_Bologna sottomessa alla Chiesa; guerra dei Visconti col papa. —
Conquiste delle repubbliche sopra la nobiltà immediata. —
Congiure a Firenze, a Pisa, a Bologna ed a Perugia._
1359 = 1361.
In tutto il tredicesimo secolo e ne' primi anni del quattordicesimo, la
città di Bologna contavasi tra le più potenti repubbliche d'Italia. La
sua ricchezza, il commercio, la numerosa popolazione ed il fiorente
stato della sua università, la facevano rispettare dai suoi vicini, e
temere dai suoi nemici. Ma quando nel 1337 Bologna venne in potere della
casa de' Pepoli, cadde in uno stato di languore, di debolezza, di
miseria, che andò sempre peggiorando nelle susseguenti rivoluzioni. Il
dominio de' Visconti era stato più oppressivo di quello de' Pepoli, e la
tirannide di Giovanni d'Oleggio ancora più pesante che quella de'
Visconti. Eppure Oleggio aveva fama di essere uno de' più accorti
politici del suo secolo, ed era risguardato qual uomo che in sè riuniva
tutte le qualità proprie a far prosperare un tiranno. Erasi egli
proposto di farsi temere dai cittadini ed amare dai soldati, ed aveva
perciò sagrificati i primi agli ultimi, i deboli ai potenti. La sua
vigilanza non era mai stata sorpresa, sebbene dovesse guardarsi dai
Visconti, i più perfidi signori d'Italia, i quali profondevano il danaro
per comperar traditori, facendo contro di lui nascere cospirazioni ad
ogni istante. Ma Oleggio aveva sventate tutte le loro trame, e mentre
aveva puniti coi più atroci supplicj i Bolognesi, suoi sudditi, aveva
talvolta perdonato ai soldati complici delle medesime congiure con una
generosità cavalleresca. Così mostrossi clemente verso uno dei figliuoli
di Castruccio che l'aveva tradito, e questa affettata clemenza gli aveva
guadagnato l'amore de' suoi soldati. Rispetto al popolo, poco temeva il
suo odio; egli tenevalo disarmato, e confortavasi delle sue maledizioni,
poichè lo vedeva ubbidiente.
Con non minore destrezza aveva l'Oleggio diretta la sua esterna
politica. Quando la cura della sua difesa, rinforzata dall'ambizione, lo
aveva consigliato ad usurpare la signoria di Bologna, egli era entrato
nella lega de' principi lombardi contro i Visconti, di cui aveva in
allora scosso il giogo; aveva presa una parte attiva nella guerra, e col
suo zelo pei comuni interessi erasi meritata la stima degli alleati.
Nella pace del 1358, fatta tra la lega ed i signori di Milano, Oleggio
era stato riconosciuto da questi quale sovrano indipendente, onde aveva
cercato di ravvicinarsi ad una famiglia cui apparteneva. Nè solo aveva
fedelmente osservati i trattati coi Visconti, ma loro aveva recentemente
spediti sei cento corazzieri, di cui si valsero utilmente contro il
marchese di Monferrato. D'altra parte aveva l'Oleggio assecondato il
legato Egidio Albornoz nella sua spedizione di Romagna, gli aveva
somministrati soldati, ed in appresso erasi fatto mediatore del suo
trattato coi signori di Faenza e di Forlì. Per ultimo egli aveva resi i
più importanti servigi al conte Lando, che, come capo della grande
compagnia, non era al certo il più debole de' suoi alleati. Aveva, dopo
la rotta di Scalella, strappato questo capitano dalle mani degli
Alpigiani, l'aveva fatto guarire dalle sue ferite ed ajutato ad adunare
di nuovo la sua truppa. Oleggio era in pace, era alleato con tutti i
suoi vicini; ma veruna fede, veruna promessa, veruna riconoscenza lega i
tiranni; e quando il signore di Bologna fu improvvisamente attaccato,
niuno di coloro ch'egli si era obbligato co' suoi beneficj, si mosse per
soccorrerlo.
I Visconti erano riusciti in ottobre a sedurre il conte Lando, e poco
dopo Anichino Bongarten, i quali con tutta la compagnia di ventura
abbandonarono le insegne del marchese di Monferrato per prendere
servigio sotto i signori di Milano. Quasi tutta l'armata del nemico era
passata nel loro campo, dove, oltre le proprie truppe, trovavansi mille
corazzieri mandati in loro ajuto dai Fiorentini e seicento dal signore
di Bologna. Essi non avevano più nulla a temere dai loro nemici, e
questo sembrò loro il più propizio istante di schiacciare un alleato con
un atto di perfidia. Ridussero i sei cento cavalieri, mandati
dall'Oleggio, ad abbandonare il proprio padrone, ed a prestar loro
giuramento di fedeltà. Questa diserzione, che in pari tempo indeboliva
il signore di Bologna, e rendeva essi medesimi più forti, fu comperata a
prezzo d'oro. Tosto che l'ebbero ottenuta, dichiararono la guerra a
Giovanni d'Oleggio, ed in dicembre fecero invadere il suo territorio da
Francesco d'Este cugino ribelle del signore di Ferrara[503]. L'armata
che comandava questo generale era composta di tre mila corazze, di mille
cinquecento Ungari, di quattro mila fanti e di mille arcieri. Oleggio
chiese invano soccorso a tutti i suoi alleati; il solo legato gli mandò
quattrocento cavalli, meno pel suo vantaggio, che per avere opportunità
di colorire i progetti ch'egli di già formava sopra Bologna. Questa
truppa non bastando per tenere la campagna, Oleggio si afforzò nella sua
capitale, e si dispose a sostenere un assedio[504]. Nello stesso tempo
ritirò da ogni castello gli uomini di cui credeva non doversi fidare, e
chiese ostaggi agli abitanti per obbligarli a difendersi vigorosamente.
[503] _Matteo Villani, l. IX, c. 56._
[504] _Ivi, c. 57._
In fatti Francesco d'Este cominciò l'assedio di alcune fortezze del
Bolognese: Crevalcuore gli si arrese il 20 dicembre, ed alla fine di
febbrajo del 1360 Castiglione. Oleggio vedeva chiaramente che tutti i
suoi castelli gli verrebbero tolti l'un dopo l'altro, se non otteneva
esterni soccorsi. Invano sforzavasi d'interessare i Fiorentini nella sua
difesa; questi, sebbene temessero la vicinanza dei Visconti, volevano
scrupolosamente osservare il trattato di pace che sussisteva tra di
loro. Soltanto il legato lo soccorse quanto bastava perchè non cadesse,
ma non per liberarlo; ed intanto gli andava insinuando di cedere alla
chiesa una signoria che non poteva omai avere fondata speranza di
difendere[505].
[505] _Matteo Villani, l. IX, c. 65. — Cron. d'Orvieto, t. XV, p.
686._
Per terminare le conquiste progettate dal cardinale Albornoz, la sola
Bologna mancava agli stati della chiesa. Finchè il signore di questa
città non aveva altri possedimenti, poteva il legato lusingarsi che
tosto o tardi giugnerebbe l'istante di ridurla all'ubbidienza della
santa chiesa; ma avrebbe dovuto rinunciare ad ogni speranza, se veniva
in mano de' Visconti. Il legato voleva dunque approfittare del pericolo
in cui trovavasi l'Oleggio per determinarlo a vendergli la sua
sovranità, ma nello stesso tempo aveva bisogno dell'assenso del papa e
della corte d'Avignone per fare un'intrapresa che poteva essere
pericolosa. Albornoz spedì adunque ad Innocenzo VI per impegnarlo a far
valere i diritti della chiesa sopra una città compresa, come quelle di
Romagna, nelle donazioni degl'imperatori. Questo doppio negoziato
coll'Oleggio e col papa non poteva tenersi segreto, e Barnabò Visconti,
che n'ebbe avviso, si sforzò di sventarlo. Egli cercò con ricchi doni di
guadagnare i suffragi de' cardinali, di modo che questi, divisi tra
l'ambizione e l'avarizia, ora davano ora rivocavano l'assenso loro
richiesto da Albornoz. Ma il legato, ch'era d'un carattere
intraprendente e intrepido, risguardossi come bastantemente autorizzato
da questa stessa irresoluzione[506]. Si affrettò ancora più quand'ebbe
sentore che Oleggio trattava in pari tempo con Barnabò, onde alla metà
di marzo conchiuse col primo un trattato, in virtù del quale Bologna
doveva tornare alla chiesa, ed Oleggio ricevere in compenso la città di
Fermo ed il suo territorio col titolo di marchese.
[506] _Matteo Villani, l. IX, c. 73. — Raynald. Ann. Eccles. t. XVI,
p. 407 a 1360, § 6._
Quando in Bologna si rese pubblico questo trattato la gioja fu
universale tra i cittadini, che lusingavansi di ricuperare, almeno in
parte, l'antica loro libertà sotto il governo della chiesa. Ma non
desideravano soltanto di scuotere il giogo d'Oleggio, essi morivano di
voglia di vendicarsi delle precedenti sue crudeltà; e siccome tutti i
suoi soldati erano passati al soldo del legato, lo avevano di già
costretto a rifugiarsi nella fortezza, e cercavano qualche occasione di
averlo in mano. Ma l'accorto tiranno trovò modo di fuggire il 31 marzo
nel cuore della notte[507]; e dopo avere cinque anni governata Bologna
con eccessiva crudeltà, dopo aver fatto scorrere sul palco il sangue di
cinquanta de' più rispettati cittadini, e di moltissime persone non
qualificate, dopo avere finalmente spogliata la città di tutte le sue
ricchezze, cambiò una signoria, ch'era all'istante di perdere, contro
una nuova signoria, ove non aveva da temere verun nemico. Colà trasportò
tutti i suoi tesori lasciando al legato ed ai Bolognesi il pensiere di
continuare soli una guerra che si era contro di lui cominciata[508].
Oleggio morì in Fermo l'otto ottobre del 1366, e a tale epoca solamente
questa città tornò sotto il dominio della chiesa[509].
[507] _Matteo Villani, l. IX, c. 75._
[508] _Ivi, c. 76._
[509] _Libro del Polistore, c. 44, p. 846._
Il legato affidò il governo di Bologna a suo nipote Velasco
Fernandez[510] ed a Niccola Farnese, capitano delle truppe della chiesa.
Nello stesso tempo minorò le contribuzioni poste dall'Oleggio[511], e
ristabilì in Bologna un governo municipale simile a quello che aveva
avuto quand'era repubblica. Furono richiamati i fuorusciti, fra i quali
i Pepoli, Bentivoglio e Vizzani, che abbandonarono il campo di Barnabò
Visconti per ripatriare. Intanto il legato fece avvisare il signore di
Milano, che Bologna era tornata in potere della chiesa, sua legittima
sovrana, e gl'intimava perciò di richiamare la sua armata da uno stato
con cui era in pace. Ma Barnabò, invece di richiamare il suo generale,
gli mandò nuovi rinforzi; e le truppe del Visconti guastarono tutto il
territorio bolognese[512], portarono la ruina fin presso alle mura di
Faenza, tentarono di sorprendere Forlì, occuparono Budrio ed assediarono
Cento, mentre una guerra in mezzo agli Appennini tra due rami della
famiglia degli Ubaldini chiudeva la strada di Toscana ai Bolognesi ed al
legato, ed impediva loro di comunicare col solo paese da cui potessero
sperare soccorsi e vittovaglie[513].
[510] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 452._
[511] _Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 244._
[512] _Matteo Villani, l. IX, c. 97._
[513] _Matteo Villani, l. IX, c. 79, 80, 81._
Mentre Barnabò Visconti spingeva caldamente la guerra sul territorio di
Bologna, agitava co' suoi maneggi la corte d'Avignone, e faceva valere
le sue pretese innanzi ad un tribunale ecclesiastico. Il papa aveva, per
dodici anni, infeudato Bologna all'arcivescovo Visconti. Su questo
fondamento Barnabò domandava il possesso d'un feudo accordato alla sua
famiglia. Ma gli si opponeva, ch'egli non aveva mai pagato il tributo
convenuto in questa infeudazione, ch'egli aveva riconosciuto due anni
prima i diritti dell'Oleggio, e che questi gli aveva tutti ceduti alla
chiesa. Barnabò fu alla fine, a stento, condannato da' cardinali, non
pochi de' quali erano a lui venduti. Vero è che la corte d'Avignone,
dopo avere pronunciata questa sentenza, non pensò ai mezzi di farla
eseguire. Invece di levare dal suo tesoro alcuni sussidj da mandarsi al
cardinale, sollecitò l'imperatore, i principi di Germania, il re
d'Ungheria, i signori di Lombardia, i comuni toscani ad armare a suo
favore. Le sue proprie entrate venivano dissipate dai cortigiani, ed il
legato non aveva potuto ottenere dalla camera apostolica per le spese
della guerra, che centoventi mila fiorini, che furono pagati in tre rate
lontane; di modo che quando gli giugnevano questi tardi sussidj, erano
di già consumati[514].
[514] _Matteo Villani, l. IX, c. 90 e 91._
Il generale de' Certosini fu l'ambasciatore mandato dal papa ai
Fiorentini per ridurli ad abbracciare le sue difese. Cercò invano questo
religioso di persuadere alla signoria, che verun trattato obbligava
verso un tiranno, un usurpatore o un nemico della chiesa; cercò invano
di far sentire ai Fiorentini i pericoli che per l'ingrandimento di
Barnabò sovrastavano alla Toscana. La repubblica era determinata di
osservare religiosamente gli obblighi che aveva contratti, e la sua
politica andava d'accordo colla buona fede; perciocchè era ben facile il
prevedere, che la chiesa abbandonerebbe ben tosto chiunque prendesse a
difenderla, e lo lascerebbe sostener solo il peso che avrebbe
acconsentito di dividere[515].
[515] _Matteo Villani, l. IX, c. 100._
Durante la state del 1360, i castelli del Bolognese caddero quasi tutti
in potere de' Visconti; ed ancora gli abitanti delle città cominciavano
a provare le più dure privazioni. Due de' signori di Rimini Galeotto
Malatesti, e Malatesti Unghero, eransi incaricati della difesa di
Bologna, e comandavano le sortite dei cittadini. Questi, per mantenere
la ricuperata libertà, si sottomettevano alla militare disciplina, e
riprendevano con piacere le armi. Ma non era che colla spada alla mano,
che riuscivano a dividere coi loro nemici i proprj raccolti, ed a far
entrare munizioni in città[516].
[516] _Cronica di Bologna, p. 455._
Tutt'ad un tratto il generale di Barnabò levò il campo il 15 di
settembre, ed abbandonò, disordinatamente fuggendo, il territorio ceduto
alla chiesa[517]. Egli fuggiva alla vista di un'armata barbara, cui la
liberazione di Bologna era stata predicata come oggetto d'una crociata.
Albornoz aveva promesso agli Ungari le più ampie indulgenze per
chiamarli in Italia; ed in tal modo ne aveva persuasi sette mila a
passare in Romagna con settecento corazzieri mandati dal duca d'Austria.
Ma questi nuovi crociati usciti dalla più ignorante classe di una
nazione da poco ridotta a civiltà, erano uomini senza fede e senza
pietà, avidi soltanto di preda, e che, dal momento che giugnevano in un
paese pellegrinando, dimenticavano il loro progetto di santificarsi, e
si diportavano piuttosto da assassini che da soldati[518].
[517] _Cron. di Bologna, p. 456._
[518] _Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 246. —
Chron. Placent., t. XVI, p. 505. — Joah. de Thwrocz Chron.
Hungaric., p. III, c. 31, p. 189._
Gli Ungari, giunti nel Bolognese quando n'era di già uscita l'armata de'
Visconti, terminarono il guasto cominciato dai nemici. Saccheggiavano
essi i raccolti, e spesso uccidevano i contadini fin presso alle porte
della città. All'aspetto di tante crudeltà il legato finse di
corrucciarsi col conte Simone della Morta, capo di quest'armata di
barbari. Barnabò Visconti, avvisato delle divisioni insorte tra i
nemici, licenziò parte delle sue truppe per diminuire in tempo d'inverno
le spese del suo stato militare. Il legato l'aveva preveduto, ed in
allora si mostrò di subito riconciliato cogli Ungari, accolse tutti i
soldati licenziati dal Visconti, e spinse improvvisamente a mezzo
novembre tutta la sua armata nel territorio di Parma: Galeotto
Malatesti, che la comandava, non incontrò chi gli si opponesse, e fece
sul territorio nemico una ricchissima preda[519].
[519] _Matteo Villani, l. X, c. 10 e 15._
Ma questo piccolo vantaggio non bastava a rimettere in buono stato gli
affari del legato. La corte d'Avignone non gli mandava i promessi
sussidj, e mancando di danaro era forzato a licenziare le truppe dopo
una breve campagna: Barnabò al contrario era ricchissimo onde poteva
impiegare nell'impresa di Bologna seicento mila fiorini; e col danaro
rimontava subito dopo la disfatta un'armata mercenaria. Albornoz,
abbandonato dalla sua corte, le di cui entrate venivano dissipate dalla
corruzione e dall'intrigo, ebbe di nuovo ricorso all'assistenza degli
stranieri. In primavera del 1361 andò per la seconda volta in Ungaria,
ed ottenne dal re Luigi lettere patenti che vietavano a tutti gli
Ungari, che militavano in Italia, di portare le armi contro la
chiesa[520]. Albornoz non raccolse altro frutto dal suo viaggio, nè
furono più felici i suoi deputati presso la signoria di Firenze: quella
repubblica fu costante nella presa risoluzione di essere fedele ai suoi
trattati con Barnabò; e solamente accordò ai Bolognesi alcune
facilitazioni per tirare i loro approvvigionamenti dalla Toscana[521].
[520] _Matteo Villani, l. X, c. 45 e 48. — Rayn. Ann. Eccles. 1361,
§ 1, p. 411._
[521] _Matteo Villani, l. X, c. 57._
Una nuova armata dei Visconti, comandata da Giovanni di Bileggio,
cavaliere milanese, guastò in principio dell'estate il Bolognese e gran
parte della Romagna; e persuase a ribellarsi alla chiesa Francesco
Ordelaffi, cui Barnabò prometteva di rendere la signoria di Forlì[522].
Ma quando le cose del legato parevano quasi disperate, fu salvata
Bologna, e rotta l'armata dei Visconti da un raggiro del vecchio
Malatesta di Rimini, che come tiranno e come Romagnolo, doveva essere
tenuto maestro di perfidia: imperciocchè a tale epoca la malvagia fede
degli abitanti della Romagna era in ogni parte d'Italia passata in
proverbio[523].
[522] _Cherub. Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 243._
[523] _Matteo Villani, l. X, c. 42._
Il vecchio signore di Rimini mandò un suo fidato al generale milanese
per proporgli una segreta alleanza. Doveva questo negoziatore dire a
Bileggio, che il Malatesti non aveva scordata la guerra fattagli dal
legato quando venne in Italia, nè la conquista d'Ancona e di Sinigaglia:
che prevedeva altresì che il legato lo spoglierebbe ancora delle altre
città tostocchè la guerra di Bologna avesse fine: ch'egli perciò
aspettava il propizio istante per iscuotere il giogo; ma che il forte
castello d'Arcangelo, che signoreggiava Rimini, e che trovavasi occupato
dalle truppe della Chiesa, rendeva la sua ribellione pericolosa. Non
pertanto egli aveva saputo, soggiugneva il messo, guadagnare alcuni del
castello, e se mille cinquecento cavalli ghibellini si avanzassero verso
Rimini per proteggerlo, più non tarderebbe a dichiararsi scopertamente:
che suo fratello e suo figlio, che comandavano a Bologna le truppe della
Chiesa, le caverebbero fuori sotto pretesto di soccorrere il loro paese:
che gli assedianti dovevano approfittare di questo incontro per togliere
ai Bolognesi ogni comunicazione colla Toscana, innalzando un ridotto
sulla strada di Pianoro. Bologna privata ad un tempo della sua
guarnigione, sedotta dai Malatesti, e de' suoi viveri, che più non
potrebbero giugnerle dalla Toscana, caderebbe di necessità in mano ai
Visconti.
I motivi di Malatesti erano così plausibili, così bene combinato
sembrava il suo piano, che Giovanni da Bileggio gli prestò intera fede.
Staccò mille cinquecento cavalli per farli avanzare fin presso Rimini,
sotto la condotta di Francesco degli Ordelaffi, quello stesso che era
stato signore di Forlì, e coll'altra metà dell'armata egli si avanzò
sulla strada di Pianoro fino al ponte di san Ruffolo. Colà gettò in
mezzo al letto della Savenna i fondamenti di un ridotto, che, se avesse
potuto terminarlo, avrebbe infallibilmente chiusa la strada della
Toscana.
Galeotto Malatesti, fratello del vecchio signore di Rimini, sortì di
Bologna con cinquecento corazzieri e trecento Ungari, facendo le viste
di voler tener dietro all'Ordelaffi; ma quando giunse a Faenza, chiamò a
sè i corazzieri che vi stavano di guarnigione, e riprese subitamente la
strada di Bologna, ed attraversando il territorio imolese, rientrò in
Bologna il 19 luglio in sul fare della sera, seco riconducendo varj
corpi di truppe, che aveva adunate sulla strada. Suo nipote Malatesti
Ungaro, che comandava nella città, fece credere ai cittadini che i
soldati che rientravano, erano una guardia avanzata che richiamava entro
le mura; ed intanto fece accuratamente guardare le porte, onde veruna
spia non potesse avvisare i suoi nemici ch'egli aveva ricevuto così
grosso rinforzo.
All'indomani, domenica 20 luglio, il suono della maggior campana chiamò
i Bolognesi alle armi. Quattro mila di loro sortirono contro al nemico
sotto il comando del podestà e dei due Malatesti, ed occuparono in
silenzio le due rive della Savenna, prima che l'armata de' Visconti
avesse sentore del loro avvicinamento. Tutt'ad un tratto mostraronsi da
ogni banda coi corazzieri e gli Ungari, che Giovanni da Bileggio credeva
in fondo alla Romagna, ed avendo per loro il vantaggio del terreno,
attaccarono furiosamente i Milanesi chiusi nel letto del fiume. Questi
per altro si difesero valorosamente; ma circa cinquecento di loro furono
uccisi nel luogo medesimo in cui facevasi il ridotto, più di altri
cinquecento perirono nel volere aprirsi un passaggio attraverso ai
nemici, mille trecento corazzieri furono fatti prigionieri, tra i quali
Giovanni da Bileggio e molti signori degli Ubaldini; in fine quasi non
si salvarono altri di quest'armata che trecento corazzieri, che erano
stati staccati per iscortare un convoglio di vittovaglie, e che
fuggirono a tempo. Il progetto di Malatesti tendeva a sorprendere nello
stesso tempo l'altra metà dell'armata ghibellina, che Francesco degli
Ordelaffi aveva condotta in Romagna; ma questi, avvisato della rotta de'
suoi alleati si riparò sollecitamente a Lucco, ove si pose al sicuro.
Quando la notizia di questa disfatta fu recata a Barnabò Visconti, vestì
di nero in segno della sua afflizione; ed i suoi cortigiani temevano in
modo la rabbia ch'egli ne aveva concepita, che niuno di loro, per più
giorni, non osò avvicinarlo[524].
[524] _Matteo Villani, l. X, c. 59 e 60. — Bernardino Corio Stor.
Milan., p. III, 235. — Cherub. Ghirardacci Stor. di Bologna, l.
XXIII, p 243._ Questi peraltro descrive la battaglia con differenti
circostanze.
I due fratelli Visconti nel caldo della loro collera contro la chiesa,
cercarono di vendicarsi con istraordinarie contribuzioni poste sul clero
de' loro stati. Del resto essi dovevano impiegare ogni mezzo per far
danaro, perciocchè le spese loro superavano sempre le loro immense
entrate. Essi in qualche parte d'Italia guerreggiavano sempre,
comperavano ad ogni prezzo i tradimenti de' generali o de' ministri de'
loro nemici, e nello stesso tempo, siccome ambivano d'imparentarsi colle
reali case d'Europa, pagavano tali alleanze a peso d'oro. Galeazzo
Visconti, il più vano dei due fratelli, aveva saputo approfittare dello
stato di miseria in cui una lunga guerra aveva ridotto Giovanni, re di
Francia, per comperare da lui sua figliuola Isabella di Valois con un
regalo di seicento mila fiorini. Egli l'aveva data in isposa in ottobre
del 1360 a suo figliuolo Giovan Galeazzo, che allora non aveva che
undici anni[525]. I signori di Milano, malgrado tutta la loro potenza,
non avevano ancora verun legittimo titolo sopra gli stati che
occupavano. Essi d'ordinario venivano in Italia chiamati tiranni; ed in
Francia, sebbene fossero di nobile casato, erano sprezzati, come
principi nuovi; onde quel re, affinchè sua figlia avesse almeno un
titolo, investì il suo genero della piccola contea di Virtù, lontana sei
leghe da Scialona nella Sciampagna. In fatti è col titolo di conte di
Virtù che Giovanni Galeazzo, primo duca di Milano, fu chiamato per lo
spazio di trentaquattro anni.
[525] _Bernardino Corio, Stor. di Milano, p. III, p. 234._
Questo matrimonio, che fece arrossire i Francesi per la loro reale
famiglia, e che non fu meno cagione di mortificazioni ai Visconti per
conto dello stesso prezzo che lo dovettero pagare, venne celebrato con
una pompa che esaurì le finanze dello stato. Tutta la nobiltà d'Italia
fu invitata alle feste date in tale occasione, come pure tutti gli
ambasciatori di tutti i principi e di tutte le città. Contaronsi ne'
banchetti fin cento signore e mille cavalieri delle più illustri
famiglie; tutti i convitati furono magnificamente regalati, e la corte
di Milano cercò con un lusso e con una pompa straordinaria di fare
scordare alla nuova sposa i reali onori che aveva perduti[526].
[526] _Matteo Villani, l. IX, c. 103. — Petri Azarii Chron., t. XVI,
p. 405. — Chron. Placent., p. 505._
La Francia, che in tal modo vendeva il sangue de' suoi principi, era
inallora nel più deplorabile stato in cui siasi giammai trovata quella
monarchia. Dall'una all'altra estremità il regno era stato ruinato dalle
incursioni degl'Inglesi, dalle eccessive imposte levate per difesa dello
stato e per pagare la taglia del re, dai tradimenti del malvagio re di
Navarra e dalle guerre civili da lui promosse, dalla ribellione de'
contadini, conosciuta sotto il nome di _Jacquerie_; finalmente, per
mettere il colmo alla sua oppressione, il regno trovavasi in tale epoca
abbandonato al saccheggio delle grandi compagnie, e travagliato dalla
peste. Le prime compagnie si erano formate di soldati francesi ed
inglesi, quando la pace di Bretigny aveva fatte licenziare le due
armate. Molte di quelle compagnie passarono in Provenza, a cagione che
questa parte del regno, più lontana dal teatro della guerra, aveva meno
sofferto, ed i vassalli di Giovanna di Napoli e quelli del papa potevano
ancora pagare grosse contribuzioni. Una compagnia occupò Ponte santo
Spirito otto leghe al disopra di Avignone[527], ed un'altra, detta la
compagnia bianca o inglese, si avanzò a due sole leghe da Avignone,
sotto pretesto di cacciar via la prima, ma in sostanza per ismugnere
danaro dai prelati: una terza, composta di soldati che avevano militato
nella guerra che si fecero i conti di Fois e d'Armagnacco, giunse dalle
frontiere della Spagna[528]. Tutti gli abitanti di Avignone furono
costretti di fare la guardia, e tutta la città si riempì di spavento. Il
papa pagò cento mila fiorini alla seconda compagnia, che aveva sei mila
cavalli, onde persuaderla a passare in Piemonte ai servigi del marchese
di Monferrato; ma quando questa compagnia allontanossi in maggio del
1361, rimasero in Provenza le altre due non meno formidabili, una sulla
destra, l'altra sulla sinistra riva del Rodano, ed i Provenzali non
furono quasi punto sollevati per l'allontanamento di una[529].
[527] _Matteo Villani, l. X, c. 27. — Raynal. Annal. Eccl. 1361, §
5, p. 413._
[528] _Matteo Villani, l. X, c. 34._
[529] _Matteo Villani, l. X, c. 43._
Lusingavasi la compagnia inglese di sottrarsi alla peste passando in
Italia, ma ella portava seco i semi della pestilenza. Questo terribile
flagello manifestossi in Fiandra nel 1360 con i medesimi sintomi che
l'avevano annunciato nel 1348. Di là si stese nel vescovado di Liegi,
nella bassa Germania, nella Polonia, nell'Ungheria[530]. In sul
cominciare della state del 1361 si spiegò la peste anche in Londra, ove
si videro morire fino mille duecento persone in un giorno, ed in pari
tempo si sparse in tutta la Francia. In Avignone morirono nove
cardinali, settanta prelati ed un infinito numero di abitanti. La
compagnia inglese portò la peste in Lombardia; più delle altre città
soffrirono Milano, Pavia, Como e Venezia; in seguito furono colpite la
Romagna e la Marca; e perfino nelle stesse Alpi, e negli Appennini i
castelli degli Ubaldini[531].
[530] _Ivi, l. IX, c. 107._
[531] _Matteo Villani l. X, c. 46. — Chron. Placent., t. XVI, p.
506._
I fratelli Visconti non opposero armata alla compagnia inglese, che
spediva contro di loro il marchese di Monferrato; si limitarono a far
guardare le città murate, ed in appresso non pensarono che a preservare
sè medesimi dalla peste. Galeazzo si chiuse nel castello di Monza, e
Barnabò in quello di Melegnano. Questo principe non volendo ricevere
chicchefosse diede ordine ad una scolta, che stava di guardia sull'alto
del campanile, di toccare tante volte la campana quanti uomini vedrebbe
avvicinarsi al castello. Un giorno Barnabò, senz'esserne avvisato dal
suono della campana, vide giugnere alcuni gentiluomini milanesi, che
venivano a fargli la loro corte. Diede subito ordine di punire la scolta
della sua negligenza col gettarla giù dalla torre; ma coloro ch'erano
saliti per ucciderla, la trovarono morta di peste presso la campana.
Estremo fu lo spavento di Barnabò a tale notizia; egli fuggì in una casa
destinata alla caccia, posta nel centro delle sue più rimote foreste; a
due miglia di distanza tutto all'intorno fece piantare pali e forche,
ponendo scritture in ogni luogo, che minacciavano di far appiccare senza
remissione chiunque avrebbe l'ardire di avanzarsi oltre la linea[532].
Egli rimase in questa solitudine, senza comunicare con alcuno, finchè
cessò la peste; e la sua assoluta reclusione accreditò ben tosto le voci
della di lui morte, ch'egli non si curò di smentire.
[532] _Matteo Villani, l. X, c. 64._
La peste, che desolava il rimanente dell'Italia, non penetrò in Toscana
che l'anno dopo; e le repubbliche di questa contrada prosperavano,
quando la guerra de' Visconti colla Chiesa e col marchese di Monferrato
desolava le limitrofe province. Durante questo stesso periodo le
repubbliche toscane allargarono il loro territorio, comperando feudi dai
gentiluomini del vicinato, ed anche forzandoli talvolta a sottomettersi.
I Fiorentini in particolare fecero colle armi o col danaro i più
considerabili acquisti. In agosto del 1359 assediarono Bibbiena, ricca
borgata, che Pietro Saccone aveva in altri tempi tolta al vescovo ed
alla città d'Arezzo, e che al presente era posseduta dai Tarlati suoi
figliuoli[533]. I Fiorentini, che conoscevano l'importanza di Bibbiena
per la difesa di Val d'Arno superiore, non lasciaronsi smuovere dalla
ostinata resistenza degli assediati. Acquistarono i diritti del vescovo
e della città d'Arezzo su questo castello[534], ed il 6 gennajo del 1360
l'ottennero per capitolazione. Tre Tarlati e circa quaranta loro soldati
furono fatti prigionieri[535].
[533] _Matteo Villani, l. IX, c. 47._
[534] _Ivi, c. 49._
[535] _Ivi, c. 61 e 62._
Marco, figliuolo di Galeotto, signore di san Niccola e di Soci,
approfittò di quest'occasione per offrire senza condizioni i suoi due
castelli alla repubblica. Era questo il più sicuro mezzo di venderli ad
alto prezzo, e gli furono generosamente pagati[536]. Circa lo stesso
tempo gli Aretini tolsero ai Tarlati Pieve a santo Stefano, Montecchio e
Chiusi[537]; il castello di Serra si diede volontariamente ai
Fiorentini, e mentre Pietro Saccone aveva nella lunga sua vita
signoreggiati metà degli Appennini, e renduta formidabile a tutta la
parte guelfa la sua famiglia, questa quattro anni dopo la di lui morte
trovavasi ridotta nel più basso stato[538].
[536] _Ivi, c. 48._
[537] _Ivi, c. 66._
[538] _Matteo Villani, c. 70._ Il Villani, come tutti gl'Italiani,
chiamano col nome di Alpi le alte cime degli Appennini che
appartenevano a questi immediati feudatarj dell'impero.
Presso ai feudi dei Tarlati e sulla strada di Firenze a Pietra Mala, il
conte Tano, della famiglia Alberti, possedeva i due castelli di Monte
Carelli e di Monte Vivagni, ch'erano diventati asili di assassini. Tano
erasi alleato all'arcivescovo Visconti, quando questi era in guerra coi
Fiorentini, e dopo tale epoca erasi conservato fedele ai signori di
Milano, malgrado l'avviso che un giorno gli diede il suo buffone.
Essendosi questi gettato entro ad un fosso, che divideva i dominj del
conte da quelli della repubblica fiorentina, si fece a gridare all'armi
con quanta voce poteva. I Fiorentini, accostumati dalle frequenti
vessazioni del conte a correre alle armi al menomo segnale, si adunarono
in numero d'oltre cinquecento. Il conte accorse ancor esso e rampognò il
buffone d'avere sparso l'allarme in tutto il paese: «Guarda conte, gli
rispose il buffone, come alle mie sole grida sonosi ragunati cinquecento
uomini del territorio fiorentino, senza che sia venuto in mio ajuto un
solo servitore de' signori di Milano; non vedi tu in buona fede, che tu
potresti suonare il corno d'Orlando tutto l'anno senza poter far venire
da Milano in tuo soccorso cinque uomini[539].» La predizione del buffone
si avverò: stanca la repubblica fiorentina di soffrire in Mugello le
avarie del conte Tano, dopo aver chiesto ed ottenuto l'assenso de'
Visconti, fece assediare i due castelli di Monte Carelli, e di Monte
Vivagni, i quali furono presi e riuniti al territorio fiorentino, e il
conte Tano trattato qual capo d'assassini perdette la testa sul
patibolo.
[539] _Matteo Villani, t. IX, c. 108._
La famiglia degli Ubaldini, non meno potente di quella dei Tarlati,
possedeva vasti feudi negli Appennini; ma di questi tempi s'andava
indebolendo con una guerra domestica. Era divisa in due rami, chiamati
di Maghinardo e di Susinana, i quali si battevano con accanimento. La
repubblica fiorentina, verso la fine del 1360, comperò tutte le
giurisdizioni del ramo dei Maghinardo, e le due castella di Monte
Gemmoli e di Monte Coloreto pel prezzo di sei mila fiorini. In pari
tempo accordò all'illustre famiglia degli Ubaldini il privilegio di
rinunciare alla sua nobiltà per entrare nella classe de' cittadini di
Firenze, e concorrere ai pubblici impieghi[540]. Lo stesso privilegio
era stato l'anno precedente accordato agli Ubertini per compensarli de'
servigi resi alla repubblica contro la grande compagnia[541]. Di modo
che, quasi nello stesso tempo, le tre grandi famiglie che
signoreggiavano gli Appennini, furono ridotte all'ubbidienza della
repubblica.
[540] _Matteo Villani, l. X, c. 26._
[541] _Ivi, l. IX, c. 43._
Nello stesso anno i Sienesi sottomisero al loro dominio i conti di santa
Fiora, i più grandi feudatarj ghibellini ed indipendenti del suo
vicinato[542]. I Pistojesi occuparono il castello della Sambuca[543]: i
Perugini molti di quelli de' Tarlati postisi sotto la loro protezione.
Ma mentre che le repubbliche toscane s'ingrandivano a spese della
nobiltà immediata, furono tutte agitate la volta loro da cospirazioni, e
tutte ebbero la fortuna di scoprire a tempo le trame che minacciavano la
loro esistenza.
[542] _Ivi, l. X, c. 51._
[543] _Matteo Villani, l. IX, c. 64._
La congiura di Pisa fu la prima a scoppiare. I mercanti e gli artigiani
di questa città erano ruinati dall'allontanamento de' Fiorentini, i
quali avevano dietro loro tirati a Telamone i più ricchi mercanti
stranieri, lasciando il porto di Pisa ed i suoi mercati deserti. I
Raspanti, che governavano la repubblica, venivano chiamati autori d'ogni
danno che soffriva il commercio: essi, dicevasi, si erano sforzati, per
odio che portavano ai Guelfi, di far nascere una guerra tra Firenze e la
loro patria, mentre i Bergolini, che governavano prima, avevano
rappacificate le due repubbliche. I Gambacorti, capi della precedente
amministrazione, erano ancor essi mercadanti, e non avevano sagrificato
l'interesse generale ai pregiudizj del partito ghibellino, dal quale
cominciavano a staccarsi. Un agente di cambio, detto Federigo del
Mugnajo, assicurato che tutti i mercanti di Pisa erano malcontenti,
intraprese a riunirli per cacciare i Raspanti, e richiamare i Bergolini.
La sua professione lo aveva reso noto a tutti i mercanti, e gli dava
frequenti occasioni d'udire le loro lagnanze intorno allo stagnamento
del commercio. Egli incoraggiava tali lagnanze, faceva il confronto
dell'imprudente animosità dei Raspanti colla savia moderazione de'
Gambacorti. Quando vedeva coloro che lo ascoltavano abbastanza irritati,
sicchè potesse sperare d'impegnarli a secondarlo, loro esponeva i suoi
progetti. I congiurati dovevano occupare la piazza il venerdì santo, 3
aprile 1630, dovevano uccidere i principali capi de' Raspanti,
richiamare i Bergolini dall'esilio, e rendere ai Fiorentini le antiche
loro esenzioni. Questa trama venne denunciata alla signoria il giovedì
santo; onde vennero arrestati diciotto de' principali congiurati, otto
de' quali furono condannati alla morte, e dieci banditi, e vedendo i
Raspanti che un grandissimo numero di cittadini credevasi compromesso,
essi non osarono spingere più in là le loro indagini[544].
[544] _Matteo Villani, l. IX, c. 78. — Croniche di Pisa, t. XV, p.
1035. — Cron. Sanese, p. 168. — Tronci Ann. Pisani, p. 360._
Non eranvi quasi meno malcontenti a Firenze che a Pisa; ma per diversa
cagione. I Pisani accusavano l'imprevidenza del loro governo, ed i
Fiorentini erano forzati di riconoscere la prudenza del proprio, nello
stesso tempo che si lagnavano che fosse diventato la proprietà d'una
sola classe di cittadini. Le leggi, ch'erano state fatte per rendere le
magistrature a tutti accessibili, avevano tutte prodotto un contrario
effetto. Il _divieto_ allontanava dagl'impieghi le famiglie più
illustri, e l'ammonizione era un'arma in mano alla regnante oligarchia
per escludere tutti quelli che loro facevano ombra. In forza dell'ultimo
statuto la magistratura di parte guelfa ammoniva coloro, che voleva
escludere dagl'impieghi, di averli sospetti di ghibellinismo, e li
veniva in tal modo a privare de' loro onorifici diritti.
L'incostituzionale oligarchia che così conservava in cotal modo il suo
potere non era formata di nobili famiglie, o di antiche, che
governassero per una specie di prescrizione, nè di cittadini
volontariamente eletti dalla nazione; ma era un'ambiziosa associazione,
una fazione, che coll'ajuto di leggi tutte democratiche, aveva ottenuto
d'entrare tutta intera nel governo e di potervisi mantenere. Ma questa
fazione aveva manifestato nell'amministrazione della repubblica molti
talenti, coraggio e virtù. Senza muovere guerra ai Pisani, gli aveva
fatti pentire della loro mancanza di fede; aveva fatto rispettare in
mare la bandiera d'una potenza, che in verun punto toccava il mare;
aveva dato l'esempio a tutti i sovrani d'Europa di rispingere le grandi
compagnie colle armi, invece di pagar loro vergognose taglie; aveva
finalmente osservati con fedeltà i suoi trattati coi Visconti, sebbene
potesse riuscire vantaggioso alla repubblica il romperli, quando il
legato della Chiesa le chiedeva che il facesse. Pure tanta gloria non
assicurava la fazione regnante dalla gelosia di coloro che ingiustamente
aveva allontanati dallo stesso potere. Si posero alla testa de'
malcontenti Bartolomeo, figlio d'Alamanno dei Medici, Niccolò del Buono
e Domenico Bandini, de' quali gli ultimi due erano stati
coll'ammonizione esclusi dagl'impieghi. Questi si unirono ad un
intrigante, Uberto degl'Infangati, che sospettavano d'avere di già
ordita qualche trama contro lo stato, e lo incaricarono di procurar loro
esterni soccorsi. I tre primi congiurati appartenevano all'ordine de'
cittadini, ma si legarono con alcuni capi di famiglie nobili, che non
erano meno di loro scontenti della fazione dominante; e furono un Rossi,
un Frescobaldi, un Gherardini, un Pazzi, un Donati, un Adimari. I
congiurati si tenevano sicuri del favore del popolo, e supponevano che
per condurre a fine la rivoluzione bastasse l'occupare il palazzo del
pubblico; poichè era questo la fortezza del governo e della fazione
dominante. Scelsero per l'esecuzione il primo dicembre del 1360, nel
qual giorno, dovendo i nuovi priori prendere il posto di que' che
uscivano di carica, tutte le guardie del palazzo verrebbero chiamate
alla parata. Quattro uomini, scelti dai congiurati, dovevano essere
introdotti nella torre del palazzo, ed ottanta de' loro soldati tenersi
nascosti nelle camere, dalle quali uscirebbero tutt'ad un tratto per
occupare tutte le porte. Uberto degl'Infangati, che si era incaricato di
procurare ai congiurati esterni soccorsi, prima di prender parte in
questa congiura, aveva trattato con un milanese, detto Bernardolo Rosso,
che stava ai servigi di Giovanni di Oleggio, in allora signore di
Bologna. Infangati a quell'epoca mirava a dare all'Oleggio la signoria
di Firenze; ma l'imprevveduta agressione de' Visconti e la necessità in
cui trovossi l'Oleggio di vendere Bologna alla Chiesa, aveva sospesa
questa trama. L'Infangati per procurare ai nuovi congiurati una
straniera protezione, si addirizzò allo stesso Bernardolo, che, con le
truppe del signore di Bologna, era passato al servigio della Chiesa.
Bernardolo cercò di mettere a parte della cospirazione il legato
Albornoz, come aveva interessato nell'altra il suo precedente padrone;
ma il legato, che riponeva ogni sua speranza nell'amicizia de'
Fiorentini, rigettò le fattegli proferte, e fece avvisare la signoria di
Firenze di tenersi in guardia, poichè gli era noto che tramavasi qualche
cosa contro di lei.
Quando Bernardolo vide di non poter giovare all'impresa, scrisse egli
stesso alla signoria, offrendole, mediante una ricompensa di venticinque
mila fiorini, di manifestare il segreto della congiura denunciata dal
legato. Tale offerta venne a notizia di Silvestro de' Medici, ch'era in
allora membro di uno degli uffici superiori, ed egli ne diede parte a
Bartolomeo suo fratello. Allorchè questi vide che la signoria teneva
nelle mani un filo che la condurrebbe a scoprire ogni cosa, confessò al
fratello che una immoderata ambizione l'aveva fatto entrare in tale
congiura, e gli promise di scoprirgli il segreto, quando fosse sicuro
del perdono. Niccolò del Bono e Domenico Bandini furono presi e
condannati alla morte, pochi altri de' più colpevoli fuggirono, e
vennero condannati come contumaci: ma la signoria, sospese la procedura,
risguardò la nota de' congiurati, scritta di proprio pugno
dall'Infangati, come calunniosa, onde la fece bruciare senza esaminarla,
e con tale prudente dolcezza riconciliò al proprio governo una parte di
coloro che le erano sembrati più contrarj[545].
[545] _Matteo Villani, l. X, c. 22-25. — Marchione di Coppo Stefani
Stor. Fior., l. IX, Rub. 685. — Delizie degli Erud. Tosc. t. XIV, p.
32. — Cronica di Pisa, t. XV, p. 1035._
Si pretendeva, in Italia, che le quattro principali repubbliche della
Toscana si distinguessero per oppostissimi caratteri. Dicevasi
generalmente che i Sienesi erano leggeri ed incostanti, i Pisani
avveduti e maligni, feroci e collerici i Perugini, gravi, lenti e
costanti i Fiorentini[546]. Questi diversi popoli si regolavano per
altro in un modo abbastanza uniforme; il loro governo si rassomigliava,
e sembravano agitati dalle medesime passioni; tutti quasi nello stesso
tempo trovaronsi esposti a rivoluzioni quasi simili, sebbene quella che
scoppiò in Perugia nel 1361 parve avere l'impronta del carattere che
attribuivasi al popolo di quella città.
[546] _Matteo Villani, l. X, c. 42._
La signoria di Perugia trovavasi tra le mani del second'ordine della
cittadinanza e della plebe; l'uomo il più riputato di questa repubblica
era Leggieri, figliuolo d'Andreotto de' Michelotti; la fazione dominante
di cui era capo aveva come la Pisana il nome di _Raspante_, e davasi
quello di malcontenti ai loro avversarj. Trovavasi alla testa degli
ultimi Tribaldino dei Manfredini, che le feroci congiure fecero dai
Perugini chiamare il nuovo Catilina. Tribaldino studiavasi d'inasprire
il risentimento de' nobili e de' principali cittadini, che il popolo
allontanava dagl'impieghi; in seguito si era associati quarantacinque
gentiluomini di Perugia, tra i quali venivano particolarmente notati
diversi cavalieri delle due illustri famiglie delle Mecche, e di monte
Mellino; avevano poi preso parte alla congiura novantaquattro cittadini
di ricche famiglie, e più di quattrocento d'inferiore condizione. Ma
prima di confidare il segreto a così esteso numero di congiurati,
Tribaldino, senza avere ancora un complice, aveva fatti pervenire alla
signoria a diverse riprese alcuni falsi indizj per farle cercare una
trama che non esisteva; e tali progressive false denuncie avevano
disposta la signoria a non farsi più carico degli avvisi che le
potessero giugnere intorno alla sua cospirazione.
Tribaldino convenne coi congiurati, che in un determinato giorno, nel
principio di ottobre del 1361, alcuni appiccherebbero il fuoco ne'
diversi quartieri delle città, altri occuperebbero il palazzo, ed
ucciderebbero i priori ed i camerlinghi, ond'era composto il governo,
mentre i loro compagni aprirebbero le porte ai contadini, introducendoli
in città, e rendendosi per tal modo padroni dei borghesi: nello stesso
tempo alcuni uomini, affigliati ai congiurati, dovevano far ribellare
tutti i castelli del territorio perugino. Tutto il piano della
cospirazione sembrava dettato da una vendetta infernale piuttosto che
dall'ambizione d'un cittadino. Dopo un'orribile carnificina de' signori
di Perugia, la repubblica sarebbe probabilmente venuta in mano di
qualche tiranno: per buona sorte Tinieri da monte Mellino, uno de'
congiurati, spaventato da tanti orrori, e lacerato da rimorsi, rivelò ai
priori il segreto della congiura. Niccolò delle Mecche e Ceccherello dei
Boccoli, furono all'istante imprigionati con quattro de' loro satelliti;
tutti gli altri si salvarono colla fuga. Si credette di dover lasciare
al popolo il giudizio di una causa di tanta importanza, ed all'indomani
il parlamento condannò a morte in contumacia, come traditori e ribelli,
quarantacinque tra gentiluomini ed antichi cittadini; novanta altri
furono assoggettati ad un'ammenda; i due congiurati ed i loro satelliti,
arrestati subito dopo la rivelazione della trama, furono i soli
condannati al supplicio[547].
[547] _Matteo Villani, l. X. c. 75. — Pompeo Pellini Istoria di
Perugia, 2. t. in 4.º Venez. 1664, p. I, l. VIII, p. 997._