_Volterra assoggettata ai Fiorentini; guerra di Pisa e Firenze;
seconda peste in Toscana; congiura de' Malatesti contro la
repubblica fiorentina. — Giovanni Agnello occupa la signoria di
Pisa ed assume il titolo di doge._
1361 = 1364.
Sulla sommità di una montagna, di dove stendesi lo sguardo su quasi
tutta la Toscana, è fabbricata la città di Volterra. Apresi innanzi a
lei a grande distanza il mar Tirreno, e le pianure pisane, ed i colli di
Firenze, e le foreste di Siena scopronsi egualmente dalle sue alte
vedette: enormi blocchi di pietra, posti senza cemento gli uni sopra gli
altri, che sostengonsi col solo loro peso già da oltre due mila anni,
formano le sue mura. A fianco alle mura si è aperta una lezza, che ogni
giorno inghiotte parte della montagna, meno durevole che il gigantesco
lavoro degli Etruschi. Ma Volterra nel quattordicesimo secolo non era
più che l'ombra di ciò ch'era stata ne' primi secoli di Roma. Posta in
mezzo alle tre più potenti repubbliche della Toscana Volterra non aveva
saputo conservare la sua libertà, ed era caduta sotto il tirannico
governo di messer Bocchino dei Belfredotti. Questo signore trovò un
pericoloso nemico in uno de' suoi parenti, che possedeva presso Volterra
la fortezza di Montefeltrano, e le loro dissensioni furono cagione della
ruina d'ambidue e fecero perdere l'indipendenza alla loro patria. Ognuna
delle vicine repubbliche voleva prendere parte a queste contese di
famiglia; Firenze, come garante d'un trattato conchiuso tra Bocchino ed
il suo parente, Pisa come alleata di Bocchino, e Siena come sua nemica.
I sudditi del tiranno, di già alienati dalle sue crudeltà, furono
avvisati che stava per vendere Volterra ai Pisani, e che questi erano di
già in viaggio per prendere possesso della città. A tale notizia i
Volterrani presero le armi e fecero prigioniero il loro signore; in pari
tempo spedirono deputati ai Fiorentini ed ai Sienesi per ottenere che
questi due popoli rispettassero la loro libertà. I soldati pisani, che
si erano avvicinati, furono sorpresi e disarmati senza far resistenza.
Ma la signoria di Firenze non volle esporsi agli effetti dell'incostanza
d'un popolo che usciva allora da una rivoluzione, e che pendeva incerto
tra opposti partiti; onde fece avvicinare le sue truppe a Volterra, e
precludere la strada ai Sienesi, che s'avanzavano ancor essi dal canto
loro; fece occupare diversi castelli, e per ultimo la medesima
cittadella. Allora dichiarò che per dieci anni terrebbe guarnigione in
questa fortezza, ma che per ogni altro rispetto conserverebbe la libertà
e l'indipendenza de' Volterrani. Il primo uso che questi fecero dei
diritti che loro venivano conservati, fu quello di far decapitare il
loro tiranno il 10 ottobre del 1361[548].
[548] _Matteo Villani, l. X, c. 67. — Cronica Sanese, p. 169. —
Paolo Tronci Annali Pisani, p. 392._
La sommissione di Volterra ai Fiorentini accrebbe il risentimento de'
Pisani contro di loro; perciocchè vedevano venuta in mano de' loro
rivali un'importante città nell'istante medesimo, in cui credevano di
farne essi l'acquisto. Altronde i due popoli s'andavano ogni giorno
esasperando con fresche ingiurie. Pietro Gambacorti, cui i Pisani
avevano assegnata Venezia per luogo d'esilio, aveva lasciata questa
città per venire a Firenze, ed in principio del gennajo del 1362 erasi
avanzato, alla testa de' suoi partigiani armati sul territorio di Pisa.
Vero è che i Fiorentini avevano severamente proibito ai loro popoli di
unirsi alla sua gente; ma forse potevano ancora impedire un'aggressione,
che pur non ebbe alcun prospero successo[549].
[549] _Matteo Villani, l. X, c. 85._
D'altra parte Giovanni del Sasso, famoso partigiano, che aveva militato
al soldo dei Fiorentini, erasi reso padrone, non senza loro saputa, del
castello lucchese di Pietrabuona, posto tre miglia al disopra di Pescia.
Questa fortezza era la chiave della valle superiore della Pescia, e del
territorio montuoso di Lucca. I Pisani non eransi lasciati in
quest'occasione ingannare dal bando dato dalla città di Firenze a
Giovarmi del Sasso, e conobbero di dove veniva il colpo, e fecero
avanzare formidabili forze per assediare Pietrabuona[550].
[550] _Ivi, c. 83._
L'istante era finalmente giunto in cui la lunga nimicizia dei due popoli
più non poteva coprirsi sotto pacifiche forme. Le truppe pisane e
fiorentine, ravvicinate le une alle altre sui confini del territorio di
Lucca, s'insultarono alla Romita, al di sopra di Pietrabuona, alla
Cerbaja ed a Montecarlo[551]. Il popolo ed il governo volevano
egualmente la guerra, ed i priori di Firenze adunarono il 18 di maggio
un parlamento per riportarsi alla sua decisione. Annunziarono alla
nazione adunata, che i banditi, che occupavano Pietrabuona, offrivano di
dare questa fortezza alla repubblica; aggiunsero che avevano creduto di
doverla accettare, onde valersene perchè in cambio fosse loro resa
Coriglia o Sorana, che alcuni pretesi banditi Pisani avevano loro tolte.
Ricapitolarono i torti ricevuti dai Pisani, e chiesero al popolo se
approvava la parte presa dalla signoria, e se volevano assumere la
difesa di Pietrabuona. Ad una sola voce il popolo gridò che difenderebbe
il castello, e per tal modo venne decretata la guerra. Per altro questa
determinazione fu troppo tarda per salvare la piazza assediata.
Passarono alcuni giorni prima che Bonifazio Lupo di Parma, che i
Fiorentini facevano venire per comandare le loro truppe, potesse recarsi
al campo, avanti Pietrabuona[552]. Appena vi fu giunto che tornò a
Firenze il 4 giugno per dichiarare alla signoria ch'era stato chiamato
troppo tardi, e che avendo visitato le posizioni degli assedianti, più
non conosceva mezzo di salvare la piazza, che effettivamente
all'indomani fu presa d'assalto. I Pisani festeggiarono clamorosamente
questo leggiero vantaggio, frammischiandovi insulti e minacce contro i
Fiorentini, e rendendo in tal maniera la guerra inevitabile, sebbene non
fossero per anco cominciate le ostilità, e che fosse di già tornato in
loro potere il castello per cui andavano a battersi[553].
[551] _Matteo Villani, l. X, c. 91. — Cron. di Pisa, p. 1037. —
Cron. Sanese, p. 171._
[552] _Poggio Bracciolini Historia Fiorentina, t. XX, l. I, p. 210._
[553] _Matteo Villani, l. X, c. 101._
Nell'armata che i Fiorentini adunarono sotto il comando di Bonifazio
Lupo di Parma, contavansi seicento corazzieri, mille cinquecento
arcieri, e tre mila cinquecento pedoni[554]. La signoria diede la
bandiera il 20 giugno nell'ora ch'era stata fissata dagli astrologhi;
imperciocchè il rinnovamento delle scienze aveva dato maggior credito
all'astrologia giudiziaria, ancora tra quei che si credevano
filosofi[555]. L'armata fiorentina dopo avere attraversata Val di
Nievole, girò bruscamente per Fucecchio, passò l'Arno, saccheggiò Val
d'Elsa, e s'impadronì del castello di Ghiazzano[556].
[554] _Ivi, l. XI, c. 2. — Cron. di Pisa p. 1038._
[555] _Matteo Villani, l. XI, c. 3._
[556] _Matteo Villani, l. XI, c. 6._
Bonifazio Lupo, che comandava quest'armata, non aveva per anco
acquistata molta riputazione, in oltre non era di un rango abbastanza
distinto perchè si potessero porre sotto i suoi ordini moltissimi
signori ed ufficiali, che, come alleati o come soldati, seguivano le
insegne della repubblica. La signoria per appagare la vanità di costoro
fece venire il 16 luglio Ridolfo da Varano, signore di Camerino, cui
affidò il comando[557]. Ma questi fece in breve vedere che non aveva nè
i talenti, nè l'attività del suo predecessore[558]. Pure si avanzò ancor
esso nel territorio nemico; saccheggiò Cascina; accampò a san Savino e
diede de' giuochi presso alle stesse porte di Pisa, ove tre volte
distribuì il prezzo della corsa[559]. Più tardi assediò il castello di
Pecciola, e lo prese l'undici d'agosto[560]: capitolarono in seguito
Montecchio, Ajatico e Tojano; la Maremma fu abbandonata al sacco, ed i
Pisani, che nello stesso tempo trovavansi crudelmente tormentati dalla
peste, quasi non opposero veruna resistenza a tanti guasti[561].
[557] _Poggio Bracciolini Histor. Fiorentine l. I, p. 210._
[558] _Matteo Villani, l. XI, c. 15._
[559] _Ivi, c. 17. — Tronci Ann. Pisani, p. 393._
[560] _Matteo Villani, l. XI, c. 18 e 19. — Cron. di Pisa, p. 1038.
— Cronica Sanese, p. 171._
[561] _Cronica di Pisa, p. 1039._
Ma l'indisciplina delle truppe assoldate, cui Ridolfo da Varano
inspirava poco rispetto, sospese i prosperi successi dell'armata
fiorentina. Il conte Niccola d'Urbino con alcuni ufficiali italiani, ed
i principali contestabili tedeschi chiesero che nell'occasione della
presa di Pecciola l'armata ricevesse doppia paga e mese compiuto. La
signoria rifiutò di dare per così piccola conquista una ricompensa
riservata per le più grandi vittorie; i contestabili posero allora un
cappello sulla punta d'una lancia, e fecero pubblicare nel campo un
invito a tutti coloro che volevano doppia paga e mese compiuto di
adunarsi intorno a quest'insegna, e vi si unirono mille cavalieri. Il
generale ricondusse quest'armata sediziosa a san Miniato per non dare al
nemico lo spettacolo della sua indisciplina, e la signoria congedò tutti
i soldati che avevano avuta parte nel tumulto, ma questi non si
separarono, e formarono una compagnia di ventura sotto il nome di
_cappelletto_ in memoria del cappello, che loro aveva servito d'insegna,
poi passarono nel territorio d'Arezzo, ove cominciarono a vivere di
furti[562].
[562] _Matteo Villani, l. X, c. 23. — Cronica Sanese, p. 172._
Mentre la repubblica fiorentina aveva combattuto prosperamente i Pisani
per terra, si era veduta con istupore farsi a combatterli ancora sul
mare. Vero è che i Pisani, dopo la grande rotta avuta alla Meloria nella
guerra contro i Genovesi, avevano cessato d'essere una potenza
marittima. Per lungo tempo era stato loro vietato, in forza del trattato
convenuto con Genova, di aver in mare galere armate. Durante
quest'intervallo avevano essi perdute le antiche loro abitudini; la
gioventù aveva scelta un'altra carriera; i consigli avevano un'altra
ambizione; i pescatori delle Maremme, quelli di Lerici e della Spezia
avevano abbandonato il loro servigio per passare a quello de' Genovesi;
le colonie di Sardegna e di Corsica, che loro somministravano tanti
marinaj, erano state loro tolte. Dopo tale epoca i Pisani eransi dati
alle manifatture ed all'agricoltura, avevano compiuta la conquista dello
stato lucchese, e raddoppiata in tal modo l'estensione del loro
territorio; ma avevano rinunciato alla navigazione ed alla gloria
marittima. Questa stessa repubblica che spesso aveva armati in pochi
mesi sessanta ed ottanta vascelli, non fu in istato di difendersi quando
i Fiorentini assoldarono Perino Grimaldi di Genova con quattro galere ed
un grande vascello; essi gli avevano inoltre dati due vascelli
napolitani, e con questa piccola squadra il loro ammiraglio pose a
contribuzione tutte le coste dello stato pisano[563].
[563] _Matteo Villani, l. XI, c. 7._
In principio d'ottobre Perino Grimaldi attaccò l'isola del Giglio, ed,
ossia per viltà della guarnigione, o per lo scoraggiamento ispirato
dalla peste, il castello che signoreggia quest'isola, che i Genovesi, i
Catalani ed i Napolitani non avevano mai potuto sottomettere, s'arrese
alla repubblica fiorentina, e ricevette da lei un governatore[564]. In
seguito la flotta volse la prora verso Porto pisano, che non trovò
guardato da verun vascello da guerra. Perino Grimaldi, dopo un'ostinata
pugna, s'impadronì delle due torri che difendevano il porto, tolse la
catena che ne chiudeva l'ingresso, e la fece trasportare a Firenze, ove
se ne vedono ancora alcuni pezzi attaccati alle colonne di porfido, che
stanno innanzi alla porta del battistero[565].
[564] _Ivi, c. 28. — Poggio Bracciolini Historia Fiorent. l. I, p.
210._
[565] _Matteo Villani, l. XI, c. 30._
Finchè la peste regnò in Pisa, i Pisani avevano sofferta la guerra senza
quasi combattere essi medesimi. Alla fine di quest'anno tanto per loro
disastroso, il flagello cessò, ed al principio del susseguente formarono
progetti di conquiste. Rinieri de' Baschi, loro capitano, attaccò
successivamente Altopascio e santa Maria a monte; formò pure l'assedio
di Barga, mentre uno de' suoi ufficiali sorprendeva il castello di Lello
nel Volterrano[566].
[566] _Ivi, c. 37, 45 e 47. — Cron. di Pisa, p. 1041._
I Pisani avevano bisogno di stranieri soccorsi per difendersi e
vendicarsi delle perdite fatte nella precedente campagna. Si volsero a
Barnabò Visconti, capo de' Ghibellini d'Italia, ed alleato ereditario
della repubblica. Barnabò trovandosi impegnato in una pericolosa guerra,
temeva di provocare i Fiorentini; pure non voleva nè meno vedere affatto
perduti i loro nemici, col di cui mezzo sperava un giorno la signoria di
tutta la Toscana. Questo principe, dopo aver lasciato spargere la
notizia della sua morte durante la peste di Lombardia, era uscito
tutt'ad un tratto in agosto del 1361 dalla foresta in cui si era
ritirato, e si era innoltrato alla testa di due mila cavalli verso
Bologna, sperando di sorprenderla; ma essendo state scoperte le
intelligenze che aveva in città, ritirossi senza venire a
battaglia[567]. Per tal modo erasi ravvivata la guerra di Lombardia, che
ben tosto si rese dannosa ai Visconti. Il legato Albornoz aveva persuasi
i signori della Venezia ad unirsi colla Chiesa per difendere Bologna.
Quelli della Scala, i Carrara ed il marchese d'Este avevano promesso di
tener pronti ognuno cinquecento cavalli, e di unirli ai mille
cinquecento che Albornoz obbligavasi di mantenere. Il trattato
d'alleanza fu soscritto in aprile del 1362[568], ed il papa diede il
segno delle ostilità, scomunicando di nuovo Barnabò Visconti, e
dichiarandolo eretico con tutti i suoi aderenti[569].
[567] _Matteo Villani, l. X, c. 74._
[568] _Ivi, c. 96. — Cron. di Bologna, p. 464. — Math. de
Griffonibus Memor. Histor. de Reb. Bonon. p. 178. — Cherub.
Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXIV, p. 261._
[569] _Matteo Villani, l. X, c. 99. — Cron. di Bologna, p. 467._
Mentre l'armata della nuova lega invadeva contemporaneamente gli stati
di Barnabò dalla banda di Modena e di Brescia, e che otteneva diversi
vantaggi, il marchese di Monferrato stringeva la casa Visconti dalla
parte di Novara e di Tortona[570]. In maggio del 1361 egli aveva preso
al suo soldo la compagnia bianca degl'Inglesi, e col di lei ajuto aveva
guastato una parte del Piemonte. Ma gl'Inglesi non avevano fatto minor
danno al marchese che al Visconti; il primo era impaziente di
disfarsene, e Barnabò, sollecitato dai Pisani a soccorrerli, ottenne di
far passare al loro soldo questa compagnia che gli faceva la guerra; e
liberandosi in tal modo di un nemico, soccorreva un alleato, e schivava
in pari tempo di venire ad aperta rottura coi Fiorentini, che non voleva
disgustare[571]. I Pisani promisero quaranta mila fiorini di soldo
agl'Inglesi per quattro mesi da incominciarsi col giorno in cui
cesserebbe la loro convenzione col marchese[572].
[570] _Matteo Villani, l. XI, c. 4, 9 e 14. — Cron. di Bologna, p.
465._
[571] _Bernardino Corio Stor. Milanese, p. III, p. 237._
[572] _Matteo Villani, l. XI, c. 48. — Petri Azarii Chron., p. 413._
Pietro Farnese, che dal 27 marzo in poi comandava i Fiorentini, e
Rinieri de' Baschi capitano dei Pisani desideravano ugualmente di venire
a battaglia prima che giugnessero gl'Inglesi; il primo temeva la loro
superiorità, l'altro non voleva perdere l'onore della vittoria. Le due
armate scontraronsi il 7 maggio a san Piero presso Bagno alla Vena. I
Fiorentini avevano mille seicento cavalli; i Pisani, orgogliosi per un
leggiero vantaggio ottenuto in Garfagnana, e valutando la superiorità
della loro fanteria, osarono di attaccarli con seicento corazzieri.
Furono disfatti dopo una sanguinosa battaglia, e Pietro Farnese il
giorno 11 maggio entrò trionfante in Firenze conducendo con sè Rinieri
de' Baschi, il generale nemico, fatto prigioniero con cento cinquanta
de' suoi migliori soldati[573].
[573] _Matteo Villani, l. XI, c. 50 e 51. — Cron. di Pisa, p. 1041._
Dopo qualche giorno di riposo, Farnese marciò di nuovo contro Pisa, e
fece battere monete d'oro e d'argento in faccia alle porte di questa
città[574]. Pose in seguito l'assedio a Montecalvoli, di cui sarebbesi
impadronito, se i Pisani non avessero saputo spargere il timore nel
campo fiorentino. Ogni notte facevano essi uscire di città i loro
corazzieri, e li facevano rientrare in pieno giorno coperti di sudore e
di polvere, ricevendoli come se fossero gente della compagnia inglese.
Le spie fiorentine avvisarono subito i priori dell'arrivo di queste
nuove truppe, e siccome sapevasi che realmente questa compagnia erasi
posta in viaggio alla volta di Pisa, la signoria, temendo di una
sorpresa, ordinò al Farnese di ritirarsi[575].
[574] _Scipione Ammirato Stor. Fiorent., l. XII, p. 623._
[575] _Matteo Villani, l. XI, c. 54 e 55._
Il terribile contagio che nel precedente anno aveva fatto strage in
Pisa, erasi manifestato nel campo fiorentino. Il 19 giugno, il generale
Pietro Farnese cadde infermo e morì lo stesso giorno[576]. Questo
flagello si estese anche a Firenze e gli rapì un uomo, la di cui perdita
fu più deplorabile, lo storico cui siamo debitori della pittura così
vera e così animata dei costumi e degli avvenimenti accaduti alla metà
del 14.º secolo. Matteo Villani morì di peste come suo fratello Giovanni
erane morto 15 anni prima. Fu sopraggiunto dalla malattia l'8 luglio, ed
il 12 rese divotamente l'anima a Dio[577]. Attribuivasi al suo sobrio e
temperato vivere la lunga resistenza di cinque giorni alla violenza del
male. Incaricò, morendo, suo figliuolo Filippo Villani di continuare la
sua storia fino all'istante in cui si ristabilirebbe la pace tra Firenze
e Pisa[578].
[576] _Matteo Villani, l. XI, c. 59. — Poggio Bracciolini, l. I, p.
211. — Scipione Ammirato l. XII, p. 624._
[577] Matteo Villani riferisce nell'ultimo capitolo della sua
storia, che un'armata di Locuste fu il primo luglio spinta dai venti
sopra Ancona, Fano e Pesaro. Non potè saperlo in Firenze che il
giorno 3, o il 4, onde si rende chiaro che continuò a scrivere la
storia fino al giorno in cui morì.
[578] _Filippo Villani nel proemio, t. XIV. p. 729._
Verun istorico ispira maggior rispetto, stima ed affetto di Matteo
Villani. Religioso senza superstizione, rispetta la Chiesa, e nondimeno
ardisce dipingere coi più vivi colori la corruzione e i delitti di
alcuni suoi capi. Abbastanza versato nella politica e nella conoscenza
del cuore umano per notare tutti gli errori de' governi, e per
attribuire agli avvenimenti la vera loro cagione, è troppo dabbene per
approvare giammai la mancanza di fede, o per supporre che possa derivare
verun vantaggio dalla perfidia. Egli sollevasi al di sopra de'
pregiudizj dell'astrologia giudiziaria, dei quali suo fratello non
andava esente; abbraccia nella sua storia tutto il mondo conosciuto, e
con un colpo d'occhio filosofico e penetrante attribuisce ad ogni popolo
il suo vero carattere. Egli si anima per dipingere la virtù, si sdegna
contro il vizio, s'infiamma per la libertà. Veruno storico d'Italia non
rese mai a quest'ultima un più nobile e più costante omaggio. La fazione
che governava Firenze non sostenne sempre pazientemente le sue censure;
lo fece ammonire come Ghibellino il 29 aprile del 1363, e lo escluse in
tal modo dai pubblici impieghi l'ultimo anno della sua vita[579].
[579] _Marchione di Coppo Stefani Stor. Fiorent., l. IX, Rub. 692,
t. XIV, p. 45. — Scipione Ammirato Stor. Fiorent., l. XII, p. 621._
La compagnia bianca degl'Inglesi era giunta il 18 luglio a Pisa in
numero di due mila cinquecento cavalli, e due mila fanti. I Pisani la
riunirono, sotto il comando di Ghisello degli Ubaldini, alle truppe che
di già avevano, cioè ottocento corazzieri assoldati, otto mila pedoni,
ed un grosso numero di gentiluomini e di cavalieri che servivano senza
paga. I Fiorentini avevano nominato capitano Ranuccio Farnese, fratello
di Pietro, morto ai loro servigi; ma l'armata che avevano posta sotto i
di lui ordini era debolissima, e la peste che infieriva in città, nelle
terre e nel campo, rendeva ogni difesa difficile. Era questa la volta in
cui i Pisani potevano senza incontrare ostacolo entrare nel territorio
fiorentino. Essi recaronsi da prima a Lucca, di dove passarono innanzi a
Pistoja, tenendo la strada della montagna; ma invece di fare l'assedio
di questa città, che non poteva opporre lunga resistenza, non pensarono
che a rendere ai Fiorentini sotto le loro proprie mura gli affronti che
avevano da loro ricevuti. Stabilirono il loro campo tra Peretola e
Campi, fecero coniare danaro alle porte di Firenze, distribuirono premj
per una corsa di cavalli, ed appiccarono tre asini ad una forca, con
alcuni brevi che loro davano i nomi dei tre magistrati fiorentini.
Impiegarono in queste ridicole ostentazioni una forza ed un tempo che
sarebbe loro bastato per fare importanti acquisti[580]. Guastarono in
seguito la campagna tra Firenze e Prato, le Lastre, la Val di Pesa, ed
una parte della Val d'Arno; finalmente tornarono a Pisa pel piano di
Empoli[581].
[580] _Filippo Villani, c. 63. — Cronica Sanese p. 177. — Paolo
Tronci Annali di Pisa, p. 401._
[581] _Cronache di Pisa, p. 1042._
Quando la peste cessò, i Fiorentini si presero cura ancora essi di
adunare un'armata. Trattarono colla compagnia della Stella, ch'era in
Provenza e con varj capitani tedeschi, ma Barnabò Visconti ebbe modo di
render vani tutti i loro negoziati, e di ridurli a due mila cavalieri
mal armati e male capitanati, che arrolarono in mancanza di altri[582].
I Fiorentini posero alla loro testa Pandolfo Malatesti, uno de' signori
di Rimini, che poc'anni prima aveva con tanta prudenza e valore difesa
la Toscana contro il conte Lando e la grande compagnia.
[582] _Filippo Villani, c. 65, p. 731._
Ma il Malatesti era di quella razza romagnuola tanto in Italia rinomata
per la sua perfidia ed i suoi tradimenti. Sapeva in quale stato di
spossamento aveva la peste gettata Firenze; sapeva che alcuni domestici
intrighi, effetti dell'ultima congiura, rendevano debole il governo;
vedeva che la momentanea potenza de' Pisani, e la forza della compagnia
inglese erano cagione di grandi timori in città, e si lusingò, ove gli
riuscisse di accrescere il timore del popolo, di vendergli cari i suoi
soccorsi, ed all'ultimo di avere la signoria di Firenze, siccome in
altre quasi eguali circostanze, l'avevano prima di lui ottenuta i duchi
di Calabria e di Atene.
Questa speranza fece tenere a Malatesti la più perfida condotta e la più
criminosa. L'Omo Santa-Maria, signore di Jesi, nuovo capitano dei
Pisani, era entrato cogl'Inglesi in Val d'Arno di sopra, ed il 17
settembre erasi reso padrone di Filigne senza quasi trovare
resistenza[583]. Malatesti, quasi volesse precludergli la strada,
stabilì il suo campo all'Ancisa, ma diede a questo campo così grande
estensione che riusciva quasi impossibile il poterlo difendere; ne
allontanò i migliori soldati, sotto pretesto di fare una scorreria nel
territorio pisano, ed egli stesso l'abbandonò per tornare a Firenze. In
sua assenza fu sorpreso il campo il 3 ottobre, ed i Fiorentini
perdettero più di quattrocento uomini[584]. Il forte castello
dell'Ancisa rimaneva almeno per coprire Firenze, ma all'indomani il
luogotenente di Pandolfo l'abbandonò ai nemici. Si videro giugnere verso
la città i fuggiaschi che tornavano dall'armata, e Pandolfo, che gli era
andato all'incontro, retrocesse a briglia sciolta, e raddoppiò
l'universale terrore. Andò a dichiarare agli otto signori della guerra,
che non conosceva verun altro mezzo per salvare Firenze, che quello di
unire al potere militare di cui era rivestito un potere giudiziario
sopra i cittadini, onde mantenere l'uno coll'altro, e punire a tempo le
congiure che scoprirebbe in città. I signori della guerra adunarono in
vista di tale inchiesta un consiglio straordinario cui invitarono tutti
i più riputati cittadini[585]. Quando gli otto della guerra ebbero
dichiarato a questa assemblea la domanda del Malatesti, Simone,
figliuolo di Rinieri Peruzzi, si levò, e disse ad alta voce «Abbadate di
non accordare al Malatesti veruna nuova prerogativa, i suoi progetti non
ad altro mirano che ad usurpare la tirannide: ricordatevi del duca
d'Atene, de' suoi cominciamenti, e come osò in seguito trattarvi;
riconoscete la dolcezza della libertà, e vivete e morite conservandola.»
A tali parole tutto il consiglio dimenticò il pericolo della vicinanza
degl'Inglesi, il credito di cui godeva il Malatesti, e la confidenza che
ispiravano i suoi passati servigi. I priori fecero rinnovare ai soldati
il giuramento di fedeltà alla signoria di Firenze; nominarono un nuovo
giudice, affatto indipendente dal Malatesti, dichiarando che il potere
del generale non si stendeva che sopra le truppe e le milizie[586].
[583] _Filippo Villani, c. 63. — Scipione Ammirato t. XII, p. 627._
[584] _Filippo Villani, c. 69. — Cronica di Pisa p. 1043. — Poggio
Bracciolini, l. I, p. 211._
[585] Tale adunanza chiamavasi il _Consiglio dei Richiesti_, e vi si
ricorreva in tutte le difficili circostanze.
[586] _Filippo Villani, c. 69. — Scipione Ammirato l. XII, p. 628._
Pandolfo non mostrò verun malcontento per questa decisione del
consiglio, ma conchiuse che i Fiorentini non erano ancora bastantemente
umiliati. Permise dunque appositamente che venisse saccheggiata la
campagna di Ripoli, senza far resistenza ai Pisani, cui era superiore di
forze[587], e quando l'Omo di Jesi volle scendere la Val d'Arno per
ricondurre le sue genti a Pisa, Malatesti condusse le milizie fiorentine
incontro a lui, quasi per voler precludergli la strada; ma invece di
farle sostenere dai corazzieri, ritenne questi in città e fece chiudere
le porte: di modo che se gl'Inglesi avessero attaccata la milizia
fiorentina, questa sarebbe stata infallibilmente tagliata a pezzi.
Quest'ultimo tradimento fece conoscere alla signoria ciò che doveva
aspettarsi da Pandolfo. In riguardo ai suoi antichi servigi, e pel nome
che portava, volle perdonargli i suoi progetti; ma lo ammonì
severamente, avvertendolo che se usava indulgenza, era in memoria
dell'antica amicizia, ch'egli stesso aveva voluto tradire. Pandolfo
rimase fino al termine convenuto capitano delle genti da guerra, ma
venne spogliato d'ogni autorità sopra la città e sopra le milizie[588].
[587] _Filippo Villani, c. 70._
[588] _Filippo Villani, c. 73._
La compagnia inglese di ritorno a Pisa si riposò alcun tempo, indi si
accordò di nuovo per sei mesi in servigio di questa repubblica per la
somma di cento cinquanta mila fiorini. Era in allora composta di mille
lance, e di due mila pedoni. Gl'Inglesi avevano i primi introdotta in
Italia l'usanza di contare i cavalieri per lance. Questo nome in allora
disegnava tre cavalieri, che avevano fatta tra di loro una specie
d'associazione. I loro cavalli non servivano che a trasportarli colla
loro pesante armatura sul campo di battaglia, ove combattevano il più
delle volte a piedi. Erano coperti di cotte di maglia, fortificate sul
petto da una lastra d'acciajo, i loro braccialetti, le corazze, gli
stivaletti erano di ferro, portavano al fianco una forte spada ed una
daga; due uomini tenevano la stessa lancia, essi l'abbassavano e
l'avanzavano lentamente, serrati in falange, fortemente gridando. Ogni
corazziere era seguito da uno o due paggi, quasi unicamente occupati a
ripulire le loro armi, onde brillavano come specchi.
Era la prima volta che si vedevano corazzieri scendere da cavallo per
combattere a piedi. Con tale pratica aggiugnevano all'impenetrabile
armatura de' cavalieri, la solidità dell'infanteria, e la loro falange
difficilissimamente poteva essere rotta. Gl'Inglesi sprezzavano il più
rigido freddo degl'inverni d'Italia, e veruna stagione faceva loro
sospendere le loro operazioni. Non mostravano minore abilità nelle
sorprese e ne' colpi di mano, che valore nelle battaglie. Seco portavano
scale composte di vari pezzi, che s'innestavano gli uni negli altri, e
cadauno non aveva mai più di tre gradi, di modo che potevano facilmente
giugnere alla sommità delle più alte torri, e le loro scale non
oltrepassando mai il muro non potevano essere rovesciate dagli
assediati[589].
[589] _Filippo Villani, c. 79._ — Queste stesse scale, di cui fece
uso il duca di Savoja nel 1602 per dare la scalata a Ginevra, hanno
poi servito di modello a quelle, che s'adoprano per gl'incendi.
I Pisani andavano debitori ai Visconti della venuta di questa prima
compagnia; si volsero di nuovo a questi signori in principio della
seguente campagna per far venire col mezzo loro nuove truppe di
Lombardia. Volevano approfittare dei loro prosperi successi per
ottenerne altri maggiori, e procurarsi una gloriosa pace. I Visconti,
dal canto loro, trovavansi in migliore situazione che mai di soccorrere
Pisa. La campagna del 1363 erasi aperta in Lombardia in un modo
brillante per la Chiesa e per i suoi alleati. Un'armata di duemila
cinquecento corazzieri, comandata da Ambrogio, figliuolo naturale di
Barnabò, era stata rotta il 16 aprile, presso Modena. Ambrogio era stato
fatto prigioniere con un gran numero di ragguardevoli ufficiali[590]. Ma
la guerra non erasi in appresso trattata con vigore. Barnabò,
scoraggiato dalla disfatta del figliuolo, aveva cercato di riconciliarsi
col papa; ed in settembre aveva conchiuso un armistizio che venne
seguito da lunghe negoziazioni. Il 3 di marzo 1364 la pace di Lombardia
venne finalmente conchiusa. Il Visconti rinunciò a tutte le sue pretese
sopra Bologna, e rese al papa tutti i castelli del Bolognese ch'egli
aveva occupati. Ciò peraltro fece a condizione che il cardinale
Albornoz, di cui Barnabò temeva la vicinanza, non amministrerebbe quella
legazione. Un altro cardinale, chiamato Androino della Roche, fu dal
papa deputato al governo di Bologna[591]. I signori lombardi ed i
Visconti si restituirono a vicenda i castelli che si erano tolti. Il
marchese di Monferrato fece dal canto suo la pace con Galeazzo Visconti,
ed i due principi cambiarono alcune parti del proprio territorio per
rotondare vicendevolmente i loro stati. E per tal modo essendosi renduta
la pace alla Lombardia, i signori ed i popoli sentivano eguale premura
di rimandare le compagnie di ventura, che gli avevano così crudelmente
oppressi[592].
[590] _Matteo Villani, l. XI, c. 44. — Cron. di Bologna p. 467. —
Cron. Placent. p. 507._
[591] _Cron. d'Orvieto t. XV, p. 686. — Ghirardacci Storia di
Bologna l. XXIV, p. 274._
[592] _Cronica di Bologna p. 471. — Petri Azarii Cron. p. 414. —
Bernard. Corio Stor. Milan. P. III, p. 237._
Galeazzo Visconti s'affrettò quindi di offrire ai Pisani la compagnia
d'Anichino Bongarten, composta di tre mila corazzieri o _barbute_[593],
la quale si pose in marcia per la Toscana in principio di marzo. I
Pisani trovarono allora d'avere sei mila corazzieri sotto i loro ordini,
ragguardevole armata, che verun sovrano in Italia non aveva ancora
avuta. Gl'Inglesi al loro soldo avevano saccheggiato in febbrajo la Val
di Nievole e le campagne di Vinci e di Lamporecchio[594]. L'istante
pareva ai Pisani propizio per istabilire una gloriosa pace. Supplicarono
il papa di assumerne la mediazione, e questi mandò a tale oggetto a
Firenze fra Marco da Viterbo, generale de' Francescani.
[593] Davasi questo nome ai corazzieri tedeschi a motivo della
criniera ond'era ornato il loro caschetto.
[594] _Filippo Villani, c. 81._
La signoria fiorentina non voleva compromettere l'onore della repubblica
con uno svantaggioso trattato; altronde, rifiutando la pace, temeva di
trovarsi risponsabile degli avvenimenti; adunò dunque un consiglio
straordinario, o dei _richiesti_. Prima di dare udienza al nunzio del
papa, uno degli otto della guerra annunziò ai cittadini adunati, che la
compagnia della Stella di quattro mila corazzieri, che trovavasi in
allora in Provenza entrava ai servigi della repubblica; che due mila
altri erano stati assoldati in Germania, e che gli uni e gli altri
giugnerebbero in Toscana prima che terminasse il mese. Indipendentemente
da queste due compagnie la repubblica aveva di già tre mila corazzieri
al suo soldo. Il tesoriere prese allora a parlare. Assicurò che Firenze,
dopo avere pagate le sue truppe fino alla fine di ottobre, non
troverebbesi in debito che di 166,000 fiorini; e fece vedere quali erano
ancora le risorse dello stato. La signoria dopo di avere fatto così
conoscere al popolo i suoi mezzi di sostenere gloriosamente la guerra,
fece entrare in consiglio il generale de' Francescani. Questi espose le
domande dei Pisani, che parvero così arroganti, che il consiglio ad una
voce risolse di continuare la guerra, e di aspettare a trattare quando
Firenze avrebbe ottenuta qualche vittoria[595].
[595] _Filippo Villani, c. 82._
Ma Galezzo Visconti avendo corrotti coi regali i capi della compagnia
della Stella impedì loro di recarsi a Firenze nello stabilito termine,
ed i Pisani ne approfittarono per guastare il territorio fiorentino.
Avevano dato il comando dell'armata ad un avventuriere, che si rese in
seguito famoso nelle guerre d'Italia, e che aveva di già servito con
distinzione nelle guerre degl'Inglesi in Francia. Era questi Giovanni
Hawkwood, che gl'Italiani chiamano _acuto_ o _aguto_[596]. Questi
attraversò la Val di Nievole a mezzo aprile; entrò nel territorio di
Pistoja e di Prato, senza trovare opposizione; passò avanti alle porte
di Firenze, e si avanzò fino nel Mugello, facendo una ragguardevolissima
preda in quelle ricche campagne[597].
[596] _Filippo Villani, c. 79._ Il nome d'Hawkwood è stato sfigurato
in mille modi; ma la sua traduzione che trovasi in un autore
contemporaneo, _Falcone in bosco_, lo fa riconoscere.
[597] _Filippo Villani, c. 84._
Ritornando da questa spedizione gl'Inglesi s'avvicinarono di nuovo a
Firenze l'ultimo giorno di aprile. Eransi fatti avanti alle porte della
città alcuni trincieramenti per difenderle; gl'Inglesi gli attaccarono e
presero d'assalto, dopo avere uccisa molta gente ai Fiorentini. Anichino
Bongarten colse quest'occasione per farsi armare cavaliere in mezzo alla
pugna ed in faccia alla porta della città. In appresso egli conferì lo
stesso ordine a molti contestabili inglesi e tedeschi che militavano
sotto di lui. Durante la notte l'armata celebrò la festa della
cavalleria sul colle di Fiesole, che soprasta a Firenze. Dalle mura
della città vedevansi i soldati nemici danzare in giro con fiaccole in
mano, ed udivansi ripetere nelle loro orgie i venerandi vocaboli che i
priori adoperavano in palazzo nelle pubbliche deliberazioni[598]. Dopo
avere per altri due giorni saccheggiate ancora le campagne di Firenze,
Aguto condusse la sua armata in Val d'Arno di sopra; indi attraversò il
territorio d'Arezzo, quello di Cortona e di Siena, e tornò a Pisa per la
Val d'Elsa, dopo avere portata la desolazione in quasi tutte le province
del territorio fiorentino[599].
[598] _Guardia, Studia i Collegi, manda per Richiesti ec. Filippo
Villani, c. 89. — Scipione Ammirato, l. XII, p. 640._
[599] _Filippo Villani, c. 89._
Il conte Enrico di Monforte, capitano de' Fiorentini, tirò, gli è vero,
qualche vendetta di tanto oltraggio con una rapida incursione nel
territorio nemico, ove abbruciò Livorno e Porto Pisano[600]. Frattanto
ancora non giugneva la compagnia della Stella, onde i Fiorentini si
videro forzati a ricorrere ad altri mezzi per difendersi contro i loro
avversarj. Gl'Inglesi e la compagnia di Bongarten erano vicini al
termine dei loro impegni coi Pisani. Queste truppe mercenarie
indifferenti alla causa per cui combattevano, non pensavano che a
vendere i loro servigi al più alto prezzo. I Fiorentini trattarono
segretamente coi loro capi[601]; li ridussero, mediante una grossa somma
di danaro, a non ricevere nuovo soldo dai Pisani e ad allontanarsi dalla
Toscana: il solo Aguto rimase al servigio di questa repubblica con circa
mille corazzieri inglesi.
[600] _Filippo Villani, c. 90. — Cron. di Pisa, p. 1044. — Cron.
Sanese, p. 185._ L'autore di quest'ultima avendo senza dubbio
copiate Memorie Pisane, confuse l'anno pisano col volgare e
imbrogliò tutta la cronologia.
[601] _Cronache di Pisa, p. 1045. — Sozomeni Pistoriensi Historia,
t. XVI, p. 1078._
I Fiorentini nominarono in seguito un nuovo capitano di guerra, e
sovvenendosi piuttosto gli antichi servigi che una fresca ingiuria,
ricorsero di nuovo alla famiglia de' Malatesti di Rimini. Galeotto,
fratello del vecchio signore di questa città e zio di Pandolfo, era uno
de' più riputati generali d'Italia, e fu questi che la repubblica pose
alla testa delle sue genti di guerra[602]. Galeotto assunse il comando
dell'armata fiorentina in sul finire di luglio, e la condusse a Cascina,
sei miglia lontana da Pisa. Ma, appena giunto, si propose di seguire i
progetti di suo nipote, e non pensò che ad indebolire lo stato di cui
gli era stata affidata la difesa, onde più facilmente sottometterlo. Con
premeditato disegno espose il suo campo ad una sorpresa, non lo avendo
nè fortificato nè circondato di vedette, e permettendo ai soldati di
disperdersi come se si trovassero al sicuro dai nemici. Hawkwood, che
n'ebbe avviso, si pose in marcia con mille cavalli e tutta la fanteria
pisana per attaccarlo. Fortunatamente alcuni antichi contestabili,
attaccati di cuore al servigio de' Fiorentini, sospettarono il
tradimento del loro generale. Manno Donati di Firenze, e Bonifazio Lupo
di Parma adunarono i soldati, li fecero armare e li prepararono alla
battaglia. Ricevettero vigorosamente i Pisani tosto che questi si
presentarono. Hawkwood, che contava sopra una sorpresa, ritirossi a
precipizio co' suoi cavalli, tostocchè conobbe di essere atteso. La
fanteria pisana ebbe mille morti e due mila prigionieri, ed il resto
salvossi a stento, e non avrebbe potuto fuggire se Galeotto avesse
voluto approfittare della vittoria. Ma tutt'all'opposto questo generale
non pensò che ad eccitare il malcontento nell'armata, sollecitandola a
pretendere ricompense di doppia paga e di mese compiuto per avere difeso
il campo, ov'erasi lasciata sorprendere[603].
[602] _Poggio Bracciolini, l. I, p. 214. — Scipione Ammirato Storia
Fiorent., l. XII, p. 643._
[603] _Filippo Villani, c. 97. — Croniche di Pisa, p. 1045._
Gl'intrighi e la malafede de' Malatesti e la discordia che manifestavasi
in diversi corpi dell'armata fiorentina, determinarono finalmente la
signoria a pensare di proposito alla pace. L'onore della repubblica era
stato posto in sicuro dalla vittoria di Cascina; i Pisani erano umiliati
e deboli, e Firenze doveva oramai temere assai più il suo proprio
generale che i nemici. La signoria rinnovò adunque i trattati che il
generale de' Francescani aveva aperti. Urbano V aveva dato l'arcivescovo
di Ravenna per aggiunto a questo monaco. Colla loro mediazione gli
ambasciatori dei due popoli unironsi a Pescia, nella chiesa di san
Francesco, ed il congresso si aprì con egual desiderio da ambe le parti,
di terminare le ostilità[604].
[604] _Filippo Villani, c. 100. — Cron. di Pisa, p. 1046. — Cronica
Sanese, p. 187._
Ma, sebbene il trattato fosse in breve ridotto a termine, una strana
rivoluzione sopraggiunta a Pisa rovesciò il governo di questa
repubblica, e fu in procinto di rinnovare la guerra, prima che si
pubblicasse il trattato di Pescia. I Visconti, senza volere apertamente
dichiararsi contro i Fiorentini, avevano per altro cercato di formarsi
coi loro intrighi, o di mantenersi in Toscana un partito, coll'ajuto del
quale potessero un giorno stendere il loro dominio su tutta questa
provincia. Avevano sovvenuto danaro ai Pisani, accordate e fatte passare
al loro servigio due compagnie d'avventurieri, fermata quella che i
Fiorentini avevano presa al loro soldo, e lusingavansi che la
continuazione della guerra determinerebbe all'ultimo i Pisani a porsi
volontariamente sotto la loro dipendenza. Soltanto sembrava loro
necessario di piegare una prima volta lo spirito ed il carattere altero
de' cittadini, e di avvezzarli a riconoscere un padrone. L'ambasciatore
che i Pisani avevano mandato ai signori di Milano parve a questi proprio
alle loro viste. Costui, detto Giovanni dell'Agnello, era un mercante
d'una famiglia borghese, attaccato al dominante partito dei Raspanti, e
che fin allora non aveva avuta veruna onorificenza[605]. Barnabò
Visconti, dopo avere scoperta in Agnello ambizione, spirito d'intrigo e
falsità propria a formare un tiranno, si offrì d'ajutarlo con tutte le
sue forze e con tutte le sue ricchezze, per farlo signore di Pisa; ed
Agnello in contraccambio promise al Milanese, che s'egli comandava una
volta in Pisa, terrebbe questa città dipendente dalla casa Visconti,
come se fosse suo luogotenente e non suo alleato.
[605] _Benvenuto Marangoni, Cron. di Pisa, p. 736._
Agnello, di ritorno a Pisa, osò di proporre in uno de' consiglj, che
precedettero il trattato di pace, di nominare un signore annuale, onde
ispirare più di confidenza a Barnabò, loro fedele alleato, come pure
alle genti d'armi, ed a fine di tenere più segrete le deliberazioni
dello stato. Indicò in pari tempo per questo comando Pietro d'Albizzi di
Vico, uno de' più virtuosi cittadini di Pisa, che veniva allora nominato
ambasciatore per trattare la pace coi Fiorentini. Pietro rigettò questa
proposizione con orrore, dichiarando ch'era solamente colla pace ch'egli
andava a negoziare, non già col sagrificio della libertà, che conveniva
salvare la patria. Ma dopo la partenza di Pietro di Vico pel congresso
di Pescia, Agnello rinnovò la sua proposizione nel prossimo consiglio,
ed un certo Vanni Botticella, nipote d'un macellajo, ebbe la
sfrontatezza di chiedere per sè la signoria che Agnello proponeva di
stabilire. Questi lodò lo zelo di Botticella, ma gli chiese se aveva in
danaro contante trentamila fiorini, ch'erano necessari a quello che si
caricherebbe del governo, onde pagare il loro soldo alle truppe; e
perchè Botticella confessò la sua impotenza, Agnello domandò di nuovo
che s'indicasse qualche altro uomo abbastanza ricco ed abbastanza abile
per salvare la repubblica.
Questa bizzarra proposizione, ripetuta con tanta asseveranza, eccitò
finalmente i sospetti de' migliori cittadini di Pisa. Nello stesso tempo
si sparse voce che Agnello adunava soldati e persone pericolose nella
propria casa. Una sera molti riputati cittadini presero le armi, e
recaronsi al palazzo degli anziani, chiedendo a questi magistrati di
ordinare una visita nella casa di Agnello, ed ottennero che si eseguisse
in sull'istante. Ma Agnello aveva preveduta questa ricerca, ed aveva
alloggiati i soldati ed i banditi da lui adunati, non nella propria
casa, ma presso alcuni de' suoi amici e complici. Quando ebbe avviso
dell'avvicinarsi degli anziani, si pose a letto, coperto com'era della
corazza; fece che si coricasse al suo fianco la consorte, ed ordinò ciò
che far doveva alla piccola fantesca, che sola stava con loro in quella
casa: poi s'infinse di dormire profondamente.
I cittadini armati, guidati da uno de' magistrati, si presentarono
intanto alla porta d'Agnello, che venne loro aperta all'istante. Essi
avanzaronsi fino alla camera ov'era coricato il padrone della casa, e
l'udirono russare. La consorte, appena coperta d'una veste da camera, si
rizzò di subito. «Mio marito dorme, loro disse, egli è stanco assai; ma
se la patria o i magistrati hanno di lui bisogno, io lo sveglierò». I
cittadini che i primi avevano sospettato arrossirono dei loro sospetti e
si vergognarono d'avere così sorpresa una donna rispettabile,
ritirandosi senza permettere che si svegliasse Agnello. Tornati presso
gli anziani, dichiararono che i loro sospetti non avevano fondamento, e
si disarmarono. Ma si erano appena ritirati, che Agnello balzò
tutt'armato dal letto in cui fingeva di dormire per porsi alla testa de'
banditi che aveva adunati. Marciò con loro al palazzo, e sorprese le
guardie della signoria. Giovanni Hawkwood, guadagnato dal danaro dei
Visconti, favoreggiava la sua usurpazione, ed aveva fatti montare a
cavallo i suoi corazzieri per sostenerlo. Agnello si pose a sedere nella
sala della signoria sulla seggiola del presidente; fece l'un dopo
l'altro risvegliare gli anziani, e condurre innanzi a lui. «Maria
Vergine, disse loro, mi ha rivelato questa stessa notte che per la
prosperità ed il riposo di Pisa io debba prendere, almeno per lo spazio
di un anno, il titolo e le funzioni di doge. In esecuzione di questo
ordine celeste ho di già distribuiti del mio proprio trenta mila fiorini
alle truppe in pagamento del loro soldo arretrato. Io vi ho fatti
chiamare perchè voi raffermiate subito coi vostri suffragi questa
celeste nomina.» Gli anziani sorpresi e spaventati, vedendosi circondati
dai satelliti di Agnello, non opposero resistenza. Giurarono l'un dopo
l'altro ubbidienza al nuovo doge. Questi fece in appresso cercare a casa
loro tutti i più riputati cittadini, e tutti quelli che gli erano
sospetti per far loro dare lo stesso giuramento; e mentre faceva
lampeggiare le spade intorno alle loro teste, non risparmiava promesse
per sedurli. Ad uno offriva il vicariato di Lucca, ad un altro quello di
Piombino, ad un terzo la scelta tra le varie castellanie dello stato.
Durante tutta la notte i magistrati ed i cittadini gli furono gli uni
dopo gli altri condotti, per giurargli fedeltà. Fatto giorno corse la
città, con una pompa ducale, accompagnato dagli anziani, mentre i
soldati, che lo circondavano, sforzavano il popolo a salutarlo col nome
di doge.
Per assodare il suo potere Agnello riunì sedici famiglie di cittadini in
una sola, di cui si dichiarò capo. Tutti i membri di questa nuova
corporazione dovevano portare il titolo di conti, e gli stessi stemmi.
Agnello dava ad intendere che dopo un anno deporrebbe la sua dignità e
darebbe luogo a quello dei conti che il popolo nominarebbe suo
successore. Ma veruno seguì meglio d'Agnello i consigli dati dal conte
di Montefeltro a papa Bonifacio[606]. Promise per farsi de' partigiani;
e per conservarsi loro padrone non attenne le sue promesse. Ben tosto
lasciò il titolo di doge adoperato di già in due repubbliche marittime,
per assumere quello di signore; si circondò della più ridicola pompa;
più non mostrossi al popolo che collo scettro d'oro in mano, e la stoffa
d'oro sospesa in sul capo; pretese finalmente che gli si presentassero
le suppliche stando in ginocchio, sebbene fin allora non si usasse
quest'atto di sommissione che ai papi ed agl'imperatori[607].
[606] «Lunghe promesse coll'attender corto.» (_Dante, inferno._)
[607] _Filippo Villani, c. 101. — Croniche di Pisa, p. 1046. —
Tronci Annali di Pisa, p. 412._ Ma quest'ultimo, secondo il solito,
è breve e poco soddisfacente.
In questo tempo, Pietro d'Albizzo di Vico, l'ambasciatore de' Pisani al
congresso di Pescia, s'affrettò d'ultimare le vertenze della sua patria
coi Fiorentini. La pace venne segnata il 17 agosto del 1364. Le antiche
esenzioni accordate ai mercanti fiorentini vennero tutte rinnovate; il
castello di Pietrabona, ch'era stata la prima cagione della guerra fu
dai Pisani ceduto ai Fiorentini; gli altri castelli, presi da ambe le
parti, vennero vicendevolmente restituiti, ed i Pisani si obbligarono a
pagare ai Fiorentini entro dieci anni cento mila scudi d'oro per le
spese della guerra, cioè dieci mila ogni anno, la vigilia della festa di
san Giovanni, protettore di Firenze[608].
[608] _Filippo Villani, c. 102. — Scipione Ammirato, l. XII, p.
648._