CAPITOLO XLV.

_Affari della Toscana. — Rivalità di Firenze e di Pisa; guerra

di Perugia. — I Fiorentini respingono la grande compagnia. —

Sommissione della Romagna alla Chiesa._

1356 = 1359.

Non erano passati che pochi mesi da che l'imperatore Carlo IV erasi

allontanato dalla Toscana, dopo avervi cagionate tante rivoluzioni,

quando il capo de' Ghibellini in questa contrada, Pietro Saccone dei

Tarlati terminò la sua lunga carriera. Esiliato da Arezzo, ov'era stato

lungo tempo signore, Saccone risiedeva nel castello di Pietra Mala,

antica fortezza di sua famiglia, posta in su gli Appennini. Colà stando,

dirigeva le intraprese di tutti i Ghibellini delle montagne, eccitava

tutti i movimenti che vedevansi scoppiare nelle meno potenti città della

Toscana, in Arezzo, Cortona, Città di Castello, Borgo san Sepolcro e

Chiusi, e stendeva altresì i suoi maneggi nel Mugello e nel Casentino,

province che appartenevano a Firenze. Sebbene avesse più volte nelle

battaglie dato prova del suo valore, egli aveva ancora maggior nome per

i colpi di mano, per la piccola guerra e per l'arte di sorprendere le

piazze. Giunto all'età di 96 anni sentì in principio del 1356 d'essere

vicino a morte; e leggendo sul volto de' suoi servi la costernazione,

fece avvicinare al letto Marco de' Tarlati, suo figliuolo. «Tu vedi, gli

disse, che più non si dubita ch'io non sia prossimo al termine di mia

vita; ed al certo che la notizia si è già sparsa tra i nostri nemici, e

nell'istante in cui il vecchio Saccone prende congedo dal mondo, essi

credono di non dovere più guardarsi da lui. Il castello di Gressa del

vescovo d'Arezzo sarebbe per la nostra famiglia un'importante conquista;

ecco qual è l'altezza delle sue mura, che io ho fatte misurare;

attaccalo questa stessa notte dandogli la scalata, e fa che prima di

morire io provi la gioja di saperlo in tuo potere.» Marco Tarlati lasciò

il letto del moribondo, ed uscì di Pietra Mala con un ristretto numero

di fedeli soldati. Valendosi delle indicazioni dategli dal padre,

sorprese Gressa; ma gli abitanti che amavano assai il loro signore,

presero le armi e costrinsero i Tarlati ad uscire con perdita dalle loro

mura. Il vecchio Saccone visse abbastanza per avere notizia del cattivo

successo dell'attacco da lui ordinato, lo che rese più penosi gli ultimi

istanti del viver suo[437]. Finchè visse, gli Aretini non avevano mai

osato di appigliarsi a vigorose misure per respingerlo, ma quando furono

informati della di lui morte, afforzarono l'ingresso del loro

territorio, ordinarono le loro milizie, e si posero in istato di più non

temere i suoi successori[438].

[437] _Matteo Villani, l. VI, c. 11._

[438] _Ivi, c. 16._

Mentre la morte di Saccone liberava la repubblica fiorentina ed i suoi

alleati dagli attacchi de' Ghibellini delle montagne, il partito di

questi ultimi acquistava una più decisa influenza ne' consigli di Pisa,

e turbava la buona armonia che da più anni mantenevasi tra le due più

potenti comuni di Toscana. I Pisani avevano imprigionato Paffetta, conte

di Monte Scudajo, l'autore della ruina e della morte dei Gambacorti,

facendolo custodire nella fortezza di Lucca, ed avevano esiliati alcuni

de' suoi partigiani. Ma nell'istesso tempo avevano riconfermato l'esilio

del rimanente della famiglia Gambacorti che si era domiciliata in

Firenze; e non perdevano occasione di far conoscere quanto il partito

dominante de' Raspanti fosse attaccato al partito ghibellino. Tutti gli

abitanti de' castelli posti ai confini dello stato fiorentino, che in

altri tempi avevano dato prove di zelo contro i Guelfi, erano sicuri

d'essere favorevolmente accolti dal governo di Pisa. Venivano spesso

segretamente eccitati a distinguersi con qualche ardito tentativo in

vantaggio della loro fazione, ed alcuni Ghibellini di Sorana, castello

di Val di Nievole, situato quattro miglia sopra Pescia, cedendo a queste

sollicitazioni, abbandonarono la loro fortezza ad alcuni soldati pisani,

i quali pochi giorni prima che ciò accadesse erano stati licenziati

dalla signoria di Pisa, affinchè i Fiorentini non potessero incolparla

di questa ostilità. I soldati avevano preso possesso di Sorana in loro

proprio nome, e di là questi banditi infestavano coi loro ladronecci

tutta la Val di Nievole, e cercavano di sollevare questa provincia[439].

[439] _Matteo Villani, l. VI, c. 19._

Il governo di Pisa dichiarò a quello di Firenze di non avere avuta

veruna parte nella presa di Sorana, e ch'egli non proteggerebbe i

banditi che occupavano quel castello; ma in pari tempo offesero i

Fiorentini in un modo più diretto, sebbene meno grave. Col trattato

conchiuso tra i due popoli nel 1342 i Fiorentini dovevano essere in Pisa

esenti da ogni gabella. Non pertanto i Pisani, sotto pretesto d'armare

alcune galere per nettare il mare dai corsari, ordinarono in giugno del

1356, che tutte le mercanzie che entrerebbero nel loro porto pagassero

un'imposta di due denari per ogni lira del loro valore[440]. Invano

chiesero i Fiorentini che non si pregiudicasse la loro franchigia; non

si volle far eccezione alla legge generale in favor loro. Questi

rifiutarono di soggiacere a questa gabella, per timore che ad un'imposta

da prima tenue, non tenessero dietro più gravose tasse. Altronde erano

essi determinati a non essere i primi a dichiarare la guerra, tanto più

che i magistrati di Pisa segretamente la desideravano, per far

dimenticare le civili discordie. Tutti i mercanti e sudditi fiorentini

ebbero allora ordine di terminare avanti il primo novembre i loro affari

di commercio che avevano a Pisa, onde a tale epoca uscire tutti senza

danni da questa città[441].

[440] _Matteo Villani, l. VI, c. 47. — Bernardo Marangoni Chron. di

Pisa, p. 721. — Paolo Tronci Annali Pisani, p. 386._

[441] _Matteo Villani, l. VI, c. 48._

D'altra parte, vergognandosi la repubblica di Siena d'aver mancato di

fede ai Fiorentini nel precedente anno, trattando coll'imperatore, fece

loro proporre una stretta alleanza[442]. Dieci nuovi magistrati, detti i

dieci signori del mare, erano stati incaricati di proteggere il

commercio marittimo dei Fiorentini. Questi accettarono le proposizioni

de' Sienesi, e formarono il progetto di sostituire, per le merci

destinate per Firenze, al porto di Pisa quello di Telamone nella Maremma

sienese. La signoria di Siena si obbligò di fortificare il porto di

Telamone, di far riparare le strade, d'aprire ai mercanti fiorentini dei

magazzini, e di rompere ogni comunicazione mercantile coi Pisani. Una

corrisponsione di sette mila fiorini d'oro all'anno venne stabilita in

luogo di qualunque gabella, ed i Fiorentini promisero di trasportare a

Telamone tutti i banchi che avevano a Pisa e di mantenersi per dieci

anni in questo nuovo stabilimento[443].

[442] _Ivi, c. 40._

[443] _Cron. di Pisa, t. XV, p. 1034._ — Questa cronaca è

contemporanea, ma estremamente mancante. I due posteriori storici di

Pisa Marangoni e Tronci, sono abitualmente inesatti e male

informati. Soprattutto il Marangoni, di mano in mano che ci

avanziamo verso i moderni tempi, diventa una guida sempre più

infedele; di modo che io sono di sentimento che la prima parte della

sua storia, che giugne fino alla fine del tredicesimo secolo,

appartenga ad altro autore.

Quando i mercanti fiorentini abbandonarono Pisa il primo di novembre per

ritirarsi a Telamone, il commercio della prima città cadde in un estremo

languore. Tutti i mercanti delle altre parti d'Italia, stabiliti in

Pisa, si videro forzati a trasportare altresì i loro banchi a Telamone,

per continuare gli affari che avevano intrapresi coi Fiorentini. Gli

artigiani di Pisa e tutti quelli che ritraevano il sostentamento loro

dal commercio, si trovarono tutto ad un tratto spogliati d'ogni

guadagno[444]; e le loro lagnanze determinarono la signoria ad

abbandonare ogni pretesa, ed a fare ai Fiorentini, per richiamarli nella

loro città, le più vantaggiose offerte, ma non furono accettate. Si

volle far sentire ai Pisani che non avevano bisogno di loro, e che per

castigare la loro arroganza non erano costretti di prendere le

armi[445].

[444] _Matteo Villani, l. VII, c. 32._

[445] _Ivi, l. VI, c. 61. — Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II,

l. VI, p. 116._

I Raspanti che governavano Pisa avrebbero preferita un'aperta rottura,

perchè l'antico odio de' loro compatriotti contro i Fiorentini sarebbesi

ravvivato nelle battaglie, e l'entusiasmo militare avrebbe fatto

scordare i rimproveri che facevansi alla loro amministrazione. Vedendo

tornar vane le loro pratiche per riconciliare i due stati, cercarono

invece di provocare la signoria di Firenze, perchè fosse la prima a

dichiarare la guerra. Tentarono di sorprendere il castello di Uzzano in

Val di Nievole per mezzo di segrete intelligenze che si erano procurate

con alcuni abitanti. I Fiorentini scoprirono le loro trame,

raddoppiarono la guardia del castello, e non se ne lagnarono[446]. I

Pisani d'accordo coi Genovesi, armarono in appresso alcune galere, per

costringere le navi mercantili dirette verso i lidi della Toscana a dar

fondo nel loro porto. Dopo avervele forzatamente fatte entrare, loro

accordavano in città tutte le esenzioni riservate ai popoli più

favoriti, senza levare la menoma tassa sulle mercanzie che venivano

sbarcate per rispedirle altrove di transito. Altri mercanti sarebbersi

lasciati forzare a far quello che tornava realmente a loro vantaggio; ma

i Fiorentini piuttosto che approfittare della franchigia che loro

offrivano i Pisani, fecero venire con grandissima spesa le loro

mercanzie per terra da Venezia, da Avignone, ed ancora dalle Fiandre,

mentre il loro governo faceva armare vascelli in Provenza per proteggere

il loro commercio[447].

[446] _Matteo Villani, l. VII, c. 62._

[447] _Ivi, c. 63, e l. VIII, c. 11._

Nel tempo in cui le crescenti animosità delle due repubbliche facevano

temere un'imminente rottura, un'inaspettata guerra scoppiò nell'altra

estremità della Toscana tra la repubblica di Perugia ed il signore di

Cortona. I Perugini non eransi sollevati ad un distinto rango tra i

popoli d'Italia che nel decorso secolo; il soggiorno della corte di Roma

al di là dei monti, aveva lasciato acquistare maggiore indipendenza alle

città soggette alla chiesa. Vero è che la maggior parte erano cadute

sotto il giogo dei tiranni; ma i Perugini che si erano costantemente

conservati liberi, prosperarono in mezzo alle calamità dei loro vicini,

ed erano succeduti a Bologna nel commercio e nelle ricchezze, dopo che

questa città aveva, colla libertà, perduta anche la sua potenza. L'alto

dominio dei papi sopra Perugia, lungi dal nuocere alla sua indipendenza,

l'aveva anzi salvata dalle pretese degl'imperatori sopra le altre città

libere. Intorno a questa potente città erano situati altri più deboli

comuni, molti dei quali, venuti in mano di piccoli tiranni, trovavansi

incapaci d'opporle una lunga resistenza quando fossero attaccati.

Cortona città della Pieve, Todi, Chiusi, Assisi, Foligno e Borgo san

Sepolcro dovevano successivamente cadere sotto il dominio de' Perugini,

come Prato, Pistoja, Volterra, san Miniato e Colle erano cadute in

potere dei Fiorentini[448]. Per dare esecuzione a questi progetti

d'ingrandimento i Perugini attaccarono all'impensata il signore di

Cortona in dicembre del 1357, sebbene fossero a lui legati con un

trattato di pace fatto sotto la garanzia della repubblica

fiorentina[449].

[448] _Matteo Villani, l. VII, c. 55._

[449] _Ivi, l. VIII, c. 14._

I Perugini prendendo le armi, cominciarono a lagnarsi pei primi, onde

giustificare la loro mala fede. A Firenze i loro ambasciatori pretesero,

che il signore di Cortona aveva tentato di sorprendere alcune loro

castella. I Fiorentini, senza farsi carico di questi mendicati pretesti,

intimarono alla repubblica, pel suo onore e per quello del partito

guelfo, di rinunciare ad una ingiusta guerra[450].

[450] _Ivi, c. 17._

Gli assalitori tenevano in Cortona segrete intelligenze che non

riuscirono loro di verun vantaggio; e speravano che scoppiassero

congiure in quella città contro il tiranno, che non era amato: ma i

Cortonesi odiavano ancora più i Perugini che il loro signore, e si

difesero coraggiosamente[451]. In febbrajo del 1358, ricevettero un

soccorso di cento cinquanta cavalieri con pochi fanti da Siena, e questa

repubblica promise in pari tempo di mandar loro fra poco più

ragguardevoli sussidj.

[451] _Matteo Villani, l. VIII, c. 22._

Bartolomeo di Casale, signore di Cortona, erasi posto sotto la

protezione della repubblica di Siena, ed aveva ottenuto dalla medesima

il diritto di cittadinanza[452]. Aveva presi i Sienesi per garanti del

trattato precedentemente conchiuso coi Perugini; ed i Sienesi di già

irritati dalla ribellione che i Perugini avevano contro di loro eccitata

a Montepulciano, ad altro più non pensarono che a difendere con tutte le

forze il loro alleato. Chiamarono al loro soldo Anichino Bongarten,

gentiluomo tedesco, che aveva formata una compagnia di mille duecento

avventurieri[453]; aggiunsero a questa truppa seicento corazzieri che

avevano precedentemente al loro servigio, e facendoli attraversare i

pantani delle Chiane, forzarono i Perugini a levar l'assedio di Cortona

per andare a difendere il proprio paese[454].

[452] _Cron. Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 158._

[453] _Matteo Villani, l. VIII, c. 27 e 28._

[454] _Matteo Villani, l. VIII, c. 33 e 34. — Cron. Sanese, p. 159._

I Perugini dal canto loro adunarono un'armata di forze quasi uguali

sotto il comando di Smoduccio da san Severino. L'un popolo e l'altro

desiderava di non venire a battaglia, ed i due capitani avevano ordine

di cercare, se possibile fosse, gloria senza pericoli, minacciare e non

combattere. Volle l'accidente che le due armate si scontrassero il 10

aprile presso a Torrita, e che gli avamposti cominciassero una zuffa che

in breve si fece generale. I Sienesi furono battuti, ed il loro capitano

Anichino di Bongarten fatto prigioniere[455]. I Perugini entrarono ancor

essi nel territorio sienese, ed il 29 d'aprile si presentarono in faccia

alla capitale. Per altro perchè bramavano la pace si astennero dal

guastarne il territorio[456]. I Fiorentini vedevano con rincrescimento

le due repubbliche consumare le loro forze le une contro le altre, onde

offrirono la loro mediazione, e si sforzarono d'aprire qualche trattato;

ma i Sienesi che avevano opinione d'essere il più orgoglioso popolo

della Toscana, vollero, prima di negoziare, lavare la vergogna della

disfatta sofferta a Torrita. Questo ardente desiderio di vendetta fece

loro scordare gli interessi del proprio partito, quelli della libertà e

delle antiche loro alleanze; chiesero soccorsi ai Visconti di Milano,

nominarono capitano di guerra il prefetto di Vico, e per ultimo

offrirono danaro alla grande compagnia del conte Lando per tirarla in

Toscana, a condizione che accamperebbe un mese nel territorio perugino

per guastarlo affatto[457].

[455] _Matteo Villani, l. VIII, c. 40, 41, 42. — Cron. Sanese, p.

159._

[456] _Matteo Villani, l. VIII, c. 48. — Cron. Sanese, p. 160._

[457] _Matteo Villani, l. VIII, c. 62. — Cron. Sanese, p. 161._

La grande compagnia trovavasi allora in Toscana sui confini del

Bolognese, ed era, in assenza del conte Lando, che aveva fatto un

viaggio in Germania, comandata dal conte Broccardo e da Amerigo di

Cavalletto. Era numerosa di tre mila cinquecento cavalieri, e di molta

infanteria. Nel mese di luglio fece domandare il passaggio ai Fiorentini

per recarsi nel territorio di Perugia. Il raccolto non era ancora

terminato, e la repubblica non aveva forze da opporre a così formidabile

compagnia. Pure risolse di vietarle l'ingresso in Toscana: fece di

concerto coi conti Guidi ed Ubaldini fortificare i passaggi degli

Appennini; e nello stesso tempo spedì ambasciatori alla compagnia per

far valere un trattato col conte Lando, in forza del quale la compagnia

non doveva entrare in Toscana che passati due anni[458].

[458] _Matteo Villani, l. VIII, c. 72._

Il conte Lando, che giugneva appunto allora dalla Germania, indusse gli

ambasciatori fiorentini ad indicare alla compagnia una strada intorno ai

confini toscani, onde attraversare le terre de' feudatarj, in mezzo agli

Appennini, senza discendere nel piano fiorentino[459]. I condottieri per

loro sicurezza in mezzo a queste montagne, ritennero come ostaggi gli

ambasciatori, i quali erano stati scelti tra i più potenti cittadini

della repubblica, e che avevano fatta questa convenzione

senz'autorizzazione della signoria[460].

[459] Questa strada passava dalla val di Lamone a Marradi, poi tra

Castiglione e Biforco, a Belforte, Dicomano, Vicorata e Bibbiena.

[460] Questi ambasciatori erano Manno Donati, Giovanni Medici,

Amerigo Cavalcanti, Simone Peruzzi e Filippo Machiavelli, antenato

di quello che tanto illustrò questo nome. _Matteo Villani, l. VIII,

c. 73. — Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, t. II,

p. 236._

Ma gli ostaggi non bastavano alla sicurezza della compagnia, se questa

attraversando le montagne provocava coi furti gli abitanti; ed i soldati

avventurieri erano talmente indisciplinati, che anche per l'interesse

loro non seppero astenersi dal rubare. Il 24 di luglio trovandosi

accampati tra Castiglione e Biforco, essi saccheggiarono questi due

villaggi, i di cui abitanti erano vassalli, i primi del conte Guido di

Battifolle, gli altri del conte Alberghettino degli Ubaldini. Questi

alpigiani, avvezzi ad affrontare i pericoli, si concertarono per

castigare i ladri che gli spogliavano. All'indomani la compagnia doveva

entrare in una stretta e chiusa valle, in fondo alla quale le acque d'un

torrente si precipitano tra i dirupi. Da questa valle, che giace in

mezzo alle più alte cime degli Appennini ed è lunga due miglia, si esce

per un angusto passaggio detto la Scalella, ove un angusto e tortuoso

sentiere sale verso una valle più alta attraversando praterie assai

ripide.

L'armata del conte Lando era divisa in tre corpi quando giunse a questo

passaggio. Gli ambasciatori fiorentini trovavansi coll'avanguardia

comandata da Amerigo di Cavalletto. Questi attraversò la Scalella senza

trovare ostacolo, e continuò la marcia. Il conte Lando, che comandava il

corpo di battaglia, quando giunse allo stesso luogo trovò la sommità

della Scalella occupata da ottanta contadini. Questo pugno di gente

fermò il primo squadrone, che voleva passare, facendo ritolare grosse

pietre sopra di lui. A questo segno si videro comparire sulla cima di

tutte le montagne contadini armati, che signoreggiando la cavalleria

rinserrata nell'angusta valle come in una prigione, la schiacciava sotto

gli enormi massi di pietre che facevano precipitar giù dalla cima del

monte. Invano il conte Lando mandò un corpo d'Ungari a piedi per mettere

in fuga i montanari; gli Ungari furono respinti da que' precipizj, che

non potevano sormontare, in fondo alla valle. Mentre ciò accadeva, il

conte Brocardo, che comandava la retroguardia, entrava in questo

periglioso ricinto; un gran masso staccato dall'alto del monte lo

strascinò col suo cavallo nel torrente ove perì. L'universale disordine,

lo spavento de' cavalli che s'impennavano in un'angusta strada, e

l'inutilità de' loro mezzi di difesa, avevano di già scoraggiati i

soldati, quando i contadini scesero da tutte le parti delle montagne, e

senza interamente perdere il vantaggio del terreno, cercarono con lunghe

picche o lance di spingere a basso ne' precipizj i soldati che

trovavansi al di sotto di loro. Dodici montanari fecero prigioniero il

conte Lando, di già ferito nella testa; ma, sedotti da una grossa

taglia, gli permisero in appresso di fuggire a Bologna. Trecento

cavalieri furono uccisi, e presi moltissimi, oltre mille cavalli da

guerra, trecento palafreni ed un ricco bottino. Gli altri soldati

gettarono fuggendo le loro armi e bagaglio, onde sottrarsi più presto al

pericolo[461].

[461] _Matteo Villani, l. VIII, c. 74. — Cron. Sanese di Neri di

Donato, p. 161. — Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 448. — Cherubino

Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 237._

La sola vanguardia comandata da Amerigo di Cavaletto non aveva avuto

alcun sinistro, ed era giunta presso a Belforte quando le fu recata la

notizia della totale disfatta dell'armata che la seguiva. I soldati

sottratisi al ferro o alla prigione, erano dispersi e non potevano in

verun luogo fare resistenza, e questa terribile compagnia poteva essere

affatto distrutta. I furti che aveva commessi in Castiglione ed in

Biforco, annullavano le convenzioni con lei fatte; i conti Guidi ed i

loro vassalli erano impazienti di attaccarli, ed i Fiorentini tenevano

nelle montagne quasi dodici mila uomini sotto le armi. Amerigo, che

conosceva il pericolo della sua posizione, condusse la sua truppa a

Decomano e vi si fortificò, minacciando in pari tempo gli ambasciatori

fiorentini, che faceva gelosamente custodire, di farli morire se non

provvedevano alla sua sicurezza. La signoria diede bensì l'ordine

d'attaccare a Decomano il rimanente della compagnia, ma gli ambasciatori

per salvare la propria vita, lo contramandarono; fecero inoltre posare

le armi ai contadini, e consigliarono Amerigo a fare quarantadue miglia,

a traverso le montagne, in un sol giorno; per tal modo egli uscì dagli

Appennini pel passaggio dello Stalo, e fu condotto nel territorio

d'Imola. Colà fu raggiunto dagli altri della compagnia, caldi di

vendicarsi dei Fiorentini. Questi, con riprovevole indulgenza, non

punirono gli ambasciatori, che avevano di propria autorità rivocati gli

ordini della signoria, e che per salvare la loro vita avevano esposto

tutto lo stato[462].

[462] _Matteo Villani, l. VIII, c. 75-79. — Marchione di Coppo

Stefani Istor. Fiorent., l. IX, Rub. 677. Deliz. degli Erud., t.

XIV, p. 20._

La compagnia accantonata in Romagna ricevette ben tosto un rinforzo di

due mila cavalli condotti da Anichino di Bongarten. Erano tutti i

corazzieri tedeschi, che di comune accordo, avevano in agosto

abbandonate le due armate de' Sienesi e de' Perugini per unirsi ai loro

compatriotti a far vendetta insieme sui fiorentini dell'affronto che la

milizia tedesca aveva ricevuto negli Appennini[463]; ma i Fiorentini

avevano con ogni diligenza fortificato tutti i passaggi delle montagne,

e provvedutili di milizie, di modo che la compagnia fu ritenuta in

Romagna tutto il rimanente dell'anno, senza poter mandare ad effetto le

sue minacce[464].

[463] _Matteo Villani, l. VIII, c. 85 e 90. — Cron. Riminese, t. XV,

p. 906._

[464] _Matteo Villani, l. VIII, c. 99._

Frattanto i Fiorentini avevano approfittato della debolezza cui

trovavansi ridotti, dopo la partenza della loro cavalleria, i Sienesi ed

i Perugini, onde ridurre questi due popoli a fare la pace. La signoria

di Firenze essendo stata da loro riconosciuta per arbitra, dettò

l'ultimo giorno di ottobre le condizioni della pace in forma di

sentenza. Accordò per quattro anni ai Perugini il diritto di nominare un

podestà a Cortona; sospese per cinque anni il diritto di cui avevano

goduto i Sienesi di nominare il podestà di Montepulciano; e guarentì per

ogni altro riguardo l'indipendenza dei due più deboli comuni contro i

due più forti. Questa sentenza arbitramentale non fu ricevuta senza

riclami, ma venne osservata, e così fu ridonata la pace alla

Toscana[465].

[465] _Ivi, c. 102. — Cronaca Sanese di Neri di Donato, p. 162._

Quest'ultima fu scritta da un rigattiere, e si trova mescolata di

racconti favolosi e di voci popolari.

Ma a Firenze, siccome nell'antica Roma, le civili discordie succedevano

continuamente alle guerre straniere. Appena cessate le inquietudini

cagionate dall'avvicinamento della grande compagnia, e dalla guerra di

Cortona, le interne turbolenze cominciarono ad agitare lo stato.

Tutti i cittadini non nobili, potevano, secondo le leggi di Firenze,

giugnere indifferentemente alle pubbliche cariche. Non pertanto quanto

più una famiglia era antica e numerosa, più rendevasi difficile ai suoi

membri l'aver luogo nella signoria, perchè in virtù della legge del

_divieto_ due uomini dello stesso casato non potevano trovarsi insieme

tra i priori, tra i buoni uomini, o tra i gonfalonieri; e per tal

cagione quando un membro di una famiglia era in carica, egli escludeva

tutti i suoi agnati, e questi ultimi, se la sorte li chiamava ad un

impiego, perdevano la volta loro nell'estrazione della loro balla. Ora

le antiche famiglie erano prodigiosamente numerose; le nuove per lo

contrario non conoscevano nemmeno i loro parenti, e non portavano lo

stesso nome. I primi erano continuamente respinti dal _divieto_; i

secondi non lo erano mai: di modo che il governo andava poc'a poco a

concentrarsi nelle mani d'uomini nuovi, quasi tutti ignoranti ed

incapaci. Le antiche famiglie, che avevano fondata la libertà, e che

d'ogni tempo erano state fedeli al partito guelfo, lagnavansi, non senza

ragione, d'essere soppiantate da gente, che in gran parte erano forse

d'origine ghibellina.

Da principio i Ghibellini non meno de' Guelfi erano stati favorevoli

alla libertà: molte repubbliche si erano dichiarate a favore dei

Ghibellini, e molti tiranni si erano sollevati tra i Guelfi: ma dopo che

la famiglia Visconti ebbe acquistata in Italia una decisa superiorità,

si fece carico di favorire ad un tempo i Ghibellini e gli usurpatori, e

di confondere il suo proprio partito con quello dell'autorità

monarchica. Quando un Guelfo giugneva alla tirannide abbracciava il

partito ghibellino per avere il favore dei signori di Milano; e quando

una città ghibellina scuoteva il giogo del suo principe, spiegava lo

stendardo dei Guelfi per entrare nell'alleanza de' Fiorentini. Perciò

quando fu annunciato al popolo di Firenze che molti antichi Ghibellini

avevano preso parte all'amministrazione, tutti gli amici della libertà

ne rimasero costernati.

Eranvi a Firenze da quasi un secolo de' capi naturali e costituzionali

della parte guelfa: erano questi i consoli di cavalleria, o capitani di

parte, istituiti nel 1267 per amministrare i beni confiscati a

pregiudizio de' Ghibellini. Due di questi capitani erano nobili, altri

due plebei, ed ogni due mesi venivano rinnovati a sorte come i priori

della repubblica. Coloro ch'erano entrati in carica in gennajo del 1358,

erano uomini ambiziosi ed avidi, che seppero approfittare

dell'inquietudine inspirata da loro stessi, per farsi accordare la più

pericolosa autorità. Fecero sanzionare una legge, in forza della quale

qualunque Ghibellino che accettasse pubblico impiego dovesse essere dal

podestà condannato ad una pena arbitraria dalle 500 lire fino alla

perdita della vita. La denuncia doveva ritenersi come provata quando

fosse appoggiata a sei testimonj; il diritto di esaminare questi

testimonj, e di giudicare intorno alla loro credibilità veniva

esclusivamente attribuito ai capitani di parte ed ai consoli delle arti;

finalmente il cittadino una sola volta condannato ad un'ammenda,

s'intenderebbe per sempre escluso da ogni pubblico ufficio[466].

[466] _Matteo Villani, l. VIII, c. 24._

Poco dopo la pubblicazione di tale legge, si sparse voce in Firenze che

i capitani di parte avevano fatta una lista di settanta cittadini che

volevano accusare. I primi che trassero in giudizio erano effettivamente

Ghibellini, ma tutta la città fu spaventata dalle forme tenute dal nuovo

tribunale nel fare il loro processo, siccome quelle che attentavano ai

diritti ed all'esistenza di tutti[467]. I Guelfi più zelanti

pretendevano di voler salvare con tanto rigore la minacciata libertà; ma

tutti gli altri cittadini chiedevano che si modificasse la legge. Dopo

calde dispute si convenne di mutare non la legge ma la magistratura di

parte guelfa, onde renderla più popolare. Furonvi introdotti due nuovi

cittadini, rendendo accessibili a tutti i nobili le due piazze per lo

innanzi riservate a due cavalieri, e quando i capitani di parte avessero

con due terzi dei suffragi dichiarato ghibellino un cittadino, era loro

ingiunto di ammonirlo a non accettare impiego sotto pena d'essere

accusato. In tal modo le persone sospette si allontanarono dalle cariche

senza assoggettarle ad una pena[468]; ma una classe di malcontenti,

detti gli ammoniti, venne in alcun modo esclusa dai diritti di

cittadinanza. E per tal guisa, mentre la costituzione aveva cercato di

rendere tutti i cittadini uguali, le due opposte parti cercavano

vicendevolmente di privarsi de' loro diritti, impiegando il _divieto_

contro le antiche famiglie, e l'_ammonizione_ contro le nuove[469].

[467] _Matteo Villani, c. 31._

[468] _Istoria Fior. di Marchione di Coppo Stefani L. IX, Rub. 674,

t. XIV, p. 19. Deliz. degli Erud._

[469] _Matteo Villani, l. VIII, c. 32._

Questo stesso anno 1358 venne contraddistinto da molti trattati di pace

conchiusi quasi nello stesso tempo in tutta l'Europa. L'Inghilterra fece

la pace colla Scozia, ed il re Davide Bruce uscì di prigione; il re

Giovanni di Francia, prigioniere a Londra, conchiuse pure, con Edoardo

III d'Inghilterra, un trattato che poi non fu accettato dal suo regno;

Pietro il crudele di Castiglia, fece la pace con Pietro il ceremonioso

d'Arragona; la repubblica di Venezia col re d'Ungheria; i Visconti colla

lega de' signori della Venezia; il re di Napoli con suo cugino il duca

di Durazzo, che gli si era ribellato; finalmente i Perugini coi Sienesi.

Le controversie tra Pisa e Firenze non avevano prodotte aperte ostilità,

ma i Fiorentini avevano armate quattordici galere provenzali o

napolitane colla loro bandiera, e sebbene senza porto e senza marina

facevano rispettare la libertà dei mari[470]. I Pisani avevano lasciato

d'inquietare il loro commercio, riconosciuta la franchigia del porto di

Telamone, e permesso ai loro mercanti di portarvi le proprie merci, e di

comperarvi quelle che loro abbisognavano[471].

[470] _Matteo Villani, l. VIII, c. 37._

[471] _Ivi, c. 63._

La sola Romagna non venne compresa in questa quasi universale pace

dell'Europa; e la chiesa teneva dietro con calore in questa provincia al

suo progetto di spogliare tutti i tiranni dell'usurpato potere,

riducendo le città dello stato ecclesiastico nella sua dipendenza. Il 10

ottobre del 1356 Giovanni Manfredi, signore di Faenza, erasi sottomesso

al legato Egidio Albornoz; gli aveva aperte le porte della sua capitale

e di tutte le fortezze, ritirandosi egli a Bagnacavallo, il solo di

tanti suoi feudi che la chiesa gli lasciava[472]; Francesco degli

Ordelaffi, signore o capitano di Forlì, era rimasto solo contro tutte le

forze del legato, altra risorsa non avendo che il suo coraggio, quello

di sua consorte, e l'interessata amicizia dei capi della grande

compagnia.

[472] _Matteo Villani, l. VII, c. 34. — Cron. Riminese t. XV, p.

904._

Gli abitanti di Forlì, circondati da nemici così potenti, presentaronsi

a Francesco degli Ordelaffi. «Noi abbiamo sempre per la tua casa, gli

dissero, lo stesso amore, di cui abbiamo dato prove in altre

circostanze. Quando i tuoi antenati trovaronsi al par di te esposti alle

umane vicende e furono esiliati dalla loro patria, gli abbiamo ajutati

colle nostre ricchezze e col nostro sangue per farli rientrare in casa

loro e restituir loro la sovranità. Noi siamo disposti a fare lo stesso

per te, tostocchè ci si presenterà favorevole occasione; ma ora ti

preghiamo di considerare che, rimasto solo contro il legato della

chiesa, non puoi sperare di sostenerti lungo tempo, onde al presente

sagrificheremmo inutilmente per salvarti i nostri beni e le nostre

persone.» L'Ordelaffi, udite queste parole, si avanzò verso di loro e

disse: «Voglio che voi apertamente conosciate le mie intenzioni. Io non

tratterò colla Chiesa che a condizione di conservare Forlì, Cesena e

tutte le altre terre da me possedute. Sì, ho stabilito di conservarle e

difenderle fino alla morte. Sosterrò da prima un assedio in

Forlimpopoli, in Cesena, in tutti i miei castelli; quando gli avrò tutti

perduti difenderò le mura di Forlì, poi le sue strade, le piazze, il mio

palazzo e l'ultima torre del mio palazzo, piuttosto che acconsentire a

nulla cedere di quanto mi appartiene»[473].

[473] _Matteo Villani, l. VII, c. 38._

Ordelaffi affidò la difesa di Cesena a sua moglie Cia, ossia Marzia

degli Ubaldini, figliuola di Vanni, signore di Susinana[474]. Delle

poche truppe che aveva al suo soldo parte ritenne per sè, parte diede

alla consorte, cui assegnò per consigliere un uomo, creduto fedele,

Sgarino di Pietra Gudula, ordinandogli di difendersi fino all'ultima

estremità. Marzia si chiuse in Cesena in principio del 1357 con sua

figlia di già nubile, un figlio e due nipoti ancora fanciulli, le due

figlie di Gentile da Mogliano già signore di Fermo, e cinque damigelle.

Avea per difendersi duecento cavalieri ed altrettanti pedoni, e ben

tosto fu attaccata da un'armata dieci volte più numerosa della sua.

Cesena è divisa in due parti, la città superiore, detta la _Murata_, è

cinta di mura, e la città bassa ancora a quest'epoca era appena

suscettibile di difesa. In sul finire d'aprile gli abitanti aprirono

quest'ultima ai nemici; ma Marzia ritirossi nella città alta con tutti

quelli che non mancavano di coraggio[475]. Ben tosto scoprì che il suo

unico consigliere, il confidente di suo marito, manteneva colpevoli

intelligenze coi nemici, e gli fece troncar il capo sulle mura. D'allora

in poi supplì ella sola a tutte le incumbenze di governatore e di

capitano; più non depose la corazza, ed i nemici la videro sempre alla

testa de' soldati[476].

[474] _Cronica di Bologna, p. 445._

[475] _Matteo Villani, l. VII, c. 58 e 59. — Annales Caesenat. t.

XIV, p. 1184._

[476] _Matteo Villani, l. VII, c. 64._

Ma il colle su cui è posta la murata non è di solida pietra, onde i

minatori nemici avanzarono le gallerie fin sotto alle mura, e malgrado

la resistenza di Marzia le fecero crollare e vi aprirono larghe brecce.

Marzia si presentò per la prima dietro queste aperture, ne difese lungo

tempo il passaggio, e fece piantare alcune palafitte invece delle

abbattute mura; ma all'ultimo, costretta di cedere al numero, si ritirò

nella cittadella con quattrocento uomini tra soldati e cittadini,

disposti ad ubbidirle fino alla morte[477].

[477] _Matteo Villani, l. VII, c. 68._

Gli assedianti avevano fabbricate otto macchine destinate a lanciar

pietre, le quali, accostate alla cittadella, facevano piovere una

grandine d'enormi pietre sulle sue torri. Nello stesso tempo i minatori

avevano ricominciato i loro lavori in quel terreno facile a scavare, e

di già avevano innoltrate le gallerie fin sotto le mura. Marzia lo

sapeva, non poteva sperare soccorso da veruna banda, nè aveva notizie

dello sposo assediato in Forlì. Trovavasi in così disperato stato

ridotta, quando vide giugnere Vanni di Susinana suo padre, cui il legato

aveva permesso di entrare nella rocca, onde persuadere la figliuola ad

evitare l'estreme calamità. «Mia cara figlia, gli disse Vanni, tu sai

che l'onor tuo non mi sta meno a cuore che la tua vita; ho fin qui

applaudita la tua generosa difesa, e non ho cercato di allontanarti dai

pericoli. Ma è posto un termine all'umano valore; nè l'onore nè il

dovere obbligano ad una vana resistenza quando manca ogni speranza. Tu

puoi prestar fede alla mia militare esperienza; ho vedute le opere degli

assedianti, ho veduto l'abisso su cui pendi sospesa; tutto è perduto.

Giunto è l'istante d'arrenderti, e di accettare le onorate condizioni

che il legato m'incarica di offrirti.»

«Mio padre, rispose Marzia, quando voi mi consegnaste al mio signore, mi

avete principalmente ordinato di essergli ubbidiente; questo ho io fatto

fino al presente, e questo farò ancora fino alla morte. Egli mi ha

confidata questa fortezza, e mi commise di non abbandonarla, o di

disporne in qualsiasi modo senza suo ordine. Tale è il mio dovere; non

mi atterriscono nè i pericoli, nè la morte; io ubbidisco e non decido.»

Suo padre si ritirò senz'aver potuto smuoverla dal suo proponimento, ed

ella prese nuove misure per difendersi[478].

[478] _Matteo Villani, l. VII, c. 69._

Ma ben tosto i pericoli preveduti da Vanni di Susinana si realizzarono;

i minatori fecero crollare una delle due torri laterali con un gran

pezzo di muraglia; le loro gallerie giugnevano fin sotto alla principale

torre, e quest'estremo avanzo della rocca avrebbe entro pochi giorni

seppelliti sotto le sue mine tutti i suoi difensori. Allora i soldati di

Marzia le dichiararono di essere disposti ad arrendersi. Le dissero

d'averle date bastanti prove della loro fedeltà e del loro coraggio; che

oramai sarebbero insensati se si facessero schiacciare sotto le ruine

d'una muraglia, che più non potevano difendere. Marzia, costretta di

cedere, prese a trattare direttamente col legato, ed ottenne che i

soldati che l'avevano così valorosamente servita, potessero andarsene

liberi coi loro effetti: per sè non chiese patti, ed il 21 giugno del

1357, aprì le porte della sua fortezza. Il legato le assegnò per

prigione una galera nel porto di Ancona, e vi fu condotta col figlio,

colla figlia, coi due nipoti, le due figlie di Gentile da Mogliano, e le

sue cinque damigelle[479].

[479] _Cron. Rimin. t. XV, p. 905. — Matteo Villani, l. VII, c. 77.

— Ann. Cæsen., t. XIV, p. 1185._

Il passaggio della grande compagnia, che a quest'epoca attraversava la

Romagna retrocedendo dalla Lombardia, fece un diversivo a favore di

Francesco degli Ordelaffi[480]. Pure non avrebbe potuto preservarlo

dalla sua ruina, se in pari tempo, cedendo ad un intrigo, la corte

d'Avignone non richiamava il cardinale Albornoz. Gli fu dato per

successore nella legazione di Romagna certo abate di Clugnì, uomo senza

vigore di carattere e senza talenti. Questo nuovo legato provò ben

presto che le virtù d'un monaco non possono supplire a quelle di un

generale e di un uomo di stato, ed in sul finire della campagna del 1357

fu costretto e levare l'assedio di Forlì. Vero è che lo ricominciò in

aprile del 1358, ma ancor questa volta poco felicemente[481]. Ordelaffi,

che conosceva di nome tutti i suoi concittadini e soldati, che loro di

propria mano distribuiva le ricompense e le insegne d'onore[482],

trovava nel loro attaccamento inaspettate forze. Egli si difese in Forlì

tutta la state, e quando la sua situazione cominciava ad essere

pericolosa, fu di nuovo liberato dalla grande compagnia che retrocedeva

dalla sgraziata sua spedizione degli Appennini[483].

[480] _Matteo Villani, l. VII, c. 75, e 80._

[481] _Ivi, l. VIII, c. 49._

[482] _Matteo Villani, l. VIII, c. 52._

[483] _Ivi, c. 83 e 84. — Cron. d'Orvieto, t. XV, p. 685._

Peraltro la grande compagnia non poteva lungo tempo tenersi nello stato

di Forlì di già ruinato da una lunga guerra. Il conte Lando, poichè fu

guarito delle sue ferite a Bologna, ove il signore Giovanni di Oleggio

gli aveva date non equivoche prove di affetto, tornò a prendere il

comando della sua armata. Egli la condusse nelle terre dei vassalli

della Chiesa, che successivamente abbandonò al sacco passando a Faenza,

Rimini, Pesaro, Fano e Montefeltro[484]. Il legato non erasi preparato a

resistergli, onde la grande compagnia soffrì meno dal ferro nemico che

dall'inclemenza della stagione. L'inverno, che cominciava, fu uno de'

più aspri che si fossero fin allora provati in Italia; le nevi si

elevarono ad un'altezza straordinaria; e quando dai tetti si gettarono

nelle strade, alcuna città ne rimase ingombra in maniera da chiudere per

alcuni giorni gli abitanti nelle loro case[485]. In così lungo inverno

mancarono affatto i foraggi, e la grande compagnia perdette la metà de'

suoi cavalli.

[484] _Matteo Villani, l. IX, c. 4. — Cron. Riminese, p. 907._

[485] _Chron. Mutin. Joh. de Bazano, t. XV, p. 630._ In Bologna le

nevi si alzarono 18 piedi, ed a Modena ancora di più.

Frattanto la corte di Avignone erasi avveduta dell'incapacità del suo

nuovo legato, onde ritornò al cardinale Albornoz la mal tolta autorità.

Albornoz giunse in Italia nel dicembre del 1358, e domandò soccorso alla

repubblica fiorentina, che sapeva non meno di lui nemica della grande

compagnia. Di già quando aveva precedentemente fatta predicare la

crociata contro questa banda di masnadieri, aveva tirati più di

centomila fiorini dai cittadini della repubblica[486]. I suoi

predicatori ricevevano danaro da chiunque voleva darne, fossero ancora

donne, poveri, o fanciulli; nè solo ricevevano danaro per la guerra

sacra, ma ancora arredi, mobili, derrate, tutto insomma, tutto quanto

era loro portato[487]. Albornoz quando tornò in Italia ebbe da

Firenze settecento cavalli, che aggiunse alla sua armata. Egli non

se ne valse per combattere, ma per dare maggior peso ai trattati

che aveva intavolati col conte Lando; imperciocchè negoziava con

quest'avventuriere per liberarsene a peso d'oro; e senz'esserne

autorizzato dalla repubblica fiorentina, segnò con lui in febbrajo del

1359 un trattato, in forza del quale la grande compagnia si obbligava

pel corso di quattr'anni a non attaccare nè la Chiesa, nè i Fiorentini;

e ciò contro il pagamento di quarantacinque mila fiorini, che gli

sarebbero dati dal legato, ed ottanta mila dalla repubblica[488].

[486] _Matteo Villani, l. IX, c. 7._

[487] _Matteo Villani, l. IX, c. 14._

[488] _Ivi, c. 6._

Quando questa convenzione venne comunicata ai Fiorentini, eccitò in loro

la più violenta indignazione. Essi avevano replicatamente dichiarato al

cardinale di voler abolire il vergognoso tributo che l'Italia pagava a

questi soldati mercenarj. I tiranni, alleati naturali dei soldati,

favorivano la loro licenza ed i loro eccessi; onde spettava alle

repubbliche lo spezzare quest'odioso giogo, ed i Fiorentini avevano

giurato di farlo. Il legato non aveva potuto credere che si ridurrebbero

ad accettare una convenzione tanto contraria alle loro intenzioni; egli

erasi dunque approfittato delle loro offerte e de' loro soccorsi per

atterrire la compagnia e liberarsene a miglior patto. Dopo la sua prima

entrata in Italia, egli aveva sempre avuti nella sua armata quattro in

cinquecento cavalieri, e sette in ottocento arcieri che la repubblica

gli aveva somministrati per fare la guerra ai tiranni della Romagna; ed

egli in compenso abbandonava così fedele alleata ai nemici che aveva

contro di lei irritati[489]. Infatti i Fiorentini dichiararono che non

sarebbero mai per approvare il trattato segnato in loro nome; onde

Albornoz il 21 marzo conchiuse un trattato separato colla compagnia, e

le promise cinquanta mila fiorini per farla uscire dalle terre della

Chiesa[490].

[489] _Matteo Villani, l. IX, c. 7._

[490] _Cronica anonima d'Orvieto, t. XV, p. 685; — Cronaca Riminese,

t. XV, p. 907._

La repubblica fiorentina, rimasta sola in guerra colla grande compagnia,

diede il comando delle sue truppe a Pandolfo Malatesta, uno de' signori

di Rimini. Ella aveva inallora al suo soldo due mila cavalieri,

cinquecento Ungari e duemila cinquecento arcieri armati di corazza. Ma

ben tosto le giunsero i soccorsi dei signori di Lombardia, che

oltraggiati ed a vicenda venduti dalla compagnia, desideravano tutti di

vendicarsi. Barnabò Visconti mandò mille corazzieri e mille pedoni;

Francesco di Carrara, signore di Padova, le spedì duecento cavalli,

trecento il marchese d'Este, e si videro allora con maraviglia i tiranni

assistere una repubblica, che più d'ogni altra erasi mostrata nemica de'

tiranni, mentre i comuni liberi, che i Fiorentini avevano costantemente

soccorsi, abbracciarono tutti per debolezza o per invidia il partito che

poteva più d'ogni altro riuscire dannoso ai loro antichi alleati.

Perugia trattò colla compagnia per cinque anni, promettendole un

sussidio annuo di quattromila fiorini, il libero passaggio pel suo

territorio, e viveri contro pagamento[491]. Siena e Pisa s'accordarono

facilmente cogli avventurieri a condizioni press'a poco uguali.

[491] _Matteo Villani, l. IX, c. 20._

Il conte Corrado Lando, avendo nei primi giorni di maggio del 1359

ricevuto il danaro che il legato gli aveva promesso, passò colla sua

compagnia dalla Romagna nello stato di Perugia. Attraversò Città di

Castello e Borgo San Sepolcro, dipendenti da questa repubblica; e non

potè contenere i suoi soldati dal saccheggio in un paese che aveva

promesso di trattare come amico. Tutt'i soldati licenziati dal legato e

da diversi comuni di Toscana avevano raggiunta la compagnia, ond'essa

contava in allora sotto le sue insegne cinque mila cavalieri, mille

Ungari, due mila masnadieri e più di dodici mila servitori, vivandieri e

simile altra gente di perduti costumi. I Perugini trattando colla

compagnia le avevano aperti i passaggi degli Appennini, onde per

giugnere a Firenze non le restava omai più a superare alcuna

fortificazione della natura. Il conte Lando suppose che la signoria,

atterrita dalla presente sua situazione, gli accorderebbe vantaggiose

condizioni, e le offrì di entrare in trattati. Molti gentiluomini che si

dicevano amici della repubblica, molti contestabili della compagnia, che

altra volta avevano serviti i Fiorentini, presentaronsi quali mediatori,

ma la signoria rifiutò di trattare. Giunsero per ultimo a Firenze alcuni

ambasciatori del marchese di Monferrato incaricati di prendere la

compagnia al soldo del loro padrone, e soltanto chiedevano che la

repubblica le accordasse il passaggio attraverso al suo territorio.

Lungi dal chiedere qualche contribuzione per la compagnia come non

eransi fin allora rifiutati di pagare i più potenti sovrani, offrivano

dodici mila fiorini in compenso dei guasti che potrebbe fare. I

gentiluomini ed i proprietarj delle terre, che temevano pei loro beni,

insistevano perchè si accettassero tali condizioni: ma veruna nazione

aveva mai posseduto in così alto grado come i Fiorentini il coraggio

delle risoluzioni, il coraggio civile, di lunga mano superiore al

coraggio militare. Tutti i cittadini si accordarono in riporre l'onore e

la libertà della repubblica al disopra de' personali motivi di pericolo

o di ruina; l'arroganza delle compagnie avventuriere era un giogo

ch'essi più non volevano sopportare; e volevano anzi ch'esse finalmente

provassero quale resistenza erano capaci di opporre, onde dichiararono

essi che a veruna condizione non permetterebbero alla compagnia

d'entrare nel loro territorio[492].

[492] _Matteo Villani, l. IX, c. 26._

Frattanto l'Italia tutta era partecipe dello sdegno de' Fiorentini

contro questa associazione formata per assassinare, la quale da tredici

anni rubacchiava le province, tradiva i sovrani e copriva di vergogna la

milizia italiana. Questo sentimento fece accorrere in ajuto de'

Fiorentini un gran numero di valorosi che cercavano opportunità di

combattere contro i Tedeschi. Il conte di Nola di casa Orsini, condusse

a Firenze trecento corazzieri mandati dal re di Napoli, e ben tosto gli

tennero dietro dodici cavalieri napoletani, che avevano a loro spese

formata una compagnia di cinquanta uomini[493].

[493] _Ivi, c. 27._

Dopo essersi trattenuta alcun tempo a Bettona ed a Todi, la grande

compagnia scese nel territorio di Siena, ed il 25 di giugno si avanzò

fino a Buonconvento e Bagno a Vignone. Il 29 giugno i Fiorentini

trassero la loro armata in campagna, e le si diede lo stendardo con

grande ceremonia. Il capitan generale, Pandolfo Malatesti, avendo

ricevuto lo stendardo reale dalle mani del gonfaloniere di giustizia, lo

passò a Nicola de' Tolomei da Siena, che in allora trovavasi ai servigi

della repubblica; confidò l'insegna de' _figliuoli perduti_ ad un

tedesco, detto Rolando, che da lungo tempo era al soldo de' Fiorentini,

mostrando in tal modo, che facendo guerra agli avventurieri tedeschi, la

repubblica non lasciava di continuare a por fede in coloro che le si

erano mantenuti fedeli. L'armata contava quattromila cavalieri ed

altrettanti pedoni, tutta gente scelta e comandata da buoni ufficiali.

Pandolfo, munito di pieni poteri, partì senza che gli fossero dati nè

consiglieri, nè sopravveglianti, ed andò ad accamparsi sulla Pesa per

far testa ai nemici[494].

[494] _Matteo Villani, l. IX, c. 28._

La compagnia che, sempre minacciando i Fiorentini, tenevasi

rispettosamente lontana dal loro territorio, passò dietro Siena ed entrò

per le Maremme nello stato di Pisa. L'armata fiorentina mutò allora

posizione, e venne ad accamparsi a Montopoli. In appresso la compagnia

s'avanzò fino a Pontadera sull'estremo confine pisano, e l'armata

fiorentina andandole incontro, trovaronsi due sole miglia distanti l'una

dall'altra. Ma i Fiorentini, ch'erano in pace coi Pisani, non volevano

violarne il territorio; ed il conte Lando, sebbene il terreno non

presentasse maggior vantaggio all'una o all'altra parte, non osò

attaccare l'armata di Pandolfo. Dopo essersi tenuto cinque giorni in

presenza di que' nemici, che aveva sì lungo tempo minacciati, il 10

luglio trasportò il suo quartiere a san Pietro in Campo nello stato di

Lucca, girando in tal modo intorno alle frontiere fiorentine senza porvi

mai piede. Pandolfo all'indomani prese posto alla Pieve a Nievole, nella

stessa campagna, ma sul territorio fiorentino. Il paese che divideva le

due armate era aperto e proprio a dar battaglia[495].

[495] _Matteo Villani, l. IX, c. 29._

Il 12 luglio si videro giugnere al campo fiorentino alcuni trombetti del

conte Lando, che portavano sopra rami di spine un guanto stracciato e

sanguinoso. Uno di loro consegnò al generale una lettera colla quale il

capitano della compagnia invitava quello che avrebbe cuore di combattere

a togliere dal ramo spinoso il guanto tinto di sangue, che i tedeschi

mandavano al fiorentini. Pandolfo in presenza di tutta l'armata levò il

guanto ridendo, e dichiarò di essere pronto a difendere sul campo di

battaglia il nome, la giustizia e l'onore della repubblica fiorentina.

Fece bevere i trombetti e loro diede del danaro, poi li fece

accompagnare colle trombe fino ai confini. Mentre si stava in attenzione

della battaglia, Biordo e Farinata degli Ubertini, ch'erano esiliati

come ribelli, giunsero al campo fiorentino con trenta cavalieri e

chiesero che si facesse loro l'onore di riceverli tra i difensori della

repubblica. Furono accolti con riconoscenza, e Biordo essendo morto non

molto dopo, fu pomposamente seppellito a Firenze a spese dello stato.

Il 16 luglio Corrado Lando si mosse alla fine mostrando di volere

attaccare l'armata fiorentina; e Pandolfo, avutone avviso, si avanzò dal

canto suo per iscontrarlo. Ma quando Lando giunse ad un rialto

circondato da torrenti e da rive scoscese, in allora chiamato _campo

alle mosche_, fece alto, ed invece d'attaccare coloro che aveva sfidati,

vi si fortificò con fosse e palafitte.

Allora i Fiorentini s'avvicinarono fino a minore distanza d'un miglio

dai nemici; ma essi volevano tirarli nel piano non assalirli ne' loro

trincieramenti; onde fecero avanzar alcune truppe leggiere per

scaramucciare fino ai piedi delle palafitte. D'altra parte la compagnia

trovavasi sul territorio pisano già da più di venti giorni oltre il

tempo convenuto, e cominciava a sentire mancanza di vittovaglie. Il

conte Lando sapeva che i Fiorentini spedivano infanteria sulle montagne

per tagliargli la ritirata; onde risolse subitamente di bruciare il suo

campo il 23 luglio avanti giorno, e di ritirarsi a precipizio sul _Colle

alle donne_ posto nel territorio di Lucca, abbandonando vergognosamente

il cominciato attacco, e lasciando ai Fiorentini tutta la gloria della

campagna.

Fu con una più sanguinosa prova del loro valore che gli svizzeri, un

secolo più tardi, rispinsero una compagnia della stessa natura, e che

alla battaglia di san Giacomo, in riva alla Birs insegnarono agli

Armagnacchi a rispettare i confini di un popolo libero[496]. Ma sebbene

i Fiorentini in quest'occasione dessero piuttosto prova di fermezza che

di valor militare, il coraggio con cui fecero testa alla compagnia,

tenne luogo per loro d'una vittoria; perciocchè abbattè per sempre

l'orgoglio de' mercenarj, mise un termine alle loro ribalderie, e liberò

la repubblica da un vergognoso tributo ch'essa era stata forzata a pagar

loro. Gli altri stati d'Italia impararono altresì in quest'occasione,

che la sicurezza si trova meglio nella resistenza che nella sommissione;

perchè gli assassini che non combattono che per la preda, inseguono

coloro che fuggono, e s'allontanano da quelli che si apparecchiano alle

difese[497]. La compagnia scoraggiata e coperta di vergogna si disperse

in gran parte dopo la fuga dal campo alle mosche. Il rimanente, sotto la

condotta del conte Lando e di Anichino Bongarten, passò al servigio del

marchese di Monferrato[498].

[496] Il 26 agosto 1444. Vedasi il maraviglioso racconto di questa

battaglia in _Muller. Geschichte der Schweiz IV, Buch. I, cap. t.

IV, p. 78_.

[497] _Matteo Villani, l. IX, c. 31._

[498] _Ivi, c. 42. — Chron. Placent. t. XVI, p. 504._

Pandolfo Malatesti fu ricevuto a Firenze in trionfo allorchè v'andò a

deporre il bastone del comando; egli tornò in appresso a Rimini colmo

de' presenti della signoria. Per altro i Fiorentini non risguardarono la

guerra come affatto terminata per la fuga della compagnia. Quando

seppero ch'erasi posta al soldo del marchese di Monferrato, e che

ostilmente entrava nel territorio di Barnabò Visconti, spedirono a

questi mille cavalieri sotto la loro bandiera per ajutarlo a difendersi

contro questa truppa di assassini, di cui ad ogni costo volevano purgare

l'Italia[499]. Vero è che non hanno potuto combatterli lungo tempo,

imperciocchè il conte Lando, non ismentendo la sua ordinaria infedele

condotta, abbandonò il marchese di Monferrato, cui erasi obbligato di

servire, ed in ottobre passò con mille cinquecento corazzieri nello

stesso campo di Barnabò Visconti, ove militavano i Fiorentini[500]. Poco

dopo traviò ancora il resto della compagnia, che sotto gli ordini

d'Anichino Bongarten era rimasta ai servigi del marchese. Questa doppia

diserzione rendendo preponderante la potenza de' Visconti produsse la

sommissione di Pavia, come abbiamo già osservato, e l'ingresso in Italia

degl'Inglesi, come ausiliarj del marchese di Monferrato, de' quali

parleremo nel susseguente capitolo.

[499] _Matteo Villani, l. IX, c. 45._

[500] _Ivi, c. 54._

Dopo che la compagnia ebbe abbandonata la Romagna, Francesco degli

Ordelaffi continuò per due altri mesi a difendersi in Forlì contro il

legato. Ma quando perdette la speranza de' soccorsi della compagnia,

fece col mezzo del signore di Bologna tasteggiare Albornoz, ed essendo

stato assicurato che verrebbe generosamente trattato, si arrese il 4

luglio del 1359 senza capitolare. Si presentò da penitente in un

parlamento che il legato aveva adunato a Faenza; confessò tutti i suoi

torti verso la chiesa romana, e si sottomise ad espiarli colle cerimonie

che gli furono prescritte, visitando certe chiese di Faenza in un

determinato numero di giorni, ed egli continuò questa penitenza fino al

17 luglio. In tale giorno il cardinale Albornoz gli rese la comunione ad

Imola, ed in pari tempo annullò tutte le sentenze contro di lui

pronunciate dai tribunali ecclesiastici. Sua moglie Marzia, i suoi figli

ed i prigionieri fatti a Cesena, furono posti in libertà, e furono a

Francesco accordate per dieci anni le signorie di Forlimpopoli e di

Castrocaro[501]. Così terminò la guerra della Romagna, e tutta questa

provincia rientrò nell'ubbidienza della chiesa romana[502].

[501] Francesco degli Ordelaffi, volendo in appresso ricuperare la

sovranità, perdette ancora queste due signorie. Morì a Venezia nel

1374 in estrema povertà, lasciando quattro figli ed un nipote.

_Cron. Rimin. t. XV, p. 908._

[502] _Matteo Villani, l. IX, c. 36. — Cron. d'Orvieto, p. 685._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16) · 第 9 / 15 题