CAPITOLO XL.

_Commercio e colonie degl'Italiani in Levante. — Guerra de'

Genovesi coi Greci. — Coi Veneziani. — Battaglia del Bosforo._

1348 = 1352.

Il continente d'Italia difendeva a stento la propria indipendenza contro

i Visconti. Questa famiglia era comunemente indicata col nome del

serpente che portava ne' suoi stemmi. Essa impiegava alternativamente

contro i suoi vicini l'astuzia o la violenza, la perfidia o la sorpresa,

per distruggere la loro libertà; e la _biscia_[105] de' Visconti

inghiottiva i più deboli stati, o spargeva sugli altri il suo veleno,

per farli poi cadere la volta loro. Ma il mare aveva conservata la

libertà; due repubbliche italiane ne dividevano l'impero, e non

soffrivano sul mare la rivalità d'alcun sovrano dispotico. Non è agevole

cosa il ridurre in servitù uomini cui il vasto Oceano tien luogo di

patria, e che scuotono, abbandonando la spiaggia, il giogo che

vorrebbesi loro imporre; uomini che la forza o l'interesse non legano

alla terra, e che non appartengono al suolo che li vide nascere, che pei

legami dell'amore. La libertà di Genova era più burrascosa, quella di

Venezia più tranquilla e più forte; ma i cittadini delle due città

avevano egualmente quell'energia, quelle generosi passioni, che

conservano ai popoli la loro indipendenza e la loro gloria, che

assicurano agl'individui prosperi successi in ogni stato, e che li

rendono atti ad illustrare il loro nome per mezzo delle armi, a rendersi

immortali colle lettere, ed arricchirsi col commercio e colla

navigazione.

[105] I Visconti portano in campo d'argento un serpente azzurro,

coronato d'oro, nell'atto d'inghiottire un fanciullo di color rosso.

Dal che deriva che tutti gli scrittori italiani hanno designati i

Visconti col nome di _Biscia_ o _Biscione_.

Gli Arragonesi, o piuttosto i Catalani, avevano ancor essi una marina, e

venivano in allora risguardati come la terza potenza marittima d'Europa.

In tale epoca erano liberi poco meno de' Veneziani o de' Genovesi. Nella

loro unione del 1347 contro il re Pietro IV, detto il _cerimoniere_,

avevano sostenuti i loro diritti colla più coraggiosa fermezza. Poichè

questo principe ebbe in una lunga serie di battaglie vinti i suoi

sudditi, si fece recare il libro delle leggi, e feritasi una mano, fece

colare il suo sangue sul privilegio dell'unione, onde, diss'egli,

abolire e cancellare col sangue d'un re una legge che tanto sangue

costato aveva al suo popolo. Ma non osò violare la libertà de' suoi

sudditi; egli ne conosceva l'indomabile fierezza e l'attaccamento agli

antichi loro privilegi; piuttosto accrebbe le prerogative del

giustiziere, il grande rappresentante dei diritti del popolo, e lasciò

che Barcellona godesse, sotto la protezione d'un re, di tutti i vantaggi

d'una repubblica[106].

[106] _Hieron. Blancas Rer. Aragon. Comment. p. 668-672. — Fueros y

observancias del Reyno de Aragon. l. IX, p. 178._

I Siciliani ed i Napoletani tenevano ancora, cinquant'anni prima, un

distinto posto tra le potenze marittime; e la loro marina erasi formata

ne' tempi in cui Amalfi, Napoli e Gaeta erano repubbliche, in cui

Messina e Palermo godevano di una quasi piena libertà sotto la sola

protezione della corona. Ma malgrado i talenti e l'attività di Federico,

re di Sicilia, malgrado le ricchezze e la perseveranza di Roberto re di

Napoli, la marina militare di questi due paesi era affatto spenta,

perchè la marina mercantile non aveva potuto sostenersi senza l'energia

della libertà. La regina Giovanna, sovrana della Provenza e del regno di

Napoli, non aveva vascelli di guerra ne' porti dell'uno o dell'altro

stato; i quali non avevano comunicazione tra di loro che per mare, onde

la loro sovrana trovavasi per tale comunicazione in arbitrio degli

stranieri. Giovanna medesima fu più volte costretta di esporsi al mare,

ed ogni volta dovette per questo viaggio noleggiare galere genovesi.

Minacciata dagli Ungari, che si affidavano all'Adriatico per invadere i

suoi stati, non riuscì a formare una marina, alla quale poteva essere

legata la sua sicurezza, e non potè impedire il passaggio della

cavalleria ungara sui battelli scoperti. Dimenticando la rivalità de'

suoi antenati colla casa di Sicilia, domandò quindici galere in dono a

don Luigi d'Arragona, o piuttosto alla Reggenza di Palermo, che

governava la Sicilia a nome del re minore; ed a tale prezzo rinunciò a

tutti i pretesi diritti che la casa d'Angiò faceva valere da

settant'anni sui paesi al di là del Faro. Ma le galere siciliane a lei

promesse non poterono mai dar le vele.

I Greci, ai quali l'infinito numero delle loro isole e l'assoluto

bisogno di chiudere ai Turchi il passaggio dei mari, imponevano

imperiosamente il mantenimento d'una marina, l'avevano lasciata andare

in ruina. Quella de' Pisani più non aveva potuto rifarsi dalla rotta

avuta alla Meloria nella fatale battaglia contro i Genovesi. E per

ultimo i Francesi nelle lunghe guerre di Filippo di Valois con

l'Inghilterra assoldarono le galere dei Genovesi, e gl'Inglesi non

sapevano ancora circondare la loro isola con quelle nobili fortezze che

assicurano adesso la sua prosperità e la sua gloria. Vero è che nel Nord

le città della vasta rada avevano di già una fiorente marina: ma assai

di rado vedevasi ne' porti del Mezzogiorno.

Il solo Mediterraneo era sempre solcato da navi da guerra, o mercantili;

non ancora per gli Europei esisteva l'America, e sconosciuta era la

strada alle Indie intorno al continente dell'Africa. L'Oceano era

deserto, ed i regni d'Occidente comunicavano piuttosto per terra che per

mare con più fertili ed industriosi paesi. I due più vasti e più ricchi

rami di commercio del mondo, quelli che in ogni tempo fecero prosperare

tutti gli altri, il commercio del Nord-est e quello delle Indie,

facevansi sul Mediterraneo, uno ne' porti del mar Nero, ed alla foce dei

fiumi della Russia, l'altro coll'intervento degli Armeni o degli Arabi

ne' porti della Grecia, della Siria o dell'Egitto.

Gli stessi progressi dell'incivilimento rendevano ogni dì più necessarj

ai popoli i prodotti di una ricca terra, ma tuttavia selvaggia. Quando

la coltivazione s'accresce, le foreste vanno scemando, e scompajono gli

animali selvaggi che le abitavano. In allora conviene chiedere ad altri

paesi, rimasti quasi deserti, i prodotti di quelle stesse foreste, che

sono la principale materia delle arti, e che la civiltà medesima ci

rende necessarj. La Russia, già da più secoli, è il magazzino de' legni

da costruzione di tutta l'Europa, della canape di cui si fanno le vele e

le gomene, della pece, della cera, del sego, delle pellicce. Alcune di

queste mercanzie tanto necessarie alla navigazione ed alle arti, possono

al presente venirci somministrate dall'America settentrionale; tiriamo

il rimanente dai porti del mar Baltico; e più anticamente tiravansi da

quelli d'Arcangelo. Nel quattordicesimo secolo tutto questo commercio

facevasi per il mar Nero; le mercanzie del Nord scendevano i fiumi che

gettansi in questo mare, specialmente il Don o Tanai; tutto quanto

andiamo oggi a cercare nel Baltico, nel mar Bianco, ed alle foce del san

Lorenzo, trovavasi raccolto nella piccola Tartaria; e le repubbliche di

Venezia e di Genova, premurose di dare consistenza ai loro banchi del

mar Nero, fecero diversi trattati di commercio coi successori d'Octai

Kan e di Zengis, che circa nella metà del 13.º secolo avevano

conquistata o corsa la Russia, la Polonia, l'Ungheria e la

Moldavia[107].

[107] _Ricerche sul commercio veneto del conte Marsigli, p. 54._

Le città di Caffa e della Tana furono preferite a tutte le altre per

essere l'emporio delle ricche esportazioni della Russia, e dei prodotti

dell'industria italiana, destinati al consumo de' Tartari e de' popoli

del Nord. Caffa nella Crimea era una colonia dei Genovesi interamente

soggetta alla loro sovranità. In principio del quattordicesimo secolo

avevano da un capo tartaro comperato il diritto di fabbricare alcune

botteghe e poche case sulla spiaggia; ben tosto i profitti del commercio

vi chiamarono una numerosa popolazione; il muro innalzato per difendersi

da ladri, diventò una regolare fortezza; i Genovesi, che vi si

domiciliavano, alzavano al di sopra de' loro magazzini sontuosi palazzi;

e la colonia che cercavasi di rendere simile alla superba Genova sua

metropoli, prese in breve il più florido aspetto[108].

[108] _Nicephorus Gregoras Hist. Byz. l. XIII, c. 12, p. 346._

Tana, posta alle foci del Tanai e vicina ad Azour, era soggetta ai

sovrani tartari, ma i Genovesi ed i Veneziani avevano stabilimenti

considerabilissimi in questa città; i Fiorentini ed altri popoli

d'Italia vi avevano pure aperti i loro banchi; onde vi si trovavano

accumulate immense ricchezze; e quando le avanie de' Tartari, i tremuoti

o gl'incendj ruinavano i mercanti della Tana, la perdita loro era

risentita da tutto l'Occidente.

Mentre una delle rive del mar Nero offriva agl'Italiani il commercio che

noi facciamo adesso coll'America, l'altra apriva loro la più frequentata

strada delle Indie orientali. Tutte le città della costa opposta alla

Tartaria erano animate da un attivissimo e vantaggioso commercio. Sopra

tutto Sinope e Trabisonda erano abitate da numerose colonie di mercanti

italiani e visitate ogni giorno dai loro vascelli. Sinope era un

importante punto di comunicazione coi Turchi dell'Asia minore;

Trabisonda, sede d'un piccolo impero greco nato dai rottami di quello di

Costantinopoli, e governato da un Comneno[109], apriva una più

importante comunicazione coll'Armenia, ed agevolava il commercio di

questo ricco regno.

[109] _Nicephor. Gregoras Hist. Byz, l. XIII, c. 11, p. 346._

Gli Armeni avevano ricuperata la loro indipendenza nel dodicesimo

secolo; e questo popolo montanaro, il più industrioso, il più sobrio e

più attivo dell'Asia, aveva cercata l'alleanza de' Latini, che

professavano la sua medesima religione[110]. Prima degli altri, i

Veneziani avevano ottenuti in Armenia i più grandi privilegi; essi soli

potevano trafficare sui _camelotti_, ed esportare la lana o _camelo_

delle capre d'Angora, la di cui esportazione era vietata a tutti gli

altri mercanti. Essi andavano esenti da gabelle, potevano possedere

case, chiese ed alberghi; avevano pure il diritto di coniare danaro, e

di essere giudicati dai loro proprj magistrati; finalmente vi godevano

un'assoluta franchigia per attraversare tutti gli stati armeni colle

mercanzie che tiravano dalla Tauride e dalla Persia[111].

[110] La chiesa d'Armenia era stata unita alla chiesa cattolica

l'anno 1145, 1190, 1247.

[111] _Ricerche sul commercio veneto, p. 49._

Questa comunicazione a traverso l'Armenia aveva fatto di Trabisonda uno

de' mercati del commercio delle Indie. I prodotti di que' felici climi,

e sopra tutto le spezierie, furono in ogni tempo l'oggetto del più

lucroso commercio del mondo. Tutti i paesi domandano e consumano ciò che

una sola contrada produce, ed ancora scarsamente. Le spese e le

difficoltà del trasporto da una all'altra estremità del globo, hanno

successivamente dati a diversi popoli i mezzi di stabilire un monopolio

sulle spezierie: allora soltanto si è potuto dire con verità ciò che fu

così spesso ripetuto a torto degli altri commerci di oggetti di consumo:

tutte le nazioni sono tributarie di quella che è in possesso di

somministrare le spezierie e gli aromi delle Indie.

Nel 14º secolo, questo ricco commercio facevasi a traverso dell'Asia per

più strade in un tempo medesimo. Ma tutte queste strade erano

pericolose, le frequenti rivoluzioni de' paesi che i mercanti dovevano

attraversare, interrompevano i loro viaggi e ne fermavano le

speculazioni. Fra le carovane che portavano dalle Indie colle spezierie

i prodotti delle manifatture dell'Indostan e della China, alcune

attraversavano la Battriana o grande Bucaria; i convogli delle mercanzie

scendevano in appresso l'Oxus, navigavano a traverso del mar Caspio,

rimontavano il Cyrus, e finalmente per il Faso discendevano nel mar

Nero. Altre mercanzie abbondavano nel golfo Persico, e per mezzo

dell'Eufrate penetravano nell'Assiria, di dove venivano dirette ai

diversi porti di Terra santa o dell'Asia minore. Finalmente alcune per

il mar Rosso passavano ad Alessandria d'Egitto. E per tal modo dalla

foce del Tanai fino a quelle del Nilo, le diverse città marittime

possedute dai Tartari e dai Turchi, dai Greci e dagli Arabi, furono a

vicenda arricchite dal commercio dell'India. I Veneziani ed i Genovesi,

che avevano dato a queste città il nome di Scalo, stabilirono in tutte

fattorie per raccorre gli aromi; ed essi soli ne provvedevano poi tutta

l'Europa.

Costantinopoli trovavasi nel centro del commercio del mar Nero,

dell'Asia minore e dell'Egitto. Gli abitanti di questa città, snervati

da lunga schiavitù, non avevano la necessaria energia per eseguire essi

medesimi le intraprese commerciali, cui erano chiamati dalla loro

situazione[112]. Ma Costantinopoli era sempre il gran mercato

dell'Oriente, ed in mancanza de' Greci, gl'Italiani venivano a fare i

loro proprj affari. I Veneziani possedevano in Costantinopoli un

quartiere circondato di mura, e chiuso da porte, come quegli abitati a'

nostri giorni dagli Ebrei in quasi tutte le città d'Italia. Avevano

inoltre nel porto un ancoraggio separato e circondato di palafitte. La

colonia era governata, come una piccola repubblica, da un balio che

faceva le veci del doge, da' giudici, da' consiglieri e da' savj. I

piccoli stabilimenti de' Veneziani nella Romania erano subordinati a

quello di Costantinopoli, ed i più grandi avevano separati governi.

[112] La pietà ed il disprezzo che i Greci mostravano per la fatica

e la miseria di una vita consacrata al commercio viene espressa

dagli storici loro quando parlano dei latini: Εἰωθὸς νὰρ τοῖς

λατίνοις, καὶ μάλιςτα τοῖς ἐκ Γεννȣας, ἐμπορικῷ τὰ πλεῖςτα καὶ

θαλαττίῳ βίῳ προςταλαιπωρεῖςθαι.

_Niceph. Greg. Hist. Byz. l. XIII, c. 12, p. 346._

La colonia bizantina de' Genovesi era assai più importante. Michele

Paleologo, volendo mostrarsi grato ai soccorsi da loro ricevuti per

racquistare la capitale, aveva loro ceduta la sovranità del sobborgo di

Pera o Galata, posto in faccia a Costantinopoli, e dall'altro lato del

porto. Tutti i Genovesi vi avevano trasportati i loro banchi, e, sotto

il regno del vecchio Andronico, avevano circondata la nascente loro

città prima di una doppia, poi di una triplice linea di mura. Pera, che

stendevasi tra le colline ed il golfo, sopra una lunghezza quattro volte

maggiore della larghezza, aveva quattro mila quattrocento passi di

circuito[113]. Le case alzate a guisa di terrazzi le une sopra le

altre, godevano di tutta la vista del mare e di Costantinopoli.

Ogn'anno vedevasi crescere il loro numero e la magnificenza loro;

e se l'impero greco non fosse caduto sotto le calamità che lo

percossero incessantemente, in meno d'un secolo la città genovese

avrebbe uguagliato in isplendore ed in popolazione la capitale

dell'Oriente[114].

[113] _Petri Gyllii de Topografia Constan. l. IV, c. 11, p. 329. In

Banduri Imper. Orient._

[114] _Petri Gyllii de Topographia Constan. l. IV, c. II, p. 330. In

Banduri Imper. Orient._

È già molto tempo che più occupati non ci siamo delle rivoluzioni di

Costantinopoli. Siccome l'impero greco si andava debilitando, diminuiva

altresì la sua influenza sulla politica d'Europa; i Paleologi erano ben

lontani dal potere come i Comneni turbare l'Italia coi loro intrighi,

formando su questa contrada progetti di conquista; essi invece non

chiedevano che di essere dimenticati, e lo erano effettivamente. I

principi di Taranto, eredi dei pretesi diritti degl'imperatori latini di

Costantinopoli, erano ancor essi troppo deboli per far valere i titoli

onde continuavano ad onorarsi. Ridotti al rango di nobili faziosi nella

languente monarchia di Napoli, non pensavano pure ad armare l'Europa per

riconquistare l'impero greco. Più non attaccavano, e non erano

attaccati. Da ambo le parti si vivea nel riposo dell'impotenza. I

negozianti soltanto ed i letterati mantenevano le relazioni della Grecia

coll'Italia.

Civili guerre desolarono l'impero greco nella prima metà del

quattordicesimo secolo. Andromico il vecchio, e suo nipote dello stesso

nome, rinnovarono tre volte le ostilità l'uno contro l'altro dal 1321 al

1328. Il vecchio pusillanime, incostante, superstizioso, lasciò infine

il trono al giovane Andromico, non meno di lui incapace di governare.

Sotto il regno dell'ultimo, nuovi disordini afflissero pel corso di

dodici anni l'Impero d'Oriente. Andromico morì nel 1341, e lasciò suo

figliuolo, ancora fanciullo, sotto la tutela dell'ambizioso Cantacuzèno,

in allora curopalata. Sua vedova, l'imperatrice Anna di Savoja,

pretendeva d'aver parte nel governo, ed attaccò Cantacuzèno per

ispogliarlo dell'amministrazione, il quale si fece sforzare dai suoi

partigiani ad assumere la porpora, sotto pretesto di poter meglio

difendere il pupillo[115]. In questo tempo i Turchi guidati da Akmano e

dal suo successore Orcano avevano terminato di conquistare tutte le

province greche dell'Asia; erano poscia entrati in Europa come ausiliarj

di Cantacuzèno; e le conquiste loro in queste province, fino a tale

epoca non invase, minacciavano omai l'ultima ruina al debole impero de'

Greci.

[115] _Niceph. Gregoras, l. XII, c. II, p. 306._

Nelle guerre civili tra Cantacuzèno e l'imperatrice Anna di Savoja, i

Genovesi avevano abbracciato le parti dell'ultima, e l'avevano varie

volte soccorsa[116]. In mezzo all'universale miseria, essi soli avevano

conservate molte ricchezze. Il vicendevole spossamento costrinse alla

fine i principi rivali a fare la pace. Convennero di regnare assieme; i

due imperatori e le tre imperatrici furono coronati lo stesso giorno, ma

erano ridotti in così povero stato, che in questa cerimonia furono

costretti di presentarsi al popolo quali re da teatro, ornati di diademi

di rame dorato, coperti di gioje di vetro, e serviti a mensa con

vasellami di stagno[117]. Nello stesso tempo i Genovesi avevano

ingrandito il loro commercio; avevano prestato danaro agl'imperatori,

che loro lasciavano in pagamento la riscossione de' reali diritti; e

nell'istante della pace più sovrani che i Paleologhi, essi prendevano

sulle imposte duecento mila bizanti d'oro all'anno, mentre non ne

rimanevano trenta mila all'imperatore[118].

[116] _Niceph. Gregoras, l. XIV, c. 10, p. 373, e l. XV, c. 8, p.

393._

[117] Il giorno 8 gennajo del 1347. _Ivi, l. XV, c. 11, p. 401._

[118] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 1, p. 428._ Il bisanto pare che

fosse _l'aureus_ de' successori di Costantino, la 72.ª parte di una

libbra d'oro. La libbra d'oro romana valeva circa 960 lire, e quella

d'argento lire 66, 67. L'aureus o bisanto valeva dunque 13 lire

cent. 33. Veggasi _Gibbon, Decline and. Fall. c. 17, nota 180_.

Mentre ciò accadeva in Costantinopoli, alcuni gentiluomini genovesi

avevano, per la seconda volta, conquistata l'isola di Chio, e si erano

stabiliti in questa colonia, ov'essi regnavano, mentre nella loro patria

erano perseguitati dal partito democratico[119]. Altri Genovesi avevano

occupata la città di Focea, e tutte le province si lagnavano

dell'arroganza o delle vessazioni di questi ospiti, diventati troppo

ricchi e troppo potenti.

[119] _L'an. 1246. Niceph. Gregoras, l. XV, c. 6, p. 388._

La pace del 1347 rese a Cantacuzèno la libertà di prendere in

considerazione i disordini cagionati dalle guerre civili, e di pensare

alla loro riforma. Ma quest'imperatore era debole e di carattere lento;

era circondato da nemici e da malcontenti, impegnato in guerre di

religione, la di cui violenza poteva riuscirgli fatale, e minacciato in

pari tempo dalle incursioni dei Turchi e de' Serviani. Egli non avrebbe

di propria volontà osato di aggiugnere ancora i Genovesi a tanti nemici,

ed avrebbe continuato a dissimulare il risentimento che gli cagionavano

le loro usurpazioni; ma questi ambiziosi ed arroganti mercanti lo

forzarono essi i primi a prendere le armi. Essi vedevano con qualche

inquietudine che Cantacuzèno cercasse di ristabilire la sua marina, per

chiudere ai Turchi il passaggio del Bosforo, ed impedire che

saccheggiassero la Tracia. D'altra parte i Genovesi avevano

coll'imperatore un motivo di controversia; essi volevano chiudere entro

le fortificazioni di Pera la parte superiore della collina, sul pendio

della quale era fabbricata questa città; ed offrivano di comperare

questo luogo, da cui un nemico poteva signoreggiarli: l'imperatore,

contento di averli in qualche modo sotto la sua dipendenza, ricusava di

vendere un terreno che i suoi ospiti cercavano di afforzare contro di

lui[120]. Mentre Cantacuzèno trovavasi infermo a Dèmotica, i Genovesi,

intolleranti della lunghezza del negoziato, impadronironsi a forza del

preteso terreno, lo circondarono d'una palafitta, e cominciarono subito

a fabbricare una muraglia, fiancheggiata di torri.

[120] _Niceph. Gregoras Hist. Byzan. l. XVII, c. 1, p. 428. —

Cantacuzeni imperat. Hist. l. IV, c. 11, p. 593._

A questo primo insulto, ch'ebbe luogo nel 1348, tennero dietro

immediatamente le ostilità: i Genovesi catturarono alcuni battelli

pescarecci, e forzarono i Bizantini a chiudere le loro porte. Per altro

il senato ed i mercanti di Pera offrivano la pace, a condizioni però,

che loro fosse rilasciato il terreno che avevano occupato: i marinai e

l'assemblea del popolo chiedevano inoltre che Cantacuzèno disarmasse la

sua flotta. Questa ingiuriosa domanda fece rompere le negoziazioni, ed

il senato de' Greci, che in assenza dell'imperatore aveva il governo di

Costantinopoli, dichiarò la guerra ai Genovesi[121].

[121] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 1, p. 430._

In quattro giorni gli abitanti di Pera allestirono otto galere e

moltissime barche armate; corsero le due spiagge del _Chrysocheras_, e

bruciarono quasi tutti i magazzini de' Greci, i loro vascelli

mercantili, e le galere che l'imperatore faceva costruire o calafattare.

Per altro tre di queste ultime furono salvate, avendole i Greci di notte

rimurchiate nel fiume Pissa o Barbyssés a molta distanza dalla

foce[122]. Intanto gli abitanti di Pera accrescevano le fortificazioni

della loro città e del ridotto innalzato sulla colina. Vedevansi gli

uomini e le donne trasportare di giorno e di notte la terra, cavare

nuove fosse, e piantare più robuste palafitte.

[122] _Ibi, c. 2, p. 341. — Cantacuz. imper. l. IV, c. 11, p. 594._

Lusingavansi i Genovesi di ridurre i Greci in meno di quindici giorni a

chieder pace. Siccome le loro galere erano sole padrone del mare,

impedivano ad ogni nave d'approdare a Costantinopoli, o venisse dal

Ponto Eusino, o dalla Propontide, e fino ne' primi giorni delle ostilità

fecero temere alla città una prossima carestia. Ma a fronte delle

privazioni, cui andavano soggetti, i Bizantini si prepararono senza

lagnarsene ad una lunga difesa. Il loro orgoglio era fieramente irritato

dalla considerazione che alcuni stranieri accantonati in un loro

sobborgo pretendessero d'imporre legge alla città; e l'antico odio pei

costumi e la religione dei Latini faceva loro spiegare un'insolita

energia.

Di già era cominciato l'autunno, quando i Genovesi, ricevuti avendo

soccorsi da Chio e dalle altre loro colonie del Levante, tentarono di

dare l'assalto alle mura della città dalla banda del porto. Avanzaronsi

con nove galere e tre grossi vascelli carichi di macchine da guerra, ma

trovarono le mura coperte di difensori; perciocchè l'odio nazionale

aveva superata l'abituale timidezza, ed i cittadini e gli artigiani di

Costantinopoli eransi uniti ai soldati per combattere contro i Latini;

onde questi vedendo riuscire vano ogni loro sforzo, ritiraronsi

perdenti[123].

[123] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 3, p. 433._

Cantacuzèno, ritornato a Costantinopoli alla metà d'autunno, fece

assediar Pera dalla banda di terra, mentre i Genovesi tenevano sempre

bloccata la capitale dal lato del mare. In pari tempo faceva costruire

nuove galere ne' cantieri fortificati dell'Ippodromo; assoldava truppe

straniere, e mostravasi risoluto di voler vendicare l'offesa sua

dignità. I cavalieri di Rodi, dopo avere tentato invano di ristabilire

la pace, accolsero nella loro isola le donne ed i fanciulli di Pera, ed

i più preziosi effetti de' Genovesi, onde sottrarli ai pericoli della

guerra[124].

[124] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 4, p. 435. — Cantacuzenus l.

IV, c. 11, p. 595._

Così passò l'inverno: ma in sul cominciare della primavera i Greci

posero in mare nove grandi vascelli e molte navi ad uno e due ranghi di

remi, che essi avevano fabbricati nell'Ippodromo; e perchè non avevano

tutti i marinai che abbisognavano per equipaggiare questa flottiglia,

arrolarono per la manovra un grosso numero di lavoratori e di artigiani.

Quando questa squadra uscì dal porto, l'ammiraglio genovese osservò che

i rematori battevano inegualmente l'onda; conobbe agevolmente con quali

nemici doveva misurarsi, e concepì le migliori speranze della battaglia

che disponevasi a dare. Lasciò che i Greci si avanzassero verso l'isola

del Principe, e che s'impadronissero d'un vascello genovese che giugneva

allora dall'Ellesponto; egli si pose con nuove galere e varj piccoli

bastimenti all'ingresso del porto, aspettando che tornassero

addietro[125].

[125] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 5, p. 437. — Cantacuzenus Hist.

Byzant. l. IV, c. 11, p. 596._

Il giorno era cupo, ed il vento contrario, quando i Greci tornarono

dall'isola del Principe. Per riprendere il porto dovevano raddoppiare la

punta settentrionale di Costantinopoli; ed era volgare opinione che

avanti al tempio di santa Demetria si trovava un vortice, onde le galere

greche passavano lentamente e con timore; la lunga loro linea serravasi

verso la riva, e mostrava di temere, più del vortice o degli scogli, i

Genovesi che trovavansi dall'altro lato del golfo. Un leggiero movimento

della flotta nemica sparse lo spavento tra i contadini che dovevano fare

le funzioni di marinaj; molti di loro balzarono sulla spiaggia tosto che

si videro abbastanza vicini per isperare di poterla afferrare; altri

gettaronsi in mare per giugnervi a nuoto. Bentosto il terrore

s'impadronì di tutti gli animi; e prima che i Genovesi fossero a tiro di

freccia, più di duecento Greci eransi annegati, volendo fuggire: il

rimanente della ciurma erasi posta in salvo sulla spiaggia; e le galere,

rimaste senza gente, furono senza combattere prese dai Genovesi e

rimurchiate a Pera[126].

[126] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 6, p. 438. — Cantacuzenus Imp.

Hist. l. IV, c. 11, p. 597._

Nello stesso tempo le tre galere ch'erano state poste in sicuro entro il

canale di Barbissé nel precedente anno, scendevano a traverso al golfo

con molte altre navi per unirsi alla grande flotta. Allorchè quelli che

le montavano, videro la squadra tutta in mano de' Genovesi, anch'essi

atterriti, comandanti, soldati e marinai, tutti precipitaronsi in mare

per guadagnare la spiaggia; e queste galere, come le altre, caddero in

potere dell'ammiraglio genovese. Finalmente la moltitudine ch'erasi

adunata sulle mura di Costantinopoli, meno per difenderle che per vedere

lo spettacolo d'un combattimento, presa dallo stesso timor panico,

precipitandosi giù dalle mura per fuggire in città in gran parte si

uccise o ferì cadendo; ed intanto i Genovesi attribuivano questa rotta a

qualche castigo di Dio. Gli antichi loro amici, gli antichi vicini, che

avevano vinti senza contrasto, più loro non ispiravano che compassione;

loro gridavano ad alta voce di fuggire più lentamente, e di risparmiare

le loro vite, poichè i nemici non pensavano pure ad inseguirli[127].

[127] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 6, § 7, p. 440._

Da quest'istante i Genovesi manifestarono la più nobile e generosa

moderazione. Alcuni ambasciatori giunti da Genova quattro giorni dopo la

rotta della flotta greca, offrirono a Cantacuzèno moderate condizioni,

che furono ben tosto accettate. Gli abitanti di Pera pagarono una grossa

somma di danaro per rifare l'imperatore de' sofferti danni; gli

restituirono il terreno occupato nella parte superiore alla loro città,

e promisero con giuramento di non più abusare dell'amichevole ospitalità

loro accordata[128]. Cantacuzèno non volle dal canto suo essere vinto di

generosità; e dichiarando che possedeva stati abbastanza vasti per non

invidiare ai Genovesi un piccolo angolo di terra che loro riusciva così

caro, loro diede l'intero possedimento della sommità della collina di

Pera, e dei luoghi in cui avevano fabbricato un ridotto[129].

[128] _Ibid, p. 441._

[129] _Cantacuzenus, l. IV, c. 11, p. 598._ — In questo racconto

abbiamo seguiti gli scrittori greci; i genovesi non parlano di

questa guerra comunque riuscita loro onorevole.

La moderazione dei Genovesi era, a dir vero, prodotta dal timore di

trovarsi impegnati in un'altra guerra coi Veneziani per proteggere il

loro commercio sul mar Nero. Uno Scita era stato ucciso da un Latino

alla Tana in una rissa, e quest'omidicio era stato cagione di una guerra

nella piccola Tartaria. Gianis Beg, il Kan de' Tartari, aveva

determinato di vendicare la morte del suo compatriotto sopra tutti

gl'Italiani che trafficavano sulle coste del mar Nero. Gli aveva

scacciati dalla Tana, e li perseguitava a Caffa, ove i Genovesi avevano

loro aperto un asilo[130]. Ma quest'ultima città poco temeva gli

attacchi d'un'armata indisciplinata. I Tartari in due anni d'assedio non

avevano ancor fatta una breccia nelle mura di Caffa, mentre i Genovesi

avevano bruciata la Tana, guastate le coste del mar Nero, distrutto il

commercio del popolo tartaro, e privata di vittovaglie l'armata che gli

assediava[131].

[130] _Matteo Villani, l. I, c. 83, p. 81._

[131] _Niceph. Gregoras, l. XIII, c. 12, p. 347. — Cantacuzenus, l.

IV, c. 26, p. 648._

Speravano i Genovesi che tutti i Latini prenderebbero parte alla loro

causa, avendo tutti provate le stesse ingiurie, e tutti ugualmente

interessati essendo ad ottenere dal Kan de' Tartari la licenza di

fortificare la Tana come Caffa, onde porsi al sicuro dagl'improvvisi

attacchi d'un popolo barbaro. L'assoluta cessazione del commercio doveva

ben tosto costringere i Tartari a far la pace coi popoli dell'Occidente;

imperciocchè avevano grandissima copia di mercanzie indigene, e

mancavano affatto delle straniere ch'erano avvezzi a consumare, e

l'entrate de' più ricchi loro proprietarj erano ridotte al nulla per

l'impossibilità di vendere le loro derrate[132]. I Genovesi per la

superiorità della loro marina impedivano ai Greci ed agli Asiatici di

comunicare colla Tana. Essi invitavano tutti gli Occidentali a

stabilirsi in Caffa, loro promettendo in questa città tutti i vantaggi

che ottener potevano dal Kan de' Tartari. Ma i Veneziani che in

principio delle ostilità eransi rifugiati nella colonia genovese, non

resistettero a lungo all'allettamento de' beneficj che faceva loro

sperare il commercio cogli Sciti. Visitarono di nuovo i porti delle

Paludi Meotidi, ove i profitti che vi facevano erano più grandi, perchè

non avevano concorrenti[133]. I Genovesi, dall'altro canto, per

mantenere i loro diritti di _blocco_, attaccarono e dichiararono buona

preda alcuni vascelli veneziani che veleggiavano verso le foci del

Tanai[134].

[132] _Niceph. Gregoras, l. XIII, c. 12, § 6, p. 347._

[133] _Chronicon Estense, t. XV, Script. Rer. Ital. p. 465._

[134] _Niceph. Gregoras, l. XVIII, c. 2, p. 446._

La repubblica di Venezia, non volendo lungo tempo perdere i profitti del

commercio del mar Nero, armò trentatre galere, cariche di mercanzie e di

soldati, e le spedì alla Tana sotto il comando di Marco Ruzzini[135].

Quest'ammiraglio incontrò in faccia all'isola di Negroponte undici

galere genovesi che andavano a Caffa; le attaccò, e, dopo un'ostinata

pugna, ne prese nove che mandò a Candia, mentre le altre due si

rifugiarono a Pera. Su queste trovavasi l'ammiraglio Filippino Doria, il

quale invocò dai suoi compatriotti i soccorsi necessarj per vendicarsi,

ed avendoli ridotti a seguirlo con sette galere e molte piccole navi,

attaccò improvvisamente la città di Candia, forzò l'entrata del suo

porto, bruciò alcune case, liberò tutti i prigionieri fatti nel

precedente incontro, e riprese tutte le sue merci e le sue galere, che

rimandò a Genova[136], mentre egli tornava a Pera ricoperto di gloria.

[135] Matteo Villani non gli dà che quattordici galere, gli altri

storici sono quasi d'accordo sul numero di trentatre. — _Niceph.

Gregor. l. XVIII, c. 2, p. 446. — Marin Sanudo, vite de' duchi di

Venezia, p. 621. — Navagero Historia Veneziana, p. 1034. —

Cortusior. Hist. l. X, c. 7, p. 935._

[136] _Matteo Villani, l. I, c. 84 e 85. — Ubertus Folieta Hist.

Genuens. l. VII, p. 448._

In pari tempo Marco Ruzzini aveva protetto il commercio veneto nel mar

Nero e nella Palude Meotide. A metà d'autunno attraversò di nuovo il

Bosforo[137], ed avuto avviso che i Genovesi di Pera avevano prese nel

porto di Candia le navi da lui catturate, risolse di vendicarsi. Prima

che potessero avere notizia del suo arrivo fece entrare di notte

quattordici de' suoi vascelli nel porto di Costantinopoli, e siccome i

Genovesi per certa quale ostentazione avevano costume di lasciare sempre

aperti i porti di Pera, i Veneziani sbarcarono senza rumore ed entrarono

in questa città. Per altro, al grido delle scolte, i borghesi armaronsi

all'istante, attaccarono furibondi i Veneziani, che avevano di già

appicato il fuoco ad alcuni vascelli mercantili, e li costrinsero a

rimbarcarsi precipitosamente, ed a prendere il largo[138].

[137] Parmi probabile che Ruzzino non abbia attaccata Pera che nel

suo ritorno dal mar Nero; lo che però non è chiaramente indicato

dagli storici.

[138] _Cantacuzeni Imp. Hist. l. IV, c. 25, p. 646._

Lo stesso giorno un ambasciatore veneziano ottenne udienza

dall'imperator greco, proponendogli un'alleanza offensiva colla sua

repubblica onde scacciare i Genovesi da Pera e dalla Romania. A fronte

dell'odio che Cantacuzèno doveva avere per costoro, volle mantenersi

neutrale fra due rivali egualmente formidabili, persuaso che l'alleanza

di uno di questi popoli non gli sarebbe in modo vantaggiosa da

compensare i mali che gli cagionerebbe la nimicizia dell'altro. Si

limitò quindi ad offrire il rinnovamento della tregua convenuta tra i

suoi predecessori ed il senato di Venezia, la quale stava per spirare. I

Veneziani parvero scontenti del suo rifiuto, ma perchè la stagione era

di già molto avanzata, rimisero alla vela per prendere i porti della

loro patria[139].

[139] _Cantacuzenus imp. l. IV, c. 25, p. 647. — Nicephorus

Gregoras, l. XVIII, c. 2, p. 445._

Genova non era da lungo tempo stata mai così potente come a quest'epoca,

imperciocchè tutte le fazioni erano riunite e vivevano in pace sotto il

governo del doge Giovanni di Valente. Il senato approfittò di tanta

concordia per mettere in mare nel susseguente anno 1351, sotto gli

ordini di Paganino Doria, la più formidabile armata. Quest'ammiraglio

spiegò le vele in luglio del 1351 con sessantaquattro galere, sulle

quali trovavasi la metà de' marinai liguri. Egli corse l'Adriatico, e

guastò molte colonie veneziane delle coste. In appresso si diresse verso

l'Arcipelago per cercare Niccolò Pisani, l'ammiraglio veneziano[140],

che comandava venti galere.

[140] _Matteo Villani, l. II, c. 25._

L'ammiraglio Pisani trovavasi in faccia all'isola di Chio, quand'ebbe

avviso dell'avvicinamento di forze tanto alle sue superiori, e disperse

la sua flotta per evitarle. Egli andò a Costantinopoli con tre vascelli,

ed il suo viceammiraglio cercò rifugio cogli altri nel porto di Calchis

nell'isola d'Eubea, di già fin da quell'epoca chiamata Negroponte. Tirò

le sue diecisette galere sulla spiaggia, e coll'ajuto di quegli

abitanti, sudditi de' Veneziani, si pose in istato di difesa. Paganino

Doria, non avendo l'ingresso del porto, lo bloccò. Nello stesso tempo

sbarcò parte delle sue truppe, ed assediò dalla banda di terra la città

di Negroponte, al quale oggetto fece venire da Pera alcune macchine da

guerra[141].

[141] _Matt. Villani, l. II, c. 26. — Ubertus Folieta Genuens. Hist.

l. VII, p. 449 — Marin Sanudo, Vite de' duchi di Venezia, p. 623._ —

Debbo avvertire che nella descrizione di questa guerra non solo i

diversi storici sono poco conformi rispetto all'ordine degli

avvenimenti, ed alla cronologia, ma inoltre riferiscono opposti

avvenimenti, e sono imbarazzati nella scelta.

Molti marinai veneziani erano caduti vittima della peste, ed il senato

veneto, avvertito del pericolo in cui vedevasi la sua flotta nell'isola

d'Eubea, trovavasi inabilitato ad armarne un'altra abbastanza forte da

poterla liberare. Cercò quindi estere alleanze, e si volse da prima alla

repubblica di Pisa, chiedendole di unire le proprie forze alle sue per

vendicarsi della disfatta alla Meloria. Ma Pisa era in allora governata

dai Gambacorti, uomini nuovi, che non avevano antichi odj da soddisfare,

nè antiche vendette da fare. Inoltre erano essi mercanti, e l'interesse

della mercatura faceva loro desiderare la continuazione della pace[142].

Dietro il rifiuto de' Pisani gli ambasciatori veneti passarono in

Arragona per offrire la loro alleanza al re Pietro IV omai scontento de'

Genovesi, e per risvegliare l'animosità de' suoi sudditi catalani contro

gli abitanti della Liguria.

[142] _Matteo Villani, l. II, c. 27._

Alcune famiglie genovesi e pisane avevano, dopo la conquista fattane

dagli Arragonesi, conservati i loro feudi in Sardegna. Pietro IV aveva

cercato di spogliare la famiglia dei Doria, ma la repubblica di Genova

aveva preso a difenderla, e costretto il re a renderle le sue

proprietà[143]. Tale era il motivo dell'odio dell'Arragonese contro i

Genovesi, onde accolse avidamente la proposizione de' Veneziani, che gli

offriva il modo di vendicarsi. Egli promise di formare gli equipaggi de'

vascelli, che Venezia gli somministrarebbe, con marinai catalani e con

soldati arragonesi[144]; ed il 3 agosto del 1351 i suoi araldi d'armi

vennero a dichiarare la guerra al doge, al senato, ed al popolo di

Genova[145].

[143] _Zurita Indices Rerum ab Arag. Regib. gestar., l. III, p.

197_.

[144] _Matteo Villani l. II, c. 27_.

[145] _Zurita Indices Rerum, l. IV, p. 204_.

La notizia dell'alleanza de' Catalani coi Veneziani ridusse l'imperatore

greco ad abbracciare un partito che oramai credeva il più forte[146].

D'altra parte i Genovesi parvero piuttosto disposti a provocare il suo

sdegno, che non a calmarlo. Di pieno giorno lanciarono con una balista

un'enorme pietra da Pera sul palazzo, quasi per far prova della portata

della loro macchina, e, malgrado le lagnanze loro fatte in proposito, ne

lanciarono un'altra all'indomani[147]. I Greci irritati chiamarono

Niccolò Pisani, l'ammiraglio veneziano, e l'incoraggiarono ad

intraprendere l'assedio di Pera. Di già il Pisani aveva ragunata una

nuova flotta di trentadue galere chiamando sotto la sua bandiera tutti i

vascelli della sua patria sparsi nella Romania, nel mar Nero, o mare di

Siria. I Greci, che gli avevano altresì somministrati alcune navi,

segnarono il loro campo per secondarlo ai piè delle mura di Pera[148].

[146] _Niceph. Gregoras, l. XVIII, c. 2, p. 448._

[147] _Cantacuzeni imper. l. IV, c. 26, p. 650._

[148] _Ivi, 648._

Nello stesso tempo Paganino Doria, l'ammiraglio genovese, stringeva

l'assedio di Calcide ov'erasi rifugiata una flotta veneziana. Di là

aveva intavolato un trattato coll'imperatrice Anna di Savoja, cui

offriva soccorsi per rimettere suo figlio Giovanni Paleologo sul trono

usurpato da Cantacuzèno. Intanto venne da lui sorpresa una nave leggera,

che faceva forza di vele per recare in Calcide la notizia agli assediati

d'un pronto soccorso. Erano state armate cinquanta galere, metà a

Venezia e metà a Barcellona, le prime sotto gli ordini di Pancrazio

Giustiniani, le altre di Ponzio di Santa Paz, ed eransi tutte unite in

novembre ne' mari di Messina, di là dirigendosi verso la Grecia. Doria

non le aspettò e fece vela alla volta di Tessalonica per sollecitare

l'imperatrice Anna ad accettare la sua alleanza; al che non avendo

potuto ridurla, sorprese l'isola di Tenedo, ove svernò le sue truppe, e

riparò le galere[149].

[149] _Matteo Villani, l. II, c. 34. — Cantacuzenus imper. l. IV, c.

27, p. 662._

Il Pisani, lasciando ai Greci la cura di continuare l'assedio di Pera,

si portò a Negroponte coi vascelli che aveva adunati a Costantinopoli;

prese sotto il supremo suo comando le galere ch'erano state assediate in

Calcide, e le due flotte giunte da Catalogna e da Venezia. Le tempeste

della stagione burrascosa, in cui era costretto di navigare, gli avevano

fatte perdere sette navi e due ai Catalani, ed alcune altre erano state

staccate per secondarie operazioni; ciò null'ostante il Pisani trovavasi

ancora alla testa d'una flotta di settanta galere, che divise tra i

porti di Corone e di Modone, posti nella Morea, per passarvi i due

peggiori mesi dell'inverno[150].

[150] _Matt. Villani, l. II, c. 34._

Ma i Veneziani ed i Genovesi, ugualmente impazienti di venire alle mani,

appena passato gennajo ripresero il mare. I Genovesi furono i primi a

spiegare le vele verso il Bosforo. Cammino facendo presero Eraclea

d'assalto per vendicare l'assassinio di due loro soldati[151].

Occuparono in appresso Sozopoli, e Paganino Doria potè a stento

contenerli quando vollero attaccare Costantinopoli nella stessa

maniera[152]. Frattanto due galere, che quest'ammiraglio aveva spedite a

Gallipoli, tornarono il 7 febbrajo, dandogli avviso, che l'armata

veneziana e catalana composta di sessantasette galere, entrava in quel

giorno a Preknonesos, o isola del Principe, posta all'apertura della

Propontide dalla banda dell'Elesponto.

[151] _Cantacuzeni imper. l. IV, c. 28, p. 656._

[152] _Ib. p. 658._

Le burrasche, frequenti su quegli angusti mari, ritennero alcun tempo le

due flotte quasi prigioniere; la veneziana nel porto dell'isola del

Principe, la genovese in quello di Calcedonia. Finalmente il vento di

mezzodì, che da lungo tempo dominava su quelle acque, parve alquanto

calmato il lunedì 13 febbrajo, e Paganino Doria formò la sua linea con

sessantaquattro galere all'apertura del Bosforo di Tracia per impedire

ai Veneziani l'ingresso di Costantinopoli. Questi erano partiti lo

stesso giorno dall'isola del Principe, e s'avanzavano a piene vele;

erasi di nuovo rinfrescato il vento di mezzodì, e perchè soffiava da più

giorni, le correnti portavano con violenza verso Costantinopoli.

S'avvide il Doria che non potrebbe resistere all'urto de' vascelli

veneziani, secondati dal vento e dalla corrente, perlocchè si strinse

verso le rive dell'Asia, e lasciò che passasse la flotta del Pisani, la

quale entrò trionfante nel porto di Costantinopoli[153].

[153] _Matteo Villani, l. II, c. 59. — Cantacuzeni imp. Hist. l. IV,

c. 30, p. 660._

Costantino Tarcuniota, l'ammiraglio de' Greci, si unì ai Veneziani nel

porto con otto galere ed un gran numero di navi, ed eccitò il Pisani ad

approfittare della superiorità delle sue forze, a ritornare

immediatamente contro la flotta nemica, ed a presentarle battaglia. I

vascelli genovesi avevano sofferto assai nelle loro armature per voler

tenersi all'ingresso del Bosforo malgrado il vento ed il mar grosso. Il

Doria non aveva ancor potuto riunire la sua flotta, e rientrare nel

porto di Calcedonia, quando vide avvicinarsi quella de' Veneziani

poc'anzi passata. Altro far non potendo, approfittò della perfetta

conoscenza che aveva di quegli angusti mari per collocarsi con sette

vascelli fuori delle correnti, e dei marosi in un'ansa circondata da

scogli e da bassi fondi. Ordinò in pari tempo coi segni al rimanente

della flotta di avvicinarsi a lui durante la battaglia.

Nicolò Pisani e Ponzio di Santa Paz, invece di attaccare Doria, fecero

forza di remi per tagliar fuori le altre galere, che Doria aveva

chiamate. Frattanto il vento rinforzava, oscure nubi si abbassavano e

parevano appoggiarsi sugli alberi de' vascelli, l'orizzonte s'andava

restringendo, e più non era indicato che dagli scogli contro i quali

andavano a rompersi i grandi marosi, e rottami di navi galleggianti

intorno ai combattenti annunziavano disastri, di cui non conoscevansi le

circostanze. Di già non vedevansi i segni dall'una all'altra estremità

della stessa flotta. Alcune galere genovesi non potendo accostarsi al

loro ammiraglio, gettarono l'ancora e si nascosero tra gli scogli di cui

i loro piloti conoscevano tutte le direzioni. I Catalani, affatto nuovi

in que' mari, quando vollero attaccare i loro nemici in mezzo agli

scogli a fior d'acqua, ed ai bassi fondi, perdettero molta gente e molte

navi[154].

[154] _Cantacuzeni imp. Hist. l. IV, c. 30, p. 661._

Tre galere veneziane avevano attaccato l'ammiraglio genovese, due da

prora ed una di fianco. Colà cominciò la più accanita pugna, perchè

tutto il rimanente delle due flotte cercava di avanzarsi su questo

punto. I tre vascelli veneziani dovettero soccombere alla manovra

genovese, e furono presi. D'altra parte dieci galere genovesi, spinte

verso sant'Angelo, non potendo difendersi, furono dai loro marinai

mandate a picco sulla riva, e fuggirono essi a Pera, abbandonandole ai

Veneziani, che le bruciarono. Tre altre galere corsero la stessa sorte

in un altro piccolo golfo; per ultimo sei, inseguite a traverso al

Bosforo, fuggirono nel mar Nero. Ma non furono decisivi nè i vantaggi,

nè le perdite, imperciocchè le due flotte, divise dalla violenza del

vento, dagli scogli, e dai promontori dell'ingresso del canale del

Bosforo, si battevano contemporaneamente in sette od otto luoghi[155].

[155] _Matteo Villani, l. II, c. 59._

Finalmente sopraggiunse la notte, oscura come suol essere dopo un giorno

burrascoso d'inverno; i colpi del vento furioso, il mugghiare delle

onde, le grida de' remiganti e quelle de' feriti risuonavano intorno

agli scogli di Scutari e di Bizanzio. Le vacillanti fiaccole de'

vascelli appena erano visibili nella densità della nebbia, e vedevansi a

vicenda risplendere e scomparire a seconda che le grosse onde

sollevavano, o lasciavano in fondo le navi. A traverso a così spaventosa

oscurità, gl'intrepidi Genovesi di Pera scorsero con leggeri scialuppe

tutte le sinuosità delle due coste dell'Europa e dell'Asia per raccorre

i loro feriti, dar soccorso ai vascelli pericolanti, e sorprendere i

loro nemici dispersi. Secondo ch'essi andavano avanzando colle loro

fiaccole, molte navi veneziane o catalane, volendo tener dietro a quelle

ingannatrici guide, andarono a picco sopra bassi fondi, altre entrarono

da sè inavvedutamente nel porto di Pera, ove furono fatte prigioniere,

altre finalmente s'arresero senza combattere a nemici meno formidabili

che la burrasca e gli scogli. I due ammiragli col grosso delle flotte

nemiche trovavansi intanto uniti nella baja di santa Foca: udivano le

grida nemiche senza vedersi, ed in mezzo alla burrasca non cessavano di

minacciarsi; qualunque volta un colpo di vento avvicinava alcune navi

nemiche, approfittavano della circostanza per venire alle mani. Così

passò la notte del 13 al 14 febbrajo del 1352. Prima che facesse giorno

Nicolò Pisani, che conoscevasi più debole, lasciò la baja di santa Foca

per rifugiarsi nel porto di Terapea o Trapenon, difeso dai Greci. Quando

spuntò il sole, il mare, che cominciava a calmarsi, era coperto di

cadaveri, e di rottami di navi. I Genovesi s'avvidero allora d'avere

perdute tredici galere, oltre le sei che si erano salvate nel mar Nero.

Altronde ne avevano predate quattordici ai Veneziani, dieci ai Catalani

e due ai Greci, avevano fatti mille ottocento prigionieri, ed uccisi due

mila nemici. Ma la perdita loro era troppo grande perchè potessero

rallegrarsi della vittoria. Rimandarono a Costantinopoli quattrocento

prigionieri feriti, ch'essi non potevano curare[156].

[156] _Matteo Villani, l. II, c. 60. — Mariana Historia de las

Españas, l. XVI, c. 19._ — Cantacuzèno nella sua relazione dissimula

la vittoria de' Genovesi e la perdita de' Greci; accusa il Pisani di

avere mancato di coraggio, ed attribuisce a lui solo il non avere

ottenuta piena vittoria. Cantacuzèno ha piuttosto scritto il proprio

panegirico che una storia, e non gli si può dar fede senza un severo

esame. Meriterebbe maggior fede Niceforo Gregora; ma l'ultima parte

della sua opera non fu ancora stampata, e secondo assicura Gibbon,

trovasi soltanto manoscritta nella biblioteca di Parigi.

Mentre le due flotte, ritirate l'una a Pera, l'altra a Terapea,

riparavano i sofferti danni, Cantacuzèno faceva istanza al Pisani perchè

attaccasse i Genovesi approfittando della presente loro debolezza, e

Ponzio di santa Paz appoggiava caldamente l'inchiesta dell'imperatore.

L'ammiraglio arragonese trovavasi allora infermo per dispetto della

sofferta rotta, e quando seppe che il Pisani non voleva rinnovare la

battaglia, se n'afflisse in modo che morì di crepacuore[157]. Stefano

Contarini e Pancrazio Giustiniani, procuratori di san Marco, Giovanni

Steno e Benatino Bembo, viceammiraglio de' Veneziani, erano morti in

battaglia o dopo la battaglia, in conseguenza delle ricevute

ferite[158].

[157] _Cantacuzenus, l. IV, c. 31, p. 665._

[158] _Marin Sanudo, storia dei duchi di Venezia p. 624. — And.

Navagero, storia di Venez. p. 1035, t. XXIII._

I Genovesi furono i primi a rimettersi in mare per bloccare il porto di

Terapea; ma il Pisani approfittando d'un vento fresco passò a traverso i

loro vascelli, ed uscì dal mare di Romania con sole trentotto galere.

Venne a dar fondo a Candia, ove depose gli ammalati ed i feriti, ma ne

aveva in tanta copia, che bentosto si manifestò un'epidemia negli

spedali, la quale comunicossi ai Candiotti.

Partiti i Veneziani, il Doria rivolse tutte le sue forze contro i Greci.

Coll'assistenza d'Orcano, figliuolo d'Osmanno, fondatore dell'impero

Turco, formò l'assedio di Costantinopoli, e costrinse Cantacuzèno a

rinunciare all'alleanza de' Veneziani, soscrivendo il 6 marzo del 1352

una pace separata colla repubblica di Genova[159]. I porti della Grecia

furono chiusi ai Veneziani ed ai Catalani, ed accordata assoluta libertà

al commercio de' Genovesi[160]. Doria in appresso si diresse verso

Creta, sperando di trovare ancora a Candia i Veneziani, ma l'epidemia

dominante in quell'isola si comunicò ai suoi equipaggi, e nel tragitto

da Candia a Genova, ove Paganino Doria arrivò in agosto con trentadue

galere, egli fu costretto di gettare nelle onde i cadaveri di mille

cinquecento de' suoi commilitoni. In tal modo ebbe fine una campagna in

cui le due repubbliche marittime avevano bensì dato prove del loro

valore e dell'abilità de' marinai, ma si erano ancora vicendevolmente

esaurite di uomini e di danaro senza ottenere verun vantaggio[161].

[159] _Cantacuzenus, l. IV, 31, p. 667._

[160] _Matteo Villani, l. IV, c. 31._

[161] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. VII, p. 450._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16) · 第 4 / 15 题