_Carestia e peste in Italia. — Nuove fazioni di Pisa. — Guerre
del re d'Ungheria e della regina Giovanna. — Secondo Giubileo._
1347 = 1350.
Il quattordicesimo secolo forma una delle più gloriose epoche
dell'Italia; perciocchè in verun tempo vi si coltivarono le lettere con
maggior ardore, nè furonvi accolti ed onorati i dotti con maggiore
entusiasmo: in verun altro tempo non si acquistarono tanti lumi nè si
disseminarono così generalmente tra gli uomini; in niun altro secolo
furono tramandati alla posterità più nobili monumenti del genio
creatore, o del più ostinato lavoro. Il rinnovamento delle greche e
latine lettere, la creazione dell'idioma italiano e della moderna
poesia, l'arte d'insegnare la politica nella storia e di dare agli
uomini nel racconto degli avvenimenti una lezione allettatrice ad un
tempo ed istruttiva; il perfezionamento della giurisprudenza, i rapidi
progressi della pittura, della scultura, dell'architettura e della
musica, sono cose di cui l'Europa va debitrice agli Italiani del
quattordicesimo secolo. Ma quest'epoca, che per tante ragioni vuol
essere attentamente studiata, non fu per l'umanità egualmente felice.
Molte di quelle virtù che innalzano il carattere degli uomini, che
associandosi alle loro passioni, le nobilitano, erano affatto scomparse,
ed avevano preso il loro luogo que' ributtanti vizj che deturpano la
storia che noi scriviamo. Sicuri mezzi per giugnere alle principali
cariche nelle corti de' principi erano la vile adulazione, la bassezza,
l'intrigo, il vizio. I piccoli sovrani offrivano lo scandaloso esempio
di tutti i delitti; la più ributtante dissolutezza regnava nell'interno
de' loro palazzi; il veleno e l'assassinio erano ogni giorno adoperati a
mantenere il loro governo, e numerose bande di sicarj vivevano al soldo
de' sovrani, i quali ne ricompensavano i servigi con una illimitata
protezione. Nelle case principesche, la passione di regnare, non
raffrenata dal timor del delitto, eccitava frequenti rivoluzioni,
preparate dalla più nera perfidia, consumate coi più atroci delitti, o
prevenute con orribili crudeltà. Nei tribunali un potere arbitrario e
spesso ingiusto trovava nella punizione dei delitti una sorgente di
ricchezze per il sovrano, che, sospettoso per avarizia, valutava le
prove estorte colla tortura e castigava gli accusati con orrendi
supplicj. L'ambizione, che nelle faccende politiche preferiva per
vincere il tradimento alle armi, distruggeva la fede de' trattati, la
sicurezza delle alleanze, ogni legame d'amicizia tra i popoli. Truppe
mercenarie, perfide, crudeli, sacrificavano in guerra il proprio sovrano
al nemico che voleva offrir loro più vantaggiose condizioni; e
risparmiando le armate nemiche, non danneggiavano che le pacifiche
campagne e gl'innocenti cittadini.
Il disprezzo d'ogni legge e d'ogni morale per parte dei principi era un
esempio tanto più pernicioso, in quanto che ogni città aveva una piccola
corte, la quale era pei cittadini una scuola d'immoralità, di
corruzione, di delitto. I tiranni, perchè più vicini alla vita privata,
corrompevano più facilmente i costumi de' loro sudditi; ed essendo
moltissimi, guastavano dappertutto la pubblica morale, perchè i delitti
politici si moltiplicavano in ragione del loro numero. Il sentimento
delle immutabili leggi della morale e della religione era distrutto
dalla storia d'ogni giorno, e dalle rivoluzioni di ogni stato.
Le stesse repubbliche non erano preservate da questa generale
corruzione. Circondate da ogni banda da piccoli principi che loro
tendevano frequenti insidie, adottarono più d'una volta la tortuosa
politica de' loro nemici e si resero sospette di perfidia. Le immense
ricchezze ammassate col commercio avevano alterata la purità de'
principj repubblicani, e l'oro era diventato un mezzo troppo sicuro per
acquistare il favore del popolo, ed ottenere le supreme magistrature.
Non guardavasi più tanto ai modi adoperati per acquistare le ricchezze;
e colui che _malaversava_ in una pubblica amministrazione e si
appropriava il danaro dello stato, sapeva di trovar sempre sufficienti
mezzi per ricuoprire le sue concussioni, qualunque volta gli
procurassero una grande opulenza. Scandalosi furti furono commessi in
Firenze in tempo della guerra di questa repubblica con Mastino della
Scala, e le pene inflitte dal duca d'Atene ai comandanti d'Arezzo e di
Lucca furono, sebbene arbitrarie, fors'anche meritate. Non parleremo
della violenza delle civili dissensioni, nè delle rivoluzioni che davano
e toglievano il governo alle diverse classi dei cittadini: gli è questo
il necessario destino delle repubbliche, e il prezzo con cui esse pagano
i moltiplicati talenti, e l'energia di carattere e le generose passioni
che non trovansi che presso di loro. Rimprovereremo bensì a queste
repubbliche d'avere intieramente abbandonata l'arte e lo spirito
militare, d'aver lasciato che si spegnesse ne' cittadini e ne' sudditi
il valore italiano; e d'essersi in tal modo assoggettate prima alle
mercenarie milizie tedesche che le tradivano, poscia a quelle compagnie
di avventurieri che le rendevano vergognosamente tributarie.
Mentre l'Italia era travagliata da tanti disordini e da tanti mali, fu
colpita tutto ad un tratto dai più terribili flagelli che il cielo abbia
riservati per castigo della terra. Una crudele carestia e la più
mortifera peste di cui le storie abbiano conservata la memoria; e
potrebbe aggiugnervisi per terzo flagello l'invenzione dell'artiglieria,
che rimonta precisamente a quest'epoca sventurata. L'invenzione delle
armi da fuoco ebbe per l'umana specie più funeste conseguenze, che la
peste e la carestia; ella sottopose al calcolo la forza dell'uomo;
ridusse il soldato ad essere una semplice macchina; tolse al valore
quanto era in esso di più nobile, quanto era dipendente dal carattere
personale; accrebbe il potere dei despoti, ed indebolì quello delle
nazioni; spogliò le città dalla loro sicurezza, e le mura della
confidenza che ispiravano. Ma i durevoli effetti di così funesta
invenzione non si manifestarono che dopo lungo tempo. Le bombarde, di
cui parlano gli storici la prima volta, quando furono adoperate il 26
agosto del 1346 nella battaglia di Crécy, tra gl'Inglesi ed i Francesi,
non parvero a principio che macchine proprie a lanciare alcune palle, di
cui tutto il vantaggio riducevasi a spaventare i cavalli coll'esplosione
e col fuoco che produceva. Il re d'Inghilterra che solo aveva
bombardieri nell'armata, gli aveva infatti collocati tra gli arcieri,
sui carri onde aveva circondato il suo campo. «Le loro bombarde, dice
Giovanni Villani, gettavano piccole palle di ferro e fuoco per
ispaventare e confondere i cavalli[1]. Gli arcieri inglesi, dice più
sotto, tiravano tre freccie, mentre che i genovesi al servizio della
Francia ne tiravano una sola. Aggiugnevasi a questo vantaggio il colpo
delle bombarde che facevano tanto fracasso e scuotimento, che sarebbesi
detto che Dio tuonava; uccidendo con ciò molta gente, e mettendo in
disordine i cavalli[2].» Il Villani morì due anni dopo la battaglia di
Crécy, onde non può essere sospetto di anacronismo, e le bombarde di cui
parla sono a non dubitarne un'arma da fuoco della natura delle
presenti[3]; ma egli non suppose tale invenzione di così grande
importanza, che fosse prezzo dell'opera il darne più circostanziata
relazione; ed infatti i cambiamenti che l'artiglieria doveva produrre
nell'arte della guerra, non si fecero sensibilmente conoscere, che un
secolo e mezzo più tardi.
[1] _Gio. Villani, l. XII, c. 65._
[2] _Ivi, c. 66._
[3] Lo storico di Pistoja, che morì ancor egli nel 1348, parla nella
stessa epoca delle bombarde, _t. XI, p. 516_; e l'anonimo romano
dice che nel successivo anno, nell'assedio di Calais, _Odoardo gettò
fuoco nella terra, bombarde, spingarde ed altre orribili cose_. —
_Ant. Ital. t. III, p. 389._
Lo stesso anno l'intemperie delle stagioni fu la principal cagione della
carestia. L'eccessive piogge dell'autunno del 1345 non permisero le
seminagioni in ottobre e novembre, e fecero marcire il frumento che
cominciava a germogliare. Nella seguente primavera ricominciarono le
piogge con eguale ostinazione, e ne' tre mesi di aprile, maggio e
giugno, la terra fu sempre o inondata o talmente umida che le sementi
sparse in primavera e quelle del granoturco non riuscirono meglio di
quelle dell'autunno. Nè questa sciagura si ristrinse ad una sola
provincia, ma si estese a tutta l'Italia, alla Francia, e ad altri
paesi; onde non erasi mai fatto un così scarso raccolto come nel 1346.
Il vino, l'olio ed ogni altro prodotto della terra mancò egualmente. Ben
tosto si dovettero distruggere quasi tutti i pollami, per non avere di
che alimentarli[4]. La carne da macello si rese subito assai cara; ma
più che tutt'altro il frumento venne meno in una sorprendente maniera,
non avendo le terre dato che il quarto, o soltanto il sesto
dell'ordinario prodotto. Al raccolto una misura di grano pagavasi a
Firenze trenta soldi, ed andò ogni giorno crescendo di prezzo in maniera
che il primo giorno di maggio del 1347 vendevasi più del doppio;
incarirono pure l'orzo e le fave, e carissima era perfino la crusca, lo
che era sicura prova che i miserabili cercavano di alimentarsi con
questo grossolano ed insalubre cibo[5].
[4] Un pajo di capponi pagavasi dal fiorino d'oro a quattro lire,
ossia dodici in quindici lire tornesi; i pollastri ed i piccioni
dieci in dodici soldi fiorentini al pajo, la carne più comune sette
in otto soldi, e la migliore dodici soldi. Questi prezzi
corrispondono peso per peso, ma il danaro valeva allora il quadruplo
di quel che vale al presente.
[5] La misura o stajo di Firenze pesa 36 libbre peso di marco; il
fiorino d'oro del valore di 12 lire tornesi, stimavasi allora 3 lire
e 2 soldi. Un quintale di frumento ammontò dunque al prezzo di 36
lire peso per peso, cioè a sei luigi calcolando il cambiamento che
le miniere d'America portarono nel valore delle specie.
Per altro il governo di Firenze fece tutto quanto poteva per procurarsi
un bastante approvigionamento; fece comperare frumento in Calabria, in
Sicilia, in Sardegna, in Tunisi ed in tutta la Barbaria; pagò anticipate
somme, senza lasciarsi sgomentare dalla carezza delle derrate, e
credette di essersi assicurati quaranta mila moggia di frumento, e
quattro mila di orzo[6]. Ma i mercanti pisani e genovesi coi quali esso
era costretto di contrattare per fare sbarcare il grano a Pisa o a
Genova, non poterono soddisfare alle loro promesse, perchè, trovandosi
queste città egualmente afflitte da crudele carestia, i loro magistrati
cominciarono a provvedere ai proprj bisogni prima di lasciar sortire il
grano, onde Firenze non ebbe più della metà del quantitativo acquistato
dal governo. I Fiorentini fecero pure alcune provvigioni nelle Maremme e
nella Romagna, sebbene in queste province, come anche a Bologna, le
derrate non fossero meno scarse nè meno rare di quel che lo fossero in
Firenze[7].
[6] Il moggio di Firenze equivale a 864 libbre, peso di marco.
[7] _Cronica Miscella di Bologna t. XVIII, p. 404._
La signoria mandava ogni giorno al mercato sessanta in ottanta moggia di
frumento, che faceva vendere ai prezzi comuni, prima 40 soldi, poi 50
per stajo. Ma siccome tale quantità non era sufficiente, perchè un
immenso numero di cittadini, avvezzi negli altri anni a vendere il loro
frumento al mercato, venivano invece a comperarne; la signoria fece
fabbricare de' forni, ne' quali impiegavansi dagli ottantacinque ai
cento moggia di frumento per far pani del peso di sei once, ne' quali la
crusca era mista colla farina; e questi si distribuivano in ragione di
due per persona pel prezzo di quattro denari fiorentini per pane. Ma
quando alla porta de' venditori si videro formarsi attruppamenti di
persone che facevano più fortemente sentire l'estensione della pubblica
miseria, e spargevano lo spavento nel popolo, il governo risolse di
mandare di casa in casa i due pani per testa, secondo il numero delle
persone che componevano ogni famiglia. In aprile del 1347 apparve dai
registri, che novantaquattro mila persone ricevevano in tal modo il loro
pane dallo stato; e non pertanto i borghesi un poco agiati non erano
compresi in questo ruolo, perchè si erano approvigionati, o compravano
dai fornai a più alto prezzo un pane di migliore qualità. Tutti i poveri
e tutti i Regolari mendicanti che vivevano di elemosine, non erano pure
compresi, sebbene grandissimo ne fosse il numero; imperciocchè erano
stati obbligati ad uscire da tutte le terre e villaggi vicini; e la
miseria o la fame gli aveva riuniti in Firenze. Tale non pertanto fu la
generosità e la carità cristiana de' Fiorentini, che, durante questa
carestia, verun povero, verun forastiere, verun contadino, fa escluso
dalla città, e tutti furono soccorsi ed alimentati colle pubbliche o
private elemosine. «Quindi, soggiugne il Villani, dobbiamo sperare in
Dio, che non vorrà castigare gli enormi peccati de' nostri concittadini;
oimè, noi l'abbiamo pur detto, la città nostra n'è pur troppo macchiata;
ma secondo il suo beneplacito e la sua misericordia, compenserà i nostri
errori colle elemosine dei nostri buoni e virtuosi cittadini, come ha
fatto con Ninive: imperciocchè lo disse egli medesimo, che l'elemosina
cancella il peccato[8].»
[8] _Gio. Villani l. XII, c. 72._
Questa carestia era stata in Italia generale, nè tutte le città avevano
con sì saggi regolamenti o così generosi, provveduto ai bisogni del
popolo; quindi lasciò una tale debolezza nel temperamento della massa
del popolo, ed una disposizione alle malattie epidemiche, che non
tardarono a manifestarsi. Frattanto, affinchè il povero non fosse ad un
tempo tormentato dalla carestia, dalla malattia e dai creditori, la
signoria di Firenze sospese le procedure forensi per i minuti debiti, e
nel giorno di Pasqua, facendone come un'offerta a Dio, liberò tutti i
carcerati per debiti verso il comune, e tutti coloro che trovavansi
nelle prigioni per leggieri delitti. Nello stesso tempo diede a tutti
quelli ch'erano tediati per multe, la facoltà di redimersi pagando il
quindici per cento della somma portata dalla sentenza; ma la miseria era
tanto grande che pochissimi hanno potuto approfittare di questo
favore[9].
[9] _Gio. Villani l. XII, c. 82._
Nella state del 1347 la mortalità fu in Firenze grandissima,
specialmente tra i poveri, nelle donne e ne' fanciulli, calcolandosi che
l'epidemia abbia tolti quattro mila individui. Ma nello stesso tempo un
più terribile flagello preparavasi in Oriente. Nelle relazioni de'
fenomeni che accompagnarono la peste non è agevole cosa lo sceverare i
racconti popolari, che la superstizione risvegliata dal timore faceva
avidamente ammettere, dalle più vere calamità cagionate senza verun
dubbio dall'epidemia. Nel regno di Casan, secondo racconta Giovan
Villani, la terra fu agitata da violenti scosse, affondarono molte città
e villaggi, le voragini apertesi vomitavano fiamme, che, comunicandosi
alle erbe aride, si stesero da ogni banda, in distanza di molti giorni
di cammino. Coloro che si sottrassero a questo disastro, seco portarono
una malattia contagiosa che sparsero sulle rive del Tanai ed a
Trabisonda, malattia funesta che di cinque persone quattro ne uccideva.
A Sebastia le piogge furono accompagnate dalla caduta di una enorme
quantità d'insetti neri, che avevano otto gambe e la coda, parte morti e
parte vivi; questi avvelenavano col morso, la putrefazione degli altri
infettava l'aria. La peste cominciata in questi due paesi si sparse in
tutto il Levante, corse la Siria, la Caldea, la Mesopotamia, l'Egitto,
le isole dell'Arcipelago, la Turchia, la Grecia[10], l'Armenia, la
Russia[11]. I mercanti italiani, dimoranti in vari porti del Levante,
cercarono di salvarsi fuggendo colle loro merci; otto galere genovesi,
tra le altre, partirono dalle coste del mar Nero, ma portavano il
contagio con loro. Quando arrivarono in Sicilia, avevano già perduti
tanti marinai, che quattro galere furono abbandonate. Gli ammalati che
scesero a terra, comunicarono l'infezione agli abitanti della città
nella quale avevano sbarcato, di dove rapidamente si sparse in tutta la
Sicilia, la Corsica, la Sardegna, e sulle coste del Mediterraneo. I
mercanti che continuavano a fuggire, sbarcarono gli uni a Pisa, gli
altri a Genova, e perchè di que' tempi non prendevasi veruna cautela per
impedire la comunicazione delle epidemie, seco portarono la morte
ovunque sbarcarono. Nel 1348 la peste dominava in tutta l'Italia ad
eccezione di Milano, e di alcuni paesi presso le Alpi, ove non fu quasi
conosciuta. Lo stesso anno valicò le montagne, e si stese nella
Provenza, nella Savoja, nel Delfinato, nella Borgogna, e, per la via
d'Acquamorta, penetrò nella Catalogna. Nel susseguente anno occupò tutte
le altre terre occidentali fino alle rive del mare Atlantico; la
Barbaria, la Spagna, l'Inghilterra e la Francia. Il solo Brabante parve
sottratto a tanta sventura, o leggermente toccato. Nel 1350 il contagio
si avanzò al Nord, spargendosi tra i Frisoni, Tedeschi, Ungari, Danesi e
Svezzesi[12]. Fu allora e per effetto del contagio, che la repubblica
d'Islanda fu distrutta. La mortalità fu tanto grande in quest'isola
agghiacciata, che gli sparsi abitanti cessarono di formare un corpo di
nazione.
[10] _Nicephorus Gregoras Hist. Byzan. l. XVI, c. 1., p. 405._
[11] _Gio. Villani, l. XII, c. 83._
[12] _Matteo Villani, l. I, c. 2, p. 12, t. XIV, Rer. It._
I sintomi di questa peste non furono in ogni luogo i medesimi.
Nell'Oriente un'emorragia di naso era certo presagio della sopraggiunta
malattia e della morte. A Firenze, in principio della malattia,
manifestavasi o presso l'ano o sotto le ascelle un'enfiatura della
grossezza d'un uovo ed anche maggiore. Più tardi quest'enfiatura, detta
_gavocciolo_, manifestavasi indistintamente in qualsiasi parte del
corpo; ed ancor più tardi la malattia mutò i sintomi, che furono
d'ordinario macchie nere o livide, in alcuni larghe e rare, piccole in
altri e spesse. Vedevansi a bella prima su le braccia o su le cosce, poi
su tutto il corpo[13]: e come il _gavocciolo_, erano queste presagio di
vicina morte. L'arte di niun medico poteva mettere argine al male,
sebbene quando cominciò l'epidemia, oltre i dottori di professione, un
infinito numero di ciarlatani prescrivessero molti rimedj che non
salvarono un solo ammalato. I più morivano il terzo giorno, e quasi
tutti senza febbre o verun nuovo accidente.
[13] Ho preso quasi per intero questa descrizione della peste dalla
famosa introduzione del Decamerone di Giovanni Boccaccio.
Bentosto tutti i luoghi infetti furono colpiti da estremo spavento,
vedendosi con quale prodigiosa rapidità dilatavasi il contagio.
Comunicava immediatamente l'infezione non solo il conversare cogli
ammalati, ed il contatto loro, ma ben anche il solo toccare le cose da
loro toccate. Furono veduti animali cader morti per avere toccati gli
abiti degli appestati, gittati nelle strade. Allora non si ebbe più
rossore di mostrarsi vile ed egoista. Nè solo i cittadini evitavansi gli
uni gli altri, ma i vicini abbandonavano i loro vicini, ed i parenti, se
pure talvolta si visitavano, tenevansi a tale distanza dall'ammalato che
manifestava il loro terrore; ben tosto fu veduto il fratello abbandonare
il fratello, lo zio il nipote, la sposa il marito, e perfino alcuni
genitori i proprj figli. E per tal modo all'infinito numero degli
ammalati non rimase altro sussidio che l'eroismo di un piccolo numero di
amici, o l'avarizia de' servi, che per un grossissimo stipendio
disprezzavano il pericolo. Questi ultimi erano per la maggior parte
contadini affatto rozzi, e poco avvezzi a servire ammalati, onde tutti i
loro servigi riducevansi d'ordinario ad eseguire alcuni ordini che loro
davano gli appestati, ed a portare alle famiglie la notizia della loro
morte. Da tale abbandono e dal terrore che colpiva gli spiriti, nacque
un'usanza affatto contraria agli antichi costumi; che una donna giovane,
bella e modesta, non rifiutava di farsi servire nella sua malattia da un
uomo, comunque giovane, e di spogliarsi in sua presenza qualunque volta
lo richiedeva la cura della malattia, come se si fosse trovata con una
donna.
Un'antica costumanza di Firenze richiedeva che i parenti ed i vicini
d'un morto si adunassero nella di lui casa per piagnerlo insieme alle
più strette parenti, mentre i vicini e gli amici si riunivano coi preti
innanzi alla casa. In appresso il morto era portato alla chiesa,
indicata da lui medesimo prima di morire, da uomini della sua
condizione; il feretro veniva preceduto dai preti che cantavano portando
accesi cerei, e chiudevano la pompa funebre i cittadini che si erano
adunati innanzi alla porta. Ma queste costumanze cessarono mentre la
peste infieriva, e furono sostituite contrarie pratiche. Non solo gli
ammalati morivano senz'essere circondati da molte donne, anzi più non
avevano neppure una sola persona che li servisse negli estremi istanti
della vita. Erano tutti persuasi che la tristezza disponeva i corpi a
contrarre più facilmente la malattia; credevasi dimostrato che la gioja
ed i piaceri erano il più sicuro rimedio contro la peste, e le stesse
donne cercavano di farsi inganno sul lugubre apparecchio de' funerali,
col riso, coi giuochi, coi motteggi. Pochi cadaveri si portavano al
sepolcro accompagnati da più di dieci o dodici vicini, ed i portatori
non erano già onorati cittadini della stessa condizione del defunto, ma
persone della più abbietta plebe che facevansi nominare _Becchini_. Per
un grosso stipendio trasportavano precipitosamente il feretro non già
alla chiesa destinata dal morto, ma alla più vicina. Venivano spesso
preceduti da quattro o sei preti con piccolo numero di cerei, e talvolta
ancora andavano senza preti, i quali per non affaticarsi con troppo
lunghe ufficiature o troppo solenni, riponevano il cadavere coll'ajuto
de' _Becchini_ nella prima fossa che trovavano aperta.
La sorte dei poveri e delle persone di mezzana condizione era ancora
peggiore; ritenuti dalla povertà in case malsane, e vicinissimi gli uni
agli altri, cadevano infermi a migliaja; e siccome nè venivano curati,
nè serviti, morivano quasi tutti. Moltissimi sia di giorno sia di notte
terminavano nelle strade l'infelice loro esistenza; altri, abbandonati
nelle loro case, non si sapevano morti dai loro vicini che per la puzza
ch'esalava dal loro cadavere. Il timore dell'infettamento dell'aria,
assai più che la carità, consigliava i vicini a visitare gli
appartamenti, a far esportare i cadaveri dalle case, ed a collocarli
avanti alle porte. Ogni mattina potevano vedersene molti così deposti
nelle strade; facevansi in appresso addurre i feretri, o in loro
mancanza una tavola, sopra la quale portavasi il cadavere alla fossa.
Più d'un feretro contenne nello stesso tempo il marito e la moglie, il
padre ed i figli, o due e tre fratelli. Quando due preti con una croce
accompagnavano un feretro e dicevano l'ufficio de' morti, da ogni porta
vedevansi uscire altri feretri che si associavano al convoglio, ed i
preti che non eransi convenuti che per un solo morto, ne trovavano sette
ed otto da seppellire.
Il terreno sacro più non bastava a tanti cadaveri, onde si cominciò a
scavare ne' cimiterj grandissime fosse, nelle quali collocavansi a
strati di mano in mano che vi si portavano, poi si ricoprivano con poca
terra. Frattanto i vivi, persuasi che i divertimenti, i giuochi, i
canti, l'allegria potevano soli camparli dalla peste, ad altro più non
pensavano che a trovare godimenti, non solo nelle proprie, ma ancora
nelle altrui case, qualunque volta credevano trovarvisi cosa di loro
piacere. Tutto era in loro balìa, imperciocchè ognuno, quasi più non
dovesse vivere, aveva abbandonata ogni cura di sè stesso e delle sue
sostanze. La maggior parte delle case erano diventate comuni; e coloro
che vi entravano, ne usavano come di cosa loro propria. Distrutto era il
rispetto per le leggi divine ed umane; i loro ministri e coloro che
dovevano procurarne l'esecuzione, erano morti o infermi, e privi in
maniera di guardie e di subalterni, che non potevano incutere verun
timore; onde ognuno risguardavasi come libero di fare tutto quello che
venivagli in grado di fare.
Le campagne non erano più risparmiate delle città, ed i castelli ed i
villaggi erano piccole immagini della capitale. Gli sventurati
agricoltori, che abitavano le case sparse ne' campi, i quali non
potevano sperare ne' consigli di medici, nè assistenza di servi,
morivano sulle pubbliche strade, ne' campi, o nelle loro case non come
uomini, ma come bestie. E per tal modo diventati non curanti di tutte le
cose di questo mondo, come se giunto fosse il giorno della loro morte,
più non pensavano di domandare alla terra i suoi frutti, o il prezzo
delle loro fatiche, ed invece sforzavansi di consumare quelli che
avevano di già raccolti. I bestiami, cacciati dalle case, erravano pei
campi abbandonati, tra le messi che non eransi raccolte, e per lo più
rientravano senza guida in sulla sera nelle loro stalle, sebbene più non
rimanessero padroni o pastori per custodirli.
Veruna peste in altro tempo aveva colpite tante vittime. A Firenze e nel
suo territorio, di cinque persone ne morirono tre[14]. Pensa il
Boccaccio che la sola città perdesse più di cento mila individui. A
Pisa, di dieci persone ne morirono sette; ma sebbene in questa città,
come altrove, si fosse conosciuto per prova che chiunque toccava un
morto o le sue vesti, e anche soltanto il danaro, era preso dal
contagio, e sebbene più non si trovasse alcuno che per qualunque somma
volesse rendere ai morti gli estremi ufficj, pure niun cadavere restò
nelle case senza sepoltura. I cittadini chiamavansi gli uni gli altri in
nome della carità cristiana, e si dicevano: «ajutiamoci a portare questo
morto alla fossa, affinchè altri ci portino quando morremo[15].»
Racconta lo storico Angelo di Tura, che a Siena, ne' quattro mesi di
maggio, giugno, luglio ed agosto, la peste rapì ottantamila persone: e
che egli medesimo seppellì colle proprie mani i suoi cinque figli nella
stessa fossa[16]. La città di Trapani in Sicilia rimase affatto deserta,
essendo morti fino all'ultimo tutti gli abitanti[17]. Genova ne perdette
40,000; Napoli 60,000; e la Sicilia, compresa non v'ha dubbio la Puglia,
530,000[18]. In generale si calcolò che in tutta l'Europa, la quale
dall'una all'altra estremità andò soggetta a così terribile flagello,
furono distrutti tre quinti della popolazione.
[14] _Matteo Villani l. I, c. 2._
[15] _Chroniche di Pisa t. XV, p. 1021._ — Si veda ancora intorno
alla peste di Padova, _Cortusior. Hist. l. IX, c. 14, t. XII, p.
926_.
[16] _Cronica Sanese t. XV, p. 123._
[17] _Chron. Esten. t. XV, p. 448._
[18] _Ibi, e Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 409._
Nè la perdita dell'Europa deve solamente valutarsi pel numero dei morti,
ma inoltre per la qualità degli illustri personaggi che perirono,
mentre, come osserva uno storico di Rimini, la peste risparmiò tutti
coloro la di cui morte era desiderabile[19]. Quello che più merita
d'essere da noi compianto, è Giovanni Villani, lo storico più fedele,
più veridico, più elegante e più animato, che avesse fin allora prodotto
l'Italia. Noi abbiamo fatto non interrotto uso della sua storia pel
corso di un mezzo secolo colla confidenza dovuta ad un autore
contemporaneo e giudizioso, e che personalmente ebbe parte negli affari.
Il Villani, come lo racconta egli medesimo, era stato a Roma nel
giubileo del 1300; e colà fu che, paragonando la decadenza di
quell'antica capitale del mondo colla crescente grandezza della sua
patria, formò il progetto di scrivere la storia di Firenze[20]. Il
Villani, socio di una casa di mercadanti, aveva pure viaggiato in
Francia e ne' Paesi Bassi, senza dubbio per affari di commercio. Fu più
volte membro della suprema magistratura, esercitò diversi pubblici
impieghi, come di direttore della zecca, delle fortificazioni e
dell'ufficio dell'abbondanza delle biade. Nel 1323 aveva servito
nell'armata contro Castruccio; nel 1341 fu uno degli ostaggi dati a
Mastino della Scala pel compimento del trattato fatto con lui. In tal
modo egli si mostrò degno di aver parte a tutti gli affari pubblici e
privati. In sul finire del viver suo fu ruinato dal fallimento dei
Bonaccorsi, dei quali era socio; e fu scritto da taluno che fu
imprigionato per debiti. Gli ultimi libri della sua storia pare che si
risentano di queste private disavventure, ed indicano che l'autore era
diventato diffidente e lento. Quando morì di peste nel 1348, doveva
essere giunto a matura vecchiaja[21].
[19] E morì di tre persone le due... fuorchè tiranni e grandi
signori, non morì nessuno. _Cronaca Riminese t. XV, p. 901._
[20] _Gio. Villani l. VIII, c. 36._
[21] _Tiraboschi Stor. della Letter. ital. t. V, l. II, c. 6, § 14._
Altre cronache italiane terminano nella stessa epoca; lo che dà luogo a
credere che i loro autori cadessero vittime della stessa epidemia[22].
Giovanni d'Andrea, il più illustre giurisperito d'Italia, e la Laura del
Petrarca, furono tolti al mondo da questo flagello, il primo in Bologna,
l'altra in Avignone.
[22] Andrea Dei autore della Cronaca Sanese, e l'anonimo di Pistoja.
In tempo della carestia e della peste, i popoli d'Italia, oppressi da
tali calamità, si rimasero per la maggior parte in una forzata inazione.
L'ambizione e le altre passioni politiche più agire non potevano sopra
uomini minacciati ogni giorno dalla morte, e che più non calcolavano
l'avvenire. Non pertanto alcune strepitose rivoluzioni illustrarono
quest'epoca: precisamente in sul finire della carestia, e quando
incominciava la peste, Pisa si divise in due nuove fazioni dei Bergolini
e dei Raspanti, fazioni che presero il luogo di quelle de' Conti e de'
Visconti, i di cui nomi cominciavano a cadere in dimenticanza, e di
quelle tra i nobili ed il popolo ch'erano scoppiate dopo le prime.
Il giovane conte Renieri, erede della famiglia della Gherardesca e del
favore del popolo che questa godeva da lungo tempo, era giunto al suo
diciottesimo anno. Era, per così dire, ancora fanciullo, quando fu
investito, come per diritto ereditario, della carica di capitano di
Pisa; e Dino della Rocca suo parente, ed i principali capi del partito
popolare, presero a governare la repubblica in suo nome. Ma quando
Renieri ebbe finalmente gusti e volontà personali, alcuni uomini che da
lungo tempo appartenevano ad un partito opposto alla sua famiglia,
seppero rendersi padroni del suo spirito. Il più distinto tra questi
nuovi consiglieri, che furono detti _Bergolini_ da un soprannome dato al
giovane conte, era Andrea Gambacorta, capo di una famiglia che si rese
in breve la più potente di Pisa, quando le antiche case indebolite dalla
peste ebbero perduto pressochè tutto il loro credito. Dino della Rocca,
discendente dalla famiglia Gherardesca, cercava di tenere uniti gli
antichi partigiani de' conti, ed i capi del partito popolare; e molte
ragguardevoli case di Pisa avevano abbracciata la sua causa[23], ed
occupavano con lui le principali cariche dello stato. Ma questi venivano
accusati d'essersi nella loro amministrazione appropriato il pubblico
danaro, ond'ebbero il nome di _Raspanti_, e tale accusa che indisponeva
il popolo contro di loro, aggiunta alla loro malintelligenza col
capitano generale, poteva ad ogni istante farli escludere da tutte le
cariche.
[23] I Raü, Scacchieri, Benedetti, Pandolfini, Rosselmini,
Lei-Vernagalli, Scarsi, Botticella e Lambertucci. — _Cronica di Pisa
t. XV, p. 1018._ — Con Gambacorta vedevansi nell'altra fazione Cecco
d'Agliata, i Gualandi, Sismondi, Lanfranchi e Baccarossi.
Mentre l'incostanza del conte della Gherardesca pareva minacciare a Pisa
una vicina rivoluzione, questo giovane morì; e furono incolpati i
Raspanti d'averlo fatto avvelenare. Questo sospetto accrebbe in modo
l'irritamento delle parti, che in vano i magistrati facevano severamente
castigare coloro che con pungenti motti o popolari canzoni tenevano viva
l'animosità delle due parti; invano costringevano i capi ad unire le
loro famiglie coi matrimonj, a promettere il mantenimento della pace, ed
a giurarlo perfino innanzi all'altare; chè una vicendevole diffidenza
teneva armate nelle proprie case le due fazioni, e pronte a venire alle
mani; ogni notte un incendio acceso per eccitare una sedizione
manifestavasi in qualche quartiere della città; l'irritamento andava
crescendo in modo che più non potè essere compresso; ed il giorno 24 di
dicembre, dopo una zuffa intorno alla casa di Dino della Rocca, nella
quale i Bergolini rimasero vittoriosi, furono i Raspanti cacciati dalla
città, ed Andrea Gambacorta fatto capo della repubblica[24].
[24] _Cronica di Pisa t. XV, p, 1017-1020. — B. Marangoni Cron. di
Pisa p. 703. — Gio. Villani l. XII, c. 118._
Ma questa involuzione della repubblica era cosa di non molta
considerazione a fronte delle novità cagionate nell'Italia meridionale
dalla morte di Andrea re di Napoli. Il re Luigi d'Ungheria aveva giurato
di vendicare la morte di suo fratello, e compì il suo disegno appunto in
tempo delle calamità della carestia e della peste. La vigorosa
resistenza che gli avevano opposta i Veneziani innanzi a Zara l'anno
1346, avevangli impedito di unire quella città al suo regno, e di
stabilire per mezzo del suo porto, a traverso dell'Adriatico, una
comunicazione tra l'Ungheria e le province della Puglia. Zara, che Luigi
aveva invano cercato di liberare dall'assedio, dovette infine dopo
diciotto mesi di ostinata resistenza, rendersi ai Veneziani in dicembre
del 1346. I Jadriotti si presentarono colla corda al collo al Senato
veneto, per chiedere perdono della loro ribellione[25]; ed il re Luigi
che aveva promesso di proteggerli, differì la sua vendetta contro
Venezia dopo quella che voleva prendere della regina Giovanna.
[25] _Chron. Esten. t. XV, p. 433. — Chron. Mutin. t. XV, p. 607._
Nè l'elezione di Carlo IV, e la guerra che provocò in Germania, nè la
morte di Luigi di Baviera, non ridussero il re d'Ungheria a rinunciare
alla stabilita impresa. Egli si fece precedere da suo fratello naturale
il vescovo di Cinque Chiese per disporre i popoli a suo favore. La città
d'Aquila aprì le porte al prelato ungaro, e quasi tutti gli Abruzzi ed
il conte di Fondi si dichiararono per lui[26]. Il re che aveva fatto
noto a tutti i suoi sudditi il desiderio di vendicarsi, si mise più
tardi in cammino, partendo da Buda il 3 di novembre del 1347 con poche
forze, ma con molti tesori, credendo miglior consiglio l'assoldare
truppe in Italia, che condurvele da così lontana parte[27].
[26] _Gio. Villani l. XII, c. 88._
[27] Dice il Villani, ch'egli non aveva più di mille cavalli.
Bonfinio parla di 18 legioni, ma non ci dice di quanti uomini erano
composte. _Rer. Hun. Dec. II, l. X, p. 262._
L'armata ungara prese la via di terra e fece il giro del golfo Adriatico
per Udine, Padova, Verona, Bologna, e per le città della Romagna. Il re
presentavasi in ogni luogo siccome l'amico dei piccoli signori di cui
doveva attraversare lo stato, e non manifestava altra mira ambiziosa,
tranne quella di vendicare il fratello, e di castigare un atroce
delitto; onde lungi d'essere trattenuto nel cammino, ingrossava l'armata
con una folla di volontarj che si assoldavano sotto le sue bandiere[28].
[28] _Gio. Villani, l. XII, c. 106. — M. Joh de Thwrocz Chron.
Hungar, p. III, c. 10, p. 180. — Scrip. Ung. t. I._
Parve, gli è vero, che la Chiesa si disponesse a difendere un regno pel
quale rifiutava di prendere le armi ogni principe secolare. Un legato
del papa fermò a Foligno il re d'Ungheria, ingiungendogli di rinunciare
ad ogni progetto di vendetta, dacchè il giudice deputato dalla santa
Sede aveva di già puniti tutti i veri colpevoli, dichiarandogli in pari
tempo che la sovranità di Napoli apparteneva alla chiesa; e che un
cristiano doveva ricorrere al successore di san Pietro, non alle armi
per far valere i suoi diritti sopra quel regno feudale. «Andate a dire
al vostro santo padre, rispose Luigi, che più di duecento colpevoli
rimangono ancora impuniti in quel regno che mi è dovuto per diritto
ereditario. Penso, coll'ajuto di Dio, di farvi ben tosto miglior
giustizia; e quando mi sarò posta la corona in capo, non rifiuterò alla
chiesa _l'omaggio_ ed il tributo da me dovutole. Se voi frattanto mi
scomunicate, mi appellerò a Dio della vostra sentenza; egli è più grande
del papa, e conosce la giustizia della causa[29].»
[29] _Gio. Villani l. XII, c. 106._
Luigi continuò dopo questo il suo cammino, e giunse ne' primi giorni di
dicembre ai confini del regno. Il 20 agosto la regina Giovanna aveva
sposato Luigi di Taranto suo cugino; e con tale unione con uno degli
uccisori di suo marito, più non lasciava verun dubbio d'aver presa parte
al delitto di cui l'accusava il re d'Ungheria: i popoli medesimi
invocavano un vindice di sì grave attentato. Aquila, Sulmona e
Sanguinetto aprirono le loro porte agli Ungari; i principi del sangue
gelosi dell'innalzamento d'un loro eguale, abbandonavano Giovanna; il
duca di Durazzo disponevasi a farle guerra[30]; e Luigi di Taranto,
ch'erasi posto a Capoa per contrastare agli Ungari il passaggio del
Volturno, vedeva ogni giorno diminuirsi la sua armata[31].
[30] _Ivi, c. 98._
[31] _Dominici de Gravina Chron. de Rebus in Apulia. Gestis, t. XII
p. 576._
Ma Luigi di Taranto non ebbe pure l'opportunità di sperimentare il
coraggio delle sue truppe, la di cui fedeltà gli era sospetta. Il re
d'Ungheria non tentò il passaggio del Volturno, ma presa la via del
contado d'Alife, giunse l'undici gennajo a Benevento con un'armata
composta di sei mila uomini di cavalleria pesante. L'agitazione e lo
spavento regnavano in Napoli; il gran maniscalco, Nicola degli
Acciajuoli, repubblicano fiorentino che in mezzo ad una corte corrotta
erasi conservato fedele ai principj d'una severa morale, e che adesso
sforzavasi di salvare una regina di cui aveva cercato invano di
prevenirne gli errori e le sregolatezze, non trovava alcuno tra i
cortigiani o nella nobiltà che volesse assecondarlo. La città neppure
pensava a rispingere gli Ungari, e Giovanna si risolse all'ultimo
d'abbandonare il suo regno, senza aver data una battaglia per
difenderlo. Imbarcossi il 15 gennajo a Napoli coi suoi più cari
confidenti, portando sulla propria galera il poco danaro che ancora le
restava dei tesori ammassati dal re Roberto, e fece vela alla volta
della Provenza, ove i suoi baroni dovevano farle sentire la loro
arroganza ed il loro malcontento. Luigi di Taranto e Nicola degli
Acciajuoli imbarcaronsi poco dopo per seguirla, e tutte le città del
regno si affrettarono di mandare deputati a Luigi d'Ungheria per
sottomettersi a lui[32].
[32] _Gio. Villani l. XII, c. 110. — Gravina Chronicon de Rebus in
Apulia Gest. p. 578._
I principi del sangue che non avevano seguita Giovanna nella sua fuga,
non sapevano ancora risolversi a porsi in mano del re d'Ungheria. Carlo,
duca di Durazzo, fu il primo a superare ogni riguardo, sdegnando i
consigli de' più timidi amici. Si presentò al re suo cugino, e gli rese
omaggio come a suo nuovo sovrano, e ne ricevette le più lusinghiere
accoglienze. Dietro i replicati suoi inviti, i suoi fratelli e cugini si
recarono alla corte del re che accordò loro il suo favore[33].
[33] _Domin. de Gravina Chron. Apul. p. 579._
L'armata ungara era giunta ad Anversa; e Luigi, prima di lasciare quella
città, volle vedere il luogo in cui perì suo fratello. Il giorno 14 di
gennajo si avvicinò con tutti i principi del sangue alla finestra ov'era
stato strozzato lo sventurato Andrea. È probabile che tutte le
circostanze di questo delitto, così fortemente richiamate ai suoi occhi
ed alla sua memoria, destassero in lui un'improvviso furore che fu
creduto la conseguenza d'un piano di perfidia formato da qualche tempo;
egli si volse impetuosamente a Carlo di Durazzo, chiamandolo malvagio
traditore; gli rimproverò d'avere co' suoi intrighi preparata la morte
di Andrea, colla speranza di ereditarne la corona. «Conviene che tu
muoja, gli disse finalmente, ove tu lo facesti morire.» In sull'istante
un Ungaro percosse il duca di Durazzo nel petto, altri lo presero pei
capelli, lo gettarono giù dal balcone medesimo dal quale era stato
gittato Andrea, e lo fecero perire nello stesso luogo[34]. Gli altri
principi del sangue vennero imprigionati, e mandati in Schiavonia. Un
figlio di Andrea e di Giovanna, che già aveva il titolo di duca di
Calabria, da sua madre lasciato nel castello dell'Ovo, fu pure mandato
da Luigi ne' suoi stati ereditarj[35]. Dopo questo fanciullo, il duca di
Durazzo era il più prossimo erede dei due troni d'Ungheria e di Napoli;
e siccome aveva sposata Maria, sorella di Giovanna, riuniva i diritti
della famiglia di Roberto ai proprj. Alcune sue lettere, sorprese dagli
Ungari, provavano effettivamente ch'egli aveva alla corte del papa
operato contro Andrea, forse lusingandosi di soppiantarlo; ma egli non
aveva presa parte alla congiura di Luigi di Taranto, anzi era stato uno
de' primi ad impugnare le armi contro di lui; era stato chiamato presso
Luigi colle più aperte assicurazioni d'amicizia e di benevolenza; era
stato invitato alla sua mensa, e fu non pertanto la vittima di una
perfidia che sola bastava a disonorare il cavalleresco carattere
dell'ungaro monarca.
[34] _Gio. Villani l. XII, c. 111. — Dominici de Gravina Chron.
Apul. p. 581._
[35] Tutti questi principi vennero rinchiusi nel castello di
Wisgrado. _J. di Thwrocz, Chron. Hung. t. III, p. 180, c. 11._
Quest'ultimo prese ben tosto pacificamente possesso di Napoli e del
regno; e perchè non incontrava chi gli si opponesse, congedò le truppe
mercenarie che aveva assoldate, onde liberare dalla loro oppressione le
province conquistate. Tra quei soldati trovavasi lo stesso duca
Guarnieri, il quale poc'anni prima aveva formata la grande compagnia e
guastati i territorj della Toscana e della Romagna. Guarnieri prese cura
di adunare i soldati licenziati dal re, e formatone una nuova compagnia,
entrò dalla banda di Terracina negli stati del papa. Questo corpo di
masnadieri più regolarmente organizzato che non era stato il primo,
doveva più lungamente travagliare tutte le contrade d'Italia[36].
[36] _Gio. Villani l. XII, c. 112._
Frattanto la peste aveva cominciato a manifestarsi nel regno di Napoli,
ed aveva privato il re d'Ungheria di molti suoi fedeli servitori. I
Napoletani, sempre più proclivi alla ribellione che alla difesa,
cominciavano a dar segni di malcontento; e gli Ungari desideravano di
lasciare un paese in cui erano minacciati tutti da vicina morte. Luigi
affidò il comando de' castelli di Napoli a Corrado Guilford, detto
_Lupo_, barone tedesco, cui lasciava mille duecento cavalli[37], e
nominò suo fratello, Ulrico Guilford, governatore della Puglia. A
costoro aggiunse Stefano, figliuolo di Ladislao Laczk, vaivoda di
Transilvania; indi sotto pretesto di visitare in persona le conquistate
province, passò a Barletta in maggio del 1338, dove s'imbarcò sopra un
leggier bastimento, e, attraversando la Schiavonia, si restituì in
Ungheria, prima che i Napoletani sospettassero vicina la di lui partenza
dal regno[38].
[37] _Domin. de Gravina Chron. p. 586._ — Bonfinio chiama questo
generale _Wolfort_; e forse il soprannome di _Lupo_ non sarà che la
traduzione di tal nome. _Dec. II, l. X, p. 263._
[38] _Matteo Villani, l. I, c. 13 e 14._ — Cominciamo qui a seguire
questo storico che continuò la storia di suo fratello Giovanni, ed
entrò in più circostanziati racconti, poichè non comprese in undici
libri che la storia di sedici anni. Trovasi pure stampato nel _t.
XIV della Rac. Scrip. R. It._
Mentre la peste continuava ad infierire, la regina di Napoli, che i suoi
malcontenti baroni avevano tenuta alcun tempo prigioniera in Provenza,
ebbe avviso che i Napolitani, omai stanchi del giogo degli Ungari,
sospiravano il di lei ritorno, e promettevano di riporla sul trono; ma
le sue finanze essendo affatto esauste, ed essa totalmente priva di
credito, risguardò come una singolare fortuna l'offerta fattale dal papa
di acquistare per trenta mila fiorini la sovranità d'Avignone. Clemente
VI, che non aveva voluto riconoscere Luigi di Taranto come re di Napoli,
gli accordò in questa circostanza il titolo di re di Gerusalemme[39]. I
due sposi partirono poco dopo con dieci galee genovesi, prese al loro
soldo, ed in sul finire d'agosto del 1348 giunsero a santa Maria del
Carmine, presso Napoli, ov'eransi affrettati di adunarsi per renderle
omaggio i baroni napolitani. Il duca Guarnieri colla grande compagnia
aveva preso soldo sotto le bandiere della regina, onde Giovanna rientrò
trionfante nella sua capitale, ma non però nel suo palazzo, ch'era
fortificato ed occupato dagli Ungari[40].
[39] _Matteo Villani, l. I, c. 19._
[40] _Dominici de Gravina Chron. p. 587._
Luigi di Taranto d'accordo col duca Guarnieri incominciò con molta
attività a ricuperare il regno di sua moglie. S'impadronì in poco tempo
delle tre fortezze che signoreggiavano Napoli, ed in appresso entrò
nella Puglia per opporsi a Corrado Guilford, che col danaro mandatogli
dall'Ungheria aveva fatto leva di numerosa armata[41]. Ma combattendo
contro questi mercenarj con truppe egualmente straniere, Luigi fu
costretto di abbandonare le province a loro discrezione, onde
acquistarsi l'amore de' soldati; perciocchè il generale più crudele era
sicuro d'essere meglio ubbidito. Guilford, che non guardava misura cogli
sventurati Pugliesi, si guadagnava facilmente le truppe del suo nemico.
Egli aveva abbandonata Foggia al saccheggio; e i Tedeschi, non contenti
di avere spogliati questi miseri abitanti d'ogni loro avere, li
sottomettevano eziandio alle più crudeli torture, onde obbligarli a
palesar nuove ricchezze[42]. Il duca Guarnieri che desiderava di
partecipare a tale saccheggio, si lasciò sorprendere da Guilford a
Corneto colla sua armata; e dopo essere stato fatto prigioniere, si
arrolò sotto le bandiere del re d'Ungheria[43]. Luigi di Taranto dopo
tale avvenimento più non potendo resistere; tutte le province del regno
furono in balìa di soldati stranieri, senza fede, senza onore, senza
misericordia.
[41] _Ivi, p. 594._
[42] _Dom. de Gravin. Chron. p. 595._ — Convien leggere in Gravina
le particolarità di questo fatto che fanno raccapriccio. Il racconto
di questo storico non abbraccia che quattro o cinque anni, ma egli
parla di cose vedute coi proprj occhi, ed alle quali egli medesimo
dovette prendere parte.
[43] La sorpresa di Guarnieri viene attribuita da Matteo Villani a
tradimento, _l. I, c. 33-40_; da Gravina alla sua imprudenza,
_Chron. Apul. p. 599_.
L'armata de' mercenarj, dopo avere per molti mesi guastate le province
ed esaurite tutte le loro ricchezze, diedero orecchio ad un legato del
papa, che si presentò ai suoi capitani a nome della regina e della città
di Napoli, che loro proponeva un'enorme contribuzione per prezzo di
alcuni mesi di tregua. I mercenarj riunironsi allora in Aversa, per
dividere tra di loro le prede riposte in questa città. Essi avevano
obbligati con lunghi tormenti i prigionieri a dar loro in mano tutto
quanto possedevano, e tutto quanto potevano ottenere dalla compassione
dei loro parenti ed amici. Avevano levate enormi contribuzioni su tutte
le città salvate dal saccheggio; ed oltre tutto ciò che avevano
consumato durante la guerra, oltre i cavalli, le armi e le gioje che si
erano appropriati, dividevano la somma di cinquecento mila fiorini. Dopo
ciò il duca Guarnieri col conte Lando e Gianni d'Ornich presero la
strada dell'Italia settentrionale. Ma Corrado Guilford rimase nella
Puglia ai servigi del re d'Ungheria, con un altro avventuriere, il Frate
di Monreale, cavaliere di Gerusalemme, che il suo valore e la sua
crudeltà resero ben tosto egualmente celebre che Corrado[44].
[44] _Dominici de Gravina Chron de Reb, in Apul. Gest. c. 9, p. 679.
— Matteo Villani, l. I, c. 50._
Nel Nord dell'Italia le repubbliche toscane ed i tiranni di Lombardia si
rimasero alcun tempo in uno sforzato riposo dopo la cessazione della
peste, che non durava più di cinque mesi in ogni paese. Occupati nel
riparare i sofferti danni e nel rinvigorire il governo, non andavano in
traccia di nuove esterne contese, trovandosi tuttavia incapaci di
sostenere le antiche. La totale estinzione di un prodigioso numero di
famiglie aveva dato luogo ad infinite procedure per conseguire la
giacente eredità; la mortalità ancora più grande tra i poveri che tra i
ricchi, aveva privato di braccia l'agricoltura, i mestieri e le
fabbriche. I salarj erano stati portati ad altissimo prezzo, e gli
operaj si abbandonavano ai piaceri della mensa ed alla mollezza, onde
facevano assai meno lavoro che non avrebbero potuto fare. A Firenze la
signoria, volendo ridurre il popolo alla sobrietà, accrebbe le gabelle
delle vittovaglie; ma gli operai viveano in tale agiatezza, che appena
si lagnarono delle più onerose imposte[45]. Frattanto coloro che dal
passato flagello della peste erano stati tocchi da sentimenti religiosi,
preparavansi ad approfittare dell'indulgenza plenaria accordata da papa
Clemente VI per l'anno 1350, come per un giubileo centenario.
Nell'incominciare di quest'anno i fedeli pieni di fervore e di umiltà si
posero in cammino da ogni parte dell'Europa, pazientemente sopportando
l'inclemenza d'una stagione che fu assai rigorosa, i ghiacci, le nevi e
le dirotte piogge che avevano affatto guaste quasi tutte le strade.
Siccome i pellegrini riempivano tutti gli alberghi e tutte le case poste
lungo le strade, alcuni, ed in particolare gli Ungari ed i Tedeschi, si
accampavano in grosse bande presso le strade; ed accendendo grandissimi
fuochi si strignevano gli uni contro gli altri per resistere al freddo.
Questi religiosi viaggiatori davano l'esempio della carità cristiana.
Mai non si videro corrucciarsi tra di loro, nè querelarsi degl'incomodi
che sostenevano. Negli alberghi l'oste non bastava a disporre i conti di
tutti i viaggiatori; pure questi mai non partivano senza lasciare sulla
tavola il danaro dovuto pei cibi che avevano ricevuti. I piccoli
principi, le città, ed i privati cittadini si presero cura della
sicurezza di viaggiatori tanto straordinarj, e mantennero l'ordine sulle
più frequentate strade, di modo che il viaggio di Roma si fece da
parecchi milioni di cristiani, senza che accadessero gravissimi
disordini[46].
[45] _Matteo Villani, l. I, c. 57._ — La Cronaca di Siena così parla
dell'abbondanza dopo la peste, e dello sregolamento del popolo, _t.
XV, p. 124_.
[46] _Matteo Villani, l. I, c. 56._