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GLI "ISMI" CONTEMPORANEI.
DELLO STESSO AUTORE:
RECENTI PUBBLICAZIONI:
La Sfinge.
Fausto Bragia.
Schiaccianoci.
Il mondo occulto.
DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE:
Il Braccialetto, _Novelle_.
Le Nuove Paesane.
Idillio provinciale (_Profumo_) 3^a edizione.
Le meravigliose gesta di Re Bracalone.
LUIGI CAPUANA
GLI "ISMI" CONTEMPORANEI
(Verismo, Simbolismo, Idealismo, Cosmopolitismo)
ed altri saggi di critica letteraria
ed artistica.
CATANIA
Cav. Niccolò Giannotta, Editore
_Via Lincoln, 271-273-275 e Via Manzoni, 77._
Stabile proprio
1898.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Catania--Tipografia Lorenzo Rizzo, piazza Spirito Santo.
PREFAZIONE, O QUASI...
LA LETTERATURA ITALIANA NEL 1896
--Ma che inventario vuoi fare? L'inventario della miseria?
--Non esageriamo. Io non sono un gran lettore e per parecchie ragioni:
primieramente perchè non ho molti quattrini da spendere in libri--e
questo mi dispenserebbe di dirti il resto--; secondariamente perchè
non leggo o leggo mal volentieri un libro che non è di mia proprietà,
eccetto, e soltanto da due anni a questa parte...
--Terzo, aggiungo io, perchè tra i due mali di spendere tre lire e
cinquanta centesimi per un libro italiano o uno francese tu scegli
giudiziosamente il minore e compri il libro francese. Ho indovinato?
--No. Da due anni non ne compro più; appunto stavo per dirti questo,
quando tu mi hai interrotto: me li fo prestare, eccezionalmente, da un
amico a cui il suo libraio manda tutte le pubblicazioni letterarie dei
nostri cari vicini. Io faccio all'amico il servigio di tagliare i
volumi leggendoli il primo, e intanto sottraggo al commercio librario
francese il mio piccolo aiuto. Se fossimo parecchi, tutti a fare
così!...
--Per incretinirci coi libri italiani?
--Quasi incretiniscano poco quegli altri! Oh, fammi il piacere! Con
te, e con tutti coloro che la pensano come te, ci sarebbe da fare un
esperimento: prendere, zitto zitto, tre, quattro romanzi italiani
inediti, tre, quattro volumi di novelle inedite anch'esse, farli
tradurre bene in francese, mutando i nomi delle persone e dei paesi,
sostituendo eterocliti pseudonimi in _aux_, in _our_, in _y_ al nome
degli autori, e darli a pubblicare al Levy, allo Charpentier, al
Lemerre. Poi, stampato sui giornali quotidiani francesi (a tanto la
linea, s'intende): _Vient de paraître_ l'interessantissimo romanzo,
ecc. ecc.--giacchè, tu lo sai, colà sbocciano a questo modo, sui
giornali politici, due, tre capolavori ogni giorno--il giuoco sarebbe
fatto. Abbocchereste tutti. Ma i letterati, sventuratamente, non
possono usare la malizia degli industriali italiani che battezzano per
carta inglese e per stoffe inglesi i prodotti delle loro cartiere, dei
loro telai, e così ottengono gran spaccio.
--Ragioni seriamente o fai la burletta?
--Ragiono seriamente.
--Metti a paragone la produzione letteraria francese con la italiana?
--Per quantità, no, ma per qualità, proporzionalmente--bada bene a
quel che dico--perchè no?
--Eh, via! Tu scherzi!
--Niente affatto. Tu e i tuoi pari avete la mente pregiudicata.
Prendendo in mano un libro italiano, siete già convinti che dev'essere
noioso; nessuna meraviglia dunque che esso vi sembri noioso davvero. E
lo predicate nelle conversazioni, e lo gridate alto dalle colonne dei
giornali, e come vi guardate dal comprarlo e forse dal leggerlo,
incitate gli altri a far lo stesso. In Francia il libro non è soltanto
opera d'arte è anche e soprattutto industria. I capolavori che
sbocciano oggi sono belli e appassiti domani; spesso spesso dalla
mattina non arrivano neppure alla sera. Ma non vuol dire; l'_articolo_
è venduto; l'autore ha intascato i quattrini, l'editore pure. Tant'è
vero che è avvenuta colà una crisi libraria per pletoria di
produzione; l'offerta anche colà è stata superiore alla richiesta. E
nota che i francesi hanno il beneficio dell'esportazione, che noi non
abbiamo.
--Non l'abbiamo perchè non sappiamo fare. Siamo mal preparati? Siamo
stanchi, esauriti? Non so. Vedi intanto il D'Annunzio. L'abbiamo
screditato, o almeno abbiamo tentato di screditarlo...
--E abbiamo fatto malissimo, per ingenuità e anche perchè da noi il
lato commerciale della letteratura s'intende poco. I primi a non
badarci sono gli autori, che pure sarebbero i più interessati. Ma tu
svii il ragionamento. Le traduzioni non sono esportazione sono una
piccolissima parte di essa. L'esportazione francese dipende da
condizioni che per ora non esistono da noi.
--Per ora?
--È forse vietato che possano verificarsi per l'avvenire, se si sono
già verificate una volta, nel Rinascimento? Allora la letteratura
europea era quasi tutta italiana, forse più che non sia oggi europea
la francese.
--Che illusioni! Sembra impossibile che un uomo come te....
--E questo appunto è il male: il non avere più illusioni di sorta, in
politica, in arte, in ogni cosa, se pure si debbono chiamare illusioni
le aspirazioni all'ideale.
--Guarda dove sei arrivato dall'inventario che intendevi di fare!
--Caro mio, l'inventario della letteratura e dell'arte d'una nazione
non si mette su, anno per anno, come quello di un negozio di merci. In
questo caso, ti dico che bisogna attendere ancora. La produzione
letteraria del '96 non è ancora venuta alla luce. Gli editori hanno
appena annunziato i volumi che stanno sotto i torchi: e i pochi volumi
già comparsi non mi paiono cattivi. Il fatto poi di veder sorgere
nuove ditte editrici è sintomo consolante: il Brigola in Milano, il
Voghera in Roma, e altri di minor conto. Per fare proprio l'inventario
della produzione letteraria del '96 bisogna dunque attendere per lo
meno fino all'aprile del '97. Quello del '95, che può farsi oggi, non
è punto scoraggiante.
--Ah, sì! O dov'è il capolavoro?
--Lasciamo stare, per carità, i capolavori. Ne spunta fuori appena uno
ogni tanto, e non è poco. Facciamo un po' di confronto col nostro
passato più recente, con la prima metà di questo secolo, quando i
produttori si chiamavano Monti, Foscolo, Guerrazzi, D'Azeglio, Giusti,
Grossi, Manzoni, Niccolini, per citare le cime. Il capolavoro fra
tanta produzione è uno solo, i Promessi Sposi, e basta per tutto il
secolo. Se ti dovessi dire il mio parere intorno alla produzione
letteraria della seconda metà, ti confesserei che mi sembra più vitale
di quella dell'altra metà; ha maggiori qualità di resistenza; è opera
d'arte schietta, senza mistura di politica o di altro. Ma già è
inutile fare previsioni di quel che resterà di essa o non resterà. Noi
c'inganniamo facilmente su questo punto. La letteratura ha pure la sua
moda; e se, giudicando, ci affidiamo al criterio della voga, corriamo
il pericolo di sbagliare. Lasciamo all'avvenire la cura della scelta
di quel che dovrà o no sopravvivere. Io non sono un letterato di
professione, sono un lettore, un osservatore, e con questa mia qualità
ti dico che il '96 non termina male per la letteratura italiana. C'è
una serietà di propositi, un culto riverente dell'arte, un'intenzione
evidentissima di procedere di bene in meglio, e il fatto, evidente
anch'esso, da cui si scorge che le intenzioni non rimangono tutte
lettera morta. Per voi spericolati, per voi che siete italiani
soltanto di nome, lo so bene, non c'è niente, o c'è il chiacchierío di
non so che teoriche delle quali non voglio neppur parlare, perchè io,
in fatto d'arte, alle teoriche bado poco; chiedo lavori, lavori,
lavori! Le teoriche sono buone per le discussioni tra critici, o per
mettere, tutt'al più, un'etichetta su la produzione; inutile, se la
produzione è cattiva; inutilissima, se l'etichetta vien preparata
anticipatamente, per poi incollarla su la produzione che dovrà venir
fuori Dio sa quando!...
--Mi fai sbalordire con tutta questa tua fede!
--Ma sì, fede ci vuole! Fiducia in noi stessi ci vuole! Ti ripeto a
questo proposito quel che ho letto tempo fa non ricordo dove, nè da
chi scritto; ma le parole mi son rimaste impresse nella memoria perchè
corrispondevano esattamente a un sentimento mio. Quelle parole
dicevano, press'a poco:--Come? Un popolo che ha confuso la sua storia
con quella del mondo e che--dopo aver dato alla Civiltà il _Diritto
romano_, la _Divina Commedia_, la _Commedia dell'arte_, Raffaello,
Michelangelo, il da Palestrina, il Vigo--oppresso, deriso, umiliato,
trova in sè tanta forza da ridiventare nazione, compire il più
prodigioso atto del secolo XIX, l'abolizione del temporale dei papi, e
far convivere nella stessa città il Pontefice del mondo cattolico e il
Re degli italiani; come? questo popolo che resiste alla cattiva
fortuna, agli errori e alle inesperienze della sua vita politica,
sarebbe dunque un'effimera apparizione nella storia contemporanea,
senza una ragione, senza uno scopo? Non è possibile. Verrà di nuovo
l'ora sua. E di nuovo, nell'avvenire (vicino o lontano, che importa?)
quel che di civile, di santo e di pio avranno il vecchio e il nuovo
mondo sarà soltanto italiano, come una volta fu romano. Questa dovrà
essere la nostra coscienza, il nostro ideale!--Non sorridere; lascia
che sorridano o ridano di noi i nostri nemici.
--Tutto questo a proposito di letteratura italiana?
--A proposito di cose spirituali, non ti dispiaccia.... e anche a
sproposito, se così ti piace. L'arte letteraria non è un fenomeno
accidentale nella vita di una nazione. E se anche riguardo all'arte
noi avessimo quella coscienza, quell'ideale, quella fede, come tu
ironicamente la chiami...
--Apostolo, va' a predicare il tuo vangelo alle turbe!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
In quell'angolo di caffè dove io sorbivo, ascoltando, un'equivoca
bibita, il dialogo fra quelle due persone a me ignote fu interrotto a
questo punto dall'intervento di una terza persona, Così monco com'è,
non mi è parso inutile trascriverlo.--E da ier l'altro--augurio?
aspirazione?--mi risuona incessantemente nell'orecchio:
"Verrà di nuovo l'ora sua!... Quel che di civile, di santo e di pio
avranno il vecchio e il nuovo mondo sarà soltanto italiano, come una
volta fu romano!"
IDEALISMO E COSMOPOLITISMO
I.
Ugo Ojetti ha predicato, giorni fa, a Venezia il suo vangelo
letterario. Ripercosso dall'eco del telegrafo e dalle rassegne dei
cronisti, è giunto fino a qui il rumore degli applausi prodigati
dall'uditorio al conferenziere. Me ne rallegro con lui. Egli possiede
tutte le qualità necessarie per farsi applaudire: è bel giovane, ha lo
stile vivace, immaginoso, un po' vaporoso, ora di moda; dice delle
cose non comuni e le afferma con calda convinzione di neofita, senza
esitanze, senza riserve. La foga giovanile lo ha spinto a cercarsi,
prima del pubblico veneziano, un pubblico più vasto, quasi mondiale.
Per ciò, nel febbraio scorso, si è rivolto alla Revue de Paris per
bandire da quel pulpito che questa povera Italia non ha una
letteratura contemporanea e non l'avrà per un buon pezzo. I signori
della _Revue_ e i francesi che la leggono devono essere stati
lietissimi di vedere un italiano chieder loro ospitalità per ragionare
della letteratura della sua patria quasi con lo stesso tono d'un
francese della più bell'acqua.
Immagino che, gratissimo dell'ospitalità accordatagli, l'Ojetti abbia
voluto comportarsi verso quei signori con straordinaria cortesia, e
sapendoli d'una ignoranza a tutta prova riguardo alle cose straniere,
ha avuta la compiacenza di mettere anche lui nel suo scritto qualche
inesattezza, sia intorno alle cose letterarie nostre, sia intorno a
quelle francesi. A gentiluomo, gentiluomo e mezzo: ove così non fosse,
quelle inesattezze e certi suoi giudizii rimarrebbero proprio
inesplicabili.
La sua conferenza di Venezia, dal sunto dei giornali, pare una nuova
edizione, anzi una semplice traduzione dello scritto pubblicato nella
_Revue de Paris_. Se gli applausi non dimostrano che il pubblico sia
rimasto convinto (in fatto di letteratura il pubblico italiano, lo
confessa lo stesso l'Ojetti, _est naturellement sceptique et
somnolent_) dimostrano che gli italiani di oggi sono molto diversi da
quelli di mezzo secolo fa. Il Gioberti del _Primato_ e i suoi
contemporanei strabilierebbero, se per un miracolo potessero tornare
in mezzo a noi. Dall'eccesso dei vanti un po' declamatori,
quarantotteschi, siamo balzati all'eccesso opposto, a una modestia che
confina col disprezzo di noi stessi. Fra i due, non è forse
preferibile il primo? Almeno n'è nata l'unità d'Italia. Non so
prevedere che cosa di buono possa produrre il secondo.
L'Ojetti però non è giovane per nulla; non scettico nè sonnacchioso,
ha anzi una fede profonda e la proclama ad alta voce: crede nell'arte
cosmopolita. Come lo Zola disse della letteratura francese: _Sarà
naturalista o niente_, l'Ojetti oggi dice dell'italiana: _Sarà
simbolista o niente_, o meglio: _Sarà cosmopolita o niente_.
Infatti quel che più l'attrista è il vedere che i letterati italiani
non hanno un indirizzo comune, non formano una scuola, non vivono
nella capitale, nè in un gran centro qualunque. Lavorano, disseminati
qua e là, ognuno per proprio conto, secondo il proprio ideale: il
Carducci a Bologna, il Fogazzaro a Vicenza, il Verga a Catania o a
Milano, Matilde Serao a Napoli. Fin i giovani, egli dice, hanno orrore
della parola _scuola_; preferiscono avventurarsi, ribelli e
orgogliosi, per le vie dell'arte, invece di stringersi, non fosse per
altro, per istinto di conservazione, attorno alla bandiera d'un
capitano insigne per vittorie riportate o per gloriose disfatte; e
così finiscono, spesso, miseramente. Tanti capi, tante sentenze. La
baraonda dei concetti artistici, si traduce naturalmente in una
peggiore baraonda di lingua e di stile. Chi può credere che lo stile e
il vocabolario del Carducci, del D'Annunzio, del Fogazzaro, di
Ferdinando Martini, del Verga, della Serao, di Edmondo de Amicis
appartengano a scrittori della stessa epoca e della stessa razza?
Non lo dice, ma l'Ojetti sembra voglia mettere in confronto la
letteratura italiana contemporanea con la letteratura francese, dove
le _scuole_ sbucciano e fioriscono a ogni pie' sospinto, dove gli
scrittori, coloro che vivono d'arte, se ne stanno accalcati nel
cervello della Francia, Parigi. Ed è strano che egli guardi con
invidia quest'accentramento appunto quando in Francia si manifesta già
qualche sintomo di reazione contro di esso. È strano che egli, autore
di un libro _Alla ricerca dei letterati_, evidentemente ispirato da
uno consimile dell'Huret, si lasci ingannare dalle apparenze e non
ricordi che baraonda d'ideali d'arte, di lingua e di stile risulti
dall'inchiesta del suo predecessore francese. Tralasciando, per un
istante, di parlare d'ideali, consentiamo che l'italiano del Carducci,
del D'Annunzio non sia l'italiano del Verga e del Fogazzaro; ma forse
il francese dello Zola, del Daudet è una stessa cosa con quello dei De
Goncourt e del Mallarmè, per citarne soli quattro?
Tra la baraonda italiana e la francese quale apparisce dai due libri,
la differenza più notevole è questa: l'Ojetti non ha trovato un solo
letterato italiano che abbia detto male di un collega, mentre la
enorme vanità dei letterati francesi si è manifestata nel libro
del'Huret con una gara, edificantissima, di morsi e di calci
fraternamente dati e resi, e non solamente fra artisti di scuola
diversa, bensì tra proseliti di una stessa scuola.
Ma per tornare alla questione veramente seria della lingua e dello
stile, l'Ojetti, parlando della baraonda italiana su questo punto, ha
dovuto far sorridere i colti lettori della _Revue de Paris_, che sanno
di stare quasi peggio di noi. Lo Zola, il Daudet, i De Goncourt sono
stati accusati di barbarismi e di sgrammaticature per lo meno quanto
la Serao, il Verga, il De Roberto e qualche altro citati all'Ojetti
dalla scrittrice napolitana; il Mallarmè e i suoi seguaci vengono
giudicati o matti o incomprensibili dalla maggior parte dei loro
contemporanei; ognuno di essi ha il suo vocabolario, il suo modo di
esprimersi, precisamente come i poveri scrittori italiani; stavo per
dire il suo gergo. Parecchi di loro si regalano a vicenda gli epiteti
di _puri_, d'_impeccabili_; ma ci sono tant'altri che chiamano con
nome diverso quell'_impeccabilità_, quella _purezza_, e preferiscono
qualcosa di impuro e di peccaminoso, se l'impurità e il peccato recano
con loro il compenso dell'originalità e della vita.
Tra gli scrittori italiani e i francesi, da questo lato, la questione
si riduce a una proporzione aritmetica. Quelli sono molti, i nostri
pochi. Avrei dovuto forse dire: a una questione commerciale; giacchè
la produzione letteraria si sviluppa (e l'arte non ci perde, anzi!) in
ragione dei vantaggi che arreca con la facilità dello smercio. Non
credo che, in un problema d'arte, l'Ojetti voglia dare molta
importanza al valore numerico.
Nel suo scritto la questione della lingua e dello stile vien posta da
due che hanno nome autorevole, dal Verga e dal D'Annunzio. "Lo stile
non esiste fuori dell'idea. Se lo stile consiste soprattutto nella
forma della frase, deve adattarsi all'idea, deve vestirla e
rivestirla. Quanto più intima sarà questa corrispondenza questa
fusione, tanto lo stile sarà migliore. Le forme di frasi fisse,
apprese in qualche classico, applicabili a tutte le idee, sono mortali
per esso." Questo è il concetto del Verga. Pel D'Annunzio le frasi, le
parole hanno un valore di trasformazione, di idealizzazione, se si può
dire, dell'idea, un valore quasi per sè stesse. Così il Verga, per
esempio, se dovrà parlare di una vecchia contadina, la chiamerà
semplicemente _za Maruzza_ e la descriverà, se occorre, in guisa da
mettercela viva sotto gli occhi. Il D'Annunzio non saprà resistere
alla tentazione di chiamarla ripetutamente _antica Cibele_. Pel Verga,
una comitiva di ragazze, che coglie uva o sarchia grano, sarà
semplicemente una comitiva di ragazze che lavorano, ridono, cantano; e
le descriverà, se occorre, parcamente, incisivamente, in guisa da
mettercele vive sotto gli occhi; il D'Annunzio la chiamerà
classicamente una _teoria_.
E, a proposito dello stile di questi due autori, un'altra prova
concludentissima. Prima assai dell'avvento del D'Annunzio in Francia,
il Verga aveva visto tradotti i suoi _Malavoglia_ per opera del Rod e
pubblicati dall'editore Savine. Il Rod ha compiuto un miracolo di
lucidazione del testo italiano, sorprendente per fedeltà ed esattezza;
ma il lavoro del Verga non ha avuto però successo presso i lettori
francesi, e non poteva averne soggiungo io. La personalità del suo
stile, il carattere speciale di esso nella traduzione era sparito; il
traduttore era riuscito traditore per la evidentissima buona
intenzione di non tradire l'originale. Invece quello era il caso, se
mai, di rifare con colorito francese, con forme dialettali di qualche
provincia francese, un libro dove le forme dialettali si fondono
assolutamente nella lingua comune e _vestono_ e _rivestono_ l'idea in
modo così organico che la forma non può scindersi dal concetto. Che ne
è avvenuto? L'opera del Verga nella veste straniera è apparsa scialba,
stinta.
I lavori del D'Annunzio nella traduzione del d'Herelle si sono trovati
come a casa loro; il traduttore non ha dovuto penare molto; gli è
bastato togliere in prestito a questo o a quello scrittore francese
decadente certe forme in voga tra i seguaci della letteratura
cosmopolita (or ora mi scappava dalla penna: della massoneria
letteraria cosmopolita) e il colpo è riuscito.
Dico questo senza nessuna maligna allusione a recenti polemiche, senza
voler discutere o menomare il valore del nostro fortunato romanziere:
e posso affermarlo con faccia franca, perchè intorno ai lavori del
D'Annunzio io ho scritto quasi un volume; e se ho fatto degli appunti,
ho ammirato anche senza mezzi termini, pur sapendo e accennando, tra i
primi, i plagi, o assimilazioni ecclettiche che si vogliano chiamare,
insomma quelle cose dalle quali sarebbe stato bene che il D'Annunzio
non si fosse lasciato allettare.
Il problema dello stile e della lingua va proposto come l'ha proposto
il Verga. Lasciamo stare se egli lo abbia o no praticamente risoluto;
potremo ragionarne un'altra volta. Se pare che l'abbia risoluto il
D'Annunzio (e l'Ojetti non ne dubita punto) la ragione di questa
illusione bisogna cercarla altrove, nel concetto. Il Verga crea delle
creature vive, di sangue, carne e ossa; il D'Annunzio, finora almeno,
ha creato quasi sempre fantasmi di creature, ombre vane. Un nuovo
Dante che volesse abbracciarle, sentirebbe cingersi il petto dalle
proprie braccia passate a traverso quei corpi inconsistenti.
Ed ho detto:--Quasi sempre--perchè nel _Trionfo della morte_ per
esempio, c'è un punto, a metà del volume, in cui il protagonista e la
sua famiglia riescono persone vive, di sangue, carne e ossa; ma allora
il D'Annunzio si vede costretto dal suo istinto di artista, a mutar
tono; non sembra più lui, o per lo meno non rassomiglia più a quel
tale D'Annunzio che la leggenda ha foggiato e che poi, di rimpallo, si
è foggiato secondo la leggenda. Il primo è il D'Annunzio che fa
sperare possibile e augurare assai prossimo un completo
rinnovellamento dell'artista, appena gli sarà passata la cosmopolitíte
acuta che ora lo ha invaso. L'altro D'Annunzio lasciamolo ai francesi
o a chi lo vuole.
Tutto questo l'Ojetti lo sa meglio di me, ma non ha voluto tenerne
conto. Ed era, se non sbaglio, il cardine della questione della
letteratura italiana contemporanea. Egli però scriveva per una rivista
francese, e preso il _la_, si è sentito forzare la voce. Ma, forse,
con tutto quel _la_, non avrebbe stonato, senza l'altro pregiudizio
della _letteratura cosmopolita_.
II.
"Il campanilismo ormai è ridicolo, specialmente in materia d'arte. Di
là dai monti, di là dai fiumi, di là dai mari ecco artisti che
rinascono, e si levano, e si chiamano ad alta voce, e si nutrono
fraternamente dello stesso pane, al sole. L'arte è universale;
l'artista non è più nè italiano, nè francese, nè norvegiano: il suo
genio è umano!"
Ben detto, caro Ojetti; se non che è stato sempre così. L'opera d'arte
italiana o francese o norvegiana è stata sempre opera del genio umano,
e non poteva essere diversamente. Tempo fa il pregiudizio retorico,
pedantesco non riconosceva altra arte all'infuori di quella greca e
latina. Ma noi ci siamo finalmente liberati dal giogo dei greci e dei
romani, abbiamo allargato il nostro orizzonte. Shakespeare non ci
apparisce più un barbaro, come al signor di Voltaire; da qualunque
parte ci venga, qualunque forma rivesta, qualunque concetto esprima,
pur che abbia assunto una forma vivente, l'opera d'arte è accolta,
compresa, festeggiata, ammirata. Nazioni che prima non avevano preso
parte al banchetto artistico--che non hanno tradizioni classiche nè di
nessuna sorta, e non intendono certi nostri pregiudizi--sono venute a
sedervisi insieme con noi, balde, piene di entusiasmo, giovanilmente
sincere, e anche, non le dispiaccia, giovanilmente ingenue; e ci hanno
mostrato, col fatto, l'inanità di certe convenzioni dalle quali non
sapevamo sottrarci. Queste nazioni avevano qualcosa di nuovo da dirci:
il loro particolar modo di sentire, di pensare; e ciò dava alle loro
opere aspetto insolito, attraente, suggestivo. La natura e la vita ci
apparivano guardate da occhi diversi dai nostri, da intelligenze più
libere e quindi più forti. Noi abbiamo sentito trasfondere nelle
nostre vene un'onda di sangue più fresco, ci siamo sentiti
ringiovanire. Abbiamo guardato la natura con altre intenzioni anche
noi; e anche noi abbiamo osservato la vita che quasi avevamo perduto
di vista, tanto ci eravamo abituati a guardarla non direttamente, ma a
traverso l'altrui opera d'arte. Per dire la verità, questa
trasformazione, questa rinnovazione l'avevamo già iniziata da un
pezzo, un po' per istinto, un po' per riflessione; ma i nuovi venuti
l'hanno affrettata, l'hanno compiuta. Si trovavano in migliori
condizioni; arrivavano ultimi; e senza accorgersene, senza volerlo,
usufruendo del nostro lavoro di preparazione, lo hanno spinto molto
avanti.
Tutto questo, ripeto, sta benissimo, non fa una grinza. Ma c'è un
equivoco prodotto dalla parolina _umano_ buttata là dall'Ojetti, quasi
sbadatamente, la quale vuol significare quel sentimento di pietà, di
carità universale, più profondo e più vasto, che pervade la società
moderna, la rimescola e che, creato il socialismo in politica,
vorrebbe pure importarlo tale e quale nell'arte.
Nella politica esso nega il concetto di patria, nell'arte il concetto
di letteratura nazionale. Da questo strano equivoco è venuto fuori il
_cosmopolitismo_ letterario di cui l'Ojetti è uno dei più caldi e dei
più ingegnosi banditori.
È un'astrattezza. Se con quella parola si volesse soltanto significare
l'alto senso di comprensione che ci fa penetrare, intendere e ammirare
tutte le _forme_ artistiche da qualunque parte del mondo ci vengano: o
la urgenza vitale dell'assimilazione delle varie _forme_ quando esse
rappresentano qualcosa di organico nell'arte, non ci sarebbe niente da
ridire. Ma il fatto dimostra che per _cosmopolitismo_ artistico
s'intende tutt'altro. S'intende una certa uniformità di sentimenti, di
concetti, e per conseguenza, un'uguale corrispondenza di forma che
dallo stile va su su fino al modo di concepire l'opera d'arte: e lo
stile diventa quindi un gergo comprensibile soltanto dagli iniziati, e
la personalità umana si assottiglia, si assottiglia per diventare
simbolo più o meno trasparente. In questo caso non veggo una bella
ragione di dare il bando ai greci e ai latini, che sono chiari,
solidi, risplendenti, e parlano un linguaggio armonioso, comprensibile
da tutti, per sostituir loro qualcosa di inconsistente, di torbido e,
quel che è più, di mortalmente uniforme.
Si perdonino queste astrettezze anche a me; era impossibile scansarle.
Veniamo ora a qualche esempio. Le nazioni sono degli individui grandi,
direbbe il De Meis; e come tutti gl'individui hanno un modo speciale
di sentire e di pensare e un modo altrettanto speciale di dar forma ai
loro concetti.
Ora ecco una poesia di amore di un poeta _cosmopolita_. Non ne ho il
testo per le mani, e la trascrivo quale è stata recentemente tradotta
da Vittorio Pica, nel suo studio premesso alla _Belkiss_, poema
drammatico simbolista del giovane poeta portoghese Eugenio De Castro.
Descrive l'istante in cui apparve al poeta l'Amata.
"Trionfale, vespertino, mineralmente rosso--nella diafana pace d'un
tramonto di ottobre,--il sole, lacerando l'incenso degli
spazii,--cammina verso la morte ad indugiati passi,--come le bande che
vanno a suonare nelle esequie....
"Fu in un'ora così soave, crepuscolare--che, lungo questo esteso e
fogliuto viale,--altiera, imperiale, tra un fruscìo di seta,--vidi per
la prima volta l'Eletta della mia anima--il grande Fiore sottile,
impareggiabile, almo--la Maggiore, la più Bella, la più Amata,
l'Unica.
"Incedeva gloriosa e triste, ravvolta in nera tunica,--che sul suolo
strisciava in ondeggianti pieghe;--aveva nel calmo andare l'eleganza
della serpe,--la leggerezza d'uno spettro e la grazia d'un'anfora...
"Il gran Fiore passava, imperturbabilmente,--col suo volto enimmatico
ed il suo sguardo vago--ieratico, ricordanti le mistiche
immagini,--mentre i miei occhi seguivano come paggi--il suo ritmico
incesso sonnambulo e triste...."
Basti questo saggio. Aprendo a caso qualunque volume di poeti
cosmopoliti, troveremmo gli stessi aggettivi: _trionfale_,
_mineralmente rosso_, applicati indeterminatamente e un po' a caso; e
troveremmo Belle, Amate, Uniche, ugualmente _imperiali_, o _reali_, o
_ducali_; e tutte avranno l'_eleganza della serpe_, e tutte si
muoveranno _leggere come spettri_, e tutte avranno la _grazia di
un'anfora_. Il poeta che ho citato è portoghese; ma potrebbe anche
essere francese, tedesco, italiano, esquimese, come, viceversa, i suoi
confratelli esquimesi, italiani, tedeschi, francesi, potrebbero essere
benissimo portoghesi. Sono state soppresse nel paesaggio e nella
figura umana le particolari caratteristiche; non più quel tal
paesaggio, o quella tale persona, ma dei sostantivi astratti, degli
aggettivi astratti. Avremmo voluto avere l'impressione di un angolo di
cielo e di terra portoghese; avremmo voluto vedere una signora o una
signorina di Lisbona o di Oporto, vestita in una certa foggia che
neppure la universalità della moda riesce a sopprimere, soprattutto
una signora e signorina che sente e pensa in modo assolutamente
individuale; e invece non abbiamo niente.
Ed ecco i drammaturgi norvegiani, ecco i romanzieri russi.
Ibsen irrompe sul palcoscenico spingendosi innanzi una folla di
creature della sua Norvegia, strane, malate d'ideali, con la coscienza
sconvolta dai problemi religiosi e sociali che colà lavorano
sordamente i cuori e le teste; nature complicate, nevrotiche, che
soffrono e fanno soffrire.
Per condurle sul palcoscenico, l'Ibsen non bada alle forme drammatiche
usate altrove. È artista, e capisce istintivamente che quelle creature
devono parlare e agire a modo loro, sincere, senza preoccupazioni del
pubblico; ma è complicato, nevrotico, malato d'ideali pure lui;
com'esse, è lavorato dentro sordamente dai più alti problemi religiosi
e sociali; e per ciò s'interessa di costoro fino a un certo punto.
Artista, non può vedere il concetto altrimenti che come forma; ma,
pensatore, vuole poi così spietatamente che quelle creature agitate e
sconvolte dicano chiaro e aperto che non sono loro, soltanto loro, lo
scopo di lui, ma l'intimo concetto che le anima; lo vuole così
spietatamente, che all'ultimo le sforma, le strappa, le distrugge, e
non permette che arrivino fino in fondo dell'atto quinto creature
reali e vive quali le avea mostrate sin dalle prime scene.
Intanto, invece di contentarsi d'intendere e d'ammirare l'opera
dell'Ibsen, invece di limitarsi all'assimilazione dei perfezionamenti
di _forma_ ch'egli ha recato nella drammatica, si è voluto
_norvegizzare_ tutte le creature del teatro europeo, anzi
_cosmopolita_.
Il Tolstoi, il Dostoiewski appartengono a una razza che si occupa
anch'essa del mondo interiore, e rimugina le proprie sensazioni, e si
tormenta con i casi di coscienza. I tre grandi artisti rappresentano
la concentrazione, la somma di queste qualità morali e intellettuali.
Il Dostoiewski, inoltre, è un nevrotico, un perturbato, e nelle sue
creazioni rispecchia lo stato irregolare della sua mente. Con essi la
_forma_ si è avvantaggiata dei pregi di sincerità, di rappresentazione
evidente e vigorosa di cui hanno dato esempi meravigliosi. Non
trovandosi però alle prese con i limiti e le convenzioni della forma
drammatica, i tre romanzieri non sono stati costretti a sformare, alla
fine, le loro creature per mettere in maggiore evidenza il loro intimo
concetto; e così esse han conservato, più delle figure ibseniane, la
loro caratteristica di pure opere di arte.
Intanto, invece di assimilarsi quel che c'è di nuovo e di organico
nella forma del romanzo russo, operando una confusione tra forma e
concetto, è stata egualmente tentata la sciocchezza di _russificare_
alla lor volta i personaggi del romanzo europeo.
E passi per l'Ibsen, passi pei romanzieri russi! Nell'uno e negli
altri il concetto ha preso vera forma; l'uno e gli altri hanno creato
persone vive della loro nazione, del lor tempo. Il _cosmopolitismo_ va
più in là. Per quanto ossessi dei problemi di religione, di morale, di
sociologia, i personaggi dell'Ibsen, del Tolstoi, del Dostoiewski sono
figure vive, consistenti, e in che modo!
Il _cosmopolitismo_ non sa che farsene di queste figure vive e
consistenti. Simboli! Astrettezze! Ecco quel che egli vuole, cioè cose
che sono l'opposto, anzi l'assoluta negazione dell'arte.
Il _norvegizzare_ e _russificare_ l'opera d'arte è stata insomma
l'operazione preliminare del _cosmopolitismo_ letterario, in Francia,
in Germania e, pel poco che ha potuto, in Italia.
Ora esso vuole andar oltre, è andato già oltre.
Ha tutto un programma pieno di concetti che sembrano elevati, pieno di
buone intenzioni da lastricarne non uno ma più inferni. E bisogna
guardarlo da vicino, sviscerarlo per convincersi se mai si tratti di
cosa seria, o piuttosto di aberrazione passeggera, o di risibile
ciarlataneria che vuol mascherare coi paroloni un'irrimediabile
impotenza creatrice.
Sventuratamente forse si tratta di ben altro.
III.
--Ma dunque lei è un codino!
--Niente affatto. Nessun nuovo ideale umano mi lascia indifferente. Ma
qui si tratta d'arte, non di pensiero filosofico o scientifico.
--Vorrebbe forse un'arte vuota di contenuto, forma soltanto?
--Niente affatto. Tutto il contenuto possibile, a patto però che egli
prenda forma vitale per via dell'immaginazione creatrice.
Intendiamoci. Io odio le cose a mezzo, gli ibridismi. Il puro
concetto, se mi occorre, vado a cercarlo nei libri dei filosofi o in
quelli degli scienziati. Lì trovo la verità astratta o nuda, cioè
quella che provvisoriamente sembra verità; e coi filosofi e con gli
scienziati mi insuperbisco della divina potenza dell'intelletto umano,
e insieme con loro mi umilio e mi scoraggio davanti all'infinità
dell'Ignoto che riduce a ben misera cosa la nostra più profonda
filosofia, la nostra più ardita e più meravigliosa scienza. Quando poi
mi rivolgo all'opera d'arte, ricerco invece sensazioni, impressioni,
caratteri, rappresentazioni nelle quali quel tal concetto filosofico o
scientifico, prima ricercato altrove, può benissimo tornarmi dinanzi
ma incarnato nella forma, divenuto uomo, donna, paesaggio, passione,
azione; e incarnato in modo così perfetto, che io dovrò avere
l'illusione di trovarmi faccia a faccia con questa nuova e più eccelsa
Natura, e rifare intorno ad essa l'identico lavoro fatto dal poeta,
dal romanziere, dal drammaturgo allorchè ricavavano dalla vita sociale
il soggetto che li aveva prima commossi e poi spinti a riflettere.
Insomma dovrò estrarre io, se sono capace, il concetto condensatosi
nell'organismo dell'opera d'arte, e rimuginarmelo senza che il
romanziere o il drammaturgo abbiano a fermarmi a ogni po' e picchiarmi
la spalla con un:--Bada! Qui sotto c'è un gran pensiero; bada!--
In questo senso, ogni grande opera d'arte è un simbolo: se non che
divien tale spontaneamente, per virtù della propria natura
intellettuale. Ma appunto per questo ella conserverà tutti i suoi
caratteri particolari di tempo, di luogo; sarà prettamente italiana,
prettamente francese, prettamente inglese, tedesca, russa o non sarà
opera d'arte. Il _cosmopolitismo_ invece toglie via, o tenta di
toglier via, tutti i caratteri particolari, e per ciò intende ridurci
al _simbolismo_ forzato, al _simbolismo_ artificiale.
Prendo i due scrittori che mi è piaciuto mettere in riscontro nella
questione dello stile, il Verga e il D'Annunzio, per non uscire di
casa nostra. Tutti e due hanno un concetto filosofico, scientifico che
serve di sostrato anzi di lievito alle loro creazioni.
Nella serie dei _Vinti_, della quale abbiamo per ora soltanto due
episodi--avremo il terzo fra poco--il Verga vuol studiare le diverse
fasi della lotta pel benessere nella vita, e interessarsi specialmente
_dei deboli che restano per via, dei fiacchi che si lasciano
sopraffare, dei vinti che levano le braccia disperate e piegano il
capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, dei vincitori di oggi,
affrettati anch'essi, avidi anch'essi di arrivare e che saranno
sorpassati domani_. Dalla lotta per i più umili e più urgenti bisogni
materiali, si andrà in su fino a quella elevatissima pei bisogni dello
spirito, dove tutte le bramosie, tutte le vanità, tutte le ambizioni
umane si condenseranno e diverranno più dolorose per la intensità
acquistata lungo la loro corsa vertiginosa.
Il romanziere ha dovuto esporre il suo concetto fin da principio
perchè non poteva presentare tutt'a una volta la intera serie e non
voleva correre il pericolo di essere frainteso o non capito.
Ma appena ha terminato di esporlo, astrattamente, da pensatore, da
sociologo, non ne ha più fiatato. Ha preso i suoi personaggi e li ha
mandati pel mondo: povere creature per le quali una barca e un carico
di lupini travolti dalla tempesta divengono disastro irreparabile;
creature agitate dall'avidità di arricchire, di elevarsi oltre la
propria condizione, e che incontrano nella stessa avidità e nella
stessa ambizione soddisfatte il loro inevitabile gastigo. E queste
creature si chiamano Padron 'Ntoni, Alessi, Zi' Crocifisso,
Piedipapera, Mena, Maruzza, la Zuppidda; si chiamano Mastro Don
Gesualdo, don Ninì, i fratelli Trao, la baronessa Bianca Trao; e tutte
hanno il loro carattere spiccato, la loro individualità, nelle
passioni, negli atti, nel linguaggio; e sono di quel piccolo scoglio
di Aci Trezza, di quella cittaduzza siciliana della provincia di
Catania, e ne incarnano così stupendamente i modi di sentire e di
pensare, che non possono essere scambiate con persone di altre
provincie neppure nella stessa Sicilia.
Un senso di gran malinconia e di tristezza scaturisce dalle pagine di
quei due volumi, ma quale scaturirebbe dalla diretta impressione, se
quei personaggi e quelle azioni ci si fossero presentati, nella
realtà, sotto gli occhi. Certamente, personaggi ed azione sono
simboli, velami di idee; ma simboli vivi, che ignorano la loro qualità
di simboli, e non si analizzano da per loro e non si spremono da per
loro per cacciar fuori il succo del concetto che sanno di contenere.
Il D'Annunzio vuol rappresentare _stati d'animo dei più complicati
e più varii, di cui analista si sia mai compiaciuto da che la
scienza della psiche è in onore. Egli tende l'orecchio alla voce
del magnanimo Zorathustra e vuol preparare con sicura fede
l'avvento dell'__Uebermensch__, del Superuomo._ E sta bene. L'un
concetto vale l'altro. Sia la darwiniana lotta per la vita, sia la
pessimista e aristocratica filosofia del pensatore tedesco finito
miseramente in un ospedale di matti, alla quale il D'Annunzio mesce
l'idea pagana del Rinascimento e l'entusiastico culto della
bellezza del corpo umano, non importa. Quel che importa di vedere è
se gli _stati d'animo_ astratti siano divenuti persone, individui
della tal città, della tal provincia; eccezioni, rarità quanto si
vuole, ma rarità, eccezioni che debbono fare il miracolo di
incarnare più schiettamente, più vigorosamente il carattere della
razza, del paese dove son nati, perchè l'eccezione e la rarità
consistono in questo.
Io prendo in mano le _Vergini delle Rocce_ e tento di scorgere questa
rarità, questa eccezione organica, e non la trovo. Claudio Cantelmo
ragiona, analizza, si esprime con lingua e stile elevatissimi; non sa
muovere un dito senza distillare tutte le conseguenze più riposte e
più misteriose di quella mossa; non può osservare le mani di una
ragazza, senza che esse non gli sembrino _come ricettacoli d'infinite
forze innominate da cui potevano sorgere meravigliose generazioni di
cose nuove_. Ed eccolo invasato dall'idea di creare il tipo supremo
dell'italiano, anzi il futuro Re di Roma!
Dobbiamo supporre che questa persona, a cui sembra non sia ignota
nessuna conquista della scienza positiva odierna, non intenda creare
un essere umano con mezzi e modi diversi da quelli stabiliti dalla
natura. Infatti non si rivolge al crogiuolo del chimico che crea, con
sintesi, le sostanze organiche, per chiedergli di anticipare il
miracolo scientifico preannunziato dal Berthelot; ma va in cerca di
una sposa, di colei che dovrà essere l'eletta cooperatrice nella
nobilissima impresa della reale generazione. Se non che, col pretesto
che nelle razze di antica origine sangue, nervi, cervello siano
necessariamente più raffinati, Claudio Cantelmo va a cercare la madre
del futuro re di Italia in una famiglia, principesca, sì, ma composta
di idioti, di pazzi, di nevrotiche, di isteriche. E non giudica a
prima vista che di quelle tre ragazze estenuate, vissute lontane dalla
società, nessuna potrà concorrere a formare la fibra nuova, vigorosa
del rigeneratore del regno d'Italia; e va tastoni, ed esita e non
arriva a decidersi.
È forse creatura umana Claudio Cantelmo? Diciamo pure, se così si
vuole, che sia un simbolo. Diciamo pure, con l'amico Rod, che le tre
vergini Massimilla, Violante, Anatolia rappresentano non so quali
altri simboli più reconditi e più profondi di quello di Claudio. I
lettori spassionati confesseranno che queste tre preraffaellitiche
figure li colmano di vivo piacere soltanto quando, di tratto in
tratto, accennano di diventare o diventano persone vive; e che più
viva di loro è la loro madre, la pazza principessa Montaga, la quale
non ha missione, a quel che sembra, di rappresentare simbolo alcuno.
Le bellezze, i lenocinii dello stile, caro Ojetti, risultano cosa
molto secondaria, mera esteriorità, quando non diventano cosa organica
con quel che costituisce la essenza della forma in un'opera d'arte.
E il _cosmopolitismo_ è costretto a rifarsi con la retorica--diciamo
francamente la parola--rinunziando, per partito, al carattere
particolare che dovrebbe imprimere in ogni opera d'arte la razza, la
tradizione, il genio di ciascun popolo.
I grandi intendimenti filosofici, scientifici, si riducono a lustre, a
ciarlatanerie per chiappare il momentaneo favore del pubblico, se poi
non riescono a creare persone vive. Omero, Shakespeare, Balzac, che
avevano reni solide per la bisogna creativa, non andavano tanto per le
vie traverse: mettevano al mondo creature immortali, non vuote
parvenze. Ed Elena e Andromaca e Nausica daranno, fino alla fine dei
secoli, da pensare e da discorrere più di qualunque nostro simbolo
moderno; e Amleto ha fatto e farà scervellare filosofi e scienziati
più che non abbia fatto e non possa fare una persona realmente
esistita; e _Madame Marneffe_, e il Barone _Hulot_, e il _Pére Goriot_
e il _Cousin Pons_, perchè creature vive, iscritte con inchiostro
indelebile nel registro dello stato civile dell'Arte, si prestano
compiacentemente a fare da simboli con Elena, con Amleto, con tutti
gli altri loro pari. E come no, se l'opera d'arte è pensiero
condensato in una forma viva, il quale può benissimo venir di nuovo
ridotto alla sua primitiva essenza di puro pensiero?
--Ma il _cosmopolitismo_ non l'ho inventato io!--può dirmi
l'Ojetti.--È un fatto storico contemporaneo. Io lo accetto; perchè
voglio essere del mio tempo, perchè sono giovane, perchè il mio
cervello affollato di concetti filosofici, scientifici, non può
funzionare più, come nelle età infantili, barbariche, da pura
immaginazione e gingillarsi con semplici fantasie. Con l'arte nuova
noi vogliamo rifare il mondo. =E libro lux=, non ha sentito? ha detto
il D'Annunzio. E io non ho creduto d'ingannarmi aggiungendo che
l'opera letteraria =Lux= sia appunto la trilogia delle _Vergini delle
Rocce_. La odierna letteratura italiana, o meglio la nostra produzione
letteraria è fuori di questo movimento, e quasi non ha ragione di
esistere. Per l'avvenire? Ripeto quel che ho scritto nella _Revue de
Paris_: "assai prima che si formi tra noi una letteratura italiana,
avremo anche in Italia una letteratura europea."
Ah, egregio Ojetti, io voglio mostrarmi più radicale e più cosmopolita
di lei! E siccome una cosa o è quel che dev'essere o non è niente; e
siccome un'opera d'arte non può essere altro che pensiero incarnato in
una forma viva, così io credo che noi assisteremo in tal caso alla
solenne agonia dell'Arte. Troppa riflessione, troppa scienza positiva
ci pervade ogni fibra. L'opera d'arte che pretende di usurpare le
funzioni della filosofia e della scienza non caverà un ragno dal buco.
=E libro lux=, sì, sì; ma questo libro (ed è giusto che sia così) non
lo scriverà un artista. Io, per mio conto, mi contenterei che qualcuno
dei nostri artisti ci desse--vede come sono poco esigente?--di quando
in quando, in Italia, un nuovo Don Abbondio!
_Amen._
IV.
Ugo Ojetti mi manda ed io pubblico volentieri:
LA DIFESA DI EMPEDOCLE
(Lettera aperta a Luigi Capuana)
Amico mio, come ella sa, un suo conterraneo il filosofo Empedocle
d'Agrigento, stanco di operar miracoli e di discutere sui quattro
elementi, quattrocento anni prima di Cristo si gettò a capo fitto nel
maggior cratere dell'Etna per assicurarsi tra gli increduli fama
divina.
Secondo quel che narrano i suoi tre cortesi articoli, io che sono un
poco filosofo ma non ho operato miracoli mai, mi sarei gittato
dall'alto della _Revue de Paris_ nella ardente voragine del
Cosmopolitismo (la parola è tutta sua, non è mia) proprio per
acquistarmi un po' di fama tra gli increduli che in Italia sono molti.
_...Deus immortalis haberi
Dum cupit Empedocles ardentem frigidus Aetnam
Insiluit._
Ora, per mostrare ai suoi lettori che ancora son vivo e non mi son
bruciato manco un capello, mi permetta di risponderle qualche parola.
Io credo--questa è la mia impressione concisamente e francamente--che
i suoi tre articoli che si chiudono con un deprofundis all'Arte vinta,
mutilata, asservita dalla scienza positiva, sarebbero stati non solo
giusti, ma profetici, per lo meno quindici anni fa, quando per Arte si
intendeva l'Arte naturalista, materialista Zoliana (la chiami come
vuole), quell'arte che in Italia apparve vestita da siciliana nel
_Mastro don Gesualdo_, nei _Malavoglia_, e--perchè non dirlo?--nelle
sue _Paesane_.
Adesso, amico mio, le sue idee su l'arte--perchè noi in questa
discussione tocchiamo proprio i culmini dell'estetica--hanno contro di
loro i fatti compiuti, e non solo compiuti ma constatati da filosofi
come il Guyan, come il Brunetière, come il Fouillée, come il Gosse,
come l'Hennequin, e anche come il Tolstoi: fatti compiuti e constatati
dagli stessi avversarii. Ieri, quando è giunto qui nel mio eremo
d'Umbria il suo ultimo articolo, mi giungeva pure il _Rome_ che Emilio
Zola mi mandava da Parigi. E per lei che è stato ed è uno dei capi dei
naturalisti italiani (in fondo son tutti capi e tutti siciliani, loro
naturalisti) quel solo libro nell'intenzione e nel fatto deve valere
più di tutte le mie argomentazioni. Non è vero?
Questo periodo è suo; Come lo Zola disse della letteratura francese:
_Sarà naturalista o niente_, l'Ojetti oggi dice dell'italiana: _Sarà
simbolista o niente_, o meglio: "_Sarà cosmopolita o niente_".
I due termini del paragone, lasciando stare per comodità di
discussione la gigantesca altezza dell'uno e la piccola statura
dell'altro, non si corrispondono affatto, malgrado quel suo _o meglio_
il quale mostra che ella stesso scrivendo non li trovava molto adatti
alle nozze. Prima di tutto io nego recisamente di aver mai parlato di
_simbolismo_, una parola che ormai ha troppi sensi e quasi tutti
falsi, e a prenderla nel senso in cui l'hanno presa Emile Verhaeren,
Henry de Regnier, Ferdinand Herold, Francis Vielé-Griffin e _leur
critique à tous_ Remy de Gourmont dovrebbe significare puramente
_l'individualismo_ nella genesi e nell'effetto dell'opera d'arte: un
significato che, come ella vede subito, fa ai pugni con quel
_cosmopolitismo_ di cui ella vorrebbe in vece fare un sinonimo di
_simbolismo_.
Ella poteva dire invece semplicemente _Idealismo_, e il paragone
avrebbe filato via come due paranze in pesca unite da una sola rete.
E l'_Idealismo_ appunto io, con le mie forze tutte se pure poche, ho
venti giorni fa difeso nel mio discorso di Venezia su _L'avvenire
della letteratura in Italia_, il quale non è (come ella pensa) la
ripetizione del mio articolo su la _Revue de Paris_, ma dice molte
altre cose che--credo--anche i sunti telegrafici dei giornali hanno
cortesemente ripetute.