_Morte dell'arcivescovo Visconti. — Carlo IV in Italia. — Tratta
con Firenze; distrugge a Siena il governo dei nove, ed a Pisa
quello dei Bergolini. — Si ritira vergognosamente. — Anarchia
della Sicilia e di Napoli. — Conquista di Albornoz; discordia
tra i Visconti._
1354 = 1355.
L'arcivescovo di Milano aveva condisceso alla pace colle repubbliche
toscane, per aver tempo di prepararsi contro gli ambiziosi progetti
ch'egli supponeva ad Innocenzo VI; ed infatti questo pontefice era
appena salito sul trono che aveva preso a ridurre sotto la sua
ubbidienza tutti i paesi dipendenti dalla santa sede. Ma le conquiste
d'Albornoz negli stati della chiesa, erano pel Visconti un argomento di
sicurezza, perchè il papa non era nè abbastanza ricco, nè potente
abbastanza per fare ad un tempo la guerra in Lombardia e nelle vicinanze
di Roma. Se voleva sottomettere i tiranni che si avevano diviso il
patrimonio di san Pietro, era forzato di conservare la pace coi signori
di Milano, e porre da banda gli odj, che nello spazio di cinquant'anni
avevano contro di loro manifestato i suoi predecessori. Giovanni
Visconti credette adunque di potere nuovamente riprendere i suoi
progetti d'ingrandimento. Pochi mesi dopo la pace di Sarzana, egli
acquistò la signoria di Genova, come si è veduto nel precedente
capitolo, e si trovò ben tosto mal suo grado impegnato nella guerra di
questa città colla repubblica di Venezia.
Il Visconti aveva già dati non pochi motivi di doglianze ai quattro
signori della Marca Veronese, la quale separava i suoi stati da quelli
di Venezia; egli aveva cercato di approfittare di tutti gl'intrighi di
queste piccole corti per formarsi in seno a ciascheduna un partito, ed
ancora per cercare d'impadronirsi di quelle città. Ma i signori di
Mantova, di Verona, di Ferrara e di Padova, deboli per sè medesimi, ed
inoltre tra loro divisi, appena osavano palesare il loro malcontento,
temendo che le loro lagnanze potessero allegarsi dal Visconti come un
pretesto per conquistare i loro stati. La signoria di Venezia, che in
allora altro non possedeva sul continente che la città di Treviso, aveva
bisogno di farsi degli alleati in terra ferma, onde muover guerra al
signore di Milano. Prese perciò a cuore e di rappacificare i piccoli
principi della Marca Veronese, e di armarli contro il loro naturale
nemico. Gli ambasciatori veneziani recaronsi più volte in questa
provincia; invitarono i principi a varj congressi[275]; e per ultimo li
ridussero nel dicembre del 1353 a sottoscrivere un'alleanza, in forza
della quale dovevano allestire quattro mila cavalli per le susseguenti
campagne, onde attaccare l'arcivescovo di Milano. Le case d'Este, di
Gonzaga, di Carrara e della Scala, unironsi ai Veneziani per determinare
i Fiorentini a prendere parte nella stessa alleanza: ma i loro
ambasciatori non persuasero questa repubblica a rinunciare alla pace di
fresco conchiusa. La lega formata dai Veneziani si rivolse in appresso a
Carlo di Boemia, re de' Romani, facendo rivivere le negoziazioni con lui
aperte dai Fiorentini, e gli offrì il suo ajuto per procurargli la
corona dell'impero, purchè dal canto suo il re di Boemia attaccasse il
signore di Milano[276].
[275] _Chronic. Esten. t. XV, p. 476-482._
[276] _Matteo Villani, l. III, c. 94._
Era Carlo IV un principe intrigante ed avido, ma senza coraggio; onde
sagrificava sempre gl'interessi dell'impero a quelli del suo regno di
Boemia, e l'onor suo alla cupidigia. Tutte queste negoziazioni
cogl'Italiani non miravano che ad ingannarli, perciocchè egli non
pensava altrimenti di prendere parte alle loro contese, e mentre
trattava con tutti i nemici del Visconti, aveva ricevuti ancora i di lui
ambasciatori, ed esaminate le condizioni proposte per un'alleanza col
signore di Milano. Sembrò a Carlo che queste contraddittorie
negoziazioni avessero finalmente rimosse dalla spedizione d'Italia
quelle difficoltà che avevano sconsigliati dall'intraprenderla i suoi
predecessori[277]. I comuni della Toscana, in ogni tempo nemici
degl'imperatori, erano stati i primi ad invitarlo. Venezia, Verona,
Padova, Ferrara e Mantova cercavano la sua alleanza; il signore di
Milano e del rimanente della Lombardia gli offriva la sua amicizia; per
ultimo la corte d'Avignone l'aveva creato re de' Romani, dando così
motivo ai suoi nemici di chiamarlo il re dei preti. Carlo IV, che
bramava l' onore della corona imperiale, mandò deputati ad Innocenzo VI
per rinnovare le promesse che fatte aveva ai suoi predecessori,
chiedendo che il papa gli permettesse d'entrare in Italia, e nominasse i
legati che dovevano coronarlo. Una deliberazione del concistoro nel
febbrajo del 1354 soddisfece interamente ai suoi desiderj[278].
[277] Dipingendo il carattere di Carlo IV conviene scegliere tra due
opposte tradizioni. Gli storici di Boemia e di Lucca ne parlano
sempre coll'entusiasmo della riconoscenza, mentre quelli di tutto il
restante della Germania e dell'Italia, gli attribuiscono il
carattere che qui gli abbiamo dato. Carlo fu, a non dubitarne, un
buon re per la Boemia; ma gli storici non boemi possono lusingarsi
che i monumenti della sua magnificenza, o ancora le sue buone leggi,
bastino a distruggere il giudizio che tutti i suoi contemporanei
hanno di lui dato. Vedasi non pertanto il panegirista di Carlo,
Franz Martin Pelzel. _Vorrede Zur Kaiser Karl der Viene, t. I._
[278] _Matteo Villani, l. III, c. 103._
Frattanto era scoppiata la guerra tra l'arcivescovo di Milano e la lega
della Venezia: il 18 maggio del 1354 Francesco Castracani, generale del
Visconti, erasi avanzato ad assediare Modena, che ubbidiva ai marchesi
d'Este. La famiglia dei Pii e tutti i Ghibellini di Modena passarono nel
campo milanese, e diedero all'armata dell'arcivescovo molte terre
murate[279]. Dall'altro canto i Guelfi di Bologna ed il partito
repubblicano aveva voluto scuotere il giogo di Visconti d'Oleggio, che
comandava in questa città a nome del signore di Milano. La ribellione
era scoppiata il 10 di giugno; si era furiosamente combattuto nelle
strade; ma i repubblicani erano rimasti soccombenti, e dodici de' più
distinti cittadini di Bologna periti sul patibolo[280].
[279] _Joh. de Bazano Chron. Muttin. p. 619._
[280] _Ivi, p. 620. — Matteo Villani, l. IV, c. 11 e 12._
Eransi consumati alcuni mesi da ambe le parti, prima che le potenze
nemiche si fossero poste in misura di spingere con vigore le ostilità;
ma la lega Veneta avea preso al suo soldo la grande compagnia formata
dal cavaliere di Moriale, e comandata dal conte Lando. Già si
aspettavano importanti operazioni militari, quando furono sospese in un
modo impensato. Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano, morì
subitaneamente il 5 ottobre del 1354, nel farsi levare un carbonchio,
che due giorni prima era comparso sulla sua fronte, e che si credeva
poco pericoloso[281].
[281] _Matteo Villani, l. IV, c. 25. — Petri Azarii Chron., t. XVI,
p. 334. — Bernard. Corio Storia di Milano, p. III, p. 229._
Lasciava suoi successori tre nipoti; figliuoli di suo fratello Stefano
Visconti, e la di lui eredità venne divisa tra di loro. Siccome
trovavansi circondati dai soldati adunati dall'arcivescovo per
combattere la lega, non incontrarono difficoltà nel farsi proclamare
signori da tutte le città del loro dominio. Questa cerimonia, che
ricordava ancora que' diritti che il popolo più non esercitava, si fece
in Milano il 12 ottobre del 1354. I tre fratelli divisero in appresso i
loro stati e la loro autorità, di modo che ognuno di loro ebbe un
appannaggio in proprietà, senza che la sovranità fosse divisa. La città
di Milano, centro del governo, rimase comune ai fratelli Visconti,
siccome quella di Genova. Matteo, il maggiore dei tre, uomo voluttuoso e
corrotto, prese per sua parte Piacenza, Parma, Bologna, Lodi e Bobbio, e
non domandò altra parte nell'amministrazione generale, che d'essere
nominato il primo in tutti gli atti. Barnabò, il secondo, ebbe Cremona,
Crema, Brescia e Bergamo, ed in pari tempo egli si prese il carico del
dipartimento della guerra. L'ultimo, Galeazzo, prese sopra di sè
l'amministrazione interna ed ebbe per suo appannaggio Como, Novara,
Vercelli, Asti, Tortona ed Alessandria[282].
[282] _Matteo Villani, l. IV, c. 28. — Petri Azarii Chron., t. XVI,
p. 337._
Seppesi pochi giorni dopo che Carlo IV, re di Boemia e de' Romani, era
giunto in Udine il 14 ottobre ed era colà stato ricevuto da suo fratello
naturale, il patriarca d'Aquilea. Ogni stato ed ogni fazione d'Italia
aveva negoziato coll'imperatore eletto, ed eransi tutti lusingati di
valersi della sua potenza contro i loro nemici; ma seppero con estrema
sorpresa che il monarca dell'Occidente non aveva altro seguito che
quello di trecento cavalieri disarmati. Carlo con questo debole
accompagnamento fece successivamente il suo ingresso in Padova ed in
Mantova; ed in queste due città venne ricevuto con eguale rispetto dai
Carrara e dai Gonzaga[283].
[283] _Matteo Villani, l. IV, c. 27. — Bolusclans Balbinus Epitome
Rerum Bohemicarum. l. III, c. 21, p. 364. — Franz Martin Pelzel, Kar
der Vierte, p. I, p. 419._ Ma i due storici Boemi, cui manca ogni
altra autorità oltre quella del Villani, si lagnano continuamente
della sua parzialità.
Durante il suo soggiorno in Mantova Carlo IV si offrì mediatore della
pace tra la lega veneta ed i Visconti. Ridusse la prima a congedare la
grande compagnia, che si gettò nello stato di Ravenna per saccheggiarlo:
ma, giunta a Milano la notizia della rotta data dei Genovesi ai
Veneziani a Porto Longo il 3 novembre del 1354, i Visconti accrebbero le
pretensioni, e l'imperatore eletto si limitò a conchiudere tra le
potenze belligeranti una tregua, che doveva durare fino al susseguente
maggio. Tostocchè fu firmata questa tregua, Carlo IV passò a Milano per
ricevervi la corona ferrea di Lombardia[284].
[284] _Joh. de Bazzano Chron. Mutin, t. XV, p. 622. — Bernardino
Corio Storia di Milano, p. III, p. 229._
I Visconti non videro senza stupore porsi in loro balìa col suo seguito
disarmato quel monarca, il di cui nome era stato lungo tempo grandissimo
oggetto di timore[285]. Essi vollero dargli almeno un'alta idea della
loro potenza, e lo circondarono nel loro palazzo di tutto il tumulto di
un'accampamento; perciò adunarono in Milano sotto i loro ordini sei mila
cavalli e dieci mila pedoni. I medesimi soldati passavano ogni giorno
più volte sotto le finestre di Carlo IV per fargli credere che l'armata
loro fosse ancora più numerosa. Si portò da Monza a Milano la corona di
ferro, e la ceremonia della coronazione si eseguì il 6 gennajo del 1355
nella basilica di sant'Ambrogio.
[285] F. M. Pelzel porta il numero de' cavalieri che seguirono
l'imperatore ad ottocento, _p. I, p. 429_.
Carlo non mostrò verun sospetto dell'apparecchio militare da cui
vedevasi circondato, pure uscì con piacere da questa specie di prigionia
quand'ebbe ricevuta la corona di ferro, e partì alla volta della
Toscana. In tutte le città, che attraversava, trovò duplicate le
sentinelle: i Visconti lo seguirono con un grosso corpo di truppe,
mentre il monarca, circondato da cavalieri disarmati, e montato sopra un
ronzino pareva, piuttosto che un imperatore, un mercante, cui preme di
giugnere presto alla fiera[286]. Giunse perciò a Pisa molti giorni prima
che vi fosse aspettato.
[286] _Matteo Villani, l. IV, c. 39. — B. Marangoni Cronica di Pisa,
p. 713. — Neri di Donato Cronica Sanese, l. IV, c. 41, p. 265._
I Fiorentini, sbalorditi nell'udire che avevano così vicino
l'imperatore, pensarono di porsi in istato di difesa, come se venisse ad
attaccarli, e chiusero nelle terre murate i loro bestiami e tutte le
vittovaglie sparse nel territorio. Per altro mandarono in pari tempo sei
ambasciatori a Carlo, offrendo di trattare con lui ad onorevoli
condizioni[287].
[287] _Matteo Villani l. IX, c. 41._
Sebbene l'imperatore fosse entrato in Toscana senza truppe, la sua
presenza rese ben tosto assai difficile la situazione delle repubbliche
italiane. Abbiamo osservato fino dai tempi della spedizione di Enrico
VII quanto la pubblica opinione, e quella in particolare dei letterati
favoreggiasse le pretensioni imperiali. Petrarca e Cola da Rienzo
avevano sostenuto che la sovranità del mondo apparteneva sempre a Roma
ed all'impero romano. Il primo colle sue lettere, l'altro co' suoi
discorsi avevano frequentemente eccitato Carlo IV ad usare de' suoi
diritti, come se fossero costantemente riconosciuti da tutti i popoli.
Vero è che i più zelanti repubblicani di Firenze, e tra questi il nostro
storico Matteo Villani, figuravansi di trovare nelle leggi e ne'
monumenti dell'antichità una guarenzia della libertà di Roma e della
Toscana. Credevano, appoggiandosi alle prime dichiarazioni di Augusto e
di Tiberio, che gli antichi imperatori, padroni del mondo romano, si
fossero sempre conservati subordinati al senato ed al popolo di Roma;
pretendevano che i Cesari ubbidissero ai cittadini, in tempo che tutte
le nazioni erano tributarie de' Cesari; e perchè le città toscane erano
state ammesse di buon ora alla cittadinanza romana, credevano di essere
tuttavia quello stesso popolo, cui gl'imperatori erano tenuti di
ubbidire[288]. La costituzione di Roma, quale esisteva ai tempi di
Augusto o di Trajano, loro sembrava la sola origine del diritto
pubblico, e se l'avessero essi meglio conosciuta, avrebbero trovate
illegittime tutte le loro pretese alla libertà.
[288] _Matteo Villani, l. IV, c. 77 e 78._
La presenza dell'imperatore in Italia ed in seno ad una repubblica,
riuniva intorno a lui tutti i partigiani della sua autorità. Essi
sceglievano lui medesimo per giudice degli odj tra le fazioni, e delle
guerre tra gli stati vicini. Essi sostenevano che il governo municipale
non era stato istituito, che per rimpiazzare in sua assenza il legittimo
sovrano; che all'arrivo del monarca ogni altra giurisdizione rimaneva di
sua natura sospesa; che a lui si doveva immediatamente attribuire la
signoria, e che essenzialmente nulle erano tutte le condizioni che gli
si volevano imporre.
Carlo IV dimorò in Pisa dal 18 gennajo al 22 marzo per trattare coi
comuni della Toscana, mentre l'imperatrice ed i principali baroni della
Germania andavano giugnendo alla sua corte. I grandi feudatarj erano
obbligati dalle costituzioni dell'impero ad accompagnare l'imperatore in
Italia, e ad assistere alla sua coronazione. La curiosità e l'amore
della magnificenza erano cagione che soddisfacessero più regolarmente a
questo dovere che agli altri, e Carlo IV si trovò alla testa di quattro
mila uomini di cavalleria, scelti tra il fiore della nobiltà
tedesca[289].
[289] _Matteo Villani, l. IV. c. 56. — Neri di Donato Cronica
Sanese, p. 146._
Era questa la seconda volta che Carlo visitava l'Italia, essendovi
venuto la prima come principe reale di Boemia con suo padre il re
Giovanni; egli aveva per qualche tempo governato Lucca, e si era
interamente guadagnato l'affetto dei Lucchesi; egli era, non v'ha
dubbio, superiore a Spinola che lo aveva preceduto, ed a Mastino della
Scala che gli era succeduto nell'amministrazione della stessa città.
Altronde Carlo aveva una certa affabilità, uno spirito di giustizia, ed
altre virtù che lo resero caro ai suoi immediati sudditi, mentre tutto
il restante dell'Italia e della Germania non poteva perdonargli i
difetti del suo carattere. I Lucchesi riguardavano quale monumento
dell'affetto di Carlo IV la fortezza di Monte Carlo, ch'egli aveva
fabbricata nel 1332 presso al Ceruglio, per chiudere il loro territorio
dalla banda di Val di Nievole alle incursioni de' Fiorentini[290]. Il
governo oppressivo de' Pisani faceva sempre più sospirare ai Lucchesi le
speranze che Carlo aveva fatto concepir loro nel tempo del suo breve
soggiorno. Quando venne innalzato alla dignità imperiale, non dubitarono
che questo monarca non s'interessasse a loro favore, perchè essi sempre
si ricordavano di lui. Di già avevano scritto in Germania per implorare
la sua protezione; lo invitarono a Lucca e gli diedero infinite prove
del loro amore[291]. Il re de' Romani non fu insensibile a queste
dimostrazioni di attaccamento, e conferì con alcuni cittadini di Lucca
intorno ai mezzi di tornare in libertà la loro patria.
[290] _Beverini An. Lucens. MS., l. VII, p. 938. — Vita Caroli IV,
ab ipso scripta apud RR. steinhemium, p. II, p. 20._ Monte Carlo è
forse per rispetto al paesaggio il più ben situato castello della
Toscana. Nulla può paragonarsi al magnifico anfiteatro che formano
innanzi a lui gli Appennini.
[291] _Beverini Ann. Lucens., l. VII, p. 939-941._
Ma Carlo era di già legato coi Pisani, che non voleva inimicarsi per
favorire i Lucchesi. Aveva trovati a Mantova gli ambasciatori dei primi,
e con loro aveva conchiuso un trattato, reso inviolabile dai giuramenti;
aveva promesso di rispettare la libertà di Pisa, di conservarle il
dominio di Lucca e di mantenere alla testa del governo la fazione de'
Bergolini e la famiglia Gambacorti. D'altra parte la repubblica si era
obbligata a pagargli sessanta mila fiorini per le spese della sua
coronazione[292].
[292] _Matteo Villani, l. IV, c. 36. — Cronica di Pisa, t. XV, p.
1027. — Tronci Ann. Pisani, edizione in 4.º originale di Livorno,
1682, p. 375._ Citiamo altresì quest'ultimo perchè cominciamo ad
avvicinarci ai tempi in cui scrisse; pure in questo periodo di tempo
è confuso ed oscuro, e pare che abbia poco approfittato del Villani,
che pure aveva sotto gli occhi. _Neri di Donato Cron. Sanese, p.
143._
La città di Pisa trovavasi divisa in due fazioni, dette dei Bergolini e
dei Raspanti. La prima in addietro era stata quella della nobiltà, ed
aveva per capo Francesco Gambacorta, ricco mercante, che, col titolo di
conservatore del buono stato, era alla testa di tutta la repubblica.
Alcuni potenti borghesi, come pure le tre famiglie dei Gualandi,
Sismondi e Lanfranchi, erano a lui attaccati, ma la peste aveva private
queste famiglie de' loro capi, e de' più bravi soldati. L'opposta
fazione dei Raspanti, chiamati ancora Maltraversi, conservavasi
affezionata alla famiglia dei conti della Gherardesca. Paffetta, conte
di Montescudaio, uscito da questa medesima famiglia, era stato esiliato
dalla patria; onde essendo entrato al servizio dell'imperatore aveva
qualche credito presso di lui quando tornò col suo seguito a Pisa.
All'indomani del suo ritorno, il 19 gennajo, mentre Carlo andava alla
cattedrale per ricevere in pieno parlamento l'omaggio della città, gli
amici di Paffetta e tutti i Raspanti, da lui eccitati, presero le armi
gridando per le strade _viva l'imperatore e la libertà! muoja il
conservatore!_ Carlo per altro mise fine al disordine, e fece mettere
giù le armi ai sediziosi[293]: ma Gambacorta, spaventato dal corso
pericolo, volle colla devozione all'imperatore bilanciare il credito del
Paffetta[294], e fece dare all'imperatore la signoria della città colla
guardia delle porte e l'amministrazione del tesoro.
[293] _Matteo Villani, l. IV, c. 45._
[294] _Ivi, c. 47 e 48. — B. Marangoni Cronica di Pisa, p. 714. —
Tronci An. Pisani, p. 377._
I cittadini delle opposte fazioni non tardarono a pentirsi d'avere
sagrificata la libertà alle loro gelose passioni. I magistrati
chiamarono presso di loro i capi de' Bergolini e dei Raspanti per vedere
di riconciliarli. Furono nominati dodici deputati dalle due parti per
istabilire le condizioni della pace. Dopo di che il Gambacorta ed il
Paffetta chiesero all'imperatore di restituire ai loro concittadini que'
privilegi, cui essi avevano rinunciato in un momento di accecamento.
Carlo, che in allora non aveva che la debole scorta de' cavalieri che
avevano con lui attraversata la Lombardia, non essendogli ancora giunti
i rinforzi ch'ebbe più tardi dalla Germania, acconsentì di buona grazia
al desiderio de' Pisani che potevano imporgli la legge, e ripristinò
nella piena loro autorità le magistrature repubblicane[295].
[295] _Matteo Villani, l. IV, c. 51._
Avevano i Pisani in ogni tempo seguita la parte ghibellina, onde
riguardavano l'imperatore come capo del loro partito, e protettore della
città: i Guelfi per lo contrario credevano di avere un nemico nell'erede
degli antichi loro oppressori. Firenze, Siena e Perugia, unite meno da
un'antica alleanza che dai comuni interessi, avevano convenuto di
contenersi in un modo uniforme in faccia all'imperatore; i loro
ambasciatori dovevano presentarsi insieme al monarca, ed agire di comune
accordo; ma ben tosto i Perugini approfittarono della circostanza di
essere dipendenti dalla chiesa e non dall'impero, onde rifiutare di
associarsi ai Fiorentini ed ai Sienesi.
A Siena il governo più non era tra le mani del popolo, ma in quelle
d'una oligarchia artigianesca formata già da settant'anni sotto nome di
ordine dei nove. Alcuni ambiziosi avevano artificiosamente approfittato
del modo con cui si eleggevano le magistrature per concentrare in onta
alla costituzione ed alle leggi l'autorità nelle mani di novanta
cittadini. Mantenevansi nell'interno coi mezzi della corruzione e
coll'intrigo contro l'odio della nobiltà e del popolo[296]: al di fuori
speravano d'ingrandirsi colla perfidia. Ordinarono ai loro ambasciatori
di unirsi ai Fiorentini, e di promettere che agirebbero di concerto,
onde far loro tenere una più ardita condotta, volendo poi l'imperatore
rendersi ben affetto col separarsi spontaneamente da loro.
[296] _Matteo Villani, l. IV, c. 61._
Gli ambasciatori delle due repubbliche furono introdotti il 30 gennajo
all'udienza di Carlo. Parlarono prima i Fiorentini, e chiesero
all'imperatore di accordare al loro comune la sua protezione e la sua
amicizia, e di mantenere il loro popolo nella consueta libertà.
Rispettoso fu il loro discorso ma senza espressioni di sommissione,
senza promessa d'ubbidienza. I Fiorentini schivarono perfino di dare a
Carlo verun titolo, ch'egli potesse interpretare quale riconoscimento
della sua autorità[297]. Parlarono dopo i Sienesi, e, contro la promessa
fatta ai loro alleati, non solo chiamarono Carlo loro imperatore e loro
signore, ma spontaneamente gli offrirono la signoria del loro comune,
senza riserva d'alcuna preventiva condizione[298]. Il monarca, cui
costumavasi di parlare stando in ginocchio, soleva tenere in mano alcune
bacchette di salice da cui andava levando la corteccia con un temperino,
mentre i suoi occhi erravano distratti su tutta l'udienza. Non pertanto
rispose alle due ambasciate ponderatamente e con nobiltà e moderazione,
mostrando maggiore benevolenza ai Sienesi, ma promettendo ai Fiorentini
di fare per loro tutto quanto sarebbe compatibile coll'onore della sua
corona[299].
[297] Lo chiamarono _santa Corona_, e nel corso del discorso
_Serenissimo principe_, senza proferire il vocabolo _d'imperatore_.
_Matteo Villani, l. IV, c. 53 e 54. — Franz Martin Pelzel, Karl der
Vierte, p. I, p. 435._
[298] _Neri di Donato Cron. San, p. 146. — Orlando Malavolti Istor.
di Siena, p. II, l. VI, p. 111._
[299] _Ivi, e l. IV, c. 74, p. 28._
Quando gli ambasciatori sanesi, di ritorno nella loro patria, resero
conto della loro missione, il popolo, adunato in parlamento, confermò,
non senza per altro qualche disamina, l'offerta fatta dalla signoria
all'imperatore[300]. Le città di Volterra e di Samminiato, che, in
ragione della loro debolezza erano più gelose dei Fiorentini che
premurose della propria libertà, si diedero ancor esse a Carlo IV[301].
La città di Arezzo non fu ritenuta che dal timore de' Ghibellini che
vedeva favoriti alla corte, e quella di Pistoja, che trovavasi sotto la
salvaguardia di Firenze, fece alcuni sforzi per imitare questi dannosi
esempi. In pari tempo tutti i capi delle famiglie ghibelline delle
montagne, il vecchio Pietro Saccone dei Tarlati, Ubertini vescovo
d'Arezzo, Neri della Faggiuola, figliuolo d'Uguccione, ed i Pazzi di Val
d'Arno, si portarono a Pisa con armi e cavalli, ingrossando la corte
dell'imperatore. Essi facevansi vanto presso di lui de' loro servigi e
di quelli degli antenati loro costantemente addetti al partito
ghibellino, ed eccitavano Carlo a vendicare le offese che suo padre e
suo avo avevano ricevuto dai Fiorentini[302].
[300] _Matteo Villani, l. IV, c. 61. — Cron. d'Orvieto anonim. t.
XV, p. 684._
[301] _Matteo Villani, l. IV, c. 63 e 64._
[302] _Matteo Villani, l. IV, c. 62. — Leonar. Aret. Stor. Fiorent.
l. VIII._
Ma se Carlo eccitava l'animosità de' Ghibellini, se approvava i loro
progetti di vendetta, se dava pubblicità alle loro offerte, non aveva
altra mira che di spaventare la repubblica, onde averne più danaro.
Chiedeva ch'ella si riscuotesse dalle condanne contro di lei pronunciate
da Enrico VII suo avo, ed a questo prezzo acconsentiva di confermare in
parte la sua libertà ed i suoi privilegi. Per essere rimessi nella
grazia imperiale i Fiorentini offrivano cinquanta mila fiorini; assai
più ne chiedeva l'imperatore, e muoveva dubbj intorno ad alcuni articoli
della convenzione; in ultimo le condizioni del trattato furono fissate
nel seguente modo. L'imperatore annullò tutte le condanne pronunciate
contro Firenze, contro i cittadini, e contro i conti di Battifolle,
Doadola, Mangone e Vernia[303]; li ristabilì nel pieno godimento dei
loro onori e diritti; autorizzò il popolo a governarsi cogli statuti e
proprie leggi municipali, e ramificò colla sua imperiale autorità tutte
le leggi, tanto le già esistenti, che quelle che si farebbero in
avvenire dall'autorità legislativa della repubblica, purchè non fossero
espressamente contrarie al diritto pubblico. Diede irrevocabilmente il
titolo di vicarj imperiali a tutti i confalonieri di giustizia e priori
delle arti, cui il popolo affiderebbe il governo della repubblica.
Finalmente per non turbare la tranquillità di Firenze promise di non
entrare in città, nè in verun castello del suo territorio. In
contraccambio di tali concessioni, ed a saldo di quanto poteva essere
dai Fiorentini dovuto all'impero, accettò la somma di cento mila
fiorini, pagabile in tre rate prima del seguente agosto[304].
[303] Del ramo guelfo de' conti Guidi.
[304] Curiosa è la lettura di Pelzel intorno a queste stesse
transazioni: egli non cita che il Villani; ma vede ovunque il
trionfo del suo eroe; e così conchiude: _So brachte Karl die stolze
Stadt Florens wieder unter die Bothmässigkeit des Reichs, und die
Bürgerschaft beweinte den Verlust ihrer mit Recht verlornen
Freyheit. t. I. p. 453. — Matteo Villani, l. IV, c. 76._
Questo trattato, che rimetteva Firenze nel rango delle città imperiali,
le conservava tutti i diritti e privilegi della più libera repubblica.
Questa città veniva di nuovo riconosciuta come membro dell'impero
romano, e questo titolo, lungi dal toglierle veruna delle sue
prerogative, le dava anzi diritto ad una potente protezione. Non
pertanto fu meno difficile il far accettare queste condizioni al popolo,
che il farle aggradire all'imperatore. Il consiglio del popolo venne
adunato il 12 marzo per udirne la lettura; ma a Pietro di Grifo, notajo
delle riformagioni, quando la cominciò, la voce rimase soffocata dai
singhiozzi, ed il suo dolore si comunicò all'istante agli uditori, onde
tutto il consiglio non risuonando che di pianti e di gemiti, si dovette
protrarre la lettura all'indomani. In questo intervallo i capi delle
magistrature sforzavansi di far sentire ai cittadini, che il trattato
coll'imperatore, che si offriva alla loro approvazione, non derogava
all'onore della repubblica, nè era contrario alla sua indipendenza. Il
13 fu di nuovo adunato il consiglio, e, posta alle voci la proposizione
d'approvare il trattato, fu sette volte rigettata con maggiorità di
suffragi. Frattanto tutti i cittadini che avevano maggior credito od
autorità, parlarono per richiamare il consiglio del popolo a più
prudente condotta, e la proposizione della signoria venne finalmente
sanzionata, ed all'indomani fu confermata dal consiglio comune con
minore ripugnanza[305]. Il 21 marzo il trattato fu dall'imperatore
pubblicato nel parlamento di Pisa, ed il 13 dalla signoria in quello di
Firenze; ma pochi cittadini intervennero a quest'ultimo, e non si
vedevano dare veruna dimostrazione di gioja, sebbene le campane della
città suonassero in segno di allegrezza[306].
[305] _Matteo Villani, l. IV, c. 70._
[306] _Ivi, c. 75._
Appena terminate le negoziazioni colla repubblica fiorentina,
l'imperatore partì alla volta di Siena, ove fece il suo ingresso il 23
di marzo. Questa città, dopo il 1283, era governata da una fazione
chiamata il _monte dei nove_. In origine questa fazione era formata dai
capi del partito popolare, che per escludere la nobiltà dal governo e
assicurare la superiorità ai Guelfi, avevano stabilita una signoria
press'a poco simile a quella dei priori di Firenze. L'avevano composta
di nove magistrati, tre per cadauno de' quartieri della città. I nove
signori dovevano essere plebei, e scelti dal consiglio del popolo in una
generale elezione. I loro nomi venivano poi distribuiti nelle borse come
costumavasi a Firenze, ed estratti a sorte per avere due mesi il
governo.
Ma non avendo le prime elezioni designato che un ristretto numero di
cittadini, ebbero questi l'arte di mantenere ed ancora di ristringere la
loro oligarchia in tutte le successive elezioni. Entravano essi di pieno
diritto nel consiglio del popolo incaricato di fare un nuovo scrutinio.
In tale consiglio bastavano poche voci contrarie per impedire ad un
nuovo cittadino d'entrare nella signoria, e per lo contrario
richiedevasi una grande maggiorità per fare sortire dalle borse i nomi
de' già ammessi cittadini. I capi dell'oligarchia, dopo avere fra di
loro convenuto intorno alla prossima elezione, allontanavano dal
consiglio del popolo, coll'unanime loro opposizione, tutti coloro che
non volevano che fossero eletti. In tal modo avevano essi ridotta la
sovrana autorità tra le mani di meno di novanta cittadini[307]. Ma
questa medesima usurpazione gli avea renduti singolarmente odiosi ed
alla nobiltà che le leggi escludevano dall'amministrazione, ed al popolo
che vedevasi con frode spogliato dei diritti attribuitigli dalla
costituzione.
[307] _Matteo Villani, l. IV, c. 61._
L'odio de' loro concittadini ridusse i nove signori di Siena ad una
condotta costantemente debole e perfida. Mentre le tre repubbliche
guelfe della Toscana avrebbero dovuto difendere di comune accordo la
loro libertà, i nove tradirono sempre la causa dei loro alleati, prima
nelle loro relazioni coi Visconti, poi colla grande compagnia, e per
ultimo coll'imperatore. Avevano assoggettata a quest'ultimo la loro
patria per guadagnarsi la sua protezione; ma Carlo voleva amici che gli
somministrassero forza e non cercassero di rendersi forti col di lui
mezzo. Nell'istante in cui entrò in Siena, vi fu accolto colle grida di
_viva l'imperatore, muoja l'ordine dei nove!_ Vide alla testa de'
malcontenti i capi della nobiltà, i Tolomei, i Malavolti, i Piccolomini,
i Saricini e perfino parte dei Salimbeni, sebbene altri fossero addetti
al governo. Vide inoltre nell'opposizione moltissimi ricchi borghesi e
tutto il popolo; questo partito era patentemente il più forte; e fu
perciò quello ch'egli trovò più prudente consiglio di abbracciare[308].
[308] _Matteo Villani, l. IV, c. 81. — Neri di Donato Cronaca
Sanese, p. 147._
L'imperatore adunque non cercò nè il primo giorno nè all'indomani di
sedare i tumultuosi movimenti del popolo. Nel terzo giorno la sedizione
vestì un carattere più serio; vennero barricate le strade, ed i nove,
assediati nel palazzo della signoria, supplicarono essi medesimi Carlo
di recarsi colà a liberarli. Infatti l'imperatore si presentò alle porte
del palazzo, che gli furono aperte, e vi entrò a cavallo. Ordinò ai nove
di deporre a' suoi piedi il bastone del comando; chiese loro di
liberarlo dalla promessa che aveva fatta di conservare la loro autorità;
e, fattesi rendere le carte loro rilasciate, le fece abbruciare sotto i
suoi occhi. Intanto il popolo forzava le prigioni, l'archivio dei nove,
e la chiesa ove si conservavano le borse della signoria. Queste borse,
colle bandiere dell'ordine, furono strascinate nel fango in presenza
dell'imperatore. Tutta la città risuonava di una sola voce, _muojano i
nove!_ le loro case erano attaccate, insultate le loro persone, e molti
di loro, cui non riuscì di nascondersi o di fuggire, furono fatti in
pezzi. Vero è che l'imperatore salvò la vita dei signori ch'erano con
lui nel palazzo, e ricusò di abbandonarli al popolo irritato[309]. Non
pertanto pareva partecipare egli medesimo del furore popolare, e lo
sanzionava coi decreti che andava emanando contro tutto l'ordine dei
nove: ma in pari tempo si affrettò di far confermare da tutte le classi
della nazione l'autorità sulla repubblica che la distrutta signoria gli
aveva conferita. Nominò in appresso trenta commissarj, dodici nobili e
diciotto plebei, per riformare il governo sotto la presidenza di suo
fratello naturale, l'arcivescovo di Praga, patriarca d'Aquilea. Lasciò
pure a Siena i Tarlati, il signore di Cortona ed i conti di Santafiora,
per conservarvi la propria autorità, e tre giorni dopo, il 28 marzo, si
rimise in viaggio alla volta di Roma[310].
[309] _Cronaca Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 148._
[310] _Matteo Villani l. IV, c. 89. — Neri di Donato Cronaca Sanese,
p. 149. — Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VI, p. 112._
La coronazione dell'imperatore eletto era stata fissata per la domenica
di Pasqua, 5 aprile; Carlo aveva promesso al papa di non trattenersi che
un solo giorno in Roma, e di partire appena terminata la cerimonia.
Giunse non pertanto il giovedì 2 aprile innanzi alle porte della città;
ma per non mancare alle sue promesse, entrò in Roma soltanto in figura
di pellegrino, confuso tra i baroni e senz'essere conosciuto dai Romani.
Ne' primi due giorni visitò le chiese per farvi le sue divozioni; la
domenica uscì di città avanti lo spuntare del sole con tutto il suo
seguito, onde rientrarvi pomposamente alcune ore dopo[311].
[311] _Matteo Villani, l. IV, c. 92. — Raynal. Ann. Eccles. 1355, §
6 e 17, p. 365. — Cron. d'Orvi., p. 684._
Carlo venne consacrato nella basilica del Vaticano dal cardinale vescovo
d'Ostia. Giovanni di Vico, prefetto di Roma, e per lo innanzi signore di
Viterbo e di Orvieto, gli pose in capo la corona d'oro, e Carlo colle
proprie mani coronò l'imperatrice. In seguito partì con tutto il
corteggio, e, coperto degli imperiali ornamenti, attraversò la città di
Roma in quasi tutta la sua maggiore estensione per recarsi al palazzo di
san Giovanni di Laterano, ove gli era preparato un banchetto. Per altro
la sera medesima uscì di città ed andò a dormire a san Lorenzo delle
Vigne. Cinque mila cavalieri tedeschi e dieci mila italiani avevano
formato il suo seguito fino all'esecuzione della ceremonia, dopo la
quale cominciarono a disperdersi, ripigliando quasi tutti la strada del
loro paese[312].
[312] _Matteo Villani, l. V, c. 2. — Raynal. An. Eccles. 1355, § 17,
p. 369. — Chron. Mutin. Joh. de Bazano, p. 622. — Ann. Cæsen. t.
XIV, p. 1182._
Il 19 aprile l'imperatore tornò a Siena. Scontrò il cardinale Egidio
Albornoz, che, quale legato della santa sede, aveva in primavera
ricominciata la guerra contro i tiranni della Marca e della
Romagna[313]. Carlo gli aveva sovvenuti cinquecento corazzieri per
attaccare i Malatesti, signori di Rimini, e questa fu la sola azione
militare che facesse in Italia[314]. Straniero a tutti i partiti,
indifferente per tutto ciò che non risguardava il suo regno di Boemia,
insensibile all'onore della corona imperiale, Carlo non chiedeva agli
Italiani che danaro, e perciò non poteva avere alcun motivo di fare la
guerra a chicchefosse.
[313] _Matteo Villani, l. V, c. 14 e 15. — Neri di Donato Cronaca
Sanese, p. 152._
[314] _Matteo Villani, l. IV, c. 67._
L'imperatore trovò Siena, come l'aveva lasciata, nel caldo della
rivoluzione cagionata dalla caduta dell'ordine dei nove. Il popolo aveva
escluso a perpetuità quest'ordine dall'amministrazione; aveva fatto
cancellare il nome dei nove da tutti i luoghi pubblici, da tutte le
leggi, da tutti i libri dello stato. Aveva voluto che la nuova signoria
fosse composta di dodici governatori o amministratori, invece di nove;
gli aveva scelti tra i popolani, ed aveva fatti distribuire nelle borse
i loro nomi, per rinnovare a sorte la signoria ogni due mesi. Così la
rivoluzione aveva cambiate le persone che governavano, ne aveva mutato
il numero ed i titoli, conservando i medesimi principj; e sulle ruine
d'un'oligarchia plebea, ne aveva innalzata un'altra ancora più
plebea[315].
[315] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VI, p. 112. — Cronaca
Sanese di Neri di Donato, p. 149._
I Sanesi avevano per altro data alla nobiltà qualche parte nel nuovo
governo, aggiugnendo alla signoria un collegio di sei nobili, e
chiamando cento cinquanta gentiluomini nel consiglio generale dei
quattrocento.
Carlo propose loro, per completare la costituzione, di dare un capo allo
stato, che fosse l'arbitro delle parti ed il moderatore delle contese;
ed ottenne, che riconoscessero in tale qualità il vescovo
d'Aquilea[316], suo fratello naturale, che, valendosi egli della propria
autorità, investì della signoria di Siena[317].
[316] Nicola, figlio di Giovanni re di Boemia, fu nominato patriarca
d'Aquilea il 18 maggio del 1351. _Vitæ Patr. Aquilejens. t. XVI, p.
81._
[317] _Matteo Villani, l. V, c. 20. — Cron. Sanese di Neri di
Donato, p. 149._
Ma l'imperatore partì il 5 maggio da questa città per restituirsi a
Pisa[318], e suo fratello non ritenne che un ristretto numero di
cavalli. Il popolo vedeva con estrema gelosia occupato dal patriarca il
palazzo pubblico, e rilegata la signoria in una casa privata; onde prese
le armi il 18 di maggio, ripristinò agli angoli d'ogni strada le catene
di ferro destinate a fermare la cavalleria, e costrinse il patriarca a
rimettere i dodici signori nel palazzo[319]. Quattro giorni dopo scoppiò
in Siena una nuova congiura provocata da una contesa ch'ebbe luogo tra
alcuni borghesi ed artigiani. Carlo, già abbandonato da' suoi baroni
tedeschi, trovavasi in Pisa circondato dai malcontenti, non meno che suo
fratello in Siena; onde, altro non potendo, scrisse ai Sienesi,
quand'ebbe notizia della presente sollevazione, per pregarli a mandar
via sano e salvo il patriarca d'Aquilea, loro promettendo di non più
imbarrazzarsi nel governo della repubblica[320]. I dodici signori fecero
allora venire il patriarca nel consiglio generale; gli fecero deporre il
bastone del comando e rinunciare con atto autentico alla signoria che
gli era stata accordata, obbligandolo a rendere agli ufficj della
repubblica tutti i castelli in cui aveva posta guarnigione, e lo
mandarono a suo fratello il 27 maggio[321].
[318] _Matteo Villani, l. V, c. 22._
[319] _Matteo Villani, l. V, c. 29. — Malavolti, l. VI, p. 112.
verso._
[320] _Matteo Villani, l. V, c. 35. — Neri di Donato Cron. Sanese,
p. 152._
[321] _Matteo Villani, l. V, c. 36._
Frattanto l'imperatore soggiornava in Pisa, e dava un magnifico
spettacolo agli abitanti di questa città. Adunò il popolo a parlamento
sulla piazza del duomo, e prendendo per mano Zanobio di Strata,
fiorentino, capo di una scuola di rettorica e di belle lettere, gli
diede il titolo di poeta e lo coronò d'alloro. Zanobio trovavasi in
allora tra le persone addette a Nicola Acciajuoli, grande siniscalco del
regno di Napoli, aveva molta fama, ed era amico del Petrarca. Per altro
questi, che dieci anni prima era stato coronato in Campidoglio, a stento
seppe nascondere la propria invidia pel trionfo d'un nuovo poeta.
Zanobio corse a cavallo le strade di Pisa, circondato dai primi signori
dell'impero, in mezzo agli applausi del popolo. Ma breve fu la sua
gloria, non essendosi conservata fino ai nostri dì veruna sua
opera[322].
[322] _Tiraboschi Storia della Letterat. Ital., l. III, c. 2, § II.
— Matteo Villani, l. V, c. 26. — Cron, di Pisa, t. XV, p. 1032. —
Neri di Donato Cron. Sanese, p. 153._
Mentre Carlo trovavasi a Pisa, tutti i Lucchesi, che lo avevano
conosciuto nel 1332, accorrevano a lui supplicandolo ad avere pietà
della loro patria[323]. I mercanti emigrati di Lucca si mostravano
disposti a fare i più grandi sagrificj per rientrare nella loro patria,
e le loro offerte pecuniarie avevano ben maggiore influenza su l'avido
spirito del monarca, che le preghiere e la compassione. Si dice che i
soli Lucchesi dimoranti in Francia offrirono all'imperatore cento venti
mila fiorini per prezzo della libertà della loro patria[324]. Questi
trattati non erano affatto ignoti ai Pisani, quando il fuoco distrusse
gran parte del palazzo del comune abitato dall'imperatore. Durante tale
incendio tutto il popolo si tenne costantemente armato; ed i Raspanti ed
i Bergolini, adunati assieme nelle medesime piazze d'armi, promisero
vicendevolmente di scordare le antiche loro discordie, e di concorrere
amichevolmente alla conservazione dell'autorità della repubblica sopra
la città di Lucca da lei conquistata[325].
[323] _Beverini An. Lucens. l. VII, p. 943._
[324] _Matteo Villani, l. V, c. 19._
[325] _Ivi, c. 30. — Marangoni Cronica di Pisa, p. 718. — Cronica
Sanese, p. 150._
Intanto avendo l'imperatore fatta occupare la fortezza della Gosta, che
Castruccio aveva fabbricata in Lucca, si videro rientrare in Pisa i
soldati che la custodivano per parte della repubblica. L'indignazione si
rese universale; ma i Raspanti furono i primi a prendere le armi contro
i Tedeschi: ne uccisero cento cinquanta, ed assediarono la cattedrale,
ove dimorava Carlo IV dopo l'incendio del pubblico palazzo. Paffetta,
conte di Monte Scudajo, vedeva con dispiacere i suoi partigiani unirsi
ai Bergolini, ed eseguire gli ordini de' Gambacorti, e ne ritirò il più
che gli fu possibile dalle file de' sediziosi; indi venne alla loro
testa innanzi all'imperatore, assicurandolo che i soli Bergolini avevano
eccitata la rivoluzione, ed offrendogli in pari tempo il suo ajuto. I
Gambacorti, trovandosi in allora parte presso l'imperatore e parte
presso il cardinale d'Ostia, furono tutti imprigionati; e gl'insorgenti,
abbandonati dai Raspanti, ed attaccati dal conte Paffetta e dai Tedeschi
si dispersero[326]. Le case dei Gambacorti vennero attaccate dalle
truppe imperiali, prese d'assalto e bruciate; quelle de' Sismondi e de'
Gualandi, dopo una ostinata resistenza, soggiacquero alla stessa sorte,
ed i Lanfranchi abbandonarono vilmente la zuffa[327]. Cinque Gambacorti,
Pietro Gualandi, Guelfo Lanfranchi, Rosso Sismondi, ed altri otto
distinti cittadini, vennero arrestati e chiusi nelle prigioni
dell'imperatore[328].
[326] _Matteo Villani, l. V, c. 32. — Cron. di Pisa, t. XV, p. 1030.
— Paolo Tronci Annali Pisani, p. 381._
[327] _Cron. di Pisa, t. XV, p. 1031. — Cron. Sanese di Neri di
Donato, t. XV, p. 151._
[328] _Matteo Villani, l. V, c. 33._
Questa sedizione era scoppiata il 21 maggio, e lo stesso giorno ne fu
data notizia ai Lucchesi, i quali credettero giunto l'istante della loro
liberazione. Carlo IV aveva di già fatto travedere d'essere loro
favorevole, e la sedizione di Pisa doveva tenerlo più fermo in queste
disposizioni, mentre i Pisani trovavansi indeboliti dalle domestiche
loro discordie e dalla diffidenza in cui si trovavano rispetto
all'imperatore.
I Lucchesi si procurarono delle armi; fecero, durante la notte, avanzare
fin presso le mura tutti i contadini delle campagne, che non erano meno
di loro zelanti della libertà; ed all'indomani Lucca avrebbe spezzate le
sue catene, se i suoi antichi cittadini fossero stati chiamati soli a
parte del segreto de' congiurati. Ma quando Mastino della Scala aveva
ceduto i castelli di Val di Nievole ai Fiorentini, alcuni zelanti
Ghibellini di questa provincia avevano abbandonata la loro patria per
ripararsi in Lucca. Costoro temevano assai più il trionfo de' Guelfi che
la servitù, temevano che i Lucchesi, tornati in libertà, non
s'associassero ai Fiorentini, e palesarono ai Pisani le segrete pratiche
dei Lucchesi. I Garzoni ed i Bardini, famiglie trapiantate da Pescia a
Lucca, posero de' segni sulla torre ghibellina, che osservati e ripetuti
dalle guardie accantonate sul monte san Giuliano, fecero conoscere a
Pisa il pericolo in cui si trovava la guarnigione di Lucca[329];
imperciocchè i contadini armati, che occupavano tutte le uscite della
città, non lasciavano passare i corrieri[330].
[329] _Beverini Ann. Lucen. l. VII, p. 946, 948. — Ser Cambi Cron.
di Lucca MS. nell'archivio di Lucca._
[330] Ecco le tracce d'una specie di telegrafo che i Lucchesi, dopo
tale epoca, pare che più non trascurassero, e di cui si valsero
frequentemente in tempo delle piccole guerre tra i comuni lucchesi e
modenesi della Garfagnana. _N. d T._
Appena si ebbe in Pisa avviso dell'insurrezione de' Lucchesi, le due
fazioni che si erano battute la vigilia, obbliarono i loro odj per
salvare i diritti della loro patria[331]. Il quartiere di Chinzica parti
lo stesso giorno alla volta di Lucca; i nobili formavano la cavalleria,
mentre il popolo doveva combattere a piedi. Ma questa prima truppa non
si trovò abbastanza forte per rompere un corpo di sei mila paesani, che
loro chiudeva il passaggio per giugnere alla città. All'indomani le
milizie del quartiere del ponte vennero ad ingrossare l'armata, ed i
paesani furono rotti e dispersi. La guarnigione pisana di Lucca, che,
avvisata dai Garzoni de' progetti degl'insorgenti, erasi tenuta in
possesso delle porte e delle mura, aprì la città alle milizie che
giugnevano di Pisa. I Tedeschi volevano mostrare di starsi neutrali
nella fortezza di Gosta, ma furono attaccati i primi ed obbligati di
cederla ai Pisani. In seguito venne appiccato il fuoco alle case che
circondavano san Michele, ed i Lucchesi, rinserrati tra il fuoco ed i
loro nemici, furono forzati a deporre le armi[332]. Tutti coloro che la
nascita, le ricchezze e il credito loro innalzavano al di sopra della
gente volgare trovaronsi costretti ad andarsene esuli; gli altri furono
disarmati con estremo rigore; ed il governo de' Pisani, che da lungo
tempo era duro e severo, dopo questa sedizione si rese ancora più
tirannico[333].
[331] _Cron. Sanese di Neri di Donato, t. XV. p. 151._
[332] _Cron. di Pisa, t. XV, p. 1031. — Beverini Ann. Lucenses, l.
VII, p. 948._
[333] _Matteo Villani, l. V, c. 34. — Marangoni Croniche di Pisa, p.
719._
Carlo IV, avvilito per non essere riuscito ne' suoi progetti sopra
Siena, sopra Pisa e sopra Lucca, cercava di vendicarsi di tante perdite
e dell'abbassamento del presente suo stato. Nominò un giudice per
esaminare i Gambacorti da lui tenuti in prigione, e gli ordinò di
trovarli in qualunque modo colpevoli. Era non pertanto così aperto che
questi illustri cittadini non avevano avuta alcuna parte
all'insurrezione del 21 di maggio, che non furono pure esaminati intorno
a quest'articolo; ma furono invece accusati d'avere ordita una congiura
contro l'imperatore per farlo morire. Quando videro che si voleva ad
ogni modo la loro morte, per non essere più lungamente tormentati,
risolsero di confessare tutto quanto verrebbe loro chiesto, ed il 26 di
maggio sette prigionieri furono condannati come traditori
dell'imperatore[334], e perdettero la testa sulla piazza degli anziani,
di cui erano chiuse tutte le strade dalle guardie tedesche[335].
[334] Cioè, tre fratelli, Francesco, Lotto e Bartolommeo Gambacorti,
Cecco Cinquini, Nieri Papa, Ugo di Guitto e Giovanni delle Brache.
[335] _Matteo Villani, l. V, c. 37. — Cron. di Pisa, t. XV, p. 1032.
— Cron. Sanese di Neri di Donato, p. 152. — Franz Martin Pelzel Karl
Vierte, t. II, p. 465._
Dopo avere corrisposto con tanta ingratitudine alla fedeltà d'una
famiglia, che la prima in tutta la Toscana erasi consacrata al suo
servigio[336], Carlo si affrettò di allontanarsi da un paese, ove era
detestato. Partì da Pisa il 27 di maggio, ed andò a chiudersi nella
fortezza di Pietrasanta, che si era fatta dare dai Pisani[337]. Colà si
trattenne fino all'undici di giugno per aspettare il saldo del pagamento
promessogli dai Fiorentini, come pure una contribuzione che aveva
estorta ai Pisani come compenso dei danni a lui cagionati dall'ultima
sollevazione[338]. Quand'ebbe ricevute queste due somme partì alla volta
della Germania. I Visconti, dei quali attraversò il territorio, lungi
dal dargli segni di rispetto, lo trattarono con estrema diffidenza,
facendogli negare l'ingresso in tutte le loro città. Accordarongli
soltanto, e come per grazia, la licenza di trattenersi una notte in
Cremona, ma separato dal suo seguito, che obbligarono a deporre le
armi[339].
[336] _Matteo Villani, l. V, c. 38._
[337] _Ivi, c. 40. — Cron. di Pisa, 1033. — Neri di Donato Cron.
Sanese, p. 154._
[338] _Paolo Tronci Annali di Pisa, p. 384._
[339] _Matteo Villani, l. V, c. 54._
Tutta l'autorità che Carlo aveva ricuperata sopra l'Italia sfumò
all'istante che ne fu uscito. Durante la sua spedizione erasi mostrato
estremamente avido di danaro, e ne aveva raccolto assai; ma si era
mostrato indifferente sul conto della pubblica opinione, ed aveva
svergognata quella dignità imperiale che gli Italiani erano ancora
disposti a rispettare[340].
[340] Petrarca in alcune lettere rendute pubbliche sfogò tutto il
suo sdegno contro Carlo IV. _Mem. de Sade, l. V, p. 402._
Dopo la partenza dell'imperatore l'Italia rimase in preda a molte
guerre, che contemporaneamente ruinavano i suoi diversi stati. La
condizione del regno di Sicilia aveva sempre peggiorato dopo la morte di
Federico d'Arragona, suo fondatore. Due fazioni vi si erano formate, una
detta dei Catalani, l'altra degl'Italiani o _Chiaramontesi_; le quali
furono sempre in guerra, mentre s'andarono succedendo l'uno all'altro
diversi re quasi sempre minori. Lungi dal poter ridurre i loro baroni
all'ubbidienza, trovavansi anzi i sovrani medesimi dipendenti dalle
stesse fazioni e travolti spesso dall'una all'altra. La Sicilia, un
tempo granajo dell'Italia, era ruinata dalle sue guerre civili, che,
avendo levati gli abitanti all'agricoltura, erano state cagione di varie
carestie. Il partito italiano, di questi tempi opposto alla corte, erasi
alleato col re Luigi e la regina Giovanna di Napoli, ed aveva loro
aperte le porte di Palermo, Trapani, Girgenti, Mazzara e di cento dodici
città o terre murate, onde il re di Napoli, malgrado l'esaurimento del
suo tesoro, la debolezza delle sue armate, l'anarchia de' suoi stati e
la viltà del suo proprio carattere, si trovava più vicino a fare
l'intero acquisto della Sicilia di quello che mai lo fossero stato i due
Carli, o Roberto d'Angiò, in tempo della più alta loro potenza[341]. Il
re di Sicilia, della casa d'Arragona, che ancor esso aveva nome Luigi,
erasi rifugiato a Catania. Nella campagna del 1355, riacquistò parte
delle città perdute[342], ma morì nello stesso anno, come morì pure il
suo secondo fratello don Pietro, e la corona passò sul capo del più
giovane, don Federico, sotto il quale il regno fu travagliato dai
disordini d'una minorità più burrascosa delle precedenti[343].
[341] _Matteo Villani, l. IV, c. 2 e 3. — Giannone Istoria Civile,
l. XXIII, c. 2, p. 310._
[342] _Matteo Villani, l. V, c. 65._
[343] _Ivi, c. 87._
In questo abbassamento della casa di Arragona, quella d'Angiò avrebbe
potuto agevolmente vendicare l'antico affronto dei vesperi siciliani, se
Luigi di Napoli non fosse caduto egli medesimo nel più vergognoso stato
d'abbassamento e di debolezza per la corona, ed il più funesto per i
suoi sudditi. Gli sregolamenti della regina Giovanna, sua sposa, lo
coprivano di disprezzo in faccia a tutti gli uomini. I principi del
sangue, che il re d'Ungheria aveva posti in libertà nel 1353[344],
avevano manifestato, appena rientrati nel regno, le più allarmanti
pretensioni. Il duca di Durazzo ed il conte Palatino di Minerbino
tenevano i loro feudi in aperta ribellione contro la corona[345]. Un
semplice borghese degli Abruzzi, messer Lallo, avea occupata la città
dell'Aquila ed erasi guadagnato l'affetto de' suoi cittadini, che egli
governava come assoluto principe. Luigi, che voleva ricuperare questa
città, non seppe impadronirsene che incaricando suo fratello maggiore,
che prendeva il titolo d'imperatore di Costantinopoli, di assassinare
messer Lallo: e l'imperatore fu abbastanza vile per eseguire
quest'infame commissione[346].
[344] _Cronica di Bologna, t. XVII, p. 429._
[345] _Matteo Villani, l. IV, c. 31._
[346] _Ivi, c. 17._
Per colmo de' mali, la grande compagnia, che in allora saccheggiava lo
stato di Ravenna, preparavasi ad entrare nel regno di Napoli. Una
privata ingiuria, che si era preso l'impegno di vendicare, l'aveva lungo
tempo trattenuta negli stati di Bernardino da Polenta. Questo signore
del 1350, in occasione che i pellegrini accorrevano in folla a Roma,
fissò gli occhi sopra una contessa tedesca di singolare avvenenza, che
si era fermata in un albergo: il tiranno più non le consentì di
proseguire il suo divoto viaggio; egli voleva essere corrisposto in
amore; onde dopo avere inutilmente adoperati per piacerle tutti gli
accorgimenti della galanteria e della magnificenza, dopo avere lungo
tempo adulato, supplicato, servito, tentò una colpevole violenza. La
bella pellegrina salvò la sua castità con una morte volontaria. Il di
lei scudiere portò in Germania la notizia di questo tragico avvenimento.
Due cavalieri, fratelli della contessa, poveri, e fidati soltanto alla
loro spada, scesero subito in Italia per vendicare la sorella, e
trovarono la grande compagnia presso Mantova. Dopo la morte del
cavaliere di Moriale era questa sotto gli ordini del conte Lando, loro
compatriotto; essi comunicarono il proprio risentimento ai soldati, agli
ufficiali, al medesimo generale, e fecero porre per conto loro lo stato
di Ravenna a fuoco e a sangue[347].
[347] _Matteo Villani, l. IV, c. 40. — Annales Cæsenates, t. XIV, p.
1182._
Indi la gran compagnia penetrò negli Abruzzi in sul cominciare del 1355.
Verun preparativo erasi fatto per resisterle, sebbene tutti gli alleati
del re lo avessero avvisato, che dirigevasi verso i suoi stati; ma il
carnovale era di già cominciato, e Luigi non voleva permettere che si
turbassero le feste e le danze della corte con triste nuove, o con
molesti pensieri di affari[348].
[348] _Matteo Villani, l. IV, c. 56._
Dopo aver saccheggiati gli Abruzzi, la grande compagnia si avanzò verso
la Puglia. La città di Guasto capitolò, e gli aprì le porte, ma gli
assassini, condotti dal conte Lando, non rispettavano troppo i loro
giuramenti; la città fu abbandonata al sacco, ed uccisi barbaramente gli
abitanti[349]. Tutte le altre città della Puglia, atterrite da
quest'esempio, ripararono le loro mura, e risolsero di difendersi fino
all'ultima estremità; ma non pertanto trovaronsi ridotte alle sole forze
dei proprj abitanti, perchè il re non mandò loro verun soccorso. Invece
di levar truppe nel suo regno, si limitò a mandare in Toscana il suo
gran siniscalco, Nicola Acciajuoli, per domandare l'assistenza de' suoi
alleati, mentre egli continuava a darsi buon tempo colle feste, senza
mostrar di curarsi degli avanzamenti della grande compagnia, nè della
ruina de' suoi sudditi[350].
[349] _Ivi, c. 79._
[350] _Matteo Villani, l. IV, c. 90._
Poi ch'ebbe guastata la Puglia, il conte Lando condusse la gran
compagnia nella Terra di Lavoro[351], e spinse le incursioni fino alle
porte di Napoli. Affinchè niuna cosa si sottraesse alle diligenze della
compagnia, divise l'armata in due corpi, che battevano tutto il paese.
In verun luogo incontrava resistenza, onde i suoi cavalieri spesse volte
uscivano senz'armi; si stabilivano nelle ville de' signori napoletani,
cacciavano, e si davano feste a vicenda, obbligando i loro domestici a
prendere a viva forza nelle case de' contadini tutto quanto poteva loro
abbisognare[352].
[351] _Ivi, l. V, c. 10._
[352] _Ivi, c. 56._
Finalmente il gran siniscalco arrivò dalla Toscana con mille _barbute_,
che così allora chiamavasi un cavaliere seguito da un sergente, montato
anch'esso a cavallo. Ma il re, che aveva caldamente affrettata la venuta
di queste truppe, non aveva danaro per pagarle, onde disertarono in
pochi giorni, andando ad ingrossare l'armata del conte Lando[353].
Soltanto in settembre ottenne il re Luigi di mettere insieme con
istraordinarie contribuzioni trentacinque mila fiorini, che questa volta
rifiutò ai suoi piaceri ed all'avidità de' cortigiani. Diede questa
somma alla compagnia, a condizione che s'allontanasse da Napoli per
ritornare nella Puglia. Le promise di sborsare altri settanta mila
fiorini in due termini, purchè uscisse da tutto il regno; ma finchè si
effettuasse tale pagamento, acconsentì che la compagnia continuasse a
vivere a discrezione nelle province lontane dalla capitale[354].
[353] _Matteo Villani, l. V, c. 63._
[354] _Ivi, c. 76._
Mentre il regno di Napoli trovavasi così vergognosamente abbandonato
dalla viltà del suo re ai guasti di un'armata d'assassini, il cardinale
Egidio Albornoz continuava prosperamente negli stati della chiesa la
guerra ch'egli aveva intrapresa per iscacciare o sottomettere i tiranni,
che vi si erano stabiliti. La sua più grand'arte era quella di
guadagnare al suo partito alcuni di que' piccoli signori, loro
accordando vantaggiose condizioni; e suppliva in tal maniera agli scarsi
sussidj che gli mandava la corte d'Avignone; approfittando inoltre della
rivalità delle famiglie e delle vendette dei principi per rivolgere le
armi degli uni contro gli altri.
La Marca d'Ancona e la Romagna, ove il cardinale faceva la guerra, erano
pressocchè le sole province d'Italia, i di cui abitanti si fossero
conservati bellicosi. I piccoli principi di queste contrade non
fidavano, come quelli di Lombardia, la difesa degli stati loro a
mercenarj tedeschi; comandavano essi medesimi le proprie armate composte
de' gentiluomini dei loro piccoli principati, e de' contadini delle loro
montagne. Essi li tenevano sempre esercitati, e quando non
guerreggiavano per proprio loro conto, si ponevano per un determinato
tempo ai servigi di qualche principe o repubblica più potente, piuttosto
che rimanersene oziosi.
Gentile da Mogliano tiranno di Fermo fu il primo signore che il
cardinale Albornoz guadagnò al suo partito. Il legato in sul cominciare
dell'inverno aveva nominato Gentile gonfaloniere dell'armata della
chiesa, e gli aveva conceduta la signoria di Fermo e del suo territorio,
come feudo della santa sede[355]. Albornoz accordava di buon grado
vantaggiose condizioni ai più piccoli signori, confidando, che, ove
coll'ajuto loro gli riuscisse di sottomettere i più grandi, agevole poi
gli sarebbe il ridurre i primi nella sua dipendenza. Egli aveva bisogno
di tutte le sue forze per attaccare Malatesta, signore di Rimini, i di
cui dominj stendevansi da Recanati fino ai confini del territorio di
Forlì: era questo signore non meno formidabile pei suoi talenti politici
e militari, che per le alleanze contratte colle repubbliche guelfe.
Albornoz penetrò negli stati della Marca di Fermo, ed in gennajo
sorprese la città di Recanati, che dichiarò libera sotto la protezione
della chiesa[356].
[355] _Matteo Villani, l. IV, c. 33. — Raynald. Ann. Eccles. 1354, §
2, p. 351._
[356] _Matteo Villani, l. IV, c. 42. — Cron. d'Orvieto, p. 682. —
Cronica Riminese, p. 903._
Allora il Malatesta fece sentire ai signori dello stato ecclesiastico,
che l'istante era giunto di mettere in disparte le antiche nimistà, e di
unirsi per la comune difesa. La politica del legato era facilmente
conosciuta. La chiesa non aveva maggiori motivi di muover guerra ai
Malatesti, piuttosto che agli altri signori; ed ognuno doveva prevedere
che sarebbe tosto o tardi attaccato. Il valoroso Francesco degli
Ordelaffi, capitano o signore di Forlì, rinunciò il primo ad un'antica
inimicizia che lo divideva dal Malatesti, e contrasse con questi una
sincera alleanza; cui prese subito parte anche Raineri dei Manfredi,
signore di Faenza. Gentile da Mogliano entrò ancor esso nella stessa
lega, sorprese e cacciò da Fermo le truppe della chiesa introdottevi da
lui medesimo, rimandò al legato il gonfalone che aveva da lui ricevuto;
e diede pubblicità all'alleanza di fresco contratta coi signori della
Romagna[357].
[357] _Matteo Villani, l. IV, c. 50. — Rayn. Ann. Eccles. 1355, §
19, p. 369. — Cron. Rimin., XV, p. 902._
Era troppo tardi: il legato dopo avere sottomessa più che la metà dello
stato della chiesa, trovavasi abbastanza forte per isfidare questa lega;
altronde altri principi, meno preveggenti, cercavano ancora la di lui
amicizia, e Ridolfo da Varano, signore di Camerino, chiese per sè il
comando dell'armata che Gentile da Mogliano aveva rinunciato. Da
principio Ridolfo fu sorpreso da Francesco degli Ordelaffi, e la sua
armata rotta e dispersa[358]; ma egli si rifece da questa perdita,
battendo poco dopo e facendo prigioniero Galeotto Malatesti, fratello
del signore di Rimini, ed uno de' migliori capitani d'Italia[359].
Questa disfatta scoraggiò il Malatesta, che abbandonò il primo la lega
da lui formata, e offrì condizioni di pace al legato; e perchè era
d'origine Guelfo, le città guelfe lo raccomandarono alle generosità del
cardinale Albornoz. Questi gli fece giurare fedeltà alla chiesa, gli
accordò, mediante una leggiera contribuzione, per dodici anni il governo
di Rimini, di Pesaro, di Fano e di Fossombrone; ma dichiarò libere sotto
la protezione della chiesa Sinigaglia ed Ancona[360].
[358] _Matteo Villani, l. V, c. 6. — Ann. Cæsenat. t. XIV, p. 1183._
[359] _Matteo Villani, l. V, c. 18. — Rayn. Ann. Eccles. 1355, § 20,
p. 370. — Cron. d'Orvieto, p. 682. — Cron. Rimin. p. 903._
[360] _Matteo Villani, l. V, c. 46. — Cron. Rim. t. XV, p. 903. —
Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 437._
La sommissione de' Malatesti fu cagione dell'immediata ruina di Gentile
da Mogliano. La città di Fermo gli si ribellò, ed aprì le porte al
cardinale[361]. Raineri de' Manfredi, signore di Faenza, quasi chiuso
nello stato di Bologna, non era per anco esposto agli attacchi del
legato; ma Francesco degli Ordelaffi, capitano di Forlì, rimasto solo in
guerra colla chiesa, doveva prevedere l'avvicinamento della burrasca, e
vi si preparò coraggiosamente[362]. Egli si chiuse nella sua capitale,
ed affidò alla consorte non meno di lui coraggiosa, la difesa di Cesena;
non fece verun conto della crociata e della scomunica pubblicata contro
di lui, e senza alleati osò solo disprezzare in queste due piccole città
tutta la potenza della santa sede[363].
[361] _Matteo Villani, l. V, c. 57. — Cron. Rim. p. 903._
[362] _Matteo Villani, l. V, c. 77._ Suo figlio Luigi, che prima
comandava a Cesena, morì di malattia il 1 gennajo del 1356. _Ann.
Cæsen. p. 1183._
[363] _Matteo Villani, l. VI, c. 14. — Rayn. Ann. Eccles. § 21, p.
370. — Cron. d'Orvieto, p. 683._
Prima che il cardinale legato potesse condurre la sua armata sotto
Forlì, la rivoluzione scoppiata in una delle più potenti città
dipendenti dall'alto dominio della santa sede, presentò nuova esca alla
di lui ambizione, e gli offrì la speranza di nuova conquista. La santa
sede aveva sopra Bologna gli stessi diritti che Albornoz aveva fatti
valere rispetto alle altre città della Romagna; ma Bologna ubbidiva ai
Visconti, e questi potenti signori non potevano essere spogliati come i
piccoli principi d'Agobbio, di Viterbo e di Fermo. Il cardinale non dava
indizio di nutrire progetti ostili contro Bologna; pure la vide con
piacere tolta ai signori di Milano da un tiranno più debole, che sperava
di potere all'opportunità spogliare di così ragguardevole città.
I Bolognesi soffrivano con impazienza la signoria de' Visconti, e fino
dal giugno del 1354 avevano tentato di scuoterne il giogo: ma Giovanni
Visconti d'Oleggio, cui l'arcivescovo di Milano aveva confidato il
governo della loro città, scoprì la congiura ordita contro di lui, mandò
al supplicio due de' principali cittadini, disarmò gli altri, e ridusse
i Bolognesi in così servile condizione[364], che, nella guerra degli
alleati contro i Visconti, Oleggio condusse nel territorio di Modena le
milizie borghesi non d'altro armate che di bastone. Giunto al campo
distribuì loro le armi per combattere, e dopo avere rotte le truppe del
marchese d'Este, loro ritolse quelle armi, che lo avevano renduto
vittorioso, per ricondurli in città col solo bastone in mano.
[364] _Matteo Villani, l. IV, c. 11 e 12. — Math. de Griffonibus
Memor. Histor. p. 169. — Chron. Mutin. Johan. de Bazano, t. XV, p.
620. — Petri Azarii Chron. t. XVI, p. 334. — Ghirardacci Stor. di
Bolog. l. XXIII, p. 221._
Dopo la morte dell'arcivescovo di Milano, Bologna era toccata nella
divisione dell'eredità a Matteo, il maggiore de' nipoti, e questi avea
raffermato Oleggio nel suo governo. Ma i nuovi signori diffidavano di
questo comandante, la cui politica e dissimulazione non erano minori del
valore militare; oltrecchè il favore dell'arcivescovo, di cui era
creduto figliuolo, lo aveva accostumato ai più ambiziosi progetti. Una
gelosia di amore s'aggiunse a quella del potere in seno a Galeazzo, uno
de' fratelli Visconti[365]. Essi determinarono di privare Oleggio della
sua carica, ma questi avendo avuto sentore de' loro divisamenti prese le
convenienti misure per conservarla loro malgrado.
[365] _Matteo Villani, l. V, c. 5._
I signori di Milano attaccarono da principio gli ufficiali subalterni
che Oleggio aveva promossi; richiamarono da Bologna varj corpi di
truppe, e citarono molti capitani innanzi ad un tribunale straordinario
per rendere conto dei ladronecci ond'erano accusati. Pareva di già
pendere sul capo loro una sentenza infamante[366], quando in aprile del
1355 un luogotenente di Matteo Visconti venne a chiedere a Giovanni
d'Oleggio, in nome del signore di Milano, la consegna di Bologna con
tutte le sue fortezze, ordinandogli in pari tempo di allontanarsene
all'istante.
[366] _Petri Azarii Chronic. t. XVI, p. 338._ L'autore di questa
cronaca fu egli stesso incaricato di rivedere i conti delle truppe a
Bologna.
Oleggio si mostrò disposto ad ubbidire, e consegnò al suo successore le
chiavi de' principali castelli, consigliandolo ad assicurarsene avanti
che i Bolognesi avessero sentore dell'ordine ond'era incaricato. Quando
il nuovo governatore fu appena uscito di città per eseguire questo
consiglio, Oleggio ritenne in palazzo il 17 aprile i rettori e gli
ufficiali di giustizia; vi fece pure chiamare tutti i cittadini, e loro
annunziò, che i Visconti avevano determinato di togliergli il governo,
dopo averlo forzato, diceva egli, a trattare i Bolognesi con una durezza
tutt'affatto contraria al suo cuore. Essi soli, soggiugneva, erano
colpevoli della sua precedente tirannica condotta; essi gli avevano
chiesto altro sangue, ed oggi lo privavano della sua carica per punirlo
della soverchia sua dolcezza. «Ho risoluto, disse finalmente, di
sottrarvi al capriccio di questi tiranni; io abjuro i crudeli loro
ordini, rinuncio alla loro ubbidenza. Consolate le vostre famiglie colla
certezza che non avrete che me solo per vostro signore; o piuttosto dite
loro che noi governeremo tutti assieme, imperciocchè, incominciando da
questo giorno, i cittadini di Bologna divideranno col loro principe gli
onori e le fatiche dell'amministrazione.»
I Bolognesi ascoltarono questo discorso con un cupo scoraggiamento;
conoscevano l'Oleggio da molto tempo ed a lui solo attribuivano tutte le
violenze che gli avevano veduto commettere. Quand'anche avessero potuto
desiderare di ricuperare l'indipendenza sotto un così fatto signore,
sospettavano che le sue parole velassero qualche coperto inganno, e
temettero d'essere da lui sagrificati al signore di Milano. Scusaronsi
lungo tempo dal prendere nessuna parte, sotto pretesto ch'erano
senz'armi. Finalmente i Maltraversi ed i Ghibellini, più affezionati ad
Oleggio, persuasero i loro concittadini, indifferenti di servire all'uno
o all'altro de' tiranni cui erano venduti[367]. L'assemblea proclamò
Giovanni Visconti d'Oleggio perpetuo signore di Bologna, ed in quella
stessa notte furono restituite le armi ai cittadini.
[367] _Math. de Griffonibus Mem. Hist. p. 170. — Cronica di Bologna,
p. 440. — Ghirardacci Stor. di Bolog. l. XXIII, p. 225._
In appresso Oleggio chiamò gli uni dopo gli altri i capitani delle
truppe; comunicò loro le procedure di già incominciate contro di loro,
facendo loro sentire, che la ribellione era omai il solo mezzo che loro
rimanesse per salvare le loro teste[368]. Molti di costoro, attaccati da
molto tempo alla sorte dell'Oleggio, abjurarono il partito de' Visconti,
e gli giurarono fedeltà; ed un solo terzo, a dir molto, de' soldati
ricusò di riconoscerlo per signore di Bologna. Oleggio li fece uscire di
città, dopo averli disarmati, nominò altri rettori ossia ufficiali di
giustizia invece di quelli che aveva ritenuti in palazzo; mandò con
estrema sollecitudine contr'ordini a tutti i suoi castellani, perchè non
aprissero le fortezze al nuovo governatore, e tutte furono salvate,
tranne quella di Lucco. Gli alleati di Venezia, in guerra coi fratelli
Visconti, si affrettarono di riconoscerlo e di promettergli soccorso; il
marchese d'Este gli mandò immediatamente due cento cinquanta cavalli; in
fine la mattina del 20 aprile Oleggio si trovò assoluto signore di
Bologna, e la rivoluzione fu compiuta[369].
[368] _Petri Azarii Chron. p. 339._
[369] _Matteo Villani, l. V, c. 12. — Petri Azarii Chron., p. 341._
I Visconti, informati della ribellione del loro luogotenente, spedirono
un'armata contro di lui[370]; ma non ottennero d'impadronirsi di Bologna
per sorpresa, nè si trovarono abbastanza forti per intraprenderne il
regolare assedio; onde le loro truppe si ritirarono, dopo aver guastato
il territorio bolognese[371]; ed altri avvenimenti, più a loro vicini,
rimossero questi principi dal fare per qualche tempo nuove intraprese.
[370] _Matteo Villani, l. V. c. 67. — Ghirardacci Stor. di Bolog. l.
XXIII, p. 226._
[371] _Matteo Villani, l. V, c. 78. — Joh. de Bazzana Chron. Mutin.
p. 624._
Il maggiore de' fratelli Visconti, Matteo, non si prendeva quasi veruna
cura del governo; perduto nelle dissolutezze non era circondato che da
donne rapite ai loro mariti, o di fanciulle tolte ai loro genitori. Un
giorno fece chiamare un assai rispettato cittadino di Milano, che aveva
bella e giovane sposa, e gli ordinò sotto pena di morte di condurre egli
stesso la moglie nel serraglio, ch'egli si era formato. Questo cittadino
andò, piangendo, a raccontare a Barnabò Visconti l'insultante ordine che
aveva ricevuto, implorando la sua protezione. Barnabò recossi subito da
Galeazzo, altro suo fratello; essi conobbero di comune accordo che il
popolo, spinto agli estremi dalla tirannia di Matteo, potrebbe punirli
tutti egualmente de' suoi disordini. L'amor fraterno aveva poca
influenza sul cuore di questi principi, e facilmente dava luogo
all'interesse ed all'ambizione: lo stesso giorno la mensa di Matteo fu
servita di quaglie avvelenate, ed all'indomani il maggiore de' tre
signori di Milano fu trovato morto nel suo letto[372].
[372] I Visconti sparsero voce, ed Azario lo ripete dietro loro, che
Matteo era morto di spossamento in conseguenza delle sue
dissolutezze. _Chr. Petri Azarii, p. 342. — Matteo Villani, l. V, c.
81. — Bernar. Corio Storia di Milano, p. III, p. 230. v. Ripamontius
Histor. Mediolani, l. II, p. 553. — Pauli Jovi Mathaeus Graevii. t.
III, p. 310._