Quante ore della notte erano trascorse quando Febo si svegliò? Era essa
giunta alla metà del suo corso, ovvero le ore fuggivano verso l'aurora?
Fuggivano verso l'aurora. Ma i cavalli del sole dormivano pur ne le
stalle d'oriente; soltanto dietro le nebbie le stelle s'inchinavano
all'orizzonte.
La casa era profondata nel sonno; ma i geni dell'inguaribile male
vigilavano e minavano con maggior fretta le loro caverne; e rallegravano
il loro lavoro con un rantolo gorgogliante continuamente nel sonno.
Si destò Febo soffocato dalla tosse, la quale scoppiò con un urlo che
avea dei suoni laceranti come di metalli spezzati, e risonava nel
silenzio e ne la notte così lugubre che pareva il grido di vittoria
della Morte cavalcante la sua caccia selvaggia.
Il sudore gemeva alle radici dei capelli, alle ascelle, al collo, con un
senso di orripilazione e di caldo febbrile.
Finalmente la tosse si placò e allora Febo riprese coscienza di sè e
riguardò attorno per la stanza. La luce della lampada da notte, nascosta
dietro il paravento verde, si diffondeva tranquilla; ma gli oggetti così
illuminati dal basso in alto, i cortinaggi specialmente, quei cortinaggi
che scendevano giù sul tappeto, avevano assunte attitudini fantastiche e
si prestavano a paurose visioni.
La specchiera aveva poi dei riverberi strani. Tutto era immobile e
muto...; pure pareva a Febo che qualche cosa si dovesse muovere fra poco
e d'improvviso; che la porta si dovesse spalancare, o che la tappezzeria
si dovesse aprire in una parte e una persona uggiosa avesse dovuto
entrare alzando le braccia e parlare con voce cupa.
Chi era che entrava? Egli non lo sapeva; ma un'aspettazione paurosa lo
teneva sospeso.
Ecco: era la suora che entrava. La suora con la tonaca che le sbatteva a
dosso col rumore delle ali delle falene; con quella voce velata, con la
faccia gialla: era lei che entrava a domandare se avesse bisogno di
alcun servizio.
Era lei: era e non era lei, perchè si era fatta erta sino al soffitto
come i cortinaggi, e la tonaca le cadeva giù dietro come un manto.
Gesticolava con delle braccia così lunghe che andavano sempre a battere
contro le pareti. Pareva adesso una maga che facesse sue arti e
chiamasse i demoni. «Monaca! monaca! Tu andrai all'inferno, non hai
paura di andare all'inferno?» così credeva Febo di dire; e quella non
rispondeva, ma scoppiò in un riso sgangherato che le aprì tutta la
mascella, e chinando quelle braccia, si era preso i lembi della tonaca e
si moveva a torno in una ridda: ma non urtava più nel soffitto nè contro
i mobili perchè la stanza si era ingrandita come la scena di un teatro;
tutto era gigantesco; lui solo era piccino e lontano come per chi guarda
con un binoccolo a rovescio. «Monaca, monaca,» gli pareva ripetere
«vengono i diavoli con i cavalli di fuoco e la carrozza di ferro, e ti
portano in fondo all'inferno!» Ma la monaca non rideva più. Si era stesa
supina su la poltrona a sdraio dove il medico faceva stendere lui per
ascoltargli il petto, e quivi si contorceva con gesti da ossessa.
Egli la voleva scacciare quell'imagine impura e faceva dei gesti; e così
avvenne che rovesciò un cristallo che era sul tavolo da notte. Il lieve
rumore lo scosse e provò un senso di sgomento come s'avvide che non era
desto, ma che era ricaduto un'altra volta nel sogno. Erano tutti quei
calmanti che producevano tante e così stanche visioni. Allora per meglio
destarsi girò il bottone della lampada elettrica.
La luce bianca, innondando di colpo la stanza, fece volar via la monaca
con la tonaca su pel soffitto; e la stanza aveva riprese le sue
proporzioni.
Finalmente era scomparsa! Era stato un sogno; ma non importa; il giorno
seguente avrebbe pregato la mamma che la mandasse via. Già gli era
sempre stata insoffribile quella faccia gialla! Doveva ben essere, sotto
la tonaca benedetta, piena di cupidigie infernali! E poi se stava oramai
bene, che bisogno c'era dell'infermiera la notte?
Via, via la monaca; solo lei, la soave, la immacolata Nora.
Dov'era lei? Nel suo letticciuolo, immersa nel sonno, con i capelli
raccolti e le mani in croce sul petto.
Quando, mio Dio, pensava, sarebbero venuti i giorni della felicità?
Perchè Febo vedeva sempre davanti a sè una grande felicità come di oasi
con palme e fontane e quei giorni dovevano venire certo.
Tutto dipendeva dalla tosse, come diceva anche il dottore. Cessata la
tosse, cessato il male; questione di tempo e di buona stagione.
Perchè l'aprile tarda tanto a venire? Allora sarebbe andato in riviera,
in una bella villa, tutta circondata di verzura e di rose. Avrebbe visto
il mare azzurro, con le barche che hanno le vele bianche e girano il
mare quanto è grande: avrebbe visto il sole e la luna quando albeggiano,
perchè le finestre le avrebbe tenute sempre aperte che ci entrasse tanta
aria; e se egli stava male era anche perchè tenevano le finestre sempre
chiuse e l'aria non c'entrava.
Non la voleva capir nessuno che la guarigione stava tutta lì: far
entrare molta aria nel petto.
Ma in riviera avrebbe fatto entrare tutta l'aria che sta sopra il mare!
E appena guarito, subito avrebbe sposato Nora. Un sogno, una felicità
sovra umana, tanto che gli pareva impossibile. E perchè impossibile?
Nora era contenta e questo era il tutto. La mamma certo avrebbe fatto
molte obbiezioni, cioè che era troppo giovane, che doveva terminare gli
studi; ma in fine avrebbe detto di sì. Era così buona la mamma! E poi
v'era un argomento ultimo, decisivo: «Se vuoi che viva lasciami sposare
Nora». Avrebbe detto di no? Dunque l'avrebbe sposata subito in riviera,
ne la villa davanti a cui s'alza il mare: le vele lo percorrono; s'alza
il sole. V'è un bosco di rose, Nora è stretta al suo braccio, gli si
abbandona su la spalla....
Ma insensibilmente s'accorgeva che i pensieri gli si tornavano a
confondere e a dilagare in molti sogni dove discendeva come in un gorgo
cupo, quasi egli fosse una cosa grave, e laggiù gli mancava il respiro.
Le palpebre gli si tornavano a chiudere e la luce che si sprigionava
dalla lampada diventava animata e pareva dire: «Io sono bianca come
l'aurora, io sono bianca come la veste da sposa, io sono bianca come una
fata; io sono la fata lucente che ti trascino a poco a poco giù nei
sogni e tu non lo vuoi ed io ti addormenterò lo stesso e tu verrai....»
No, egli non voleva più dormire, avea paura di quel torpore grave che si
impadroniva dei suoi sensi, e con uno sforzo si levò a sedere sul letto
e discese giù. Finalmente non dormiva, non avrebbe dormito.
— E dell'oppio non ne voglio più! — diceva legandosi i cordoni del lungo
e denso camice da notte.
E infilati i piedi ne le babbucce, si mosse per la stanza come per
liberarsi dalla nebbia del sogno. Sollevò la portiera e fece alcuni
passi pel corridoio illuminato a metà dalla luce della sua stanza. Ma
ebbe fatti a pena pochi passi che urtò contro l'usciolo a vetri. Non
pensò per quale cagione potesse essere chiuso, ma si ricordò che era
stato sempre aperto. Mosse la maniglia, e questa resistette. Allora con
uno sforzo alzò il braccio e abbassò la stanghetta che fermava in alto i
battenti, i quali non rattenuti che dal piccolo dente della serratura,
si apersero con una lieve spinta.
Febo mosse verso la stanza di Nora. Attraversò due sale dove la luce del
corridoio moriva, e si trovò nel buio. Avanzava brancicando. Ma come
ebbe svoltato, vide in fondo un filo di luce che passando per il vano
lasciato dalla portiera della stanza di Nora, si proiettava sul
pavimento; e nel tempo stesso un rumore breve come un soffio, lo fece
sostare. Era come un sorriso ovvero un gemito che non avea mai udito. Oh
che sorriso strano! Eppure era il sorriso di lei! Dunque che era? perchè
Nora rideva? Era la dolce creatura divenuta pazza come Ofelia, la
melanconica, ovvero era lui ancora giù, immerso in fondo, nell'abisso
dei sogni?
Ma dopo qualche tempo che stava in ascolto, quel fievole suono assunse
un carattere più languido, ma spiccato e deciso. Febo sussultò, e
un'onda di terrore gli si aggirò attorno al capo.
Procedette per quel filo di luce senza esitare; e quando ebbe sollevato
il velluto della portiera, gli si offerse una vista che lo fermò; nè le
fauci riarse poterono emettere un grido.
Nora era stretta fra le braccia di un giovane, e i capelli dalla nuca e
dalla fronte le cadevano diffusi per una veste sontuosa e fiammante. Il
giovane si chinava a baciarla; ella levava le braccia e con ambe le mani
gli accarezzava languida i capelli e le tempie.
Un senso mortale atterrò Febo sul tappeto; ma gli occhi, nel piegarsi
delle membra, rimasero fissi.
A quel rumore i due amanti trasalirono e scorsero il velluto della
portiera che si scoteva: un braccio vi si disegnava e tentava di
aggrapparvisi.
Poi sporse la testa di Febo con gli occhi fuori e finalmente tutta la
persona ritta in piedi, e sarebbe parso una statua se non fosse stato il
tremore che lo scoteva: con la mano faceva cenno di voler dire qualche
parola.
— A me.... a me.... Nora!... — riuscì a pronunciare con un accento che
non era più quello di Febo, e fece per camminare verso di lei stendendo
le braccia.
Nora mandò un lieve grido e retrocedeva stretta fra le braccia
dell'altro, e non staccava gli occhi da Febo. Lo vide oscillare due o
tre grandi passi, poi il camice diventar tutto rosso di molto sangue e
lui cadere grave e rotolarsi presso i suoi piedi, presso i piedi di lei,
l'amabile Nora.