stile del suo romanzo: il pubblico

gusta di più in più l'opera d'arte, e lascia dire. Viene il

Settembrini e scomunica i _Promessi Sposi_ come lavoro reazionario,

appunto quando si gridava da ogni parte: _O Roma, o morte!_ Per

ammazzare qualunque altro romanzo, ci sarebbe voluto meno assai. Il

pubblico sorride alla tirata dell'onesto patriotta, e continua a

leggere i _Promessi Sposi_ e ad ammirarli sempre più.

E quando un altro professore avea messo in un mazzo il Guerrazzi e il

P. Bresciani, cioè il diavolo e l'acquasanta, il pubblico non si era

scandalizzato e gli avea dato ragione. Gliela aveva anzi data

anticipatamente, cominciando a lasciar da parte le _Battaglie di

Benevento_, gli _Assedii di Firenze_, le _Beatrici Cenci_ come armi

già inservibili, da riporre nei musei per gli storici e per gli

archeologi dell'avvenire.

Mettiamo dunque _fuori di causa_ il pubblico.

Ecco là un francese, critico di professione, che vuole spiegarsi il

fenomeno dell'entusiasmo prodotto in Europa dai romanzi russi.

Quel critico è un ingegno sottile, e conosce benissimo la letteratura

romanzesca del suo paese. Infatti egli scorge subito che le crisi di

coscienza, le lotte dell'anima per affrancarsi dall'oppressione dei

pregiudizi e delle convenzioni sociali sono concetti di antica data:

tutta la produzione francese della metà di questo secolo n'è

riboccante, dall'Hugo e dalla Sand al Balzac, al Flaubert e allo Zola.

Egli crede per ciò, e mi servo delle parole della relazione citata,

"che tutto il patrimonio di sentimenti e d'idee, di cui i romanzieri

russi han dato per così dire la rifazione in una _forma nuova_,

passando per più vergini spiriti, arricchitosi di quelle speciali

visioni e concezioni che ogni razza porta nella vita e nella storia, è

parso un mondo affatto originale e diverso da ogni altro".

Ho sottolineato io le parole: _forma nuova_ per notare che il critico

si è ingannato. Neppur quella forma è _nuova_: o meglio non era più

così nuova, come egli immagina, al tempo della sua prima rivelazione

all'Europa. I romanzieri russi, quei due o tre romanzieri russi che

sono davvero grandi artisti, avevano soltanto fatto sviluppare, per

istinto più che per riflessione, il germe della impersonalità

artistica, che è la più alta conquista del romanzo contemporaneo, il

compimento assoluto del suo organismo. Necessità naturale, se mentre i

romanzieri russi la mettevano in pratica senza anticipatamente

discuterla, veniva discussa e messa in pratica nello stesso tempo in

altri paesi di Europa e in Francia specialmente, quantunque per via

indiretta, cioè col pretesto di voler ridurre il romanzo a una specie

di succursale della scienza.

Gli 'ismi' contemporanei · 第 3 / 17 段