CAPITOLO XLIV.

_La Dalmazia vien tolta dagli Ungari ai Veneziani. — Guerra de'

principi Lombardi contro i Visconti. — Fra Giacomo dei Bussolari

a Pavia._

1356 = 1359.

Abbiamo di già veduto il re d'Ungheria condurre successivamente due

armate nel regno di Napoli per vendicare la morte di suo fratello.

Abbiamo veduto questo monarca con un carattere cavalleresco, ma

incostante, sommovere tutto il Levante d'Europa per vendicare la propria

ingiuria, coprire la Puglia e la Calabria colle sue armate, stendere le

sue devastazioni da un mare all'altro, confondere nella sua collera

gl'innocenti coi colpevoli, e lordare la sua gloria colla morte di Carlo

di Durazzo, colla prigionia de' principi del sangue, che riposavano

sulla data fede; in appresso lo abbiamo veduto dimenticare tutt'ad un

tratto il suo risentimento, riconoscere l'innocenza di Giovanna, senza

alcun motivo di cambiare opinione, liberare i principi del sangue,

perdonare a Luigi di Taranto, e rilasciare generosamente al regno di

Napoli i rimborsi cui davagli pieno diritto la sentenza pontificia.

Il lungo regno di Luigi forma il più brillante periodo della storia

d'Ungheria. Prima di lui questo regno era ancora barbaro, dopo di lui

venne esaurito dalle guerre civili, o indebolito dai vizj della sua

costituzione; ma finchè visse Luigi l'Ungheria figurò tra le prime

potenze dell'Europa, dominò sui popoli schiavoni che la circondavano, si

fece rispettare dalla Germania, e tenne l'Italia in timore e quasi nella

sua dipendenza. Le costituzioni feudali hanno tutte un periodo di

grandissima potenza, quello in cui i grandi hanno acquistata tutta

l'energia che nasce in loro dalla propria situazione, senza che abbiano

ancora sentita la loro indipendenza. Il re dirige in allora immense

forze, che però non tarderanno molto a rivoltarsi contro di lui. Egli fa

la guerra senza tesori e senza soldati, ed è ubbidito dai suoi vassalli

soltanto a motivo de' feudi loro dati. Ma l'ubbidienza de' feudatarj non

ha lunga durata; perciocchè non tardano ad accorgersi che i feudi non

possono essere loro ritolti da colui che li diede, ed all'istante in cui

pensano di scuotere il giogo, cessa il potere del monarca. Luigi

d'Ungheria andò debitore di tutto lo splendore del suo regno assai meno

al proprio carattere che alle circostanze in cui si trovò la nazione nel

momento in cui usciva dalla barbarie. «Era (come racconta uno di que'

contemporanei, che conosceva e giudicava accortamente degli uomini), era

un principe di gran cuore, ardito, valoroso; grandi erano le sue

intraprese nella prosperità; le avanzava caldamente, coraggiosamente ed

ancora con alquanto di asprezza; sapeva incutere timore ai suoi baroni,

nè loro permetteva di fare negligentemente i servigi che gli dovevano.

Ma spesse volte intraprendeva grandi cose senza essere bastantemente

preparato a condurle a termine, abbandonandosi alla propria fortuna,

fidandosi nel coraggio de' soldati come questi confidavano nel suo,

tanto più che le sue gentili e cortesi maniere gli assicuravano

l'affetto de' sudditi. Più d'una volta diede prove di sollecitudine e di

leggerezza nelle cose di somma importanza; e seppe meglio uscire dalle

avversità, abbandonando le sue intraprese, che opponendo loro il suo

coraggio e le sue virtù[373].»

[373] _Matteo Villani, l. IV, c. 67._

Le relazioni del re Luigi coll'Italia avevano avuto principio nel 1345

in occasione delle sue controversie coi Veneziani. La morte di suo

fratello Andrea, e la guerra portata nel regno di Napoli, avevano

sospesa la vendetta che voleva fare contro la potente repubblica di

Venezia; ma i Genovesi avendo di nuovo ravvivata la sua animosità, egli

aveva nel 1353 dichiarata la guerra alla signoria di Venezia, e

minacciata ogni anno l'Italia d'una formidabile invasione.

La città di Zara in Dalmazia soffriva con impazienza il giogo de'

Veneziani; più volte erasi ribellata contro di loro, ed altrettante

aveva chiamato in suo aiuto il re d'Ungheria. I Zaratini o abitanti di

Zara, e tutti i sudditi de' Veneziani in Dalmazia ed in Croazia,

trovavansi legati agli Schiavoni ed agli altri sudditi di Luigi per

relazioni di lingua, di costumi, di nome e di onore nazionale. Situati

lungo le coste d'un paese, dal quale sembravano violentemente staccati,

ed al quale erano attaccati per sentimento, nutrivano altrettanto odio

pei Veneziani quanto era l'amore che portavano agli Ungari. Mentre i

primi, per istabilire il loro dominio sul mare Adriatico, avevano quasi

affatto distrutto il commercio e la navigazione dei Dalmatini, i secondi

avrebbero potuto arricchire i loro porti destinati dalla natura a

servire di mercato alle fertili campagne dell'Ungheria. Di già sette

volte, stando agli storici ungari[374], la città di Zara erasi ribellata

per darsi alla corona d'Ungheria; e, sebbene i predecessori di Luigi non

fossero mai stati pacifici possessori di questa città o delle altre

piazze marittime della Dalmazia e della Croazia, Luigi risguardava tutte

queste fortezze come dipendenze della sua corona. Perciò le richiese ai

Veneziani, ed ostinatamente rifiutò di transigere intorno a questi

pretesi diritti, rigettando come oltraggiosa la proposta della signoria,

che voleva calmarlo coll'offerta di un tributo, o di una somma di

danaro. Dopo avere rimandati bruscamente Marco Cornaro e Marin Grimani,

ambasciatori della repubblica, si apparecchiò ad attaccare

simultaneamente da una banda Zara, Spalatro, Traù e Nona in Dalmazia,

dall'altra Treviso, la sola città che Venezia possedesse di que' tempi

nel continente d'Italia[375].

[374] _Bonfinius Rer. Hung. d. II. l, X, p. 259. — Petrii de Reva de

Monarchia et sancta Corona Regni Hug. cent. IV. — In Scrip. Rer.

Hung., t. II, p. II, p. 664._

[375] _Marin Sanuto vite dei duchi, t. XXII, p. 640. — Navagero

Stor. Venez. t. XXIII, p. 1043._

Luigi d'Ungheria aveva ordinato ai suoi baroni di adunarsi a Sagabria,

sui confini della Schiavonia, e vi si recò egli medesimo nel mese di

maggio. Ben tosto ebbe intorno tanta cavalleria, che l'intera Lombardia

cominciò a considerare atterrita l'invasione ond'era minacciata[376].

[376] _Matteo Villani, l. VI, c. 36 e 37._

Gl'Italiani, che nelle loro più importanti guerre radunavano rare volte

più di tre mila corazzieri, potevano a stento figurarsi l'esistenza di

un'armata di quaranta o cinquanta mila cavalli, quale era quella che il

re d'Ungheria mise più volte in campagna. Erasi fino allora creduta cosa

impossibile l'unione di tanta gente, e, vedendola unita, ogni stato

disperava di poterle far testa. Ma le truppe assoldate dei Tedeschi,

degl'Italiani, o de' Francesi, non rassomigliavansi in verun modo alle

armate feudali degli Ungari, le quali non avevano fino allora fatta la

guerra che a popoli tartari, e l'armatura e la disciplina loro non li

rendevano capaci d'altre guerre.

A quest'epoca tutte le terre degli Ungari erano ancora feudi eventuali

della corona; feudi che, a guisa delle starostie di Polonia, non

venivano trasmessi da padre in figlio. Il re li dava e li ripigliava a

suo piacere, o tutt'al più li lasciava al feudatario finchè viveva. In

iscambio il barone obbligavasi a mettere in campagna un certo numero di

cavalieri qualunque volta lo richiedesse il monarca. Tutti gli Ungari

facevano la guerra a cavallo, ma questi cavalieri non avevano altre armi

che un arco, delle frecce ed una lunga spada. Non portavano essi

corazza, nè cotte di maglia, e le loro armi difensive riducevansi al

solo abito, composto di un giubbone di cordovano coperto da un secondo,

poi da un terzo e da un quarto cuciti assieme di mano in mano che il

primo, di cui non spogliavansi mai, si andava consumando. La stoffa così

raddoppiata e rinforzata dalla polvere medesima, ond'era impregnata,

formava una specie di corazza, che difficilmente poteva sforarsi con una

freccia o colla spada.

Gli Ungari, avvezzi a guerreggiare nei deserti contro i Bulgari, i

Russi, i Tartari, i Serviani, accostumavano i loro cavalli a nudrirsi al

pascolo senza scostarsi gli uni dagli altri. Le loro selle erano fatte

in maniera da potere indifferentemente servire la notte al cavaliere per

letto o per copertura. Ognuno di loro portava sul cavallo un sacco pieno

di certa polvere fatta di carne secca, e quali possono presso a poco

essere i nostri pani di brodo. Bastava far bollire una piccolissima

quantità di tale polvere con molt'acqua per formarne grandi masse di

gelatina sostanziosissima. In mezzo ai deserti gli Ungari si

accontentavano di questo cibo; ma poichè guerreggiarono in paesi

inciviliti, ove trovavano pane, vino e carni fresche, essi si annojarono

delle insipide loro gelatine, e più non vollero farne uso. I campi non

somministravano ai loro cavalli foraggi ugualmente buoni di quelli delle

diserte praterie della Bulgaria e della Valacchia: le vittovaglie

venivano chiuse entro le terre murate, che lungo tempo resistevano ai

loro attacchi, e quanto più grande era il numero degli Ungari che

passavano in Italia, più presto erano vinti dalla mancanza di munizioni

e di foraggi[377].

[377] _Matteo Villani, l. IV, c. 54._

Il re d'Ungheria si fece precedere da mille cavalli capitanati da

Corrado di Wolfart, tedesco, che gl'Italiani chiamarono Lupo, e che

aveva di già militato nel regno di Napoli. Lo accompagnavano i baroni di

Bosnia ed il conte d'Aquilizia. Quest'avanguardia di una più

considerabile armata giunse il 28 giugno del 1356 sotto Treviso[378].

Fantino Morosini era inallora podestà di questa città per la repubblica,

e gli erano stati mandati tre provveditori per ajutarlo nelle presenti

difficili circostanze[379]; i quali magistrati distrussero i sobborghi

di Treviso, la grossa terra di Mestre, e tutti i villaggi, che

credettero incapaci di difendersi. Intanto il re si avanzava con

quaranta mila cavalli, e Francesco di Carrara, signore di Padova,

sebbene alleato della repubblica, si affrettò d'accettare la neutralità

offertagli dagli Ungari a condizione di somministrare le vittovaglie

all'armata[380].

[378] _Matteo Villani, l. VI, c. 50._

[379] Marco Giustiniani, Giovanni Delfino e Paolo Loredano. — _Marin

Sanuto vite dei duchi di Ven. p. 640._

[380] _Matteo Villani, l. VI, c. 51. — And. Gataro Storia Padovana,

t. XVII, p. 52._

La vanguardia ungara si era lasciato a dietro il castello di Conegliano,

destinato a chiudere l'ingresso del territorio trivigiano. Il re lo

cinse d'assedio e lo prese l'undici luglio[381]. In appresso occupò

subito Asolo e Ceneda, indi condusse tutta l'armata intorno a Treviso,

Fortissime erano le mura di questa città, e circondate da larghe fosse

piene di acqua. I minatori non potevano rendersi utili agli assedianti,

perchè tutta quella campagna è così abbondante di sorgenti sotterranee,

che non potevasi scavare quattro piedi sotto terra senza che le acque

filtrassero nel cavo. L'armata ungara non aveva altri mezzi per

impadronirsi di Treviso che quelli della fame e di un lungo blocco. Ma

assai prima degli assediati cominciò il re a sentire la mancanza delle

vittovaglie, perchè gli Ungari, insofferenti di disciplina, non

rispettarono il territorio di Padova, e spogliarono i mercanti che

portavano vittovaglie al campo. Più non si trovò persona che osasse

continuare così pericoloso commercio, e gli assedianti si videro tutt'ad

un tratto ridotti ad un'estrema carestia[382].

[381] _Matteo Villani, l. VI, c. 52. — Anton. Bonfini Rer. Hungar.

De. II, l. X, p. 268. — Joh. de Thwrocz Chron. Hungar. p. III, c.

27, p. 181._

[382] _Matteo Villani, l. VI, c. 55._

In pari tempo i Veneziani facevano al re le più vantaggiose proposizioni

per ottenere la pace. Offrivano di rendere a Zara l'antica sua libertà,

purchè la sua indipendenza venisse riconosciuta ancora dalla corona

d'Ungheria. Proponevano di cedere al re alcune città della Dalmazia, di

ritenerne altre, ma quali feudi della sua corona, cui pagherebbero un

tributo. Luigi non volle ascoltare veruna delle proposte condizioni, e

dichiarò che non accorderebbe la pace ai Veneziani finchè non gli

rendessero tutta la costa dell'Illiria[383]. Ma era appena stato

comunicato al senato cotale rifiuto, che un nuovo corriere gli portò la

notizia della ritirata del re, e della liberazione di Treviso. Luigi,

disgustato di così lunga intrapresa a motivo di qualche sedizione

scoppiata nel suo campo, e della difficoltà di procurarsi le

vittovaglie, il 23 agosto risolse di ritirarsi, e lo stesso giorno,

ripassata la Piave, tornava in Ungheria con un'armata di cinquanta mila

combattenti. Due mila cavalli si lasciava a dietro per guardare

Conegliano[384].

[383] _Ivi, c. 63._

[384] _Matteo Villani, l. VI, c. 66._

Vero è che non si tardò a vedere che il re, abbandonando il territorio

veneziano, non aveva perciò rinunciato alla guerra. Le tre armate gli

erano sembrate troppo numerose per trovare viveri e foraggi; d'altronde

il tempo del servizio feudale era troppo limitato, perchè potesse fare

un'importante conquista avanti che i suoi baroni ritornassero ai loro

focolari. Aveva perciò mutato il suo sistema; destinava molti grandi

signori dell'Ungheria per succedersi gli uni agli altri, onde continuare

la guerra ciascuno alla testa di cinque mila cavalli. E perchè il

servizio feudale non era che di tre mesi, ogni capo di armata doveva

passare due soli mesi sul territorio veneziano, ed impiegare il terzo

per l'andata e pel ritorno. Il primo de' generali di Luigi giunse il 15

ottobre a Conegliano, ed attraversò il territorio di Treviso, senza che

i Veneziani, che appena avevano tanta gente che bastasse alla custodia

delle fortezze, osassero tentare di difendere la campagna col venire a

battaglia[385].

[385] _Ivi, l. VII, c. 28. — Joh. de Thwroc. Chron. Hungar. p. III,

c. 28, p. 188._

Prima della ritirata del re d'Ungheria il doge Giovanni Gradenigo era

morto l'otto agosto del 1356, e il 13 agosto i quaranta elettori gli

avevano sostituito Giovanni Dolfino, che allora trovavasi provveditore a

Treviso. La signoria fece chiedere al re d'Ungheria, se permetterebbe al

nuovo doge di uscire dalla città assediata per venire a prendere le

redini del governo, ed il re, che non veniva mai meno a coloro che

fidavansi alla sua generosità, vi acconsentì all'istante[386].

[386] _Andrea Gataro Historia Padovana, t. XVII. p. 54._ Per altro

Marin Sanuto scrive per lo contrario, che il re non accordò la

licenza, e che il doge, alla testa di seicento cavalli, si fece

strada a traverso alle file nemiche. _Vite dei duchi, p. 652._

Navagero assicura che Dolfino abbandonò Treviso soltanto dopo che il

re n'ebbe levato l'assedio. _Stor. Venez., p. 1044._ Il più antico

storico, da me seguito, era facilmente meglio informato e più

imparziale.

La nomina d'un nuovo doge dava opportunità alla signoria di far nuove

proposizioni di pace, ed i suoi ambasciatori vennero incaricati di

offrire al re tutte le piazze della Dalmazia, ad eccezione della sola

Zara; ma queste offerte furono di nuovo rifiutate. Allorchè gli abitanti

delle città della Dalmazia ebbero notizia di queste offerte, quelli di

Traù e di Spalatro vedendo che la repubblica era disposta a cederli al

re, risolsero di prevenire il trattato di pace, e di cattivarsi il

favore del re con una pronta sommissione, invece d'aspettare che fosse

di loro disposto; attaccarono quindi all'improvviso le guarnigioni che

la repubblica teneva nelle loro città, le disarmarono, ed aprirono le

porte agli Ungari[387].

[387] _Matteo Villani, l. VII, c. 82. — Navagero Stor. Venez., p.

1044._

Nel 1357 il re Luigi continuò con accanimento la guerra contro i

Veneziani; mantenne costantemente nel territorio di Treviso un'armata

destinata a bloccare la città, ed a spogliare le campagne. In pari tempo

il congresso de' baroni di Bosnia aveva condotta una seconda armata

nella Dalmazia veneta, ed aveva assediata Zara, città fortissima, che i

predecessori di Luigi avevano più volte assediata con infelice riuscita.

Il congresso de' baroni di Bosnia si tenne un intero anno sotto le sue

mura, e già disperava di riuscire nell'intento a forza aperta, quando la

seduzione compì i suoi desiderj[388]. Due ufficiali tedeschi della sua

armata ebbero segrete intelligenze col priore del monastero di san

Crisogono contiguo alle mura[389]. Il priore, ch'era tedesco, provvide

di scale i suoi compatriotti, ed introdusse gli assedianti nella sua

chiesa; le guardie della vicina porta furono sorprese ed uccise, e

l'armata ungara entrò in città per questa porta. La guarnigione

veneziana, dopo una vigorosa resistenza, fu costretta a ripararsi nel

castello[390].

[388] _Matteo Villani, l. VIII, c. 19._

[389] _Marin Sanuto vite de' duchi di Venezia, p. 646._

[390] Il 23 dicembre 1357. — _Joh. de Bazano Cron. Mutin., t. XV, p.

627. — Gaetano Storia Padovana, p. 53._

I Veneziani, abbattuti da tante calamità e spaventati dalla perseveranza

del loro nemico, risolvettero in ultimo di chiedere la pace al re

d'Ungheria riportandosi per le condizioni alla di lui generosità.

Scelsero ambasciatori tra i gentiluomini i più ragguardevoli, e fecero

col mezzo loro pregare il re di stender egli medesimo un trattato, che

promisero di sottoscrivere all'istante. Luigi, commosso da tanta

confidenza, rispose, ch'egli non aveva fatta la guerra che per

ricuperare le città spettanti alla sua corona. Queste sole egli

domandava, e la rinuncia del doge e della signoria ad ogni titolo e

diritto sopra le medesime. Soggiunse che non aveva bisogno di danaro, e

che non voleva tributi, ch'era apparecchiato a rendere i castelli

conquistati nel territorio di Treviso, perchè non pensava ad ingrandirsi

con ingiusti acquisti, ma soltanto chiedeva, che, trovandosi egli

obbligato a sostenere qualche guerra marittima, la signoria gli

somministrasse ventiquattro galere, di cui pagherebbe egli le

spese[391].

[391] Questa condizione riferita dal Villani viene taciuta dagli

storici della repubblica. _Marin Sanuto vite, p. 646. — Navagero

Storia Venez. p. 1045._

Queste condizioni vennero subito accettate dalla repubblica di Venezia,

e la pace fra i due stati si pubblicò in febbrajo del 1358[392]. Il doge

che, dopo la conquista di Costantinopoli, portava il titolo di duca di

Venezia, di Dalmazia, di Croazia, e di signore di un quarto e mezzo

dell'impero romano, fu costretto, dopo questo trattato, e fino al 1387,

in cui la signoria ricuperò la Dalmazia, di accontentarsi del più

modesto titolo di duca di Venezia[393].

[392] _Matteo Villani, l. VIII, c. 30. — Antonii Bonfinii Rer.

Hungar. Dec. II, l. X, p. 269._

[393] _Gattaro Storia di Padova, p. 56. — Libro del Polistore, t.

XXIV, c. 42, p. 840. — Marin Sanuto vite dei duchi, p. 643. —

Navagero Stor. Venez., p. 1045._

A quest'epoca molte guerre devastavano simultaneamente l'Italia, e

perchè cominciate per diversi motivi e continuate indipendentemente le

une dalle altre, ci è forza di separarne interamente il racconto. Mentre

gli Ungari guastavano lo stato di Treviso, il limitrofo principato di

Padova trovavasi in una guerra coi fratelli Visconti, che non aveva

verun rapporto con quelle de' Veneziani e del re Luigi. I quattro

principati di Padova, Verona, Mantova e Ferrara, eransi collegati, come

fu detto altrove, per difendersi contro i signori di Milano, e, nel

tempo che Visconti d'Oleggio avea fatta ribellare Bologna, egli pure era

entrato in quell'alleanza, che talvolta abbiamo accennata sotto nome di

lega di Venezia. Vero è che la guerra tra questi piccoli signori ed i

Visconti trattavasi lentamente; alcune scorrerie di cavalli, che non

miravano che a guastare il territorio, ruinavano i contadini, ed

esponevano a tutti i disastri della guerra le terre aperte, senza recare

verun decisivo vantaggio all'una o all'altra parte. Ma l'ambizione e

l'orgoglio de' signori di Milano sollevarono ben tosto contro di loro

nuovi nemici, che accrebbero le difficoltà della presente loro

situazione.

Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato, era da molto tempo l'amico e

l'alleato de' Visconti; ma l'impunità di un'offesa fatta ad alcuni suoi

ufficiali nello stesso palazzo de' Visconti, venne risguardata da lui

come una prova della poca stima che questi orgogliosi signori avevano di

lui, e bastò questo perchè egli si staccasse dalla loro alleanza[394].

Il marchese di Monferrato aveva accompagnato a Roma Carlo IV, ed il

riconoscente monarca lo aveva nominato vicario imperiale in Piemonte e

legittimati i suoi titoli alla signoria di Torino, Susa, Alessandria,

Ivrea, Trino e di più di cento castella nominate nell'imperiale

diploma[395]. Il marchese, di ritorno da Roma, rese più intima

l'alleanza che da molto tempo univa la sua famiglia con quella de'

Beccaria, che da quarantatre anni governava Pavia. Questa andava

debitrice alla protezione dei Visconti della lunga sua signoria su

quella città: e, strettamente parlando, i Beccaria erano piuttosto i

luogotenenti che gli alleati dei signori di Milano. In una lunga pace

avevano essi ragunate grandi ricchezze, e procurata una costante

prosperità alla città da loro dipendente[396]. Posti tra i Visconti ed

il marchese di Monferrato, eransi, per la vicendevole gelosia de' vicini

signori, conservati più potenti di loro.

[394] _Matteo Villani l. VI, c. 2._

[395] _Benven. de san. Gregorio Hist. Montisfer. p. 527._

[396] _Petri Azarii Novariens. Cron., p. 346._

Assicuratosi dell'alleanza de' Beccaria, il marchese di Monferrato

s'apparecchiò apertamente a fare la guerra ai Visconti; nè appena furono

palesi le sue intenzioni, che tutte le città del Piemonte soggette a

Galeazzo Visconti, Chieri, Chierasco, Asti, Alba, Valenza e Tortona,

presero le armi per iscuotere l'odioso giogo di questi tiranni. Galeazzo

opprimeva i sudditi colle imposte, pagava male i suoi impiegati, vendeva

la giustizia e tormentava colla sua avarizia le province a lui toccate

in sorte nella divisione[397]; mentre all'opposto il marchese di

Monferrato era quello de' sovrani, sotto cui i Piemontesi desideravano

di vivere. Onde nell'inverno del 1355 al 1356, tutte le città del

Piemonte passarono sotto il suo dominio[398].

[397] _Petri Azarii Chron., p. 403._

[398] _Matteo Villani, l. VI, c. 3. — Petri Azarii Chron. p. 344._

I Visconti per vendicarsi, invece di attaccare il Monferrato, volsero le

loro armi contro i Beccaria, creduti più deboli del marchese. Fecero

marciare nel mese di maggio una numerosa armata[399], la quale, cingendo

Pavia d'assedio, alzò da tre lati tre ridotti di legno, allora chiamati

_bastie_; pose in tutti una grossa guernigione, e si ritirò, lasciando

la città così strettamente bloccata, che difficilmente poteva essere

vittovagliata[400].

[399] _Matteo Villani, l. VI, c. 23._

[400] _Ivi, c. 29._

Eravi fondamento di credere che Pavia non avrebbe potuto difendersi

lungamente. La famiglia dei Beccaria, che signoreggiava la città, aveva

molti capi tra loro discordi, ognuno de' quali aveva fortezze ed

alleanze particolari; anzi uno di loro, chiamato Milano, aveva

abbandonato la parte ghibellina attaccata da lungo tempo alla propria

famiglia, per unirsi ai conti di Langusco, capi de' Guelfi pavesi[401].

Una causa di ruina, ancora più immediata che la discordia della famiglia

Beccaria, erano i depravati costumi de' principi e del popolo,

l'immoralità, e la lascivia che i capi del governo ostentavano perfino

nelle pubbliche feste[402].

[401] _Petri Azarii Chron., p. 372._

[402] _Ivi, p. 374._

Ma per rispingere gli attacchi de' Visconti un affatto inaspettato

vigore venne comunicato ai Pavesi dalle prediche di un monaco

repubblicano. Fra Giacomo de' Bussolari aveva in fresca gioventù

abbandonato il mondo per consacrarsi ad una vita penitente sotto la

regola di sant'Agostino. Dopo aver vissuto alcun tempo come eremita ne'

deserti, era stato dai superiori del suo ordine rimandato a Pavia, sua

patria. Fu colà incaricato di predicare il mercoledì delle ceneri nella

sala del vescovado, ed aveva in tale circostanza mostrato tanta pietà,

fervore ed eloquenza, che il popolo lo aveva supplicato di predicare

ogni giorno tutta la quaresima, ed il vescovo glielo aveva ordinato.

L'impudenza del vizio e la corruzione, di cui davano il più scandaloso

esempio i giovani Beccaria, offendevano la sua anima pura ed elevata.

Egli aveva predicato contro l'aperta incontinenza delle donne e contro

l'usura, e la sua santa eloquenza era stata cagione di una visibile

riforma ne' costumi de' cittadini[403]. I giovani Beccaria erano omai i

soli che non pensassero a correggersi; mentre i capi della loro casa,

Castellino e Fiorello, che temevano gli effetti dei vizj e delle

dissensioni dei loro nipoti, eccitavano il monaco a predicare

coraggiosamente ed a non risparmiare chicchefosse. Castellino Beccaria,

ch'era ammalato, facevasi sempre portare in lettica alle sue

prediche[404].

[403] _Matteo Villani, l. VIII, c. 1 e 2._

[404] _Petri Azarii Chron., p. 374._

Infatti frate Giacomo più non si limitò ad attaccare i vizj privati;

inveì dal pulpito contro quelli della nazione e contro quelli de'

principi, contro la viltà de' cittadini, contro il loro egoismo, contro

la loro tolleranza della schiavitù, contro la corruzione, l'ingiustizia

e la crudeltà de' tiranni. Con questi discorsi risvegliò l'amore di

patria ne' cuori in cui da lungo tempo era già spento, facendolo a bella

prima agire contro i tiranni di Milano che in allora cercavano di rapire

ai Pavesi l'indipendenza nazionale, come i tiranni domestici avevano

loro tolta la libertà. Eccitò il popolo a riprendere, per sua difesa, le

armi da lungo tempo deposte in mano di soldati mercenarj; chiese ed

ottenne i soccorsi dal marchese di Monferrato; indi fece preparare delle

scale, ed il 27 di maggio in sul fare del giorno sortì egli stesso alla

testa d'un corpo di fedeli che aveva adunati nella chiesa e di cui avea

fatta un'armata, e la condusse da valoroso capitano contro il primo

ridotto de' Milanesi posto sul Ticino. I Tedeschi al soldo de' Visconti,

che custodivano questo ridotto, sconcertati dall'impeto straordinario

de' Pavesi, opposero loro breve resistenza; la _bastia_ fu presa ed

abbruciata, ed uccisi, fatti prigionieri o dispersi coloro che

l'occupavano. Frate Giacomo avanti che s'intiepidisse l'entusiasmo de'

suoi concittadini li condusse immediatamente ad attaccare il secondo

ridotto dall'altra banda del Ticino, ove i Tedeschi, spaventati dalla

disfatta dei loro compagni, non fecero maggior resistenza: dietro al

secondo fu preso anche il terzo ed abbruciato come gli altri due. Dopo i

ridotti vennero in potere de' vincitori diverse barche nemiche adunate

sul Po dalla banda di Piacenza; e per tal modo fu in un solo giorno

levato l'assedio di Pavia, e dispersi i soldati che vi teneva il nemico,

quando tutta l'Italia credeva che quella città dovesse arrendersi[405].

[405] _Matteo Villani, l. VI, c. 36._

I Visconti occupati a tale epoca in altre intraprese, non mandarono

immediatamente nuove truppe contro Pavia. Mentre facevano la guerra nel

Monferrato, e strignevano con un'altra armata i Gonzaghi nello stato di

Mantova[406], cercavano di staccare dai suoi alleati e d'ingannare con

proposizioni di pace Giovanni d'Oleggio, tiranno di Bologna, non

lasciando in pari tempo di mantenere segrete intelligenze tra i suoi

sudditi e i suoi soldati per togliergli il potere e la vita[407].

D'altra parte non erano tranquilli sull'avvicinamento della grande

compagnia, la quale, condotta dal conte Lando, aveva abbandonato il

regno di Napoli, poi, col favore d'un trattato fatto col cardinale

Albornoz, attraversata, senza guastare le campagne[408], la Marca

d'Ancona, e di là era entrata nelle terre di Bernardino da Polenta,

signore di Ravenna[409]. Dopo avere spogliata questa provincia, e

minacciato, quando l'uno e quando l'altro, tutti gli stati d'Italia,

finalmente il 18 di settembre erasi posta al soldo della lega formata

contro i Visconti dai signori di Mantova, di Verona, di Ferrara e di

Bologna[410].

[406] _Ivi, c. 68. — Joh. de Bazano Chron. Mutin., t. XV, p. 625._

[407] _Matteo Villani, l. VI, c. 62 e 64. — Math. de Griffonibus

Memoriale Hist. t. XVIII, p. 172._

[408] _Matteo Villani, l. VI, c. 56._

[409] _Ivi, c. 70._

[410] _Ivi, c. 75. — Beneventus de Sancto Georgio Historia

Montisferrati, p. 533._

Gli alleati, per accrescere riputazione alle loro armi, si volsero

all'imperatore chiedendogli qualche soccorso. Carlo aveva avuta giusta

cagione di dolersi dei Visconti, i quali nel suo ritorno da Roma avevano

di lui mostrata non minore diffidenza che disprezzo, ed accolse con

piacere l'opportunità di vendicarsi di loro, purchè potesse farlo senza

correre verun pericolo e senza dispendio. Partendo da Pisa aveva colà

lasciato Marcovaldo vescovo d'Augusta col titolo di vicario imperiale;

questi era ormai stanco di soggiornare in una città ove non aveva alcun

potere. Carlo gli concesse di recarsi all'armata della lega, a

condizione di non fare uso del suo nome, e di non ispiegarvi la

rappresentanza imperiale, se non quando l'armata degli alleati sarebbe

abbastanza forte per assicurare la vittoria[411]. Il vescovo d'Augusta

ch'era coraggiosissimo e cercava qualche occasione per farsi più nome,

passò subito all'armata, di già ingrossata dall'unione della grande

compagnia; vi fece spiegare lo stendardo imperiale, e, nella sua qualità

di vicario dell'impero, citò i due fratelli Visconti al suo tribunale,

accusandoli di ribellione contro il sovrano, di tirannide, di

tradimento[412].

[411] _Matteo Villani, l. VI, c. 76._

[412] _Ivi, l. VII, c. 23._

I Visconti rigettarono con disprezzo tale intima; risposero ne' loro

manifesti che, essendo essi medesimi vicarj perpetui dell'impero,

intendevano d'assoggettare l'arcivescovo a pena capitale per essersi

posto alla testa di una banda di assassini[413]; ma gli effetti non

corrisposero alle loro minacce. Mentre il vescovo d'Augusta, dopo essere

passato in faccia a Parma, il 10 ottobre, senza trovare resistenza,

stava disegnando il suo campo in distanza di cinque miglia da Piacenza,

l'armata de' Visconti, composta di quattro mila cavalli tedeschi e

brabantesi, ricusava di uscire dalla città, sotto pretesto che i soldati

dell'impero non potevano portare le armi contro lo stendardo

dell'imperatore, loro signore. Fatto è ch'essi non volevano combattere

contro la compagnia, perchè tutti i soldati stranieri, che allora

servivano in Italia, erano associati ai di lei profitti e da lei pagati,

e volevano sempre avere aperto un rifugio nelle sue file quando

venissero licenziati altrove. I Visconti dissimularono coi loro soldati,

e non li congedarono, persuasi che sarebbero tutti all'istante passati

nel campo nemico. Si accontentarono adunque di provvedere alla guardia

della città, abbandonando al sacco le campagne[414].

[413] _Matteo Villani, l. VII, c. 24._

[414] _Ivi, c. 26._

Ma la grande compagnia non guerreggiava con migliore buona fede dei

soldati de' Visconti. Invano il marchese di Monferrato, ch'erasi recato

all'armata, affrettava il conte Lando a marciare sopra Milano e ad

attaccare quella città, onde abbattere con un solo colpo tutta la

potenza de' Visconti: la grande compagnia, acquartierata presso

Maggenta, ruinava il paese, spogliava le campagne, disonorava le donne e

le fanciulle, e rifiutava di marciare. Conobbe allora il marchese di

Monferrato, che i soldati delle due armate erano fra loro d'accordo, e

che, nella simulata loro guerra, non erano nemici che degli abitanti che

ruinavano. Temette che questi mercenarj lo vendessero ai Visconti, che

avevano posto una taglia sul di lui capo, ed abbandonò l'armata con

cinquecento cavalieri, coi quali occupò Novara per sorpresa[415]. Azzo

da Correggio, che militava sotto le medesime insegne s'allontanò pochi

giorni dopo con settecento cavalli, per sorprendere Vercelli, ma la sua

intrapresa andò a vuoto[416].

[415] _Petri Azarii Chron., p. 347._

[416] _Matteo Villani, l. VII, c. 36._

I signori di Milano avevano dato il comando delle loro truppe al vecchio

Lodovico Visconti, loro parente; quel medesimo che nel 1322 aveva

ristabilita la repubblica milanese, che nel 1327 aveva dato Galeazzo in

mano a Luigi di Baviera, e che nel 1339 aveva condotta la terribile

compagnia di san Giorgio a Parabiago contro il signore di Milano. Tra i

grandi avvenimenti cui Lodrisio aveva presa parte, il suo carattere era

equivoco, ma non era dubbioso il di lui valore, e verun italiano aveva

saputo meglio di lui conciliarsi l'affetto ed il rispetto de' soldati

tedeschi.

Tosto che questo vecchio generale si pose alla testa dell'armata, i

mercenarj non osarono disubbidirgli; promisero di seguirlo ovunque

volesse condurli, e di combattere contro la grande compagnia, sebbene

portasse le insegne imperiali. Altronde aveva Lodrisio seco condotto un

rinforzo di tre mila cavalli italiani, in tempo che l'armata nemica

trovavasi indebolita per l'assenza del marchese di Monferrato, di Azzo

da Correggio, e di mille duecento cavalli che questi avevano seco

condotti. Il vescovo d'Augusta per tenersi in sicuro da ogni sorpresa,

aveva cominciato il 13 novembre a portare l'armata al di là del Ticino,

quando fu bruscamente attaccato da Lodrisio e posto in fuga, malgrado la

più vigorosa resistenza. Egli stesso cadde nelle mani di Lodrisio con

seicento de' suoi corazzieri. I vincitori avevano fatti prigionieri

moltissimi altri cavalieri, e tra questi quasi tutti i capi della

compagnia, il conte Lando, messer Dondaccio di Parma e Ramondino Lupo;

ma coloro che gli avevano fatti prigionieri erano tedeschi, tutti

segretamente associati alla compagnia, onde li sottrassero ai loro

generali, ed in appresso trovarono il modo di farli fuggire[417].

[417] _Matteo Villani, l. VII, c. 46. — Chron. Placent. Joh. de

Nisis, t. XVI, p. 502._

La gioja che questa vittoria dovette cagionare ai Visconti venne scemata

dalla notizia che ricevettero poco dopo della rivoluzione di una delle

più importanti città del loro dominio. Nell'imbarazzo in cui gli avea

posti la guerra coi Veneziani, i Genovesi s'erano appigliati al duro

partito di sottomettersi volontariamente all'arcivescovo di Milano; ma

troppo erano essi attaccati alla loro libertà per rimanere lungo tempo

sotto il giogo; tanto più che i nuovi signori di Milano avevano di già

cercato di renderlo più pesante: risolvettero adunque di approfittare

del presente imbarazzo de' Visconti, e non avendo ancora avviso della

vittoria che questi avevano ottenuta il 13 sul Ticino, presero le armi

il 15 di novembre, ed adunandosi alla voce di _viva la libertà! morte ai

tiranni!_ attaccarono il pubblico palazzo, ove il vicario dei Visconti

non potè difendersi lungamente: egli fu costretto d'uscire di città co'

suoi soldati. Allora i Genovesi mandarono a cercare a Pisa Simone

Boccanegra, quello che pel primo era stato decorato del titolo di doge;

lo installarono nuovamente in tale dignità e colle prerogative medesime

accordategli la prima volta. I Pisani mandarono con Boccanegra un corpo

di cavalleria, onde ajutarlo a rimettere la sua patria in libertà[418].

Le due Riviere si posero all'istante sotto l'ubbidienza del nuovo doge,

tranne Savona, Ventimiglia e Monaco, che però egli sottomise

successivamente colle armi[419].

[418] _Matteo Villani, l. VII, c. 40. — Georgii Stellae Annal.

Genuens. p. 1094. — Chron. Floren., p. 502. — Ubertus Folieta

Genuens. Hist., l. VII, p. 453._

[419] _Matteo Villani, l. VII, c. 49, 86 e 93._

Intanto il predicatore di Pavia, frate Giacomo dei Bussolari, dopo avere

liberata la sua patria dall'armata dei Visconti che la stringeva

d'assedio, aveva continuato a predicare contro la corruzione de' costumi

e contro i vizj de' tiranni. I signori Beccaria, che avevano fatto

plauso alle sue prediche, finchè le avea dirette contro i soli Visconti,

loro nemici, cominciarono ad essere inquieti, quando lo udirono

attaccare la tirannide in generale. Tutto il vantaggio che potevano da

lui sperare, l'avevano omai ottenuto quando i Pavesi, riscaldati dai

suoi sermoni, eransi impadroniti colla spada alla mano dei ridotti che

chiudevano la città. Gli sforzi di Giacomo dei Bussolari per comunicare

una nuova energia ad un popolo suddito, non potevano che riuscire

dannosi ai padroni di quel medesimo popolo. I signori di Pavia

determinarono adunque di farlo morire, e Castellino e Milano dei

Beccaria s'incaricarono di assassinarlo; ma l'accorto frate scoprì, e

rese vane tutte le loro pratiche. I cittadini, temendo per la vita del

loro apostolo, formarono una guardia volontaria che lo accompagnava in

ogni luogo, onde il Bussolari si rese più coraggioso nel rinfacciare ai

Beccaria dall'alto del pulpito le loro crudeltà ed i precedenti

omicidj[420].

[420] _Matteo Villani, l. VIII, c. 2._

Prima di tentare una rivoluzione nel governo, frate Giacomo volle avere

l'assenso del marchese di Monferrato. Questo signore era stato da Carlo

IV nominato vicario imperiale a Pavia, onde aveva un legittimo titolo

per governare questa città, in tempo che il potere che si arrogavano i

Beccaria era usurpato. Il monaco, sostenuto dall'autorità del marchese,

fece nel suo primo sermone un quadro dei costumi depravati dei tiranni,

della corruzione d'ogni giustizia e dell'avvilimento del popolo in tutte

le città cadute sotto il dominio di un usurpatore: in appresso si fece a

dimostrare da quanti delitti era stata macchiata Pavia dopo che i

Beccaria avevano usurpato il sovrano potere; raccontò come poco era

mancato ch'egli medesimo non fosse assassinato d'ordine de' tiranni;

esortò i Pavesi a non sostenere più lungo tempo così vergognoso giogo,

ed indicò dal pulpito venti cittadini che trovavansi tra gli uditori, i

quali nominò capitani e tribuni del popolo. Ordinò loro di formare venti

compagnie di cento uomini cadauna nel rispettivo quartiere; nominò pure

quattro capi di questa milizia, e quand'ebbe finita la predica il popolo

ratificò co' suoi suffragi le nomine fatte dal predicatore. Tutti gli

eletti accettarono l'impiego loro affidato pel ristabilimento della

religione e della libertà[421].

[421] _Matteo Villani, l. VIII, c. 3._

I Beccaria, che dal solo impero della parola si vedevano spogliati della

propria autorità, senza un fatto d'armi, senza violenza, e soltanto

perchè il popolo aveva cessato di ubbidire loro, non vedevano altro

mezzo di ricuperare il perduto potere, che la morte di questo monaco

sedizioso. Tentarono perciò di ottenere l'intento, ora colla sorpresa,

ora coll'aperta forza, ma le guardie che il popolo aveva date al

predicatore rispinsero costantemente i loro satelliti. Per ultimo

s'addirizzarono ai Visconti, de' quali erano stati lungo tempo

dipendenti, riconciliaronsi con loro, e cercarono il mezzo di aprire

alle loro milizie le porte di Pavia. Ma il monaco, che teneva gli occhi

aperti sui Beccaria, dopo avere dal pulpito informato il popolo de' loro

complotti, mandò un centurione a Milano de' Beccaria, per portargli

l'ordine d'uscire subito dalla città e dal suo territorio. Milano ubbidì

tremando, e colla famiglia si ritirò in uno de' suoi castelli, ove ben

tosto lo raggiunse suo fratello. Allora diedero ai Visconti tutte le

fortezze che possedevano nel territorio di Pavia, assoldarono truppe e

rinnovarono i loro intrighi in città perchè i loro partigiani ne

aprissero le porte ai Visconti. Questa trama fu pure scoperta, onde

dodici congiurati perdettero la testa, e tutti i Beccaria furono

cacciati fuori di città[422].

[422] _Matteo Villani, l. VIII, c. 2. — Benvenuti de san. Georgio

Hist. Montisferrati, p. 539._

Dopo questa rivoluzione i Visconti essendosi riconciliati con tutti i

Beccaria, si tennero sicuri di poter occupare Pavia; e tentarono, se

possibile fosse, di ridurre lo stesso monaco a rinunciare alla difesa

de' suoi concittadini. Il Petrarca aveva strette relazioni con Giacomo

de' Bussolari; egli rendeva giustizia a' suoi talenti, ed avrebbe dovuto

amarlo perchè nemico della tirannide; ma Petrarca, sedotto dalle

cortesie de' Visconti, viveva di que' tempi alla loro corte, e riceveva

impieghi da costoro, sebbene fossero nemici della sua patria, della

chiesa e dell'impero, sebbene macchiati di tutti i vizj e di tutti i

delitti. A loro istigazione il poeta fiorentino scrisse a fra Bussolari

una lunga lettera per esortarlo a predicare la pace e non la guerra, la

sommissione e non la ribellione[423]. Per altro questa lettera, che non

è che un tessuto di luoghi comuni, non ebbe sul predicatore pavese

veruna influenza.

[423] _Fran. Petrarcae Familiares Epist. l. IX, epist. 17. De Sade

Memoires pour la vie de Petrarque, l. V, p. 465._

Fra Bussolari non accordò maggiore deferenza agli ordini che i Visconti

gli fecero dare da alcuni superiori della sua religione, che trovavansi

ne' loro dominj. Egli non si limitò a dirigere dalla cattedra i consigli

della nuova repubblica, seguì la sua greggia in campagna, e protetto dal

marchese di Monferrato, fece ricuperare ai Pavesi sul territorio

milanese il raccolto, che avevano perduto nel proprio territorio[424].

[424] _Matteo Villani, l. VIII, c. 57._

I Visconti in tutto l'anno 1357 non opposero grandi forze ai cittadini

di Pavia; avevano essi divisa l'armata loro in più corpi per combattere

su tutti i punti delle loro frontiere più formidabili nemici che non

erano i Pavesi. Nello stato di Modena i vantaggi furono compensati, e

dopo varie battaglie le truppe de' signori di Milano si ritirarono senza

aver mandati ad effetto i loro progetti[425]. Altri corpi d'armata erano

opposti al marchese di Monferrato, altri ai Genovesi, e l'armata

principale chiudeva alla grande compagnia l'ingresso del territorio

milanese dalla banda di Mantova. Ma tutti i mercenari tedeschi erano

segretamente associati a questa grande compagnia, onde non si battevano

mai di buona fede; rifiutavano di avventurare contro la medesima una

battaglia generale, e facevano andare a vuoto tutti i progetti de'

signori cui servivano. Spesse volte mille o duemila cavalieri della

compagnia avevano attraversata tutta l'armata de' Visconti, e guastato

il territorio fin presso alle porte di Milano, senza che le forze

infinitamente superiori che custodivano il milanese, li fermassero, o

chiudessero loro la ritirata, quando ritornavano al campo carichi di

bottino[426].

[425] _Joh. de Bazzano Chron. Mutin. p. 628. — Cronica di Bologna p.

448._

[426] _Matteo Villani, l. VIII, c. 5._

Stanchi i Visconti d'essere serviti da soldati senza fede, e scoraggiati

dalla perdita di tutte le città del Piemonte, di Novara, di Como, di

Pavia e di Genova, risolsero finalmente di chiedere la pace. Gli alleati

non erano meno di loro stanchi della guerra, poichè già da tre anni le

loro campagne venivano continuamente saccheggiate dai nemici o dai

proprj soldati. Feltrino Gonzaga, uno de' signori di Mantova, offrì la

sua mediazione alle potenze belligeranti, e la pace venne finalmente

conchiusa in maggio del 1358, e pubblicata ne' primi giorni del seguente

mese[427].

[427] _Joh. de Bazzano Chron. Mutin. p. 626. — Cronica di Bologna,

p. 446._

In virtù di questo trattato il marchese di Monferrato doveva restituire

Asti ai signori di Milano, e Pavia doveva continuare a governarsi

popolarmente; ma la lega degli alleati lombardi essendosi sciolta,

ognuno di loro prese pochissimo interesse alla sorte de' suoi antichi

alleati, e trascurò di far eseguire le condizioni che non lo

risguardavano. I Visconti non rinunciarono alle loro pretensioni sopra

Pavia, il marchese di Monferrato non restituì Asti, e la guerra si

continuò in Piemonte ed in Lombardia; e soltanto invece d'essere

sostenuta in comune da tutta la lega, il marchese di Monferrato e la

città di Pavia rimasero soli esposti alle vendette de' Visconti[428].

[428] _Matteo Villani, l. VIII, c. 92._

In allora i signori di Milano mandarono una nuova armata per

ricominciare l'assedio di Pavia; avvicinandosi la quale, temendo fra

Bussolari che il palazzo dei Beccaria non servisse di fortezza ad alcuni

loro partigiani, eccitò il popolo ad atterrarlo, ed a formare nel luogo,

in cui altra volta abitavano i tiranni, una pubblica piazza. La folla,

uscendo dalla predica, si precipitò verso questo palazzo, e lavorò con

tanto ardore a demolirlo, che in poco tempo più non rimase pietra sopra

pietra, ed ogni cittadino portò seco qualche parte de' materiali per

conservarli quale monumento della caduta della tirannia[429].

[429] _Ib., c. 58. — Petri Azarii Chron., p. 376._

Per sostenere la guerra era necessario il danaro, ed era inoltre

necessario per pagare i sussidj al marchese di Monferrato, che solo era

in istato di far levare l'assedio di Pavia. Frate Bussolari esortò i

cittadini a sagrificare tutte le loro ricchezze alla difesa della

patria, gli esortò a rinunciare al lusso degli abiti e delle pietre

preziose, raccomandando loro di accontentarsi d'un sajo grossolano di

color nero. La repubblica destinò ufficiali incaricati di reprimere il

lusso delle donne, con ordine di stracciare gli abiti di quelle che si

presentassero in pubblico con vesti ricamate, o di stoffa di seta.

D'allora in avanti più non si videro vestite che d'un manto nero, e con

un velo in sul capo. Tutti i loro giojelli furono mandati al frate, che

li fece vendere a Venezia, onde impiegare il valore in difesa dello

stato[430].

[430] _Petri Azarii Chron., p. 377._

Frattanto i Visconti avevano bloccata Pavia, ed innalzate in faccia alle

porte nuove _bastie_ per levare agli assediati ogni comunicazione colla

campagna. In luglio del 1359, il marchese di Monferrato sorprese queste

bastie, e rinfrescò di vittovaglie la città assediata[431]; ma le forze

de' signori di Milano erano tanto superiori quelle de' Pavesi, che

malgrado questo piccolo successo, la città venne più stretta di quel che

lo fosse mai stata prima. I conti di Langusco e tutti i Guelfi, in

addietro esiliati, erano stati richiamati a Pavia; ma i Beccaria,

vivendo ne' loro castelli, avevano riacquistata l'antica influenza sui

Ghibellini delle campagne, di cui erano lungamente stati i capi. I

campagnuoli, avendo poca parte all'amministrazione della repubblica,

prendevano sempre minore interessamento all'indipendenza della loro

patria che al trionfo del loro partito, e tutti coloro che non

assistevano alle prediche di fra Bussolari, ponevansi volentieri sotto

le insegne d'una famiglia che gli aveva governati molti anni. Tutto il

distretto d'oltre Po, si sottomise ai Beccaria, tranne i castelli di san

Paolo, Stradella e Cicognola; in appresso tutta la Lomellina si arrese

ai signori di Milano, fuorchè i castelli di Brencida e Durno; per ultimo

il terzo distretto al nord del Ticino, detto Campagna, venne occupato

dai Ghibellini, ad eccezione del castello di Curbisto[432]. Il marchese

di Monferrato più non poteva soccorrere i Pavesi, essendo egli stato

indegnamente tradito dalla grande compagnia, che aveva di nuovo

assoldata dopo una spedizione fatta da questa nella Romagna e nella

Toscana, di cui dovremo parlare più abbasso. Il conte Lando lo aveva

abbandonato per passare con mille cinquecento corazzieri nel campo de'

Visconti, e poco poco gli aveva sviato tutto il rimanente della

compagnia, che dopo la sua diserzione ubbidiva ad Anichino

Bongarten[433].

[431] _Matteo Villani, l. IX, c. 33._

[432] _Petri Azavii Chron., p. 377._

[433] Nel mese di ottobre del 1359. _Matteo Villani, l. IX, c. 54._

Conobbe in allora frate Bussolari la necessità di dare Pavia ai

Visconti, tanto più che una crudele epidemia, manifestatasi in città,

abbatteva il coraggio degli abitanti. Stese egli stesso gli articoli

della capitolazione. Assicurò ai Guelfi che aveva chiamati in Pavia, il

diritto di risiedervi; ottenne la conferma del governo municipale da lui

stabilito, e che doveva conservarsi sotto la sovranità de' Visconti. Ma

egli sdegnò d'aggiugnere al trattato veruna condizione per sè medesimo,

e mentre stipulava per la libertà della città, per la sicurezza de'

cittadini e delle proprietà, non domandò nè meno una salvaguardia per la

sua persona. Galeazzo Visconti accettò senza difficoltà queste

condizioni, ma quando si trovò padrone della città e delle fortezze,

dichiarò che nella sua qualità di vicario imperiale di Lombardia, non

era legato da verun patto contrario ai diritti dell'impero o

agl'interessi del fisco. Citò le leggi romane ed i giureconsulti che lo

scioglievano dalle contratte obbligazioni; perciocchè d'ogni tempo

trovaronsi uomini dotti, abbastanza vili per sostenere le più odiose

massime del despotismo. Rimandò quindi al luogo del loro esilio i conti

di Langusco ed i principali Guelfi di Pavia, abbrogò tutte le

costituzioni municipali di questa città, e la sottopose al suo assoluto

potere[434].

[434] _Petri Azarii Chron., p. 378._

In mezzo alle loro calamità, avevano i Pavesi conservata tutta la loro

venerazione per fra Bussolari; essi lo seguivano con sollecitudine e gli

davano commoventi prove del loro rispetto e del loro amore. Ma quando

Galeazzo Visconti tornò da Pavia a Milano seco condusse il monaco per

allontanarlo dai suoi partigiani; e quando l'ebbe nell'assoluta sua

dipendenza, fece formare contro di lui un processo dai superiori del suo

ordine per titolo di disubbidienza ecclesiastica, e lo fece chiudere

nella prigione del suo convento a Vercelli, ove quest'uomo degno di

miglior sorte e di maggior gloria, terminò miseramente i suoi

giorni[435].

[435] _Matteo Villani, l. IX, c. 55. — Benvenuto de san. Giorgio

Histor. Montisfer., p. 540. — Corio Istoria milanese, p. III, p.

233._

I Visconti innalzarono in Pavia una fortezza, e vi posero grossa

guarnigione per assicurarsi il possesso di quest'importante conquista.

In pari tempo cercarono di spaventare i loro nemici cogli atroci

tormenti che facevano soffrire a coloro che avevano la sventura di

cadere nelle loro mani. Barnabò Visconti, il più crudele dei due

fratelli, ordinò con pubblico editto a tutti i tribunali di prolungare

quaranta giorni il supplicio de' colpevoli di delitti di stato. I

tormenti non dovevano ricominciare che un giorno ogni due, e ne' giorni

pari i dannati al supplicio venivano lasciati in un orrendo riposo. Il

primo, il terzo, il quinto ed il settimo giorno dovevano ricevere cinque

tratti di corda; due giorni si faceva loro bevere acqua mista di calce e

di aceto; due giorni dopo aver loro strappata la pelle dalle piante dei

piedi si facevano camminare sopra ceci; in appresso si cavava un occhio,

indi l'altro; si tagliavano il naso, le mani, i piedi del condannato, e

finalmente il quarantunesimo giorno quest'infelici erano tanagliati, e

terminavano i patimenti sulla ruota. Molte vittime nel 1362 e 1363

furono condannate a quest'orrendo supplicio, ed il tiranno osò

pubblicare la sua infernale ordinanza, che avrebbe dovuto contro di lui

armare la chiesa e l'impero, e tutti i popoli, e gli stessi suoi vili

ministri[436].

[436] Quest'ordinanza ci fu conservata testualmente da Pietro

Azario, suddito di Barnabò, e notajo di Novara, _t. XVI, p. 410_.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16) · 第 8 / 15 题