Dunque _Idealismo_, e niente _Simbolismo_.

*

* *

E anche niente _Cosmopolitismo_ se lo si ha da intendere come lo

intende lei. L'universalizzarsi dell'arte--non nella forma che è e

deve restare nostra e sarà anzi per il suo tradizionale senso di

_misura_ e per la sua tradizionale nobiltà il segno in cui noi

italiani vinceremo nella ventura giostra mondiale--è un fatto che si è

constatato _dopo_ che si sono viste opere come quelle di Tolstoi, di

Dostojewski, di Maeterlink, di Ibsen, di Björnson, di D'Annunzio, di

Fogazzaro passare i confini di Stato e di lingua, appassionare gli

stranieri più lontani, rivelar loro qualche nuovo significato della

Vita, aiutarli a intendere il senso della Vita, il problema

dell'Anima, a cui nè i contadini di _Malavoglia_, nè i signorotti dei

_Vicerè_, nè i bruti delle _Terre_ avevano mai pensato o potevano mai

pensare.

Invece ella, parlando del Cosmopolitismo in arte, pare che creda che

ognuno dei _Cosmopolitisti_ (questa parola per fortuna non è nè sua nè

mia) quando deve scrivere una pagina o disegnare un quadro o tentare

su la tastiera un accordo, si dica, bevendo prima un bicchierino di

_Kûmmel_ in omaggio ad Hauptmann e accendendo una sottile sigaretta

russa in omaggio a Tolstoi:

--Oh adesso facciamo un'opera cosmopolita!

Ma no, amico mio! La questione non è di forma, non è di adottare

un'allegoria doppia invece di una immagine piana, non è di imitare un

po' i francesi, un po' i russi, un po' i portoghesi, un po' i

norvegesi perchè quel miscuglio piaccia a tutti loro. Con questo

metodo i frati francescani fanno qui in Umbria la _misticanza_, una

insalata fresca arguta e deliziosa che contiene trentatrè erbe

diverse. Ma con questo metodo non si fanno libri, o quadri, o musiche.

Quando invece di guardare fra tre persone presenti ciò che le

distingua le une dalle altre, un baffo più o meno folto o un occhio

strabico o un tic nervoso, si cercherà oltre le loro apparenze quel

che l'anima loro ha di più profondo e quindi di più comune e quindi di

veramente umano (in questo senso io dissi _umano_ là dove voi mi

citate, non nel senso di _pietoso_ o di _socialistico_), allora

scrivendo, si farà un'opera che interesserà e commoverà tutte e tre

quelle persone. Allarghi il conto, e verrà l'arte cosmopolita che le

fa fare il segno della croce.

Certo per ciò è necessario di essere idealisti, di cercar di

sorprendere al di là dell'occhio oscuro o chiaro l'anima, la tenue

timida anima che solo ai credenti si rivela, perchè, se ella si

fermerà all'esterno o anche dei fenomeni psichici farà un macchinismo

e osserverà solo quelli più prettamente legati alla carne, allora

l'opera sarà vana, sarà un permesso di caccia coi tratti

caratteristici dei varii personaggi, non sarà un libro dell'anima.

Ella per _persone vive_ intende quelle mirabilmente disegnate dal

verismo del Verga, ossia persone che siano quelle e non altre e non

confondibili con nessuna altra. E ha ragione. Io (dovrei dir _noi_, ma

mi sembrerebbe anche più orgoglioso e mi contento della mezza misura

d'orgoglio contenuta in quell'_io_) intendo per _persone vive_ non

astrazioni, non nuvole grige e mutevoli a ogni vento, non fantasmi

lividi che spariscono alla luce d'una candela, ma _tipi_ (e qui in un

certo specialissimo senso ella potrebbe--col Guyan e col Brunetière

dire _simboli_) dove ogni uomo ritrovi qualche sentimento, qualche

pensiero suo, dove ogni uomo ritrovi una qualche immagine fraterna,

dove ogni uomo ritrovi l'anima sua compresa come una goccia d'acqua è

compresa nell'infinito mare.

Amico mio, buon amico mio, perchè discutere? Perchè parlar di

D'Annunzio o di Verga, di Eugenio de Castro di Edouard Rod? Ma quando

un libro piace a lei nel suo bello studio arioso fra gli scaffali

eguali ed eleganti e piace a me quaggiù nella mia villetta fiorita di

rose e di lillà, è che ella ed io ci _commuoviamo_, sentiamo o

pensiamo, non guardando persone vive sì ma indifferenti, disegnate

benissimo, scolpite benissimo ma estranee, ma ritrovando invece dentro

quella scrittura, fra quelle righe qualche cosa di noi, qualche cosa

che è in noi come è nelle persone finte dello scrittore, qualche cosa

anzi che è in noi ed è anche nello scrittore. E di tutti i libri

oggettivi, ontologici, positivisti del Verga, dello Zola, del Bourget,

dell'Hervieu, quelle sole pagine sopravviveranno dove, malgrado loro,

per una fatale incosciente trasgressione alle loro teorie

pseudoscientifiche, essi avranno messo un po' d'anima, un po' d'anima

loro. Ho torto?

Questa differenza essenziale, non formale, spiega perchè il Verga

malgrado sia stato tradotto dal Rod non sia stato _compreso_ in

Francia. Al più poteva avere un successo di curiosità come rarità

esotica come siciliano. Il confronto che ella fa fra il successo del

D'Annunzio e l'insuccesso del Verga si ritorce contro di lei, così,

facilmente.

E per lasciar questi due nomi che potrebbero far supporre al pubblico

che ella ed io difendessimo gli amici più che gli autori, guardi il

successo del _Daniele Cortis_ di Antonio Fogazzaro, e me lo spieghi.

Lì non c'è nulla (io non lo trovo nemmeno altrove dove ella lo trova

così prontamente) di questo gergo cosmopolita, di questo aggettivare

convenzionale. Lì son persone di carne e d'ossa, perdio: ma dentro la

carne e dentro l'ossa hanno un'anima profonda come un abisso e come un

sereno.

Lasci agli Stecchetti e alle Argie Sbolenfi la convinzione che l'arte

idealista sia un'accozzaglia di _trionfale, imperiale, ducale,

minerale_. Ella sia con noi, che siamo forse pochi ma siamo nuovi e

giovani e abbiamo davanti a noi tale una via lunga, che ai nostri

occhi ansiosi essa sembra in fondo all'orizzonte confondersi col

cielo.

In quella prefazione del _Trionfo della morte_ lasci un po' stare il

Cenobiarca e il magnanimo Zarathustra e legga in principio

quell'aspirazione a "un ideal libro di prosa moderno che sembrasse

_non imitare ma continuare_ (qui è la differenza fra sua teoria estica

e la mia) la natura, libero dai vincoli della favola, portasse alfine

in sè creata con tutti i mezzi dell'arte letteraria la particolar

vita--sensuale, sentimentale, intellettuale--di un essere umano

collocato nel centro della vita universa".

Ella non guarda e non vuol guardare che a riprodurre la vita; per noi

l'arte è una vita superiore, è un eccesso di vitalità e di gioia

cosciente (adesso è nientemeno Alfredo Fouillée che parla); a noi

l'arte deve dare la coscienza di un massimo di energia con un minimo

di sforzo ma non nella nostra sensibilità soltanto ma anche nella

nostra intelligenza e nella nostra volontà. Questo, la natura e tanto

meno l'imitazione della natura non ci sa dare.

L'arte agonizza? E la scienza positiva l'ha ferita a morte? Ma dove?

Ma come? Ma la scienza positiva sta troppo _giù_ per giungere a ferire

fino a _lassù_. E in questi giorni in cui Ferdinando Brunetière mostra

in un discorso mirabile _La Renaissance dell'Idéalisme_, in questi

giorni in cui Melchior de Vogue studia lo spiritualismo di Pasteur e

di Claude Bernard, in questi giorni in cui lo Zola, il vostro Zola

pubblica _Rome_, in questi giorni in cui Maeterlink mostra ansioso _Le

Réveil de l'Ave_, ella mi annuncia che l'arte agonizza? Eh via, amico

mio!

E allora perchè ella ci promette _Il marchese di Roccaverdina_ e Verga

il terzo volume dei _Vinti_? Parleranno da oltre tomba, loro due, se è

lecito.

*

* *

Credo che, dopo questa difesa, mi sia inutile dire che non certo le

parlo della presente letteratura d'Italia "con una modestia che

confina col disprezzo." Sono parole sue, nel primo articolo.

Ma però due piccole spine mi voglio levare dalle mani due spine che

senza sangue mi si son confitte nella pelle cercando gli sterpi fra i

fiori delle sue tre critiche.

La prima spina sta nella frase: "Tutto questo l'Ojetti, lo sa meglio

di me, ma non ha voluto tenerne conto... Scriveva per una rivista

francese..." Scusi, scusi, amico mio; ma in Italia o in Francia io

scrivo solo quello che penso; e a Venezia ho detto su l'inesistenza di

una comune anima italiana e su la divisione morale e intellettuale che

è fra le razze italiane e su la turpe invasione della piccola politica

in ogni più sana terra d'Italia, cose che stimo vere e che domani

scriverei in Francia con le stesse ardenti parole.

E la seconda spina sta nella frase: "Io accetto il cosmopolitismo

perchè voglio essere del mio tempo, perchè sono giovane."--E anche

questa spina punge la mia sincerità e me la tolgo e la gitto via. Io

constato il cosmopolitismo non lo difendo; io difendo solo l'idealismo

e non perchè sia di moda, ma perchè risponde meglio al concetto che

dell'arte mi son fatto dopo aver molto studiato e libri e pitture e

musiche e filosofie. E, se sbagliassi, a tutto ella dovrà dare la

colpa del mio errore, meno che alla mia sincerità, o (errore

accettissimo!) alla mia gioventù! Se la frase "Mi vanto d'esser

giovane" non chiudesse un nonsenso, sarebbe davvero da gridarla ai

quattro venti a testa alta, vedendo quel che i vecchi hanno fatto

della patria.

E qui vorrei mostrarle la terza spina, ma non mi punge e la lascio

dov'è. Sa che intendo? Quell'idea di riunire l'_internazionale_ cui

aspira il socialismo, all'arte cosmopolita cui molti scrittori

aspirano. E se fosse? Certo è che _on n'etouffe pas le feu avec de la

paille_.

A lei sarebbe dispiaciuto che io non avessi chiusa la mia difesa con

un po' di francese.

Una stretta di mano sinceramente affettuosa dal suo

San Giacomo di Spoleto, 13 maggio 1896.

__Ugo Ojetti.__

Ah, caro Ojetti! Dopo la sua risposta, io credo di avere più ragione

di prima.

La sua difesa poggia tutta sopra tre o quattro equivoci.

_Cosmopolitismo_ no (la prego di credere che questa parola non l'ho

coniata io; si trova nei vocabolari della lingua italiana);

_Simbolismo_, no; parola che, secondo lei, ha troppi sensi e tutti

falsi. _Idealismo!_ Se non è zuppa è pan molle. Vede? Io ragiono

d'arte e lei mi risponde picche, cioè filosofia.

Una delle due: o l'arte nuova, l'arte anzi dell'avvenire, si deve

ridurre a trattati più o meno astratti di psicologia individuale, e

allora non capisco perchè se n'abbiano a fare dei drammi e dei

romanzi; o quel tal concetto psicologico individualista deve prendere

forma incarnandosi in una o più persone, e allora non capisco la sua

commiserazione per le _persone vive mirabilmente disegnate dal verismo

del Verga_. Non sono forse creature umane anche quelle, quantunque

nate negli infimi gradini della scala sociale? Non soffrono, non

amano, non odiano, non appetiscono in modo che ogni uomo vi possa

ritrovare _qualche sentimento, qualche pensiero suo, una qualche

immagine fraterna_, e anche _l'anima sua compresa come una goccia di

acqua è compresa nell'infinito mare_?

Può darsi che m'inganni, ma io suppongo che loro idealisti siano

diversi da quelle povere creature soltanto perchè la buona sorte,

l'accidente e la volontà e i facili mezzi di cultura li hanno posti o

fatti salire parecchi scalini più in su di esse.

Hanno pure un ideale quelle povere creature, che è certamente il

nucleo, la prima forma dell'ideale umano, ma non disprezzabile, non

trascurabile, no, se è vero che niente sia trascurabile e

disprezzabile nello studio di questa multiforme umanità.

E quelle creature sa perchè io le chiamo _persone vive_? Non perchè

sono esteriori, _disegnate mirabilmente_, ma perchè sono nello stesso

tempo esteriori e interiori; perchè ogni loro parola, ogni loro atto

rivela uno stato d'anima--passione, calcolo, brutalità,

sentimentalità--e non già per indicare, come segno algebrico, il tale

o tal'altro principio psicologico che passa pel capo dell'autore, ma

perchè proprio _continuano_ nel libro _la Natura, perchè proprio

portano in sè creata con tutti i mezzi dell'arte letteraria la

particolar vita sensuale, sentimentale, intellettuale, di esseri umani

collocati nel centro della vita universa_, come vuole il D'Annunzio

nella prefazione-programma da lei citata. Questo bel programma

(accenniamolo di passaggio) il Verga nè altri hanno stimato opportuno

metterlo in fronte a un loro libro; gli sarebbe parso d'insultare i

lettori, supponendoli così ignoranti da non sapere cose

elementarissime. Non le pare? I programmi bisogna lasciarli imbastire

ai signori provveditori delle scuole. Gli artisti devono metterli in

atto; e il lor dovere d'artisti, perchè, come diceva il buon marchese

Colombi:

Le accademie si fanno o pure non si fanno.

--Noi creiamo _dei tipi_!--dice lei.

Peggio per loro. Il tipo è cosa astratta: è l'_usuraio_, ma non è

Shylock; è il _sospettoso_, ma non è Otello; è l'_esitante_, il

_chimerizzante_, ma non è Amleto, e via via. Potrei facilmente

moltiplicare gli esempi; ragionando con lei, basta un semplice

accenno.

Dei _tipi_? Ma tutta la letteratura moderna è la negazione di questo

principio estetico classico, già sorpassato; lo afferma

involontariamente lei stesso quando parla d'_individualismo_. L'arte,

sissignore, oggi crea (quando riesce a crearli) individui non tipi.

L'artista moderno si è convinto--e a questo convincimento l'ha indotto

la scienza--che ogni creatura umana è un mondo a parte, immensamente

ricco, immensamente vario, quasi altrettanto infinito quanto

l'universo.

L'arduo, il difficile sta nel penetrare, nello scrutare quell'abisso e

illuminarlo con la viva luce dell'arte.

Con lei, filosofo, posso anche permettermi certe formole metafisiche,

e aggiungere: ogni individuo è il pensiero umano sotto una data forma

particolare di carne, sangue, ossa, che è quanto dire di sensazione,

di immaginazione, di riflessione. Il mondo non esiste e forse non può

esistere altrimenti che con quella forma. L'ideale dell'albero,

dell'animale, dell'uomo non l'ha visto nè lo vedrà mai nessuno; ma

questo o quell'albero, sì; ma questo o quell'animale, sì; ma questa o

quella creatura umana, sì. Dell'ideal mondo ragionino a lor posta i

filosofi, che fanno bene ad astrarre; è il loro mestiere. Il mestiere

dell'artista è l'opposto. Ogni artista dovrebbe poter dare la stessa

risposta del Goethe a chi gli domandava qual concetto filosofico

avesse egli inteso adombrare col Fausto:--Oh, io non son uso di

poetare astrattezze!--

Dei _tipi_! Ma le creature dell'arte diventano _tipi_ da per loro, per

intima virtù propria, quando riescono persone _vive; e rivelano_

(senza volerlo, aggiungo io) _nuovi significati della Vita_, e

_problemi dell'Anima_. E questo fanno--mi dispiace di doverla così

apertamente contraddire--anche i contadini dei _Malavoglia_ e i

signorotti dei _Vicerè_. Non _ci hanno pensato e non potevano mai

pensarlo costoro_--qui lei ha ragione; ci pensavano però, per conto di

essi, il Verga e il De Roberto che li hanno creati di sana pianta, con

lungo lavoro di osservazione e d'immaginazione e non con semplice

meccanismo fotografico. D'immaginazione sopra tutto, dopo che il

materiale, penosamente e diligentemente raccolto, si è organizzato

nella loro fantasia e si è individuato in quei tali personaggi. Il

nuovo ideale della Vita, il nuovo problema dell'Anima--tutte e due con

l'iniziale maiuscola, come lei le scrive--sono stati precisamente le

forze che hanno spinto quegli artisti a creare.

Per questo tutto è condensato, tutto è concentrato, tutto è visto di

scorcio nella loro rappresentazione narrativa. Nella realtà non è

così; ed ecco in che modo l'Arte riesce ad essere una Natura più

elevata, più purificata, _idealizzata_, come direbbe lei e come dico

pure io.

Nel Verga quel suo particolar ideale prende un senso di commozione, di

pietà; nel De Roberto, diventa un atteggiamento di ironia contenuta,

di spietata crudezza: senso e atteggiamento che s'intravedono, che

s'indovinano tanto meglio, quanto più i personaggi e i loro atti, e i

loro sentimenti sono esposti oggettivamente, e quanto meno si scorge

che tali atti e sentimenti abbiano qualche relazione col pensiero

individuale dell'autore.

E questo, caro Ojetti, è _individualismo_, è _idealismo_ dei più

schietti e dei più sinceri. E quando io dico che nel D'Annunzio ciò

non avviene, o avviene a intervalli, sì che l'organismo dell'opera

d'arte ne soffre, non intendo biasimare l'elevatezza del concetto che

vorrebbe informare i _Romanzi della rosa_ e i _Romanzi dei gigli_.

Intendo dire che vorrei meno rose e meno gigli sul frontespizio, meno

programmi nelle prefazioni, e più creature vive nel testo; vive in

quel loro ambiente elevato, aristocratico, filosofico, _ideale_, se le

pare che così possa dirsi.

Le scrivo da quell'alta scrivania che lei sa, con attorno quei bei

scaffali che le è piaciuto ricordare, a la smagliante luce di questo

bel giorno di maggio che invade il mio studio dalle sue quattro

finestre. E negli scaffali posso scorgere da qui, in volumi dalle

coperte pergamenate, Platone, Hegel, e Guyau, e Fouillée, e Tolstoi, e

Dostojewski, e Maeterlink, e Ibsen, e Björnson, e il _mio_ Zola, come

lei dice con sottile ironia, e i _miei_ Verga e De Roberto--questo lo

dico io e ne sono orgoglioso--e il _suo D'Annunzio_ che, se me lo

permette, è un tantino anche _mio_, lei lo sa. (Gli ho letti e

studiati e li rileggo e li ristudio anch'io; non li ho comprati

soltanto per ornarne gli scaffali). E sul rotondo tavolino di mezzo,

veggo il _Rome_ dello Zola mandatomi dall'autore, e che aspetta che io

lo rilegga per intero, perchè ne ho letto saltuariamente parecchi

capitoli nelle appendici del _Journal_ e della _Tribuna_.

Eh, no, caro Ojetti--e questo non mi sembra il minore dei suoi

equivoci--no, quel romanzo non è per me un argomento di dimostrazione

in favore delle mie teoriche.

Da un critico arguto come lei e sdegnoso di ripetere

pappagallescamente le opinioni degli altri, io non mi aspettavo di

sentirmi dire che _sono stato e sono uno dei capi dei naturalisti

italiani_. Mi ha tirato in ballo e perciò sopporti che io parli di me.

La mia meraviglia le parrà vanità, orgoglio e peggio. Essa suppone che

lei abbia letto tutte le cose mie, dai _Profili di donne_, mio primo

libro, al _Drago_ libro di novelline per bambini e al _Raccontafiabe_.

Convenga però che io mi meraviglio con ragione, sapendo quanto lei sia

coscienzioso nei suoi giudizi.

Io _naturalista_? Ma quando e perchè?

Perchè quasi vent'anni fa ho dedicato un mio romanzo allo Zola? E in

che modo, di grazia, le mie _Paesane_, concepite e scritte con metodo

che si può dire l'opposto da quello usato dallo Zola, debbono

appartenere allo _zolismo travestito da siciliano_? E le mie

_Appassionate_ e le fiabe del _C'era una volta..._ e il

_Raccontafiabe_ (ho torto credendole opere d'arte?) e _Profumo_ sono

dunque tutti _zolismo mascherato_? Davvero?

Un critico francese, (mi sia concesso quest'impeto di vanità che sarà

il primo e l'ultimo, glielo giuro) un critico francese, anni fa,

scriveva di me: _La nature extérieure n'est pour lui come elle est

pour beaucoup d'autres, la gran tout dont l'homme n'est qu'une

parcelle, qui le domine, qui lui impose ses sensations, qui tyrannise

sa volonté--décor immense dans lequel se fond tout le théâtre. Loin de

là, il la voit et la laisse au second plan.--L'homme seul lui paraît

digne d'intéret... N'est-il pas plaisant de constater cette

indifférence pour le monde matériel chez un écrivain auquel on a

attaché l'étiquette de réaliste?_ E conchiude: _M. Capuana est bien

plus près de nier la réalité du monde extérieur que celle de la

personnalité humaine. Volontiers il s'écrierait avec le poète:_

_En spectacle pompeux la nature est féconde,_

_Mais l'homme a des pensées bien plus grandes que le monde._

(_Édouard Rod_, Études sur le XIX siècle, pag. 179).

Ho citate queste parole perchè non contengono lodi, ma affermano un

fatto. E le ho citate perchè a me, supposto uno dei capi dei

naturalisti italiani, sembrano esattissime.

Ed ecco perchè il _Rome_ dello Zola non mi servirà a rinforzare le mie

teoriche, ma mi servirà a combattere le sue. Il _Rome_ è la più

splendida dimostrazione della mia fede, ma in senso negativo: è un

romanzo dove il concetto astratto non è riuscito a prendere forma

vitale. Non ostante l'etichetta naturalista, il _Rome_ è un romanzo

eccessivamente _idealista_, e per questo, secondo me, sbagliato di

sana pianta. Tenterò di dimostrarlo fra qualche giorno, appena avrò

rilevato gli altri equivoci della sua _difesa di Empedocle_.

Ed ora, un'ultima parola. Non abbia timore; a proposito del Verga e

del D'Annunzio, non si potrà sospettare che lei ed io volessimo

difendere più gli amici che gli autori. Soltanto gl'imbecilli

potrebbero creder questo, e non dobbiamo curarci degli imbecilli. Io

sono amico del D'Annunzio quasi quanto lei; e metto il quasi per

indicare il grado d'intimità, perchè dovrei dire: più di lei, se

volessi badare agli anni. Lei era certamente un bambino, quando io

passavo molte belle ore assieme con lui, con lo Scarfoglio, con Giulio

Salvadori, col Fleres e parecchi altri, nell'antico e modesto caffè

Aragno, che non aveva gli ori e gli specchi dell'attuale ma era più

simpatico assai.

Lei m'invita:--Sia con noi, che siamo forse pochi, ma siamo giovani e

abbiamo davanti a noi tale una via lunga che ai nostri occhi ansiosi

essa sembra in fondo all'orizzonte confondersi col cielo.--

Ma volentieri, caro Ojetti; se non che oggi, in questa discussione,

veda stranezza! mi sembra che il vecchio sia lei e il giovane sia

io... non d'anni, ahimè! ed è la sola cosa che mi dispiace.

V.

E per non fare una discussione campata in aria, mi permetta di tornare

su le _Vergini delle Rocce_ e specialmente su Claudio Cantelmo.

Non badiamo all'esteriore, lei dice, ma a quel che l'anima nostra ha

di più profondo, di veramente umano.

Siamo d'accordo. Voglio credere però che lei non arrivi fino al punto

di negare che quest'anima umana abbia una qualche piccola relazione

col corpo che la riveste, col corpo che si è creato, direbbe un

egheliano, col corpo che le è stato creato e nel quale è stata infusa,

direbbe un tomista. Voglio credere che lei non arrivi fino al punto di

negare che l'anima nostra possa rivelare quel che ha in sè di più

profondo e di più umano altrimenti che con le azioni, col carattere,

con le passioni; e non solitaria, ma in relazione con altre anime

rivestite di corpo al pari di essa. Voglio credere finalmente, che lei

non arrivi al punto di negare che c'è una logica severa a cui le

volizioni e le azioni dell'anima nostra debbono necessariamente

conformarsi, anche nell'errore; e che, tanto nella vita quanto

nell'opera d'arte, la creatura umana la quale si mette a un'impresa

con mezzi disadatti al suo intento è da giudicarsi o pazza o

imbecille, o per lo meno non sana. In questo caso è inutile parlare

d'ideali, se pure non si voglia dimostrare, come afferma il proverbio,

che dal detto al fatto corre gran tratto.

Il concetto che agita la mente di Claudio Cantelmo, non c'è da ridire,

è idealissimo: Creare o rifare quell'aristocrazia dell'intelligenza

che operi e pensi per conto delle plebi umane, e le foggi a sua

immagine e le costringa, con la forza materiale e spirituale, a

realizzare un'alta idea di virtù e di bellezza!

Corbezzoli!

Se non che cotesto idealissimo concetto è vecchio quanto il mondo. La

natura, la società, dalle prime albe della creazione finora, non hanno

fatto altro che incessantemente incarnarlo a traverso tutte le varie

accidentalità e vincendole sempre. La storia è il registro immortale

degli immani sforzi, dei dolorosi travagli, delle gloriose vittorie

dello Spirito lungo il corso dei secoli: ed ella ha ancora molte e

molte pagine bianche dove registrare altri sforzi, altri travagli,

altre vittorie nei secoli avvenire, fino a che questo nostro sistema

solare non si sarà estinto nello spazio.

E neppure allora lo Spirito, umano o divino che si voglia dire, morrà.

Noi abbiamo coscienza netta e ferma che egli ricomincerà da capo le

sue lotte e le sue vittorie. Ha l'infinito davanti a sè, nello spazio

e nel tempo. Altro che la via lunga, che sembra confondersi in fondo

all'orizzonte col cielo, dei giovani idealisti come lei!

Si metta ora una mano su la coscienza e risponda a questa mia

interrogazione:

Gli 'ismi' contemporanei · 第 2 / 17 段