Tip. Luigi di Giacomo Pirola. — Milano, piazza Scala, 6.
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ΤΗ ΕΛΠΙΔΙ
_La cagna nera_
Quando mi tornano a mente i miei genitori (adesso si stanno accanto nel
cimitero del villaggio) e gli anni della mia giovinezza, allora gli
occhi si ricolmano di lagrime.
Ecco: era lassù, da tutte le strade del piano, anche da lontano lo si
distingueva il palazzo antico e quadrato, su in vetta della collina, con
i quattro cipressi alti che dentellavano il cielo e facevano la guardia
al portone: il portone era ad arco con grosse bugne di marmo e di sopra
portava una targa; perchè la mia famiglia era nobile: io non sono più
niente; ma la mia famiglia, dico, era nobile e di buona razza. La targa
portava sul quartiere un bel fiordaliso e il motto _crescet in aevum_.
Dietro v'era il roseto, ma grande, grande da farne un podere.
— Ma dissodatelo, signor conte — dicevano al babbo i buoni borghesi del
villaggio — dissodatelo; vi verran fuori venti e più sacchi di grano.
Lui sorrideva nei suoi occhi celesti così dolci e:
— Avete ragione, miei buoni amici — rispondeva — ci penserò su, ci
penserò.
Ma non ne faceva niente perchè era la mamma che non voleva, una delle
poche cose che non voleva; e anche quando morì lui ed anche il palazzo
fu coperto da ipoteche (io non ne sapevo nulla) il roseto non fu
toccato.
— Vecchie ubbìe di aristocratica — diceva la gente —, ci ha le ipoteche
anche sui tetti e vuol conservare le rose!
Ma il roseto rimase fintanto che ella visse, la mia santa madre;
signorilmente rimase a dispetto delle cipolle e delle patate; ed io lo
ricordo tutto vivo e fiammante come una porpora stesa giù per il declive
del colle. Era una meraviglia! Venivano anche da lontano a visitarlo, il
roseto! E per Pasqua fiorita se ne portavano via a carrette delle rose:
e tutti i santi e tutte le sante delle parrocchie vicine ne toccavano la
loro parte.
O Madonne che abitate le chiesuole delle terre d'intorno, ben ne aveste
adorni gli altari, voi! E non ci proteggeste voi! Il profumo delle
bianche e delle purpuree rose non salì sino al vostro seggio celeste?
Mi ricordo di maggio (allora c'era il maggio per me e c'era la
primavera) quella lunga fila di stanze in rettilineo che davano sopra il
roseto: il sole entrava a fili sottili attraverso le persiane socchiuse;
si posava sui mobili sbiaditi di raso, sui quadri dalle cornici di legno
tarsiato appese al muro; e sul filo solare fuggiva un pulviscolo di
quelle vecchie masserizie insieme agli atomi delle rose che morivano
silenziose in molti e bellissimi vasi di cristallo, mentre le loro
sorelle giù nel sole del parco non si stancavano di aprirsi e cadere
come vinte dalla voluttà del loro profumo.
Mia madre passava quasi tutto il giorno per quelle stanze o pel roseto
che essendo dalla parte opposta della via, le permetteva di non essere
veduta. La gente diceva che ella era molto superba: certo nel paese si
faceva vedere a pena due o tre volte all'anno; e pure la messa la udiva
in una cappelletta annessa al palazzo, dove il parroco veniva a
celebrare al mattino presto. Anche questo contribuiva ad accrescere la
reputazione di superbia; ma non era vero. Era piuttosto, io credo, una
riservata e fiera timidezza che non avrebbe potuto vincere nè meno
volendo.
Io mi sforzo di rievocarne l'imagine; ma la memoria ne ha sbiaditi i
contorni così che a pena mi si presenta alla mente una figura di donna
senza sorriso che si aggirava per quelle stanze, fra quelle rose, lenta
e come smemorata anche quando il palazzo risonava dell'allegra vitalità
di mio padre e delle feste degli amici.
Perchè mio padre era tutt'il contrario. Alto, con una superba barba
rossiccia e due occhi cilestri quasi infantili, con un'esuberanza di
vita piena di allegrezza e di ingenuità, avea sbagliato il secolo della
sua venuta nel mondo. Sarebbe stato bene con corazza e stivaloni
speronati al seguito di qualche gioioso barone di Francia al bel tempo
delle guerre e dei tornei.
Garibaldino in sua gioventù, repubblicano e liberale a suo modo, avea
portato in queste sue idee tutta la gentilezza e la idealità del suo
sangue patrizio.
Per mala sorte ne gli ozi forzati della sua virilità gli venne o
piuttosto gli fu suggerita la malaugurata idea di farsi eleggere
deputato; e da allora, per molti anni, fu un seguito di banchetti, di
favori e di munificenze dispensate con principesca liberalità. Il
palazzo era corte bandita. Ma il signor conte dovea riuscire deputato!
Riuscì invece a consumare il patrimonio; ma la sua buona fede era tanto
grande che forse non gli passò ne meno per la mente la frode.
Mi ricordo un vecchio servo di casa, certo Beppo, una specie di
maggiordomo, che quando il babbo gli ordinava di apparecchiare un pranzo
o di distribuire tanto denaro ai poveri o tanto grano in beneficenza,
diventava livido e se avesse potuto mettere del veleno ne le vivande, lo
avrebbe fatto.
Mio babbo ci pigliava gusto a vederlo così imbronciato.
— Si direbbe che consumi del tuo — diceva.
— Peggio! io non ce n'ho; ma lei ha le mani bucate.
Una mattina (questa me la raccontarono poi) dopo un banchetto che si era
protratto oltre la mezzanotte, Beppo indicava a mio babbo, presso il
cancello d'uscita, una lurida pozza vinosa sul terreno. Diceva:
— E l'ho inteso io quello grosso che parlava più forte, dire a quel
piccolo con la faccia di fiele che vomitava, l'ho inteso io dire: «Ah,
tu non vuoi portar via niente dalla casa degli aristocratici!» e l'altro
seguitava a vomitare e singhiozzare dal ridere, e tutti ridevano!
— Va là, va là, Beppo, che non è vero — rispondeva mio babbo col suo
solito sorriso che non smentiva mai —, hai capito male.
— Ho capito male? ah, fè di Dio! E quando l'altra volta passando davanti
alla cappella, dove era entrata la signora contessa, uno ha fatto le
corna alla madonna!?
— Ma no! quello, vedi, era un gesto di manifestazione politica.
Ma per quanto vi celiasse, mio padre non riusciva a placarlo nè a
persuaderlo.
— Ah, povero il mio grigio! — diceva poi, e gli metteva la palma della
mano su la sua testa rozza e gliela scoteva; ma nè pur questo bastava a
farlo sorridere.
Mia madre lasciava fare e dire. Si accontentava della sua parte di
padrona di casa, che adempiva con la maggior cortesia possibile. Solo a
fin di tavola, quando le bottiglie preziose si vuotavano con rapidità
spaventosa e le voci minacciavano di farsi roche e le proposizioni
audaci, ella si appartava con qualche pretesto.
Che cosa passasse fra il babbo e la mamma io non lo seppi mai. Era
debolezza di carattere, era acquiescenza e venerazione ai desideri di
lui, era timore di infliggergli un colpo mortale convincendolo del suo
errore e della sua ingenua buona fede? Io, ripeto, non lo so: forse era
un po' di tutto questo.
La baraonda politica cessò per esaurimento un po' per volta, cioè quando
gli amici democratici si accorsero che il meglio era mietuto e che poco
restava da cogliere ancora.
Allora la vita si ristrinse fra noi tre molto amichevolmente. Io era
allora un giovanetto sui quattordici anni e stavo tutt'orecchi ai
discorsi del babbo, specie dopo pranzo.
V'era una gran stanza da pranzo con vecchi mobili di quercia che
salivano sino al soffitto. Le tre finestre, che prendevano tutta una
parete, davano sul parco e v'entrava la luce verde e silenziosa della
campagna.
La mamma lo ascoltava: non diceva nè sì nè no. Quello che faceva lui era
per ben fatto. Egli si eccitava dopo pranzo; perchè un'altra vena di
attività irrequieta gli si era aperta e ne ragionava con la sua solita
volubilità lieta e rumorosa.
Oh, egli avrebbe messo in piedi il patrimonio nel giro di un paio
d'anni. — Qui l'agricoltura va ancora col sistema di Noè — diceva; —
bisogna rinnovare tutto. Farò venire le macchine dall'Inghilterra, dalla
Francia, dal Belgio, e se occorre, i concimi chimici: prenderò in
affitto una ventina di poderi, stipendierò un agente tecnico e.... e
vedrai.... vedrai! Per la gloria della casa poi, visto che io non ci
sono potuto riuscire, ci penserai tu — e si rivolgeva a me. — Ma bisogna
studiare, perchè oggi i tempi sono mutati e non basta più essere ricchi
come ti lascierò ricco io ed essere nobili, ma bisogna anche essere
istruiti; e questa è una cosa giusta, non è vero Ersilia? E tu
studierai, non è vero? — E mi posava la mano, una mano larga, ardente su
la testa: era la sua mossa favorita, e mi ricordo che mi faceva male con
l'anello che portava all'indice, e mi scoteva la testa che allora avea
molti riccioli biondi a riflessi di rame che erano una delle debolezze
della povera mamma.
Sebbene allora le acque fossero basse e le cambiali degli amici politici
scadessero con la regolarità della classica goccia su la pietra,
tuttavia mio padre non aveva smesso che poco dell'andamento domestico:
due cavalli in istalla per la carrozza della mamma; un bel polledro
bajo, balzano da due piedi, che era una grazia, per me da cavalcare: e
la rigida correttezza del costume inglese, di prammatica in simile
genere di spassi signorili, era stata temperata dal gusto d'arte di mia
mamma, che voleva che io portassi una larga giacca di fine velluto, un
bel cappello all'italiana sotto cui i capelli fuggivano a ciocche; e
mentre io cavalcavo per le vie di campagna che su per le colline
salivano e discendevano, ella mi seguiva con lo sguardo intento dal
terrazzo più alto della villa.
Mio babbo oramai era tutto assorto nel suo lavoro di agricoltore. Le sue
speranze erano senza limite e la sua felicità era raggiante: il
patrimonio di famiglia sarebbe stato rifatto su le basi della sua
attività e della sua industria.
I poderi vennero presi in affitto chè di nostri ne rimanevano ben pochi;
le macchine arrivarono: trebbiatrici, aratri, sgranatrici, pigiatrici,
ecc., ecc.; e poi grandi vagoni di guano e di concimi chimici vennero
portati su fra le meraviglie, le dicerie, le invidie, le maldicenze, le
crollate di testa dei villani, che ognuno voleva dire la sua.
All'antica compagnia degli imbroglioni politici, subentrò una compagnia
nuova, meno numerosa, ma non meno dissanguatrice di agenti,
commissionari, sensali e simile genìa.
Per quegli anni io ricordo mio babbo, anche nei giorni più affocati di
luglio, su e giù per i campi, a sorvegliare, a dare ordini, a dirigere i
lavori. Lo ricordo in mezzo a tutti quei villani con la sua faccia
abbronzata, sotto un gran cappello di panama, una giacca di frustagno,
le grosse scarpe di cuoio grezzo, e la barba rossiccia con qualche filo
d'argento, accuratamente quadrata che cadeva su lo sparato di batista
fragrante.
Morì tragicamente: una pugnalata terribile nel cuore che lo lasciò
freddo, stecchito.
Ecco come: la festa di mezzo agosto, verso sera, su la piazza, fra un
grande tumulto di villani avvinazzati, un certo tale noto e temuto per
sanguinaria violenza, aveva trovato a dire con un giovane; e la madre e
la ragazza di costui atterrite urlavano aiuto, per la madonna, che lo
ammazzavano il figliuolo; e tutti facevano largo, e guardavano senza
muoversi. Passa mio babbo, e le donne e tutti a gridare: «Signor conte,
signor conte, che lo faccia star buono lei!» E mio babbo si avvicinò
solo, solo, sorridendo, con la mano levata per placare quel furibondo,
quando una terribile coltellata nel cuore lo lasciò morto. Hanno avuto
il coraggio di portarcelo a casa così! Dicevano che non era niente, che
era svenuto, perchè aveva il suo sorriso e la sua indimenticabile
sigaretta stretta ancora fra le labbra.
*
* *
Dopo questo tragico evento mia madre non mise più piede fuori dal
recinto del roseto e del parco, e la gente raccontò che era uscita di
senno. Molti anni più tardi, poi, quando quella benedetta lasciò i
patimenti di questa vita, fra quei villani si formò la leggenda, e
dicevano che tutte le notti di mezzo agosto ci si vedeva per il parco
l'ombra della contessa matta, vestita di nero con i capelli tutti
bianchi giù per le spalle: e fu anche a cagione di queste dicerie che il
palazzo ed il parco non trovarono più un padrone stabile, e finirono per
cadere ne la rovina e ne l'abbandono. Queste cose mi furono riferite,
perchè io al mio paese dopo la morte di lei non sono più tornato e la
casa dove nacqui e che fu mia non l'ho più riveduta; certo è che anche
dentro di me trapassò un'eredità di quella morte di persone e di cose.
Io, quando morì mio padre, aveva sedici anni: vennero dei miei parenti
che mi condussero in una città con loro per seguitare gli studi; e, per
mio conto, di quella benedetta non posso dir nulla all'infuori di
questo, che non mi voleva più lassù al palazzo con lei. In quella casa
che risonava a vuoto, v'era troppa morte e troppo dolore; ed ella,
suppongo, paventava che il terribile male della sventura mi si
attaccasse. Pietosa ed inutile previdenza, perchè il male lo aveva con
me, entro di me.
Più tardi, quando io facevo gli ultimi anni di legge, ella fu presa da
un'idea delirante, la quale però la sosteneva in vita e le serviva di
norma direttrice. La nostra casa era caduta, la nostra casa doveva
risorgere; io doveva essere il salvatore ed il redentore della casa.
Come? e quando? e per quale via? Lei certo non lo sapeva; sapeva solo
che la cosa doveva essere. Allora i cipressi avrebbero mandate fuori
verdi fronde, e il fiordaliso d'oro che empiva il quartiere dello scudo,
sarebbe rifiorito in sul suo campo: così profetava il bel motto latino
_crescet in aevum_.
Allora, ma soltanto allora, io doveva tornare. Le stanze della villa
chiuse e mute per tanti anni, si sarebbero aperte al sole; lei mi
sarebbe venuta incontro, giù per la scalea, in mezzo all'applaudire dei
clienti e dei servi, ed avrebbe esclamato: «Tu, o mio figliuolo, hai
fatto finalmente ritorno! Quanto tempo ti abbiamo atteso! I miei capelli
son diventati tutti bianchi, ma non ho voluto morire, sebbene i morti mi
chiamassero e desiderassi morire; non lo volli per assistere al tuo
trionfo in questo giorno felice!»
Su questo proposito non mi fece mai alcun progetto determinato, forse
perchè non ne aveva alcuno; ma io capivo che la sua volontà, come la sua
fede, erano indomabili. Bisognava riuscire: io doveva riuscire! Era
questo pensiero che la teneva in vita. Quando le scrivevo: — Mamma mia,
ho desiderio di vederti, voglio stare vicino a te qualche po' di tempo —
lei rispondeva: — No qui, tu non devi impigrirti fra queste campagne;
devi vivere in città per conquistarti il posto secondo il tuo destino.
Tale era la frase impreteribile, in cui includeva un senso mistico di
cosa fatale.
— Ma gli affari, mamma — io le riscrivevo — tu sei donna, hai bisogno di
qualcuno che ti assista, che ti consigli.... — Ella rispondeva: — Tutto
va bene; agli affari ci penso io, io non ho bisogno di niente; tu pensa
solo a te e a farti una posizione.
Io, insomma, non dovevo vedere, non dovevo saper nulla degli affari di
casa, e forse era anche per questo che non mi voleva lassù con lei, dove
ci sarei stato tanto volentieri a meriggiare sotto quelle piante, a
pranzare io e lei in quella sala a pian terreno tutta silenziosa e verde
per il riflesso del parco. E un'altra lucida ed incoercibile idea la
possedeva: un giovane che è alle sue prime armi, che deve avere
relazioni nel gran mondo e che vuol riuscire ad aprirsi una strada, deve
spendere molto e senza risparmio; e se denari non ne ha, bisogna
mandargliene. Secondo questa logica mia madre, senza nè meno che io le
chiedessi, mi spediva denari con una gran profusione e mi ingiungeva di
spenderli.
Perchè bisogna sapere che io frequentavo la società più aristocratica e
mondana di F***, ma senza vizio come senza passione, cioè naturalmente.
Le relazioni di mia madre, il parentado, il mio nome, mi avevano aperte
tutte le porte; e pensandoci bene, mi pareva allora che non si potesse
vivere che così, cioè che una persona di garbo dovesse necessariamente
condurre quella vita oziosa e mondana. Alle volte, è vero, mi assaliva
il dubbio che quei danari rappresentassero o un pegno di gioielli, o un
podere che mutava padrone, o un prestito ad usura. Ma le sue lettere che
dicevano sempre che stessi di buon animo, che gli affari andavano bene,
mi tranquillavano per due ragioni; la prima perchè mi liberavano
dall'obbligo di occuparmi dell'azienda domestica e di fare atti di
energia, pur lasciandomi la coscienza tranquilla di aver adempito al mio
dovere; la seconda perchè mi toglievano il doloroso dubbio di una
possibile ruina. Quanto ad approfondire _de visu_ la cosa, non ci
pensavo più. Mia madre diceva così, dunque era così; e poi mi pareva che
un patrimonio come il nostro dovesse essere come qualche cosa di
intimamente congiunto alla antica gentilezza del nome e della famiglia,
e che un temporaneo dissesto non potesse per nulla influire su la sua
stabilità.
Rimaneva l'altra questione di conquistare quest'alto grado, questo posto
degno del mio nome. Che cosa lei s'intendesse con tali parole, io allora
non sapeva chiaramente: la spiegazione più semplice che io sapessi darvi
era quella di vivere onoratamente come si conveniva a gentiluomo e come
nel fatto viveva. Alle volte il vero, cioè la vera volontà materna, mi
balenava alla mente, ma la mia inerzia mi impediva di venire ad una
spiegazione concreta.
Chi sa? — pensava — forse vuole che io mi faccia un nome come avvocato,
come uomo politico, che scriva dei libri, che mi metta ne gli affari,
che so io. Tutto ciò mi sarebbe piaciuto, ma in che modo? e da dove si
comincia? Io capiva abbastanza bene che a me mancavano tanto le forze
dell'ingegno come quelle della volontà per raggiungere una così
difficile meta.
Fuori della classe sociale ove il nome e la fortuna mi avevano
collocato, che cosa avrei fatto? Alle volte, è vero, mi vinceva una gran
melanconia pensando a quante illusioni quella povera mamma si facesse
sul conto mio, e avrei voluto venire a delle spiegazioni: ma, ripeto,
non ne ebbi mai il coraggio: sentivo che le avrei dato troppo dispiacere
togliendole quella illusione. Del resto questi erano momenti passeggeri
di tristezza e di dubbio: la solita vita mi riassorbiva naturalmente.
*
* *
Ci volle la conoscenza nuda e cruda della rovina in cui eravamo piombati
per togliermi la benda dagli occhi e farmi prendere una risoluzione.
Ecco come fu: per Natale, una volta, volli andare a casa a far le feste
con lei: era tanto che non ci era stato e morivo della voglia di
rivederla.
Nevicava, nevicava da parecchi giorni, dì e notte, come ne le fole, a
grandi falde.
Ma era il Natale! Quanti ricordi si congiunsero a quel nome soave!
Ricordai quando tutto il palazzo era in festa, quando v'erano tanti
invitati che dormivano anche ne le stanze del palazzo. Erano parenti,
amici venuti da lontano; mio babbo li voleva tutti vicino a sè in quel
giorno. Egli che volevano portare come progressista e repubblicano alla
deputazione politica, aveva una melanconica religione degli usi e dei
buoni costumi di una volta. Mi ricordo che voleva persino che ne la
nostra cappella si celebrasse la messa di mezzanotte. Ricordo anche la
cucina, con la cappa del camino grande come tutta la parete. Lui vi
scendeva madido di neve con gli stivaloni infangati e la carabina a
tracolla e su la tavola rovesciava il carniere pieno di selvaggina da
lui cacciata, e dava gli ordini alla cuoca che parea comandasse una
carica alla baionetta; e poi v'erano certe schidionate enormi di capponi
che rosolavano al fuoco. Fuori imbiancava la neve proprio come faceva
allora. Giorni soavi!
La memoria di quella giovanezza di cose e di vita mi vinse. Telegrafai
che sarei venuto anche contro la voglia di lei e dissi il giorno e
l'ora.
Partii. Ero tutto lieto di passare le feste a casa e fantasticava
giovanilmente in quel tepore che vince durante il viaggio, specie
sedendo come io sedeva su di un soffice divano di prima classe, ravvolto
in una superba pelliccia.
Si giunse. Dal finestrino del vagone, mentre il treno rallentava, aveva
visto una carrozza chiusa, ferma su lo spiazzo deserto che è dietro la
piccola stazione dove si scende per andare su al villaggio. Non ce
n'erano altre. Ma la carrozza e il cavallo non erano i nostri, però
riconobbi Beppo che stava a cassetta. Tutto questo mi meravigliò con un
senso pauroso di presentimento del vero. Il brav'uomo se ne stava più
curvo e più vecchio del solito sotto la neve, e pareva così assorto che
non si avvide nè meno dell'arrivo del treno. Egli era tutto chiuso in
una vecchia livrea verde di famiglia coi paramani d'oro stinti, ma la
carrozza, dico, non era più la nostra; era un _fiacre_ da nolo di forme
preistoriche che stava su a forza di corde, e il cavallo era così alto e
macilento che su quella neve, col muso basso e le gambe davanti piegate,
faceva un effetto spettrale. Indovinai tutto, e il cuore mi si serrò:
pure non chiesi nulla a Beppo. Egli mi salutò scoprendosi, ma non disse
parola; sferzò a parecchie riprese la rozza che si mosse indolente fra
il cigolare delle ruote e delle molle sconquassate. Quel cavallo e quel
_fiacre_ da zingari erranti e quel servo chiuso ne la livrea gentilizia
offrivano un contrasto simbolico e miserevole. Un borghese democratico
ne avrebbe riso a crepapelle, un filosofo di cuore avrebbe pianto. Per
buona sorte non v'era alcuno per la via, e i pochi villani che si
incontravano di tratto in tratto facevano largo e si arrestavano
meravigliati al nostro passaggio; e da un sommesso parlare pareva si
interrogassero se qualche cerretano giungesse al villaggio.
La strada bianca di neve passava lentamente. Quando su lo sfondo plumbeo
di quel cielo si disegnò il profilo del palazzo di mio padre e di mia
madre, il cuore mi tremò e un singulto mi corse su per il petto e
scoppiò in singhiozzi repressi su la spalliera della carrozza; e poi
piansi a lungo.
Quella bestia slombata quasi di passo e fumando per tutta la pelle,
saliva le giravolte del colle fra la neve e il silenzio che incombevano
sui campi. Il silenzio della neve! Si udiva solo l'ansimare della rozza
e lo scuotersi stridente dei vetri ne' telai sconnessi. Giungemmo. I
quattro cipressi dormivano sotto la neve che li impellicciava, come
sentinelle che non hanno più nulla da custodire. La porta d'ingresso a
vetri si aprì: mia mamma stessa la aprì e mi accolse ridendo insieme e
lagrimando. Mi condusse subito ne la stanza da pranzo dove ardevano
pochi sarmenti: ma alla rigidezza dell'aria si capiva che da poco tempo
era stato acceso quell'etico fuoco. Su la tavola grande e quadrata la
tovaglia di lino si stendeva come una candida nevicata, chè tutto il
ricco vasellame d'argento e di fine cristallo non c'era più.
Il vento borea della miseria avea spazzato via tutto. Solo in una antica
e preziosa terraglia a fiorami azzurri che l'ingorda ignoranza dei
compratori dovea aver rifiutata, erano due grappoli d'uva con gli acini
tutti vizzi e con alcune mele dalla pelle rugosa e ferrigna.
Io mi sentiva piombare l'angoscia e lo stupore sul capo e pure pareva
che non fosse vero. Vero! e i miei sensi si rifiutavano di credere.
Anche alcuni lembi del damasco che copriva le pareti si erano slabbrati,
e l'umidità e il gelo penetrando attraverso le screpolature del muro, vi
si erano grommati in una specie di muffa; altri lembi cadevano
accartocciati in sè stessi accidiosamente. Mia madre non si accorgeva o
fingeva di non avvedersi di nulla.
Mi fece sedere vicino a sè, attizzò il fuoco, e mi passò il braccio sul
collo. Domandava con premura notizie della contessa B....; che cosa
n'era della figliuola della signora C...., che ella tenne a battesimo.
— Si deve essere fatta carina! Tu le fai la corte, scommetto? Domandava
se la marchesa A.... era sempre così bionda, se dava ancora quelle feste
così ricche che se ne parlava per dei mesi prima e dei mesi dopo. —
Quanto avrei caro di vederla!
Poi cominciò a parlare di me con una volubilità ardente. Io rispondeva
sì e no, ricambiavo i saluti, raccontavo distrattamente, ma lei non se
n'avvedeva: io guardava, io non potevo distogliere lo sguardo da quella
sua mano che cadeva sul mio petto, scarna, diafana, inerte mano come di
morta; scarna così che l'anello nuziale si appoggiava obliquamente su
l'osso del dito. Per quanto tempo ancora ci sarai conservata tu, o mano
materna, a ravviarci i capelli e tergerci le lagrime? E dopo? Io la
presi quella mano e la sollevai piano sino alle mie labbra come la mano
dell'amante e la baciai; ed ella sorrideva lagrimosamente.
— Via, via — disse poi — accostati alla finestra. Voglio vederti bene
come sei — e si levò in fretta e mi trasse presso la grande vetriata. —
Oh, così! — disse scostandosi e vagheggiandomi. — Come sei bello, e che
aria fiera hai con quei due baffetti rivolti in su! E tu devi essere
forte, forte come tuo padre...! — e questa parola non ebbe altre che la
seguissero, ma risonò come nel vuoto della stanza.
Allora il riso e la eccitata gaiezza del volto di lei scomparvero dopo
aver pronunciato quel nome, gli angoli della bocca le si piegarono in
giù e scoppiò in un pianto stridente che la faceva tremar tutta. Io la
ricoverai fra le mie braccia ed ella vi si nascose; vi si nascose con
quella povera testa grigia che pur profumava di soavità e di un languido
olezzo femmineo che ricordava la sua giovinezza. Si acquetò infine e
ritornò a sorridere e mi ricondusse presso il focolare.
— Tuo babbo — disse con voce oramai pacata e come seguendo un pensiero
dominante — era forte sì, figlio mio, ma era troppo gentiluomo. Ma tu
sarai forte, forte, forte! nevvero? Tutta la sapienza sta ne l'essere
forte.
Beppo venne poco dopo a mettere in tavola.
— Sai — mi disse poi con un'angoscia mal celata e come colta
d'improvviso — non te ne avere a male, figliuolo, ma la cuciniera e la
Rosa hanno voluto andare a far Natale a casa loro, ed io le ho lasciate
andare: ho fatto male; ma io non pensavo che tu avresti voluto lasciare
la tua vita brillante per venire a far Natale con questa povera vecchia
di tua mamma. Non è vero Beppo che è così?
— Sì, signora contessa — rispose Beppo.
Ella parlava quasi io non avessi avuto occhi per vedere e mente per
intendere la sua pietosa bugia, e questa incoscienza di lei mi
paralizzava e mi incuteva un senso quasi di paura. Feci forza su di me e
ripigliai sorridendo:
— Tu hai ancora, mamma, le tue rose, esse fioriscono ancora d'inverno!
A questa mia interruzione respirò come sollevata dal timore che io
insistessi su ciò che voleva nascondermi. Sorrise e mi parlò delle sue
rose.
— Le rose fioriscono sempre e questo è un buon segno: è la benedizione
della Madonna e del Signore. D'inverno il rosaio sembra morto; ma io
cerco, cerco anche sotto la neve. Ebbene, lo crederesti tu? ve n'è
sempre qualcheduna, poverina, che sboccia. E questo è un buon segno.
Vuol dire che la nostra casa è andata un po' in basso, ma che la vita
non è morta. E quando di maggio tutte le rose fioriscono, io dico: Così
fiorirà la nostra casa quando verrà il maggio anche per lei: io forse
allora non vi sarò più; ma tu cercami, cercami qui intorno e mi
troverai, la troverai la tua povera mamma!
E poi, mentre si pranzava, riprese a parlare di me. Voleva sapere i miei
progetti per l'avvenire, quello che avrei fatto, quali speranze avea,
quanto tempo ci sarebbe voluto per attuarle.
Ed io raccontai. Raccontai quello che non era quello che non mi sentiva;
le speranze che non aveva, la fede che con uno sforzo supremo simulai
con la vivacità dello sguardo e l'impeto della voce.
Ella mi ascoltava beatamente, raccolta nel suo seggiolone, con la
guancia pallida appoggiata su la mano, in quel lieve tepore dei sarmenti
che si sfacevano in cenere sul focolare.
— Racconta, racconta, dimmi sempre di te — interrompeva ogni tanto.
Io esponeva dei progetti inverosimili di speculazioni, di fortune
improvvise, di gloria: sì, mi ricordo che ci entrava anche la gloria, e
lei approvava sempre con molta serietà.
— Ogni via è buona, figlio mio, basta riuscire; e per riuscire bisogna
essere forte. D'altronde io — concludeva con convinzione triste e pacata
— non ti prescrivo mica la strada. Fa quello che vuoi, basta che tu
riesca, che ti conquisti la tua posizione nel mondo, degna del tuo nome.
Ai giovani bisogna lasciare libertà di seguire il loro genio: non dico
sempre questo io, Beppo?
— Sì, signora contessa — rispose il servo che passava per caso, ma con
un'intonazione monotona di voce che dava a vedere chiaramente essere
quello il solito modo di rispondere sempre affermativamente al
vaniloquio di mia madre.
Così passarono i giorni del santo Natale, le ore sacre alle famiglie
fiorenti, io ne la mia casa che cadeva, ne la mia famiglia che moriva
mentre la neve addormentava tutto all'intorno nel suo letargo gelido e
bianco.
Venne il giorno della partenza; ed io non cercai di ritardarlo: quella
casa grande, con tutti quelli stanzoni freddi, intorno tutta neve e
tutto silenzio, e mia madre che mi ragionava con quell'enfasi di
inspirata e poi, quando era sola, la scorgevo piangere, e quel servo
curvo, triste, silenzioso: tutto, io dico, mi era entrato nell'animo con
lo sgomento di cose morte. Mia madre voleva che partissi, e mi ricordo
che non feci alcuna opposizione.
La solita berlina mi ricondusse alla stazione.
Il nero palazzo che rinchiudeva mia madre si disegnò per l'ultima volta
sull'alto del colle: i cipressi si profilarono per lungo tratto di via
come buoni soldati che rendono il loro saluto ultimo ai vinti!
Però mentre attendevo il treno, Beppo mi si accostò che tremava tutto, e
disse con voce di chi però ha preso una risoluzione:
— Vostra Signoria mi può dare due schiaffi, ma io per obbligo di
coscienza bisogna che le dica una cosa.
Capii quello che voleva dire; mi sentii venir freddo, ma non ebbi il
coraggio di prevenirlo. Forse voleva parlare di un'altra cosa. Dissi di
esporre sicuramente, ed egli allora parlò così:
— Ecco, signor conte, bisognerebbe che lei spendesse un po' meno, perchè
proprio la signora contessa d'ora in avanti non le potrà, intenda bene,
non potrà mandare tutto quello che le manda; e poi ha anche bisogno di
curarsi la salute; e perchè si vede che la Madonna la grazia non la vuol
fare, così bisognerà chiamare anche i medici....
E dette queste parole non si ricompose, ma rimase nell'attitudine con
cui le aveva pronunciate, e le mandibole, prive di denti, biasciavano
forte per vincere il pianto.
Io veramente non ricordo quello che gli risposi; mi ricordo però che mi
confusi, che arrossii, e che in fine lo ebbi rassicurato che la mamma
non mi avrebbe dovuto mandare più niente per il tempo avvenire.
Allora Beppo mi domandò perdono e mi volle baciare la mano ad ogni
costo. Borbottava con gran devozione:
— Come suo padre buon'anima, e come la signora contessa! Che il Signore
gli dia fortuna!
Quando arrivò il treno, volle mettere lui la valigia su la reticella, e
sul cuscino lo sciallo e un mazzo delle rose; e lo vedo fermo, mentre il
treno era in moto, con la tuba in mano, i capelli bianchi, tutto chiuso
in quella livrea di antichi tempi. Anche il vecchio servo rendeva
l'ultimo saluto all'ultimo gentiluomo del mio casato.
Il movimento del treno produsse su di me un effetto di benessere:
l'oppressione in cui mi avevano piombato le parole di Beppo, si fece
lieve e poi si alzò del tutto, come si alzano i fili del telegrafo
quando si corre a tutto vapore, che pare vadano su, sopra il cielo:
inoltre la macchina andava avanti sul piano di neve come una persona
energica che sa quello che vuole, e ciò, non so perchè, mi faceva
piacere; tanto più che mi allontanava da quella mia casa melanconica. E
come all'aprirsi di un velario, rivedevo il salotto della marchesa B***,
così caldo, così imbottito, dove ci si consumavano le lunghe sere, e
desideravo di ritornarci anche perchè aveva sofferto molto freddo a casa
mia; pensavo poi al club, al teatro, al salottino di donna C***, che
profumava di verbena e di tepide viole di serra; e quivi ci si
accoglieva indugiando sul vespero, ed ella, la gentilissima, ci mesceva
e porgeva la calda bevanda d'oriente: tutti ricordi tepidi ed indolenti.
Poi veniva il campo delle corse, i più intimi ritrovi, gli spassi, gli
svaghi, fra cui aveva passato dieci anni senza accorgermene, come senza
vizi e senza passioni, nel modo stesso che le ore della notte fuggono
inavvertite fra i vani e lieti conversari delle veglie invernali.
Era dolce il ripensarvi, dolce come un riposo di carovana sotto i
palmizi e presso le fredde fontane. Ma poi le parole di Beppo che si
erano allontanate dalla memoria, ritornavano di un tratto e mi
attanagliavano come artigli di avvoltoio, producendomi un senso di
strano dolore, giacchè io non aveva il coraggio di guardare in faccia la
realtà; e quelle parole mi vi costringevano mio malgrado, che non poteva
dare un crollo per liberarmene.
Il treno aveva un bell'allontanarsi, un bel fuggire; ma la mia casa
rimaneva sempre lassù, deserta e trista, e la mia madre, anche senza che
io ci pensassi, si aggirava per quelle stanze oramai nude e fredde, e
parlava di me con tutte quelle cose mute. Povera donna! E
insensibilmente cominciai a piangere con una gran pietà per lei e per
me.
Una decisione mi si imponeva per forza; ma ciò che mi turbava e mi
sconvolgeva era che dovevo essere io, proprio io, a decidere di me; e
vedere quella macchina che andava così diritta e così sicura! Ah, potere
aver la volontà e la forza di quella macchina!
Giunsi a F***. Mi chiusi in me, nel mio appartamentino e cominciai a
meditare sul da farsi.
Gli stenti e le privazioni di una vita di lavoro non tanto mi
impaurivano, quanto il pensiero di dovere contendere e combattere di
accortezza e di forza con gli uomini. Fino allora io ne aveva evitato il
contatto e la mia gioventù era corsa senza scosse, come un olio. Questo
pensiero di dovere venire a tu per tu con gli uomini che lottano per la
vita, mi faceva paura, e l'averne paura mi diceva come per iscritto a
grandi caratteri tutta la mia debolezza. Avevo paura, e provavo
l'impressione di uno che ha viaggiato, sognando, tutto il giorno in un
vagone a letto. Ma quando è venuta la sera, presso gole e picchi di
montagne, il treno si ferma di botto, il conduttore apre lo sportello e
dice:
— Signore, qui dovete scendere.
Egli scende; nè a pena è sceso che il treno fischia e fugge scivolando
su le rotaie; egli rimane solo, sgomentato, con la notte che lo
ravvolge, con le montagne che gli fanno vertigine sopra la testa.
Avrei potuto rivolgermi ai parenti ed agli amici per consiglio e per
aiuto; ma una timidezza ineffabile di confessare la mia disgrazia,
timidezza che io allora nobilitai col nome di giusto orgoglio, mi chiuse
questa via che avrebbe pur condotto a buon fine. Avrei potuto, ed era
dovere, esaminare sino a qual segno si estendesse la ruina del mio
patrimonio e rimediarvi se era cosa possibile. Ma sia che avessi paura
di conoscere lo sfacelo completo, sia piuttosto che mi sgomentasse
l'idea di dovere fare atti di volontà e di accortezza contro usurai,
creditori ipotecari, possessori di cambiali, imbroglioni d'ogni maniera,
fatto è che non ci pensai nè meno. Era un grumo di vermi enormi che si
divoravano ogni mio avere, ed io sentivo schifo di mettervi le mani
dentro.
Scelsi una via di mezzo, cioè scrissi ad un mio amico che stava a Roma,
esponendogli ogni cosa e pregandolo a trovarmi un ufficio che mi desse
da vivere. Era costui un giovane pieno di carattere e di bontà, che
aveva il merito di essersi fatto tutto da sè, perchè era figlio di
povera gente, e ci eravamo conosciuti all'Università. Egli più alto, più
forte di me, mi si era affezionato molto e di cuore; una di quelle
affezioni un po' morbose che nascono su la prima giovanezza; e fu certo
per la memoria di questa intimità che mi rivolsi a lui prima che ad
altri, benchè da qualche tempo ci fossimo perduti di vista.
Sapeva però di lui come dopo molto oscillare fra varie idealità di
fortuna e di onori, era andato a cadere in un ufficio del Ministero
della Pubblica Istruzione; un impiego buono, a quanto mi dissero, dove
c'era da coprirsi contro le raffiche della miseria e da sfamarsi bene: e
anche questo che sembra un'inverosimiglianza quando si ha il fuoco della
giovinezza, più tardi può diventare un'idealità; lo sfamarsi bene, dico.
Mi rispose con l'affetto di una volta, compiangendomi e confortandomi.
— Ma chi sa — egli concludeva — che il dover lasciare quella tua
esistenza oziosa e vana non sia principio di altra migliore, dove ti
troverai cosciente di te e però lieto e tranquillo. Ho caro che tu entri
ne la nostra compagnia dei lavoratori e perciò ho fatto il possibile per
soddisfarti. La tua laurea in legge non ti darebbe diritto di ottenere
un posto ne l'insegnamento; ma io tanto mi sono adoperato, che sono
riuscito a procacciarti una cattedra di professore nel Ginnasio di C***.
È un ufficio umile e non molto lucroso; ma altro ufficio più nobile di
questo di educare la gioventù non saprei nè potrei offrirti. Ritemprati
dunque in questo lavoro, riconfortati ne lo studio degli antichi, e la
loro sapienza sarà un balsamo per il tuo dolore come lo fu per altre
nobili anime, per tutte le avversità della vita.
Io, a dire il vero, aveva poca esperienza di quello che fosse una
scuola, perchè i primi studi li aveva compiti in casa mia, sotto la
guida di valenti maestri che mio padre faceva venire dalla vicina città.
Mi ricordo però che gli studi letterari mi piacevano, così che l'idea di
rinnovare la conoscenza con Cicerone e con le grammatiche non mi riuscì
punto spiacevole; anzi mi parve come di dover rivivere quando era
ragazzino e facevo i miei compiti in pulito su la bella tavola da
pranzo, con dei bei libri legati in pelle; e mia madre ricamava presso
di me. La sera, dopo pranzo, il babbo mi raccontava la storia di Roma un
po' a suo modo. Insomma erano dolci ricordi che rifiorivano!... Mi
sovvenivo anche di uomini di grido e famosi, ne l'antichità come nei
tempi moderni, che tennero fronte all'avversità facendo il maestro di
scuola. Questo pensiero mi nobilitava ai miei occhi: e poi l'idea di
sacrificarmi per mia madre, di compiere un alto dovere, produceva in me
non so quale esaltazione eroica. Infine, come avviene a tutte le nature
deboli e che non hanno il coraggio di guardare in faccia l'avvenire, io
riempivo il non sperimentato e l'ignoto con felici vicende, e ne la
facilità con cui aveva ottenuto quel posto, intravvedevo un mistico
contrassegno di fortuna avvenire.
Con tutto questo non partecipai a nessuno dei miei conoscenti la mia
decisione; ma a quei pochi da cui sarebbe stato sconveniente partirsene
insalutato, addussi come pretesto un lungo viaggio in terra lontana.
Anche a mia madre non scrissi nulla di preciso; solo dissi di avere
ottenuto un onorevole ufficio dal governo; e perchè vi prestasse maggior
fede, le diedi il mio recapito a Napoli, da cui non molto lungi era la
cittaduzza destinata per mia nuova residenza. E partii.
*
* *
_Incipit vita nova._ Ma qui dei primi tempi la memoria in gran parte è
svanita, e solo intravvedo un'oppressione di cose e gente nuove e
confuse.
Vedrò pur tuttavia di ricordarmene. Il viaggio lo compii piacevolmente,
senza pensarci molto alla mia nuova esistenza. Imaginavo forse che avrei
visto tutte le autorità scolastiche ed i colleghi in abito nero a
ricevermi alla stazione? No davvero; ma mi pareva che avrei provato
qualche gradevole sorpresa.
Quando arrivai era una domenica: domando ad uno, domando ad un altro
dove erano le scuole e nessuno mi sapeva indicare. Finalmente un prete
seppe dirmene qualcosa. Vado su, su per una viuzza stretta, sucida, con
tutte le comarelle presso gli sporti e i ragazzi che si ruzzolavano da
presso.
Qualche cosa come un'insegna e una scritta pendevano da una porta un po'
più grande delle altre: supposi che quella fosse la scuola, nè mi era
sbagliato.
Un uomo che stava in uno stambugio, intento a legare dei libri (era il
custode) mi precedette su per le scale, aperse la porta di una stanza,
mi annunciò; e allora vidi un uomo di mezza età, vestito di nero,
levarsi dallo scrittoio e venirmi incontro con un «oh!» che sonava un
po' meraviglia e un po' rimprovero perchè, come mi disse poi, mi
attendeva già da qualche giorno. Era il direttore di quel ginnasio.
Un'altra persona era con lui; un vecchietto mal vestito e tabaccoso che
al mio arrivare salutò rispettosamente ed uscì.
Quando fummo soli, quel signore cominciò senz'altro a darmi moltissime
informazioni di cose scolastiche con una voce cadenzata e lenta di cui
non percepivo che il suono; però mi scossi dolorosamente quando disse:
—.... io so da private informazioni che ella non è fornito di diploma e
che questo posto le fu concesso per singolare favore, e tenuto anche
conto delle benemerenze della di lei famiglia. Questo perciò le impone
l'obbligo di studiare, di fare del suo meglio e vedere di procacciarsi
nel più breve tempo possibile l'abilitazione che si richiede....
Poi parlò della carriera, e infine dello stipendio che avrei percepito.
— Ma come si fa a viverci? — domandai con dolorosa sorpresa perchè
quella somma per me rappresentava a pena il salario di un cuoco o di un
cocchiere di casa signorile; ma come è facile pensare, non dissi nulla.
— Eh, signor mio — rispose lui sorridendo e posando con indiscreta
curiosità lo sguardo su la eleganza del mio vestito — certo è che
bisogna adattarsi e sapere contare il valore del danaro. Ma infine ella
è scapolo e la vita qui non è costosa. Vi sono stanze decentissime a
quindici lire al mese, ed ella può trovare una pensione soddisfacente a
cinquanta lire. Veda quindi che le rimane più che metà dello stipendio
per ciò che è vestiario e minuti piaceri....
Io non risposi; so che mi sentiva come un freddo di avvilimento a quelle
parole. E poi quel tuono di superiorità e di autorità mi sonava nuovo;
mi rimescolava tutto di dentro e nel tempo stesso mi incuteva rispetto.
Di queste gerarchie di uomini che comandano agli altri, non ne avea la
più lontana idea. Ma dunque vi sono di quelli che vestono non la livrea
ma come noi e pure vivono tutta la vita sotto la soggezione degli altri?
—.... E che dovrebbero poi dire — proseguiva lui — quelli che sono
carichi di famiglia? Il signore che è uscito poco fa e che era qui
mentre ella è entrato, ha cinque figli....
— È un professore quello lì? — domandai meravigliato.
— Certamente, è il prof. B***, suo collega. Veda: ha cinque figli, e un
po' con la paga, un po' con qualche lezioncina nelle vacanze viene a
sbarcare il lunario. Ed ora, se ella crede, le farò vedere la sua
scuola....
Si alzò; anch'io mi alzai automaticamente. Egli passò davanti senza far
complimenti ed io lo seguii.
Un corridoio girava tutto attorno ad un porticato e in mezzo vi era un
cortile con un pozzo. Intravvidi e sentii come un silenzio triste di
cose melanconiche. Egli aperse una porta, passò avanti e:
— Ecco la sua scuola — disse —, piccola ma una delle migliori.
Voltai gli occhi attorno: le pareti erano giallognole, nude; tre file di
banchi tagliuzzati si allineavano davanti alla cattedra che era in forma
di tavolo. E mi parlò di altre cose di scuola. Infine mi accomiatò con
un:
— A domani, dunque; alle ore otto.
Ritornai all'albergo; mi sedetti su di una sedia con la fronte su la
mano, e stetti come smemorato. Dai cristalli si vedeva il mare, su per
l'aria veniva ogni tanto una accidiosa cantilena o grido di venditore
che fosse.
— Suvvia, finiamola! — dissi e mi alzai con l'intenzione di rimettere ne
la valigia i pochi arnesi di _toilette_ che avevo tirato fuori,
riprendere il treno, ritornare a F***. — Ma e poi, che cosa faccio? —
Questa fu la dolorosa domanda.
Nel portafoglio mi rimanevano a pena dugento lire. Bisognava ricorrere
per forza a mia madre e con quale animo, sapendo che ella non poteva più
mandarmi nulla; e dopo che le avevo annunciato della mia nuova
occupazione? E notare: passando per Napoli, avea trovata una lettera di
Beppo in cui mi diceva che dal giorno che avea saputo del nuovo ufficio,
in tutto degno del mio nome, ella pareva rinata a nuova vita. Che cosa
dirle, come spiegarle il ritorno improvviso?
E come a quella disperazione subentrò un senso di abbattimento profondo;
così anche cadde la forza della mente e della volontà per decidermi sul
da farsi.
Rimasi. Mi rivedo per la prima volta nella scuola. Loro, gli scolari, si
guardavano sorpresi come a domandarsi: «Chi sarà, chi non sarà? ti pare
che si possano tirar le pallottoline e giocare, e far chiasso con quello
lì? ti pare?» Io pure guardavo; e in quell'angusto spazio mi sentivo
stretto e molto avvilito fra quei bambini, come io fossi stato un grosso
giocattolo.
— Oh mio Dio! — esclamai fra me — dove mi sono andato a cacciare! Se mi
vedessero miei amici di F*** ne riderebbero per un mese.... Carlo B***
ne farebbe la caricatura per tutti i salotti.
A questo pensiero arrossii lievemente e mi sentii sconsolato. Pure erano
dolci e soavi quei volti e ogni tanto, vedendomi silenzioso e triste, si
consultavano, allungavano le loro boccucce e parevano anche pensare:
«Deve essere uno di quei professori cattivi! Chi sa a che cosa medita,
chi sa che domande difficili ci farà mai adesso!» Qualche cosa bisognava
pure che io in fine dicessi; ma lì per lì quelle poche regole di
grammatica che sapevo e avevo ripetuto mi giravano come un arcolaio, e
non ci riusciva a prenderne una. Ma qualche cosa bisognava ben dire!
V'era un ragazzetto che poteva avere un tredici anni con due occhi neri,
tanto vivi che parlavano da soli e due labbra capricciose su cui i denti
davanti sporgevano fuori. Su di lui si posò la mia attenzione.
— Come si chiama lei? — domandai.
— Weiss! — e scattò in piedi come un fantoccino a molla.
— È tedesco?
— Io no, mio babbo sì....
— È quello che ha l'_Hôtel des Etrangers_ ai Cappuccini.... — saltò su a
dire un altro; ma subito capì la grave infrazione di aver aperto bocca
senza essere stato interrogato; diventò tutto rosso e si sedette
vergognoso e confuso.
— Bene, mio caro Weiss — ripigliai — sentiamo un po' lei....
Si fece un silenzio assoluto; e l'interpellato arcuò la mente per
richiamare tutte le sue cognizioni grammaticali, raccolte con tanta
fatica e disperse con altrettanta facilità per i campi e fra gli spassi.
— Bene — ripetei posandogli la mano su la spalla — bene, lei ama sua
mamma e suo babbo?
— Oh sì, tanto!.... — rispose arrossendo e traendo un sospiro di
sollievo.
Anche gli altri respirarono. La domanda non era stata difficile.
— Bravo, dunque; e quel ritratto che è appeso lassù di chi è?
— Del re! — rispose più d'uno a gara.
— E il re che cosa rappresenta?
La domanda era difficile. Anche l'alunno Weiss si mordeva le labbra
inutilmente.
— Il re — dissi io allora — rappresenta la nostra patria, l'Italia; e,
sotto, osservate quel crocifisso che vuol dire la religione: dunque tre
grandi cose voi dovete avere in mente; la famiglia, la patria e la
religione.... — e su questo tema conversando, finii per distrarmi
dall'oppressione che mi durava nel cuore; e quando la scuola fu
terminata e i ragazzetti si allineavano in doppia fila, sentivo che
dicevano:
— Questo sì che è un buon professore! hai sentito tu quante belle storie
ci ha raccontato?
Mi vennero poi presentati i colleghi. Ne ebbi l'impressione di brava
gente; solo il tratto mi parve un po' rozzo; ma forse erano anche
impacciati non sapendo che cosa dirmi, giacchè dal modo con cui mi
guardavano di sottecchi, sembravano pensare: «Ma questo qui da dove è
capitato? non ha mica l'aria d'essere dei nostri!»
*
* *
Rimasi; ma i primi giorni non sapevo più in che mondo mi fossi. Passa
una settimana, ne passano due, e non riusciva a farci l'occhio e
l'abitudine. Tutte le cose mi facevano l'effetto di essere fantasmagorie
di un sogno che fra poco sarebbero scomparse; ma invece non sparivano e
allora finii con l'abituarmi. Furon momenti ben dolorosi! Per fortuna
ero obbligato a studiare per far lezione e un po' i libri e sopra tutto
la scuola mi distraevano. Anzi cominciai a trovarmici bene in mezzo a
quei scolaretti. Ve n'erano alcuni così graziosi, così vivaci, così
buoni, che era uno svago viverci in mezzo. Spiegavo la grammatica,
correggevo i loro latini, facevo delle lunghe prediche di morale e di
civile virtù desunte dai classici, e lo debbo dire? le ore mi fuggivano
quivi più riposatamente che altrove; tanto che io stesso domandava al
direttore di fermarmi una qualche mezz'oretta di più.
— Ella possiede il vero senso del dovere — mi disse una volta costui con
molta gravità, e quelle parole mi fecero un gran bene.
Il direttore era diventato per me una persona grave ed a modo.
Grammatico, assiduo nel suo lavoro, egli viveva nella scuola e per la
scuola. «Veda — mi diceva confidenzialmente — quando gravi pensieri o
forti cure incombono su di me, il lavoro le dissipa come nebbia al sole;
e se alcuna tristezza mi sopravviene, la vista di tanta balda e nobile
gioventù che noi abbiamo l'alto ufficio di educare ed istruire, mi
consola subito».
E doveva essere proprio così perchè io pure mi sentivo bene
nell'adempimento del mio dovere. Anche coi colleghi ci avea fatto la
mano, ma un po' per volta e superando non lievi difficoltà, perchè
avevano davvero un modo di trattare che non era propriamente quello a
cui era assuefatto. Capii però che bisognava adattarsi essendo essi
vecchi insegnanti, e in fondo parevano pieni di bonarietà; certo erano
gente tutto scuola e tutto casa: niente spassi, niente teatri, niente
svaghi. Ve n'erano di quelli che da sei e più anni erano lì a C***, e
non conoscevano una famiglia del luogo. Fumare mezzo toscano, spiegare
qualche sciarada, ragionare del caro dei viveri, dei loro figliuoli, del
miglior modo di far capire agli scolari il latino che non volevano
capire, e commentare i regolamenti formavano tutte le loro occupazioni.
Brava gente, insomma, modesta e senza pretese.
— Adesso anche voi vi accasate — mi dicevano —; trovate una che vi porti
dei buoni ducati e vivete come un principe.
Altre volte dicevano al direttore ponendomi la mano su la spalla: —
Questo giovanotto è pieno di zelo e farà carriera presto!
— Così io spero — rispondeva il direttore sorridendomi a fior di labbro
—, così io spero, se l'avvenire non mente e se in alto sapranno, come
non è dubbio, apprezzare il suo giusto merito.
V'era poi la moglie del direttore, cioè la signora direttrice, come la
chiamavano in segreto con una certa punta di ironia perchè dicevano che
era lei che faceva fare al marito tutto quello che voleva, e metteva il
naso anche dove non le toccava: costei mi aveva preso a benvolere o, per
dir meglio, mi aveva accolto sotto la sua protezione.
Era una donnetta rossiccia sui quarant'anni, ma che pretendeva ancora a
certe velleità di giovinezza e di eleganza: vivace e ciarliera quanto il
marito era duro e tutto d'un pezzo. Ne le sue molte peregrinazioni su e
giù per il bel paese, seguendo fedelmente, almeno nei viaggi, la sorte
dello sposo grammatico, avea preso la lingua ed il dialetto di tutte le
città dove era stata: il fondo era piemontese, ma con spunti siculi; le
grazie e le veneri poi del dire erano del più puro napoletano. Nei gusti
ancora non aveva preferenza: sapeva tanto apprestare un _ragù_ squisito
per condire la più saporita pasta di Gragnano, quanta fare una polentina
bergamasca con contorno di uccelletti; pregi non comuni, coi quali
consolava le elucubrazioni filologiche del compagno. Aveva poi un merito
indiscutibile e assai raro ne le mogli degli impiegati girovaghi, cioè
teneva la sua casa come uno specchio.
Ella era la sola che mi sconsigliasse di prendere moglie, e contro mia
voglia se ne faceva un gran ragionare ne le frequenti passeggiate dopo
scuola.
— Un giovanotto deve conservarsi scapolo e divertirsi, io la penso così
— diceva.
— Ma a un professore — correggeva il marito con lieve sorriso e con
grave intenzione — non è permesso fare troppo il giovanotto. E poi non
son questi i paesi dove si possa... o si trovi.....
— Ah, no? — rispondeva lei vivacemente — Provi un po' — mi diceva
tirandomi il bottone del soprabito — provi un po' a far la corte alla
moglie del professore di prima e vedrà se si trova.....
— Geltrude! — esclamava il marito in tuono di doloroso rimprovero
piantandosi sui due piedi e levando le sopraciglie sino all'arco
frontale. —... Ma Geltrude!
— Ma che! non sei mica coi tuoi professori da farmi paura. Del resto —
proseguiva rivolta a me — lo sanno tutti chi è quella lì e si può parlar
forte. Si figuri che ha avuto il coraggio di farsi quest'estate un abito
di _surah_ che io non mi sognerei nè meno e di andare ai veglioni a
Napoli. E poi dice male di me perchè non la voglio ricevere in casa!...
Del resto io penetravo poco profondamente in queste sottigliezze, ed
alle chiacchiere spiritose della signora preferivo di più ragionare col
marito di grammatica. Avevo anzi finito col prenderci un certo gusto a
tutte quelle minuzie; e lui che era molto colto in materia, mi faceva
delle lezioni che duravano due o tre ore, cioè tutto il tempo della
passeggiata; e ci si interrompeva solo perchè la signora si sentiva
allora tutti i mali; voleva il braccio del marito, la carrozzella pel
ritorno e faceva un muso lungo mezza spanna. — Quanto siete noiosi col
vostro latino! — diceva cumulativamente a tutti e due quando io mi
accomiatava. — Non vi basta la scuola?
Il direttore poi mi aveva consigliato di studiare sul serio per
acquistarmi il diploma in lettere e fare carriera; e di fatto io mi era
messo a studiare di buona lena il greco ed il latino; anzi la sera
andava in casa sua a lavorare.
*
* *
Così trascorse l'anno e ritornai a casa: e ritornando non sapevo che
cosa avrei fatto per il tempo avvenire. Mi circondava un vuoto e una
tristezza pacata ma non perciò meno dolorosa, e sentivo anche che io non
era più quello di una volta. Mia madre invece era un po' meglio in
salute e più riposata di spirito.
Fu a quel tempo che seppi della completa ruina di ogni nostro avere; e
fu molto se, per opera del notaio di famiglia, si potè venire ad un
compromesso coi creditori per cui a mia madre era lasciato vita natural
durante l'usufrutto del palazzo e del parco più un tenue reddito. Ella
però non si dava gran pensiero di questo disastro finanziario.
— La casa nostra rifiorirà per opera tua, figliuolo! — mi diceva con
profonda convinzione; e quando mi vedeva con un libro in mano si
appartava per non recarmi disturbo, quasi che in quelle pagine fossero
stampati i segreti della fortuna.
Del resto cose e persone non era caso che ci turbassero. Nessuno più
veniva a tirare il campanello del portone e il procaccio non avea più
lettera da consegnare. Anche nel parco le rose non più curate dal
giardiniere, crescevano selvagge e pei viali i muschi e le erbe maligne
si distendevano.
— Curiosa! — diceva spesso mia madre — da che tu hai lasciato F***,
nessuna più delle mie amiche mi manda a salutare! nè meno un biglietto
da visita. Mi credono forse morta? — domandava sorridendo — e non sanno
che finchè vivi tu e finchè ti so felice io non morirò? Quando le
rivedrai dillo che si ricordino di me!...
Cercavo con vari pretesti di confortarla alla meglio e le davo il
braccio e andavamo per il parco fra quelle rose e per il silenzio
dell'estiva campagna.
Questo abbandono in cui eravamo lasciati, contribuì non poco a farmi
perdere ogni speranza di vita diversa e migliore; così che nel tempo che
le rondini con molto garrire lasciavano i cornicioni del palazzo per le
solatie terre d'oltremare, lasciai io pure la mia casa, e ritornai
laggiù, fra quei scolaretti.
Ripresi la vita dell'anno prima, e il direttore mostrò di rivedermi con
piacere.
Egli era allora tutto intento a compilare certi commenti latini ed io lo
coadiuvavo ricercando nei lessici e ne le grammatiche.
— Queste ricerche le riusciranno di infinito vantaggio — ripeteva ogni
tanto.
— Eh — interrompeva la signora che lavorava al tavolo appresso, e si
trovava costretta per ore ed ore ad un silenzio assoluto — bisognerebbe
mettere sul libro anche il nome di lui....
Egli sorrideva e poi diceva come sorgesse a galla dal fondo della
latinità in cui era immerso: — Invero tu hai ragione, e certo il
prossimo commento, se l'editore me ne vorrà affidare uno, porterà il
nome mio ed eziandio quello di questo valoroso collega.
Io mi profondeva in ringraziamenti ed egli ricadeva, o meglio, tutti e
due ricadevamo ne la più profonda latinità lasciando la signora lavorare
all'uncinetto presso la sua lampadina a petrolio. Molte volte si
oltrepassava la mezzanotte in tali studi e si finiva col prendere una
piccola tazza di ponce che la signora preparava con liquori che erano un
suo segreto; e il borbottare del pentolino a spirito dava il segnale che
bisognava chiudere i libri e mettere in assetto le schede.
— In questi paesi non se lo sognano nè meno un ponce fatto così — diceva
la signora mescendoci —; ma noi pigliamo il buono dove si trova. È vero
che è fatto bene? È una mia specialità.
Rincasando, pensavo a qualche regola di filologia, alla scuola; e
nell'assenza di altri pensieri, gustavo come una soddisfazione e una
consapevolezza di me medesimo che non avea mai provato per l'addietro.
Così trascorse tutto l'autunno e tutto l'inverno che io non me ne avvidi
nè pure.
Mi era inoltre affezionato a tante piccole cose che mi rendevano piena
la vita: ad esempio la mia stanza d'affitto era per me un piccolo mondo:
il letto, gli abiti bene spazzolati su la sedia, le scarpe messe in
fila, i libri, i fogli, le carte disposte con simmetria, i lapis
allineati secondo le lunghezze: abitudini d'ordine e di pulizia a cui
attendeva con una scrupolosità singolare; e mi pareva di non star bene
se non sapeva che tutto era a posto, tutto spolverato, tutto in assetto.
Le mie relazioni non si estendevano oltre quelle della scuola; ed ogni
mio svago consisteva in quella oretta che passavo la sera alla trattoria
dove ci trovavamo in cinque o sei impiegati a pranzare: tutta brava
gente, di gusti semplici, senza pretese e senza desideri. Finito il
desinare, essi sparecchiavano e facevano la partita, ed io andava a casa
a studiare.
La mia vita passata, la mia casa, mia madre stessa si allontanavano a
poco a poco dalla memoria insensibilmente come cose vaghe e sfumate.
Quando ricevevo lettere dalla mamma, sentivo come un sussulto per il
timore di apprendere qualche cattivo annunzio di malattia o di sventura
che mi obbligasse a partire ed interrompere quella mia vita. Ma lei
stava bene, lei era contenta di me ed io non ci pensava più e non
domandava altro.
La primavera è precoce laggiù: viene l'aprile; i monti si coprono di
fresca verdura, le paranze prendono il largo per tutto l'azzurro del
mare, e gli aranci e i cedri aprono i loro fiori e tutta l'aria è
profumata.
Mi sta alla mente una mattina di Pasqua fiorita: gli scolari avevano
avute le vacanze, e ritenuti dall'alto sguardo del direttore, uscivano
da una scaletta aperta, in doppia fila, mal contenendo l'entusiasmo per
i giorni di svago e di libertà che si ripromettevano.
Rimanemmo io e lui sull'alto del ripiano della scala; i giovanetti, già
fuori dal cortile, si spargevano qua e là per la via rumorosamente.
Egli li seguì un istante; poi spianò il supercilio e mi disse
sorridendo:
— Noi periremo, ma l'opera nostra rimarrà. Questa è la nostra gloria! —
e additava i giovani — questa l'opera nostra più meritevole e veramente
eterna! Quando noi insegnamo, non dimentichiamo mai che la patria e
l'avvenire ci guardano.
Egli pronunciò queste parole con voce piana; eppure esse fecero su di me
una grande impressione, e mi colse come un brivido di entusiasmo. Questo
forse avvenne anche perchè ne l'aria spirava non so quale larga serenità
di cose e di natura trionfanti sotto il sole, e i fiori degli aranci
profumavano all'intorno.
Quell'uomo semplice, quell'esistenza ignorata di pedagogo mi si ingrandì
con proporzioni eroiche, e quelle parole mi germinarono ne la mente come
una rivelazione di un sentimento che io pure aveva indistinto ne
l'anima, ma di cui non aveva sino allora saputo rendermi conto.
— È proprio così — io concludeva. — Che cosa c'è ne la vita di vero, di
serio? Tutto è vanità; solo ne lo studio della sapienza, solo ne le
pratiche del bene sta il segreto della vita.
E da allora io cominciai a portare in giro con me questa idea, e anche
nel silenzio della mia stanza, ne la solitudine del letto ci pensavo su
e ci costruivo di gran cose.
Ma io vi dico in verità che quando a un uomo è entrata nel cervello
troppo piccolo la semente di un'idea troppo grande, ed egli va solo,
solo con quell'idea camminando qua e là, ore ed ore, e comincia a fuggir
la gente come un cane ramingo; voi ben potete allora scommettere novanta
su cento che l'infelice è entrato nel treno direttissimo che conduce al
paese della pazzia.
A me accadde così press'a poco, perchè da allora mi chiusi sempre più in
me stesso nutrendomi di questi miei pensieri.
E come era solitario e poco esperto degli uomini, come il tumulto e il
fragore della vita presente non lo sentivo; così il divenire del mondo
mi si presentava in forma di una facciata bianca dove era facile
scriverci ciò che io voleva; e io ci scriveva le massime più sublimi
degli antichi filosofi; dei quali filosofi, eroi, profeti vedeva
popolato tutto il mondo antico, come se gli altri uomini e le altre cose
non fossero esistiti nè meno. Ed empiendo il libro del futuro di queste
sentenze e di questa virtù, provava il piacere puerile che deve provare
un povero disperato il quale scrive su dei pezzi di carta straccia:
«Buono da cento lire», «buono da mille», «vaglia di un milione presso la
Banca d'Italia», e si immagina che quei fogli si mutino in tanti bei
scudi sonanti, in banconote, pioventi ne la sua stamberga fitte come
falde di neve.
E, si sa bene, le idee germogliano come le gramigne, e a me venne la
fissazione che per riuscire a questo buon fine bisognava cominciare col
diventare esempi di virtù essi stessi; quindi volere fortemente, vincere
le passioni, purificarsi e purificare.
Quando principiarono le vacanze dell'autunno, stabilii di non andare a
casa, perchè mi pareva che quel muovermi, quel rivedere mia madre,
quell'espormi all'affetto di lei, sarebbe stato come un rompere
l'atmosfera di virtù che io andava fabbricandomi d'intorno, come il baco
fa del suo bozzolo.
Andai invece a Napoli, dove vivevo tutto il giorno in una biblioteca, e
la notte in una stanzetta d'albergo di quarto ordine. La colazione
consisteva in un panino che mi mettevo in tasca e che sbocconcellava
piano piano in biblioteca; il pranzo in ciò che all'oste piaceva di
darmi, chè io non me ne sarei accorto lo stesso di quello che c'era nel
piatto.
La prima intenzione (e il direttore stesso mi vi aveva consigliato) era
stata quella di studiare le discipline filologiche e procurarmi poi un
titolo accademico; ma a poco a poco la mente divagò dal primo proposito
e fu come assorbita dalla solitudine di quella delirante idealità che a
me pareva sapienza; da una malinconia stoica ed austera che a me pareva
visione di verità.
Anzi quelle quisquilie linguistiche, in cui sino allora io mi era
riposato, diventarono povera cosa o per lo meno semplice istrumento a
fine più vero e maggiore.
Plutarco, Platone, S. Paolo, Tolstoi, Renan, Schelling, Carlyle
formavano le mie letture preferite.
Questioni di sistemi filosofici, di negazione o di fede, di scienza o di
dogma io non ne faceva, e d'altronde la mia mente poco educata agli
studi e poco positiva, sarebbe stata incapace di farne; ma di questa mia
insufficienza non solo non mi accorgevo, ma essa diventava la mia
malefica forza. Perchè io da quelle letture disparate e di autori così
lontani nel tempo, assorbiva solo una idea semplice e smisurata: il
bene! il perfezionamento morale! Purificarsi, vincersi, vincere,
diventare buoni, essere buoni, ecco lo scopo! Le nazioni per me non
avevano più confine, gli uomini non avevano più patria nè differenza di
lingue, la politica non aveva una forma prestabilita che io preferissi
più tosto che un'altra. Senza bontà ogni perfetta forma di governo, ogni
progresso, ogni scienza, ogni arte mi pareva dannosa; col bene tutto era
possibile e bene. Questa formola semplice mi ossessionava, e si era così
impadronita di me da rendermi insensibile alle cose esterne.
Era una specie di eroismo stoico che mi difendeva come un'armatura
medioevale; e così chiuso in me stesso, mi pareva di essere invincibile.
Finalmente io era forte!
Gli uomini o devono raggiungere questo alto scopo o devono morire, cioè
svolgere sino alla consumazione dei secoli la parabola dei loro
rinnovati errori. Anche quel mezzo milione di plebe variopinta e urlante
che mi fluttuava d'intorno per le vie di Napoli, non aveva ragione di
essere se non rinnovata e purificata.
O essere così o non essere.
La domenica, quando la biblioteca era chiusa, andavo su a piedi sino a
Posillipo; uno spettacolo grandioso, come tutti sanno. E il mare di un
azzurro intenso di cobalto con baleni di acciaio, e il vesuvio di viola,
e il sole ne lo splendentissimo cielo parevano assentire alla mia
pazzia!
A queste molte malinconie un'altra se ne aggiunse: mi venne cioè in
mente di stabilire quale forma di governo, quale vita sociale si sarebbe
dovuto dare agli uomini. Ma per fortuna questa nuova fissazione durò
poco, e la solita idea troncò di colpo la battaglia che le varie
opinioni, irte di dubbi e di difficoltà, stavano per attaccare. Quando
gli uomini saranno buoni — pensava — si svolgeranno di per sè in una
forma di governo o di non governo, con leggi o senza leggi, come verrà
loro fatto naturalmente.
Forse che il buon agricoltore quando ha preparato il terreno, quando ha
scelto un buon seme sta poi a pensare come farà a nascere, come farà ad
assorbire gli umori dalla terra, da dove prenderanno i fiori il loro
profumo, il frutto le sue sostanze benefiche?
Qualche volta pensavo anche a me. Che cosa era io? Niente: io era la
formica che porta il suo granello per costruire la montagna. Eppure
anch'io aveva la mia missione e il mio campo di attività; e questa
missione era la scuola.
In queste fantasticherie consumai le vacanze e poi lasciai Napoli e
ritornai alla mia residenza e alla mia scuola.
*
* *
Come tutto questo mutò? perchè svanì come fata morgana? come tutto cadde
alla maniera di un castello di carta?
È la storia della cagna nera. Fu lei, la miserabile bestiola, che mi
guidò ad urtare contro gli uomini e contro la realtà, io che sognava! Ma
io l'ho ben punita!
Storia strana; e il difficile sarà di raccontarla, ma la storia è vera,
ed io lo posso dire perchè la mia ragione vacillò al colpo, e per molti
anni fui poi ricoverato in luogo di salute.
Vedrò di ricordare solamente i fatti; i diversi passaggi del pensiero mi
sfuggono o non mi sento la forza di analizzarli. Dicevo, dunque, che ero
tornato a C*** ne la solita stanza, solita scuola, solita osteria,
solite passeggiate. La mente seguitava le sue fantasticherie; ma la vita
materiale aveva la regolarità di un orario di collegio.
Così passò l'autunno e parte dell'inverno.
Una sera all'osteria il cancelliere della pretura volle pagare da bere
perchè era il suo onomastico. Per ragioni di cortesia, rimasi io pure e
bevvi.
Dopo avevano giocato a scopa sino alla mezzanotte; poi si era fatto
cuocere un gran piatto di quelli che chiamano maccheroni di _zita_ e si
era bevuto ancora...; si era bevuto molto quella sera. Come avvenne poi
che i miei compagni se ne fossero andati e che io rimanessi solo, non
ricordo.
L'oste (mi par di vederlo) rassettava i fornelli, il garzone chiudeva le
imposte. Allora io sentii qualche cosa di molle che mi fuggì tra le
gambe e un momento dopo una cagnolina nera balzò su la sedia di contro,
dritta su le zampine davanti. Poi saltò sul tavolo e cominciò a
strofinare il muso contro di me.
— È vostra questa bestia? — domandai all'oste.
— No...; non l'ho vista mai; io non tengo cani.
— Sarà di qualcuno degli avventori — replicai io.
— Sarà...; ma io non l'ho mai vista: è una bestia smarrita.
— Tenetela voi — dissi — qui ci avrà da mangiare.
— Se fosse maschio — rispose dopo essersi accostato e averla osservata —
se fosse maschio! Ma una femminaccia non la voglio in casa; la butto
fuori su la strada.
— Allora la porto via io; e se si presenta il padrone sapete dove sto di
casa.
Fu così che uscii dall'osteria seguito dalla cagna che mi si attaccò ai
polpacci come avesse capito.
Quando fui a casa al lume di una candela la vidi in attitudine di un
ospite che è stato invitato e attende che gli si facciano i convenevoli
dovuti.
— Dormirai qui, cara mia, e ti troverai un qualche angolo — dissi forte
e la chiusi nell'anticamera.
Io cadeva dal sonno; mi svestii e mi cacciai sotto le coperte e
cominciai a chiudere gli occhi quando sentii che lei, la bestia, raspava
alla porta. Provai a non badarci e a riaddormentarmi; ma quella ritornò
a raspare con discrezione, però insistentemente. Accesi il lume ed
apersi la porta. Stava su la soglia con la zampina levata in atto di
voler entrare e non l'osava.
— La tua cuccia è là — dissi, e la presi sgarbatamente per il collo e la
misi in un angolo. — Giù e buona! — conclusi minacciandola.
La poverina tremava tutta, ma non osava di muoversi; tentava solo con
l'allungare il collo di lambirmi le mani.
Tornai a letto, ma non potei prendere più sonno. Mi venivano in mente
tutte le obbiezioni che avrebbe fatto la padrona di casa: una donna così
meticolosa! E poi che ne avrei fatto di quella bestiola? condurmela
dietro con la cordellina? e la gente non avrebbe riso? e a darle da
mangiare chi ci avrebbe pensato? Insomma scombussolava tutta la mia
esistenza, sconvolgeva tutte le mie abitudini. Avrei pagato qualche cosa
per averla lasciata dove era. Domani me ne disfarò. Questa fu la
conclusione e allora potei dormire.
Al mattino, un largo raggio di sole oriente mi svegliò prima del tempo.
Per l'affare della cagna mi ero dimenticato di chiudere la finestra. Era
presto; e nessuna delle note voci mattutine, nessuna sonagliera di capra
si udiva; e in quel silenzio, in quella lucentezza di sole mi sorpresero
i ritratti dei santi e delle sante appesi alle pareti. Curiosa! non me
n'ero mai accorto che fossero tanti e così brutti! Perchè brutti erano
davvero, e senza idealità come tutti i santi napoletani: oleografie di
paltonieri in cocolla e di megere affette da pinguedine gialla in
soggolo. V'era poi sul comò un Bambino Gesù di cera, grosso quasi al
naturale, sprofondato ne la bambagia, che ne l'intenzione dell'autore
doveva ridere di celeste beatitudine e invece piangeva come un
marmocchio ringhioso. Pareva fatto di salcicciotti tanto era pingue
anche lui! Tutti convergevano gli occhi verso di me obliquamente come a
domandarsi l'un l'altro con ira e sospetto: Che ci fa qui codesto
intruso? Lo sapete voi che ci fa, S. Francesco? Io non _saccio_! pareva
rispondesse una S. Teresa con la faccia tinta di bile per indicarne
l'ascetismo. Non vedete che il bambino santo ne piange? fremeva un S.
Domenico con gli occhi spiritati da accendere da essi soli i roghi.
Vattene ai paesi tuoi! Vattene! borbottava il santo protettore della
città, che era un vescovo effigiato in gesso con una barba nera e tonda
di brigante ben nutrito. E se non fosse stato gravato dal piviale e
dalla mitria che lo insaccava sino alla nuca, si sarebbe mosso e mi
avrebbe scacciato a colpi di pastorale.
Io cercavo di persuaderli umilmente che da un anno e mezzo era con loro,
che mi dovevano riconoscere per un buon figliuolo, che dovremmo vivere
in buon accordo; ma tutte queste ragioni non piegavano il loro sguardo
stupido e feroce. «Tu per noi sei un intruso, vattene ai paesi tuoi!»
dicevano in coro.
Mi distolse da quella contemplazione un raspìo alla porta.
— Che cosa è? — domandai a me stesso. Poi mi sovvenni della cagna e
provai un rincrescimento disgustoso. — Avanti! — dissi a voce forte; e
allora subito la porta si aprì un pochino, piano piano, e la cagnolina
entrò sbadigliando con confidenza come volesse dire: io ho dormito
benissimo, caro amico, e tu come stai? Si fissò contro il letto, con gli
occhi intenti quasi attendesse un mio cenno per montarvi su, la qual
cosa io ne la mia volontà non avrei mai permesso; eppure quella sua
fissazione intenta ebbe per effetto che acconsentissi. Fu su d'un balzo
e mi si buttò sopra con una tale frenesia che non sapea come impedire e
come liberarmene.
— Ma via! ma buona! ma giù!
E la bestiola a lambirmi, saltar da un lato, dall'altro pazzamente,
gemendo, e con gli occhi nuotanti ne le lagrime che parea piangesse
dalla commozione.
— Adesso come si fa a sbarazzarsene? — rimuginavo con gran
rincrescimento.
Intanto per liberarmi da quelle eccessive gentilezze, pensai che il
mezzo migliore era di levarsi e vestirsi. Ma allora cominciò un nuovo
genere di tormento: mi si arrampicava su per le gambe, sgualcendo e
insudiciandomi gli abiti; e quando io l'allontanava a forza, e lei
allora a balzar da una sedia all'altra, addentare le scarpe lucide,
strascinarle per la stanza, mettere in disordine ogni cosa; anche su lo
scrittoio balzare, e con la coda rovesciarmi inchiostro, scompaginar
carte e matite: insomma una disperazione. E pur non cessava di guaire
dalla contentezza; ma quel suono acuto e continuo mi penetrava dentro
come fosse stato un lamento o un compianto.
Addio ordine geometrico delle matite, addio carte disposte in piramide,
libri allineati in file decrescenti! La mia stanza sarebbe divenuta un
pandemonio, e questo pensiero mi disgustava più di quello che non si
sarebbe potuto pensare. Come ho già detto, il pulire e l'ordinare tutte
le mie cosuccie era per me divenuta un'abitudine; e le abitudini anche
più grette sono, come ognuno sa, causa di piacere o almeno di
soddisfazione perchè servono a riempire la vita e la ricompensano del
vuoto e del deserto che in essa il tempo o le sventure vanno formando.
Un bel calcio e buttarla giù per le scale sarebbe stato il rimedio più
certo; ma non me ne sentiva il coraggio e mi pareva viltà. Si mostrava
così felice, povera bestiola, di trovarsi con me! Anzi mi faceva
compassione e questo senso di compassione, io non so come, si estendeva
anche su di me e diventava tristezza.
In quella entrò la padrona di casa col caffè.
— To' — disse fermandosi su la soglia — voi avete un cane?
— L'ho trovato per la strada.
— L'avete trovato? Oh, la mala bestia! (a me poi pareva graziosa) tutta
nera! Andatevene via! — disse poi mentre quella le si accostava
cautamente annusando — è tutta nera. Se l'avete trovata e sta una
femmina, certo tiene il demonio.
— Voi mi fate il piacere, non è vero, donna Carmela, di darle un po' di
zuppa nel latte? — domandai.
— Per riguardo a voi — rispose dopo averci pensato un poco — lo farò; ma
quell'animale lì non mi piace: e poi ve lo dico prima; se mi sporca per
le stanze lo mando fuori.
Io non risposi nulla e lei se ne andò borbottando non so che cosa.