Per un ribelle

_. . . . . . . Pictoribus atque poetis

quidlibet audendi semper fuit aequa potestas._

Al tempo delle recenti sommosse in Sicilia, ne la piccola quanto

illustre città di R*** in Romagna (illustre perchè ha di molti e bei

monumenti antichi) furono sequestrate circa tre mila copie di un

opuscoletto di versi e di prose intitolato _Scaglie roventi_. Il

provvedimento del sequestro — inutile dirlo — era giustificato dal fatto

che l'autore non potendo gettare bombe autentiche, si accontentava di

appuntare la prosa e la rima in forma di saette, e te le scagliava con

una irruenza di entusiasmo e di rabbia tale che guai se invece di essere

archilochee fossero state di semplice ferro.

Dunque il provvedimento era giusto; specie oggi che, grazie a Dio, non

si è più ai tempi di Renzo Tramaglino, ne' quali un facinoroso, un

barattiere o un soperchiatore di professione poteva ridersene della

legge e di chi ne portava le insegne.

Ma pure approvando il sequestro, faceva pena il pensare alla persona

colpita e danneggiata; perchè bisogna sapere che l'autore delle _Scaglie

roventi_ non era un sanguinario di razza, ma un povero giovane non

ancora trentenne, pittore per vocazione e non di mestiere per la ragione

che di commissioni non ne avea; ed affetto inoltre da una malattia che

per lui era divenuta cronica: la miseria.

Costui ne gli ultimi tempi si era buttato tra la compagnia dei peggio

anarchici e rivoluzionari di quella città: i socialisti per costoro non

erano che dei borghesucci annacquati: perchè bisogna anche sapere per

chi non ci ha pratica con quelle regioni, che in Romagna la politica,

oltre a tante cose, è una specie di _steeple-chase_ istintivo a chi

trova le forme più avanzate: giuoco certo non innocente e che abbisogna

di molta sorveglianza, ma non così pericoloso come può sembrare a prima

vista, e come alcuni credono o fanno credere, almeno sintanto che v'è da

mangiare e da bere: ed a questo provvedono a bastanza bene il buon Dio e

le campagne ubertose e felici. Perchè quella è gente che di digiuni non

ne vuol sapere. Solamente la sera che dovessero andare a letto a stomaco

vuoto o scemo, sarebbe una scarsa garanzia per il domani. Ma sino a quel

giorno si può esser tranquilli: o fan di gran chiacchiere o si

accoltellano fraternamente fra di loro. Hanno inoltre un disprezzo per

la legge che è divenuto proverbiale; così invece che dire: «io non

voglio prepotenze», dicono nel loro rude dialetto: «io non voglio

leggi».

Or dunque i compagnoni conducevano a torno il nostro pittore per tutte

le osterie; e alle ore piccole, quando rincasava, era forse più la

gravezza del vino che avea in corpo di quello che potessero pesare

quelle sue ossa e la poca carne che vi era attorno. Gli amici e i

compagnoni gli pagavano da bere e questo era il prezzo delle sue

conferenze, perchè quando era brillo avea delle sortite bizzarre e degli

sproloqui paradossali; insomma faceva ridere o faceva piangere; il che è

tutt'uno. Ma da mangiare non ne avrebbe accettato: non era dignitoso per

un artista.

Il luogo di ritrovo era ne le tipiche e indimenticabili osterie o,

meglio, cantine di Romagna. Altrove non si costumano e val la pena di

descriverle. Sono delle grotte a volta nei sotterranei stessi dei

palazzi e vi si scende per molti scalini sotto il livello della strada.

Due file di botti adornano le pareti; lampade caliginose pendono dalla

volta. Il muro più stretto è occupato da un camino medioevale dove

ardono fascine di sarmenti e, su la brace, in graticole enormi cuociono

pesce e sardella e carne porcina. Uno degli avventori fa vento, un altro

vi versa l'olio a stille, e l'odore nauseabondo si spande dal focolare.

I boccali di coccio bianco a fiorami circolano ricolmi e spumosi di ben

fermentato mosto, e il cantiniere che siede presso la botte, con la mano

su la spina, a fatica soddisfa alle richieste dei molti che gli si

accalcano con i boccali sporti.

Su le panche, attorno ad un tavolo lungo e stretto, stavano dunque i

compagnoni, ravvolti dentro le capparelle tradizionali, gettate a due

colpi attorno al collo e alle spalle; il cappello a cencio con l'ala

schiacciata su la fronte; fisonomie o incoscienti o feroci: tutti

intenti all'oratore, appoggiati alle palme; e su di essi le lampade

improntavano colpi di luce e di buio alla Rembrandt.

Lui era a capo tavola, ritto, esile, macilento, con l'occhio smarrito. A

gran gesti, con certe mani bianche ed affilate, parlava con voce

stridente e con certo digrignare di denti contro la tirannide dei

borghesi e dei preti: propositi immani, applausi feroci. Uno dei seduti

interrompeva con un pugno sul tavolo da sfondarlo in segno di

approvazione, e con una formidabile bestemmia si alzava; abbrancava un

bicchiere colmo, si accostava all'oratore e lo obbligava a bere, per la

Madonna! Entusiasmo bestiale a cui non era possibile sottrarsi. Il vino

talora sgocciolava sul soprabito nero del nostro pittore, miserabile

segno di un'aristocrazia invincibile: e poi seguitava a parlare.

Delle volte, tanto era il vino ingurgitato, che la madre di lui aprendo

la porta ai replicati bussi, vedeva i compagnoni che gli riportavano il

figlio su le spalle mezzo morto dal vino. Questo avviene talora in segno

di buona amicizia ne la dolce terra di Romagna. Ma prima che si fosse

dato a così mala compagnia, ed anche allora, quando il fumo del vino non

lo rendeva aggressivo, egli era la più mite e schietta creatura che si

possa imaginare e si accompagnava anche agli odiati borghesi e li

conduceva su, ne la sua stanza a vedere i suoi abbozzi e i suoi quadri.

Era tanto che voleva andarsene via di quella città, all'estero, lontano,

in Australia, come diceva lui. Ma ogni anno era sempre lì: ci volevano i

soldi del viaggio, e le speranze rifiorivano con la buona stagione e poi

cadevano giù all'autunno, quando le cantine si aprono per il vino nuovo,

e quelle diventavano per lui il rifugio e il solo ritrovo possibile.

Intanto scriveva le sue _Scaglie roventi_ contro i borghesi; anzi avea

un progetto: se ne sarebbe messe le copie in una bisaccia e sarebbe

andato su per il Montefeltro, per le Marche e per altre terre e castella

di Romagna: le avrebbe declamate in piazza, per le fiere, e le avrebbe

vendute. Per mangiare e per dormire avrebbe accettato l'ospitalità degli

amici: in viaggio era permesso.

— Già ho bisogno di aria libera di montagna! — e aggiungeva: — Vuoi che

non le venda le mie _Scaglie roventi_? sono tre mila copie: a cinque

soldi l'una fanno settecento cinquanta franchi, e poi vuoi dire che

lassù in montagna non trovi qualche prete che abbia da rifare la testa

alla Madonna e le ali agli angeli? Dopo faccio fagotto e vado via e non

ci torno più da queste parti.

Ma le tre mila copie furono sequestrate tutte in tipografia, fresche

fresche, a pena venute fuori dalla macchina: una burla lepidissima su

cui la plebea arguzia romagnola trovò modo di sbizzarrirsi in motti e

facezie in gran copia.

— Mi hanno voluto far fare un debito come fate voialtri borghesi! —

esclamava lui arrotando i denti; ed alludeva al fatto di non potere

soddisfare il tipografo, che avea promesso di pagare col ricavato della

vendita.

Ma per quanto si inferocisse o celiasse, si capiva che il colpo del

sequestro gli era andato diritto al cuore: ultima speranza volata via

per terre lontane più che l'Australia e senza pagare il biglietto di

viaggio ai borghesi! Poi v'era anche la vanità del poeta ferita

crudamente in quelle sventuratissime _Scaglie_, legate e portate via

come una balla di carta straccia; perchè quei versi non erano brutti,

anzi come arte aveano un certo pregio; e l'indignazione e l'odio acuiti

dai patimenti e congiunti ad una naturale esaltazione, aveano valicato

di un balzo tutte quelle difficoltà che si frappongono a chi voglia

scrivere in rima.

V'erano delle strofe davvero potenti e scintillanti di furore e ne

citerò alcuna delle più miti per ossequio al sequestro e alla legge.

Ecco ad esempio come comincia il «Canto di un ribelle affamato»:

Quando cadon le folgori

e i venti fanno urlare le foreste,

quando passeggia libero

il genio che conduce le tempeste;

ed i torrenti fuggono

per le chine e le valli spumeggiando,

coll'onda fiera e torbida

case, roveri e abeti trascinando;

sento in me dentro crescere

l'odio ai potenti ed il desio di guerra,

sento la furia indomita

del ribelle che tutto arde ed atterra.

Poichè pezzente e misero

mi veggo, e come fossi un vil carcame

i felici mi fuggono

ed è compagna mia solo la fame

. . . . . . . . . . . . . . [1]

[1] Per evitare equivoci e per aver libera la coscienza da

peccati che sarebbero due, i versi e le idee rivoluzionarie,

l'autore del presente volume ci tiene a dichiarare che queste

rime sono proprio tolte dalle «Scaglie roventi» del sig.

Francesco A***, edite pei tipi di Emilio R*** ne la illustre

(sempre a cagione dei monumenti antichi) città di R***. E chi

non ci crede si rivolga al Sig. Carlo Chiesa, editore, che ne

darà prove. A.P.

Oh, ma mi faranno il processo, mi faranno — diceva a questo e a quello

il nostro pittore e poeta —, e mi voglio difendere io e allora ne

sentiranno!....

Per ventura ci fu un'anima pietosa che lo dissuase e con buone ragioni

perchè gli disse: — Se tu parli come ne hai l'intenzione, ti legano e ti

mandano a far compagnia alle tue _Scaglie roventi_. Ti difenderò io se

tu lo vuoi.

— Ma tu sei un borghese e un brigante... rispose il giovane pittore; e

se per avventura alcuno non lo sapesse, dirò che la voce di «brigante»

costumasi dare abitualmente a coloro che sono di opinioni moderate e

conservatrici. È una figura retorica che è in uso laggiù!

Ma tanto disse e fece che quegli promise di farsi difendere. La cosa si

riseppe e se ne fece un gran parlare, perchè il sig. C***, difensore

improvvisato, era noto per le sue idee regressive, anzi per le continue

intransigenze contro ogni novità. Avea in sua gioventù viaggiato e

studiato ed anche avea nome di uomo di talento, qualità punto pregiata

in quella città per la semplice cagione del soverchio numero di talenti

che quivi attecchiscono.

Il sig. C*** faceva da molto tempo il gentiluomo di campagna e ci teneva

tanto alla sua proprietà che quando gli parlavano di collettivismo

rispondeva semplicemente che per suo conto li avrebbe difesi a fucilate

i suoi poderi. Queste affermazioni sanguinarie, comuni del resto in

Romagna, non è a credere che gli togliessero dimestichezza e facilità

pur con gli stessi avversari: e la ragione è che in quei paesi un po'

selvaggi e primitivi, vi fiorisce per buona ventura un certo senso di

bonarietà e di umana semplicità e gentilezza che vale ad attutire le

fierezze e gli odi di parte, ed accomuna gli uomini di varia fortuna e

natura.

Non parrà dunque cosa strana se in quel dì la sala dell'udienza in

pretura fosse gremita di gente delle più disparate opinioni politiche e

di sfaccendati ed oziosi, di cui in quel paese è gran numero: e costoro

farebbero la fortuna degli impresari e delle compagnie comiche e liriche

se in teatro ci si potesse andar gratis; ed anche gli autori ed i librai

molto se ne avvantaggerebbero se i libri si potessero dar per niente e

il leggerli e l'intenderli non costasse una certa fatica.

Ecco il discorso di difesa che tenne il sig. C***; e a me spiace che il

mio stile non sia del tutto adatto a rendere la tinta di festevole

serenità e di sarcastica piacevolezza con cui l'oratore seppe rendere

facile quella sua bizzarra e paradossale orazione.

*

* *

«L'imputato che vi è qui dinanzi, illustrissimo sig. Pretore, sotto la

grave e terribile accusa di anarchico, di Tirteo della dinamite, è tanto

per noi, rappresentati e vindici del presente ordine costituito, quanto

per gli innovatori o socialisti che qui vedo largamente rappresentati

fra il pubblico, come anche per i suoi compagni di fede, un individuo

eterogeneo ed eteroclito, cioè è il campione di una specie che va

scomparendo.

Egli è un accusato, senza dubbio. Ma guardate il fremito che lo agita,

la macerie che lo divora, il fuoco che gli si versa dagli occhi, e voi

capirete che egli, ne la sua mente, è un accusatore. Condanniamolo a

venti anni di reclusione; alla ghigliottina, allo squartamento coi

cavalli ed egli non ci domanderà grazie e molto meno si riconoscerà

colpevole.

Condannarlo è facile, ucciderlo pure sarebbe facile.

Il difficile, o signori, sarebbe di provare che tutti i torti stanno

dalla parte sua e tutte le ragioni dalla parte nostra.

Ma pretendere nel mondo questa giustizia ideale sarebbe un pretendere

l'assurdo. Fino dall'età dell'oro, e lo attesta Esiodo, Temi se ne volò

al cielo coprendosi gli occhi con le ali per orrore di noi, e da allora

non è più tornata.

Voi poi avete purificato i cieli dagli angeli e dai fantasmi biblici, e

va bene; pure dai vostri più potenti telescopi non si annuncia ancora

che Temi accenni al ritorno. Stiamo dunque nel reale e nel possibile: la

giustizia con la sua spada vigili in difesa dell'ordine sociale

stabilito dalla volontà dei più e dalla forza delle cose; tuttavia

voglia per pietà rendere meno selvaggio il diritto di quelli che

trionfano e regnano, e pur meno amaro il pianto di chi in ogni età deve

formare le fatali schiere dei vinti.

Questa è la melanconica e pur vera parola di Cristo.

*

* *

Ed ora cominciamo: Chi è costui? Vi potrei rispondere con una frase

d'effetto: È un uomo che ha fame. E sarei nel vero, perchè a casa sua è

una inverosimiglianza che a mezzogiorno bolla la pentola. È anche la

fame che lo fa cantare quelle atroci cose.

Ma io vi dirò di più: Egli è un'anima che ha fame!

I suoi compagni lo hanno spesso costretto ad assidersi a delle

imbandigioni da disgradarne Panurgio e Pantagruel, e gli hanno posto

innanzi una serie interminabile di bottiglie; poi lo hanno accompagnato

a casa cantando.

Ma la sua è una bulimia che non si placa per cibo, è un'arsura che non

si smorza col vino, è un dolore che non si conforta coi canti.

Andiamo innanzi: Voi lo accusate anche dello abbominevole vizio

dell'ubbriachezza. Di fatto egli si è dato a questo smodato uso del

succo settembrino. Ma, in sostanza, egli è sobrio. Assicurategli ogni

giorno una ciotola di minestra, sia pure di fagiuoli, una stanza al

quinto piano senza che il locatario lo venga a infastidire con la

pigione, un abito nero per uscire decente, e voi lo troverete tutto il

giorno occupato a dipingere le sue teste di angeli e di Madonne; e barbe

di profeti e vergini supplicanti.

Se poi lo accoglierete con onore ne le vostre case, se lo farete

partecipe della vostra intimità, gli comprerete o almeno gli loderete il

quadro, lo andrete a visitare nel suo studio, egli sarà un uomo felice e

troverà che il mondo gira così bene col sole e con la luna che lo

vagheggiano a volta a volta, con tutto quel bel mare azzurro e quei

boschi e quei campi, e non gli verrà nè pure in mente di invocare

il rabido

coro degli Austri fremebondi e urlanti

e di dire:

Amerò sempre i pallidi

morbi spavento e morte seminanti

come scrive a pagina ventitrè dell'incriminato opuscolo.

*

* *

È un'anima che ha fame. Sentite: una volta un giornalucolo di provincia

portava in terza pagina, prima del sonetto di _réclame_ al Ferro China,

un annuncio così concepito: «La riproduzione dell'effigie dell'illustre

patriotta è stata affidata all'egregio giovane pittore Francesco

A***....» Ebbene, io l'ho veduto per molti giorni consecutivi, contro

suo uso, aggirarsi per le vie, fermarsi alle cantonate e spiare sul

volto dei passanti se lo guardavano, se avessero letto l'annuncio, e poi

domandare al giornalaio quante copie si vendevano del detto foglio. Egli

ne avea le tasche piene.

— Hai comperato molto salame da cena? — gli chiesi vedendolo in quello

strano atteggiamento e con quelle sacche rigonfie di carte. — Dice

Murger ne la sua _Vie de Bohème_, che per diventare artisti, bisogna

mangiare prima molti metri o chilometri di salcicciotto.

— No, è la giustizia che si fa strada — rispose, — forse è la via della

gloria che mi si apre!! — e mi sciorinò fremendo il giornale.

Infelice! Dopo cinque anni ecco dove io lo ritrovo!

V'ho detto che egli per natura è sobrio: meglio: è un asceta. Sapete la

sua storia, signori illustrissimi del tribunale? È breve. Suo padre era

un clericale intransigente. Adempiva alle mansioni di distributore di

libri ne la biblioteca municipale.

Percepiva cinquanta lire mensili, più qualche incerto commerciando in

libri vecchi. Aveva una barba mosaica e una figura inspirata del vecchio

testamento. Con quelle cinquanta lire manteneva la moglie, sè, una

figliuolina e il presente suo figliuolo in una povertà decentissima e

dignitosa. Al figliuolo insegnò lui a leggere e a scrivere, perchè alle

scuole del Governo non lo volle mandare. Lo teneva sempre con sè sino

alle quattro che si chiudeva la libreria e si apriva il Duomo per il

vespero.

Il giovanetto era un cosino smilzo e macilento, e in quella solitudine

della biblioteca, in mezzo a que' quadri e a quelle vecchie stampe si

innamorò pazzamente dei colori e dei pennelli.

Le sue letture preferite erano il Trattato della Pittura del Vinci, le

Vite del Vasari e quella del Cellini, e ne sapeva molti passi a memoria;

e voi avrete osservato che egli, senza avere mai messo piede in una

delle così dette scuole classiche, scrive con una robustezza sintetica e

con periodi vibranti e densi di pensiero che fanno contrasto con le

abbominevoli massime di distruzione che vi professa.

Ma la sua passione era il contemplare le vecchie stampe che

riproducevano i quadri e le tavole dei pittori antichi. Il Lippi, il

Masaccio, Sandro Botticelli, in genere i pittori del quattrocento,

esercitavano su di lui un fascino irresistibile. Parlava del

Ghirlandaio, di Luca Signorelli come di amici presenti, e in mirare

quelle energiche e forti espressioni umane della nostra rinascente arte

italiana la quale con tanta coscienza si era emancipata dalle mistiche e

ingenue forme medioevali e avea così divinamente, così audacemente

affermata la natura e la vita, egli, il giovanetto, perdè la ragione e

il senso delle cose reali; ma vivea sempre in mezzo a quelle figure e le

sognava, io credo, rinnovate in un'altra e grande arte contemporanea.

Per lui tutta la storia dei secoli XV e XVI si riempiva della vita e

delle opere di questi grandi pittori. Pontefici, re, guerrieri, gran

signori non esistevano che come seguito e corteo di quelli.

Tutto quel magnifico e meraviglioso cinquecento gli passava davanti agli

occhi come una visione di fate e gli tenevano le veci quasi del mangiare

e del bere. Erano i suoi amici che passavano!

Allora cominciò a sporcarsi le dita coi carboncini e poi co' colori,

tutto da per sè, senza aiuto o consiglio e così durava da non breve

tempo.

Qualche vecchio gentiluomo, qualche canonico, qualche stravagante

erudito, i soli che (voi lo sapete) in questa nostra città frequentino

la libreria, vedendo il giovanetto tutto curvo sul telaio, là in una

delle aule, nel punto dove batteva un raggio di sole giù dagli alti

finestroni, si fermavano a guardare.

— Questo garzonetto o giovincello ha inclinazione per l'arte della

pittura, eh? — si domandavano con voce chioccia e nasale — Bene, bene!

Bravo, figliuolo mio, lavora, carino...! E che dipingi mai? Ah, una

Madonna! Bene, figliuolo caro, sempre con la santissima religione e

farai buona fine! Iddio ti assisterà.

— Fa tutto da per sè! — avvertiva pianamente il padre che si era

accostato al visitatore.

— Ah sì? Allora — dicevano coloro — è proprio la benedizione del

Signore! Coraggio!

Al vecchio gli occhi che avea sempre rossi e lagrimosi, si colmavano di

maggior pianto e il giovanetto movea la matita con alacrità convulsa

come avesse voluto far venir fuori la sua figura dalla tela, in un

colpo, e farla rizzar gigante e ridente su per quel raggio di sole.

Ma dopo alcun tempo pensò che pur bisognava uscir fuori da quella

solitudine della biblioteca e farsi conoscere; ed allora avvenne che

esponesse un quadro. Il babbo con la sua barba bianca poteva servire da

modello, e così fu.

Le domeniche e tutti i giorni che la libreria stava chiusa, il vecchio

posava davanti al figliuolo con in dosso la cappa rossa di un sagrestano

e gli occhi rivolti al cielo: dovea figurare un profeta o un veggente al

naturale. Quando il quadro fu finito, si lavorò per la cornice, e con

certi regoli di legno e loro arnesi l'ebbero condotta a termine. Un

libraio che avea una bella vetrina sul corso si acconciò ad esporre il

quadro; e il giovanetto trepidante, una sera in su l'imbrunire, lo

trasportò in quella bottega e lo dispose in modo che fosse in buona

luce. Se ne fece un gran parlare, ma le critiche non furono benevoli e

la cosa poi finì ne la solita indifferenza. I primi giorni tutti

andavano a vedere; e i contadini che venivano al mercato, davano di

grandi urtoni perchè volevano vedere anche loro. — Chi è? cos'è? È un

beccamorto con la tonaca rossa! È un matto che muore! To' to'! è il

vecchio della libreria. Proprio lui, vivo sputato! È il figliuolo che ha

fatto il ritratto al padre: si vede che gli vuol bene; e perchè l'ha

vestito di rosso? che bisogno c'era di metter fuori i ritratti di

famiglia? Vada, vada ad imparare il disegno geometrico, l'ornato e la

prospettiva ne le scuole — sentenziava fra gli altri con amaro spregio

il maestro di disegno delle scuole tecniche — e poi farà l'imbrattatele.

— Tutte le pulci han la tosse — diceva uno degli intelligenti — Tutti

dottori, tutti avvocati, tutti artisti! Vecchio matto, all'officina lo

mandi!

Poi la gente non si fermava più e il veggente rimase per qualche giorno

ne la vetrina con la sua tonaca rossa, gli occhi inspirati e l'indice

alzato ad indicare il cielo tutto il giorno fra quella gente che non ci

badava più che tanto.

In questo tempo il vecchio venne a morte e per il giovanetto

cominciarono i giorni tragici della fame.

Uscì dalla biblioteca, si rivolse ai signori, ai preti se avessero avuto

da fare qualche ritratto, da ripulire o accomodare qualche quadro in

chiesa. — Mi dispiace, figliuolo, ma proprio non ne ho di commissioni! —

rispondevano tutti. E pure per le nozze della contessina B*** avevano

fatto venire un pittore da Firenze a farle il ritratto e lo aveano

pagato fior di quattrini. Perchè non affidare a lui l'incarico? Egli

piangeva di dolore e di rabbia e pure seguitava a dipingere, a

dipingere, a dipingere nel suo stambugio sotto i tetti.

Un giorno il bibliotecario che era un uomo da bene e aiutava la vedova

di nascosto del figliuolo, gli disse: — Carino mio, tu bisogna che

cominci da capo e vada a studiar fuori. Breve: lo indusse a fare una

domanda al municipio per avere un piccolo sussidio, e poi si diè attorno

a raccomandarlo ai consiglieri. — Ma chi è costui? — dicevano — È figlio

di un clericale. Deve essere uno stravagante come il padre. Se il

municipio dovesse aiutare tutti quelli che si credono di avere una

vocazione, addio finanze. — E il dabben uomo ribatteva: — E avete pure i

fondi stanziati per i sussidi agli studi. — Ma gli altri — rispondeano —

presentano dei buoni documenti e in regola: questo qui che studi

regolari ha fatto? Dove è andato a scuola? Le scuole allora a che fine

ci sono?

— Ti devi raccomandare un po' anche tu, figliuolo — diceva poi al

giovane il suo protettore.

— Io? io no. Io ho la mia arte. — Basta: tanto disse e fece quell'uomo

per bene che gli fu assegnato un sussidio di trecento lire. E allora

andò a Roma a studiare e vi rimase sei mesi. Avea ne la valigetta due

paia di scarpe con la suola ferrata come costumano i montanari, ma le

riportò a casa sfondate, tanto avea fatto un gran girare pei musei, per

i fori, per le strade. E l'accademia? L'accademia niente.

E quando gli domandarono le carte di frequenza per rinnovargli il

sussidio, rispose che non ne avea ma che avea senz'altro frequentato la

scuola del nudo e del colore. Per questo o per altra malevolenza il

sussidio gli fu tolto ed egli ricominciò la vita misera e deserta di

prima, qui fra noi.

Vennero i giorni dell'inverno, della neve, del freddo e della fame.

Il conte B***, un nostro degno gentiluomo, che l'avea conosciuto quando

da ragazzetto dipingeva in biblioteca, ebbe commiserazione di lui e gli

offrì una stanza ne la sua villa e un posto alla sua tavola senza alcuna

servitù od obbligo. Accettò; ma la mattina seguente la stanza era vuota,

il letto ne pur disfatto e un bigliettino sul tavolo diceva al conte che

egli gli sapeva grazie della sua ospitalità, ma che voleva vivere della

sua arte e non di elemosina.

A questo punto comincia il suo errore di giudizio e, se volete

un'espressione più energica, la sua lagrimevole pazzia. La diagnosi

della sua pazzia è di una semplicità assoluta:

«Egli vuole vivere della sua grande arte». Ma vivere non gli basta:

pennello e tavolozza gli devono dare la gloria, le ricchezze, il piacere

dell'esistenza. Io ho cercato di farglielo capire che questo è un

assurdo anche se potesse apprendere perfettamente l'arte del dipingere;

e per il passato gli ho detto molte cose.

Vedi, amico — io gli ho detto — oggi la grande arte è finita e quella

poca che rimane, se gli si può dar questo nome, è proprietà di pochi e

già famosi artisti, nè credere che la società li ricompensi di onori e

di lodi come faceva coi tuoi amici pittori dei bei tempi antichi. Oggi

se ad un Tiziano cadesse il pennello non vi sarebbe nessun Carlo V a

raccoglierlo.

Un posto di professore in qualche accademia, ecco quello che la società

può concedere. D'altra parte tu, povero ragazzo, hai bisogno di vivere:

ebbene datti all'arte spiccia, all'arte chincagliera. Lì, se hai

fortuna, potrai riuscire. Vi sono le bomboniere da dipingere, i

quadretti per i salottini delle _cocottes_. Esse qualche soldo lo

spendono per amor dell'arte: puoi anche darti a decorare le stanze.

Vedi i poeti come segnano la buona via. Calliope non canta più gli eroi,

ma i callifughi e le pomate. Leggi i giornali e vedrai se dico la

verità. Potrai rispondere che sono poeti da strapazzo. D'accordo. Ma se

tu sapessi come è facile perder la dignità e diventar pagliaccio senza

accorgersene quando la gente non ti dà il soldino se non a patto che tu

faccia quattro capriole in piazza! Dopo però ci si abitua e non si fa

più caso di nulla.

Ma egli mi adduceva gli esempi di coloro che hanno buon nome nell'arte,

e mi ricordava le esposizioni che si inaugurano con tanta frequenza e sì

gran sfoggio di gente decorata. Lascia da parte le esposizioni,

rispondeva io: esse servono a tante cose che non hanno a che vedere con

l'arte, oppure sono inventari, e tu sai che gli inventari si fanno

quando uno è morto o sta lì lì per tirar le cuoia. Ma quanto ai pittori,

è vero, ci sono di quelli che hanno la fede e il genio dell'arte; e pure

a me, a simiglianza dei poeti, fanno l'effetto di persone fuor di posto

e smarrite; e mi ricordano una certa compagnia di bimbi che una volta ho

veduto soffiare, soffiare sotto un pallone.

Il pallone si gonfiava da una parte, poi si faceva floscio dall'altra:

ma in alto non voleva salire.

I pittori fanno press'a poco lo stesso; buffano sino a perdere il fiato;

ci muoiono anche. Che si vuole di più? Ma è impresa che fa ridere. È che

manca l'aria: v'è nell'aria qualche cosa di micidiale per l'arte! Perchè

la pittura non è solo la rappresentazione con segni e colori delle cose

esterne, chè in tal caso sarebbe una lotta impari ed assurda col vero e

meglio riesce la fotografia che qualsiasi ottimo pennello; ma essa è

grande arte in quanto rappresenta un'idealità universalmente vagheggiata

e sentita. Ma ora mai la nostra maggiore idealità si affissa tutta

nell'intento di raggiungere un equilibrio economico e sociale di là da

venire.

Pure l'ignoto ed il meraviglioso, queste due grandi sorgenti a cui

l'arte attingeva a piene mani, non sono più. Dentro l'animo umano, per

la vasta terra, per i cieli si è esplorato tutto o almeno, si è convinti

di avere fugato ogni errore, ogni sogno, ogni superstizione. Lavoro

mirabile, conquista portentosa dell'uomo! E pure siamo forse più tristi

di prima! Tutto su la terra va diventando uguale, a rettifilo, a

proporzioni determinate, nel modo stesso che gli uomini vestono tutti

ugualmente, hanno all'incirca la stessa fisonomia, e le case, le città,

le vie le campagne si vanno assomigliando.

L'arte, credi, non può ridere, distendersi fra queste cose e uomini

geometrici!

Senti questa: vi fu una volta un grande poeta, grande come pochi altri,

il quale non fece altro che ridere ne la vita, tanto che è morto del

troppo ridere; un poeta il più ricco di contraddizioni che mai si possa

pensare. Ma veramente non era lui che si contraddiceva: era il mondo che

è una perpetua contraddizione. Però pensa che il popolo non sbaglia mai,

ed il poeta che aveva tanto spirito da ridergli in faccia, si vide posto

su la divina fronte quel berretto da giullare che egli avea osato di

mettere su la testa di quel terribile tiranno.

Questo poeta si chiamava Arrigo Heine.

Da molti anni egli si sentiva morire e non poteva morire: tuttavia ne la

sua tomba di materassi ove giacque per tanto tempo, non cessò di ridere

e di piangere, perchè ridicola e pur lagrimevole cosa è in fine il

mondo. Un giorno riuscì a levarsi dal letto e si trascinò sino al

_Louvre_. Là, dinanzi alla Venere di Milo, si pose a sedere. Il cuore

gli si intenerì alla vista della Dea e ruppe in un torrente di lagrime.

Questo è un fatto vero ed è anche un simbolo. La Venere di Milo è l'Arte

e Arrigo Heine è l'età presente. V'è qualche cosa che muore attorno a

noi; tu lo senti!

Ma queste ragioni non lo persuadevano. Egli ha anche adesso un'idea

fissa. Si sente soffocare nell'espansione delle sue forze e ne dà la

colpa alla borghesia.

No, ragazzo — io gli ho detto anche — la borghesia non ci ha maggior

colpa di quello che ne abbia una sagoma di legno che il bimbo percuote

perchè ci è andato ad urtar contro con la testa. Un poeta antico lasciò

detto che le cose hanno la loro melanconia. Bene: credi che anche le

cose hanno la loro fatalità, e gli uomini formano le cose e nessuno in

particolare come nessuna classe di gente ci ha colpa se le cose sono

così.

La società ti farà l'elemosina, se la chiedi. Ma se persisti a far della

grande arte, non ti dirà nè meno un bravo. Esiste un'economia

inesorabile ed una logica spietata contro coloro che si ostinano in una

funzione di cui gli uomini e i tempi più non sentono il bisogno. Tu ne

ignori la cagione ma ne devi riconoscere l'effetto dall'odio implacabile

fra le tue tasche e il più straccio bigliettino da una lira.

Che se vedi qualche pittore vendere il quadro, ciò non ti deve illudere

nè fuorviare dal retto giudizio. Non lo comprano, credi, per amor

dell'arte, ma perchè l'uso, le esigenze hanno ancora una certa forza; e

il pubblico, questa gran bestia che oggi veste più o meno all'inglese,

ci si spassa, specie ne le esposizioni, a vedere tutte le pareti coperte

di quadri posti l'uno sopra l'altro, e fa confronti e ci si appassiona

quasi come ad una corsa di cavalli. Allora butta il suo soldo e tutti

pari. Ma la grande arte non se ne avvantaggia per questo, e il pittore

che per compiacere al pubblico ha deturpato in quadretti di genere e

civettuoli le austere idealità che avea forse in mente, ci muore lo

stesso. E allora: «_all right_; vettura, all'ospedale!» La nostra è

un'età umanitaria e previdente che melanconia di cadaveri e di moribondi

non ne vuol veder per le vie. Tientelo a mente, amico pittore!

Ma sempre furono vane parole le mie: lui è rimasto fisso nell'idea della

grande arte. Avea troppo ingegno e troppo amore a quelle sue figure che

gli splendeano ne la mente per adattarsi ad un qualche mestiere; ed è

così che prima ha perduto la fede in Dio, ed è divenuto ateo; poi ha

perduto la fede ne gli uomini ed è divenuto anarchico, che è un ateismo

anche questo! Oh, le orribili parole! E pure oramai egli vive pazzo per

questa pazzia, e quanti ve ne sono con lui!

Egli ha finito poi col buttarsi in braccio delle cattive compagnie,

l'infelice, e quivi trascina la sua ruinata giovinezza, fin che dura.

Viene da piangere a pensarci!

Egli la sera, fra i boccali e le sanguinarie proposte, la bestemmia

atrocemente la Madonna che da giovanetto pregava fra gli incensi, presso

suo padre; quasi che la Madonna dopo la borghesia fosse lei la colpa di

tutto e avesse le orecchie per intendere!

Ma la mattina riprende stanco i pennelli e la dipinge ancora, per

istinto, la soave figura della Vergine, come l'uccello fa il nido che la

sera i fanciulli distruggeranno.

Oh, quando un raggio di sole entra ne la tua stanza, allora su per il

raggio di sole, su fino al cielo tu vedi un ondeggiare e muoversi di

figure che la mente comprende, e di cui il pennello sa a pena rendere

un'imagine fuggitiva! Ed anche il mondo ne le notti stellate, ai dolci

tramonti, e pur ne le tempeste, quale splendore di quadro è desso mai!

Ebbene, no! Egli a questo bellissimo mondo vorrebbe dar fuoco come si fa

ad un malvagio topolino che i monelli cospargono di acceso petrolio!

Ma non è questa una cosa orribile che vi debba essere una classe di

uomini anelanti alla distruzione?

Le _Scaglie roventi_ sono state sequestrate, e va bene: ed a più forte

ragione anche da coloro che lanciano ben altro che dardi poetici, noi

abbiamo il diritto di premunirci, e di opporre arma ad arma.

Ma io mi sono domandato: e dopo questo? Forse che distruggendo con ferro

e fuoco le manifestazioni del male ne avremo anche estirpate le cause? E

poi il male è solamente limitato a questi pazzi furiosi e sanguinari, o

non ha più tosto un'estensione maggiore che non si creda e che sfugge

alle ricerche?

Perchè da quello che si legge e che si ode pare che non scarso sia il

numero di coloro (e questa non è gente nè malvagia nè volgare) che

vivono malcontenti e che hanno perduta ogni fede in ogni buon

ordinamento e in ogni legge: ma si sentono gravati come da un'immensa

oppressione che non si sa in che cosa propriamente consista, ed hanno

bisogno di muoversi più liberamente e più lietamente per questo mondo.

Allora ho voluto consultare quei savi che si dicono antropologi e

filosofi positivi per sapere quale sia la diagnosi di questo male che

affligge la nostra età, ed ecco quale ne fu il responso: «Anarchia: cioè

adempimento di ogni istinto indomabile ed irrefrenabile;

antisociabilità, ritorno atavico all'animalità primitiva, degenerazione

ampiamente diffusa che si manifesta tanto con una opera dell'Ibsen e del

Tolstoi, degenerazione superiore; come una pentola di nitroglicerina,

degenerazione inferiore — forme varie di una malattia unica».

Il linguaggio di questi signori è categorico e proviene dalla gran

sicurezza che sentono della loro scienza. Essi, in certo modo, sono come

dei medici che hanno in cura l'umanità e col termometro sotto l'ascella

ne sanno compulsare ogni menomo moto ed ogni più lieve squilibrio. Da

tale superiorità proviene anche il fatto che essi ragionano con

un'olimpica indifferenza come se questa infermità crescesse non sul

nostro corpo sociale ma su quello degli abitanti della Luna.

O come avviene — ho chiesto loro umilmente — che la nostra società la

quale corre a tutto vapore su le rotaie positive della scienza, verso la

stazione di un avvenire sociale perfetto, debba avere il sangue così

guasto da produrre tali degenerazioni?

La risposta che si degnarono di darmi fu enigmatica, e da quel che ho

capito, pare che dicessero che le cause del male si debbono trovare nel

fatto che noi attraversiamo ora un periodo di passaggio: ma che il

giorno in cui le democrazie sociali avranno raggiunto il loro completo

sviluppo, l'umanità si muoverà liscia senza stridere e senza urti, come

una macchina motrice dei più perfetti sistemi.

Essi ne hanno la piena convinzione, ed io mi sono ben guardato dal

dubitarne.

Uno anzi dei maggiori sacerdoti dell'avvenire e del positivismo in un

suo libro recente non esita a dichiarare che la fede in Dio, gli

entusiasmi, gli eccitamenti affettivi sono un errore soggettivo

dell'uomo. Anche l'arte non è altro che una deviazione iniziale dalla

salute perfetta.

E dal punto di vista di questi signori le cose sono propriamente così.

Se l'ideale della società deve essere come il funzionamento di una gran

macchina di cui ogni individuo rappresenta un ordigno condannato alla

schiavitù di movimenti prestabiliti, certo in tale caso ogni forma

autonoma dell'individuo diventa una deviazione dalla verità. Così

poniamo che io parta dal concetto che solamente le forme geometriche

siano normali e buone: e ognuno può vedere quale immenso lavoro

rimarrebbe a fare per disporre le cose naturali secondo questa supposta

perfetta struttura. Del resto è innegabile che se noi potessimo,

ridurremmo tutto a forme simmetriche e geometriche, come quelle che ci

si presentano più belle e conformi al nostro gusto. La meravigliosa

assimetria, la sapiente irregolarità della natura ci spiace. Quale

felicità se noi potessimo dare ai monti, ai mari, ai fiumi una forma

uguale, con i cucuzzoli, i bacini, i corsi già stabiliti in qualche

studio tecnico, ne lo stesso modo che nei giardini si potano le piante,

le si contorcono, si cimano le erbe come la barba di una persona per

bene.

Ma ritornando a quei signori sapienti, io sarei anche disposto a credere

che essi come gente di molto ingegno e di grande studio, non ragionino

così perchè ne abbiano una convinzione vera e profonda, ma perchè esiste

per così dire nell'aria, questa specie di diffusa tirannide contro le

manifestazioni individuali e geniali, ed essi di questa opinione sentono

l'influsso o la suggestione, come ora si dice, e sono portati

involontariamente a darvi la sanzione scientifica.

Si aggiunge poi un altro fatto: e questo è che, per la ragione del forte

contrasto e del confronto che ne segue, tutte quelle che sono davvero

forme individuali e geniali, assumono indubbiamente uno strano aspetto

di pazzesco e di ridicolo. Uno che abbia una grande idealità ci fa

l'effetto come di un torrione diroccato che debba caderci a dosso e

farci del male. Lo si guarda un po' ridendo, un po' con sospetto: ma lo

si lascia solo. Ed è in questo caso che si svolgono nell'individuo

quelle forme davvero generative ed anarchiche di cui il nostro pittore è

un modesto ma ben eloquente saggio.

Io penso anche che se i più famosi e savi personaggi delle età

trascorse, come guerrieri, filosofi, artisti, dovessero rivivere nel

nostro tempo, si troverebbero in gran disagio e le loro virtù geniali

che tuttora ammiriamo ne le storie e ne le opere che rimangono,

finirebbero con lo scomporsi in forme stravaganti e ridicole.

E un altro fatto pure è notevole: mentre i più belli esemplari della

famiglia umana si vanno perseguitando e finiscono per iscomparire, è un

fatto innegabile che con molto amore e con infiniti mezzi si allevano e

si migliorano quelli che sono tipi inferiori, tanto dal lato fisico come

dal lato intellettuale, i quali la natura tenderebbe a rendere sterili o

ad uccidere in breve tempo.

E questo fatto lo si considera come una delle più grandi conquiste della

civiltà e del progresso, una delle glorie indiscutibili del nostro

secolo. Ed è vero, e come negarlo?

Bisogna però anche concedere che le democrazie sociali verso cui

camminiamo sono per avere una ragione fisiologica oltre quelle che hanno

di natura economica e storica.

Oggi, ad esempio, la scienza medica e l'igiene hanno trovato il modo di

vincere tante infermità che prima conducevano a pronta morte. Etici,

rachitici, scrofolosi, epilettici, che so io, si curano o per lo meno si

portano ben avanti nel tempo; anche i deformi, i muti, i cretini, i

piccoli delinquenti si allevano in massa, si raddrizzano e si adattano

alla vita sociale.

Anche lo stupefacente estendersi degli asili, delle scuole di vario

grado non è senza una ben potente ragione di volontà universale; perchè

è fuor di dubbio che le scuole, oltre a molti nobili fini che si

propongono, sono diventate nel fatto una specie di lungo e raffinato

stabilimento di incubazione dove i meno forniti di intelligenza giungono

al grado voluto di maturità per entrare poi nel torrente vivo della

vita. Solo per questa ragione voi vi spiegate tutte le minuzie dei

metodi pedagogici, la moltiplicità delle materie, il frazionamento in

piccolissime dosi di quelle discipline che sono a pena un po' astruse: e

questo metodo che sembra assurdo anzi dannoso per uno scolaro di

intelligenza vera e forte, diventa invece razionale e proficuo per

l'allevamento dei piccoli idioti o semi idioti delle presenti e future

democrazie.

Questo esercito di deformi, mantenuto a spesa dei più adatti alla vita,

finisce un po' per volta col diventare suscettibile di miglioramento, di

energie e di riproduzione, ed acquistando forza dal grandissimo numero,

si sovrappone con una concorrenza disastrosa e con un'energia feroce in

proporzione della conoscenza della loro originaria inferiorità. Eccone

un piccolo saggio: Ad un tavolino da caffè, in una grande città

industriale, ho udito questo dialogo autentico. Un signore con moglie e

quattro figli si siede presso un giovane, e battendogli su la spalla,

gli dice famigliarmente:

— Caro amico, ho letto il vostro libro di poesie: ma, scusate, non mi

accordo col giudizio del giornale tale, della rivista tal'altra che ne

fanno un mucchio di elogi.

— Mi dispiace: vi trovate de' difetti? è scritto male? i caratteri non

vi paiono veri? vi scarseggia il sentimento, il senso del bello, le

considerazioni? — domandò l'altro timidamente.

— Questo non so, anzi, vi sarà tutto ciò che voi dite; anche troppo! Il

difetto è — aggiunse in tono reciso e di rimprovero come quel tal bravo

a don Abbondio — che voi artisti non scrivete per le masse. Dovete

lavorare per le masse, avete capito? A questo solo patto, vi concediamo

di essere artisti. Altrimenti non avete ragione di esistere.

Così tu, mio stravagante pittore, che hai ne la mente la tua grande arte

e le tue fantasiose figure, devi dipingere per le masse. Che cosa? io

non saprei dirtelo. So che devi dipingere per le masse; se no, crepa di

fame.

È innegabile che noi ci troviamo di fronte ad una nuova specie di

tirannide e delle più crudeli; e fin qui nulla di nuovo giacchè la

tirannide vi fu e vi sarà sempre fra gli uomini; ma la cosa notevole è

che non ce ne avvediamo o non abbiamo il coraggio di confessarla. E pure

in nessun tempo si è tanto imprecato contro la cieca e feroce ignoranza

teocratica che ardeva Giordano Bruno e impediva a Galileo di affermare

una verità di natura! Ma che cosa si dovrebbe dire della odierna

tirannide di tanto più paurosa in quanto essa non risiede in un

individuo nè in un ceto di persone ma nell'universale?

Con tutto ciò è un fatto notevole e da un certo punto di vista

meraviglioso questo miglioramento fisico ed intellettuale delle masse

per quanto sia a discapito degli individui migliori, e certo è una

grande vittoria contro questa terribile e muta Sfinge che è la natura.

Ma a me pare che essa intenda, e seguendo certe sue leggi di fatale

equilibrio, prepari la tarda vendetta contro il piccolo uomo che l'ha

voluta correggere del suo divino errore e strappare ha osato le bende

entro cui si avvolgea.

I degenerati superiori, come li chiamano gli scienziati, di cui è tipo

il nostro pittore, finiranno per iscomparire; e sia pur pace con loro,

se pace almeno fosse per essere con quelli che rimarranno.

Ma così verosimilmente non sarà. Perchè io temo che questo allevamento

delle moltitudini e delle masse quanto più crescerà di raffinatezza e di

estensione, tanto più metterà allo scoperto una infinità di germi gretti

e malefici, di cattivi e bassi istinti che senza quell'allevamento

sarebbero rimasti sterili o occulti o oppressi dagli uomini, veramente

migliori. Già se ne vedono i segni.

Chi avrà un da fare enorme saranno gli scienziati nel registrare tutti i

nuovi fenomeni di criminologia e di degenerazioni devianti dalla salute

perfetta dell'uomo modello. Gran sventura che gli organismi debbano

nascere nell'utero delle donne con fatali leggi e non si possano invece

formare secondo le dosi di una ricetta razionale entro un laboratorio di

chimica!

Queste cose ho voluto dire al nostro giovane pittore affinchè si

persuada a non scrivere più altre rime sul modello delle _Scaglie

roventi_ e si convinca a non prendersela contro nessuno: non contro Dio

che è troppo lontano, non contro la borghesia che non ce n'ha colpa e

pensa a ben altro, non contro i socialisti i quali non hanno altro torto

se non di dire: questa è pasta da far gnocchi!

Gli ingenui · 第 10 / 11 题