Da Novi a Pavia

(MEMORIA DI VIAGGIO)

Quando mi scossi dal torpore che mi aveva vinto per tutta la notte che

si attraversò la maremma e la Toscana, si era alla Spezia ove il diretto

avea fatto sosta quasi di botto; e quel rude serrarsi ed arrestarsi

delle ruote mi aveva desto.

Fuori della tettoia, dietro le lunghe file dei convogli fermi su le

rotaie morte, un'alba livida di cenere si disegnava a pena. La pioggia

flagellava sui vetri e dal mal chiuso telaio entrava il gelo ed il

brivido di quell'alba autunnale. Poi il diretto riprese la sua corsa

internandosi ogni momento fra gran turbini di fumo ne le interminabili

gallerie che si susseguono sino oltre Genova: e nei brevi tratti che ne

usciva, si scorgeva di sotto il mare che spumava in grandi onde cerule e

si arrampicava urlando su per le pareti granitiche della scogliera.

Brutta cosa — pensava — trovarsi in mare; e dolce cosa invece svegliarsi

a casina sua nel suo letto. — Chi ha fatto questo rumore? Sono le

sorelle che ridono? o è la mamma che porta il caffè al figliuolo?

*

* *

Si passò Genova, Sampierdarena; e benchè il giorno fosse fatto più

chiaro (la pioggia non era ancora cessata) pure ne gli occhi mi

perdurava la visione grigia ed uggiosa dell'alba, quale mi era prima

apparsa lungo la riviera di levante.

A Novi il diretto proseguiva per Torino e convenne scendere e salire

dopo un'attesa di un buon quarto d'ora sul treno omnibus che conduceva a

Milano.

Era un vecchio scompartimento di seconda classe, coi sedili senza molle,

le pareti giallastre con la vernice scrostata; freddo, basso, dove

l'aria ci frizzava da ogni parte; e la reticella era solo da un lato.

Salii per il primo senza nè meno guardare chi venisse dopo di me; cercai

un angolo, e tiratomi sul capo la coperta da viaggio, provai di

conciliarmi un po' di sonno che mi sentiva sfinito dalla stanchezza.

Così in confuso capii che altri viaggiatori erano saliti e parlavano fra

loro; ma il rumore della pioggia era più forte delle loro parole e il

torpore che mi aveva ripreso era più forte della pioggia e delle voci.

Il vecchio carrozzone si mosse alfine ballonzolando su le rotaie troppo

larghe per le sue ruote consunte; e pure il sonno cominciava a stendersi

sopra di me in una benefica dimenticanza di molti e non lieti pensieri,

quando insensibilmente una voce di donna cominciò a farmisi intendere su

quel brusìo di voci, e cresceva sempre più forte e più uggiosa e più

continua che lo scotimento stesso del treno.

E come avviene, io stavo in attesa che quel racconto di cui afferrava

solo il suono e non il senso, finisse una buona volta per riprendere il

sonno.

Ma che!

Quella era una macchina montata: bisognava aspettare che la carica fosse

finita: Dio sa quando! Ma che non vi debba essere — pensavo fra me — uno

scompartimento a parte per le vecchie chiacchierone, come c'è quello pei

cani e per le donne brutte!? Perchè quella era evidentemente la voce di

una donna vecchia e brutta per giunta; e in quel perpetuo cicaleccio

queste parole ricorrevano con una nauseante insistenza: — mio figlio —

Bonosaire — la Merica — la fortuna. E quello che più mi disgustava era

che la donna non parlava in dialetto, ma in italiano e con quell'accento

mezzo emiliano e mezzo lombardo, pieno di improprietà e di

sgrammaticature che su le mie orecchie usate alla fluente e sicura

ricchezza del parlare toscano, produceva un effetto di esasperazione e

di tedio.

Alla prima stazione muto scompartimento. Ma il treno andava lento e la

prima stazione era molto lontana. E per maggior disgusto le voci che a

rari intervalli rispondevano alle interrogazioni di colei, avevano

un'inflessione anche più disgustosa. Una voce d'uomo con accento

meridionale, ma corrotto da cadenze e frasi straniere, rispondeva ogni

tanto con un monotono ed invariabile: «Così è» ovvero «Col tempo todo se

passa». Ma anche costui appariva seccato a giudicar dalla voce. Talvolta

era un altro l'interpellato, perchè allora rispondeva una piena e

gagliarda voce giovanile dall'accento tedesco e avea come dei baleni di

riso: «Io, signora, non capir taliano!»; e la voce della donna di

rimando con accento da straziare anche le orecchie di un maestro di

francese: «_Vous êtez français?_» «Oh, no, no; io studente germanico di

Heidelberg». E quella ancora a raccontare lo stesso le cose sue.

Era un affare disperato il mio di voler dormire: buttai via la coperta,

mi ricomposi nell'angolo, e subito cercai con lo sguardo la terribile

chiacchierona che sedeva nell'angolo diametralmente opposto al mio.

Era una figura volgare (così mi parve al primo esame) di una massaia o

borghese cinquantenne. Vestiva dimessa con un abito di lanetta color

avana e un cappellino nero di velo. Ella appena mi vide mi sorrise

benignamente con gli occhi, come ne la speranza di aver trovato un nuovo

interlocutore da supplire agli altri. «Hai proprio indovinato, la mia

donna!» — pensai —, e rimasi impassibile.

Quegli che parlava napoletano, ed era di fronte a me, avea una faccia

butterata dal vaiolo, faccia brutta e rude da mercante di carne porcina

o di carne umana ne le emigrazioni dei miserabili dall'Italia in

America. Gli sedeva vicina la moglie, una donna matura, alta, piena,

dalle linee del volto regolari, ma fredde ed inerti. Per tutto il

viaggio ella non si mosse dalla sua posizione, non sorrise nè diede

alcun segno di ciò che le passasse per l'animo. Portava un cappellino

inelegante ornato di molti fiori vivaci: braccialetti d'oro e catena

grossa al collo, anelli alle dita la gravavano come emblemi di una

ricchezza male acquistata ed inutile. Da quel grosso corpo uscirono due

o tre volte delle frasi che si capivano a pena, con una voce sottile e

disgustosa.

Il marito mi disse poi che la sua signora era di nascita tedesca ma sin

da bambina vissuta a S. Paolo, però sapeva anche l'italiano.

Lo studente germanico che sedeva di fronte alla vecchia donna lombarda,

era un gagliardo e sanguigno discendente di Arminio sui trent'anni, con

un beato sorriso su le labbra e quattro o cinque cicatrici di _rappier_

che gli deturpavano il volto largo ed imberbe. Egli pareva come

incantato a quel fiume di parole di cui non dovea capir niente; ma

evidentemente ci prendeva gusto. Si era chiuso nel suo scialle e,

accomodato alla bell'e meglio nell'angolo, guardava la donna gesticolare

e parlare con l'espressione di chi assista ad una rappresentazione.

Quella colse a pena il mio sguardo rivolto su di lei, che mi domandò:

— Lei è italiano?

Io feci cenno di sì.

— Bene — riprese —, lo dica lei a questo signore qui che viene dalla

Merica e non ci crede; è vero o non è vero che noi italiani siamo tutti

in miseria? — V'era in queste parole una certa mite rassegnazione e non

so quale doloroso convincimento che pareva dire: — ma vi pare possibile

che possa essere diversamente; e come si fa a non crederlo?

— Sicuro che della miseria ce n'è — risposi io.

— Oh, bravo! manco male! E adesso mi dica lei (si rivolgeva proprio a

me) che cosa doveva fare io? A Mantova un posto che sia un posto per un

giovane come si deve non c'è a pagarlo un occhio; e il mio Carletto, non

sta a me a dirlo, ma è proprio un bravo giovane.

Stia a sentire: lui ha fatto le tecniche, che è una bella istruzione;

dopo ha fatto il soldato da volontario, perchè il proprio dovere verso

la patria o prima o dopo bisogna farlo, non è vero lei che è giovanotto?

Era nel 70º di fanteria e il suo capitano gli voleva un bene... un bene,

che se viene a trovarmi a Mantova gli faccio vedere le lettere che gli

scriveva. Basta, è venuto via col grado di sergente. Dopo cosa doveva

fare, povero figliuolo? Io raccomandarmi, io cercare, io far le scale,

andar da questo, da quello, fargli far le istanze, far accendere due

candele alla Beata Vergine se riusciva a trovare un posto. Ma che!

Niente, quando si dice niente....! Le ferrovie sono tutte chiuse;

concorsi non ne fanno più; al municipio peggio che in altri siti; e noi,

veda, si era contenti anche di un posticino da prendere cinquanta lire

al mese. Anche lui era avvilito, perchè a dirla tutta, il mio Carletto è

buono, ma, se vogliamo, non ha molto spirito. Tira più a suo padre che a

me. Oh, se avesse lo spirito che ho io, sarebbe un'altra cosa. Ma già

tutti non possono essere uguali! Oh, io non ho paura di niente; faccia

franca e avanti! Sanno loro quando è partito il vapore di mare chi

piangeva? Loro diranno che piangevo io. Nè pur per sogno. Io rideva....

Piangeva lui che è un giovanotto. Ecco, un po' di dispiacere l'ho

provato piuttosto quando lasciò la casa a Mantova. Ma cosa vuole: suo

padre, mio marito, non lo voleva lasciar andar via: gli si era attaccato

ai panni e piangeva, piangeva che era una vergogna per un uomo di quella

età: ma io niente; è tutto per il suo bene; ed io sarei stata una

cattiva madre se avessi detto al mio Carletto; no, rimani, sta con noi!

Non è vero, signori?

Il discorso diretto a me si era poi esteso a tutti i viaggiatori. Ma il

napoletano accendeva uno zigaro, la signora pareva assopita, il tedesco

non capiva niente.

— Dico bene o dico male? — ripetè, e ci guardò tutti in volto senza

avvedersi della comune indifferenza.

Ma pigliando il nostro silenzio per esitazione a rispondere in modo

affermativo, impallidì e si commosse. Si capiva che avea bisogno di

essere rassicurata.

— Lei ha fatto bene, signora — diss'io.

— Ah, ecco — rispose trionfalmente come la pensa la gente istruita, la

gente che ha esperienza di mondo. Ma lo venga mo' a dire a quelle

zoticone laggiù di Mantova? Tu tradisci tuo figlio, laggiù ci sono i

mali cattivi, bisogna stare tanto tempo in viaggio, dicevano. Stupide,

dico io, e... e..., è che sono stupide.

Tacque un momento, e la sua faccia si scompose in una specie di

abbattimento che mi commosse. Poi dopo un mezzo minuto, si eccitò ancora

e ripigliò. — Veda, sono stata io, proprio io a farlo decidere di andare

in America. Qui non trovi posto? Bene...., aria! Vattene a guadagnar

fuori. E gli ho fatto io tutto; due sacchi di biancheria, due mute di

panno, che laggiù costano un occhio, e poi me lo sono preso su e l'ho

accompagnato a Genova. Lei dirà che lui poteva restare a Mantova. Ma a

far cosa, domando io? A mangiare alle spalle dei genitori? Mio marito è

scrivano da un notaio e guadagna poco; chi manda avanti la famiglia sono

io che faccio di tutto. Abbiamo anche una casa del nostro: ma cosa

conta? Il Governo mette delle tasse che portano via i tetti come un

uragano. Non le dicevo poi che ci ho anche due figliuole che oramai

saranno da marito; e poi anche che avessimo potuto, non va bene che i

giovani stiano con le mani in mano.

Dunque lui non deve pensare soltanto per sè, ma anche per le sorelle e

vedere se può fare la dote a quelle poverine. Dico bene?

Stette sopra pensiero poi melanconicamente aggiunse: — Certo che è un

gran piacere avere un figliuolo in casa! La sera ci faceva compagnia a

tavola, ci teneva in allegria e ci raccontava sui giornali tutto quello

che c'era di nuovo al mondo e anche a Mantova. E adesso? È meglio non

pensarci. Si domanderà sempre: dove sarà in questo momento che parliamo?

cosa farà? Non è mica una cosa allegra! E vorrei esser con lui e nel

tempo stesso mi pare un'eternità di essere a casa mia, perchè già lo

imagino cosa faranno tutti e tre: piangere, piangere, andare alla

stazione ad ogni treno a vedere se vengo; perchè loro non capiscono mica

niente della ferrovia! Bisogna che faccia tutto io. Io non ho paura di

niente. Ecco.... devo dire la verità: un po' di paura l'ho avuta

stamattina a vedere quel mare che urlava come una belva feroce che

pareva volesse mangiare mio figlio e il bastimento. Ma loro, quelli del

bastimento, non ci badavano nè meno. Del resto lo dicono tutti che non

c'è niente pericolo, ed è come essere in casa propria, e deve essere

proprio così perchè se si dovesse morire, tutta quella gente non

viaggerebbe mica; e ce n'erano tanti di signoroni che montavano su. È

vero che non c'è pericolo? — domandò rivolgendosi al signore butterato.

— _Oh, està nada._

— Non capisco mica.

— Io parlo _brazileno_, voi non capite il _brazileno_? Dico che il

viaggio è niente. Ho fatto venti volte la traversata, e da qui un mese

torniamo al nostro paese, a S. Paolo, sul Nord America che è il più bel

bastimento della Veloce; seconda classe distinta, cento patacconi per

uno: e il vostro figliuolo è andato in seconda classe?

— Ma si figuri! — rispose — Noi si voleva fare anche questo sacrifizio,

ma quando siamo stati dove si monta su....

— All'imbarcadero...., — suggerì il brasiliano di Napoli.

— Proprio così: bene, quando siamo stati lì, ci incontriamo in un uomo

che ci guardava con curiosità: ed io subito, franca, ho fatto

conoscenza. Quando si dice la fortuna! Delle volte quelli che sembrano

povera gente sanno dare dei consigli più da amico che certi signori

qualificati. Bene, questo qui vestiva come un poveretto e, a dir tutta

la verità, ci avea anche una faccia poco pulita; ma quando ha saputo che

il mio Carletto andava in America, subito si è fatto tutto gentile e ci

ha detto: perchè volete regalare alla società di Navigazione più di

cinquecento lire? Teneteli in saccoccia che faranno bene quando sarà

laggiù. Anch'io manco dall'Italia da più di vent'anni e adesso torno a

Bonosaire dove ci ho fatto fortuna, e si può dire la mia seconda patria:

e mi mostrava la catena d'oro e la borsa che dovea essere piena di

marenghi. Bene, lui va in terza classe ed ha fatto amicizia col mio

figliuolo, perchè non sta bene a me il dirlo, ma il mio Carletto è un

giovane simpatico; basta vederlo per volergli bene; così che va anche

lui in terza dove si respira l'aria fina che fa bene per chi è un po'

gracile, e si arriva lo stesso e ci si guadagnano quasi quattrocento

franchi di differenza. Poi gli ho detto in segretezza: — Attaccati a

quello lì che deve essere un signorone, fatti voler bene, confidati in

lui, e quando arriverete in America, ti troverà un buon posto. Ho fatto

male a dir così? — domandò con improvvisa agitazione vedendo che il

volto dello straniero si era oscurato a quel racconto.

— Oh, niente; avete fatto bene.... rispose dopo un istante con

indifferenza e spianando la fronte.

Anch'io aveva capito il sospetto che era passato per la mente di colui;

ma non ebbi il coraggio di parlare. Sarebbe stato un colpo crudele ed

inutile per quella povera madre dirle che quell'uomo non era forse altri

che un truffatore volgare.

— Ma non ci ha il posto pronto? — domandò questa volta il signore che

parlava _brazileno_.

— Oh sì, ha tanti posti, ha tante promesse — rispose lei con gran

premura — e poi ha anche delle lettere di signori di laggiù che lo

vogliono al loro servizio; ma delle volte, sa bene, la fortuna si prende

di passaggio che è meglio di tutto. Scommetto che anche lei avrà fatto

così. E quando poi avrà fatto dei soldi, quando avrà da parte un bel

gruzzolo, non voglio mica che venga a Mantova a mangiarseli. Perchè

questi ragazzi che non hanno esperienza di niente, se si trovano a pena

di avere un po' di risparmio, eccoli lì che si credono gran signori. No,

no, deve stare laggiù a farsela la fortuna per davvero. A Mantova neppur

per sogno! Si figurino che vi sono tanti giovani oziosi che stanno tutto

il giorno nei caffè e in altri siti più brutti. Se trovano uno che abbia

due soldi, eccoli tutti attorno. Supponiamo che venga lui; allora

Carletto qua, Carletto là, in baldoria ed in baracca finchè i soldi sono

spariti.

Piuttosto sanno loro cosa faccio? prendo quel vecchio di mio marito, le

mie figliuole e via tutti in America.

In Italia ci devono stare i ricchi e i birbaccioni; ma per la povera

gente o morir di fame o andar via.... — Si arrestò come meditando, poi

con un sorriso che non era privo di dolcezza come per farsi perdonare la

domanda indiscreta, chiese al _brazileno_:

— E lei ci ha messo molto a far fortuna?

Colui sorrise in modo canzonatorio e non rispose.

— Due o tre anni, scommetto, eh!...?

— Io non ho fatto fortuna — rispose colui conservando lo stesso sorriso.

— Me la vuol contare a me? Tutti quei braccialetti, quella bella

catena.... — e indicava l'oro della signora. — Si capisce bene che loro

sono signori. Ma il mio Carletto ci metterà un po' di più, m'imagino,

perchè molto svelto non è....

Tacque allora, e forse stava per riprendere il discorso quando la

signora del _brazileno_ domandò al marito:

— Quanto manca a Milano? — ma l'intonazione era diversa e pareva dire: —

Che seccatura è mai costei!

La madre dell'emigrato o intese il senso riposto di quella domanda o non

seppe che altro dire per allora, perchè non aprì bocca. Il volto, non

più animato dalla foga nervosa delle parole, si era ricomposto di nuovo

in una pallida e triste quiete. Il signore avea riacceso lo zigaro e

buttava fuori gran boccate di fumo; lo studente di Heidelberg avea

mandato in dentro il suo sorriso e tratto fuori il _Baedeker_.

Il carrozzone un po' sbatteva, un po' scivolava su le rotaie lubriche

dalla pioggia mentre attraverso i vetri bagnati passava, passava il

triste paesaggio lombardo.

Alberi e pioppi in lunghe file, cascine, praterie verdi come smeraldo,

vacche e cavallacci pascenti ne la marcitura putre dell'acque, fuggivano

indietro, come attonite cose, sotto il bigio velame delle nebbie che

montavano già nell'ora meridiana autunnale.

Avea quella povera donna tolto furtivamente dal seno una corona del

rosario e in fretta in fretta faceva passare le avemarie e premeva le

labbra nel fervore della preghiera, e chiudeva ogni tanto gli occhi. Il

treno fuggiva verso Mantova, ma il suo cuore se ne portava un gran

bastimento, e le onde immani portavano il bastimento su le loro creste

come una paglia; le onde senza fine dell'abisso del mare.

Frattanto il treno rallentava in prossimità di una stazione e la

macchina fischiò a più riprese.

— Dove siamo? che stazione è questa, signori? — domandò scotendosi tutta

e levandosi in piedi.

— Io non sapere — disse lo studente tedesco.

— Volete l'orario? — chiese il _brazileno_.

Il treno si fermò e si udiva la voce del conduttore che gridava:

— Voghera.... a Voghera; chi scende a Voghera?

— Voghera? — disse la donna — ma io devo scendere qui per andare a

Mantova....

Lo sportello fu aperto e l'aria gelida del di fuori entrando di colpo ci

scosse penosamente. L'aiutammo a scendere e poi le porgemmo una

valigetta e un fagotto che avea. — Stiano bene, si conservino, facciano

buon viaggio tutti — disse come fu scesa, affettuosamente.

La seguii con lo sguardo e vidi che si era accostata al capo stazione il

quale stava dritto sotto la tettoia, sotto l'aureola del suo berretto

rosso. Che cosa gli dicesse non capii lì per lì. Lui stava impassibile;

lei gesticolava umilmente mostrando il biglietto. Infine il capo chiamò

il conduttore, il quale prese la tessera e poi staccò dal suo libretto

un supplemento e lo consegnò alla donna accennando di far presto. Ella

rifece il binario barcollando, e andava su e giù per il treno

evidentemente in cerca del nostro scompartimento. Allora io battei sui

vetri ed ella comprese; si fece aprire e salì. La guardia chiuse con

dispetto il battente borbottando non so che cosa.

— Oh bella — disse colei sorridendo, — volevo tornare qui dai miei

compagni e lui, invece, mi voleva far montare dove voleva lui, io no!

— E bene, non scende a Voghera, signora? — domandai mentre il treno si

metteva in moto.

— Ma che! — rispose con rassegnazione — Il biglietto che mi hanno fatto

a Genova non andava bene perchè avrei dovuto fare un giro lungo sino a

Piacenza: invece loro mi hanno fatto un altro biglietto per Pavia e così

arrivo prima, quasi all'ora del pranzo....

Perchè bisogna sapere come è quella gente! Saranno ad aspettarmi a tutti

i treni, e se non mi vedono arrivare, penseranno Dio sa quali disgrazie.

Cosa vuole che loro sappiano di ferrovie, di orari, di viaggi? Anzi, io

ci penso fin da ora e mi vien da ridere: veda, quando mio figliuolo ci

scriverà che ha fatto fortuna ed andremo tutti laggiù in America, io

scommetto che lui, mio marito, per fare il viaggio, si metterà l'abito

nero che tiene nell'armadio per le grandi occasioni e il cappello a

cilindro. Pover'uomo, di queste cose non se ne intende mica, ma è così

buono!

*

* *

Io avevo aperto l'orario mentre la buona donna parlava e ad una prima

occhiata avea capito che il capo stazione di Voghera avea preso un

grosso errore facendola proseguire per la linea di Pavia, giacchè v'era

una lunga fermata a Pavia ed un'altra a Cremona, per modo che non

sarebbe giunta a Mantova che alla mezzanotte circa.

Però non le dissi nulla e forse me ne sarebbe mancato l'animo. Lei

s'accorse che io consultavo l'orario e mi domandò con premura:

— Non va forse bene...?

— Sì, va bene; soltanto dovrà aspettare a Pavia più di una mezz'ora....

— Questo poi mi dispiace — disse con rassegnazione — perchè non ho

portato nè meno uno sciallettino, e non si può proprio dire che faccia

caldo....

Io non insistetti e lei riprese: — A me basta di arrivare a casa per

l'ora del pranzo; perchè a mangiare all'albergo non si sa mai!... Vedono

una donna sola, danno quel che avanza in cucina e poi mettono su il

conto che vogliono loro....; lo lasci dire a me che ci ho pratica del

mondo. E poi veda: ho anche voglia di andare a pranzo coi miei, perchè

ho preparato una bella sorpresa. Già staranno tutti come tante mummie;

lui poi piangerà, povero vecchio! Allora sa lei che cosa faccio? Tiro

fuori della roba che ci ho qui dentro — e indicava un sacchettino bianco

ben legato al collo. — Sa lei che cosa ci ho qui dentro? Sono dei frutti

che nascono in America e sono dolci come il miele. Si chiamano banani, è

vero? — domandò al _brazileno_.

Quegli fece cenno di sì.

— E ve ne sono tanti laggiù, è vero? — tornò a domandare.

Il _brazileno_ levò il capo e piegò le labbra come a dire: — A

volerne!...

E lei tutta consolata riprese: — Io dirò: cari miei, questi frutti li ho

comprati nel bastimento dove viaggia Carletto. Laggiù poi ve ne sono

tanti che non costano niente. Quella sì è la terra promessa!...

La macchina fischiò; il treno a poco si fermò sotto la pioggia.

— Siamo a Pavia, signora! — le dissi.

— Finalmente! — e prese tutta la sua roba e discese.

— Adesso vado a sentire dal capo stazione quanto tempo devo fermarmi a

Pavia — disse —, e loro signori stiano bene e facciano buon viaggio, e

lei — aggiunse rivolgendosi al _brazileno_ — chi sa che un giorno o

l'altro non ci vediamo in America e allora si vuol stare tutti allegri

in compagnia.

Si scostò, attraversò i binari equilibrandosi alla meglio fra la

borsetta e il sacco dei banani; e dopo aver chiesto a due o tre

impiegati, si rivolse ad un altro di quei mandarini che vivono sotto le

tettoie delle stazioni e sotto la mitra rossa dei loro berretti. La vidi

parlargli umilmente e.... poi fece un atto di disperazione; ripassò per

i binari in furia e venne al nostro sportello.

— Ma sanno, sanno, signori, a che ora giungo a Mantova? Alle undici....

capiscono..., alle undici e quaranta!

Non potè dire altro: una guardia la scostò bruscamente e il treno si

avviò. La rividi riattraversare i binari.... poi ferma col capo chino

sotto la tettoia già deserta, con la borsetta in una mano, nell'altra il

fagotto dei banani, i frutti dolci come il miele che mangerebbe suo

figlio; e non potei staccare gli occhi da lei sinchè il treno, fuggente

sotto la pioggia, non me l'ebbe tolta dallo sguardo.

Gli ingenui · 第 9 / 11 题