II.

Quante ore della notte erano trascorse quando Febo si svegliò? Era essa

giunta alla metà del suo corso, ovvero le ore fuggivano verso l'aurora?

Fuggivano verso l'aurora. Ma i cavalli del sole dormivano pur ne le

stalle d'oriente; soltanto dietro le nebbie le stelle s'inchinavano

all'orizzonte.

La casa era profondata nel sonno; ma i geni dell'inguaribile male

vigilavano e minavano con maggior fretta le loro caverne; e rallegravano

il loro lavoro con un rantolo gorgogliante continuamente nel sonno.

Si destò Febo soffocato dalla tosse, la quale scoppiò con un urlo che

avea dei suoni laceranti come di metalli spezzati, e risonava nel

silenzio e ne la notte così lugubre che pareva il grido di vittoria

della Morte cavalcante la sua caccia selvaggia.

Il sudore gemeva alle radici dei capelli, alle ascelle, al collo, con un

senso di orripilazione e di caldo febbrile.

Finalmente la tosse si placò e allora Febo riprese coscienza di sè e

riguardò attorno per la stanza. La luce della lampada da notte, nascosta

dietro il paravento verde, si diffondeva tranquilla; ma gli oggetti così

illuminati dal basso in alto, i cortinaggi specialmente, quei cortinaggi

che scendevano giù sul tappeto, avevano assunte attitudini fantastiche e

si prestavano a paurose visioni.

La specchiera aveva poi dei riverberi strani. Tutto era immobile e

muto...; pure pareva a Febo che qualche cosa si dovesse muovere fra poco

e d'improvviso; che la porta si dovesse spalancare, o che la tappezzeria

si dovesse aprire in una parte e una persona uggiosa avesse dovuto

entrare alzando le braccia e parlare con voce cupa.

Chi era che entrava? Egli non lo sapeva; ma un'aspettazione paurosa lo

teneva sospeso.

Ecco: era la suora che entrava. La suora con la tonaca che le sbatteva a

dosso col rumore delle ali delle falene; con quella voce velata, con la

faccia gialla: era lei che entrava a domandare se avesse bisogno di

alcun servizio.

Era lei: era e non era lei, perchè si era fatta erta sino al soffitto

come i cortinaggi, e la tonaca le cadeva giù dietro come un manto.

Gesticolava con delle braccia così lunghe che andavano sempre a battere

contro le pareti. Pareva adesso una maga che facesse sue arti e

chiamasse i demoni. «Monaca! monaca! Tu andrai all'inferno, non hai

paura di andare all'inferno?» così credeva Febo di dire; e quella non

rispondeva, ma scoppiò in un riso sgangherato che le aprì tutta la

mascella, e chinando quelle braccia, si era preso i lembi della tonaca e

si moveva a torno in una ridda: ma non urtava più nel soffitto nè contro

i mobili perchè la stanza si era ingrandita come la scena di un teatro;

tutto era gigantesco; lui solo era piccino e lontano come per chi guarda

con un binoccolo a rovescio. «Monaca, monaca,» gli pareva ripetere

«vengono i diavoli con i cavalli di fuoco e la carrozza di ferro, e ti

portano in fondo all'inferno!» Ma la monaca non rideva più. Si era stesa

supina su la poltrona a sdraio dove il medico faceva stendere lui per

ascoltargli il petto, e quivi si contorceva con gesti da ossessa.

Egli la voleva scacciare quell'imagine impura e faceva dei gesti; e così

avvenne che rovesciò un cristallo che era sul tavolo da notte. Il lieve

rumore lo scosse e provò un senso di sgomento come s'avvide che non era

desto, ma che era ricaduto un'altra volta nel sogno. Erano tutti quei

calmanti che producevano tante e così stanche visioni. Allora per meglio

destarsi girò il bottone della lampada elettrica.

La luce bianca, innondando di colpo la stanza, fece volar via la monaca

con la tonaca su pel soffitto; e la stanza aveva riprese le sue

proporzioni.

Finalmente era scomparsa! Era stato un sogno; ma non importa; il giorno

seguente avrebbe pregato la mamma che la mandasse via. Già gli era

sempre stata insoffribile quella faccia gialla! Doveva ben essere, sotto

la tonaca benedetta, piena di cupidigie infernali! E poi se stava oramai

bene, che bisogno c'era dell'infermiera la notte?

Via, via la monaca; solo lei, la soave, la immacolata Nora.

Dov'era lei? Nel suo letticciuolo, immersa nel sonno, con i capelli

raccolti e le mani in croce sul petto.

Quando, mio Dio, pensava, sarebbero venuti i giorni della felicità?

Perchè Febo vedeva sempre davanti a sè una grande felicità come di oasi

con palme e fontane e quei giorni dovevano venire certo.

Tutto dipendeva dalla tosse, come diceva anche il dottore. Cessata la

tosse, cessato il male; questione di tempo e di buona stagione.

Perchè l'aprile tarda tanto a venire? Allora sarebbe andato in riviera,

in una bella villa, tutta circondata di verzura e di rose. Avrebbe visto

il mare azzurro, con le barche che hanno le vele bianche e girano il

mare quanto è grande: avrebbe visto il sole e la luna quando albeggiano,

perchè le finestre le avrebbe tenute sempre aperte che ci entrasse tanta

aria; e se egli stava male era anche perchè tenevano le finestre sempre

chiuse e l'aria non c'entrava.

Non la voleva capir nessuno che la guarigione stava tutta lì: far

entrare molta aria nel petto.

Ma in riviera avrebbe fatto entrare tutta l'aria che sta sopra il mare!

E appena guarito, subito avrebbe sposato Nora. Un sogno, una felicità

sovra umana, tanto che gli pareva impossibile. E perchè impossibile?

Nora era contenta e questo era il tutto. La mamma certo avrebbe fatto

molte obbiezioni, cioè che era troppo giovane, che doveva terminare gli

studi; ma in fine avrebbe detto di sì. Era così buona la mamma! E poi

v'era un argomento ultimo, decisivo: «Se vuoi che viva lasciami sposare

Nora». Avrebbe detto di no? Dunque l'avrebbe sposata subito in riviera,

ne la villa davanti a cui s'alza il mare: le vele lo percorrono; s'alza

il sole. V'è un bosco di rose, Nora è stretta al suo braccio, gli si

abbandona su la spalla....

Ma insensibilmente s'accorgeva che i pensieri gli si tornavano a

confondere e a dilagare in molti sogni dove discendeva come in un gorgo

cupo, quasi egli fosse una cosa grave, e laggiù gli mancava il respiro.

Le palpebre gli si tornavano a chiudere e la luce che si sprigionava

dalla lampada diventava animata e pareva dire: «Io sono bianca come

l'aurora, io sono bianca come la veste da sposa, io sono bianca come una

fata; io sono la fata lucente che ti trascino a poco a poco giù nei

sogni e tu non lo vuoi ed io ti addormenterò lo stesso e tu verrai....»

No, egli non voleva più dormire, avea paura di quel torpore grave che si

impadroniva dei suoi sensi, e con uno sforzo si levò a sedere sul letto

e discese giù. Finalmente non dormiva, non avrebbe dormito.

— E dell'oppio non ne voglio più! — diceva legandosi i cordoni del lungo

e denso camice da notte.

E infilati i piedi ne le babbucce, si mosse per la stanza come per

liberarsi dalla nebbia del sogno. Sollevò la portiera e fece alcuni

passi pel corridoio illuminato a metà dalla luce della sua stanza. Ma

ebbe fatti a pena pochi passi che urtò contro l'usciolo a vetri. Non

pensò per quale cagione potesse essere chiuso, ma si ricordò che era

stato sempre aperto. Mosse la maniglia, e questa resistette. Allora con

uno sforzo alzò il braccio e abbassò la stanghetta che fermava in alto i

battenti, i quali non rattenuti che dal piccolo dente della serratura,

si apersero con una lieve spinta.

Febo mosse verso la stanza di Nora. Attraversò due sale dove la luce del

corridoio moriva, e si trovò nel buio. Avanzava brancicando. Ma come

ebbe svoltato, vide in fondo un filo di luce che passando per il vano

lasciato dalla portiera della stanza di Nora, si proiettava sul

pavimento; e nel tempo stesso un rumore breve come un soffio, lo fece

sostare. Era come un sorriso ovvero un gemito che non avea mai udito. Oh

che sorriso strano! Eppure era il sorriso di lei! Dunque che era? perchè

Nora rideva? Era la dolce creatura divenuta pazza come Ofelia, la

melanconica, ovvero era lui ancora giù, immerso in fondo, nell'abisso

dei sogni?

Ma dopo qualche tempo che stava in ascolto, quel fievole suono assunse

un carattere più languido, ma spiccato e deciso. Febo sussultò, e

un'onda di terrore gli si aggirò attorno al capo.

Procedette per quel filo di luce senza esitare; e quando ebbe sollevato

il velluto della portiera, gli si offerse una vista che lo fermò; nè le

fauci riarse poterono emettere un grido.

Nora era stretta fra le braccia di un giovane, e i capelli dalla nuca e

dalla fronte le cadevano diffusi per una veste sontuosa e fiammante. Il

giovane si chinava a baciarla; ella levava le braccia e con ambe le mani

gli accarezzava languida i capelli e le tempie.

Un senso mortale atterrò Febo sul tappeto; ma gli occhi, nel piegarsi

delle membra, rimasero fissi.

A quel rumore i due amanti trasalirono e scorsero il velluto della

portiera che si scoteva: un braccio vi si disegnava e tentava di

aggrapparvisi.

Poi sporse la testa di Febo con gli occhi fuori e finalmente tutta la

persona ritta in piedi, e sarebbe parso una statua se non fosse stato il

tremore che lo scoteva: con la mano faceva cenno di voler dire qualche

parola.

— A me.... a me.... Nora!... — riuscì a pronunciare con un accento che

non era più quello di Febo, e fece per camminare verso di lei stendendo

le braccia.

Nora mandò un lieve grido e retrocedeva stretta fra le braccia

dell'altro, e non staccava gli occhi da Febo. Lo vide oscillare due o

tre grandi passi, poi il camice diventar tutto rosso di molto sangue e

lui cadere grave e rotolarsi presso i suoi piedi, presso i piedi di lei,

l'amabile Nora.

Gli ingenui · 第 8 / 11 题