Intanto un rumore allegro di voci si udiva giù ne la strada: erano gli
scolari che attendevano che si aprisse il cancello del ginnasio. La mia
finestra dava proprio sopra la scuola. Mi riscossi, presi il cappello,
ma poi vedendo quegli occhi supplichevoli che mi guardavano: — No —
dissi con un'affettuosità che mi sorprese —, non ti abbandonerò, non ti
scaccerò.
E uscii. Ma appena fui su la strada un abbaiamento intenso, acuto,
continuo mi percosse e tutti gli scolari si volsero in su a vedere. Era
la cagna che si era sporta fra i ferri del balcone e mi aveva
riconosciuto. Faceva degli sforzi per buttarsi in fuori che io tremava
che cadesse giù; ma mi pareva di venir meno alla mia dignità di maestro
voltandomi e facendole cenno, tanto più che sentiva un mormorio di voci
presso di me:
— La cagna del professore.
Queste due parole accoppiate mi suonarono come uno scherno, e quel
giorno, per la prima volta, le ore della lezione mi parvero lunghe.
Quando tornai di scuola c'era su l'uscio della mia stanza la figlia
della padrona di casa. Come mi vide, diede in una grassa risata che non
la finiva mai.
Era costei una zitella ventenne che se non fosse stata pingue e sudicia
più del giusto, avrebbe potuto diventar piacevole con l'abitudine, e si
sarebbe potuto anche passar sopra un lieve difetto che avea di
strabismo.
Dunque ella rideva, e quando cessò, disse con la sua voce che avea
flautata e pastosa:
— Lo sapete voi? Quella bestia (e indicava la cagna che se ne stava in
un angolo tutta mortificata) vi mangerà metà del mensile. Sapete che ha
vuotato una scodella grossa, piena di pane con due soldi di latte?
La facezia, in verità, non era delle più felici; ma io per cortesia mi
credetti in dovere di sorridere.
Ella allora interpretò il sorriso come un incoraggiamento, e accostatasi
a me piegò il capo da un lato ed abbozzando una smorfietta che non era
priva di grazia, domandò.
— Voi, professore, m'avete a cavare una curiosità che tutti mi
domandano.
— Dite pure — risposi.
— Voi siete barone, siete marchese, nevvero?
— Sì — dissi arrossendo mio malgrado — io sono conte.
— Oh! — fece lei, e non si capiva se esprimesse meraviglia o dispregio.
— E allora perchè fate il mastro di scuola? — domandò — Al vostro paese
i baroni fanno i mastri di scuola?
Mi guardò con uno sguardo indefinibile in cui c'erano molti sentimenti
fra cui non poca pietà e molto disgusto, e se n'andò crollando il capo
in modo che pareva dire:
— Si capisce che voi siete un miserabile come noi!
*
* *
Da allora si fece vita in comune, e non tanto per mia volontà quanto
perchè quella bestiola non c'era verso che mi si volesse staccare dai
panni.
Sembrerà che io racconti una cosa strana; ma certo quella cagna avea
sconvolto l'equilibrio della mia esistenza. Ecco: se i miei conoscenti
le avessero fatto un po' di festa, se avessero detto che era bellina,
che era graziosa; e se lei mi avesse lasciato in pace con tutte quelle
dimostrazioni di affetto, non me ne sarei forse accorto del mutamento.
Ma invece tutti mi fermavano per la via e mi dicevano in tono
canzonatorio:
— Professore? ih, che brutta bestia avete preso voi; è bastarda, sapete!
— oppure: — Professore, avete passione pei cani? ma questa vi fa torto.
Quando vi decidete voi a mandarla alla concia? Gli scolari poi si
fermavano dietro a guardarmi dopo ch'io era passato.
Tutto ciò mi disgustava; ma più che tutto mi impacciava, perchè era
ferito ne la mia timidezza, e non sapeva quale contegno tenere.
Una volta, mentre attraversavo il corso di sfuggita, vidi molti occhi
rivolti con insistenza su di me, e su le labbra errare un sorriso che mi
parve di scherno. Abbassai il capo e arrossii. «Che sia forse ridicolo?»
e questo pensiero mi balenò all'improvviso e mi disfece nell'animo. Io
che mi credeva così rispettabile agli occhi di tutti per la mia vita
savia e per l'adempimento de' miei doveri!
Un'altra volta ci fu un mio conoscente che si permise di misurarle un
calcio, che la poverina schivò rannicchiandosi tutta di scarto dietro di
me.
Ricordo che dentro nell'animo fremetti, eppure non ebbi lo spirito di
prendere la cosa in ischerzo e nè meno la forza di reagire contro l'atto
villano. Rimasi lì confuso e anzi risposi: «che volete? è una bestiaccia
che non so come sbarazzarmene».
Dopo ci pensai e riconobbi di avere agito e parlato da persona debole e
timorosa. Questo pensiero mi feriva come il ricordo di una viltà e non
lo potevo staccare dalla mente.
Ma quando si usciva fuori dell'abitato, per le viuzze dove c'era un po'
di sole, lei si faceva più vispa, salterellava avanti scodinzolando; e
volgendosi a me sembrava dire con quelle sue pupille umide e intente: —
Poveretto, che ci vuoi fare? siamo due poveri diavoli, io e tu: non è
vero?
Però anche quella villania e quelle volgarità verso di lei mi facevano
male; e ci dava più importanza che non meritassero: e infine cominciai a
pensarci su.
Un giorno mi persuasi anch'io che la cagnolina era poco bella: povera
bestiola!
Ecco come fu: in fondo del corso v'era un negozio di mode con un gran
cristallo a specchio su lo sporto che ci si vedeva da capo a' piedi.
Ci era passato davanti chi sa quante volte senza badarci; ma quel giorno
l'occhio si fissò sull'immagine riflessa in quel vetro e vi si arrestò.
Il vetro pareva sdegnoso di rifletterci; dico così perchè eravamo in
due: io e la cagna. Lei era, come il solito, col muso appuntato ai miei
polpacci; piccola, alta a pena due spanne, la testa bassa, la coda
penzoloni fra quelle gambe di dietro, aduste e macilenti che salivano
tanto alte da tagliare come in due la schiena; e ci si contavano le
costole.
Ma il peggio fu quando m'avvidi che quel non so che di vecchio, di
misero, di spregevole si rifletteva anche su me: anche la mia schiena mi
pareva curva, anch'io era macilento; l'occhio spaurito e melanconico, la
barba incolta e come senza colore.
Ma dove era fuggita la mia giovinezza?
La giovinezza è una ben strana e misteriosa compagna! Ci pare che essa
debba sempre vivere con noi come una sposa fedele; e invece a un certo
punto della vita si parte in silenzio come un'adultera che si leva dal
letto mentre dormiamo e corre a più gagliardi amori; e non c'è manifesto
dell'abbandono se non quando essa è irrimediabilmente divisa da noi e ne
udiamo presso altri il lungo, indimenticabile riso.
Un'altra volta era di domenica, l'ora della messa e c'era un bel sole;
uno di quei soli folgoranti come sono laggiù nel meridionale, specie
quando sta per tornare il buon tempo.
Dinanzi alla più aristocratica bottega da barbiere stava un crocchio di
giovanotti, i più eleganti del paese: occhieggiavano le donne ed i
passanti e poi conversavano fra loro; e movendosi facevano un gran
luccicare di scarpe di vernice, di colletti alti e di catenelle.
Frammisti erano anche due o tre scolari del ginnasio (laggiù sono molto
precoci) di quelli che più si davano il tono di giovanotti.
Passai io, e tutti gli sguardi si puntarono su di me con un'impertinente
insistenza, squadrandomi da capo a piedi. Gli scolari si toccarono a
pena l'ala del cappello, gli altri non si mossero nè meno: e subito che
fui passato mi colpì come una voce di scherno: — il professore e la sua
cagna! — detta in quello sguajato accento napoletano che è di per sè
stesso un oltraggio. Poi udii un'altra parola che terminava in _ai_, che
non capii; ma tutti si misero a ridere.
Mi sentii un gran caldo alle orecchie ed un tuffo al cuore. Diventai
feroce contro coloro ma più contro di me e contro quella mia bestia;
feroce al punto che alzai la gamba per iscagliarle un calcio. Essa
intravvide l'atto, si scansò e mi fissò sorpresa. Pareva dire: — contro
di me? va contro quegl'altri!
Era vero: contro quegl'altri mi doveva rivolgere e feci per tornare in
dietro e domandare ragione dell'oltraggio. Che oltraggio? Avevano detto:
la cagna del professore. Era o non era così? Sì, certo? e allora? e
allora che riparazione chiedere? A quell'ira momentanea successe una
prostrazione di tutte le forze come se i nervi mi si fossero tagliati.
Mi passai la mano su la fronte e la sentii fredda e umidiccia e poi
proseguii camminando, andando lontano, fuor del paese, dove non c'era
gente, dove non c'era nessuno ne le vie polverose battute dal sole.
Ma anche il sole fu crudele quel giorno verso di me, perchè investendomi
da ogni parte, suscitava dal mio abito nero dei riflessi verdognoli; e
tenendo il capo basso per osservare quel colore della miseria, mi avvidi
che i calzoni erano sospesi in alto, su le scarpe, con ignobili frange.
Non trovai altro scampo che mettermi a camminare, camminare forte perchè
non mi raggiungessero. V'era qualche cosa che mi correva dietro.
Era un _char-a-banc_, come usano laggiù. Più di venti persone sedevano
sui banchi; il cavallaccio fuggiva sbrigliato e arrembato con fragore di
sonagliere. Mi oltrepassò e scomparve. Ma il rumore mi rimase ne gli
orecchi.
Mi pareva poi che venisse dietro a me una cavalcata di pensieri
schernevoli e pazzeschi. Cavalcavano dei cavalli apocalittici, maceri
come la mia cagna; ma pur a spronate e a scudisciate avevano levato il
trotto, e coi zoccoli battevano su la strada sonora e polverosa con
cadenza precipitata; «e dai! e dai! e dai!» urlavano tutti dietro di me
e si udivano risa atroci e sghignazzamenti senza fine. Poi quei fantasmi
scomparvero o svoltarono. Allentai il passo e mi accorsi che camminavo
lungo una bella riviera, dove l'acqua, fra le verdi sponde, correva lene
e cristallina su la ghiaia. Quella vista mi calmò un poco, e così
andando, giunsi che il sole era alto e la campagna deserta, perchè era
domenica, giunsi, dico, presso una grande e famosa necropoli latina. Fra
le agave smisurate si apriva il sentiero che conduce a Pompei. Ci ero
stato appunto lo scorso anno, e mi stava ne la memoria l'impressione
lieta e riposata d'allora. Era una domenica e avea con me cinque o sei
dei miei scolaretti più diligenti. Io mi ero preparato a fare alcune
spiegazioni e girando per quei fori, in mezzo a quei ruderi giganteschi,
aveva suscitato alla loro fantasia molte e belle immagini di uomini
virtuosi e di opere degne. Poi, al ritorno, si era fatto un piccolo
asciolvere in un'osteriuccia di campagna, sotto una pergola; e fra quei
visi freschi di giovanetti intenti a divorare con più devozione che non
avessero udite le mie parole, provava uno struggimento di conforto, un
desiderio di far bene, di far sempre di più.
Ma quel giorno le nobili impressioni non fu possibile di rinnovare. La
mente correva per un'altra strada. Le ombre latine e gli spiriti magni
quel giorno dormivano il loro sonno immortale; ma vidi per il foro
grandioso, per la via decumana accalcarsi un sollazzevole popolo che si
dava buon tempo; e parean dire: «Stolto che tu sei! non ombre magne e
come te dolorose, ma ombre liete fummo!» e vidi isnelle bellezze di
_etère_ greche, numerose ed impudiche proprio come adesso. E fra le
eleganze delle marmoree colonne, degli atrii; fra le pulite pietre delle
terme, per gli splendenti mosaici, vedeva gente intenta a godersi la
vita.
*
* *
La domenica seguente seppi che cosa significava quella parola che aveva
udita e che terminava in _ai_.
C'era lì nel paese un certo signor tale, commerciante in calce e in
mattoni, uomo sui cinquant'anni, ma esuberante di rozza e spavalda
vitalità, di quelli che sanno fare a tenere allegre le brigate e
rispondere con bei motti. Costui ci aveva preso gusto della mia
compagnia e gradiva molto che io fossi con lui, tanto che per evitarne
la volgarità e le intemperanti facezie, lo sfuggivo bene e spesso. Ma
lui se mi incontrava col carrettino voleva che salissi; se era al caffè
mi costringeva a sedere e a sorbirmi una bibita che non c'era verso di
pagare.
— Voi altri professori — diceva cacciando le mani in tasca e poi facendo
cadere dall'alto i soldi sul vassoio — sarete fior di letterati, ma
avete una bolletta santissima!
Io sino allora non ci aveva fatto caso di queste confidenze avanzate. Mi
parevano segno di animo un po' rozzo ma affettuoso; e ne la mia
equanimità di uomo savio, lo compativo in segreto.
Dunque quella domenica mi disse fermandomi in mezzo al passeggio, con lo
zigaro in bocca e posandomi la mano su la spalla:
— Be', come sta _Patirai_?
— Chi è _Patirai_? — chiesi sorpreso.
— Bella! — fece lui — se non lo sai tu, chi vuoi che lo sappia?
_Patirai_ è il nome della tua cagna. Tutti la chiamano così.
— E perchè? — domandai arrossendo.
— Perchè è così magra; e poi dicono che deve patire la fame a stare con
te.
— E perchè?
— Cosa vuoi; scusa, non te ne avere a male, ma ti vedono andare in
pensione in un'osteria di secondo ordine a quarantacinque lire al mese,
dove ci sono tutti impiegatucci di dogana, delle poste....
— Sì, ma ci va anche il vice pretore — obbiettai io perchè non mi
sovvenne lì per lì, o non osai dire la cagione vera.
— Bravo! — replicò — Ma sai tu quante ne dicono di lui? Tu sei ancora un
ragazzo; lasciatelo dire: sarai professore, avrai molta scienza in
testa; ma non capisci le cose.
Aveva preso un tono serio e seguitò:
— Mio caro, in questi paesi per essere stimati e rispettati bisogna dare
molto fumo ne gli occhi. Se no...., se no, ti montano sui piedi.
— Ma io faccio il mio dovere — dissi con un tono di voce che non era
privo di dignità.
Allora lui sbuffò due boccate di fumo. E — queste sono parole, caro il
mio ragazzo — disse con dispregio — e se ci credi, peggio per te.
Bisogna darla a bere, non la capisci? Fai il professore, fai il
pizzicagnolo, fai il medico, l'oste, ma bisogna sempre darla a bere.
Va, va! Fa a mio modo, se no, non riuscirai mai a niente; e butta a mare
quella bestia rognosa che ti rende ridicolo; e se vuoi un cane, ti
regalerò io un bel bracco. Cosa vuoi andare in giro con quella carogna?
E poi — aggiunse sorridendo — tienti un po' su, vestiti meglio e
comincia a far la corte alle donne. Non vorrai mica aspettare quando
sarai vecchio?
Egli se ne andò tutto soddisfatto di avermi dato dei buoni consigli; io
rimasi confuso con quella mia bestia da presso, e peggio fu poi, chè
meditando su le sue parole, m'avvidi che esse contenevano molto di vero.
Fu una ben triste sorpresa!
— Ma e allora? — esclamai esterrefatto — allora che era di me? Quella
virtù, quel sacrificio, quel dovere costantemente compiuto, di cui
andavo così superbo, che riempiva tutta la mia vita, non era altro che
una tragica farsa ne la quale io solo era attore e spettatore ad un
tempo.
Pensai a lungo così quel giorno, andando sempre dove non c'era gente,
lungo la spiaggia ferrigna di quel golfo; e l'onda sonante e frangentesi
a miei piedi con regolare intervallo, mi pareva dire con rabbia: tutto è
monotono quaggiù, tutto è fatale. Tu segui la tua parabola di false
opinioni, di idealità sconfinate, perchè l'hai nel sangue la maledetta
eredità della gentilezza e del bene, come io seguito a percuotere questo
lido, come il sole s'annoia nel suo giro, e me lo dice ne' misteriosi
colloqui sopra il deserto dell'oceano, come la tua cagna vien dietro ai
tuoi polpacci, come il tuo soprabito è verde, e come gli uomini sono
quello che sono.
Io andava così pensando lungo la riva del mare e il sole dardeggiava sul
mio capo, e le mie idee turbinavano a tondo come in una ridda.
Mi sedetti su di uno scoglio e mi colpiva il mare col suo bagliore di
cobalto ardente.
Ma le onde battevano su la scogliera. Venivano dall'alto, verdi, erte,
trasparenti come vetro di smeraldo; più e più affrettavano la corsa,
spumeggiavano ne la cresta, si accartocciavano e rompevano fragorose e
rapide con infinito pulviscolo ai miei piedi.
— Lo vedi tu, sorella azzurra? lo vedi tu, sorella bianca? — dicevano
l'una all'altra movendomi in contro. — Quegli è un matto! Egli era nato
in buono stato; poteva far la traversata della vita senza accorgersene,
come un pulcino in una scatola di bambagia. Ne la tua società — mi
domandavano — non ce n'erano più di marchese vecchie con la prurigine
della lussuria; non c'erano fanciulle ereditiere da sposare; non c'erano
sul tappeto verde del tuo _club_ buoni da mille da guadagnare? No! Egli
si è voluto attentare inerme e nudo contro l'immane battaglia della
vita, ed è montato in buona fede su la nave della virtù. Ora è in mezzo
al mare, ed il vascello dei fantasmi varca, ed egli ha paura perchè si è
trovato solo. Credevi forse di trovarci degli uomini veri per compagni?
Erano fantasmi quelli che apparivano. La nave della virtù non ha
viandanti, non ha porto che la ricetti. Solo l'isola della Utopia
l'accoglie qualche volta nel suo eterno errore. Almeno Don Chisciotte,
lo squallido cavaliere, si era messo una corazza di cartone e sul capo
un bacile da barbiere.
Così parevano schernirmi le onde.
Ma io dovetti errare molto su e giù per le anfrattuosità della costiera,
perchè non mi avvidi che il sole discendeva, e solo le tenebre mi fecero
trovare la via del ritorno.
Quando fui a casa, m'accorsi che la cagna non c'era più: evidentemente
si era smarrita o si era addormentata, ed io mi ero levato e me n'era
andato.
Non ne provai dispiacere, e non pensai nè meno che essa avrebbe guaito
tutta la notte cercandomi su e giù per la riva; che avrebbe potuto
cadere in mare, che alla mattina avrebbe avuto fame: io non ci pensai.
Avevo una gran stanchezza e dormii tutta la notte quanto fu lunga senza
risentirmi.
Il giorno seguente mi persuasi che si era affogata; perchè altrimenti a
quell'ora avrebbe fatto ritorno; e stavo col cuore sospeso temendo di
udirla raspare alla porta. Nulla!
Così passarono diversi giorni e a me pareva di essere più libero allora
che _Patirai_ non c'era più. Perchè v'era quel brutto nome di _Patirai_,
quello schernevole nome di _Patirai_ che non mi si voleva staccare dal
cervello. A tutto ciò che è buono e che è debole si può dare il nome di
_Patirai_: un nome che fa ridere! Ma la cagna era affogata: dunque tutto
era finito; anche il nome mi si scancellava a poco a poco dalla visione
della mente.
Questo però non vuol dire che io riacquistassi la pace di prima: anzi mi
sentiva le cose, le occupazioni, gli uomini pesarmi e stringere da ogni
parte. Provai a riconfortarmi ne' miei studi prediletti, ma non ci
riuscii. Ore ed ore, prima, io le passavo ne la mia stanzetta a leggere
e meditare sopra un capitolo di S. Matteo, un'epistola di S. Paolo, un
dialogo di Platone. Il mondo mi si allargava in paesaggi senza confine,
e vi pioveva una gran luce e una gran dolcezza.
Ma allora, per quanto mi ci provassi, non riuscivo più a rinnovare
quello stato di estasi nel pensiero. Un giorno deponendo sul tavolo un
volume di Platone, domandai: Vediamo un po'; se Socrate di cui tanti
hanno scritto in tutti i secoli, tornasse ancora al mondo, che cosa ne
farebbero di lui? lui che aveva la fissazione di voler far diventare gli
uomini belli e buoni, e non lasciava in pace nessuno e si appiccicava ad
ogni persona e ragionava dalla mattina alla sera, ed era noioso come un
moscone! Ma gli tornerebbero a dare il veleno un'altra volta! Ecco una
cosa di cui non si può dubitare.
Anche la scuola che era stata un caro asilo di pace, non mi dava più
alcun conforto, anzi ne provavo un tedio invincibile al punto che la
parola finiva con lo svanire dalle labbra come l'idea dal cervello.
Molti sono i patimenti dell'anima; ma uno dei maggiori deve essere
quello del sacerdote che si accosta all'altare dopo che ha perduto la
fede.
Tutti quei personaggi greci e romani così insigni per virtù patrie e
civili e per grande sapienza, come Catone Uticense, Tiberio Gracco,
Aristide, Fabio Massimo e tanti altri, io non era più capace, come una
volta, di rappresentarli alla mente dei miei scolaretti ne le loro
proporzioni grandiose ed eroiche. Mi ci entusiasmavo tanto, un tempo! Ma
essi allora si rimpicciolivano a poco a poco come quando dopo avere con
gran forza gonfiata una palla di gomma, essa invincibilmente riprende la
forma di prima. Si rimpicciolivano: anzi diventavano goffi, proprio come
li rappresentano gli scolari ne la loro fantasia sui quaderni o
correggendo le vignette intercalate nei testi. A Cesare aggiungono la
barba; sul venerabile capo di Socrate innalzano un _kolback_ borbonico;
ad Attilio Regolo inforcano gli occhiali e lo armano di rivoltella a
percussione centrale e di un vetterly, ultimo modello, perchè si difenda
dai feroci cartaginesi: vecchi fantocci di eroi che, ne le scuole, si
mettono da parte ogni anno al finire delle lezioni e si riprendono
ancora più polverosi e più grotteschi di prima, nel modo stesso che lo
stanco burattinaio appende alle quinte, quando è finita la farsa, i suoi
terribili testa di legno per distaccarli ancora la sera seguente. La
fame ha pur le sue leggi.
E poi anche quel vecchio latino mi era venuto in uggia: quel latino
disseccato ne le scuole con tutte quelle sentenze di virtù, di amor
patrio, di eroismo, di temperanza; sentenze mummificate nei libri di
testo, sotto l'azione pedantesca delle chiose che vi fanno quei poveri
compilatori mezzo rosi dalla miseria e mezzo dalla presunzione!
O antico mondo romano, come ci tormenti con la tua materialità, mentre
l'idea della tua vita forte e serena è così lontana da noi!
E voi pure, deità pagane, o Venere, o Galatea, bianca come il latte, o
Febo Apolline, o Bacco cinto di pampini e d'edera, a cui gli scolaretti
aggiungono tuba e _stiphelius_, non avevate altro rifugio che queste
scuole? In fondo ai mari, su fra i monti inaccessibili, nell'aere
sereno, ne le terre inesplorate non trovaste più stanza o luogo ove
godere della vostra fragrante gioventù? ovvero il tedio e la
decrepitezza dei secoli fatali è caduta anche sopra di voi? o il ferreo
carro del progresso vi ha snidato da ogni selva e da ogni fonte?
E pensare che io un tempo aveva tanta fede in voi, antichi segni di
verità, e che insegnavo con tanta passione che quella dozzina di
scolaretti mi stavano ad udire a bocca aperta e facevano tutto quello
che io avessi ordinato!
Ma allora, ripeto, la voce mi moriva, e stavo lungo tempo in silenzio
come chi è smemorato; e, in fine, riscosso dal bisbiglio degli scolari,
riprendeva stanco la spiegazione di qualche regola. Gli scolari!
fisonomie ingenue, occhi soavi di adolescenti che venivano alla scuola
come sorpresi e un po' paurosi a' nuovi studi. Ed io posavo la mia mano
e le accarezzavo pure quelle testoline bionde e brune; ed essi pendevano
dalle mie labbra: mi compiacevo di vederli così docili, così piccini,
così graziosi col loro giubboncino alla marinaia, i calzoncini corti, le
manine coi geloni, fredde fredde, l'inverno: poveri e cari bimbi! Ma voi
passate in un volger d'anni, voi non vi ricordate più! Diventate giovani
in così breve tempo! Altre cure di piaceri o di eleganze o di studi
maggiori vi distraggono nell'incosciente spensieratezza degli anni, e
non lo salutate nè meno più il vostro primo maestro di cui avevate
allora tanto rispetto e che ha sacrificato a voi tutta la gioventù che
egli pure come voi aveva.
O come scende anzi tempo la vecchiezza e la tristizia nell'animo quando
si vede la fanciullezza tramutarsi in gioventù, sotto i vostri occhi, di
anno in anno e fuggir via spensierata. Ma voi non li potete
accompagnare, voi rimanete sempre lì fra quei banchi rosi da molte
generazioni di tarli e di scolari; in quella scuola semibuia dove il
ritratto del re guarda sempre con quei suoi occhi fissi di falco, e
sotto v'è un povero Cristo inchiodato ad una crocetta, con la testa
china in atto di grande abbandono.
*
* *
Dunque la cagnolina era smarrita da un mese: io non ci pensavo più.
Un giorno — era un cheto meriggio — mentre spiegavo agli scolari alcune
regole, la porta della scuola si aperse un pochino e una cosa nera corse
fra le due file dei banchi, gemendo con suono umano: era la cagna. Balzò
su la cattedra, mi si buttò addosso lambendomi, contorcendosi. Vi fu un
istante di silenzio e di sorpresa, poi scoppiò un riso solo, alto,
argentino, irrefrenabile.
— _Patirai!_ _Patirai!_ — gridavano l'uno e l'altro — la cagna del
professore!
Non stavano più fermi, si erano levati in piedi, alzavano le braccia,
singhiozzavano dal ridere: una cosa atroce! Allora la cagna si voltò
verso di loro e tendendo il collo rabbiosamente, cominciò ad abbaiare
contro con un urlo angoscioso e feroce.
Era magra più di prima, avea tutto il pelo irto, ispido, sucido di
polvere e di pillacchere. Ma a quell'urlo più cresceva il riso degli
scolari e il vocìo di _Patirai!_ _Patirai!_
Che cosa feci io? Nulla: mi sentivo un gran rossore in faccia e le
tempie mi martellavano.
Quanto durò quella scena? Non ricordo. So che la porta si spalancò del
tutto e comparve il bidello e dietro lui la figura nera, sorpresa e
disgustata del direttore: il quale non entrò, non disse nulla, ma fece
un cenno al bidello. Questi allora entrò e senza far parola prese a
forza la bestia e la portò via e poi chiuse la porta.
Allora le risa si calmarono a poco a poco e il rossore lentamente sparve
dalle mie guance; anzi diventai pallido, ma il cuore mi batteva.
Poco dopo rientrò il bidello in punta di piedi; mi si accostò
riguardosamente, e con grande serietà mi disse all'orecchio: — Che cosa
ne devo fare di quella bestia? gliela devo portare a casa?
— No — dissi forte, e avea bisogno di vincere il ridicolo che mi sentivo
ronzare attorno — no a casa...: portatela via, liberatemene!
— Allora lasci fare a me — disse colui con un tono di voce come si fosse
aspettato questa risposta —, e vedrà — aggiunse con triste sorriso — che
non avrà più noie da quella bestiaccia, glielo garantisco io.
Per fortuna la scuola intanto era finita. Mi rifugiai a casa e mi
distesi sopra il letto. Avrei dato qualche cosa per addormentarmi; ma
non ci riuscii: un torpore stupido mi abbatteva e non si voleva mutare
in sonno.
Mi stava poi alla mente quella poverina di _Patirai!_ (già la chiamavo
così anch'io, perchè vedevo che il nome le si conveniva proprio) mi
stava alla mente come dicesse: «Chi ti vuol bene più di me in questo
paese? Nessuno; e tu hai vergogna di riconoscerlo. Vedi che sei un
debole?» No, non era tanto il torpore come questo pensiero che mi
allontanava il sonno.
Quando ad una certa luce più calda e meno viva capii che il giorno stava
per finire, mi vinse come un tedio e non so quale sgomento delle tenebre
che sarebbero entrate fra poco. Allora mi feci forza; mi levai dal letto
ed uscii.
Presi una delle solite vie solitarie e camminava avanti.
Il tramonto luceva vermiglio e grande: la via bianca di polvere si
apriva fra due siepi di alto bianco spino fiorito.
Ad un tratto, allo svoltare della via, in fondo, mi si offerse qualche
cosa di brulicante e di nero; poi una vampa di fuoco, un fumo nell'aria
e un guaito; non forte ma fioco, eppure esso risonò dentro di me, sui
miei nervi come uno strappo selvaggio su le corde di un'arpa
addormentata.
Mi fermai, e il guaito si ripetè una seconda volta, ma tragico,
lacerante, con tutto il terrore della morte. La fiamma per rinnovato
alimento salì a vortice e vi rispose un urlo di festa, con voci e
squilli di risa infantili.
Allora corsi disperatamente. Quelli non se ne accorsero, tanto erano
intenti, se non quando fui da presso e udirono il rumore delle pedate.
Si voltarono, mi riconobbero e poi si squagliarono come una schiera di
conigli ad improvviso rumore. Alcuni filarono giù per la via, altri
svoltarono ad un sentiero, altri si imbucarono ne la siepe e poi via per
i campi.
Mi avevano riconosciuto: era il maestro, l'entusiasta maestro di virtù
classiche e di umanesimo applicato all'infanzia che veniva a constatare
de visu la perfetta inutilità del suo metodo.
Voi avete capito quale fosse l'impresa di gesta de' miei scolari; essi
davano fuoco a _Patirai_; all'imbelle, alla lamentevole _Patirai_.
La paglia di cui l'avevano circondata, crepitava in istami rossi e
fuligginosi che poi si facevano neri, si sfacevano e si spegnevano. Mi
accostai all'albero dove la cagnolina era legata con un grosso canape;
la sciolsi, e poi me la ricoverai in braccio. Essa gemeva e mi lambiva:
seguitò poi a lambirmi per tutta la strada.
Il pelo era mezzo bruciacchiato che mandava un fetore insopportabile;
pure non la deposi e feci tutta la strada così. Su la spalla un lembo di
pelle cadeva e mostrava la carne viva, tanto che la zampina ne era
offesa e la teneva sul mio braccio come morta; e ogni tanto guaiva.
Quando mi si parò davanti la luce dei fanali della barriera (si era
fatta notte) la deposi, e lei mi seguì sino a casa saltellando a sbalzi,
con la zampina rattrappita.
Comperai dallo speziale un po' di pomata; e quando fui di sopra ne la
stanza, la curai alla meglio e le fasciai con due fazzoletti la ferita.
Essa lasciava fare senza più lamentarsi; soltanto mi seguiva con gli
occhi.
— Adesso ti andrò a prendere del latte e te ne farò un po' di zuppa —
dissi come se avesse dovuto intendere — e tu starai buona, è vero? e
farai la cuccia dove vuoi tu, sul letto, che ti piaceva tanto, su questo
bel cuscino.
Uscii, comperai il latte, le feci la zuppa, ma non la mangiò. Allora la
accarezzai pianamente. Pensai per un momento di condurla con me
all'osteria e non abbandonarla lì sola; ma era troppo sfigurata e
deforme, e tutti mi avrebbero chiesto come l'avessi ritrovata dopo tanto
tempo e chi l'avesse conciata a quel modo.
Ora io sentivo che ne avrei sofferto a raccontare quell'avventura di
_Patirai_; anzi avrei voluto anch'io non pensarci, ma mi sentivo un
avvilimento profondo, e insieme un'idea fissa sorgeva da quella
insensibilità torpida di prima e si andava schiarendo a poco a poco.
Con la mano dentro lo sparato della camicia, mi tormentavo il petto; ma
non riuscivo di trovare uno sfogo al dolore di quell'idea.
Andai all'osteria. Per fortuna quando misi il piede ne la saletta tutti
avevano finito di desinare e ragionavano calorosamente con gran voci e
gran gesti dell'ultima seduta parlamentare. Mi sedetti quasi inavvertito
al solito posto.
— La minestra è stracotta — disse l'oste, mettendomi davanti la zuppiera
e levando il piatto che ne conservava il calore. — Colpa vostra; siete
venuto tardi. Chi tardi arriva male alloggia.
Io non risposi; mi provai a mangiare, ma per la gola non ci andava giù
il cibo; allora bevvi in due bicchieri tutto il mezzo litro di vino
perchè mi sentivo arso di dentro, e poi aveva bisogno di calmare come un
tremito di convulso che mi scoteva tutto.
Stavo per sbarazzarmi della sedia, levarmi, andarmene, quando avvenne
che il vice pretore, un omino sui quarant'anni, si distraesse dalla
questione, e appena ebbe posato lo sguardo sopra di me, vi si fermò, e
mi chiese inarcando le ciglia:
— Caro professore, ih, che brutta ciera avete voi!
Mi sforzai di sorridere senza parlare; ma sentii io stesso che il
sorriso era più tosto una smorfia dolorosa; e lui certo se ne avvide
perchè mi domandò con premura:
— Vi è forse accaduta qualche disgrazia? avete avuto una cattiva
notizia?
Sorrisi ancora; cercai con uno sforzo di trovare una risposta che fosse
d'altra natura che quell'idea che mi si era inchiodata di dentro;
finalmente mi parve di averla trovata, e posando il capo su la palma
della mano, domandai con voce che cercavo sonasse tranquilla e come
indifferente:
— Caro avvocato, io vorrei sapere perchè ne le vostre leggi non ci
mettete un articolo che punisca con un paio d'anni di galera, per lo
meno, quegli infami che si divertono a martoriare un essere, creatura di
Dio, che non si può difendere perchè non ha forza da difendersi, perchè
se chiama aiuto non ha nessuno che gli risponda, perchè se piange, se
urla, tutti si mettono a ridere....
Il vice pretore aveva preso la questione sul serio e mi guardava per
iscrutare quale cosa io volessi dire, poi mi fece cenno del capo come a
significare: «Spiegatevi più chiaramente.»
Allora richiamai la voce che sentivo che si era alterata, alle
proporzioni naturali, e seguitai con studiata indifferenza:
— Una cosa da nulla, un'inezia. Dopo mezzodì, voi sapete, si schiaccia
un sonnellino. Quest'oggi, non so come, non riuscii a chiudere occhio;
dunque mi alzo e vado fuori. Voi vi ricorderete anche che io aveva una
cagnolina....
A questa parola la mia voce si intenerì al ricordo, e il volto del vice
pretore fece invece una smorfia come per dire: «Ho capito, voi mi
raccontate una qualche sciocchezza»; e fu allora che io perdetti la
padronanza che aveva conservata su di me sino a quel punto, e cominciai
a raccontare quella scena atroce di barbarie che non era, no, una
sciocchezza. Certo io mi devo essere esaltato in quella narrazione, ma
non mi sovviene; ricordo però che vi fu un certo momento in cui mi
sorprese la mia voce stessa che suonava sola, in alto, in mezzo ad un
silenzio completo.
Tutti si erano voltati verso di me; tutti quei volti mi guardavano con
meraviglia. Anche il cuoco si era accostato al tavolo, col suo ventre
coperto dal grembiule, e il guattero stava con la testa sull'uscio della
cucina e con un tondo in mano.
Allora mi sentii sorpreso, avvilito e d'improvviso tacqui.
— Eh, per Dio — ruppe uno de' miei soliti commensali il silenzio —, per
una cagnaccia rognosa c'è bisogno di pigliarsela tanto calda?
— No, che non è per la cagnaccia rognosa! — ribattei io, prendendo
coraggio dalla sprezzante interruzione e dando sfogo alla fine a
quell'idea che mi ribolliva dentro. — Legatele un sasso al collo,
buttatela in mare, cosa me ne importa? Ma è ben altro. È che l'odio
nostro contro tutto ciò che è più debole di noi, raggiunge un così alto
grado di ferocia istintiva e di voluttà da vergognarci del titolo
naturale di _homo sapiens_! È questo che io voglio dire! Voi
risponderete che è tutt'al più un lascito di eredità dei tempi che
furono prima della storia, quando l'uomo conduceva vita selvaggia. Non è
vero. La nostra ipocrisia e il nostro orgoglio di uomini civili ci fanno
credere così; eppure no, esso è l'istinto naturale, eterno dell'uomo:
dilaniare tutto ciò che è più debole e più buono. Questo è l'assioma su
cui si regge la storia. O povera _Patirai_! Se tu fossi stata un feroce
mastino, altro che sghignazzare ne la scuola, altro che darti fuoco! ti
avrebbero dato il pane e ceduta la destra!
Tenete bene a mente quello che ora dico: Noi potremo volare per l'aria;
illuminare la notte come il giorno; scoprire tutti i segreti dell'anima
e della natura; prolungare la vita per dei secoli; non lavorare più
nessuno; far lavorare il sole, le maree; domare al servizio le tempeste,
i terremoti: tutto è possibile. Ma l'animo dell'uomo non si muterà di
una linea ne la sua sostanza, come non l'abbiamo migliorato sino adesso.
E allora che importa tutto il resto? Io ci credevo una volta, poi ne ho
dubitato e adesso non ci credo più. Già, io la aveva questa fede
sublime: adesso ne rido. Pigliate le uova delle biscie e dei
coccodrilli; curatele: sperate che ne vengano fuori dei colibrì e degli
uccelli del paradiso? Tutto è inutile; serpi verran fuori; rettili e
serpi a grumi, vermi a fiotti, coccodrilli a schiere.... Eppure sembrano
uova come le altre; sono piccine piccine, liscie liscie. Ci si può
illudere facilmente, e poi ci si guadagna anche a fingere di crederci.
Esaminate i bambini, i giovanetti; così biondi, così gentili, che gemono
per un taglio, che hanno una vocina così soave, dei gesti da innamorare;
si direbbe che stanno per spuntar le ali! No: è tutto seme di vipere. Mi
ricordo un esempio che ho veduto a Napoli: allora non ci pensai; ci
penso ora: sentite. All'ospedale, in uno stambugio a piano terreno, era
esposto un cadavere, meglio, una carogna umana, per il riconoscimento:
qualche cosa da far torcere la vista ad un medico positivista tanto era
deforme! Quando si pensa che la creatura umana debba ridursi così, viene
da rinnegare Dio, parola d'onore! Bene; i ragazzi che uscivano dalla
scuola, una cinquantina, si diedero la voce: «il morto, il morto!»
perchè uno era venuto a dar la notizia, e tutti a correre per vederlo, e
tutti attorno: era un gridìo, un cinguettìo allegro di ammirazioni, di
osservazioni, di ingenuità sconce da far maledire la razza umana; e non
si mossero se non quando un beccamorto, facendo sferza del grembiule
insanguinato, li scacciò....
A questo punto la mia voce ristette e vidi tutti con lo sguardo fisso e
meravigliato verso di me, tanto più che non mi avevano inteso mai
parlare così di seguito e con tanta violenza.
Quegli sguardi indicavano, dico, stupore ed anche un po' di
commiserazione per me. La solita timidezza mi vinse, mi sedetti, che mi
era levato in piedi senza avvedermene, e abbassai il capo.
Fu il vice pretore che parlò allora e con certa serietà:
— In tutte le esagerazioni che avete detto, mio caro, c'è in fondo,
molto in fondo, qualche cosa di vero, e che fa grande onore al vostro
modo di sentire, e si vede che avete un cuore gentile....
— Sì, va bene — interruppe un altro —, ma è tanto che si sanno queste
cose: _homo homini lupus_ lo dicevano anche gli antichi; voi però notate
che se uno si fissa sul serio in queste idee, non fa più niente e
rischia di diventar matto....
— Questo può esser vero — risposi io, — ma si deve andare avanti così?
— C'è un rimedio — sentenziò il vice pretore ridendo.
— Sentiamo, sentiamo il rimedio; fuori il rimedio! — disse più d'uno.
— Ecco — e l'omino del vice pretore allargò le dita, si puntò il pollice
sul petto, e volgendosi verso di me con voce di compatimento, come di
uno che fa lezione, disse: — Fatevi crescere, amico mio, su la coscienza
un bel palmo di pelo nero e duro, e non sentirete nè queste punture nè
altre più gravi. È un empiastro che non falla come quelli dei medici.
Tutti si misero a ridere, perchè in fondo il brav'uomo mi dava il solo
consiglio che si potesse in simili casi; e se in quel riso generale
v'era una punta di scherno per me, potevo dire di meritarmela.
— Voi stassera — mi disse il cuoco — avete voglia di scherzare, eh? — e
ritornò lentamente in cucina.
A poco a poco la conversazione per fortuna divagò su di un altro tema;
poi portarono le carte, i litri di vino, ed io presi un giornale. Ma i
caratteri mi ballavano sotto gli occhi e non potevo fare a meno di
pensare a quella povera bestiola ed agli scolari che l'avevano così
martoriata.
La barbara scena non mi si staccava dalla vista:
«Lei così piccina, così debole.... lei così buona, così graziosa!
Cercava di me e non aveva nessuno che la difendesse.... e loro la
flagellavano, la lapidavano.»
Questo pensiero, ma sopra tutto l'idea «così debole!» mi si era fissa
nel cuore. «E non aveva nessuno che la difendesse! non aveva nessuno!»
Sentii come qualche cosa che mi stringeva alla gola, mi alzai, salutai
in fretta e mossi fuori dell'osteria.
Ma quando fui in istrada scoppiai in un singhiozzo irrefrenabile, e come
un'ondata di pianto mi fece velo agli occhi. Camminavo così barcollando
verso casa e pensavo sempre. «Così piccina! così debole, così buona e
non aver nessuno che la difendesse!»
Su per le scale sentii come un gemere fioco: era lei che faceva una
nenia, una nenia che straziava il cuore; mi venne incontro e mi si
rotolò ai piedi ma non ebbe forza di alzarsi.
— Buona lì, fa la cuccia lì, sul letto — dissi riponendovela.
Essa si accovacciò, nascose il muso sotto l'ascella e parve acquetarsi.
Ma io non dormii tutta la notte, o fu più un torpore che un sonno. A
poco a poco dimenticai la cagna. Ma l'idea «così buona, così debole e
nessuno che la difenda!» mi si allargò con una commozione straordinaria:
pensai a mia madre, a me, a tutti quelli che sono deboli e che non hanno
nessuno che li difenda. Mia madre, sopra tutto l'idea di mia madre mi
straziò. Erano due anni che non la vedevo, e allora solo mi accorsi del
lungo tempo e dell'indegno abbandono. La sua immagine che in quella
lunga stupidità si era svanita come quella di persona morta, allora mi
si disegnò viva dinanzi come se il fantasma fosse stato ne la stanza.
— O, perdonami! perdonami! — mormorai supplicando quasi ella mi avesse
potuto rispondere e consolare con le sue carezze.
Ella o sotto la neve o al sole mite del maggio coglie le roselline
pallide o le gran rose vermiglie e misticamente ragiona con esse di me:
e prega, prega la morte che la risparmi ancora perchè mi attende di
giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno che io ritorni coi
segni della vittoria e della fortuna, e allora tutta la casa sarà lieta
e il giglio rifiorirà sul quartiere.
*
* *
Se alcuno leggerà queste pagine, forse crederà che da allora in poi io
fossi diventato aspro e nemico de' miei scolari. La cosa non fu così,
giacchè la mia mente avea trovato, per fortuna, un ordine di pensieri
diversi su cui equilibrarsi; e se così non fosse stato, sarebbe caduta
allora giù ne la pazzia come cadde dopo: ma era un equilibrio a suo
modo.
Avete mai osservato come camminano gli ubbriachi per le strade? Essi per
stare in piedi e andar avanti hanno bisogno di ruinare da un muro
all'altro. Ora ne la vita vi sono di quelli che non hanno mai bevuto una
goccia di vino ma che tuttavia non ci riescono a trovare la via diritta.
Costoro hanno, o per educazione o più tosto per causa di eredità, un
animo soverchiamente gentile ed impressionabile; qualità che loro si
impone in un modo imperativo, e, quando sono disillusi, li spinge su la
via opposta, non mai su la via diritta.
Quale è la via diritta? Non so. Forse è la via più obliqua e tortuosa
del mondo: ma ciò non vuol dire: quando questa via è seguita dalla
maggioranza, senza dubbio diventa la via diritta e bisogna chiamarla con
tal nome.
Così, per fare un paragone, vi sono di quelli che hanno
un'ipersensibilità tattile di tal forma che toccare una cosa untuosa,
immaginare soltanto un oggetto sozzo, li fa rabbrividire. Questa è una
malattia. Bisogna curarla, bisogna abituarsi, per Dio, a tener le mani
nel pattume e ne la morchia! Similmente per quelli forniti di codesta
eccessiva gentilezza dell'animo, ogni ingiustizia, ogni volgarità, ogni
azione indelicata, di cui gli altri nè meno si avvedono, li offende a
morte. Sono qualità degenerative dell'animo che non si devono coltivare,
ma cercar di estirpare appena appaiono.
Forse un tempo, quando il mondo avea la fortuna di essere un po' più
selvaggio, potevano essere necessarie o per lo meno servire alla parte
decorativa della vita; ma oggi che tutto è regolato come un orologio,
che la legge e la burocrazia dispensano dall'avere un'idea individuale,
un'affettività forte e propria, riescono inutili e dannose.
Ho pensato ad una parabola: Un uomo camminava per il deserto affocato.
Corone di gigli e di rose stillanti rugiada, portava su la fronte;
manipoli di rose e di viole reggeva in pugno: e così di quel profumo
confortava il viaggio. Ma non andò a lungo che caddero vizzi i fiori
sotto l'implacabile sole, e non altro divennero che inutile peso e
materia da letame.
Così, in verità, è per chi viaggia la vita con l'animo ornato di
gentilezza e di bontà.
Ma alle volte avviene anche di peggio: costoro si invaghiscono di
qualche idea generosa: uno, per esempio, vuol provare che l'anima
esiste, un altro si ostina a non far cosa che la coscienza gli possa
rimproverare, accada quel che si vuole: un terzo (e questo è il più
miserabile di tutti) ama il prossimo sul serio e lo vuol confortare ne
le sventure come se fossero sue, e così via. Voi lo capite: questa gente
non opera più secondo la pratica e la comune necessità, e allora gli
altri gli incoronano la fronte delle enormi orecchie d'asino della
demenza.
*
* *
Così io meditava, così questi pensieri passavano come dense nubi sul mio
cervello e improntavano di sconsolate e fredde ombre il presente e
l'avvenire della vita.
E se fossi andato a casa mia e mi fossi presentato a mia madre ed ella
mi avesse domandato: «Perchè sei così sparuto e triste? che cosa hai
fatto tutto questo tempo? quale è la tua conquista, la tua vittoria?» ed
io avessi risposto: «Mamma, ho consumato due anni della mia vita
meditando su le questioni più gravi del mondo, e sono giunto a
raccoglierle in queste semplici verità: l'una è: col bene tutto è bene;
l'altra è: se gli uomini non possono raggiungere questo bene, è oramai
inutile che essi esistano;» se io, dico, avessi risposto così, ella,
poveretta, avrebbe sorriso melanconicamente, ma di infinita pietà.
*
* *
Dunque gli scolaretti mi guardavano coi loro visini ingenui e un po'
timorosi come a dire: «Te ne sei avuto a male, di', perchè abbiamo fatto
quello scherzo alla tua cagnolina? Ma ci siamo divertiti tanto! Non ci
leverai mica un punto in condotta?» «No, cari bambini, semi di vipere —
a me pareva di rispondere — io vi darò voti assoluti e con lode, perchè
il triplice ignorante sono io.»
«La natura fu provvida: ha dato alla gazzella la velocità delle gambe
per poter vivere in mezzo ai deserti; ha dato all'aspide il veleno,
all'orso iperboreo il vello denso, al rospo l'orrore della forma per
essere sfuggito; all'uomo che nasce nudo e debole ha dato il genio della
perversità per poter vivere fra i suoi simili.
«Ed io pretendeva che voi vi spogliaste in buona fede di questa scorza
d'insensibilità e di ferocia che vi protegge! Se mi aveste dato ascolto,
a voi sarebbe intervenuto come all'istrice di cui racconta la favola.
Essa tornava dalla guerra e andava in compagnia della volpe, la quale
disse: Levatevi l'armatura di dosso, madonna, or che la guerra è finita.
Ed essa se la levò e fu divorata in saporiti bocconi. È una favola
semplice; ma più ci si pensa più sembra vera.
«Ma era il vostro buon senso, era l'istinto naturale che reagiva in voi
e vi rendeva tardi, meravigliati più che persuasi, ascoltando i miei
entusiasmi e le mie sentenze di virtù.
«Tuttavia la virtù, la bontà, la generosità, ecc., saranno sempre
articoli di gran consumo, miei piccoli amici, anzi di prima necessità e,
ricordatevelo, non fate mostra di averne disprezzo. La vita più è civile
e progredita e più ne ha bisogno. Il segreto sta tutto nel sapersi
abbigliare di questi eleganti vestimenti e lasciare agli imbecilli la
cura di fabbricarli. La virtù e l'onestà sono come l'abito nero di
rigore per presentarsi in società; ma voi capite che per indossarlo non
importa punto di essere gentiluomini. La virtù anzi in certi casi è
obbligatoria come il _frak_ per i camerieri.
«Ma vi dirò anche di più e tutto per niente, senza paga, come faceva
Socrate. Sentite: la morale, la pedagogia, in una parola tutto il grosso
armamentario dell'educazione privata e pubblica deve avere per voi
un'importanza suprema perchè possiate vivere bene e felici ne la civile
e progressiva società. Si studia cioè di rendere voi, o piccoli amici,
simili (scusate il paragone) alle zampine del gatto. Avete mai osservato
le zampine del gatto? Sì certo, e avrete visto come esse sieno soffici e
soavi. Così dovete diventar voi ne la vita. Ma esiste una convenzione
tacita, un accordo segreto e che si comprende solo per l'istinto: cioè
sotto il dolce vello dovete nascondere l'artiglio ben rotato ed adunco:
guai se per isbaglio o per buona fede ve lo sarete fatto tagliare. Come
ghermire, come graffiare, amici miei? Voi sarete perduti in tal caso e
fatti oggetto di scherno ed insozzati e vituperati più del travicello
che Giove mandò alle proterve ranocchie.» Così pensavo guardando
smemorato quegli scolari.
*
* *
Ognuno però può pensare che io, benchè precipitassi in quest'altro
eccesso di negazione e di pessimismo, ero più triste e sconfortato che
mai. Sentivo che avrei dovuto cominciare a vivere un'altra vita e non
sapevo quale nè il modo. E questa tristezza si acuiva maggiormente per
ragione della solitudine in cui ero ridotto.
Anche il direttore, quell'uomo dabbene che vedeva il mondo attraverso le
sue regole grammaticali, ed era così pieno di equità e di congiunzioni
causali e modali, avea preso in uggia la mia cagnolina.
Pensate: io la aveva ben pulita, le aveva messo una fettuccina rossa al
collo con un campanellino, delle quali eleganze essa pareva felicissima.
Ma era venuta l'estate e i cagnacci del luogo le si accostavano
indecentemente.
Un giorno che si era a spasso assieme, il direttore abbozzando un suo
sorriso acido, con la sua voce melata di imperciocchè, squadrata che
ebbe di traverso la cagna che mi appuntava, poverina, il muso fra i
polpacci, disse con un tono che voleva non parere ed era invece serio
nell'intenzione:
— Egregio professore, codesta sua bestiola eccita i sensuali appetiti di
tutti i cani della città. Però — aggiunse sorridendo — essa sembra
verginella e timorosa di questi amori volgari. Ad ogni modo — concluse
mettendo in rettilineo le labbra che prima si erano curvate per il
sorriso, e levata la sfumatura di non parere alla voce — ad ogni modo io
giudicherei conveniente che ella la ritenesse rinserrata in casa per
evitare lo sconcio che immagino pure a lei non debba riuscire piacevole.
— La terrò in casa o la condurrò dove non c'è gente — risposi asciutto
asciutto.
— Sarà per lo meglio — e raddrizzatosi e compostosi della figura,
sciorinò il _Popolo Romano_ e cominciò con molti: veda! capisce!
eppure!... la interminabile serie de' suoi commenti vespertini, da cui
lo distoglievano i saluti ricevuti e resi dai maggiorenti della città e
il sole che folgorando precipitava nell'invincibile mare.
Anche la signora, la vice direttrice, non mi accoglieva più con bel
garbo, anzi mostrava di gradire assai poco la mia compagnia. Quando
qualche cagnaccio faceva atto di accostarsi alla povera mia bestiola,
voltava la faccia inorridita ed esclamava:
— _Schoking! for shame! for shame!_ — perchè era stata istruita in un
pensionato inglese... (collegio, instituto, educandato, mia cara,
correggeva il marito con paziente sorriso) in un pensionato inglese e ci
teneva moltissimo alla sua lingua d'infanzia.
Anzi mi disse spiccio:
— Senta, se lei vuol portare ancora con sè quella sua bestia, faccia
pure a meno di venir fuori con noi.
Io mi sentii trafiggere malamente e non risposi nulla. Fatto è che anche
quella compagnia, la migliore che io avessi, mi venne a mancare.
La solitudine dunque a cui mi ero ridotto acuiva l'intensità di questa
idea: mutar vita! Vivere cioè in modo positivo, come vivono tutti quelli
che si fanno una fortuna e che non hanno pensieri difficili e melanconie
pel capo.
Il fondaco di Don Vincenzo X***, mercante di caciocavallo, aveva la
virtù di richiamarmi alla realtà quando le forze morbose della fantasia
stavano per dare qualche strappo. Don Vincenzo, una truce faccia
borbonica, se ne stava spesso su lo sporto, scamiciato, con la catena
d'oro massiccio che cadeva sopra la pinguedine del ventre. Dietro di lui
il fondaco ne la semi oscurità lontana, appariva pieno di caciocavalli
sospesi al soffitto, alle pareti, dovunque.
Che cosa si poteva fare in città senza Don Vincenzo? Chi osava passare
davanti a Don Vincenzo senza scoprirsi? Senza di lui non si facevano nè
elezioni nè processioni.
Con la sua firma si potevano portar via tutti i tesori della Banca
Nazionale: con la mia avrei semplicemente fatto perdere il valore al
foglio filigranato della cambiale.
Quanto vale un uomo? Tanto, quanto può scontare con il suo nome.
Oh, don Vincenzo, uomo sapiente! il tuo libro mastro e il copione delle
tue corrispondenze contengono più saviezza e sono più profondi che la
bibbia, che il poema di Dante, che tutti i volumi dei filosofi da
Platone allo Spencer!
Oh, don Vincenzo, con la narrazione della tua vita e di quella de' tuoi
pari si deve formare il Plutarco moderno per la lettura dei giovanetti!
Così io pensavo con tristezza senza fine; ma senza ombra di ironia
passando, come mi avveniva sovente, davanti al fondaco di don Vincenzo.
*
* *
Avrei voluto ritornare a casa e rivedere mia madre; ma sentivo dentro di
me che alla sua presenza non avrei avuto la forza di sorridere e di
dirle che io ero contento; ma sarei rimasto come trasognato e triste;
forse avrei pianto; ed ella, ne la sapienza del suo cuore di madre,
avrebbe indovinato tutta la mia debolezza, tutto il dolore, tutte le
inutili prove tentate.
Mi venne anche in mente di rinnovare le conoscenze e le amicizie che
avea a F*** e veder modo di ricavarne alcun profitto. Ma dopo un breve
esame mi persuasi che non sarebbe stato possibile riprendere quella vita
dopo averla così violentemente interrotta, e che le amicizie, le,
confidenze, gli affetti non coltivati per tanti anni, non si potevano
più far rifiorire. Oramai io per loro doveva essere a pena una languida
memoria. E poi sentivo che, nè meno volendo, avrei potuto più
riacquistare quel contegno festevole e disinvolto, quell'elegante
frivolezza di modi e di parole che prima erano in me un'abitudine; e che
sono qualità indispensabili per poter vivere ne la buona società.
E pur desiderando di rivivere di quella vita, pur maledicendo il giorno
in cui l'aveva abbandonata, in fondo io oramai la disprezzavo.
Con quale spasimo di desiderio pensavo alla possibilità di conquistarmi
una posizione salda, netta, con le sue radici dentro la realtà della
vita, non ne la desolazione delle utopie eroiche: una posizione
qualsiasi, onesta o meno, nobile o ignobile, questo non importava, ma
tale che gli uomini vi facciano di cappello sul serio come a don
Vincenzo e non ridano dietro al vostro abito verde e alle vostre scarpe
slabbrate; ma rapidamente, energicamente come una carica alla baionetta;
che passa su tutto, che schiaccia tutti, ma arriva dove vuole arrivare.
Così bisognava rifare la vita: dopo sarei ritornato.
E con questa nuova idea fissa mi accompagnai ne la mia solitudine, e
cominciò da allora un genere di tormento nuovo e grande che condusse
allo sfacelo della mia ragione.
*
* *
La via che io percorreva abitualmente era una delle più belle che si
possa pensare. I Baedeker ne ragionano con entusiasmo e ogni tanto si
vedono passare grossi _landau_ a due e anche a tre cavalli con
sonagliere e postiglioni.
Sono per lo più ricchi stranieri che percorrono quella via così
celebrata, per vaghezza di vedere e conoscere.
Per quella via io andava lentamente meditando; nè del mare che da un
lato splende e si stende; nè delle colline verdeggianti di olivi e di
aranci che dall'altro lato digradano e formano bellissime punte e rade,
io prendeva alcuna distrazione o diletto. Il sole però (si era ai primi
di giugno) battendomi con la forza de' suoi raggi sul capo e
innondandomi di luce, pareva che fosse lui a scomporre in nuove utopie
di progetti fantastici i pensieri che io cercavo di concentrare in
qualche cosa di pratico.
La mia ragione era formata come di farfalle che volavano via e
lasciavano vuoto il cervello.
E allora facevo degli sforzi disperati quasi da piangere per richiamare
la ragione e la intelligenza che mi indicassero una qualche via da
seguire. Bisognava, dico, pensare a qualche cosa di immediato e di
pratico, e che fosse nel tempo stesso una di quelle inspirazioni rapide,
intuitive con cui ci si riesce. Non era scritto anche nei libri di tanti
che ebbero un'idea felice, la misero in atto e in poco tempo riuscirono
ad aggiogare la fortuna al loro carro?
Ma era una vana impresa!
La mente avea perduto la conoscenza di ciò che è limite tra il possibile
ed il fantastico; e scivolava a poco a poco nell'assurdo e nel sogno,
dove finiva con l'addormentarsi in un abbandono che non era però privo
di piacere quasi infantile.
Avveniva di me come dei palloni che mandavano in aria al tempo delle
sagre nel mio paese. A vederli quando li gonfiavano col fumo, erano
grandi come case e pareva che dovessero cadere da ogni parte. Poi, come
fu come non fu, prendevano il volo e dopo un poco erano a pena un punto
su in alto. Io faceva lo stesso: una, due e tre; lasciavo la terra ed
era bell'e spedito per il paese delle più inverosimili fantasticherie.
Ma come si stava bene lassù! come tutto si faceva più leggero e più
facile! Le cose e gli uomini che prima mi pesavano da ogni parte e mi
stringevano più che Don Rodrigo dalla calca dei cenciosi, adesso non li
sentivo più. Ero libero perchè ero lontano dalle cose vere: ma dove?
Fuor di dubbio nel paese dei sogni.
Certo io capiva che quelle erano spedizioni pericolose ed illecite, e
che per chi vola sull'Ippogrifo fuori della realtà, può avvenire una
volta o l'altra di trovar chiusa la via del ritorno. Ma chi se ne
sarebbe accorto? Nessuno. Forse ne lo stupore degli occhi si sarebbe
potuto leggere qualcosa; forse una madre, un'amante, un amico avrebbero
compreso. Ma la madre mia era lontana: amante o amico non ne aveva. Pure
è certo che qualcuno si accorgeva, ed io ne provava una inquietudine
timida e dispettosa.
Perchè _Patirai_ mi fissava con quelle pupille immobili, con
quell'espressione quasi umana? Oh, l'angoscioso linguaggio di quelle
pupille! e più angoscioso ancora perchè pareva che volessero parlare! nè
quasi mai si partivano dal fissarmi, come se dal camminare, dallo stare,
dagli impercettibili moti del mio volto avessero voluto leggere ne la
mia coscienza.
Ma già vi leggevano, perchè ne la loro intenta melanconia portavano
segnata l'espressione di una gran pietà per me. Era proprio così: quelle
pupille esprimevano manifestamente pietà, ed esprimevano il vero perchè
anch'io sentiva compassione di me medesimo, soltanto che io immergendomi
ne le fantasticherie, me ne dimenticavo e invece quelle pupille me ne
facevano ricordare.
V'erano dei momenti che l'odiava a morte quella piccola bestiola.
Pensare poi di essere amato e di essere compreso da quel miserabile
essere, mi sembrava come uno scherno ultimo e il più atroce. Ma va, ma
corri innanzi, insegui le farfalle, abbaia alla gente, al sole, alla
luna! io le diceva, ed essa invece a seguirmi o a precedermi di pochi
passi, ed ogni tanto voltarsi, fissarmi. Che angoscia era per me anche
quell'affetto!
*
* *
Sta fisso ne la memoria un giorno della metà del mese di luglio.
Io camminavo per quella via e _Patirai_, l'indivisibile amica, veniva
dietro di me. La campagna era silenziosa e poche vele segnavano
l'azzurro del golfo. E dopo lungo andare si udì dietro di me un rumore
di sonagliere. Tre cavalli spinti al galoppo dal postiglione che faceva
schioccare la frusta, venivano avanti rapidamente trainando un _landau_
fra un nugolo di polvere.
Mi feci da un lato per lasciar passare. Passarono rapidi come una carica
di cavalleria, ma ciò che vidi non scomparve dalla vista.
Proprio nel punto che m'erano davanti, un giovane signore che sedeva in
quella carrozza avea con un braccio cinta la vita di un'esile e bionda
compagna che gli stava al fianco; e costei piegò indietro la testa per
accogliere un bacio che lui impresse su la bocca di lei; e con l'altro
braccio disteso pareva indicare il mare e il cielo come per dire alle
cose di essere testimoni della sua felicità. E la giovane donna pareva
beata in quell'abbandono.
La carrozza si allontanò e _Patirai_ la rincorse furiosamente che parve
una palla nera fra quella polvere della strada.
La carrozza passò portando con sè una visione di felicità. Felicità?
Certo, e felicità delle più semplici e possibili con i suoi fondamenti
ne la realtà, non nei sogni o su le sabbie mobili della metafisica.
Avrei potuto anch'io essere felice così!
Mi fissai in questo pensiero e fissando m'accorsi che davanti a me su la
bianca strada stava _Patirai_, piantata su le quattro zampe, ansante, e
la lingua fuori. Io non mi era mosso dal luogo ove prima mi ero fermato
per lasciar posto al veicolo. _Patirai_ scodinzolava e cominciò ad
abbaiare come mi volesse dire qualche cosa. Che cosa? Forse voleva dire:
«hai visto? è passata la felicità. Quando la felicità passa, non bisogna
fermarsi a meditare. Allora guai! Si fa subito un salto, la si raggiunge
ad ogni costo. Se ti fermi sempre a pensare, non arriverai mai!.... Vedi
ora come è lontana? io sono corsa subito: dovevi anche tu fare così!»
Io non so come fosse, ma quelle pupille e quell'urlo che volgeva verso
di me, verosimilmente volevano esprimere un pensiero. Non era più
dubbio: quella piccola cosa nera, quella bestiola leggeva dentro di me.
Mi mossi lentamente, e quando mi abbattei in un sentiero che conduceva
verso le colline, mi misi per esso. Mi pareva che la diversione della
strada sarebbe stata pure una diversione delle idee.
Ma tutto era inutile! Io non potevo distogliere la mente dal pensare che
quella felicità la avrei potuto cogliere anch'io fin dal tempo che
vivevo a F***. Ero incapace di curare i miei affari? ero inetto alle
battaglie della vita? E per questo? Ma il mio nome, la mia gioventù, la
buona riputazione, il grado ne la società, non costituivano forse un
capitale che qualunque altro avrebbe saputo sfruttare? Io l'ho dissipato
senza saperlo; io fui vinto da un'esaltazione di sacrificio che non mi
ha prodotto altro che dolore.
Mi sono sacrificato? ho sofferto? Peggio! Soffrire è un lavoro che il
mondo non paga e non riconosce nè meno. Bisognerebbe che ci fosse il
padrone, Iddio. Lui, forse, ricompenserebbe chi soffre: il mondo se ne
ride e non ha torto.
E pure è cosa certa che il mondo ha le sue conquiste, ha i suoi piaceri,
ha le sue felicità; e vi sono fiori di oro e fiori di carne, ma non li
coglie chi si innamora dei fantasmi della sua mente o si nutre di strane
utopie.
Le fantasie corrompono l'anima e il corpo, e rendono l'uomo pallido e
trasognato; e più sono grandi e nobili e più uccidono, e non v'è
corruzione di vizio che maceri più terribilmente.
Camminai per molto tempo e giunsi in vista di un campo coperto di spighe
mature, e i mietitori le falciavano.
Quella vista mi consolò alquanto e mi distrasse: così che postomi dietro
una siepe arborata che dava un po' d'ombra, seguiva con gli occhi quei
lavoratori.
Soltanto le teste e le spalle apparivano dietro le spighe, e il manipolo
in una mano e nell'altra la falce: si avanzavano in fila, di fronte,
movendosi come in ritmo; muti, rossi di sudore e recidevano, recidevano
quelle spighe. Dietro erano le spigolatrici, curve, mute esse pure,
oppresse dalla caldura senza vento che pioveva dalla serenità meridiana.
La schiera dei mietitori mi passò davanti ed ora la scorgevo da tergo,
curva e allineata su le alte spighe, lasciando dietro di sè il campo
brullo ed irto degli steli recisi.
Intanto da una casa non molto discosta si levò una spira di fumo,
sottile, che saliva come un viticcio e si dilatava sfumando nel cielo.
Poi suonò mezzogiorno. Allora il passo dei mietitori si arrestò e le
falci caddero.
In breve tempo i covoni sparsi a regolari intervalli nel campo furono
raccolti e ammucchiati in alcune biche, poi l'uno dopo l'altro quei
lavoratori si avviarono verso la casa. «Ecco la soave ora del pasto e
del riposo meridiano!» pensava, e quella dolcezza dei campi finì per
placarmi lo spirito e i sensi di una serenità melanconica e stupida.
Poco lungi, fra gli alberi, si scorgeva un'altra casetta dalla cui porta
pendeva una frasca. Mi vi recai ed ebbi da rifocillarmi. Poi feci
ritorno presso la siepe dove era prima; e fosse effetto del caldo o
della piacevolezza dell'ombra che la chioma di un albero stampava sul
terreno, fatto è che mi addormentai.
Quando mi risentii, l'ombra dell'albero avea girato ed il sole
battendomi sul volto, mi avea desto. Il sole, oltrepassata più che la
metà del suo corso, pareva essere fermato nel cielo.
La lucentezza dell'aria mattutina avea dato luogo ad un'afosità di
vapori che toglievano ogni trasparenza e veduta delle cose lontane.
Il silenzio era solenne. E allora, in quello stupore che coglie chi si
desta da un grave sonno, fu un suono che da prima mi parve come un
pispiglio di uno stormo di passere: tacque e ripigliò più saltellante e
vivace.
Erano risa di donne.
Volsi lo sguardo al rumore: vidi e non compresi alla prima; poi compresi
e un turbamento profondo mi agitò il sangue come nel brivido della
febbre. Rimasi lì, nascosto dietro la siepe a guardare senza muovermi.
Solo il sangue mi affluiva a ondate larghe al cuore, e poi risaliva al
cervello.
Erano due di quelle spigolatrici, scalze, presso ad una bica, poco
distanti dal luogo ove io stava.
L'una, alta, adusta, quasi sbilenca, co' capelli neri arruffati come un
cimiero affricano si avventava sull'altra, e il riso le scoppiava come
una canzone baccante fuori dei denti bianchi. L'altra era più piccola e
con un volto quasi infantile, ma tutto acceso. Un fazzoletto scarlatto
le si annodava dietro la nuca, e ne scappavano pochi riccioli biondi
madidi di sudore. Ma le anche deformate dalle fatiche precoci e le
mammelle esuberanti di giovanezza, minacciavano di liberarsi dai legami
del busto.
Essa sembrava beata di farsi buttar giù sui covoni che gemevano con un
fruscìo di seta, e rideva, rideva lei pure; ma di un riso sciocco o
schernevole che mi paresse, e squillava come argento.
Poi quando era caduta giù supina, si rizzava contro la compagna e questa
le si avventava contro di nuovo con le braccia tese in avanti; e quella
tornava a cadere.
La piccola bionda diceva ridendo sempre — Mala femmina! — La bruna
risospingendola quando si levava, diceva — Quanto sei bella! — e la voce
aveva oramai un suono tetro di lascivia, e più non rideva. E poi girava
lo sguardo come belva spaurita per ispiare se uomo o donna fosse per
quei campi. In uno di quei momenti la bionda colse il destro, e riuscì a
scappar via, di corsa, sghignazzando; ma si andò a nascondere dietro un
altra bica più lontana; e la bruna dietro, in due salti, come una
lionessa, la raggiunse e si nascosero dietro il mucchio delle spighe.
Allontanarsi era facile: ma le risa di quelle donne certo riempivano
tutta la muta campagna, perchè come io discendeva giù per il sentiero,
così quelle mi seguivano, e mi pareva che dietro la bica le due procaci
sapessero di essere scoperte e pure non arrossissero; ma mi venivano
dietro con le loro risa, ed esse mi schernivano ed io ne aveva vergogna.
Io ne aveva vergogna, non esse, e pure la loro impurità era bestiale ed
orribile, orribile al punto che vinceva la ragione e incuteva un
vaneggiamento di precipitarvi, come a chi contempla gli abissi.
E non v'era nessuna imagine o voce di purità e di virtù che si levasse
al mio soccorso, io che le invocavo!
Le sentenze degli asceti e dei padri della chiesa, le scritte dei
filosofi stavano rigide come le statue dei santi mitrati che sono ne'
templi: le invocano, le invocano le supplicanti, ma essi non fanno un
passo per venire in aiuto, e solo fissano le pupille d'oro come gente
abbacinata.
Anche invocai quello scetticismo che mi aveva fatto perdere la fede ne
le cose più nobili e belle: ma nulla poteva nè meno esso, che era stato
così potente. E pronunciai anche come scongiuro una massima di antico
re, in cui molti affermano che si compendî la saggezza della vita:
«Tutto è vanità!» ma quelle risa si pigliavano giuoco anche di quella
sentenza.
Chiamai pure a raccolta gli avvertimenti materni, le prime massime di
virtù udite da fanciullo; ma non avevan valore contro quel riso
baccante, grande, e che pareva oramai una solenne cosa, tanto solenne
che le piante, gli alti steli dell'erbe non battevano fronda o fiore
come intenti ad ascoltare e bearsi di quella voce ridente.
E allora per la calda afosità del tramonto, in quel muto languire del
giorno, una figura di donna nuda, meravigliosa e splendente come un
sogno, sorse alla mia vista, e si aggirava veloce fra gli alberi come se
i piedi a pena lambissero il suolo, e con le braccia sollevate e le
palme distese e le chiome accarezzava le erbe e i fiori presso cui
trasvolava, come una benedizione.
Il riso lascivo si era mutato in una voce distinta come una cantilena, e
quella voce usciva dalle labbra di quella fata.
*
* *
Diceva: «Io sono impudica come Pasife, io sono casta come la Sibilla, io
sono forte come Ippolita, io sono sapiente come Minerva: io sono eterna.
Proteo aveva meno forme di me, e sono anche orribile più di Megera, e
sono anche fatale e bella più di Medusa. Nè Arianna con Bacco rise più
pazzamente di me, nè Niobe impietrata diffonde dal Sipilo più rivi di
lagrime di quante io ne sparga.
Io sono proteiforme, e pure sono una.
Ma tu mi hai conosciuta soltanto avvolta di bende, severa e terribile,
sopra gli altari. Lassù io sono la virtù e la sapienza, e in quella
forma mi hai adorato: ma sappi che spesso io fuggo fuori delle bende e
delle infule, le quali rimangono e rendono la mia figura agli adoratori
del tempio: ma io non vi sono più. Io corro fra i campi e talvolta rido
come le villane che tu hai inteso: e pur non sono colpevole; io
trascorro nuda e non sono impura; io porto nel mio grembo la fecondità,
e vergine sono.
Io sono eterna e son giovane; io corro pei campi e l'erbe crescono
dietro di me. Vedi: la selva era nuda ed irta. Oggi è tutta chiomata, e
le gemme diventarono fiore e frutto; gemono i rivi, ride e spira il
mare. Chi fu? Io.
Io non ho virtù, come non ho colpa; io do luce al cielo, io faccio
fremere e contorcere le piante che si aprono e fecondano, io avvolgo
tutte le cose create di un invisibile filo, e tutto germina e palpita, e
traggo il mondo affascinato dietro di me; però se io rida o pianga nel
mio eterno lavoro, nessuno mai saprà perchè questo è il gran mistero.
V'è una leggenda antica: Ifigenia in Tauride sacrifica e svena alla Dea
Artemide qualunque uomo a quelle selvagge terre approdi. Io pure godo
dei sacrifici umani, e però sappi anche che la Sventura e la Pazzia mi
seguono come il rosso giustiziere seguiva gli antichi re. E pure io amo
gli uomini e li inebrio della mia felicità e della mia voluttà; ma
questa è riserbata soltanto a coloro che non sanno chi mi sia e non
cercano di indovinarmi. Chiunque vorrà essere scrutatore della mia
divinità sarà oppresso dalla stessa mia gloria.
E pure io amo gli uomini: ma sono come Angelica. Rolando urla per la
selva impazzito di amore: io mi dono a Medoro.»
*
* *
E ne la immensità del tramonto che balenava una luce pallida e cilestra,
l'imagine e la voce svanì.
Era giunto senza avvedermene dove il sentiero sboccava su la via maestra
e _Patirai_ era di fronte a me che stavo fermo sull'estremità della
strada, dove lo scoglio rompe e scende fondo e livido nel mare. Essa mi
fissava con quelle umane e umide pupille che io credo verosimilmente
leggessero dentro la mia anima; e non si moveva nè abbaiava.
«È inutile — meditai —, il problema della vita non l'ho capito: un
compito su cui ci lavorai tanto! Zero punti, maestro; e, pur troppo,
senza il beneficio di ripetere l'anno o la prova! Terribile problema!»
«Problema facile», mi sentii contraddire timidamente.
In quel punto _Patirai_ aveva mandato un lieve guaito che lacerò
l'incombente silenzio delle cose.
«Problema facile..., quasi tutti lo risolvono!...» e quelle pupille mi
guardavano con muto dolore, e il guaito si ripeteva.
Allora non ricordo come avvenne che la paurosa calma che mi occupava si
mutasse in improvviso furore, in una rabbia delirante di annientarmi e
di annientare tutto. Ricordo che io presi _Patirai_ che mi amava e che
io amava, e la scagliai giù nel mare.
La vedo anche ora nettamente dopo tanto tempo.
Ad un certo punto cadendo si voltò con la schiena all'ingiù. Un lamento,
ma che era forte come un nitrito, squarciò l'aria e mi rimase
nell'orecchio. Era caduta su di una punta aguzza dello scoglio; si era
squarciata il fianco: almeno così doveva essere perchè l'acqua mi parve
rosseggiare ad un tratto e l'onda sopravveniente la dissipò.
Allora ebbi paura e voleva fuggire, ma non lo poteva e rimasi lì con
l'occhio fisso in giù.
Mi intronava alle orecchie un ronzìo come se due sciami di vespe fossero
usciti dalla terra e disperdendosi in alto mi susurrassero qualche cosa
di pauroso e di infausto.
Però non sentii nè pietà nè rimorso nè mi mossi per soccorrerla; anzi
era una specie di piacere o almeno di sollievo che io provava a quella
vista sanguinosa giacchè avevo così trovato una distrazione alle
laceranti imagini che mi straziavano. Ma queste ed ogni altro senso o
pensiero si andava affievolendo in una stupidità generale, come le
ultime vibrazioni di un diapason tremano per lungo tempo dopo avere
emesso il primo suono.
Lo scoglio dovea esser liscio dalle alghe perchè lei tutte le volte che
l'onda la sospingeva in su e tentava di arrampicarsi, ricadeva
nell'acqua. E poi le zampe di dietro, vicino alla ferita, si vede che
non aveano più la forza di puntare ma che erano già morte: solo le
zampine davanti, quelle zampettine che poco prima saltellavano con la
baldanza di un polledro, si provavano di risalire su arcuandosi per lo
sforzo, e tutto il corpo tremava per il freddo dell'acqua o per il
brivido della morte. Ma certo le forze le erano fuggite col sangue
perchè ogni tentativo era sempre più debole e la lieve onda della marea
minacciava di rovesciarla.
La sua testolina nera col suo musino appuntito erano o mi parevano
rivolti ancora verso di me e gli occhi neri ineffabilmente tristi non
aveano e mi pare che non avessero che un'espressione di pietà.
Non un lampo di ferocia o di odio vi passò; le labbra non si sollevarono
a scoprire il digrignìo dei denti. Nulla. Era una pietà, una gran pietà
per me.
Un'onda più forte la rovesciò e la fece andar sotto. Allora potei
muovere il passo dal luogo dove era; e mi avvidi che correvo forte e con
terrore come se qualcuno mi inseguisse. Solo quando ebbi svoltata la
strada fermai il passo e allora mi accorsi con meraviglia che era venuta
la notte.
Finalmente o meravigliosa notte eri venuta e mi avevi ravvolto delle tue
ombre, ed io era entrato nel bagno delizioso e profondo delle tue
tenebre.