Ne la stanza di Nora entrava il sole.
Era una dolce mattinata di febbraio senza nebbia e senza vento; e
quell'onda di luce si estendeva con l'allegrezza infantile della
stagione che ormai si rinnova, per il lettuccio bianco, su per il
ripiano del comò, su per la mussolina candida che copriva la _toilette_.
E quivi e ne la luce dello specchio rinfrangendosi, suscitava un più
vivo riflesso come di pagliuzze e di cirri d'oro, dentro cui pareano
nuotare e godere i molti ninnoli che vi erano sparsi e confusi.
Molti ve n'erano: alcuni puerili, altri che rivelavano la mondana
sapienza e l'eleganza di Nora; ma gli uni e gli altri stavano in buona
armonia e senza scandalo delle vicinanze: anzi, risvegliati a quel sole,
pareano ragionare e ridere sottilmente fra loro, quasi fossero un coro
di piccoli genietti maligni. V'erano, fra gli altri, due pupine di
smalto, rosee e snodate che volevano nascondere le loro nudità entro il
pizzo di un fazzoletto, un gruppo di ciondoli d'argento, i tre ladroni
della _Gran via_, un mazzolino vizzo di gardenie, un tubero di giacinto
con le radici natanti in una caraffa, due giarrettiere aggrovigliate
come biscie presso un libriccino da messa, piumini che si abbeveravano
ne' carnali profumi della cipria, e tutti e tutte susurravano, ridevano,
e spedivano i loro messaggi ad ignota destinazione lungo i raggi del
sole.
E quel loro susurro poteva essere inteso da una di quelle anime che
hanno il sesto senso di intendere la melanconia e il linguaggio delle
cose, se in quella stanza avesse avuto la grazia di penetrarvi;
l'avrebbe ben potuto intendere perchè le due persone che vi erano non si
parlavano: Nora scriveva, e una servetta, in cuffia e grembiale, metteva
la stanza in assetto: dal di fuori non giungeva alcun rumore.
Le mura di quel palazzo attutivano ogni frastuono della città, e dal
giardino su cui dava la finestra di Nora, non si elevava altra voce che
il pispiglio delle passere, ora simile ad un sorriso soffocato, come
risposta alle malizie dei piccoli genietti; ora più intenso e modulato a
canto, quasi un richiamo d'amore che venisse da ignota parte.
Le passere si levavano a stormo da un gruppo di quattro o cinque
platani; giganti secolari che si aprivano in tronchi, in branche, in
rami, in ramoscelli, oltre il cornicione del palazzo. Affondati con le
radici in quel recinto, parevano sognare le foreste spesse e vive,
palpitanti al sole e ai venti ne la selvaggia libertà della materia.
Ma gli stormi delle passere garrivano a prova e si spingevano con tanto
impeto su fino ai più sottili rami, che questi ondeggiavano a lungo...,
poi se ne staccavano; una si spingeva sino al davanzale della finestra,
allungava il collo, lo inturgidiva e vibrava delle note furenti come
un'ambasciata, e poi volava via. Ma Nora non ascoltava quel canto, nè si
accorgeva del destarsi delle cose al tepido sole.
Nora scriveva una lettera, o più tosto la copiava da un libro.
Il braccio fuor dell'accappatoio e la mano si moveano in fretta sul
foglio.
I capelli liberati dalla fronte come un cimiero selvaggio, ad ondate
scorrevano giù lungo la spalliera della seggiola. Ogni tanto però ella
si arrestava, puntava la penna in aria, si mordeva le labbra e faceva
saltellare la pantofola su la punta del piede, poi ripigliava a
scrivere.
— Auf! è finita, finalmente! — esclamò buttando via la penna come un
arnese di tortura, e si rovesciava indietro per isgranchirsi le membra.
A quella esclamazione la servetta si volse e domandò sorridendo:
— È lunga?
— To', guarda, due e due quattro facciate....
— Questa volta sarà contento il signorino.
— Lo spero bene. Ma è un lavoro da copista un giorno sì e un giorno no
scrivere di queste letterone...; lasciami un po' muovere. Si levò e
apparve rigogliosa e superba in quella cruda verginità delle forme; poi
si mosse, girellò per la stanza e infine si postò dinanzi allo specchio,
e con ambedue le mani sollevando quella massa di nere chiome e
immergendovele dentro, cominciò a pettinarsi.
— Un lavoro da copista! — seguitava. — Ah! ora che ci penso, nascondi il
libro; lui è capace di venire a frugare anche ne la mia stanza.
— Se è capace!... — rinforzò la servetta.
— Perchè l'hai visto qualche volta?
— Altro che visto! Un giorno che lei era fuori, l'ho sorpreso qui che
baciava il guanciale, un'altra volta che avea messo in tasca un suo
fazzoletto.
— Oh che sciocco! — sclamò Nora senza voltarsi.
— Se s'accorge poi che le lettere lei le copia dal Segretario galante è
capace di morir dalla disperazione...!
Nora fece spallucce.
Lisetta, la cameriera, proseguì: — Ha poi risposto, signorina, a tutte
le sue domande?
— Ce ne sono tante delle belle espressioni ne la lettera d'oggi... —
rispose Nora con indifferenza.
— Per quell'altro però — ribattè la servetta — le lettere le fa di sua
testa! Quelle sì che sono belle!
— Quell'altro è quell'altro.... E l'hai visto? — domandò con premura
volgendosi.
— Lo vedrò oggi, quando vado fuori. Che risposta poi gli devo dare?
— No!
— Proprio no?
— No; digli che abbia un po' di pazienza.
— Però — insiste la cameriera dopo qualche minuto di silenzio e
ritornando all'argomento di prima — il signorino finirà con l'accorgersi
che quelle lettere non sono roba di lei: bisognerebbe almeno aggiungerci
qualche cosa di più preciso!...
— Allora aspetta... — rispose Nora, e con un moto rapido si accostò di
nuovo al tavolo, prese un altro foglietto e scrisse a larghi caratteri
dettando forte: «Poscritto: lei è un gran curioso; vuol sapere troppe
cose; oggi non ho voglia di rispondere a tutto. Faccia la penitenza di
aspettare sino alla lettera di domani l'altro; così vedrò anche se ha
pazienza. Un uomo prima di sposarlo, bisogna conoscerlo bene, ha
capito?» Ecco fatto.
— Sì, così va bene — approvò Lisetta —, ma c'è poi quella cosa che
domanda sempre in tutte le lettere, come la grazia ai santi.
— Ah, il famoso bacio! Aspetta: «Secondo poscritto: quella cosa è
impossibile per ora. Ne parleremo meglio a voce.» Va bene così?
— Io però glielo darei un bacio — aggiunse l'altra in tono
compassionevole —; è tanto buono, poverino, e le vuole tanto bene!
— Ma ti pare?... Dopo non si accontenta più: e poi mi fa senso a
baciarlo!
— Gli metta almeno una buona parola; con le parole si può andare avanti
un pezzo — consigliò Lisetta.
— Be'... facciamo a tuo modo: «Terzo poscritto: tuttavia sperate.» E
adesso prendi la lettera e nascondila sotto il suo capezzale... E per
oggi è finita! Si sedette al piano e ne fece zampillare fuori un
gorgoglio di note allegre e andanti come di galoppo: il preludio della
_Carmen_. Si fermò, poi giù altro scoppio di suoni, ma baccanti e
lascivi che durarono un pezzo: un'aria della _Gran via_.
Si fermò ancora, e stava per riprendere un terzo motivo, quando qualche
cosa di lugubre si udì in quell'intervallo. Nora si scosse e rimase con
la mano sollevata su la tastiera.
Era uno scoppio di tosse, ma così cavernosa e secca che pareva che le
viscere si dovessero staccare e lacerare. Gli scoppi di tosse si
susseguirono con spasimo decrescente poi tacquero in una specie di
rantolo.
— Povero ragazzo! — sospirò Nora.
Ma allora si udì un passo che strascicava in fretta sul corridoio.
— Dio! la signora! — mormorò la cameriera, e si curvò tutta nell'atto di
spolverare.
Anche Nora fece per istinto la mossa di alzarsi dallo sgabello, ma non
ne ebbe il tempo, che la signora sollevò il velluto della portiera.
Una figura scarna e patita s'inquadrò su la soglia.
Disse con voce sibilante:
— Voi, nipote mia, mi volete obbligare di dire ad Antonio che venga a
portarvi via il piano: è una misura severa, ma voi mi costringete.
Fu una breve pausa; Nora non rispose. La voce della signora si
ammorbidì, come di un tremito e continuò:
— Tu lo sai, Nora, nessuna emozione, sopra tutto nessuna emozione; i
medici dicono tutti così; e la musica è una emozione.
— Ma scusate, zia — rispose questa volta la giovane con mal celata
impazienza — io non ho mica suonato la marcia funebre dell'_Aida_!
Guardate: tutta la musica seria l'ho messa via. Questa che mi rimane,
eccola qui: _Madama Angot_, la _Carmen_, la _Gran via_...; tutta musica
allegra....
— E sconveniente — ribattè la signora.
— Adesso la musica sarà diventata un romanzo dello Zola da essere
sconveniente! — rispose Nora con lieve accento di scherno.
— Si vede dunque che li leggete — ribattè la signora con ironia.
Nora tacque.
— O sconveniente o no — riprese colei — non si suona. Anzi permettete. —
Si mosse verso il piano, lo chiuse e si mise la chiave in tasca.
— Così è levata anche la tentazione. E poi — aggiunse osservandola
meglio — siete ancora in accappatoio, a quest'ora! Sono le undici
oramai. Che cosa avete fatto tutta la mattina? Tutta nuda — e aperse con
dispetto l'uno e l'altro lembo dell'accappatoio denudando le spalle e il
seno —, tutta nuda e tutta spettinata ancora! e la finestra aperta!
Volete dunque ammalarvi anche voi?... Le stanze devono essere a dodici
gradi; qui si gela! chiudete quella finestra.
Lisetta si affrettò a chiudere.
— E voi siete ancora qui? — riprese notando la cameriera —. A quest'ora
avreste dovuto finire di mettere la stanza in assetto. Ma si capisce,
fra voi due!.... Però non è dignitosa, Nora, questa confidenza con una
persona di servizio; si vede proprio che avete nelle vene il sangue di
vostra madre buon'anima, che Dio l'abbia in paradiso. Provvederò anche a
questo; due ragazze come voi non stanno bene insieme.
Nora non si era mossa, nè aveva aperto bocca; solo teneva gli occhi
rivolti al cielo in atto di rassegnazione forzata e si mordeva le
labbra.
— E oggi a pranzo — aggiunse con voce sommessa — mi raccomando, tenete
un contegno più serio; meno gesti, meno sorrisi, meno smorfiette. Ed ora
pettinatevi, ma senza tanti riccioli; e mi farete anche il piacere di
mettervi l'abito marrone scuro.... Eh! avete sì un bel far l'offesa: me
l'avete stregato per dovere, povero figlio — conchiuse con accento di
rabbia e di dolore insieme.
— Ma vi giuro, zia — supplicò Nora — che non sono io; è lui che vuole
che gli scriva, che vuole che lo ami....
— Eh, non dico adesso, io! dico prima quando lui era ancora un bambino
che me l'avete stregato. Adesso le cose sono quello che sono. Ma, se Dio
vuole, non dureranno molto così. A pena si apre la stagione, lui a Nizza
e per voi in un modo o nell'altro si provvederà — e voltatele le spalle
se ne andò.
— Ha sentito la signora — domandò con impertinenza Lisetta dopo che il
passo di colei si fu allontanato, e rifacendole il gesto — ha sentito? È
stata lei a fare innamorare il signorino! Se ne possono dir di peggio?
Ma sicuro lei è stata, lei! Non basta la vita che lei fa da più di un
anno, niente feste, niente conversazioni, come in un convento, non
basta; ma la signorina non si deve fare i riccioli, come se non fossero
i capelli che sono ondati per natura! Ha un bel vitino, e se lo deve far
brutto! L'abito _marron_: vi metterete l'abito _marron_ scuro: e che
tono! Lei vorrebbe così far andar via l'amore al suo figliuolo....: e
dovrebbe invece ringraziarla che lei gli dà retta....; ringraziarla come
si fa coi santi, perchè se lei fosse una giovane come ve ne sono tante e
gli dicesse chiaro e tondo il suo sentimento, li vorrei vedere tutti e
due... madre e figlio! Proprio vero che a far del bene è tempo perso con
certa gente!
Nora non diceva nulla, ma piangeva di rabbia.
— Oh io poi — continuava Lisetta — se fossi in lei, questa pazienza da
santa non ce l'avrei mica. Dopo tutto lei è libera, dispotica di sè, e
io me ne sarei andata da un pezzo....
— Sì! e dove vado? e con cosa vivo? — domandò Nora con voce alterata
levando il fazzoletto dagli occhi.
— Bella! va dove vuole: non ci ha la sua dote?
— Ah, se ci avessi la dote, non dubitare che non sarei rimasta tanto per
i loro begl'occhi!....
— Ma dunque non ci ha la sua dote? — ridomandò con gran sorpresa
Lisetta.
— Se non se la fosse giocata mio padre prima di ammazzarsi, ce l'avrei
ancora; ma l'ha fatta saltar lui a Montecarlo. Ah! cara mia — seguitò
consolandosi ne le memorie del passato —, quella fu una disgrazia, una
disdetta da non darsi pace. Ma che vita si faceva allora, se tu l'avessi
provata! Pensa che si viaggiava tutto l'anno: io era ancora bambina, ero
libera come il sole. E come mi divertivo! Avevo la _bonne_; ma quella
badava a fare l'amore!... Dopo ho fatto la penitenza quando la zia mi ha
raccolta qui per carità, orfana e senza niente....
— Sicuro che allora — sentenziò Lisetta — lei ha la sua buona ragione di
tenersi da conto la signora e di fare a modo suo. Lui, già, il
signorino, non campa. Dopo chi resta? Nessuno: e la parente più vicina è
lei. Anche la vecchia non vivrà mica gli anni di Noè, e allora il
palazzo, tutti i finimenti d'oro e di brillanti, e tutto il capitale
viene a lei per legge.... Poi lei sposa quell'altro.... e tutto finisce
bene.... — Così seguitava ad almanaccare Lisetta.
Nora non diceva nulla e seguitava a vestirsi.
*
* *
Dopo mezzodì il cameriere venne ad annunciare a Nora che il pranzo era
servito.
La tavola era preparata per quattro, ma ne la sala v'era solo suor
Angela, una specie d'infermiera; donna senza sesso, lunga ed ossuta. Si
stropicciava le palme con forza e pianamente, dilatava le narici e
stirava le labbra: segni di un costante e solido appetito.
— Adesso madama viene — disse a Nora con la sua voce ombrata e fuggevole
di sibilanti —; l'ha voluto aiutar lei a vestirsi. Una martire, povera
signora, una vera martire!
Nora non disse nulla.
Febo entrò dando il braccio alla madre.
Non era brutto Febo: anzi un certo non so che di signorile e di eretto
nel portamento e nel vestire allontanava a prima vista l'idea della tisi
che lo minava; ma osservandolo meglio nel volto, sotto la pelle terrea e
smorta, troppo forti apparivano i rilievi e le insenature del teschio, e
ciò incuteva non solo pietà ma ribrezzo, tanto più che la forza tetra
del male spirava da tutta la sua persona. E questi sentimenti si
imprimevano più vivi per ragione di contrasto quando parlava e
sorrideva, giacchè in quel volto gli occhi grandissimi e neri
scintillavano e la voce avea quelle inflessioni di quiete e di soavità
che hanno quelli su cui spira vicina la beatifica aura della morte.
I capelli solo conservavano la vita che da tutto il corpo gli sfuggiva,
chè erano di un nero bellissimo e lucente, e incorniciando a lievi
ondate la fronte, vi imprimevano quel non so che di ingenuo e di nobile
che è proprio della sacra e ancor virginale giovanezza del maschio.
Appena vide Nora, le pupille scintillarono di più larghezza, le guance
gli si colorirono di un fugace rossore, e le labbra tracciando un
fuggevole sorriso scopersero il madore dei denti, d'un color grasso
d'avorio.
Lasciò il braccio di sua madre e accostandosi galantemente alla giovane:
— Come va, cugina? — chiese con lieve turbamento; — e come siete bella!
— esclamò poi fermandosi a contemplare quella rigogliosa forma di
giovane donna.
Nora interruppe e chiese di lui, come stesse, se la tosse era diminuita,
se più riposato il sonno durante la notte.
Febo rispondeva di sentirsi assai meglio. Oramai con la buona stagione
si alzerebbe tutti i dì; poi l'aura mite e il mare della riviera
avrebbero compita la guarigione.
Si posero a tavola. Febo sedeva presso Nora e con bel servire e con
piacevoli conversari si studiava di renderle gradita la sua compagnia.
La vecchia signora, non osservata, osservava ansiosamente il figliuolo,
e ogni tanto dei fremiti convulsi le agitavano le estremità delle
labbra. La suora badava a mangiare con correttezza, non perciò meno
vorace.
Sovente la signora con voce timida e persuasiva osservava:
— Febo, non parlare tanto; sai che ti fa male....
— No, mammina, sta buona — e seguitava a conversare con Nora.
Ma una volta si eccitò d'improvviso perchè lei, la povera mamma,
ripeteva sempre la stessa raccomandazione.
La voce gli tremò di rabbia, spiegazzò la salvietta con tutte e due le
mani e disse con voce stridente e convulsa:
— Ma che sono un bambino, io? Tu dici che sto meglio, lo dice il medico,
lo dicono tutti: oggi v'è un bel sole, m'alzo, mi sento bene, e non
volete che parli? Allora vuol dire che sto molto male. Voglio parlare
finchè mi pare. Sei noiosa come tutte le mamme!
La povera donna abbassò il capo senza rispondere, ma il moto convulso
delle labbra si accrebbe, e quando non potè più trattenere il pianto, si
alzò piano e se ne andò senza che Febo se ne avvedesse.
Egli si era subito calmato e seguitava a parlare con Nora della villa in
riviera, del mare, del dispiacere di aver perso due anni di studi, dei
progetti per l'avvenire.
— Sapete, cugina, quando avrò la laurea? a venticinque anni. E se a uno
di quelli che hanno bisogno di guadagnarsi il pane fosse toccato il mio
male, con tutta la spesa e le cure che ci vogliono, come avrebbe fatto?
Eh, un po' di socialismo bene inteso non guasta mica, non è vero, suor
Angela?
Suor Angela aggrinzò il naso senza rispondere.
— Ma vedete! — diceva sorridendo a Nora — la buona suora è così
religiosa ed ha paura del socialismo! E la mamma dov'è, dov'è la
mammina?
Suor Angela si levò per andare a chiamarla.
Allora, come furono soli, Febo prese con le sue mani umidicce la mano di
Nora e se la pose alle labbra.
— No, Febo — ella diceva, cercando lievemente di liberarsi — no, mi fai
male, mi fai!...
— Giurami che mi sposerai, Nora!...
— Sì, te lo giuro, ma lasciami....
Si udì il passo della signora e della suora pel corridoio. Febo si
ricompose e domandò:
— Hai scritto, mi hai risposto?
— Sì.
— È una lettera lunga?
— Otto pagine.
— Anima cara e santa! — sospirò Febo.
In quella entrò la signora e dietro suor Angela: avea gli occhi un po'
rossi, ma era serena.
— Tu, mamma — le osservò Febo scherzosamente — sei proprio egoista e
cattiva. Oggi mi sento così bene, mi sento così allegro che mi vien da
ridere, e tu mi sgridi e vai via....
— Io lo dico per tuo bene, figliuolo — ella rispose con pacata mestizia.
Un filo di sole sbiadito avea intanto trovato strada fra i cortinaggi e
si stendeva su la tovaglia. Il cameriere avea recato il vassoio col
caffè. Febo volle porgere lui la tazza a Nora e la guardava a sorbire;
poichè ci metteva tanta grazia con quelle labbra che si stringevano così
rosee sull'orlo della tazza, e la pelle della gola che le risaliva in su
ad ogni sorso.
— Voi, Febo, non prendete il caffè? — domandò voltandosi e chinandosi
verso di lui; e in quell'atto il raggio di sole la investì nel volto e
balenavano le gote e le pupille; e i riccioli neri e ribelli parevano
tutti vaneggiare largamente su la fronte.
— La mamma non vuole — rispose il giovane scotendosi dalla sua
contemplazione estatica. — Vero che non vuoi, mamma?
— No, figliuolo, se no perdi il sonno questa notte.... — rispose la
signora e si rivolse ancora distrattamente ad udir suor Angela che avea
ripigliato a raccontare di una mirabile guarigione della Madonna di
Lourdes.
— Allora niente caffè, signorino! — disse Nora scherzosamente.
Febo intanto era riuscito a posare la mano su la palma di lei e
mormorava piano che la mamma non intendesse:
— Come saremo felici quando sarai mia..., la sposa mia..., l'anima
mia!... Tu potrai comandare i miracoli e io li farò....
Il raggio di sole era salito via, e la storia di Lourdes era finita:
l'ora piegava verso il vespero e la signora e suor Angela con vaghe e
timide parole allusive cercavano d'indurre Febo a ritornare a letto.
— Sentite quello che dice vostra madre? ubbidite, cugino mio, è per
vostro bene — disse nettamente Nora che aveva capito a che voleano
intendere le due donne.
Febo allora si levò, e salutatala con un:
— A domani, dunque! — si avviò verso la stanza seguito dalla madre e da
suor Angela.
Anche Nora poco dopo si ritirò ne la sua stanza; ma il sole non la
illuminava più, anzi ci si sentiva un'aria fredda che faceva come
rabbrividire la pelle.
Si ravvolse le spalle in una mantellina e sedette presso la finestra.
Avrebbe voluto far qualche cosa e pensare ad altro, ma l'imagine di Febo
non le si voleva partire dalla mente e ne sentiva tristezza.
Povero Febo! Rivedeva la sua faccia smorta, le risonavano le sue parole.
No! non sarebbe guarito più: da quel palazzo sarebbe uscito, ma solo in
una bara stretta e nera.
Ella stessa quando parlava di lui, non diceva sempre: «Febo era, Febo
faceva?» Si vede dunque che per lei Febo non era più una persona viva.
Era destino, doveva morire; ma non sarebbe stato solo a morire: qualche
cosa anche di lei Febo si sarebbe portato via nel mistero della bara,
qualche cosa anche della giovinezza di lei. Era questo il pensiero che
confusamente la impauriva. Nora si guardava le mani su cui si erano
posate le mani di lui come a cercare se ne rimanevano le impronte, se
sentivano ancora il madore della etica pelle. No, lei non lo voleva
seguire. Era Febo che voleva bene alla sua giovanezza; e per questo la
divorava con gli occhi, ma lei non voleva.
Da cinque anni, da che la zia l'avea accolta orfana e povera, era legata
a Febo, a quel bambino grande che adesso moriva. Si ricordava il giorno
in cui l'aveva visto per la prima volta. Veniva dalla scuola ed era
entrato nel salotto cantando e buttando i libri su di un sofà. Ma appena
vide la giovanetta, che era giunta da poche ore, tutta vestita a lutto,
si fermò, si ricompose e rimase lì come impacciato.
— Questa è la tua cuginetta che ha avuto tante disgrazie e che tu amerai
come una sorella — disse la signora.
— Oh, questa è mia cugina!... — avea esclamato e da quel giorno se ne
era innamorato morto.
Allora, nei primi anni, anche Nora era una ragazzina e ci pigliava gusto
a stuzzicarlo; a vederlo così.
Quelle lettere sentimentali che non finivano mai, quel raccogliere i
fiori che lei toccava, baciarle i capelli che portava lunghi e sciolti,
quelle frasi di adorazione, di paura che lei dovesse fuggire, che era
l'allodola, il sogno, il raggio di sole, erano cose che allora le
piacevano. Ma più ella cresceva nel rigoglio delle forme e delle carni,
più lui sprofondava in quell'ebbrezza di stupida contemplazione.
Arrossiva al vederla, piangeva pensando a lei, lo sentiva tremare tutto
quando gli porgeva la mano o per caso lo toccasse col ginocchio o col
piede.
Nora oramai si era fatta grande, sapeva tante cose e quell'amore da
ragazzi non la soddisfaceva più. Gli uomini non devono amare così,
pensava. Fu a quel tempo che conobbe l'altro in un salotto dove le era
stato presentato, e se ne era invaghita con un senso di soggezione che
non avea mai provato per Febo.
Quello sì era un bel giovane; così elegante, così mondano. Nè Febo nè
altri se ne erano accorti. Febo era così bambino, di che cosa si sarebbe
accorto lui? Al teatro l'altro c'era sempre quando lei ci andava: al
corso, alle feste quando le si accostava e la salutava, Nora provava un
brivido di orgoglio e di gioia pensando: «Questi è mio!».
Ma da quasi due anni, da che Febo si era ammalato, la zia non riceveva
più nè si andava ad alcuna festa o ritrovo dove potesse abboccarsi con
lui. Era molto se lo poteva scorgere qualche volta di sfuggita quando
usciva in carrozza per andare a messa. Intanto gli anni passavano, e lui
si sarebbe stancato. V'erano tante donne che sospiravano il suo amore,
che glielo avrebbero rubato! Questo pensiero la struggeva con un senso
di gelosia e di rimpianto acre e senza conforto.
E poi v'era sempre quell'ombra pallida di Febo che non le si staccava
mai. Anche dopo che si era ammalato il suo modo di amare era rimasto
sempre uguale: lo stesso sentimentalismo, la stessa tirannide delle
lettere che gli doveva scrivere e che egli leggeva e rileggeva ne le
lunghe e solitarie ore del letto. Era rimasto sempre uguale; solo le
pareva che i suoi occhi avessero talvolta dei lampeggiamenti tetri e ne
le lettere di lui c'erano delle frasi che adesso le facevano paura, suo
malgrado.
Diceva ancora: tu sei l'allodola che fuggi: io mi levo al mattino, e non
ti trovo. Ma, aggiungeva: il cielo non è abbastanza grande perchè tu mi
possa sfuggire, io ti raggiungerò, e ti terrò sempre con me!
No ella, Nora, non gli voleva dare la sua giovanezza. Ella avea bisogno
di amare, ma non a quel modo nè lui: e più cresceva il desiderio d'amore
come più chiusa e melanconica si faceva la vita in quella casa sotto
l'approssimarsi della morte.
Il sole intanto si era offuscato e senza alcun raggiare di sua luce,
come un globo d'oro pallido, piegava giù dietro i platani ne la
malinconia del cielo. Anche il terreno non si vedeva che ombrato e
fondo, perchè la nebbia cominciava a salire.
E intanto lei, seguitava pensando, aveva oramai ventun'anni! Cominciava
a percorrere il decennio della trentina: inutile illudersi. Camminava
verso i trent'anni! E ancora quel carnevale, ultimo dei suoi vent'anni,
finiva!
Ieri notte, che ora fosse stata non sapeva, la destò un coro di
mandolini e di chitarre che suonarono tutta la notte: mandavano i
mandolini note acute d'argento che parevano risa, e le chitarre
ripigliavano un dolce ed appassionato motivo. Lei aveva pianto e non
aveva più potuto chiudere occhio.
E quella notte sarebbe stato lo stesso ripetersi di canti e suoni; anzi
di più perchè era l'ultima notte di carnevale.
Dopo ci volevano ancora altri dodici mesi perchè tornasse il carnevale!
Il sole finì con lo scomparire sotto la nebbia che montava più densa
insieme alla notte. La nebbia maligna si sviluppava come globi di fumo
dalla terra e aveva ravvolto tutta la foresta dei platani, di cui a
stento si distinguevano i grandi tronchi.
Le cupole, i tetti della città smarrivano i loro contorni e si
confondevano in un grigio uniforme.
Nessun rumore giungeva; solo qualche grido avvinazzato, e il rotolare di
qualche carro: echi indistinti dell'ultimo giorno di carnevale che
riprendeva la sua pazzia per le strade.
Molto rimase Nora con la fronte sul cristallo. Quando fu buio, venne il
cameriere e disse che la signorina avrebbe cenato da sola perchè la
signora zia avea dovuto uscire per un affare improvviso. Nora era così
assorta che non pensò nè meno a domandare del perchè di quell'insolita
assenza: le portasse qualcosa; avrebbe cenato in camera.
E tornò ancora alla finestra. La città si illuminava; i fanali non si
distinguevano per la nebbia, ma dei bagliori luccicavano qua e là e la
tingevano di sprazzi sanguigni. Più lontano luceva un non so che di
bianco lunare e vivo: era la lampada elettrica sopra la cupola del
_festival_, dove vanno a ballare le sartine.
Come devono essere felici le altre donne che non stanno in casa le sere
di carnevale! Anche le sartine, anche le modiste che agucchiano tutto il
giorno, devono essere felici perchè la sera hanno l'amante che le
aspetta e vanno a spasso e ridono e vanno a ballare.
In quella casa non si rideva più, si moriva: anche la sua giovanezza ci
moriva!
Passa così presto la gioventù della donna! E lei ce lo avea l'amante;
bello, più bello di tutti e non poterlo nè meno vedere!
Tutte le sue amiche a quell'ora erano occupate (lei le vedeva) a mettere
in ordine le loro _toilettes_. Si ballava in casa C***, in casa B***.
Anche quell'anno la nobile signora X*** dava una festa per le signorine
con esclusione di babbi e di mamme: qualche cosa di delizioso. Lei ne
sapeva bene qualcosa!
Come dovevano essere felici di non trovarcela! Era Nora che le
schiacciava tutte. Adesso invece era lei la vinta. Bella vittoria! Un
assassinio della sua giovinezza. Ci sarebbe stato anche lui; si sarebbe
innamorato di qualche altra e per lei era finita.
Questi pensieri confusamente, mal definiti e quasi incoscienti di sè,
passavano per la mente di Nora come le nubi sui monti l'una dopo l'altra
passano in una giornata autunnale, squallida e stillante di pioggia.
In quella si udì un passo lieve ne la stanza che fece trasalire Nora.
— Sono io, signorina! — disse Lisetta con voce sommessa.
— Sei tu? — domandò Nora voltandosi e distinguendola a pena nel buio
della stanza.
— Sì, io — e accese la lampada. — Ma lei ha pianto! — sclamò poi
accostandosi e fissandola in volto.
— Io?... — e si guardò in uno specchietto che avea sul tavolo: di fatto
gli occhi erano rossi. — Non ho pianto, ma mi sento poco bene. È una
sera così noiosa, così melanconica....
— Allora ho una bella nuova da darle.... — disse maliziosamente Lisetta.
— L'hai veduto? — domandò Nora con premura.
— L'ho veduto.
— Di' su.
— Ha detto che le vuole parlare assolutamente....
Nora si strinse ne le spalle.
— Gli ho fatto bene osservare anch'io che era impossibile....
— E lui?
— Oh, lui niente. La aspetta questa sera alla porta del teatro dove c'è
il veglione....
— Ma è diventato matto?
— A sentir lui ragiona sul serio. Mi ha detto di farle sapere che da
mezzanotte sino alle tre ci sarà davanti alla porticina di servizio qui
del palazzo una vettura chiusa, e poi mi ha consegnato un domino e una
maschera....
Nora non rispose. Lisetta seguitò ancora:
— Dice che ha una notizia importante e che non la può comunicare che a
voce....
— E che faccia aveva? — chiese Nora.
— Oh, una faccia scura, signorina. Si vede che è proprio innamorato, ma
che è stanco di andare avanti così.... Qualche progetto lo deve avere
certo per la testa....
Nora stette ancora un poco in silenzio poi domandò:
— Fammi vedere il domino.
Lisetta ruppe svelta i legami di un grosso pacco e sciorinò qualche cosa
di lungo e di lucente che si svolse con un fruscìo di seta e di nastri.
— È molto ricco, molto elegante! — mormorò palpandolo.
— Uno splendore, signorina!
— Sì, ma è una pazzia la sua! — concluse posando il domino su di una
sedia. — Non ti pare che sia una pazzia?
— Pare anche a me....
— È vero?
— Sì..., ma io se fossi in lei ci andrei, perchè è sicuro che nessuno se
ne accorgerà.
— Ma la zia che gira tutte le notti? — obbiettò vivacemente Nora.
— Ma la signora è andata via...! Ha ricevuto un dispaccio. Da prima non
voleva lasciare la casa, poi si è decisa ed è partita alle cinque per
Torino.... Non sarà di ritorno che domani.
— Sei sicura?
— Eh, lo domandi ad Antonio che l'ha accompagnata alla stazione....
— Di fatti me ne ha detto qualcosa — mormorò la giovane. — Ma e suor
Angela.... e Antonio?....
— Quelli dormono della quarta — rispose Lisetta sprezzantemente. —
Infine faccia una cosa: vada in fondo al corridoio, giri la chiavetta
della porticina a vetri, e chi vuole che venga a cercare di lei?... E
poi la sua stanza si può dire come separata dal resto dell'appartamento;
può fare anche del rumore che nessuno sente niente....
Lisetta seguitava a parlare, Nora rispondeva e interrogava a
monosillabi.
Fuori, in lontananza, luceva la luce bianca sopra il _festival_ in
quell'ultima notte di carnevale.