_Disfatta dei Genovesi a Loiera; essi si danno all'arcivescovo
di Milano. — Disfatta dei Veneziani a Portolongo. — Pace di
Venezia. — I Genovesi prendono Tripoli. — Congiura del doge
Marino Falieri. — Introduzione della letteratura greca in
Italia._
1352 = 1355.
La chiesa e le nazioni occidentali vedevano di mal animo consumarsi le
forze d'Italia e della Cristianità nell'inutile guerra delle repubbliche
marittime, mentre il feroce Orcano approfittava delle loro battaglie, e
della debolezza cui avevano ridotta la Grecia per assoggettare le più
belle province all'impero de' Turchi. Papa Clemente VI fece inutili
sforzi per ristabilire la pace tra le due repubbliche; chiamò i loro
ambasciatori alla sua corte con quelli del re d'Arragona, ma nè la sua
autorità come capo della chiesa, nè la sua abilità per le negoziazioni
ottennero di conciliare le opposte loro pretese[162]. Clemente VI morì
il 5 dicembre del 1332, ed il di lui successore, Innocenzo VI, creatura
ancor esso del re di Francia, tentò di nuovo d'adunare un congresso in
Avignone. Invece di mandarvi i loro ambasciatori, i Genovesi non
pensavano che a procurare nuovi nemici ai loro rivali. S'addrizzarono
per tale oggetto a Luigi d'Ungheria, che non aveva dimenticato che nel
1346 l'armata veneziana lo aveva fermato avanti a Zara, ed aveva in sui
suoi occhi espugnata quella città, ch'egli veniva a difendere,
ritardando in tal modo la vendetta del re Andrea. Il possedimento della
costa di Dalmazia sembravagli necessaria alla prosperità dell'Ungheria,
e gli Schiavoni, che desideravano l'unione a questo regno, erano stati
duramente trattati dalla repubblica di Venezia, e si erano ribellati
contro la medesima qualunque volta avevano avuto l'opportunità di farlo.
Luigi, più potente che verun altro de' suoi predecessori, fece chiedere
al senato veneto la restituzione di tutte le città della Dalmazia,
ch'egli pretendeva di pertinenza de' suoi predecessori, e dietro il
rifiuto della signoria, le dichiarò la guerra ed accettò l'alleanza de'
Genovesi[163].
[162] _Zurita Indices Rer. ab Aragon. Reg. gestarum, l. III, p.
205._
[163] _Matteo Villani, l. III, c. 54. — Joh. de Thwrocz Chron. Ung.
p. III, c. 26, p. 187._
Un altro celebre negoziatore aveva inutilmente cercato di rappacificare
le due repubbliche; era questi il Petrarca, che si era lusingato di far
servire a politiche viste la letteraria corrispondenza che manteneva con
Andrea Dandolo, allora doge di Venezia. Scrisse a questo magistrato
esortandolo alla pace, ed impiegando le più ardite figure rettoriche per
abbellire i più triti argomenti sugli avvantaggi della concordia, diede
luogo nella sua lettera a tutte le citazioni de' sacri e profani autori,
de' poeti e degli oratori che potevano entrarvi[164]; ma la sua lettera
altro non ottenne che una risposta meno elegante ma più giudiziosa di
Dandolo. Le lettere del Petrarca, in cui fuor di proposito spiegava
tanta erudizione e ricercatezza di concetti, risguardavansi a que' tempi
quali esemplari di eleganza e di gusto; si facevano passare da una
persona all'altra, e spesso non erano ricapitate che dopo essere state
lette da tutto il pubblico.
[164] _Variarum I, Patavii 15, cal. aprilis. Ed. Bas. p. 1070. — De
Sade. Memoir. l. IV, t. III, p. 114._
Mentre il re d'Ungheria minacciava le città veneziane della Dalmazia, i
Genovesi, in primavera del 1353, armavano una flotta di sessanta galere
sotto il comando di Antonio Grimaldi[165], e spedivano una piccola
squadra nel golfo Adriatico ad insultare i Veneziani[166]. Questi per
altro ottennero negoziando di sventare l'attacco del re d'Ungheria, ed
in pari tempo armarono di concerto coi Catalani una flotta di settanta
galere. I Veneziani, sotto il comando del Pisani, avevano concertato con
Bernardo Chiabrera, condottiere delle navi di Barcellona, di unirsi ne'
mari di Sardegna[167]. Il Grimaldi, avuto avviso del progetto de' suoi
nemici, sperò di potere scontrarsi coi Veneziani o coi Catalani avanti
la loro unione e sconfiggerli uno dopo l'altro. E perchè le sue sessanta
galere non erano ancora compiutamente armate, ne lasciò otto a porto
Venere, onde ripartirne la ciurma sulle restanti cinquantadue, colle
quali si pose in mare in traccia del nemico.
[165] _Georg. Stella Ann. Genuens. p. 1092._
[166] _Matteo Villani, l. III, c. 67._
[167] _Matt. Villani, l. III, c. 68. — Ubertus Folieta Genuens.
Hist. l. VIII, p. 450, — Georg. Stella An. Genuens. Hist. t. XVII,
p. 1092._
(1353) Quando i Genovesi giunsero a Loiera sulla costa settentrionale
della Sardegna, seppero che le due flotte, che speravano di trovare
disgiunte, eransi di già unite, e che stavano attendendoli a non molta
distanza. Ebbero appena passato un promontorio che le scuoprirono; ma i
Veneziani, per timore che i Genovesi si sottraessero alla battaglia,
avevano cercato di nascondere parte delle loro navi, collocando le più
basse dietro quelle di alto bordo, ed affettando ad un tempo una certa
quale immobilità, che dai nemici risguardossi come sicuro indizio di
timore. Il Grimaldi, ingannato da tale apparenza, ricordò ai suoi
marinai la vittoria recentemente riportata in Romania sopra vascelli di
numero superiori ai loro, li prevenne di star pronti alla battaglia,
esortandoli a diportarsi valorosamente. Intanto superò un secondo
promontorio, che prolungavasi in mare tra la flotta del nemico e la sua.
In allora le due flotte si trovarono così vicine da non potere, anche
volendolo, schivare la battaglia: ma i Genovesi, che scoprirono
finalmente l'intera linea nemica, non videro senza inquietudine settanta
galere a fronte delle loro cinquantadue, senza contare tre grandi
vascelli rotondi, chiamati cocche, più forti e di più alto bordo delle
galere, ognuno montato da quattrocento Catalani. Inoltre le navi
veneziane avevano un numero di soldati maggiore del consueto, essendo
esse destinate a lasciare in Sardegna truppe di sbarco.
Non pertanto i Genovesi si prepararono coraggiosamente alla battaglia.
Lusingaronsi che le tre cocche non potrebbero combattere, perchè non si
movevano a forza di remi, ed avevano il vento contrario. Per presentare
al nemico una linea impenetrabile, legarono con lunghe catene le une
alle altre le loro galere tanto pel corpo, che per l'alberatura; quattro
solamente ne riservarono per le due ali, che lasciarono sciolte onde
cominciare la battaglia, ed accorrere ovunque il bisogno lo richiedesse.
I Veneziani ed i Catalani, quando videro tale ordinanza, legarono
insieme dal canto loro cinquantaquattro galere, lasciandone libere
sedici, otto per ogni lato, che spinsero avanti ad attaccare quelle de'
Genovesi[168].
[168] _Matteo Villani, l. III, c. 79._
Mentre queste galere scaramucciavano assieme, avanzavansi lentamente e
maestosamente le due linee incatenate l'una contro l'altra, formavano
due enormi masse che andavano a rompersi nel loro grande urto. In
quest'istante sgraziatamente pei Genovesi si levò improvvisamente un
vento di mezzo giorno, che gonfiò le vele delle tre cocche, che stavano
ancorate a qualche distanza. I Catalani tagliarono subito le gomene
abbandonandosi al vento, e vennero ad urtare contemporaneamente contro
tre galere d'una estremità della linea genovese e le affondarono; si
serrarono in appresso contro le altre, opprimendole con una grandine di
pietre e di saette.
S'accorse allora il Grimaldi, che, malgrado la coraggiosa resistenza de'
suoi soldati e de' marinai, arrischiava di perdere tutta la flotta. Fece
dunque sciogliere il più presto che fu possibile le galere dell'ala non
ancora attaccata, e liberò undici navi, che aggiunse a quelle lasciate
sulle ali, e facendo vista di voler prendere alle spalle il nemico,
prese il largo. L'ammiraglio veneziano s'adombrò per tale movimento, e
si tenne inattivo finchè chiaramente conoscesse le intenzioni
dell'avversario. Ma ossia che Grimaldi non avesse il coraggio di venire
ad un secondo attacco, o sia che i suoi soldati, trovandosi lontani dal
pericolo, ricusassero nuovi rischj, sia finalmente che non gli rimanesse
verun altra speranza che quella di salvare diecinove vascelli,
approfittò dell'imminente notte per far forza di vele verso Genova; e le
trenta galere ch'egli aveva lasciate legate assieme, vedendosi
abbandonate ed attaccate da una forza doppiamente maggiore, s'arresero
senza ulteriore resistenza. Tre mila cinquecento prigionieri, il fiore
dei nobili e dei popolani genovesi, vennero in potere del vincitore con
trenta galere: due mila genovesi erano periti combattendo, o annegati
sui tre vascelli affondati[169].
[169] Il 29 Agosto 1353. — _Matteo Villani, l. III, c. 79. — Georg.
Stellæ Ann. Genuen. p. 1002. — Cronica di Pisa, t. XV, p. 1024._
I Catalani sbarcati in Sardegna dopo questa vittoria, ne raccolsero
pochi frutti. Il giudice d'Arborea, ribellatosi contro di loro e rottili
ad Oristagni, fece poi costar loro assai cara una vittoria che terminò
di snervarli, ed all'ultimo li costrinse ad abbandonare tutte le loro
fortezze, e l'isola stessa[170]. I Veneziani tornarono alla loro patria
coperti di gloria e di ricchezze[171], mentre Grimaldi entrando nel
porto di Genova vi portò lo spavento e la costernazione. Invano gli
ambasciatori fiorentini esortavano la signoria a riprendere coraggio,
offrendole tutte le risorse della repubblica per difesa del popolo
genovese; questo popolo, che poc'anzi pareva signoreggiare i mari
dell'Italia, della Spagna, della Grecia e della Scizia, e che
risguardavasi come il più fiero popolo del mondo, si lasciò talmente
invilire da questa grande sventura, e dalle civili discordie prodotte da
vicendevoli rimproveri, che credette di non trovare altronde salute che
nella servitù. Cercò quale fosse in Italia il più possente protettore,
cui potesse ricorrere; qual fosse il principe più capace di vendicarlo
di un nemico vittorioso, e si rivolse all'arcivescovo Visconti, che, di
già padrone della Lombardia, dell'Emilia e di parte del Piemonte, non
sembrava lontano dal soggiogare ancora la Toscana. Il popolo genovese
domandò egli stesso le catene a quest'ambizioso tiranno. Il 10 ottobre
del 1353 il doge Giovanni di Valente fu deposto, ed il conte Palavicino,
nominato dal Visconti governatore di Genova, fu ricevuto in città con
una guarnigione di settecento cavalli e mille cinquecento pedoni. Il
nuovo signore fece aprire strade di comunicazione colla Lombardia, mandò
al popolo vittovaglie, e danaro al senato per rifare la flotta, quasi
che con tal prezzo pagar potesse la libertà genovese[172].
[170] _Matteo Villani, l. III, c. 80. — Zurita Indices Aragon. l.
III, p. 206. — Mariana Histor. de las Españas. l. XVI, c. 19._
[171] _Marin Sanudo vite dei dogi, p. 626. — Navagero stor.
Veneziana, p. 1037._
[172] _Matteo Villani, l. III, c. 86._
Vero è che l'arcivescovo di Milano era stato scelto piuttosto come
arbitro e pacificatore, che come padrone di Genova; onde, se osservate
avesse fedelmente le imposte condizioni, la repubblica sarebbesi
conservata libera sotto la sua protezione. Fu prima sua cura il
ristabilimento della pace tra le fazioni nemiche[173]; poi cercò di dar
fine alla guerra marittima. Incaricò d'un'ambasciata a Venezia il
Petrarca, da poco tempo chiamato alla sua corte, commettendogli di
dichiarare al doge Dandolo, ch'egli non prendeva parte all'odio
nazionale de' nuovi suoi sudditi, che bramava di riconciliare coi
Veneziani; e che, quand'anche non potesse ottenerlo, sperava per lo
meno, ch'egli medesimo ed i suoi antichi stati si conserverebbero in
pace colla repubblica[174]. Ma i Veneziani non meno accaniti dei
Genovesi, risposero col dichiarare la guerra all'arcivescovo, ed i due
popoli marittimi raddoppiarono i loro apparecchi per nuove
battaglie[175].
[173] _Uberti Folietae Genuens. Hist. l. VII, p. 451._
[174] _De Sade, Memorie per la vita del Petrarca l. V. t. III, p.
345._
[175] _Matteo Villani l. III, c. 93._
I Genovesi scelsero per loro ammiraglio Paganino Doria; quel grand'uomo
cui andavano debitori della vittoria del Bosforo, e gli affidarono
trentatre galere. Dal canto loro i Veneziani ne armarono trentacinque
sempre sotto la condotta di Niccolò Pisani[176]. Mentre quest'ultimo
assecondava le operazioni degli Arragonesi in Sardegna, ove Pietro il
_ceremonioso_ aveva mandata una ragguardevole armata[177], Doria era
entrato nell'Adriatico, ed avea predate varie navi mercantili ed alcune
galere che tornavano da Candia a Venezia; avea guastate le coste
d'Istria, ed il giorno 11 d'agosto occupata la città di Parenzo, che
abbandonò alle fiamme[178]. I Veneziani, atterriti dall'avvicinamento
de' Genovesi, mandarono ordine a Niccolò Pisani di venire a difendere la
patria. Chiusero con una catena l'ingresso del loro porto, guernirono
colle loro milizie _l'arzere_, che servono di riparo alle lagune, e si
prepararono ad una vigorosa resistenza qualora fossero attaccati ne'
loro focolari. Il doge Andrea Dandolo, autore della più antica storia di
Venezia, che siasi conservata, sentì così vivamente la perdita di
Parenzo, e l'avvicinamento de' Genovesi, che ne morì il 7 settembre del
1354. Gli fu sostituito Marin Falieri, al di cui nome è assocciata una
triste celebrità[179].
[176] _Ivi, l. IV, c. 22._
[177] _Matteo Villani, l. IV, c. 21._
[178] _Marin Sanuto vite de' duchi di Venezia, p. 627._
[179] _Navagero Stor. Venez. p. 1038._
Il Doria, invece d'aspettare nel golfo la flotta veneziana, fece vela
verso la Grecia, ed il Pisani, avuta notizia della direzione da lui
presa, si affrettò di recarsi negli stessi mari. I due ammiragli
cercaronsi nell'Arcipelago senza scontrarsi, onde Pisani prese porto
alla Sapienza, ossia porto Lungo presso Modone, per dar riposo ai suoi
equipaggi, e riparare le navi. Frattanto divise la flotta in due parti
incaricando l'una di fare la guardia, mentre l'altra veniva racconciata.
Egli si collocò all'ingresso del porto con sei grandi vascelli e venti
galere, che unì con catene le une alle altre. Nello stesso tempo
Morosini, suo viceammiraglio, con quindici galere e venti speronare o
barche armate, aveva preso terra in fondo al porto assai lontano
dall'ingresso[180].
[180] _Matteo Villani, l. IV, c. 32._
Quando Paganino Doria seppe dove trovavansi i nemici venne a presentar
loro battaglia il 3 novembre del 1354, in faccia al canale di porto
Lungo, ed invano con mille ingiurie i suoi equipaggi cercarono di
provocare il Pisani ad accettarla. Questi colle sue galere unite
rimaneva immobile, sdegnando gl'insulti de' Genovesi, ed aspettando
favorevole circostanza per combattere. Finalmente Giovanni Doria, nipote
dell'ammiraglio, con superbo ardimento penetrando tra la flotta
veneziana e la spiaggia, entrò nel porto. Il Pisani non gli si oppose,
vedendo che quest'uomo, posto tra la sua linea e quella del Morosini,
più non avrebbe potuto salvarsi. Lasciò pure che passassero una dietro
l'altra dodici galere comandate dal giovane Doria, le quali attaccarono
impetuosamente la divisione del Morosini in fondo al porto. Le navi
appoggiate alla riva potevano più facilmente difendersi; ma i Veneziani,
sorpresi da così subito attacco quando credevano di trovarsi in luogo
sicuro, non opposero che una debole resistenza. Molti marinai atterriti,
gettaronsi in mare per salvarsi a nuoto, non pochi s'annegarono, e tutte
le navi caddero in potere de' Genovesi. Il giovane Doria venne allora ad
attaccare alle spalle la linea che difendeva l'ingresso del porto, già
combattuta di fronte dallo Zio; spinse contro la medesima due delle navi
predate, cui aveva appiccato il fuoco, onde incendiare tutta la flotta
nemica, locchè cagionò tanto spavento ai Veneziani, che s'arresero senza
più difendersi. Essi avevano di già perduti quattro mila uomini nel
porto, o sulla costa. Il Doria tornò trionfante a Genova, seco
conducendo l'ammiraglio veneziano con tutta la flotta, e cinque mila
ottocento settanta prigionieri. Per tal modo fu interamente cancellata
la vergogna della disfata del Grimaldi alla Loiera[181].
[181] _Matteo Villani, l. IV, c. 32. — Navagero Storia Veneziana t.
XXIII, p. 1039. — Ubertus Folietae Genuens. Histor. l. VII, p. 452.
— Georgii Stellæ Ann. Genuens. p. 1093._
Una rivoluzione scoppiata in Costantinopoli in gennajo del susseguente
anno 1355 fu pei Genovesi un altro motivo di giubbilo. Nelle guerre
civili dell'impero d'Oriente essi si erano mantenuti costantemente
attaccati al partito del giovane imperatore, Giovanni Paleologo. Questo
principe, nè meno corrotto, nè meno debole che qualunque de' suoi
predecessori, trovavasi in allora tenuto come in esilio a Tessalonica da
Cantacuzèno, il quale di camerier maggiore e tutore ch'egli era d'un
imperatore fanciullo, erasi fatto padrone. Un Genovese, Francesco
Cataluzzo, principale ministro e confidente del Paleologo, si dispose a
rimettere sul trono questo monarca poco degno di regnare. Egli fece
rivivere il partito formato dieci anni prima da Apocauco e
dall'imperatrice Anna di Savoja, introdusse segretamente il Paleologo in
Costantinopoli, sorprese Cantacuzèno e lo costrinse a farsi monaco, indi
riunì tutto ciò che rimaneva dell'impero greco sotto il legittimo
sovrano[182]. Cataluzzo sposò la sorella del Paleologo, e ricevette in
feudo dal monarca, ch'egli ripose in trono, l'isola di Lesbo, o
Metelina, che passò in dominio de' suoi discendenti[183].
[182] _Ducas Michelis Nepos Hist. Byzant. t. XIX, c. 11, p. 16. —
Georgii Stellæ Annal. Genuens. p. 1094._
[183] _Ducas Michelis Nepos, c. 12, p. 18. — Matteo Villani, l. IV,
c. 46._
I Veneziani, che speravano d'impegnare Cantacuzèno a dichiararsi di
nuovo a loro favore, si scoraggiarono quando ebbero notizia di questa
rivoluzione. La loro disfatta a Sapienza aveva pressochè distrutta tutta
la loro marina; il re d'Ungheria minacciava la Schiavonia; il re
d'Arragona, loro alleato, aveva le sue forze in Sardegna, colà rendute
necessarie dalla guerra che gli facevano i Doria, i Malaspina ed i
Gherardesca[184]; in così difficili circostanze scoppiò in Venezia
stessa la più pericolosa congiura, che pose in pericolo l'esistenza
della repubblica. Il senato acconsentì allora ad entrare in negoziazioni
di pace; promise di pagare duecento mila fiorini ai Genovesi per le
spese della guerra, di stabilire per tre anni un banco a Caffa, e di
proibire per tutto quel tempo ai mercanti veneziani di approdare alla
Tana. Tutti i prigionieri vennero rilasciati da ambe le parti senza
taglia; ed il trattato di pace fu firmato in sul finire di maggio, colla
riserva che il re d'Arragona potesse, volendolo, esservi compreso avanti
il 28 di settembre[185].
[184] _Zurita Indices Rerum ab Arragon. l. III, p. 210._
[185] _Marin Sanudo vite dei duchi, p. 630. — Matteo Villani, l. V,
c. 45._
Onde affrettare la decisione di questo monarca la signoria di Genova
aveva spedite quindici galere nei mari di Sardegna sotto il comando di
Filippo Doria. Questo ammiraglio, essendo rimasto perdente in un
tentativo sopra Loiera, passò colla sua flotta a Trapani in Sicilia.
Colà formò il progetto d'un'ardita impresa sopra la Barbaria, cui lo
incoraggiarono le rivoluzioni scoppiate in quel paese.
I figli del re di Tunisi si erano congiurati contro il lor padre, e
l'avevano fatto morire. Dopo questo parricidio il regno fu desolato da
guerre civili di una violenza proporzionata all'atrocità del delitto che
le aveva eccitate[186]. La città di Tripoli, da prima subordinata ai re
di Tunisi, era stata sottratta alla loro ubbidienza, ed il figlio d'un
maniscalco saraceno aveva avuto il mezzo d'innalzarsi alla tirannide.
[186] _Matteo Villani l. V, c. 11._
Le coste della Barbaria non erano in allora deserte come lo sono al
presente; la marina de' Cristiani rendeva sicura la navigazione del
mediterraneo, e gli Affricani non trascuravano il commercio e
l'agricoltura per darsi alla pirateria ed al ladroneccio. Filippo Doria,
dopo aver fatto preparare a Trapani scale murali e macchine da guerra,
entrò nella rada di Tripoli, una delle più ricche e commercianti città
di quella costa. Sotto pretesto di comperare vittovaglie, fece sbarcare
alcuni marinaj, ordinando ai medesimi di osservare l'altezza delle mura,
e d'informarsi del modo con cui vi si faceva la guardia. Frattanto
ricusò i doni mandatigli dal signore di Tripoli, e fece spiegare le
vele, come se tornasse in Italia[187].
[187] _Matteo Villani l. V, c. 47._
L'ammiraglio, quando fu in alto mare, partecipò ai comandanti delle sue
galere ed alla loro ciurma il proprio progetto. Promise di farli tutti
ricchi se volevano comportarsi da bravi soldati, e nel cuore della notte
tornò colla flotta nel porto di Tripoli. La città riposava in piena
sicurezza, ed i Genovesi erano già padroni delle mura e di una porta,
prima che i cittadini fossero risvegliati per dar di piglio alle armi.
Per altro il signore di Tripoli, circondato da pochi suoi sudditi, si
avanzò nelle strade per combattere; ma dopo breve zuffa fu costretto ad
uscire di città. I Saraceni, che s'andavano tuttavia difendendo, furono
uccisi, e gli altri si sottomisero tremando alla sorte che gli
aspettava[188].
[188] _Ivi, c. 48._
I Genovesi diedero dopo ciò cominciamento al saccheggio della città, ma
sotto la direzione de' loro capi, e con una regolarità che rendeva agli
Affricani quest'infortunio ancora più terribile. Essi portarono nel
comune deposito tutte le ricchezze del principe, delle moschee, dei
cittadini, ed in tal modo adunarono in denaro, in gioje, in mercanzie
preziose la somma di un milione ottocento mila fiorini d'oro.
Risguardarono come parte della loro preda sette mila schiavi, uomini,
donne, fanciulli, che imbarcarono sulle loro galere. Mandarono in allora
a Genova per informare la signoria della fatta conquista, e per chiedere
i di lei ordini; ma i Genovesi, sdegnati che il loro ammiraglio avesse
tradito un popolo con cui trovavansi in pace, videro altresì il pericolo
che soprastava ai mercanti genovesi che trovavansi ne' dominj de'
Saraceni in Alessandria, e nelle scale del Levante. Onde invece di
risposta condannarono a perpetuo esilio l'ammiraglio e tutti coloro che
lo avevano assecondato nella sua criminosa intrapresa[189].
[189] _Matteo Villani, l. V, c. 49._
Filippo Doria, vedendo che la sua repubblica non voleva prendere
possesso della fatta conquista, vendette Tripoli ad un Saraceno, padrone
dell'isola di Gerbi, pel prezzo di cinquanta mila doppie, e mandò
un'altra deputazione a Genova per cercar di calmare la collera del suo
governo. Erasi in questa città avuta notizia che i principi saraceni,
nemici del signore di Tripoli, lungi dal pensare a far uso di
rappresaglie, avevano veduto con piacere la sua disgrazia. Allora la
signoria si raddolcì, e mutò la sentenza pronunciata contro l'ammiraglio
e la flotta. In espiazione del loro delitto Filippo Doria ed i suoi
compagni furono condannati a fare per tre mesi la guerra senza soldo al
re d'Arragona, che non aveva voluto accettare il trattato di pace di
Venezia. Dopo aver passati tre mesi sulle coste della Catalogna,
l'ammiraglio con quindici galere, ancora cariche delle ricchezze e degli
schiavi, fu ricevuto nel porto di Genova. L'oro fece scordare
l'assassinio e la perfidia con cui era stato acquistato[190].
[190] _Matteo Villani, l. V, c. 60._ — Giorgio Stella non parla di
questa spedizione. Uberto Folietta la rappresenta con vantaggiosi
colori, e quasi come un castigo dovuto alle piraterie degli
Affricani, _l. VI, c. 453_.
Abbiamo detto che la repubblica di Venezia aveva accondisceso ad una
pace svantaggiosa, perchè la scoperta d'una pericolosa congiura aveva
sparso il terrore in tutta la città. Quattro giorni dopo la morte del
doge Andrea Dandolo, accaduta l'undici settembre 1354, i quaranta
elettori avevano proclamato suo successore Marin Falieri, conte di Val
di Marina, uomo di settantasei anni, che le sue grandi ricchezze e le
cariche amministrate facevano risguardare tra i più riputati cittadini
di Venezia[191]. Falieri aveva una bella e giovane sposa, della quale
era perdutamente geloso. Eragli particolarmente sospetto Michele Steno,
uno de' tre capi della quarentia, o tribunal criminale, sebbene le
frequenti sue visite non avessero per oggetto la consorte del doge, ma
una delle donne della sua casa. In una pubblica festa, l'ultimo giorno
di carnevale, avendo Falieri notati i famigliari e poco decenti modi
tenuti da questa donna con Steno, lo escluse dall'adunanza. Questo
gentiluomo in un primo impeto di collera scrisse sul trono ducale posto
nella vicina sala due versi ingiuriosi all'onore del doge, ed alla
fedeltà della di lui sposa[192].
[191] _Andr. Navagero Storia Veneziana, p. 1034. — Vettor Sandi
Storia civile Veneziana, p. II, l. V, c. 5, p. 126._
[192]
_Marin Falieri dalla bella moglie_
_Altri la gode ed egli la mantiene._
_Sanuto vite dei duchi, p. 631._
Era questa pel geloso Falieri la più mortale offesa: riconobbe Steno
autore dello scritto, e lo denunciò agli avogadori. Egli credeva di
vedere vendicata la sua ingiuria dal consiglio de' dieci con una
esemplare severità, ma questa causa invece di essere portata a quel
consiglio, fu dagli avogadori mandata alla quarantia medesima di cui era
presidente lo stesso Steno. Il risentimento, l'agitazione d'una festa,
la licenza autorizzata dalla maschera, ond'era coperto il colpevole,
furono considerati come circostanze che minoravano il delitto, e Steno
venne condannato soltanto ad un mese di arresto. Il doge più sdegnato di
tanta indulgenza, che della prima ingiuria, estese il suo odio, ed il
desiderio di vendetta a tutta la quarantia, che aveva così leggermente
punito il colpevole, ed a tutta la nobiltà, che non aveva presa a petto
l'offesa fattagli.
Conservavasi tuttavia nel popolo di Venezia un segreto odio contro
quella nobiltà, che si era esclusivamente impadronita della sovranità,
spogliando de' suoi diritti la nazione. L'insolenza di alcuni giovani
patrizj accresceva l'animosità del popolo. Vedevansi abusare
dell'impunità che loro dava l'amicizia di potenti personaggi per
introdursi nelle case de' borghesi, sedurre le loro spose e figlie, ed
in appresso maltrattare i genitori, o i mariti da loro disonorati[193].
Israele Bertuccio, plebeo, capo dell'arsenale, era stato insultato in
questo modo. Portò le sue lagnanze al doge contro un gentiluomo di casa
Barbaro. Falieri manifestando la sua impotente compassione, lo assicurò
che non avrebbe ottenuto giustizia. «Non sono io stato insultato al pari
di voi, gli disse, ed il preteso castigo del colpevole, non fu forse per
me, e per la stessa corona ducale una nuova offesa?» Dopo ciò i progetti
di vendetta sottentrarono alle accuse giuridiche. Israele Bertuccio fece
conoscere al doge i principali malcontenti; i conciliaboli de'
cospiratori adunaronsi più notti consecutive in presenza del capo della
repubblica, e nel suo palazzo. Quindici plebei s'impegnarono col doge di
rovesciare la repubblica.
[193] _Matteo Villani, l. V, c. 13, p. 311._
Convennero i congiurati, che ognuno di loro si associerebbe quaranta
amici, i quali terrebbe disposti ad ogni cenno per agire la notte del 15
aprile 1355. Ma per non manifestare il segreto, risolsero di limitarsi a
dire ai loro associati, che volevano valersi dell'opera loro per
sorprendere e punire per ordine della signoria que' giovani
gentiluomini, che coi loro disordini avevano concitato l'odio popolare.
Il segno per agire doveva essere il suono a stormo della campana di san
Marco, che non poteva suonarsi senza ordine del doge. Per altro i
congiurati non dovevano valersi che di borghesi conosciuti pel loro odio
verso la nobiltà, onde fedelmente tenessero il segreto in parte loro
affidato. Nell'istante in cui suonerebbe la campana, i congiurati
dovevano spargere la voce che la flotta genovese trovavasi presso alla
città, dovevano in pari tempo incamminarsi da tutti i quartieri verso la
piazza di san Marco, occuparne gl'ingressi, ed uccidere i gentiluomini
di mano in mano che giugnerebbero in sulla piazza per soccorrere la
signoria[194].
[194] _Marin Sanudo vite dei dogi, p. 632. — Andrea Navagero, storia
Venez. p. 1040._
Erano terminati tutti gli apparecchi, ed il segreto della congiura
fedelmente mantenuto fino alla vigilia della sua esecuzione, quando
certo Bernardo, bergamasco, conciatore di pelli, ch'era stato scelto da
uno dei congiurati per guidare i suoi quaranta associati, seppe molte
circostanze intorno a quanto doveva egli fare all'indomani, le quali
sembravangli non accordarsi coi supposti ordini della signoria, cui fin
allora aveva creduto di prestarsi. Onde la stessa sera si portò a casa
di Niccolò Lioni, uno de' membri del consiglio de' dieci, e gli palesò
la trama nella quale egli trovavasi innocentemente compreso. Siccome nè
l'uno nè l'altro supponeva che ne fosse capo il doge, si recarono
unitamente da lui per manifestargliela. Il Falieri non ebbe la prontezza
o l'accorgimento di sopprimere tale scoperta; egli a vicenda ora non
voleva ammettere come possibili le circostanze che gli venivano
indicate, ora dichiaravasene preventivamente informato, soggiugnendo
d'avere a tutto di già provveduto[195]. Tale inconseguenza eccitò i
sospetti di Niccolò Lioni, il quale lasciò il doge per recarsi al
consiglio dei dieci, portandogli la nota de' congiurati datagli da
Bertrando, i quali furono tutti arrestati nelle proprie case per ordine
del consiglio. Furono poste guardie in ogni angolo della città, ai
campanili ed alla torre di san Marco per impedire che si suonasse a
stormo; molti congiurati, posti alla tortura, rivelarono che lo stesso
doge era capo della cospirazione.
[195] _Matteo Villani, l. V, c. 13._
Erasi provveduto alla tranquillità della città; i colpevoli trovavansi
in carcere, ed il doge tenuto di vista nel suo palazzo; ma il consiglio
dei dieci non era sicuro di essere dalla costituzione autorizzato a
giudicare il capo dello stato. Chiamò venti de' primi gentiluomini a
risolvere insieme in quest'importante occasione, ed ebbe allora origine
un corpo potente e permanente, che fu chiamato la _Zunta_ o
_Giunta_[196]. Il doge fu tradotto innanzi al consiglio dei dieci unito
alla Giunta, fu posto in confronto de' principali congiurati, che
vennero un dopo l'altro mandati al supplicio; egli confessò la parte
avuta nella congiura, ed il secondo giorno della procedura fu condannato
a morte. Gli fu tagliata la testa il 27 aprile del 1355 sulla gran scala
del palazzo ducale nello stesso luogo in cui i dogi, quando venivano
inaugurati, davano il giuramento di fedeltà alla repubblica. Durante
l'esecuzione le porte rimasero chiuse; ma immediatamente dopo un membro
del consiglio dei dieci si affacciò alla finestra, tenendo in mano la
spada ancora insanguinata, e disse al popolo: _è stata fatta giustizia
d'un grande delinquente_; all'istante si aprirono le porte del palazzo,
ed il popolo, entrato in folla, vide il capo di Martino Falieri lordo
del proprio sangue[197].
[196] _Sandi Storia civile, l. V, c. 5, p. 130._
[197] _Marin Sanuto Storia dei duchi, p. 634. — Navagero storia
venez. p. 1041._
Abbiamo veduto in questo capitolo e ne' precedenti quali rivoluzioni la
mercatura e la guerra marittima avevano introdotte tra gl'Italiani ed i
Greci. Prima di abbandonare gli affari dell'Oriente, d'uopo è parlare
delle relazioni di un altro genere, cioè letterarie e religiose, che
nella stessa epoca si formarono tra i due popoli.
Malgrado il loro orgoglio più non potevano i Greci considerare gli
occidentali e sopra tutti gl'Italiani come popoli barbari di cui
potessero disprezzare le arti, la letteratura, le ricchezze. I loro
mercanti, i loro artisti, i loro soldati, e spesso i loro confidenti e
ministri erano italiani, e mentre il genovese Cataluzzo era il
confidente di Giovanni Paleologo, Cantacuzèno ricorda frequentemente
l'amicizia che aveva stretta col grande ammiraglio Paganino Doria[198];
amicizia che non fu smentita nel calore della guerra che questo eroe
genovese fu forzato di fargli colle flotte della sua patria. Lo stesso
imperatore lodò la fedeltà che fino all'ultimo istante gli aveva
conservata la guardia italiana, comandata da Giovanni di Peralta.
Racconta, che nell'istante di perdere il trono, arringò questa guardia
in lingua italiana[199], che asserisce di aver saputo benissimo parlare.
Infatti Cantacuzèno è quello degli storici greci che sfigura meno i nomi
occidentali[200].
[198] _Cantacuzenus Histor l. IV, c. 27 p. 656, e 657._
[199] Πρῶτα μὲν ἠρώτα τῃ λατίνων διαλέκτῳ, ἐξήσκητο γάρ αὐτὴν καλῶς.
_Cantacuzenus Histor. l. IV, c. 41, p. 697._
[200] Con diversi caratteri il cambiamento dell'ortografia è più
scusabile, perchè talvolta mancano in una lingua lettere che
corrispondano a quelle impiegate dall'altra. Così i Greci più non
hanno il _b_, poichè il loro β è diventato un _v_. Eglino
rappresentano il _b_ de' Latini con μῶ. Eglino più non
hanno il _d_, perchè il loro δ è diventato simile al _th_
dolce degl'Inglesi, ed eglino rappresentano il nostro _d_ con
ντ. Il _g_ avanti l'_i_ che non esiste nella loro lingua
diventa per loro ντς, e scrivono _Giovan_ Ντςιουαν.
Queste doppie lettere danno per altro un certo che di barbaro ai
vocaboli che sono più fedelmente traslatati.
Ma mentre i Greci, malgrado la fierezza loro ed il disprezzo che in ogni
tempo mostrarono per le lingue straniere, studiavano le lettere latine,
gl'Italiani facevano progressi grandissimi nella lingua greca; essi
cominciavano a trasportare in Italia la letteratura ateniese, e
s'appropriavano que' monumenti del genio e del gusto, che in tutti i
secoli dovranno servire d'esemplari alla poesia ed all'eloquenza.
Giammai lo studio della lingua greca era stato affatto abbandonato in
Italia. Il dominio de' Greci nella Calabria e nella Puglia si prolungò
fino ai tempi in cui gl'Italiani cominciarono a conquistare paesi nella
Grecia. Relazioni di governo, di alleanze, di matrimonj legarono sempre
abbastanza intimamente i due popoli, mentre i Greci non avevano
comunicazione col rimanente dell'Europa. Più tardi il commercio e la
navigazione li posero in un quasi continuo contatto, di modo che un
prodigioso numero di mercanti, di marinai, di soldati sapevano nel terzo
secolo il greco, come la metà del popolo veneziano lo intende in
quest'età, senza che questa conoscenza della lingua avesse la menoma
influenza sull'italiana letteratura. Non pertanto tali frequenti
comunicazioni avevano, fino dal dodicesimo e tredicesimo secolo, fatte
intraprendere molte latine traduzioni di quelle opere che la filosofia
in allora dominante faceva avidamente ricercare. Eransi, per tacere di
molt'altre, tradotte le opere d'Aristotile, quelle di Galeno e quelle di
alcuni padri delle chiesa[201].
[201] _Tiraboschi Stor. della letterat. ital. l. III, c. 1, t. V._
Ma il greco altro ancora non era che un idioma utile, che imparavasi per
un determinato scopo, quando Petrarca e Boccaccio, risvegliando verso la
metà del quattordicesimo secolo, il gusto della bella letteratura e
l'ammirazione per gli antichi, comunicarono alla maggior parte de' dotti
il desiderio di conoscere i capi d'opera dell'antica Grecia nella loro
lingua originale, ed estesero l'attività loro in questa parte de' tesori
dell'antichità, che fino a tale epoca erano stati lasciati quale
esclusiva proprietà de' dotti di Bizanzo.
L'ammirazione per gli antichi, lo studio delle loro scritture, della
loro poesia, della loro storia, della loro religione, eransi risvegliate
quasi nello stesso tempo in Grecia ed in Italia. Costantinopoli più omai
non produceva oratori o poeti; ma non mancava di persone che, col loro
entusiasmo pei poeti e gli oratori dell'antichità, sembravano degni di
camminare sulle loro orme. La venuta in Italia di alcuni di questi
uomini, e l'amicizia loro coi capi della letteratura latina,
contribuirono a riunire in un solo corpo i belli avanzi dell'antichità,
a spiegare gli uni per mezzo degli altri, a farli conoscere a diversi
popoli, ed a fare universalmente sentire tutta la perfezione di que'
capi d'opera. In tal maniera le due nazioni salvarono di comune accordo
i preziosi monumenti dell'antica letteratura, quando appunto correvano
pericolo di essere distrutti.
Il monaco Barlaamo ebbe facilmente la parte principale nella
ristaurazione delle greche lettere in Italia. Barlaamo era oriundo di
Seminara, in Calabria, paese a tale epoca ancora popolato da molti
Greci. Avendo vestito l'abito di monaco di san Basilio, passò
nell'Etolia, di là in Tessalonica, e per ultimo a Costantinopoli, ove
giunse nel 1327. Si fece colà conoscere per le sue cognizioni
astronomiche, filosofiche, matematiche e letterarie. Ottenne la
protezione del giovane Andronico, e di Cantacuzèno in allora il favorito
di quest'imperatore. Barlaamo venne accolto in casa di Cantacuzèno, ove
diede lezioni di filosofia e di belle lettere, fu creato abate d'un
monastero, ed interessò la chiesa greca nelle sue dispute con Niceforo
Gregora, lo scrittore di cui abbiamo fatto frequente uso nel precedente
capitolo, poi con Palama ed i monaci del monte Athos intorno alla luce
del Tabor, ed in ultimo coi deputati di Giovanni XXII intorno alle
diverse opinioni delle chiese greca e latina[202].
[202] _Tiraboschi, l. V, c. 1, § IV, p. 424._ Pretendevano i monaci
del monte Athos che la luce veduta sul Tabor, in tempo della
trasfigurazione di Nostro Signore, fosse divina ed increata, e
ch'essi medesimi potevano vedere questa luce, emanazione della
divinità, stando in lunga contemplazione, cogli occhi fissi sul
proprio umbilico.
Queste ultime controversie non ritrassero il giovane Andronico dal
mandare Barlaamo in Avignone presso Benedetto XII, sotto pretesto di
procurare la riunione delle due chiese, ma in sostanza per ottenere
soccorsi contro i Turchi. Barlaamo tornò d'Occidente senza aver nulla
ottenuto; si rinnovarono le sue dispute coi monaci del monte Athos, che
lo disgustarono talmente, che nel 1341, abbandonata la Grecia, venne a
cercare asilo in Napoli, ove fu ben accolto dal re Roberto. Nel
susseguente anno recossi in Avignone; e colà conobbe il Petrarca, e gli
diede lezioni di lingua greca. Con Petrarca lesse le opere di
Platone[203]; ma non potè tanto continuare le sue lezioni da istruire
perfettamente il poeta italiano nell'idioma greco. Alcuni anni dopo un
distinto personaggio bizantino, Niccola Sigeros, avendo regalato un
esemplare d'Omero al Petrarca, questi gli rispose che senza interprete
non poteva intendere il principe de' poeti. «La morte mi privò, gli
diceva, del nostro Barlaamo, o piuttosto io me lo tolsi a me medesimo,
quand'io gli procurai la dignità vescovile, senza riflettere alla
perdita che me ne verrebbe.» Effettivamente Barlaamo, dopo aver
rinunciato alle opinioni della chiesa greca, fu da papa Clemente VI
innalzato alla sede di Girace unita a quella di Locri. «In queste
giornaliere lezioni, prosegue il Petrarca, mi aveva insegnate più cose;
ma egli ingenuamente confessava che ne imparava assai più da me. Ed
invero quant'egli era eloquente nella lingua greca, altrettanto ignorava
la latina, ed essendo di vivacissimo spirito, vedevasi quanta difficoltà
incontrava nell'esprimere i suoi sentimenti[204].»
[203] _F. Petrarcae, dialog. II, de Contemptu Mundi, t. II, p. 101._
[204] _Franc. Petrarcae variar. epist. 21, edit. Basil. p. 1102._
Un amico del Petrarca più giovane di lui, ed a ragione non meno celebre,
Giovanni Boccaccio, si avanzò assai più nell'intelligenza della lingua
greca, ed influì più direttamente all'introduzione delle lettere greche
in Italia. Giovanni Boccaccio nato nel 1313, era cittadino fiorentino,
ma originario di Certaldo, castello di val d'Elsa, lontano venti miglia
da Firenze. Suo padre, ch'era mercante, destinavalo alla propria
professione, e lo fece lungamente viaggiare, perchè s'impratichisse; ma
il Boccaccio, appassionato per la poesia, non riuscì felicemente nella
professione paterna. Di ventott'anni abbandonò il commercio,
acconsentendolo il padre, ed intraprese lo studio del diritto canonico,
che poteva procurargli utili impieghi[205].
[205] Vita di Boccaccio di Filippo Villani, posta in testa del
Decamerone. _Tiraboschi, l. III, c. 2._
Ma il Boccaccio attendeva di mal animo a questi studj, che altro scopo
non avevano che quello del guadagno. Trascurava il diritto, come si era
presa poca cura del suo commercio, e non occupavasi di proposito che
della poesia e delle scienze, che hanno in sè stesse la propria
ricompensa. Studiò successivamente l'astronomia, la filosofia sacra, la
mitologia, la geografia, la storia; e sopra tutto procurò d'intendere
profondamente gli antichi scrittori greci e latini; ne cercò con somma
cura i manoscritti e li copiò egli stesso. In tal modo ottenne di essere
non solo uno de' più eleganti scrittori, ma uno de' più eruditi, e forse
il miglior critico del suo secolo[206].
[206] _Tiraboschi, l. III, c. 2, § 40._
Il Boccaccio, che non si era posto in su la via degli onori e della
fortuna, s'innalzò non pertanto ad un distinto rango: il suo ingegno gli
aveva procacciata grandissima riputazione e fu ricercato per impieghi
della più dilicata confidenza. Nel 1347 fu ambasciatore della repubblica
fiorentina presso i signori della Romagna, ed in particolare di Ostasio
da Polenta. Nel 1351 venne incaricato di un'altra onorevole missione
presso il Petrarca. La repubblica aveva determinato di fondare in
Firenze una nuova università: voleva dare una cattedra al Petrarca, e
dopo avere ricomperati tutti i beni del di lui padre, venduti in
occasione della cacciata de' Bianchi da Firenze, gli spedì a Padova, ove
in allora soggiornava, il suo amico Boccaccio, onde persuaderlo a
tornare nella sua patria. La signoria scrisse pure una lettera
contenente i seguenti frammenti.
«Non è lungo tempo che abbiamo risolto di far fiorire tra di noi i buoni
studj, troppo finora trascurati in questa città. Vogliamo che vi si
possa acquistare un'intera istruzione in ogni genere, affinchè, come
fece Roma in altri tempi, la nostra repubblica s'innalzi gloriosamente
al disopra delle altre città d'Italia, e la sua fama vada crescendo di
pari passo colla sua prosperità. Non è che per te solo che la nostra
patria può ottenere lo scopo de' suoi desiderj; onde ti supplica (e
questa distinzione fu rara ancora tra gli antichi) di prendere in
considerazione la sua università, e di fare, che, per mezzo tuo, ella
fiorisca. Scegli tu stesso il libro che ti piacerà d'interpretare,
scegli la scienza che troverai più confacente alla tua riputazione ed al
tuo riposo. Forse si troveranno qui uomini di elevata mente, che,
risvegliati dal tuo esempio, s'incoraggieranno a pubblicare i versi loro
nella nostra città.... Preparati dal canto tuo, se ci è permesso di
confortartene, preparati a terminare l'immortale tuo poema dell'Affrica,
affinchè le muse, neglette da tanti secoli, tornino a prendere stanza
tra di noi. Tu hai finora viaggiato abbastanza, e lungamente esaminate
le costumanze ed il carattere delle nazioni. Oggi i tuoi magistrati, i
tuoi concittadini, i nobili ed il popolo, l'antica casa ed il patrimonio
de' tuoi antenati, che ti rendiamo, ti chiamano, ti aspettano. Torna
adunque, torna dopo tanto tempo, e la tua eloquenza assecondi i nostri
progetti[207].»
[207] _Ab. Mehus vitae Ambrosii Camaldulensis p. 223. — De Sade
memorie, l. IV, t. III, p. 125. — Tiraboschi, t. V, l. I, c. 3, §
26._
Il Petrarca parve commosso da questa lusinghiera lettera, la quale ci dà
una così alta idea del modo con cui i Fiorentini apprezzavano, e
compensavano il merito. Il suo riscontro esprime una viva gratitudine,
ma colla consueta sua pedanteria il Petrarca fa l'enumerazione di tutti
gli antichi ch'erano stati richiamati in patria, e si paragona a
tutti[208]. Incaricò il Boccaccio di far conoscere quali progetti aveva
egli formati pel suo ritorno a Firenze, che poi non ridusse ad effetto,
non essendo mai venuto a stabilirsi nella sua città natale.
[208] _Variarum Epistolarum 5, p. 1078._
Il Boccaccio venne di nuovo incaricato dalla sua repubblica di altre
ambasciate. Fu mandato nel 1351 al marchese di Brandeburgo, figliuolo di
Luigi di Baviera; per impegnarlo ad attaccare i Visconti. Due in tre
anni più tardi fu spedito a papa Innocenzo VI per concertare quale
condotta doveva tenere la repubblica verso l'imperatore Carlo IV. In
mezzo a questi onorevoli impieghi il Boccaccio compose molti libri, che
contribuirono all'avanzamento delle scienze, ed allo spargimento delle
cognizioni dell'antichità; sopra tutto furono apprezzati i suoi libri
intorno alla genealogia degli dei, ed all'antica geografia. Queste opere
non sono presentemente utili, perchè più estese indagini ci fecero
conoscere più esattamente le cose degli antichi; ma essi dimostrarono
come si possa unire una vasta erudizione alla sana critica, e
distribuire con giudizioso ordine un incoerente ammasso di fatti e di
osservazioni.
Conviene ammettere che la prosa latina del Boccaccio non è elegante; che
le sue poesie latine mancano d'invenzione e di leggiadria di stile; ed
inoltre che le sue poesie italiane non avrebbero potuto assicurargli
quel seggio che occupa nella letteratura; ma la riputazione del
Boccaccio oggi è posta ne' suoi romanzi d'amore e nelle sue novelle. In
questo genere non fu eguagliato da veruno nell'eleganza dello stile,
nella grazia, nella ingenuità. La sua facezia, talvolta troppo libera, è
sempre ne' limiti del gusto, se non sempre entro quelli della modestia;
e la sua narrazione servirà sempre di modello, quando ancora più non si
cercasse ne' suoi racconti la pittura de' costumi del suo tempo.
Ma, quantunque le più serie opere del Boccaccio più non interessino al
presente, non dobbiamo perciò scordarci che a quest'uomo più che a
tutt'altri va debitore l'Occidente del ristabilimento delle lettere
greche. Vi contribuì coi progressi fatti da lui medesimo in questa
lingua, col gusto che sforzossi d'inspirare agli altri per gli stessi
studj, e pei pubblici stabilimenti, che fece consacrare dalla sua patria
al vantaggio de' grecisti. Fu il Boccaccio che trasse in Italia Leonzio
Pilato, filosofo greco, originario della Calabria, come Barlaamo, e non
meno dotto di questi. Era ributtante, dice il Boccaccio, la di lui
figura, deforme la fisonomia del volto, lunga la barba, i capelli, e le
sue maniere grossolane e selvagge: vedevasi di continuo immerso in
profonde meditazioni, ma si aveva in lui come un archivio inesauribile,
in cui raccolte trovavansi tutta la storia e la favola greca[209].
L'anno 1360 Leonzio Pilato, procedente dalla Grecia, sbarcò a Venezia,
di dove era intenzionato di passare in Avignone. Lo incontrò il
Boccaccio, gli chiese la sua amicizia, e lo persuase a venire a
soggiornare in Firenze. In appresso ottenne dal governo di questa
repubblica di fondare a favore del greco filosofo una cattedra di lingua
e di letteratura greca. Egli stesso, sebbene in età di 47 anni, si pose
il primo tra gli scolari del nuovo professore, e sotto di lui studiò tre
anni le opere di Omero. Nel 1364 Leonzio Pilato desiderò di rivedere la
sua patria, abbandonò Firenze malgrado le rimostranze de' suoi scolari,
e tornò in Grecia. Trovò questo paese desolato dai Turchi, ed oppresso
da innumerabili calamità: si rimproverò di non aver saputo apprezzare il
riposo dell'Italia, e si pose in viaggio per ritornarvi; ma la sua nave
fu sorpresa da una terribile burrasca. Lo sgraziato filosofo, tenendo
abbracciata un'antenna, fu colpito dal fulmine, e perì consumato dal
fuoco celeste[210].
[209] _Boccaccio de Genealogia Deorum l. XV, c. 6._
[210] _Petrarcae Seniles epist. l. VI, ep. 1, di Gennajo 1365._
Durante la sua dimora in Firenze il professore aveva di concerto col
Boccaccio tradotte in latino l'Iliade e l'Odissea d'Omero, onde
l'Occidente va debitore a questi due uomini della conoscenza di Omero,
di cui per lo innanzi non aveva che una cattiva traduzione in versi.
Altri libri greci furono, per le cure del Boccaccio, sparsi in tutta la
Toscana; perciò egli scrisse con giusto orgoglio nel suo trattato della
Genealogia degli dei. «Con i miei consigli ridussi Leonzio Pilato a non
recarsi alla Babilonia d'Occidente, io lo condussi a Firenze, lo accolsi
in mia casa, e lungo tempo gli diedi ospitalità. Io mi adoperai con zelo
per farlo ammettere tra i dottori dell'università fiorentina; io gli
feci assegnare uno stipendio dal pubblico erario. Io primo fra tutti
gl'Italiani presi da lui private lezioni per udirlo spiegare l'Iliade;
io primo ottenni in appresso che venissero pubblicamente spiegati i
libri d'Omero[211].»
[211] _De Genealogia Deorum l. XV, c. 7._
Non iscordiamo noi medesimi ciò che dobbiamo al Boccaccio, e mostriamoci
grati all'università ed alla repubblica fiorentina di averci trasmessi i
libri omerici, di aver renduta familiare a tutta l'Europa la lingua del
padre de' poeti; e d'essere stato cagione per ultimo che le virtù, i
monumenti dell'antichità, il patriottismo di Sparta, le arti di Atene,
l'eloquenza, la poesia, la filosofia, la memoria della libertà e della
grandezza de' Greci ci sieno state tramandate, e possano ancora
sollevare l'anima nostra, formare i nostri talenti, e riscaldare il
nostro cuore.