CAPITOLO XLII.

_L'Italia immagine della Grecia. — Suoi tiranni. — Intraprese di

Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano. — Grande compagnia del

cavaliere di Moriale. — Il cardinale Albornoz intraprende la

conquista del patrimonio della chiesa. — Morte di Cola da

Rienzo._

1351 = 1354.

L'Italia, in cui la greca letteratura era recentemente stata trasportata

per opera del Boccaccio e della repubblica fiorentina, era di tutta

l'Europa la più a portata di far rivivere l'antica Grecia. La natura

medesima si compiacque di prodigare a queste due magnifiche contrade

doni press'a poco eguali. In ambedue moltiplicò le situazioni

pittoresche; innalzò maestose rupi ed aprì ridenti vallate, rinfrescate

da belle cascate; adornò come per un giorno festivo le loro campagne

della più rigogliosa vegetazione; e, mentre arricchì a vicenda l'Italia

e la Grecia coi prodigi della sua possanza, compartì pure agli uomini

che le abitano, somiglianti qualità; se pure può conoscersi l'originario

carattere di un popolo quand'è già stato alterato da diversi governi. Le

qualità comuni ai popoli dell'Italia e della Grecia, le qualità

permanenti, il di cui germe si è conservato sotto tutti i governi, ed

ancora si conserva, sono una vivace e brillante immaginazione, una

sensibilità rapidamente eccitata e rapidamente compressa, finalmente il

gusto innato per tutte le arti, ed organi proprj ad apprezzare ed a

riprodurre ciò che è bello in ogni genere. Nelle feste del popolo delle

campagne, si rinverrebbero in oggi uomini affatto somiglianti a quelli,

che coi loro applausi incoraggiarono i talenti di Fidia, di

Michelangelo, o di Raffaello. Essi ornano il loro cappello d'odorosi

fiori, il loro mantello è pittorescamente acconciato come quello delle

antiche statue, il loro linguaggio figurato e pieno di fuoco, i loro

atti esprimono tutte le passioni, ed essi sono realmente suscettibili

del più violento amore, come della più bollente collera. Veruna festa

sembra loro compiuta se le facoltà morali dell'uomo non v'hanno avuta

qualche parte, se la chiesa, in cui si adunano, non è ornata con

isquisito gusto e pittorescamente, se l'anima loro non viene da una

musica armoniosa sollevata al cielo. Lo spirito medesimo prende parte ai

loro divertimenti; quando possono sottrarre ai loro bisogni parte del

guadagno delle sostenute fatiche, non lo consumano in bevande spiritose,

o in istravizj, ma lo portano come un tributo ai teatri, ai poeti

improvvisatori, ai declamatori di storie, che ravvivano la loro

immaginazione, e che nutrono il loro spirito. L'Italia nell'età presente

è il solo paese ove il bifolco, il vignajuolo, il pastore, riempiano

colle loro mogli e figli le sale degli spettacoli, il solo paese, in cui

le persone di tale condizione possano intendere le tragedie

rappresentanti gli eroi de' tempi passati, e le favole poetiche, che

loro non sono del tutto sconosciute.

Nell'epoca in cui lo studio della greca letteratura fu trasportato in

Italia, e quando esemplari, che s'accostano alla perfezione, furono

offerti all'imitazione degli oratori, de' poeti, de' filosofi e degli

artisti, la rassomiglianza era ancora più compiuta di quel che lo sia

nell'età presente. Una quasi assoluta parità nel governo, ne' costumi,

nelle abitudini, pareva indicare preventivamente uno de' popoli per

camminare sulle tracce dell'altro. Per altro le lettere greche e le arti

languirono ancora qualche tempo, poichè furono introdotte in Italia.

L'imitazione de' migliori esemplari parve piuttosto intiepidire il genio

che animarlo. Non avvi impulso per coloro, che non aspirano che a fare

copie; la pedanteria dell'erudizione, lo studio delle lingue morte, che

invano si sforzava di farle rivivere, ed il servile insegnamento delle

scuole, diedero per lungo tempo una falsa direzione allo spirito

nazionale.

La fine del 14.º secolo, ed il principio del 15.º non produssero che

scrittori latini. Molti di loro giunsero, non v'ha dubbio, ad un alto

grado d'eleganza, ma tutti avevano volontariamente rinunciato ad un

sommo vantaggio, all'incoraggiamento che i soli loro compatriotti

potevano dare. Quando l'intera nazione è dotata d'immaginazione e di

sensibilità, prende alla sua propria letteratura un interessamento che

non può prendere ad un idioma straniero; ella gli comunica il suo

carattere, e concorre a perfezionarla colla sua critica, forse più che

gli autori colle loro fatiche. I difetti, che vengono anche al presente

attribuiti alla letteratura italiana, possono tutti spiegarsi per questo

primo torto, d'avere abbandonato l'idioma nazionale nel secolo che più

eminentemente doveva unire il gusto al genio. Questo secolo, che venne

dopo Dante e Petrarca, fu perduto per le lettere; la pedanteria lo

spogliò d'ogni vigore, e tutti i suoi monumenti rimasero sepolti in una

lingua straniera. Soltanto più di cent'anni dopo la morte del Petrarca

si pubblicarono finalmente in lingua italiana due poemi, risguardati

anche adesso come classici[212]; ma l'uno e l'altro sono semibuffi;

perciocchè credevasi che la lingua, in cui furono dettati, fosse indegna

di serio e grave argomento. Quando ancora più tardi questa lingua fu di

nuovo adoperata da poeti di sommo ingegno, la nazione che doveva

incoraggiarli, aveva perduta la sua fierezza, il suo valore, e

soprattutto que' profondi sentimenti, che fanno, siccome

coll'immaginazione, armonizzare la poesia anche coll'anima; che fanno

concepire un ardito sagrifizio di sè stesso, che comunicano

l'entusiasmo, e che conservano una tinta malinconica ai più animati

quadri.

[212] Il Morgante Maggiore del Pulci, e l'Orlando innamorato del

Bojardo, ambidue composti circa il 1480.

Le arti non furono inceppate ne' loro progressi, come lo furono le

lettere, dallo spirito d'imitazione. Non si trovarono antiche pitture, e

queste ancora in iscarso numero, che quando la moderna pittura era omai

giunta alla più alta sua elevazione. I progressi dell'arte furono lenti,

ma regolari, i pittori andarono scoprendo gradatamente e colle proprie

loro forze le regole pittoriche ed i mezzi dell'esecuzione. Il genio

nulla perde del suo nobile entusiasmo quando non si assoggetta alle

leggi che dopo averle egli stesso dettate; così il primitivo fuoco della

creazione risplende sempre nelle più castigate opere della scuola

italiana. Vero è che la scultura va molto più debitrice all'antico, sia

che il genio abbia minor parte in quest'arte, o che questo genio mai non

abbia animati i moderni. Le antiche statue sono per noi il tipo della

perfezione, ed una perfetta copia sarebbe agli occhi nostri un

grandissimo capo d'opera. Non pertanto ancora nella scultura gl'Italiani

crearono prima di copiare, ed è appunto perchè inventarono essi medesimi

l'arte che praticarono nel 13.º e 14.º secolo, che nel 15.º furono a

portata d'imitare i più grandi modelli[213].

[213] Le antiche statue furono il tipo della perfezione per gli

scultori egualmente che pei pittori; ed il genio ebbe parte nella

scultura come nella pittura; e Donatello e Michelangelo furono nella

prima quello che Vinci e Raffaello nella seconda. _N. d. T._

Ma se questo spirito d'imitazione, sconosciuto ai Greci, formava

un'estrema differenza fra loro e gl'Italiani, che pretendevano imitarli,

dall'altro canto la rassomiglianza era diventata più esatta che giammai

in una cosa non suscettibile d'imitazione, nella politica situazione de'

due paesi. L'Italia era per ogni rispetto ciò che fu la Grecia; Atene

riviveva in Firenze, Sparta in Venezia, Lucca ed il suo Castruccio

ricordavano, sebbene con minori virtù, Tebe ed il suo Epaminonda, Pisa e

Siena potevano paragonarsi a Megara ed a Corinto, Genova a Siracusa,

mentre la fertile Lombardia, come in altri tempi le doviziose colonie

dell'Asia minore, non aveva saputo conservare la libertà. I tiranni

italiani rassomigliavano pure ai tiranni de' Greci. Nè i talenti, e nè

meno le virtù d'un _signore_, potevano rendere legittimo un usurpato

potere; rimanevano sempre al popolo odiosi, ed in preda ai loro

sospetti: frequenti rivoluzioni li precipitavano dal trono, sul quale

non potevano rassodarsi che coi delitti, mentre coloro che gl'Italiani

chiamavano _signori naturali_, i re di Napoli, come altra volta quelli

di Macedonia, l'imperatore, siccome il gran re di Persia, erano

rispettati di generazione in generazione, e potevano dormire sul trono,

senza che i sudditi loro tentassero di rovesciarli.

Tra le razze de' tiranni, ch'eransi innalzati sopra la ruina dei diritti

dei popoli, quella de' Visconti richiamava più d'ogni altra gli sguardi

su l'Italia. L'aperta sua ambizione tendeva ad invadere tutta intera

questa contrada, ed i talenti che successivamente segnalarono molti capi

di tale famiglia, mentre altri tiranni imbecilli o corrotti regnavano a

Verona, a Padova, a Mantova ed a Ferrara, le immense sue ricchezze, ed

il potere che aveva di già acquistato, sembravano assicurarle il buon

successo de' suoi progetti d'ingrandimento. Ella sapeva approfittare di

tutte le rivoluzioni d'Italia per dilatare vie più ogni giorno il suo

dominio. Ora riduceva i vicini stati a sottomettersi senza riserva, ora

soltanto offriva loro la sua alleanza; ma la protezione, che accordava

ai suoi alleati, li riduceva in servitù. Ella continuava a proteggere

con tutte le sue forze il partito ghibellino, cui gloriavasi di

mantenersi fedele; ma ciò praticava soltanto in quegli stati, ove,

coll'ajuto di questo nome ancora potente, sperava di eccitare sediziosi

movimenti. Non prendeva essa consiglio da questo spirito di parte

nell'interna sua politica, ma cercava di tenerlo vivo soltanto presso i

suoi rivali. Secondo che le tornava meglio cercava indifferentemente

l'amicizia o dei papi o degl'imperatori; gli adulava ambidue, e non

mantenevasi fedele ad alcuno, perchè la corruzione e la perfidia erano

più utili alla sua ambizione di quel che avrebbero potuto esserlo la

buona fede e la lealtà. Nelle città di suo dominio permetteva che si

andassero spegnendo quelle fazioni, col favore delle quali le aveva

spesso ridotte in servitù; ed i Lombardi, corrotti dalla fertilità delle

loro campagne, scordavano volentieri nel lusso e nella mollezza, non

solo gli antichi odj, ma la patria e la libertà, per le quali due secoli

prima avevano fatte così grandi cose. Fra le tante città subordinate ai

Visconti, la sola città d'Asti osava ognora lagnarsi delle violate

capitolazioni, ed agitavasi ancora per le antiche contese degl'Isnardi e

de' Gottuari[214].

[214] _Benven. di s. Giorgio Hist. Montisferrati t. XXIII, p. 56._

Gli stati dell'arcivescovo Giovanni Visconti erano confinati a ponente

da quelli di Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato, da quelli di

Amedeo VI di Savoja, detto il _conte verde_, e dai vassalli di questi,

Giacomo, principe d'Acaja e conte del Piemonte, e Tommaso marchese di

Saluzzo[215]. Tutte le città del Piemonte, in addietro libere,

dipendevano da qualcuno di questi signori. Quelli della casa di Savoja

erano allora minori, ed, in forza di un compromesso col marchese di

Monferrato, avevano scelto l'arcivescovo di Milano per arbitro delle

loro contese, il quale finchè visse mantenne la pace su questi confini.

[215] _Guichenon, Hist. généalogique t. I, p. 528 e 402._

Dalla banda del levante separavano il territorio dei Visconti da quello

della chiesa quattro signori: i Gonzaga avevano Mantova e Reggio, i

marchesi d'Este Ferrara e Modena, i della Scala Verona e Vicenza, e

Padova i Carrara. La potenza delle case d'Este e della Scala era più

antica che quella de' Visconti, e tutti questi signori avevano titoli

uguali; pure la potenza di queste famiglie era meno stabile assai di

quella de' Visconti. Trovavansi in allora capi di queste famiglie

giovani di perduti costumi, i quali supponevano che il sovrano potere

desse loro il diritto di soddisfare le più vergognose passioni. Per

godere a vicenda di tale prerogativa, e non già spinti da più nobile

passione, i minori di ogni famiglia cercavano sempre di balzare dal

trono i loro maggiori, i nipoti gli zii, i bastardi i fratelli

legittimi. Nello spazio di pochi anni si videro queste quattro case

scosse ed indebolite da tali congiure.

La guerra civile, che scoppiò nella casa d'Este, non mancava per altro

di plausibile motivo. Il marchese Obizzo aveva, morendo, legittimato in

marzo del 1352 i figli avuti da un'amante, ed aveva lasciato al

maggiore, Aldobrandino, la successione alla sua sovranità. Suo nipote,

Francesco, riclamò contro un atto che lo spogliava de' suoi diritti, e

quando vide un bastardo in possesso dell'eredità della sua casa,

ritirossi alla corte dei Visconti; e là ora coi maneggi, ora colle armi,

cercò di ricuperare i diritti ch'egli credeva legittimi[216].

[216] _Chron. Estense, t. XV, p. 469._

Le divisioni della famiglia della Scala non erano tanto scusabili. Can

Grande, allora regnante, aveva due fratelli legittimi, ed un fratello

bastardo chiamato Fregnano. In febbrajo del 1354 egli era andato a

Bolzano per conferire col marchese di Brandeburgo suo cognato. Fregnano

cercò di approfittare della lontananza del fratello per usurpare la

sovranità, rendendosi con uno stratagemma padrone della persona del più

giovane de' suoi fratelli, ch'era rimasto in Verona, e di quella di Azzo

da Coreggio governatore della città. Allora pubblicò varie lettere, che

pretendeva essere state dirette a questo governatore ed a lui medesimo;

e sotto pretesto che le truppe dei Visconti minacciavano il veronese,

fece uscire in campagna tutte le armate per andare contro ai nemici.

Nella notte del 17 febbrajo annunciò l'improvvisa morte del signore Can

Grande; la mattina del susseguente giorno corse le strade a cavallo col

suo più giovane fratello Alboino, e ricevette l'omaggio de' magistrati e

del popolo. Feltrino, uno de' signori di Gonzaga, che aveva presa parte

in questa trama, giunse ben tosto con un corpo di truppe in suo

soccorso, un corpo di cavalleria gli condusse pure Barnabò Visconti

pochi giorni dopo, ma Fregnano non ardì riceverle in città. Questi

ausiliarj da lui non richiesti, e che sembravano essere accorsi per un

disinteressato amore pei tradimenti, eccitavano, non a torto, la sua

diffidenza.

Ma la stessa notte in cui Barnabò allontanavasi da Verona, ove non era

stato ammesso, Can Grande, avvisato della rivoluzione accaduta nella

capitale, giunse presso alla porta del Campo di Marte, che gli fu

segretamente aperta dal capitano a lui fedele, e subito entrato in

città, chiamando alle armi il popolo cui faceva replicare il suo nome,

occupò il quartiere al di là dell'Adige. Nel susseguente mattino 25

febbrajo, passò il ponte ed attaccò Fregnano, che difendeva l'altra

parte della città. Dopo un'accanita zuffa fu ucciso il bastardo della

Scala, e Paolo Pico della Mirandola, ch'era stato nominato suo podestà

con molti altri complici. Feltrino Gonzaga rimase prigioniero, e non

ottenne la libertà che pagando una taglia di trentamila fiorini. Il

cadavere di Fregnano venne ignominiosamente appeso ad una forca, furono

condannati a morte varj suoi complici, e Can Grande trovossi nuovamente

padrone di Verona: ma la ribellione, che aveva con tanta rapidità

soffocata, gli aveva fatto vedere quanto doveva ripromettersi dai

signori di Mantova e di Milano[217].

[217] _Gazata Chron. Regien. t. XVIII, p. 73. — Chron. Estense t.

XV, p. 478. — Libro del Polistore c. 41, t. XXIV, p. 835. — Chron.

Mutin. Joh. de Bazano p. 618. — Matteo Villani l. III, c. 99._

Le congiure, tramate nelle famiglie di Carrara e di Gonzaga, non

cagionarono la guerra civile, e si eseguirono ambedue entro le mura dei

palazzi dei principi. A Padova uno zio ed un nipote, Jacopino e

Francesco da Carrara regnavano insieme. Quest'ultimo, che vedremo

governare e difendere gloriosamente i suoi stati, fece all'impensata

prendere lo zio mentre con lui stava cenando a tavola[218]; lo accusò

d'avere ordito una trama per farlo assassinare, e lo fece gettare in una

prigione ove lo sgraziato Jacopino visse ancora diciassett'anni. Sua

moglie Margarita Gonzaga, venne rimandata a Mantova col figlio in età di

un anno. Una segreta gelosia tra questa donna e la moglie di Francesco,

era stata la cagione di questa catastrofe[219].

[218] Il 18 Luglio 1355.

[219] _Cortusiorum Histor. de novit. Paduae t. XII. — Catari Cron.

di Padova t. XVIII, p. 41._

L'ultima a scoppiare fu la congiura di Mantova. Guido da Gonzaga,

signore di questa città, aveva tre figliuoli, il primo de' quali,

Ugolino, era stato chiamato dal padre a partecipare del sovrano potere;

e perchè questi mostravasi egualmente valoroso e prudente, Guido,

invecchiato, gli andava poc'a poco abbandonando tutta la sua autorità. I

due minori fratelli Lodovico e Francesco ne concepirono la più violente

gelosia. Nel 1362 congiurarono contro di lui, ed il giorno 2, o come

vogliono alcuni il 13 ottobre, lo assassinarono. Il vecchio Guido da

Gonzaga, che, colla sua congiura a danno di Passerino de' Bonacossi,

aveva nel 1328 innalzata la propria famiglia al rango delle case

sovrane, vide ucciso dai suoi propri figliuoli quello di loro, in cui

aveva tutte riposte le sue speranze; egli stesso fu dai medesimi

spogliato della sovrana autorità, e finì i suoi giorni nel dolore[220].

[220] _Cronica di Bologna, t. XVII, p. 466. — Platina Histor.

Mantuanae Urbis, l. III, p. 747._

Tali erano i principi indipendenti che governavano il Nord dell'Italia.

Vi si trovava gli è vero un'altra famiglia principesca, i Beccaria, che

signoreggiavano Pavia. Ma questi erano vicarj ora de' Visconti, ora dei

signori di Monferrato. Molti piccoli principi regnavano pure nelle città

della Romagna e dello stato della chiesa; ma per altro erano in Italia

diminuite assai di numero le case sovrane, e la geografia di questa

contrada erasi molto semplificata. Il numero delle repubbliche era

ancora più diminuito. Genova e Bologna trovavansi, almeno

momentaneamente, sottomesse ai Visconti; Lucca ubbidiva ai Pisani; onde

non rimanevano più che Venezia e Pisa, e i tre comuni guelfi di Toscana,

Firenze, Siena e Perugia: le altre città di questa provincia in addietro

libere erano piuttosto suddite che alleate di queste tre repubbliche.

I comuni guelfi della Toscana erano particolarmente lo scopo de'

progetti ostili e dell'ambizione dell'arcivescovo di Milano; ma d'altra

parte erano anch'essi prevenuti contro di lui dal doppio odio pel

partito ghibellino e per la tirannide. Abbiamo di già veduto in qual

modo i Fiorentini avevano respinta l'aggressione de' Visconti nel 1351,

e come avevano costretto il generale del signore di Milano a levare

l'assedio di Scarperia; ma era meno da temersi la forz'aperta che i

segreti intrighi; perciocchè il Visconti cercava in ogni città, in ogni

borgata di farsi de' partigiani, di avere de' traditori; e dopo

l'inverno del 1351, che venne in seguito a quella gloriosa campagna,

poco mancò che venduta non gli fosse la città d'Arezzo. Il signore di

Milano aveva incoraggiata la famiglia guelfa de' Brandagli d'Arezzo a

farsi tiranna, e si era a di lei favore procurata l'alleanza dei piccoli

tiranni ghibellini di Agobbio e di città di Castello. Di già i Brandagli

avevano occupata una porta, e per mezzo di convenuti segni avevano

chiamate in loro soccorso le truppe de' Visconti, allorchè gli abitanti

d'Arezzo corsero alle armi, e cacciarono i ribelli dalla città, prima

che potessero eseguire i colpevoli loro progetti[221].

[221] _Matteo Villani l. II, c. 36._

Le repubbliche guelfe di Toscana, riunite dal comune pericolo, essendosi

collegate per la comune difesa[222], spedirono una deputazione al papa,

onde impegnarlo a farsi capo di un partito, formato in origine per

difesa della chiesa, ed a vendicarsi dell'affronto che le sue armi

avevano ricevuto sotto Bologna.

[222] _Ivi, c. 46._

Ma il Visconti stava già da qualche tempo negoziando colla corte

d'Avignone per placarla. Egli comperava dei partigiani a peso d'oro

perfino nel sacro collegio. La viscontessa di Turenna, l'amica di

Clemente VI, che tutto poteva sul di lui animo, aveva ricevuti i suoi

doni, onde la collera della corte intiepidiva ogni giorno, e le

risoluzioni erano incerte[223]. I cardinali, che sembravano animati dal

più vivo risentimento, e che più fortemente eransi dichiarati per

l'onore della chiesa, non si vergognavano nel susseguente concistoro di

dichiararsi favorevoli a quello stesso Visconti, di cui erano poc'anzi i

più caldi antagonisti[224].

[223] _Matteo Villani l. II, c. 52. — Raynald. Annal. Eccles. 1352,

§ 7. t. XVI, p. 329._

[224] _Matteo Villani, l. II, c. 66._

Finalmente il papa cedette alle istanze dell'amica e de' cortigiani, ed

il 5 maggio del 1352 dichiarò nel concistoro dei cardinali, che in

considerazione della sommissione dell'arcivescovo di Milano, e della sua

santa ubbidienza, annullava tutti i processi incominciati contro di lui,

e rivocava le scomuniche e gl'interdetti fulminati contro il medesimo.

Gli ambasciatori del signore di Milano presentarono a Clemente VI le

chiavi di Bologna, quasi in atto di rendergli quella città, ma il papa

gliele restituì. Nello stesso tempo fece cessione per dodici anni della

sovranità di Bologna al Visconti come di un feudo della chiesa, contro

il pagamento annuo di dodici mila fiorini[225]. Cento mila fiorini

furono pagati dal signore di Milano alla camera apostolica per le spese

della precedente guerra in Romagna. Più di duecento mila fiorini erano

stati erogati nel sedurre i più importanti personaggi della corte di

Avignone, e per ottenere un così vantaggioso trattato[226].

[225] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 427. — Joseph Ripamonti

Hist. Mediol. l. II p. 552, apud Graevium Thesaurus t. II. —

Ghirard. stor. di Bol. l. XXIII, t. II, p. 213._

[226] _Matteo Villani, l. III, c. 4._

Intanto le repubbliche toscane, costrette di rinunciare ai soccorsi del

loro naturale alleato, eransi rivolte all'erede di una famiglia, contro

i di cui antenati avevano guerreggiato, al nipote d'Enrico VII, al

figlio di Giovanni di Boemia, Carlo IV, che in allora era re de' Romani.

Gli rappresentarono, che quell'avanzo di potere che gl'imperatori

conservavano ancora in Italia verrebbe in breve usurpato dai Visconti,

se il monarca non poneva finalmente freno alla smisurata loro ambizione;

si offrivano d'assecondarlo con tutte le loro forze onde abbassare

l'alterigia del signore di Milano, di levare perciò un'armata, e di

pagare a Carlo i sussidj quando scenderebbe in Italia a prendere le due

corone de' Lombardi e dell'Impero Romano[227]. Venne a Firenze un

cancelliere di Carlo IV per continuare questo trattato. Il sussidio da

pagarsi all'imperatore venne portato a dugento mila fiorini, doveva

comandare un'armata di sei mila cavalli, di cui soltanto un terzo

sarebbe da lui pagato, ed i magistrati delle repubbliche dovevano

prendere il titolo di vicarj imperiali. Il trattato si pubblicò in

Firenze in maggio del 1352, ma Carlo IV non potendo ancora allontanarsi

dal suo regno di Boemia, rifiutò di ratificarlo[228].

[227] _Matteo Villani, l. II, c. 76._

[228] _Ivi, l. III, c. 6 e 7._

Nella campagna del 1352 l'arcivescovo di Milano non aveva tentato

d'invadere la Toscana con un'armata considerabile; ma aveva distribuite

le sue forze sopra diversi punti, e soccorsi tutti i nemici delle

repubbliche. Egli eccitò contro Perugia e Siena il conte d'Urbino, della

famiglia di Montefeltro, il signore di Cortona ed il prefetto di Vico,

che governava diverse città dello stato della Chiesa. Negli Appennini il

vecchio Pietro Saccone dei Tarlati, era tuttavia, sebbene in età di

novant'anni, il più attivo nemico dei Guelfi, egli sorprendeva e

guastava con inaspettate incursioni ora le campagne di Mugello, ora

quelle d'Arezzo. Aveva occupato Borgo san Sepolcro, importante fortezza

de' Perugini, e poco dopo Anghiari ed altri due castelli[229].

Finalmente Francesco Castracani intraprendeva nella Garfagnana l'assedio

di Barga con forze considerabili, somministrategli dall'arcivescovo. Ma

la lega guelfa uscì gloriosamente da questa lotta: riacquistò dopo lungo

assedio e spianò fino ai fondamenti il forte castello di Bettona posto

ad otto miglia da Perugia, ch'era stato occupato dai Ghibellini[230];

forzò il Castracani a levare l'assedio di Barga, dopo averlo disfatto

nella Garfagnana[231]; e Pietro Saccone, rotto presso Bibiena, andò

debitore della sua salvezza alla bontà del cavallo[232].

[229] _Matteo Villani, l. II, c. 42._

[230] _Ivi, l. III, c. 25, 26, 27._

[231] _Matteo Villani, l. III, c. 35._

[232] _Ivi, c. 11._

La guerra non sostenevasi da ambe le parti con forze proporzionate alla

potenza dell'arcivescovo di Milano e de' Fiorentini. Non pertanto i due

partiti desideravano egualmente la pace. Temeva il Visconti gli effetti

delle negoziazioni cominciate dai Guelfi con Carlo IV; temeva inoltre di

cambiamento nelle disposizioni della corte d'Avignone. Clemente VI era

morto il 5 dicembre del 1352, dopo avere vissuto non come conviensi ad

un capo della chiesa, ma come un sovrano voluttuoso e magnifico,

circondato da dame e da cavalieri, nel fasto e ne' piaceri[233]. Il

vescovo di Clermont, cardinale d'Ostia, datogli per successore il 28

dicembre, sotto nome d'Innocenzo VI, poteva essere intenzionato di

rompere un trattato estorto al suo predecessore dalla venalità de'

cortigiani. L'arcivescovo di Milano credette opportuno di fare la pace

coi Guelfi per non aver nulla a temere dal canto della chiesa. Propose

alle repubbliche toscane d'aprire un congresso a Sarzana; gli

ambasciatori vi si recarono da ambedue le parti, e cominciarono le loro

conferenze il primo gennajo del 1353[234]. Fu accettata la mediazione

dei Gambacorti e della repubblica di Pisa, ch'eransi conservati neutrali

tra l'arcivescovo ed i Fiorentini; e colla loro mediazione fu conchiuso

un trattato di pace tra il Visconti e le repubbliche di Firenze,

Perugia, Siena, Arezzo e Pistoja. Pochi castelli presi da una parte e

dall'altra furono restituiti, e la repubblica di Pisa si chiamò garante

dell'esecuzione del trattato[235].

[233] _Ivi, c. 43._

[234] _Matteo Villani, l. III, c. 47._

[235] Si pubblicò in Firenze il primo aprile del 1353. — _Matteo

Villani, l. III, c. 59._

Ma la pace di Sarzana non procurò ai Fiorentini che pochi mesi di

tranquillità. Bentosto un'armata più formidabile che non era quella

dell'arcivescovo, saccheggiò la Marca d'Ancona e la Romagna, ed una più

disastrosa guerra minacciò le frontiere della Toscana. Un gentiluomo

provenzale, cavaliere di san Giovanni di Gerusalemme, frate Monreale

d'Albano, che gl'Italiani chiamarono fra Moriale[236], erasi distinto

servendo il re d'Ungheria nelle guerre del regno di Napoli. In queste

sventurate province, abbandonate a tutte le vessazioni de' soldati,

aveva il cavaliere imparato a dare una tal quale regolarità

all'assassinio ed a mantenere una certa disciplina tra i suoi soldati,

ai quali erano permessi tutti i delitti. Con quest'associazione della

regola alla licenza, aveva adunata una compagnia di ventura, colla quale

era rimasto nel regno di Napoli dopo la partenza di Luigi d'Ungheria. La

regina Giovanna per liberarsene, aveva preso al suo soldo Malatesta,

signore di Rimini, con una forte armata; questi nel 1352 aveva assediato

in Aversa Moriale, e forzatolo a capitolare ed a uscire dal regno,

restituendo tutta la preda che aveva ammassata[237]. Moriale, col

piccolo numero de' soldati rimasti fedeli, erasi posto al soldo del

prefetto di Vico, signore di Viterbo e d'Orvieto, e d'alcune altre città

del patrimonio di san Pietro; ma egli covava ancora in così basso stato

più vasti progetti. Aveva scritto a tutti i contestabili, che avevano

soldati da loro dipendenti in Italia, offrendo loro paga e servigio come

a truppe regolari, e significando loro inoltre, che goderebbero sotto i

di lui ordini di tutta la licenza permessa ai soldati delle compagnie

avventuriere. Con tali promesse raccolse sotto le sue bandiere mille

cinquecento cavalli e due mila fanti, ch'egli condusse subito nel

territorio del signore di Rimini, di cui voleva vendicarsi. Entrato in

questo piccolo stato nel novembre del 1353, aveva, prima che terminasse

l'inverno, di già presi quarantaquattro castelli[238].

[236] Veggansi intorno al suo vero nome, _Raynald. Ann. Eccles. 1353

§ 5, p. 380. — Cherub. Ghirardacci, stor. di Bologna, l. XXIII, t.

II, p. 220. — De Sade, Memoires pour la vie de Petrarque, l. V, p.

354._

[237] _Matteo Villani, l. III, c. 40._

[238] _Matteo Villani, l. III, c. 89._

Mentre Moriale metteva la Romagna a fuoco e sangue, dava alla sua

compagnia una forma regolare. Aveva nominati un tesoriere, consiglieri e

segretarj, coi quali deliberava intorno ai comuni interessi. Alcuni

giudici mantenevano la pace nel campo, e facevano osservare tra i

soldati la più rigorosa giustizia, mentre loro permettevano ogni sorta

di delitti a danno degli abitanti del paese in cui guerreggiavano. La

preda si divideva in un modo regolare tra gli ufficiali ed i soldati;

era poi venduta a certi mercanti, che seguivano l'armata per fare

acquisto degli effetti rubati, e Moriale voleva che si rispettassero le

persone e le proprietà di questa classe d'uomini. Con tale disciplina

faceva regnare l'abbondanza nel campo, e le persone addette alla milizia

d'altro non parlavano in Italia che delle ricchezze che si acquistavano

sotto le sue bandiere. Coloro che trovavansi al servigio dei principi o

delle repubbliche aspettavano con impazienza il termine del loro

servigio per abbandonarli e recarsi al campo di Moriale; e molti ancora

commettevano qualche volontario fallo per farsi congedare prima che

spirasse il tempo del loro servizio[239].

[239] _Matteo Villani, l. III, c. 108. — Leonardo Aretino stor.

Fiorent. l. VIII._

Il Malatesta, oppresso da questa compagnia, venne a chiedere soccorso

alle tre comuni guelfe di Toscana. Rappresentò loro che questi

assassini, nemici d'ogni nazione, d'ogni governo, abbandonerebbero tra

poco il suo principato omai esausto per attaccare la Toscana, ove

speravano di trovare maggiori ricchezze, che, ove non si punissero

sollecitamente, l'esempio loro sedurrebbe tutti i soldati d'Italia, e

farebbe rivolgere tutte le forze della società contro la società

medesima. Malgrado così potenti motivi Perugia e Siena rifiutarono di

provocare un nemico che non le aveva attaccate. Firenze accordò qualche

soccorso a Malatesta, ma così sproporzionato al bisogno, che fu da lui

rinviato, ed egli cominciò a trattare d'accordo colla compagnia. Le

promise quaranta mila fiorini perchè uscissero dalle sue terre, e le

diede per ostaggio uno de' suoi figli[240]. Egli non potè pagare così

grossa somma che licenziando tutte le sue truppe, le quali passarono al

servigio di Moriale. Nello stesso tempo (1354) molti de' principali

baroni di Germania entrarono nella grande compagnia, che diventò più

formidabile di quel che lo fosse mai stata[241].

[240] _Cronica riminese t. XV, p. 902._

[241] _Matteo Villani l. III, c. 40. — Polistore c. 40, p. 832. t.

XXIV._

Le repubbliche toscane, che non avevano approfittato delle più

favorevoli circostanze per attaccare la gran compagnia, eransi per altro

collegate per la comune difesa, ed avevano convenuto di montare tre mila

cavalli, ed il contingente de' Fiorentini era di già arrivato a Perugia.

Ma Moriale ottenne facilmente lo scioglimento di tale lega. Egli cercò

l'amicizia de' Perugini, dichiarando che rispetterebbe scrupolosamente

la neutralità loro; chiese di potere attraversare il loro territorio

senza fermarsi e pagando a danaro contante tutto quanto gli

abbisognasse. Lusingati di sottrarsi al pericolo senza guerra e senza

spesa, i Pistojesi vilmente abbandonarono i loro alleati, e fecero

separata pace con Moriale[242]. Allora la compagnia entrò per Asciano e

Montepulciano sul territorio di Siena; onde i Sienesi, atterriti nel

vedersi abbandonati dai loro vicini, trattarono ancor essi con Moriale,

e gli contarono sedici mila fiorini, affinchè continuasse la marcia

senza fermarsi nel loro territorio[243].

[242] _Matteo Villani, l. IV, c. 14._

[243] _Cronica Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 141._

I Fiorentini avevano a quest'epoca deboli e mal esperti priori, che non

seppero porre la repubblica in istato di difendersi. Andato a vuoto il

tentativo fatto coi Pisani per rispingere d'accordo il nemico, non

riuscirono a mettere un'armata in campagna. Nel mese di luglio del 1354

la compagnia guastò per otto giorni continui la Val d'Elsa e le

vicinanze di Staggia e di san Casciano senza trovare resistenza: essa

era in allora composta di sette mila cavalli, due mila de' quali erano,

a dir vero, forzati di servire a piedi sotto l'armatura de' corazzieri

per avere perduti i cavalli, di mille cinquecento uomini di fanteria

scelta, che allora chiamavansi _masnadieri_, e di una truppa di servi,

di vivandieri, di gente di perduti costumi, che valutavansi circa venti

mila. Moriale sapeva impiegare vantaggiosamente questa gente, che

seguiva il suo campo, per saccheggiare le campagne, e procacciare

vittovaglie ai soldati[244]. I Fiorentini risolvettero all'ultimo di

pagare venticinque mila fiorini al tesoro della compagnia, ed i Pisani

sedici mila[245], oltre i considerabili regali fatti ai diversi suoi

capi; e Moriale promise alle due repubbliche, che per due anni non

entrerebbe più nel loro territorio. Raccolse in seguito il rimanente

delle contribuzioni dovutegli dai paesi della Romagna, indi condusse la

sua truppa in Lombardia, ove ad istigazione de' Veneziani erasi formata

una lega contro l'arcivescovo di Milano. Moriale si pose colla sua

truppa al soldo della lega, che gli promise cento cinquanta mila fiorini

per quattro mesi di servizio[246].

[244] _Matteo Villani, l. IV, c. 15._

[245] _Cronica di Pisa, t. XV, p. 1022._

[246] _Matteo Villani, l. IV, c. 16._

Dopo avere assicurata con questo trattato la sussistenza della grande

compagnia per tutto l'inverno, il cavaliere di Moriale ne affidò il

comando ad un tedesco, chiamato dagl'Italiani il conte Lando. Egli con

poco seguito si recò a Perugia e poscia a Roma sotto colore di regolare

i suoi domestici affari, ma in fatto per formare corrispondenze nel

mezzogiorno d'Italia, ove pensava di ricondurre in primavera la

formidabile sua truppa. I Perugini, spaventati ancora della sua potenza,

lo accolsero rispettosamente, e gli diedero nelle loro terre il diritto

di cittadinanza: Moriale passò in seguito a Roma. Egli credeva di avere

diritto alla protezione del governo di questa città, perchè i suoi due

fratelli, che aveva lasciati a Perugia, avevano di fresco dato a Cola da

Rienzo il danaro che questo celebre uomo aveva impiegato nella leva di

alcuni soldati, coi quali era rientrato trionfante in Roma.

Ma il tribuno, trovandosi ristabilito in Campidoglio, si risguardò di

nuovo quale rappresentante dell'antica repubblica romana, quale

protettore dell'universo, quale vendicatore dei delitti commessi in

qualunque parte d'Italia. Fece dunque imprigionare il cavaliere di

Moriale e lo fece tradurre innanzi al suo tribunale; lo accusò d'avere

attaccate, senz'esserne provocato, le città della Marca e della Romagna,

di avere portato il ferro ed il fuoco nelle campagne di Firenze, di

Siena e d'Arezzo, di avere comandata una truppa di assassini, colpevoli

di ladronecci e di omicidj: e perchè il Moriale non opponeva a fatti

così notorj, che il preteso diritto della guerra, il tribuno dichiarò

che il titolo di generale punto non iscemava i delitti che punivansi

nelle persone degli altri malfattori; condannò Moriale alla pena di

morte, e gli fece tagliare il capo in Roma il 29 agosto del 1354 nella

piazza delle esecuzioni[247].

Cola da Rienzo, che in dicembre del 1347 era fuggito dal Campidoglio, ed

un mese dopo da castel sant'Angelo travestito, Cola da Rienzo, ch'era

stato condannato come eretico e come ribelle, che aveva languito ora

nelle prigioni dell'imperatore a Praga, ora in quelle del papa in

Avignone, per uno strano cambiamento di fortuna, trovavasi di nuovo

rivestito d'una sovrana autorità nella città medesima da cui era stato

scacciato.

[247] _Matteo Villani, l. IV, c. 23. — Frammenti di stor. Rom., l.

III, c. 22. — An. Ital. t. III, p. 351._ — Lettera di papa Innoc. VI

presso Raynald. _Ann. Eccl. 1354, § 4, p. 352_. Il papa con questa

lettera dimanda ai banchieri di Padova gli effetti di Moriale per

applicarli in sollievo di tanti da lui resi infelici.

Il primo asilo di Cola, dopo la sua fuga da Roma, era stata la corte del

re Lodovico d'Ungheria. Ma quando questo principe abbandonò

improvvisamente l'Italia, il tribuno, trovatosi senza difesa, era

passato in Germania per implorare la protezione di Carlo IV[248],

sperando di poter comunicare al re de' Romani il proprio entusiasmo per

Roma, e di rendere questo monarca degno dei titoli ch'egli portava.

Nello stesso senso il Petrarca aveva più volte scritto allo stesso Carlo

per ricordargli i doveri degl'imperatori[249]. Ma il discendente della

casa di Lussemburgo, che non aveva ereditata la generosità, la lealtà, o

altra delle virtù cavalleresche di Enrico VII, o di Giovanni di Boemia,

diede vergognosamente Cola in mano del papa nel 1352, ed il tribuno

giunse in Avignone in mezzo a due arceri[250]. La morte di Clemente VI,

il rispetto che ispiravano l'eloquenza ed i suoi distinti talenti, e

senza dubbio le raccomandazioni del Petrarca, che scriveva al popolo

romano per interessarlo a favore del suo magistrato, salvarono Cola dal

supplicio di cui era minacciato[251]. Alcun tempo dopo, Innocenzo VI,

avendo risolto di liberare tutte le città de' suoi stati dai tiranni che

le governavano, e di ridurle sotto l'immediata autorità della chiesa,

mandò Rienzo al cardinale Egidio Albornoz, incaricato di tale missione,

affinchè questo prelato si giovasse dei suoi talenti, della sua

eloquenza, e dell'opinione che ancora aveva in Roma[252].

[248] _Chron. Est., t. XV, p. 460._

[249] Osservinsi queste lettere nelle _Memorie di Sade, t. III, p.

68 e 340_.

[250] _De Sade Memorie, l. IV, p. 227._

[251] _Petrarcae epistolae sine titulo, ep. 4, p. 789. Edit. Basil.

1554._

[252] _Rayn. An. Eccles. 1353, § 5, p. 340. — Vita Innocent. VI ex

additamentis ad Ptolomeum Lucens. e cod. MS. Patavino, t. III, p.

II, Rer. Ital. p. 608._

Egidio Albornoz si diceva disceso dalle reali case di Leone e di

Arragona; era stato nominato assai giovane arcivescovo di Toledo, lo che

non gli aveva impedito di fare la guerra ai Mori, e di rendersi glorioso

contro gl'infedeli. Dopo la battaglia di Tariffa, aveva di propria mano

armato cavaliere Alfonso XI di Castiglia, e nel 1343 aveva diretto

l'assedio d'Algesiras. Quando morì Alfonso XI Albornoz venne alla corte

d'Avignone, ove Clemente VI gli diede il cappello cardinalizio.

Innocenzo VI l'anno 1353 dovendo nominare un generale nel sacro

collegio, giudicò il cardinale spagnuolo più capace di ogni altro a

riconquistare gli stati della chiesa[253].

[253] _Memorie di Sade, t. III, l. V, p. 313. — Raynaldi Ann.

Eccles. 1353, § I, p. 338._

Albornoz entrò in Italia nell'agosto del 1353 mal fornito di truppe e di

danaro, ma con promesse di larghi sussidj. Sebbene la di lui venuta

eccitasse la diffidenza dell'arcivescovo Visconti, questi lo accolse

onorevolmente[254]. Il cardinale prese in appresso la via di Firenze,

ove giunse in ottobre, ed ottenne dalla repubblica il piccolo sussidio

di cento cinquanta cavalli. Fin qui le truppe d'Albornoz trovaronsi

sproporzionate affatto a' suoi vasti progetti; ma egli fidava assai meno

nell'armata, che nelle disposizioni de' popoli; imperciocchè la sua

missione tornava utilissima alla loro prosperità. Era egli incaricato di

rendere alle città la libertà, e quel governo repubblicano, di cui

avevano goduto lungo tempo sotto la protezione della chiesa, e veniva

per fare la guerra a piccoli tiranni, non meno nemici del popolo che del

papa, a tiranni la di cui autorità era odiosa, ed alle di cui passioni

venivano tutte attribuite le pubbliche calamità. Clemente VI aveva prima

di morire pubblicata una bolla di scomunica contro tutti gli usurpatori,

e nominatamente contro Giovanni di Vico tiranno di Viterbo e d'Orvieto,

Francesco degli Ordelaffi tiranno di Forlì, e Giovanni e Guglielmo de'

Manfredi tiranni di Faenza[255].

[254] _Polistore c. 40, t. XXIV, p. 833. — Cherubino Ghirardacci

Stor. di Bolog., l. XXIII, p. 317._

[255] Datata il 7 degli Idi di Luglio 1352. — _Rayn. Ann. 1352, §

11, p. 331. — Matteo Villani, l. III, c. 84._

I Romani furono i primi a riconciliarsi colla chiesa per l'intromissione

d'Albornoz; ma piuttosto fecero alleanza, con un atto di sommissione

alla sua autorità[256]. Dopo la fuga di Cola da Rienzo avevano sofferte

le più disastrose rivoluzioni; i nobili, tornati in Roma, avevano

ricominciate le loro soverchierie, onde il popolo, sotto la condotta di

Giovanni Ceroni, demagogo, che fu installato in Campidoglio col titolo

di rettore, gli aveva di nuovo cacciati di città[257]; poi gli aveva

richiamati per difendere Roma contro il prefetto di Vico. I nobili, che

mai non sapevano approfittare delle lezioni dell'esperienza, avevano

ravvivate le antiche loro contese; gli Orsini e i Savelli eransi

azzuffati nelle strade, ed il rettore Giovanni Ceroni, avendo invano

chiamato il popolo a prendere le armi per mantenere l'ordine, abdicò la

sua dignità, e si allontanò da una città intollerante d'ogni

governo[258].

[256] _Ivi, c. 91._

[257] _Ivi, l. II, c. 47._

[258] _Matteo Villani, l. III, c. 18._

Quando Innocenzo VI successe a Clemente, egli, di concerto col popolo,

incaricò due senatori, Bertoldo Orsini e Stefano Colonna

dell'amministrazione di Roma; ma poche settimane dopo la loro

installazione, avendo la carenza delle vittovaglie eccitate le lagnanze

del popolo, venne assediato il Campidoglio, lapidato l'Orsini, e il

Colonna non si sottrasse alla morte che fuggendo travestito da una

finestra[259].

[259] Il 15 febbrajo 1353. — _Matteo Villani, l. III, c. 57. —

Frammenti di Stor. Rom., l. III, c. 4, p. 491. An. Ital. — Rayn. An.

Eccles. an. 1353, § 4, p. 339._

In seguito si riaccese una furiosa guerra tra i diversi partiti della

nobiltà, che si protrasse fino all'agosto del 1353. A quest'epoca,

stanchi i Romani di farsi la guerra pei loro signori, nominarono di

nuovo un capo plebeo, Francesco Baroncelli, scrivano o notajo del

senato. In sull'esempio di Cola da Rienzo, questi prese il titolo di

tribuno, mandò al supplicio i nobili più sediziosi, e costrinse gli

altri alla quiete[260]. Il Baroncelli governava Roma, quando il

cardinale Albornoz, accompagnato da Cola da Rienzo, entrò nello stato

della chiesa. Fu il Baroncelli che fece la prima convenzione col legato

a nome del popolo. In pari tempo Montefeltro, Aquapendente e Bolzena,

aprirono le porte ai rappresentanti del romano pontefice; ma Giovanni di

Vico, che portava il titolo di prefetto di Roma, pose in istato di

difesa le sette città[261] di cui erasi fatto padrone, e si apparecchiò

a sostenere la guerra[262].

[260] _Matteo Villani, l. III, c. 78. — Cherub. Ghirardacci stor. di

Bol., l. XXII, p. 223._

[261] Viterbo, Orvieto, Trani, Amalia, Narni, Marta e Camino.

[262] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 5, p. 493. — Rayn.

Ann. Eccl. 1353, § 3, p. 339._

La venuta di Cola da Rienzo ricordò ai Romani, non le ultime

stravaganze, ma i bei tempi del suo governo, e le speranze che aveva

loro fatte concepire. Essi recaronsi in folla ad incontrarlo a

Montefiascone. «Torna a Roma, gli dicevano, torna nella tua città; a te

s'aspetta il liberarla dai suoi mali; fattene signore, e noi ti

sosterremo con tutte le nostre forze; non dubitare, tu non fosti

desiderato mai, nè fosti amato mai tanto come in questo giorno[263].» Ma

Cola più non era indipendente; tutti i suoi atti erano subordinati alla

politica del cardinale, e questi pensava assai meno a dare la signoria

di Roma ad un uomo intraprendente ed ambizioso, che ad approfittare

dell'influenza che quest'uomo aveva sui Romani, onde renderlo utile ad

altri disegni. Lungi dal prestare a Rienzo pochi corazzieri per condurlo

al Campidoglio, chiese ai deputati, che si erano a lui presentati,

d'armare il popolo romano contro il prefetto di Vico, se desideravano

che in appresso Cola ristabilisse in Roma il _buono stato_.

[263] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 14, p. 513._

Mentre ciò accadeva, il prefetto, che aveva dovuto avvedersi dell'odio

che gli portavano grandissimo i cittadini di Viterbo e di Orvieto, volle

dare ai più arditi opportunità di manifestare i loro sentimenti, onde

potere castigarli. Dopo avere nascostamente accresciuto il numero de'

suoi sgherri, li distribuì in tutti i luoghi afforzati delle due città,

con ordine di tenersi pronti ad agire. In appresso fece da alcuni suoi

fidati gridare _alle armi, viva il popolo_! Tutti coloro che

sopportavano impazientemente la tirannide s'affollarono a tali voci

nelle strade. Giovanni di Vico a Viterbo, e suo figlio in Orvieto, che

non aspettavano che questo segno, uscirono dai loro nascondigli coi

soldati, e piombando a dosso ai sediziosi, ne fecero una generale

carnificina[264].

[264] _Matteo Villani, l. III, c. 98. — Cron. d'Orvieto, p. 680._

Con tale esecuzione, credeva il prefetto di avere rassicurata la sua

sovranità, ed invece accrebbe i pericoli della sua situazione, perchè il

popolo sdegnato rifiutava omai di difenderlo contro il legato. In marzo

del 1354 questi occupò Toscanella, ed in maggio assediò

contemporaneamente Viterbo ed Orvieto con mille trecento cavalli e dieci

mila fanti. I Romani andavano ingrossando il campo d'Albornoz, ed altri

rinforzi gli giugnevano da altre bande. Giovanni di Vico non osò esporsi

al risentimento del popolo, che poteva adesso manifestarsi senza

pericolo. S'arrese a discrezione al legato, cedendogli tutte le città

che occupava, e che furono rimesse nella pristina libertà sotto la

protezione della chiesa. Per altro Albornoz, in considerazione della

pronta sommissione del prefetto, gli lasciò il governo di Corneto,

Cività Vecchia e Respampano[265]. In giugno rivolse poi le sue armi

contro Giovanni de' Gabrielli, tiranno di Agobbio, e lo costrinse

egualmente a rimettere in libertà la sua patria[266].

[265] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 5, p. 495. — Matteo

Villani, l. IV, c. 10, p. 240. — Ghirard. Stor. di Bologna, l.

XXIII, p. 218. — Rayn. Ann. Eccl. 1354, § 1, p. 351. — Cron.

d'Orvieto, t. XV, p. 682._

[266] _Matteo Villani, l. IV, c. 13._

La sommissione del prefetto toglieva ad Albornoz ogni pretesto di

ritenere più oltre presso di sè Cola da Rienzo. Gli accordò quindi la

dignità di senatore di Roma, in conformità degli ordini che aveva

ricevuti dal papa[267], e lo lasciò partire alla volta di quella

capitale senza soldati e senza danaro. Cola si era fatti troppi nemici

tra la nobiltà per potere attraversare la campagna di Roma ed il

patrimonio senza avere alcune compagnie di corazzieri che lo

accompagnassero. In questo tempo i due fratelli del Moriale, arricchiti

dai di lui assassinj, trovavansi a Perugia. Cola andò a trovarli, espose

loro i suoi progetti per la prosperità dell'Italia, gli esortò ad

associarsi alla sua gloria, ed al potere che stava per ricuperare; e con

quella persuasiva eloquenza, che nessun altro possedeva in così alto

grado, gli ridusse in fine a sovvenirgli una ragguardevole somma pel

ristabilimento del _buono stato_. Quando Cola, dopo poche settimane,

fece arrestare il cavaliere di Moriale, che meno facile dei suoi

fratelli ad essere sedotto dalle illusioni, veniva a Roma per tenere gli

occhi addosso al tribuno, e forzarlo a mantenere le promesse,

l'ingratitudine di Cola, che condannava questo temuto avventuriere al

supplicio, fu assai più notata che la giustizia della sua sentenza[268].

[267] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 16, p. 519._

[268] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 21, p. 329._

Al suo arrivo a Roma, Cola da Rienzo vi fu ricevuto con entusiasmo,

perchè il suo esilio aveva cancellata la memoria della sua vanità.

L'autorità, che gli confidava il popolo, veniva resa più forte dalle

decorazioni di cui lo aveva rivestito il papa. Non solo Innocenzo VI

l'aveva nominato senatore, ma riconosciuto inoltre nobile e cavaliere, e

ratificata in tal modo la bizzarra cerimonia della conca di san

Silvestro, in virtù della quale aveva Cola preso il titolo di cavaliere

di santo Spirito[269]. Ma il senatore tribuno invece di correggersi de'

suoi difetti aveva nell'esilio perduto quell'entusiasmo per le virtù e

per la patria, che compensava i suoi difetti. Più difficile erasi fatta

la sua situazione per dover conciliare la volontà del pontefice con

quella del popolo. Il supplicio di Moriale, e quello di Pandolfo

Pandolfucci, cittadino romano universalmente stimato, gli furono

imputati quali atti d'iniquità; e la guerra che doveva sostenere contro

i Colonna raddoppiava il suo imbarazzo. Stefano Colonna il giovane,

rimasto capo di questa casa, erasi afforzato in Palestrina, e Cola, dopo

averla in vano assediata, era stato obbligato a ricondurre i suoi

soldati a Roma senza aver danaro per pagarli[270]. Cercò in tale penosa

situazione di levare una nuova imposta, ma il popolo non la sostenne

lungo tempo.

[269] Gli scrisse il 3 delle Calende di settembre con questo titolo:

_Dilecto filio nobili viro, Nicolao Laurentii, Militi, Senatori

Urbis. Ann. Eccles. § 3, p. 352_.

[270] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 19, p. 523._

L'otto ottobre scoppiò contemporaneamente una sedizione ne' due

quartieri di Roma, a Rizza ed in piazza Colonna. Alcuni forsennati

adunaronsi al grido di _viva il popolo, muoja il traditore Cola da

Rienzo!_ S'avvicinarono al Campidoglio, ed il tribuno si trovò

abbandonato dalle sue guardie, da' suoi ministri e dai servitori, tranne

tre sole persone. Non pertanto aveva fatte chiudere le porte del

palazzo; il popolo v'appicò il fuoco, che, avendo investita la scala,

chiuse il passaggio agli assalitori. Cola vestì la sua armatura di

cavaliere, e preso in mano lo stendardo del popolo si presentò alla

finestra d'una sala superiore, e fece segno di voler parlare. Tale era

il prodigioso impero della sua eloquenza, che, se gli fosse stato

concesso di parlare, avrebbe senza dubbio calmata la moltitudine. Ma il

popolo ricusava ostinatamente di ascoltarlo, e scagliava pietre contro

di lui per forzarlo a ritirarsi dalla finestra; onde dopo aver fatti

inutili sforzi pel calmare que' forsennati, essendo stato ferito in un

braccio, ritirossi entro il palazzo[271].

[271] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 34, p. 537._

Non perciò perdette ogni speranza di ridurre il popolo alla quiete

quando potesse parlare. Si fece calare a basso in alcuni lenzuoli legati

alle finestre, onde giugnere sul terrazzo della cancelleria, che

trovavasi allo scoperto, ma dove più difficilmente poteva essere offeso.

Di là tentò nuovamente di parlare, ma ogni sforzo per farsi udire fu

vano. Allora fu veduto pendere indeciso tra una morte gloriosa

combattendo e tra la speranza della fuga; spogliarsi dell'armatura, poi

rivestirla per levarsela di nuovo[272]. Finalmente si applicò a

quest'ultimo partito. Il palazzo era già preso dalla plebaglia, la quale

saccheggiava le sale che l'incendio separava dal luogo in cui trovavasi

Cola. Egli cercò di spogliarsi di tutti quegli abiti che potevano dare

indizio della sua dignità, s'avviluppò nel mantello del portiere, si

pose in sul capo alcune coltri da letto, e come persona che tornasse

allora dal saccheggio, attraversando arditamente il fuoco, indicava agli

aggressori in lingua _romanesca_[273] il luogo di dove veniva colla

preda, e gl'incoraggiava ad avanzarsi ancor essi. Passò in tal guisa

senz'essere conosciuto le due prime porte e la prima scala; e se avesse

potuto egualmente superare la seconda, era salvo; ma un Romano lo

trattenne avanti all'ultima porta, e presolo pel braccio, gli disse:

_ove vai tu?_

[272] _Ivi, p. 541._

[273] Ecco il dialetto del popolo di Roma, nel quale trovasi scritto

il frammento di storia romana, comunemente intitolato _vita di Cola

da Rienzo_. Riportando questo passo, faccio ad un tempo conoscere

questo dialetto. _L'arma puse ioso in tutto, dolore ene da

recordarese. Forficaose la varva, e tenzese la faccia de tenta nera.

Era là da priesso una caselluccia, dove dormea lo portanaro. Entrato

là, tolle uno vecchio tabarro de vile panno, fatto a lo muodo

pastorale campanino. Quello vile tabarro vestio; puoi se mese in

capo una coitra de lietto, e così divisato ne veo ioso. Passa la

porta la quale fiariava; passa le scale, e lo terrore de lo solaro

che cascava. Passa la intima porta liberamente; fuoco non lo toccao,

e misticaose co li aitri, desformato desformava la favella,_ ec.

Cola fermato non cercò più di nascondersi. Gettò le coperte che aveva

sul capo, e dichiarò di essere il tribuno. Fu allora condotto fino in

fondo alla seconda scala del Campidoglio, avanti al Leone di porfido

egizio. Colà egli medesimo costumava di far leggere le sentenze di

condanna. Tra i forsennati che lo circondavano, niuno osava toccarlo, un

profondo silenzio era succeduto alle furibonde grida, ed egli colle

braccia incrocicchiate sul petto aspettava la decisione della sua sorte.

Bentosto alzò gli occhi, e girando lo sguardo sulla moltitudine

disponevasi ad approfittare del silenzio del popolo per arringarlo,

quando Cecco del Vecchio, un artigiano che gli stava al fianco, temendo

gli effetti della sua eloquenza, gl'immerse il suo stocco nel ventre.

Allora tutti coloro che gli erano vicini s'affrettarono a percuoterlo,

ed il suo capo fu separato dal corpo, che coperto di ferite venne

strascinato per la città, ed appeso presso san Marcello all'uncino d'un

macellajo[274].

[274] _Frammenti di Storia Romana, l. III, p. 543. — Matteo Villani,

l. IV, c. 16._

Così morì un uomo, che due volte rialzò la gloria del nome romano, e due

volte fu sagrificato dal popolo, cui aveva consacrata la propria

esistenza.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16) · 第 6 / 15 题