CAPITOLO XXXIX.

_Clemente VI prende a sottomettere la Romagna. — I Pepoli

vendono Bologna ai Visconti. — Invasione della Toscana per parte

dell'arcivescovo di Milano, la di cui armata viene respinta. —

Pace tra il re d'Ungheria e la regina Giovanna di Napoli._

1350 = 1351.

La chiesa romana, pubblicando un giubileo alla metà del quattordicesimo

secolo, appoggiava questo ravvicinamento di una festa centenaria

all'ingiustizia che praticavasi verso le generazioni, cui non era

accordato questo mezzo di ottenere un'indulgenza plenaria; ella voleva

che una tanto singolare grazia fosse una volta in vita offerta ad ogni

uomo. Ma più interessati segreti motivi avevano dato luogo a questa

decisione. L'affluenza de' pellegrini a Roma vi recava immense

ricchezze; ognun di loro faceva un'offerta ad ogni chiesa, ed il papa

divideva tali offerte, come divideva altresì per via delle imposte gli

utili che i Romani ritraevano dall'alloggio di tanti forastieri. Nello

stesso anno la corte d'Avignone volle far servire alle ambiziose sue

viste il tesoro raccolto colla pubblicazione del giubileo.

Lo stato della chiesa che per anco non era stato assoggettato

all'immediata ubbidienza dei papi, sebbene gl'imperatori ne avessero

loro abbandonata la sovranità, era di que' tempi diviso tra molti

piccoli tiranni che comandavano ad una o due città. Ma queste città

erano delle più piccole d'Italia; il coraggio de' loro abitanti erasi

spento nella servitù, ed i signori non potevano, per la loro difesa, far

capitale nè sul numero, nè sulle ricchezze, nè sull'energia de'

cittadini. Credette Clemente VI di approfittare della circostanza in cui

la peste aveva ridotti que' popoli all'ultimo grado di debolezza, per

far riconoscere la sua sovranità a tutti que' piccoli principi: commise

perciò ad Ettore di Durafort, suo parente, ch'egli aveva creato conte

della Romagna, di ricondurre colla forza o coll'astuzia tutte le città

del suo feudo sotto l'autorità della chiesa; affidava perciò al suo

arbitrio una ragguardevole somma di danaro e quattrocento cavalieri

provenzali, che, uniti alle truppe sussidiarie de' signori di Lombardia,

formavano un'armata di mille ottocento cavalli[47].

[47] _Matteo Villani, l. I, c. 58._

Le segrete istruzioni date ad Ettore di Durafort volevano che spogliasse

tutti i tiranni della Romagna; ma l'apparente motivo dell'armamento era

quello d'attaccare e punire Giovanni dei Manfredi, signore di Faenza,

che per una privata offesa erasi staccato dal partito de' Guelfi e della

chiesa[48]. Durafort fece chieder truppe ausiliarie alla famiglia guelfa

degli Alidosi che governava Imola, ed ai signori di Bologna, Giovanni e

Giacomo de' Pepoli, figli di Taddeo, morto due anni prima. Dall'altro

canto Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, Malatesta dei

Malatesti, signore di Rimini, e Bernardino da Polenta, signore di

Ravenna e di Cervia, prevedendo la burrasca che li minacciava, si

unirono al signore di Faenza, e presero al loro soldo il duca Guarnieri,

cui di tutta la sua grande compagnia più non rimanevano che cinquecento

cavalli, essendosi gli altri dispersi per consumare negli stravizj le

ricchezze acquistate nella campagna di Napoli[49].

[48] _Cronaca di Bologna, t. XVIII, p. 415. — Matteo Villani, l. I,

c. 53._

[49] _Chron. Esten, t. XV, p. 456._

Il conte di Romagna attaccò, il 13 maggio del 1350, il ponte di san

Procolo, che gli apriva lo stato di Faenza, e lo prese a viva forza; ma

in seguito consumò quasi due mesi nell'assedio del castello di

Salernolo, mentre avrebbe potuto forse in più breve tempo occupare la

stessa città di Faenza[50]. I suoi alleati inquieti sullo scopo delle

conquiste che meditava, cercavano di ritardarle con inutili

negoziazioni; ma il conte era più proprio ai tradimenti che alla guerra.

In mezzo ai Romagnuoli, la di cui perfidia era in Italia passata in

proverbio, un cortigiano del papa avignognese aveva l'avvantaggio

dell'arte della dissimulazione. Il conte mostrava di avere nei Pepoli

intera confidenza, mentre trattava coi cittadini di Bologna di far

assassinare questi due signori; e quando furono scoperte le sue

trame[51], seppe così ben dissipare i sospetti dei due fratelli, che

giunse ad indurre l'uno di loro a venire nel suo campo per farsi

mediatore d'un trattato col signore di Faenza.

[50] _Matteo Villani, l. I, c. 58._

[51] _Chr. Est. t. XV, p. 457. — Chron. di Bologna, p. 417._

Giovanni dei Pepoli teneva nell'armata della chiesa duecento cavalli,

che aveva somministrati al conte; ed aveva avuta cura di mantenere colla

maggior parte degli ufficiali della stessa armata relazioni di amicizia

e di ospitalità: or quando giunse il 6 di luglio al campo, accompagnato

dai principali cittadini di Bologna, e da una guardia di trecento

cavalli, poteva credersi nel proprio campo, circondato dai suoi

partigiani e da' suoi soldati; ma il conte che lo accoglieva colle

dimostrazioni del più tenero affetto e della più illimitata confidenza,

aveva ordinato al suo maresciallo di far armare i capitani che gli erano

più ben affetti, e di promettere a tutta l'armata doppia paga, e mese

compiuto[52], a condizione che non si opponesse alla sorpresa che

meditava di fare.

[52] Erano le ricompense promesse ai soldati dopo le più grandi

vittorie. Il soldo contavasi per mese e non per giorni, ed il mese

cominciato era pagato come compiuto.

Pepoli era stato servito di rinfreschi nella tenda del generale; i

gentiluomini bolognesi ed i cavalieri venuti dalla città erano stati

invitati dagli ufficiali e dai soldati dell'armata a sedersi a mense

ch'erano state imbandite per loro in diversi luoghi del campo; e

frattanto il signore di Bologna era rimasto pressocchè solo col conte di

Romagna, aspettando con impazienza l'arrivo degli ufficiali generali

chiamati ad un consiglio di guerra. Finalmente il maresciallo

dell'armata si presentò al padiglione del conte; e nello stesso istante

i soldati che gli stavano intorno, assalirono Giovanni dei Pepoli, lo

presero e rovesciarono in terra. Poichè l'ebbero incatenato lo

trasportarono ad Imola, e lo chiusero nella fortezza, senza che questo

sventurato signore potesse chiamare le proprie guardie in suo soccorso.

Un suo paggio avendo alzata la voce per compiangerlo, venne subito

ucciso ai di lui piedi[53].

[53] _Matteo Villani, l. I, c. 61. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p.

418._

Mastino della Scala che aveva convenuto con Durafort una segreta

alleanza, fece muovere le sue truppe verso Bologna tosto che seppe

arrestato Giovanni de' Pepoli. Dal canto suo il conte di Romagna lasciò

la guerra che faceva ai suoi nemici, per condurre l'armata contro i suoi

alleati, e prodigando le ricompense militari per tradimenti e per

conquiste senza gloria, promise un'altra volta ai suoi soldati doppia

paga e mese intero, per la presa del castello di san Pietro, che i

Bolognesi non prendevansi cura di difendere[54].

[54] _Matteo Villani, l. I, c. 62._

Giacomo de' Pepoli ch'era rimasto in Bologna, fu colpito come da un

colpo di fulmine alla novella dell'arresto del fratello, della

diserzione di cinquecento cavalieri rimasti nell'armata del conte, e

della guerra che gli facevano quegli alleati ch'egli aveva soccorsi.

Scrisse in ogni luogo lagnandosi di così solenne tradimento, e chiedendo

assistenza. Malatesta di Rimini ed Ugolino Gonzaga di Mantova recaronsi

in fatti a Bologna, e gli offrirono la loro alleanza[55]. Ma al Pepoli

stava assai più a cuore d'attaccare alla sua causa i Fiorentini ed il

signore di Milano, le due prime potenze dell'Italia.

[55] _Chron. Esten. t. XV, p. 459._

La repubblica fiorentina non aveva verun motivo di lodarsi dei Pepoli,

che avevano mancato a tutti gl'impegni contratti colla repubblica dei

Bolognesi. Perciò la signoria rispose agli ambasciatori di Giacomo dei

Pepoli, che il suo onore ed i suoi principi non le consentivano di

prendere le armi contro la chiesa in favore d'un usurpatore, e che tutto

quanto poteva fare per lui e per suo fratello, era d'interporre i suoi

buoni ufficj per riconciliarlo col conte di Romagna: ma in pari tempo

aggiugneva che se si fosse trattato di difendere gli antichi suoi

alleati, i cittadini della repubblica di Bologna, non avrebbe

risparmiati nè il sangue nè i tesori fiorentini per tutelare la loro

libertà. Questa dichiarazione fatta agli ambasciatori in pubblica

udienza, fu ben tosto portata a Bologna; ed il propizio istante era

finalmente giunto di scuotere un odiato giogo. «Ma, dice Matteo Villani,

i Bolognesi di già avviliti da servili abitudini, più degni non erano

della libertà; i loro peccati glie l'avevano fatta perdere; la loro

povertà di spirito impedì loro di ricuperarla[56].»

[56] _Matteo Villani, l. I, c. 63. — Cronica di Bologna, t. XV, p.

419._

La famiglia Bentivoglio si prese estrema cura di calmare l'effervescenza

eccitata nel popolo dal rapporto degli ambasciatori; i suoi capi

rappresentarono vivamente i pericoli d'una ribellione, il sovvertimento

delle fortune, le violenze de' soldati, il timore di straniera

invasione. Ma la sommissione de' Bolognesi non risparmiò loro veruna

delle calamità rappresentate come conseguenze d'uno sforzo generoso per

rompere il giogo de' loro tiranni. Giacomo de' Pepoli aveva preso al suo

soldo il duca Guarnieri con cinquecento cavalli, ed il duca di Milano

gliene aveva mandati altri cinquecento. Guarnieri chiese che fosse

lasciata alla sua truppa tutta intera una strada della città, ed

alloggiò i soldati in quelle case facendoli padroni di tutto, come se la

città fosse stata presa d'assalto, e lasciata a sua discrezione. D'altra

parte l'armata del conte della Romagna guastava le campagne fino alle

porte; di modo che i Bolognesi erano ugualmente spogliati dai loro

proprj soldati, e dai loro nemici.

Doveva prevedersi che Bologna non sarebbesi lungo tempo mantenuta in

così cattivo stato; quando nuove speranze furono improvvisamente

risvegliate in un modo affatto impensato. Ettore di Durafort aveva due

volte promesso alla sua armata doppie paghe e militari ricompense; ma

lungi dal poter attenere le sue promesse, trovavasi debitore di alcuni

mesi del soldo corrente, e non aveva danaro per pagarlo. Una rivoluzione

che scoppiò nel campo, con minaccia di custodirlo come ostaggio, abbassò

ben tosto la sua ambizione ed il suo orgoglio, obbligandolo a porre in

libertà Giovanni dei Pepoli, per soddisfare colla di lui taglia

all'avidità delle proprie truppe[57]. Questo contrattempo lo dispose a

proporre condizioni di accomodamento; ed i Fiorentini, per farle

accettare, s'affrettarono di spedire una solenne deputazione a Bologna.

Essi chiedevano che questa città tornasse sotto la protezione della

Chiesa; che fosse rimessa in libertà e governata dal popolo come lo era

anticamente; che pagasse a san Pietro il consueto tributo, e che in

segno di sommissione ricevesse entro le sue mura il conte di Romagna con

un ristretto seguito, che i tiranni rinunciassero ad ogni governativa

incumbenza, e che la riforma dell'amministrazione si eseguisse sotto la

direzione de' commissarj fiorentini. Il conte ed i Pepoli, egualmente

smontati dalle loro pretese, mostravano di aderire a tale accomodamento;

ma quando si consigliarono coi signori di Lombardia loro alleati,

Mastino della Scala, che sperava di occupare egli stesso Bologna,

sconfortò il conte da questo trattato; ed il Visconti anch'esso, per

motivi personali, vi fece rinunciare i Pepoli[58].

[57] Pepoli promise 80,000 fiorini per la sua liberazione, e ne

sborsò 20,000, dando pel resto statici tre suoi figliuoli. _Cron.

Misc. di Bol. p. 419. — Ghirar. Stor. di Bologna, l. XXII, p. 198._

[58] _Matteo Villani l. I, c. 67._

I signori di Bologna avevano fatta scelta de' cittadini più distinti pel

loro patriottismo, di coloro che per talenti, per ricchezze e nascita

erano quasi capi naturali del popolo; e gli avevano spediti a Firenze

per trattare di concerto con questa repubblica intorno al modo di

ristabilire la libertà bolognese. Riccardo Salicetti, capo di

quest'illustre deputazione, diresse alla signoria fiorentina in presenza

del popolo adunato le più vive espressioni di gratitudine, per la

liberazione della sua patria; le applicò queste parole del suo testo:

_Ad Dominum cum tribularer clamavi_, e promise a nome dei Bolognesi

un'eterna riconoscenza per il maggiore de' beneficj. Ma all'indomani di

quest'udienza, seppesi a Firenze che la deputazione bolognese altro non

era che uno stratagemma dei Pepoli per allontanare dalla loro città i

più temuti cittadini; e che, durante l'assenza loro, Bologna era stata

venduta al Visconti, e di già venuta in suo potere[59].

[59] _Matteo Villani, l. I, c. 67._

Dal 1339 in avanti, Luchino Visconti signoreggiò Milano e quasi tutta la

Lombardia. Grandi talenti militari, una perfida politica, una

impenetrabile dissimulazione, una feroce gelosia della propria autorità,

una diffidenza, cui sagrificò i suoi più stretti parenti, sembrano i

principali tratti del suo carattere. Si lodò molto il suo amore per la

giustizia, o piuttosto la vigilanza con cui mantenne la polizia ne' suoi

stati, e la severità con cui castigò i malfattori: ma sotto lo stesso

nome non dovrebbe confondersi l'amore d'un uomo probo e giusto per le

regole immutabili della giustizia, e l'inflessibilità d'un despota

geloso della propria autorità, che conserva o vendica l'ordine da lui

stabilito. Luchino amava la lode, onde cercava l'amicizia del Petrarca,

che gli uomini potenti ottenevano senza difficoltà lusingando l'amor

proprio del poeta. In fatti Petrarca diresse una pomposa lettera a

Luchino per celebrare la sua virtù e la sua gloria[60]; ma poco dopo

aver ricevuta questa scrittura, morì il 28 gennajo del 1349, avvelenato

dalla consorte Isabella del Fiesco, prevenuta opportunamente che suo

marito in un trasporto di gelosia la condannava alla morte.

[60] _Franc. Petrarcae Familiares l. VII, epist. 15 — De Sade Memor.

t. II, l. III, p. 428._

Giovanni Visconti arcivescovo di Milano, succeduto al fratello Luchino,

si trovò signore di sedici delle più potenti città di Lombardia[61].

Giovanni fu quello che prese a trattare con il Pepoli l'acquisto di

Bologna, promettendo ai due fratelli duecento mila fiorini, loro inoltre

lasciando la proprietà dei tre castelli di san Giovanni, Nonantola e

Crevalcuore[62]. A questo prezzo i Pepoli che riconoscevano la loro

grandezza dalla confidenza de' Guelfi loro concittadini, vendettero la

comune patria ad uno straniero tiranno, ad un Ghibellino, i di cui

antenati erano sempre stati nemici dei loro. Il disprezzo di tutta

l'Italia punì i Pepoli di così vergognoso contratto[63]. In Bologna

eccitò la più violenta indignazione, gridandosi rabbiosamente in tutte

le strade, _noi non vogliamo essere venduti_[64]. Ma i cittadini

scoraggiati, e privi dei loro capi, non ardirono ricorrere alle armi, nè

invocare l'ajuto de' Fiorentini che dividevano il loro risentimento; ed

uno dei nipoti dell'arcivescovo fu ricevuto senz'ostacolo entro la città

con mille cinquecento cavalli[65].

[61] Milano, Lodi, Piacenza, Borgo san Donnino, Parma, Crema,

Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria,

Tortona, Pontremoli ed Asti.

[62] Questo contratto viene riferito dal Ghirardacci sotto il 6

ottobre del 1350. _Stor. di Bolog. l XXII, t. II, p. 199._

[63] _Matteo Villani, l. I, c. 68_.

[64] _Petri Azari Novariensis Chron. t. XVI, p. 326. — Cronica di

Bologna t. XVIII, p. 420._

[65] _Petri Azarj Chronicon, t. XVI, c. 11, p. 325. — Chron. Esten.

p. 462. — Cherubino Ghirardacci, Storia di Bologna, l. XXII, t. II,

p. 204._

Il duca Guarnieri, personale nemico dei Visconti, passò nel campo del

conte di Romagna con i suoi soldati lo stesso giorno in cui le truppe

milanesi entrarono in Bologna: in pari tempo le truppe ausiliarie di

Mastino della Scala giunsero a rinforzare l'armata della chiesa, sicchè

trovossi tutt'ad un tratto più numerosa e più formidabile assai che

prima non era stata. Ma la corte d'Avignone faceva colla sua avarizia

andare a vuoto tutti i progetti de' suoi generali. Dopo avere cominciata

la guerra con vigore, e promessi considerabili sussidj ai suoi alleati,

mancava senza rossore alle promesse; ricusava di somministrare il danaro

quand'era più necessario, ed abbandonava le proprie creature, perchè

tutte le entrate venivano prese da altri favoriti. Al conte di Romagna

non si mandò il danaro per pagare le truppe. Invano questi rappresentava

al papa suo cugino il grave affronto cui rimaneva esposto il nome della

chiesa, ed i pericoli che soprastavano a tutto il suo patrimonio.

Durafort non potè ottenere da Avignone verun sussidio, e fu alla fine

costretto a permettere che i suoi soldati trattassero col suo nemico.

Barnabò Visconti, che comandava in Bologna, pagò col danaro destinato ai

Pepoli il soldo delle truppe che lo assediavano, prese mille cinquecento

cavalieri della chiesa al suo servizio, obbligò gli altri ad

allontanarsi, ricuperò tutti i castelli occupati dall'armata del conte,

e lasciò che questi tornasse coperto di vergogna ad Imola[66].

[66] _Matteo Villani, l. I, c. 70, p. 69. — Chron. Esten. t. XV, p.

463. — Chronica Miscella di Bologna p. 422._

Questa rotta risvegliò per alcuni istanti la collera e l'orgoglio della

corte d'Avignone. Clemente VI fece ricominciare contro i Visconti la

procedura intrapresa da Giovanni XXII per titolo di scisma e di eresia;

citò l'arcivescovo ed i suoi tre nipoti[67] a comparire l'otto aprile

del 1351 innanzi al concistoro dei cardinali, onde giustificarsi della

loro ribellione contro la chiesa; e mandò in Italia, col titolo di

legato, il vescovo di Ferrara, per formare una lega contro i signori di

Milano[68].

[67] Galeazzo, Barnabò e Matteo erano figliuoli di Stefano, fratello

dell'arcivescovo, ed il quinto de' figli del magno Matteo Visconti.

[68] _Matteo Villani, l. I, c. 76._

Il legato si presentò prima all'arcivescovo Visconti, e gl'intimò di

restituire Bologna alla chiesa, e di scegliere in seguito tra la

condizione di prete o di principe, tra la potenza spirituale o la

temporale. Il Visconti chiese al legato di ripetergli lo stesso ordine

la susseguente domenica nella chiesa cattedrale, poichè non era che in

presenza del popolo e del clero, che un arcivescovo ed un principe

poteva rispondere a tale ambasciata. Nel giorno indicato, poichè il

Visconti ebbe solennemente celebrata la messa, il legato pontificio

espose avanti a tutto il popolo l'ambasciata di cui era incaricato:

allora l'arcivescovo prendendo con una mano la croce, e coll'altra

sguainando una spada: _Ecco_, disse, _le mie armi spirituali e

temporali; colle une io difenderò le altre_[69].

[69] _Corio, Istorie milanesi p. III, p. 224. — Ghirardacci, Storia

di Bologna l. XXIII, t. II, p. 210._ — Giovanni Visconti si fece

dipingere nella cappella dell'arcivescovado da lui fabbricata colla

croce in una mano e colla spada nell'altra. Il ritratto trovasi

inciso in Grevio, _t. III. p. 306_.

Per altro l'arcivescovo promise in seguito d'ubbidire alla citazione del

papa, e di presentarsi personalmente in Avignone; volendo atterrire la

corte pontificia con una singolare ostentazione. Uno de' suoi segretarj,

recatosi in Avignone per preparare gli alloggi, prese in affitto tutte

le case che trovò vuote in Avignone e nel circondario di più leghe; in

pari tempo fece grandiosi approvvigionamenti di vittovaglie e di arredi

per il padrone e pel suo seguito. Il papa, avvisato di tanti movimenti,

fece domandare al segretario quanta gente pensasse di condurre

l'arcivescovo. Questi rispose di avere ordine di disporre i quartieri ed

i viveri per dodici mila cavalli e sei mila pedoni, senza contare i

gentiluomini milanesi che dovevano seguire il loro arcivescovo;

soggiugnendo che aveva in tali apparecchi di già spesi quaranta mila

fiorini. Il papa atterrito da così fatta visita, fece pregare il

Visconti a non esporsi a così disagiato viaggio; e gli spedì deputati

per trattare d'accordo, avendogli in fine data l'investitura di Bologna,

oggetto principalissimo della contesa, per cento mila fiorini[70].

[70] _Corio, Istorie Milanesi, p. III, p. 224._

Il vescovo di Ferrara, di conformità alle ricevute commissioni, aveva

cercato di eccitare nemici e formare una lega contro i Visconti; ma i

signori di Lombardia, che tutto avevano a temere dall'ambizione

dell'arcivescovo, non avevano forza da resistergli. Giacomo da Carrara

il vecchio era stato assassinato da un bastardo della propria famiglia,

onde la signoria di Padova era stata data a gioventù inesperta[71].

Mastino della Scala morì improvvisamente il 3 giugno del 1351 in età di

42 anni, nell'anno vigesimo terzo del suo regno. Gli succedettero i suoi

tre figliuoli Can grande II, Can signore, e Paolo Alboino, niuno de'

quali aveva i talenti del padre; ed Alberto suo fratello non volle avere

alcuna parte al governo[72]. Le repubbliche di Firenze, Siena e Perugia

avevano, ad insinuazione del legato, spediti dei deputati ad Arezzo, per

concertarsi coi signori di Verona e di Ferrara intorno ai mezzi di

mantenere l'equilibrio d'Italia; ma Siena e Perugia, trovandosi in tanta

distanza da Milano, non si credevano esposte a verun pericolo, onde

ricusavano di fare sagrificj per la causa comune; e la subita morte di

Mastino fece abbandonare da tutti i deputati una dieta che non sapeva

prendere alcun partito. Can grande, che aveva sposata una nipote

dell'arcivescovo di Milano, approfittando di quest'occasione, strinse

con lui nuova alleanza[73].

[71] _Cortusior. Hist. l. X, c. 4 e 5, p. 933._

[72] _Chron. Esten. l. XV, p. 464. — Chronicon. Veron, l. VIII, p.

653._

[73] _Matteo Villani l. I, c. 76._

E per tal modo la repubblica di Firenze fu la sola che mostrasse

abbastanza coraggio per volersi opporre ai progressi della casa

Visconti. La diserzione di tutte le altre potenze lasciavanla esposta in

prima linea agli attacchi di così pericoloso vicino. Tutti i tiranni di

Romagna, tutti i gentiluomini ghibellini della Toscana si associavano al

signore di Milano, la di cui armata spedita per fare l'assedio d'Imola,

minacciava nello stesso tempo i confini della repubblica fiorentina, la

quale non poteva fidarsi ai trattati di pace che aveva convenuti con

quel tiranno[74].

[74] _Lo stesso, c. 77. — Cronica di Bologna t. XVIII, p. 423._

Conveniva per lo meno provvedere che le città toscane, che si

governavano a comune sotto la protezione della repubblica, non aprissero

ai Milanesi i passi delle montagne. Prato e Pistoja, città situate nel

piano medesimo di Firenze, stendevano la loro giurisdizione alle

montagne che dividono la Toscana dal Bolognese, ed il governo di queste

due città, che potevano diventare pericolose piazze d'armi in potere dei

nemici, non ispiravano troppa sicurezza al partito guelfo. A Prato la

famiglia de' Guazzalotti, resa potente dal favore dei Fiorentini, godeva

di un quasi tirannico potere. Gli antichi capi di questa famiglia erano

stati rimpiazzati, quando morirono, da gioventù invanita della propria

importanza in quella piccola città; affettava modi principeschi, e

disprezzo pei Fiorentini suoi antichi protettori. L'audacia sua giunse

tant'oltre di condannare a morte due innocenti cittadini, sospetti di

congiura, e di farne eseguire la sentenza malgrado le calde preghiere

della signoria fiorentina. Questa fece allora avanzare le sue milizie

fino alle porte di Prato, e prese in sua custodia la città; trattando in

pari tempo colla regina Giovanna, la quale aveva ereditato dal duca di

Calabria dei diritti sulla città di Prato, e facendo l'acquisto di tali

diritti alla sovranità di Prato per 17,500 fiorini, unì difinitivamente

quel piccolo stato al territorio fiorentino[75].

[75] _Matteo Villani, l. I, c. 71, 72, 73. — Jannoti. Manetti Hist.

Pistor. l. III, t. XIX, p. 1061._

I priori di Firenze avevano pure pensato di sorprendere Pistoja, e senza

averne ricevuta l'autorità dal popolo o dai consigli della repubblica,

avevano fatta tentare la scalata la notte del 26 marzo 1351. Ma i

Pistojesi, sdegnati per questo tradimento, avevano vigorosamente

rispinti gli assalitori; e mostravansi disposti di abbandonare il

partito guelfo e le antiche loro alleanze per vendicarsi di una ingiusta

aggressione. Dall'altro canto i Fiorentini, sebbene altamente

biasimassero la condotta de' loro priori, vedevansi costretti a cingere

d'assedio una città che sapevano vicina a darsi in mano dei Visconti.

Per altro le loro milizie astenevansi dal recare danno ad antichi

alleati, che attaccavano loro malgrado, ed i priori chiedevano

caldamente che si entrasse in negoziazioni, onde colla mediazione di

alcuni gentiluomini guelfi ottennero di stabilire un trattato fra le due

repubbliche. La libertà della più debole fu mantenuta nella sua

integrità; ma i Fiorentini ottennero di mettere guarnigione nella

fortezza di Pistoja e nelle altre due fortezze di Serravalle e della

Sambuca[76]. Alcune delle porte della Toscana parvero in tal modo chiuse

al tiranno della Lombardia; ma altrove, rivoluzioni eccitate da' suoi

maneggi in vicinanza di questa provincia gli aprivano nuove strade.

Ovunque un usurpatore occupava il governo, il Visconti acquistava un

alleato, e la repubblica un nemico. Ad Orvieto Benedetto Monaldeschi,

che voleva appropriarsi il supremo potere, si assicurò preventivamente

l'assistenza dell'arcivescovo di Milano; adunò in propria casa i suoi

satelliti, e loro distribuì le armi; fece loro conoscere il segno dietro

il quale dovevano recarsi in piazza, indi portossi in consiglio per

abboccarsi con due de' suoi parenti, i Monaldi ed i Monaldeschi, che

conosceva troppo incorrotti, per isperare che acconsentissero alla sua

usurpazione. Quando fu terminato il consiglio li chiamò da banda, e,

conducendoli innanzi alla propria casa, li fece assassinare sotto i suoi

occhi. Era questo il segno che aspettavano gli sgherri adunati presso di

lui; si affollarono subito in piazza, presero d'assalto il palazzo del

governo, saccheggiarono le case ed i magazzini de' mercanti, uccisero

coloro che facevano resistenza, e proclamarono Benedetto di Bonconte

Monaldeschi signore d'Orvieto. Dopo pochi giorni si rese pubblica

l'alleanza di questo nuovo signore coll'arcivescovo Visconti[77].

[76] _Matteo Villani, l. I, c. 95, 96, 97. — Cronaca di Bologna, t.

XVIII, p. 426. — Chron. Est. p. 464._ L'accordo fu fatto il 14

aprile del 1351.

[77] _Cron. d'Orvieto t. XV, p. 657. — Matteo Villani, l. I, c. 80,

p. 78._

Quasi nello stesso tempo Giovanni Cantuccio dei Gabrielli usurpò la

signoria di Gubbio sua patria, mentre gran parte de' suoi concittadini

trovavansi al governo, come podestà, di altre città d'Italia; perciocchè

tutti i gentiluomini di Gubbio seguivano la carriera della giudicatura,

e verun'altra città somministrò tanti rettori alle repubbliche italiane.

Un'armata di emigrati giunse in breve ad attaccare il nuovo tiranno,

formando di concerto coi Perugini l'assedio di Gubbio; ma Giovanni de'

Gabrielli, sebbene originario guelfo, chiamò in suo ajuto i Ghibellini;

le truppe dell'arcivescovo Visconti vennero a difenderlo, obbligando gli

assedianti a dar luogo[78].

[78] _Matteo Villani, l. I, c. 81 e 82._

Gli Ubaldini, gli Ubertini, i Tarlati ed i Pazzi erano intervenuti ad

una dieta tenuta dai Ghibellini in Milano nel mese di luglio; e si erano

veduti in quest'adunanza gli ambasciatori dei Pisani, i Castracani di

Lucca, i conti di Santafiora e di Spadalunga delle montagne di Siena, ed

i deputati dei signori di Forlì, di Rimini e di Urbino. Ogni cosa faceva

credere la burrasca vicina a piombare sulla repubblica fiorentina; ma

perchè l'arcivescovo di Milano l'andava ogni giorno assicurando del suo

vivo desiderio di conservare la pace e la buona intelligenza, i priori

di Firenze non aprivano gli occhi sui pericoli ond'erano minacciati, nè

pensavano a porsi in istato di difesa[79].

[79] _Matteo Villani, l. I, c. 77, l. II, c. 2._

Erasi scoperta in Bologna una pretesa congiura contro l'arcivescovo di

Milano, il quale aveva fatto punire colle verghe uno de' Pepoli, e

condannare co' suoi figliuoli a perpetua prigionia, onde ritogliergli il

danaro che gli aveva dato per acquistare la sua sovranità[80]. Mentre i

Fiorentini occupavansi di questo fatto, si seppe improvvisamente che un

emigrato Pistojese aveva sorpreso il castello della Sambucca che

signoreggiava il passaggio degli Appennini, nel mentre che Giovanni

d'Oleggio, generale del signore di Milano, trovavasi soltanto quattro

miglia lontano da Pistoja con un corpo dell'armata che poc'anzi formava

l'assedio d'Imola[81].

[80] _Chron. Esten. t. XV, p. 465. — Matteo Villani, l. II, c. 3. —

Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 423._

[81] _Matteo Villani, l. II, c. 4. — Petri Azarii Chron. c. 11, p.

327. — Cron di Bologna, p. 424._

Fortunatamente Giovanni d'Oleggio si trattenne due giorni alle falde

dell'Appennino per aspettare il rimanente delle truppe; onde cinquecento

cavalli e seicento fanti di Firenze ebbero tempo di gettarsi in Pistoja

il 28 luglio, prima che la città fosse cinta d'assedio, riparando in tal

modo col loro zelo la negligenza de' magistrati[82]. Ma la congiura

formata contro Firenze nella dieta dei Ghibellini a Milano scoppiò in

ogni parte. Le truppe adunate nelle diverse piazze della Lombardia

marciavano tutte alla volta della Toscana; i signori di Venezia e della

Romagna somministravano i convenuti sussidj di truppe all'armata

milanese; gli Ubaldini armavano tutti i loro vassalli degli Appennini;

ed alla testa de' medesimi bruciarono Firenzuola, le di cui mura non

erano ancora state rifatte, ed occuparono Montecoloreto[83]. Pietro

Saccone dei Tarlati, il più formidabile partigiano che avesse prodotto

l'Italia, guastava cogli Ubertini e coi Pazzi tutte le vicinanze di

Bibiena[84]. Temevasi in Firenze che anche i Pisani non si unissero a

tanti nemici, imperciocchè sapevasi che, come gli altri Ghibellini,

avevano ancor essi mandati i loro deputati alla dieta di Milano; ma il

timore di cooperare all'ingrandimento di un tiranno prevalse nel

consiglio di Pisa al furore dello spirito di partito, e la repubblica

ricusò di prendere le armi contro un popolo, bensì rivale, ma che solo

sosteneva in Italia la causa della libertà[85].

[82] _Matteo Villani, c. 5._

[83] _Matteo Villani, l. II. c. 6_.

[84] _Ivi, c. 7_.

[85] _Ivi, l. I, c. 4_.

I Fiorentini spedirono deputati a Giovanni d'Oleggio per chiedere i

motivi d'una aggressione non preceduta da veruna dichiarazione di

guerra, mentre sapevano di non aver dato all'arcivescovo di Milano, suo

padrone, verun motivo di lagnanza, e non avevano con lui alcuna

controversia. Oleggio gli accolse in presenza del suo consiglio di

guerra, e loro rispose in questi termini:

«Il nostro signore messer l'arcivescovo di Milano è potente, benigno e

grazioso signore: e non fa volentieri male ad alcuna persona: anzi mette

pace e accordo in ogni luogo, ove la sua potenzia si stende; ed è

amatore di giustizia, e sopra gli altri signori la difende e mantiene, e

qui non ci ha mandati per mal fare; ma per volere tutta Toscana

riducere, e mettere in accordo e in pace. E levare le divisioni, e le

gravezze, che sono tra i popoli, e comuni di questo paese. E però che a

lui è pervenuto e sente le divisioni e discordie, e sette, e le gravezze

che sono in Firenze, le quali conturbano, e gravano la vostra città, e

tutti i comuni di Toscana, ci ha mandati qui a fine, che noi vi

governiamo, e reggiamo in pace, e in giustizia per lo suo consiglio, e

sotto la sua protezione e guardia. E così intende di volere addirizzare

tutte le terre di Toscana. E dove questo non possa fare con dolcezza e

con amore, intende farlo per forza della sua potenzia, e degli amici

suoi. E a noi ha commesso, ove per voi non si ubidisca al suo buono e

giusto proponimento, che mettiamo la sua oste in sulle vostre porte,

intorno alla vostra città. E che ivi tanto manterrà quella,

accrescendola, e fortificandola continuamente; combattendo d'ogni parte

il contado e distretto del vostro comune, con fuoco e con ferro, e con

prede de' vostri beni, che tornerete per vostro bene a fare la volontà

sua[86].»

[86] _Matteo Villani l II, c. 8, p. 102._

I governi, macchiati dalla ingiustizia e dal tradimento, hanno spesso

fatto abuso dei nomi della virtù e dell'onore, e posto in bocca alla più

sfrenata ambizione i discorsi della moderazione e della giustizia: ben

possono essi, fin dove stendesi la loro autorità, non lasciar sentire

che la propria voce; ma non possono ingannare la posterità, come non

illudono coloro cui addirizzano i loro proclami. Le scritture cui

affidano le loro menzogne, non saranno conservate come documenti storici

che possano far conoscere i fatti o le intenzioni di coloro che le

pubblicarono, ma come infallibili testimonianze della bassezza e falsità

loro. Gli ambasciatori fiorentini, cui il Visconti d'Oleggio negò

passaporti per recarsi a Milano, alla corte dell'arcivescovo, tornarono

a Firenze ad informare la signoria della risposta ipocrita ed altera

loro data, la quale comunicata al popolo, e registrata nelle cronache,

eccitò lo sdegno universale, e somministrò nuove forze alla repubblica.

I Fiorentini mandarono in Prato ed in Pistoja tutte le truppe assoldate

che avevano, confidando la difesa delle altre fortezze agli abitanti

loro, e le milizie fiorentine si riservarono la custodia delle mura

della capitale. La signoria, sorpresa nel cuor della pace, non aveva al

suo soldo verun capitano di guerra, od armata in istato di tenere la

campagna, mentre il Visconti d'Oleggio aveva sotto i suoi ordini, nel

piano di Pisa, cinque mila corazzieri a cavallo, due mila cavallegeri, e

sei mila fanti. Con queste formidabili forze il generale milanese portò

il suo quartiere generale negli aperti villaggi di Campi, Brozzi e

Peretola, e spinse i saccheggi fino alle porte di Firenze[87].

[87] _Matteo Villani l. II, c. 9. — Chron. Est. p. 468. — Chr.

Mutin. Joh. de Bazano, p. 617._

Ma i contadini all'avvicinarsi dell'armata nemica eransi fatti solleciti

di riporre in luoghi di sicurezza tutto quanto possedevano di più

prezioso, e si erano riparati essi medesimi nelle castella murate coi

loro bestiami e gli approvigionamenti da bocca: onde i Milanesi non

tardarono a sentire la mancanza delle vittovaglie, ed a soffrire

gl'incomodi del caldo, ch'era di que' giorni estremo. Per procurarsi

approvigionamento, e soltanto per parlare ad un contadino o per entrare

in una casa, erano costretti d'intraprendere un assedio, giacchè la

campagna non aveva abitatori, trovandosi tutti gli agricoltori chiusi in

terre e castella murate. Onde non potendo l'Oleggio più lungamente

tenersi nel piano di Firenze, prese la via della valle di Marina, ed

entrò in quella di Mugello, ove dopo alcuni giorni di riposo intraprese

l'assedio di Scarperia[88].

[88] _Matteo Villani l. II. c. 11 e 12._

Il borgo di Scarperia era male fortificato, non avendo mura che da un

solo lato, e dagli altri una fossa con palafitta, e dietro la fossa le

muraglie delle prime case. La guarnigione consisteva in duecento

corazzieri e trecento fanti; mentre Oleggio alla sua formidabile armata

aveva di fresco uniti tutti i Ghibellini degli Appennini, onde vedevansi

le sue truppe coprire tutta la campagna. Non pertanto i comandanti di

Scarperia risposero all'intimazione d'arrendersi, che avevano mezzi per

difendere tre anni la fortezza loro affidata, e rispinsero vigorosamente

un primo assalto dato il giorno 20 d'agosto[89].

[89] _Matteo Villani l. II, c. 15. — Petri Azarii Notar. Novarien.

Chron. p. 328._

Mentre l'armata del Visconti veniva trattenuta sotto Scarperia, i

Fiorentini andavano assoldando cavalli; ma niun capitano rinomato voleva

entrare al loro servigio per non farsi nemico il signore di Milano.

Furono perciò costretti a rinunciare al progetto di mettersi in

campagna, e a dare ai cittadini fiorentini il comando delle compagnie

che arrolava la repubblica per afforzare i castelli del Mugello e i

passi delle montagne. I contadini accorrevano a militare sotto le

insegne di questi varj comandanti, che gli avvezzavano alla guerra con

giornaliere zuffe, attaccando con vantaggio e prendendo frequentemente i

convogli di viveri che giugnevano di Lombardia per mantenere l'armata

de' Visconti. I Sienesi avevano mandati ai Fiorentini un corpo di truppe

ausiliarie[90], ed i Pisani avevano ostinatamente ricusato di prender

parte nella guerra dell'arcivescovo, e di rompere il trattato di pace

che avevano fatto coi Fiorentini[91]. Entro Firenze l'ordine pubblico e

la tranquillità si mantenevano malgrado la guerra; i cittadini disarmati

attendevano al loro commercio, e la banca ossia _monte_ continuava i

pagamenti senza mostrare veruna diffidenza; mentre i soldati milanesi

sentivano essi soli quasi tutti i danni delle ostilità da loro

cominciate.

[90] _Agnolo di Tura Cron. di Siena t. XV, p. 126._

[91] _Matteo Villani l. II, c. 20. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1023._

Ma avvi abbaglio nella data. Pone essa questi avvenimenti nell'anno

1354, o 1353 volgare. _B. Marangoni Chron. di Pisa, p. 709._

Frattanto il castello di Scarperia veniva ostinatamente attaccato; le

macchine degli assedianti non cessavano nè giorno nè notte di lanciare

enormi massi di pietre; la guarnigione, resa debole da continue zuffe,

cominciava a prevedere che non avrebbe potuto resistere lungo tempo

contro forze tanto superiori; e la cavalleria ausiliaria, che i

Fiorentini aspettavano da Perugia, non aveva potuto giugnere, essendo

stata svaligiata da Pietro Saccone dei Tarlati, che l'aveva sorpresa con

un'imboscata[92]. La signoria, non avendo alla testa delle sue truppe un

generale sperimentato, non osava tentare la liberazione di Scarperia col

dare una battaglia, e cercò piuttosto di rinforzarne la guarnigione. Due

coraggiosi cittadini, un Giovanni Visdomini ed un Medici, che

professavano ambidue il mestiere delle armi, intrapresero di condurre,

il primo trenta corazzieri, l'altro ottanta pedoni scelti, a traverso al

campo nemico fino entro le mura di Scarperia. Tutti i soldati da loro

scelti erano tedeschi; l'armata dei Visconti trovavasi in gran parte

composta di mercenarj della stessa nazione, onde la confusione del

linguaggio agevolava la marcia degli avventurieri, che volevano

penetrare nel castello; altronde erano favoriti dall'oscurità della

notte; ed al loro ardire giovando assai la perfetta conoscenza dei

luoghi, e la sorpresa dei nemici, giunsero in Scarperia, ove questo

pugno di gente valorosa fu ricevuto con trasporti di gioja[93].

[92] _Matteo Villani l. II, c. 22. — Cronaca d'Arezzo in terza rima

di Ser Gorello, t. XV, c. 6, p. 838._

[93] _Matteo Villani l. II, c. 23._

Quando Visconti d'Oleggio vide che la perdita cagionata agli assediati

dalle baliste e dalle grandini delle freccie lanciate contro di loro,

non gli stringeva ad arrendersi, risolse di prendere la piazza

d'assalto. Aveva fatte preparare tutte le macchine da guerra allora

usate nell'attacco delle città; cioè torri mobili di legno, montoni

armati d'uncini, scale; oltre di che aveva fatto riempire le fosse. La

prima domenica d'ottobre diede un generale assalto; ma gli assediati,

fermi al loro posto, rovesciavano coloro che salivano le scale, o si

avvicinavano sui ponti delle torri mobili; versando sugli altri pece

bollente, pietre e dardi. Essi mai non lasciavano un solo istante senza

gente il più angusto tratto di muro, facendo cadere gli uni sopra gli

altri gli assalitori che successivamente si alzavano fino ai merli della

muraglia, e che ricadevano nelle fosse coperti di ferite. Oleggio aveva

calcolato di vincere i difensori di Scarperia colla stanchezza, e

conduceva successivamente all'assalto diversi corpi d'armata, opponendo

ogni mezz'ora truppe fresche a soldati affaticati dalla pugna. Ma gli

assediati, incoraggiati dal buon successo, mostravano di non sentire la

fatica; e per lo contrario gli assalitori si scoraggiavano vedendo le

perdite di coloro che gli avevano preceduti. Durava già da sei ore

l'attacco, quando Oleggio fece ritirare le sue truppe, abbandonando

presso le mura sessantaquattro scale che furono prese dagli

assediati[94].

[94] _Matteo Villani l. II, c. 29._

In appresso il generale milanese cercò di penetrare in Scarperia per una

mina; ma la galleria, che aveva fatta scavare, fu scoperta, e cacciata

con perdita la sua gente[95]. Dopo quattro giorni di riposo, diede un

secondo assalto generale, che non fu nè meno lungo nè meno ostinato del

primo; ma le sue truppe vennero respinte ancora più vergognosamente.

Tutte le macchine avanzate fin sotto le mura, e le stesse torri mobili,

che non potevano essere rifatte che con lungo lavoro, furono bruciate in

una sortita[96]. La stessa notte successiva al combattimento, gli

abitanti di Scarperia vennero attaccati per sorpresa: Oleggio aveva

promesso ai suoi contestabili tedeschi, per la presa di questo piccolo

castello, doppio soldo, mese intero ed un regalo di dieci mila fiorini.

A mezza notte, mentre gli assediati stavano medicando le loro ferite, o

riparando col sonno le perdute forze, nel campo milanese fu dato il

segno di armarsi. I raggi della luna cadevano obbliquamente sul

castello, ed illuminavano il campo e lo spazio che lo separava dalle

mura, mentre gli edificj di Scarperia gettavano sull'opposto lato

un'ombra estesa ed oscura. In questo cupo spazio, Oleggio aveva posti

trecento sergenti d'armi muniti di scale, mentre tutto il rimanente

dell'armata avanzavasi al suono delle trombe, e mettendo alte grida, dal

lato rischiarato dalla luna. Non dubitava il generale milanese, che

nella prima sorpresa di un notturno attacco, tutti gli abitanti di

Scarperia non si recassero verso la parte minacciata. Ma una migliore

disciplina era stata stabilita nel castello. Dall'istante dell'allarme

ognuno erasi portato in silenzio al suo posto; gli assediati occupavano

tutta l'estensione delle mura, e tenevano nascosti i lumi e le armi;

permisero agli assalitori d'innoltrarsi fino al piede delle mura; non

impedirono ai trecento sergenti di passare colle loro scale le due

fosse, e di cominciare a salire sul muro. Tutt'ad un tratto gli

assediati si fecero vedere, e, fortemente gridando, oppressero gli

assalitori con pietre preparate a tal uopo, e, rovesciando le loro

scale, gli spinsero tutti nella fossa. Dal lato illuminato dalla luna,

la pugna durò più lungamente; ma quando spuntò il giorno Oleggio fece

suonare a raccolta, e rinunciò al progetto di sottomettere un piccolo

castello, innanzi al quale tutta la potenza de' Visconti aveva perduta

la sua gloria[97].

[95] _Ib. c. 30._

[96] _Matteo Villani l. II, c. 31._

[97] _Matteo Villani l. II, c. 32. — Annales Cæsenates, t. XV, p.

1181._

Realmente i soldati cominciavano a mancare di vittovaglia, ed i cavalli

di foraggi; la stagione si faceva ogni giorno peggiore, onde il campo

milanese era pieno d'ammalati e di feriti. Oleggio dopo essersi

trattenuto ottantadue giorni nel territorio fiorentino, consumandone

sessantuno nell'inutile assedio di un debole castello, levò il campo il

16 ottobre, tornando nello stato bolognese per istrade signoreggiate da

gentiluomini ghibellini suoi alleati[98].

[98] _Matteo Villani l. II, c. 33._

Dopo la ritirata dell'esercito milanese i Fiorentini si presero cura di

premunirsi in avvenire contro somiglianti invasioni. Fortificarono tutti

i passaggi degli Appennini; assoldarono molte truppe regolari;

accrebbero le imposte in modo d'avere annualmente una rendita di 360,000

fiorini; e per ultimo in dicembre segnarono un trattato d'alleanza

difensiva colle tre comuni di Perugia, Siena ed Arezzo. Le quattro

repubbliche si obbligarono a tenere continuamente in sul piede di guerra

un'armata di tre mila cavalieri per la difesa della libertà. Ma la sola

Firenze ne aveva di già sotto le armi un numero ancora maggiore[99].

[99] _Ibid._

La potenza de' Ghibellini di Lombardia aveva fino a tale epoca trovato

il suo contrappeso in quella della casa guelfa che regnava in Napoli; ma

dopo che Giovanna era succeduta al saggio Roberto, tutte le forze de'

sovrani e del popolo, consumate in una terribile guerra civile, parevano

quasi affatto spente, ed i Fiorentini, stretti dall'arcivescovo di

Milano, volgevansi invano verso l'erede di quella casa d'Angiò, che

lungi dal potere difenderli, aveva essa stessa bisogno della loro

protezione.

Il re d'Ungheria aveva di nuovo nel 1350 attraversato l'Adriatico per

condurre nel regno di Napoli dieci mila uomini di cavalleria, che lo

avevano seguito montati sopra battelli scoperti[100]. Egli non aveva

galere per proteggere la sua flottiglia, di modo che, se Giovanna non

avesse lasciata perire la sua marina, essa avrebbe potuto agevolmente

fermare gli Ungari sulle opposte rive, o affondare le barche sulle quali

si avventuravano. Le truppe che, per una imperdonabile negligenza,

Giovanna aveva lasciate sbarcare nel regno, lo attraversarono con

facilità; occuparono presso che tutte le città delle due province

chiamate principati, ed in appresso assediarono Aversa, la sola piazza

che tentasse difendersi. Ma gli Ungari servendo il re in forza della

loro dipendenza feudale, non ricevevano da lui pagamento, e dopo un

breve termine avevano il diritto di tornare alle loro case. Aversa non

fu presa che nell'epoca in cui terminava l'obbligo loro, onde chiesero

di ripassare in Ungheria. Lo stesso re stanco delle sue guerre d'Italia,

perdeva ogni speranza di conquistare paesi, ove non pensava di stabilire

la sua dimora, e desiderava egualmente di riprendere la strada del suo

regno. Dal canto suo la regina Giovanna trovavasi debolissima, onde

chiedeva caldamente la pace, ed in seguito ad alcune conferenze, fu

conchiusa in ottobre del 1350 una tregua che doveva durare fino al 1º

aprile del susseguente anno. Si convenne che fino a tale epoca le due

parti conserverebbero i loro possedimenti, che i due re e la regina

uscirebbero dal regno, e che il papa, nel suo concistoro, rimarrebbe

solo giudice dell'attentato commesso contro il re Andrea. Se la corte

d'Avignone pronunciava essere la regina colpevole, questa doveva perdere

il regno, che sarebbe devoluto al re d'Ungheria: se la corte d'Avignone

la dichiarava innocente, il re doveva rinunciare a tutte le sue

conquiste, contro il pagamento di trecento mila fiorini a titolo di

spese della guerra. A queste condizioni Luigi d'Ungheria tornò ne' suoi

stati, dopo avere nominati suoi luogotenenti il cavaliere di Monreale

nella Terra di Lavoro, e Corrado di Guilford in Puglia[101].

[100] _Joh. de Thwrocz Chron. Hungar. p. III, c. 17, p. 182._

[101] _Matteo Villani l. I, c. 93. — Chron. Est. p. 462. — Vita

Nicolai Acciajuoli a Math. Palmerio t. XIII, p. 1214._

Dietro tale tregua il re d'Ungheria e la regina Giovanna spedirono

ambasciatori alla corte d'Avignone per rifare il processo intorno alla

morte del re Andrea. Ma gli Ungari, che oramai credevano di avere

bastantemente vendicato quest'assassinio, non appoggiavano con grande

impegno la loro accusa; ed il papa ed i cardinali erano tutti favorevoli

alla casa di Provenza: pure il delitto di Giovanna era tanto manifesto,

che non sapevano a qual partito appigliarsi per discolparla senza

disonorare sè medesimi. Dopo avere assai protratto il giudizio,

s'appigliarono per ultimo ad un partito, che ben mostra quanto la stessa

regina confidasse poco nella giustizia della sua causa. I commissarj di

Giovanna dichiararono che, quando potesse ancora provarsi che questa

principessa avesse mancato ai doveri coniugali, non doveva imputarsi il

di lei errore nè alla sua intenzione, nè a cattiva volontà, ma

riconoscere ch'ella aveva ceduto alla forza d'un sortilegio, e che la

debolezza d'una donna non aveva potuto resistere alla possanza degli

spiriti infernali. I commissarj confermarono la strana loro

giustificazione colle deposizioni di molti testimonj giurati; e i

giudici, cui le dirigevano, essendo ancor essi desiderosi di trovare un

pretesto per pronunciare un giudizio favorevole alla regina, la

dichiararono innocente del delitto commesso contro Andrea, ed

annullarono l'accusa che da tanto tempo pesava sul suo capo[102].

[102] _Matteo Villani l. II, c. 24._

Questo giudizio per altro non ridonò immediatamente la pace al regno di

Napoli, perchè la corte d'Avignone trovava di suo utile il prolungamento

dell'anarchia. Clemente VI non aveva voluto dare a Luigi di Taranto,

sposo di Giovanna, altro titolo che quello di re di Gerusalemme, e non

aveva voluto ratificare il trattato tra lui ed il re d'Ungheria. Vero è

che gli Ungari si erano ritirati dal regno, ma Luigi di Taranto doveva

far guerra ai suoi propri baroni, e non trovava in verun luogo chi

volesse ubbidirgli. Egli non aveva danaro per mantenere un'armata, e

nemmeno per supplire ai proprj più immediati bisogni. Erasi avanzato

fino a Sulmona con intenzione di sottomettere i ribelli della Puglia; e

colà vedevasi abbandonato da' suoi soldati, e deriso dalla nobiltà,

mentre le principali città del regno rifiutavano d'aprirgli le porte. In

tale quasi disperata situazione, ebbe notizia in dicembre del 1351, che

il papa lo aveva riconosciuto in pieno concistoro per re di Napoli e di

Sicilia. La coscienza del pontefice erasi risvegliata repentinamente,

quando una grave malattia l'aveva condotto al limitare del sepolcro, e

da quell'istante manifestava la più viva impazienza di rendere la pace

all'Italia[103].

[103] _Matteo Villani l. II, c. 61._

In un secondo concistoro tenuto nel susseguente mese, cui assistettero

il vescovo di Cinque chiese e Corrado di Guilford quali plenipotenziarj

del re d'Ungheria, Clemente VI ratificò la tregua che esisteva tra i due

monarchi, e la commutò in perpetua pace. Riconobbe Luigi di Taranto e

Giovanna di Provenza come re e regina di Napoli; e nella sua qualità di

abituale signore accordò che il regno venisse a certe epoche

assoggettato al pagamento di trecento mila fiorini, promessi al re

Ungaro per ispese di guerra. Gli ambasciatori d'Ungheria si fecero

allora a parlare, e contro l'universale aspettazione dichiararono che il

re, loro padrone, non avendo fatta la guerra in Italia per ammassare

danaro, ma per vendicare il sangue di suo fratello, assolveva il re, la

regina ed il regno dei trecento mila fiorini a lui promessi, e senza

veruna condizione rimetteva la regina Giovanna nell'intero godimento

dell'eredità de' suoi maggiori[104].

[104] _Matteo Villani l. II, c. 65. — Bonfin. Rer. Hung. Dec. II, l.

X, p. 267._ — Il re rilasciò in pari tempo i principi del sangue

detenuti a Wisgrade, e li rimandò fino a Venezia. — _Joh. de Thwrocz

Chr. Hun. p. III, c. 25, p. 186._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 06 (of 16) · 第 3 / 15 题