«Il governo desidera conferire verbalmente sulla situazione preveduta
pel prossimo autunno. La preghiamo prendere disposizioni opportune per
una sua breve assenza dalla Colonia».
_Crispi-Blanc-Mocenni_.
Prima di lasciare la Colonia il generale disponeva che a vigilare le
regioni occupate, il maggior Toselli ponesse la sua dimora nell'Agamè e
che il maggior Amelio si stabilisse nel Tigrè dominando Adua dal colle
di Fremona. Tutto disposto il governatore, ubbedendo agli ordini del
governo, s'imbarcò per l'Italia.
Verso la fine di settembre ebbero luogo delle scaramuccie al di là dei
nostri confini fra partigiani nostri e gruppi di fedeli a Mangascià il
quale seguitava a raccogliere armati. Era evidente la necessità da parte
nostra di attaccare Mangascià prima che potesse ricevere gli sperati
aiuti dallo Scioa.
Il governo Eritreo ai primi d'ottobre chiamò sotto le armi la milizia
mobile e decise di prevenire la minacciata invasione.
Il generale Barattieri era ritornato al suo posto.
Si era saputo che Ras Makonnen, aveva espulso dall'Harrar gli italiani e
si era mosso col suo esercito per raggiungere il Negus; che Ras Mikael
era pronto col suo esercito e che Ras Oliò s'era avanzato fino al sud
del Lago Ascianghi. Non c'era tempo da perdere; una sconfitta inferta a
Mangascià poteva ancora trattenere Menelik e persuaderlo ad evitare un
conflitto; così fu creduto dal comando.
Il giorno 4 di ottobre il generale Barattieri mosse da Adigrat con
quattro battaglioni indigeni, col battaglione Cacciatori d'africa e coi
reparti del genio e dell'artiglieria.
L'ordine di marcia in avanti fu accolto con entusiasmo nel campo.
Il Toselli fu distaccato col suo battaglione in colonna volante, con
incarico di sorprendere sul fianco Mangascià in ritirata.
Il nostro corpo d'operazione invase l'Enderta. Circa 1700 tigrini
avevano occupato la forte posizione di Debra-Ailà; mosse a quella volta
con rapida e faticosa marcia il maggiore d'Amelio col suo battaglione,
attaccò vivamente la posizione malgrado la difficoltà del luogo e della
difesa e ne determinava la sconfitta e la fuga del nemico, facendo
numerosi prigionieri.
Il maggior Toselli la sera dell'8 informava il generale di avere
occupata la posizione alle spalle del nemico che si trovava al sud di
Debra-Ailà e che la mattina seguente avrebbe proceduto all'attacco.
Ricevuta questa notizia verso notte Barattieri ordinava alle tre dì
mattino si riprendesse la marcia. Alle 11 i nostri entravano in Antalo
senza avere incontrato il nemico. Si sentiva un vivo fuoco di fucileria
ed esaminata la posizione si vide che si combatteva sulle alture di
Debra-Ailà.
L'assalto di quella forte posizione era stato iniziato dalle bande
comandate dai bravi tenenti Sapelli e Lucca; quando queste furono spinte
sui fianchi il maggiore d'Amelio fece avanzare due compagnie di Ascari,
mentre l'Artiglieria sloggiava il nemico delle alture.
Dopo un quarto d'ora di fuoco accelerato, il battaglione indigeno
muoveva all'assalto della montagna, mentre Barattieri faceva avanzare il
battaglione dei cacciatori italiani, sostenuti dal 3º battaglione
indigeno. In breve i nostri forzarono il ridotto dell'Amba e il fuoco
cessava. Il nemico, sbaragliato si dava alla fuga, mettendosi in salvo
per sentieri impraticabili.
Finito il combattimento il battaglione d'Amelio, che si distinse in modo
particolare, rimase sulla forte posizione conquistata con una batteria;
le altre truppe ritornarono ad Antalo, ove Barattieri pose il suo
quartier generale.
Il generale Arimondi avuto notizie che Mangascià si era diretto verso il
Vogherat si mosse da Antalo per inseguirlo, così pur fece il maggior
Toselli; sorpassata la catena di Tagarrà, raggiunse il campo del Ras che
lo aveva abbandonato poco prima; lo inseguì ancora, ma si cercò invano
di raggiungerlo; allora riunitosi Arimondi col Toselli presero la via di
Amba-Alagi.
Dopo questi fatti il Makonnen mandò proposte di pace d'incarico del suo
sovrano; ma queste non erano che inganni per guadagnar tempo e per
addormentare il governo italiano e il comando dell'Eritrea. Si sapeva
invece che Menelik raccoglieva forze poderose, che unite a quelle di
Makonnen formavano già un corpo rispettabile di circa cinquantamila
uomini.
Mentre questo si preparava nel campo nemico, al comando di Massaua,
mancando un servizio di sicure informazioni, nulla si sapeva, e così il
governo e il governatore dell'Eritrea, continuarono ad andare innanzi
nella convinzione che il Negus non si sarebbe mosso, e che non si
trattava di altro che di minaccie. Insomma si credeva ad una eccellente
situazione, quando già ingenti masse si riunivano al lago Ascianghi e si
facevano allo Scioa gli ultimi preparativi per la gran guerra di
esterminio degli italiani.
A confermare il comando nella sua credenza, il 3 dicembre un dispaccio
ufficiale annunziava che ras Makonnen aveva chiesto un convegno al
generale Barattieri «per trattare la pace». Perfido inganno--che
ribadiva nel nostro governo una fallace illusione, il cui risveglio
doveva essere fatale e tremendo. E questo risveglio non doveva pur
troppo ritardare.
Il giorno 9 dicembre veniva comunicato alla Camera dei deputati un
dispaccio del generale Barattieri col quale informava che la colonna
Toselli era stata improvvisamente attaccata ed avviluppata ad Amba Alagi
da tutto l'Esercito Scioano. Si riteneva che l'ordine mandato dal
generale Arimondi di ritirarsi, non gli fosse pervenuto.
Che il generale Arimondi avanzatosi per sostenere il Toselli era
arrivato alle ore 16 a mezza strada fra Macallè e l'Amba nella
posizione di Aderat; ivi incontrate le colonne nemiche aveva impegnate
con esse combattimento ed aveva poi concentrate tutte le sue truppe col
massimo ordine a Macallè; che lasciato Macallè fortemente presidiata e
munita, si era messo in marcia per Adagamus assieme agli ufficiali
Bodrero, Pagella e Bazzani.
Infine concludeva che mancavano notizie del Toselli.
*
* *
L'annunzio del doloroso avvenimento produsse una impressione enorme.
Ecco le informazioni che si ebbero sul combattimento ove si coprirono di
gloria coloro che vi presero parte.
Il maggiore Toselli aveva fin dal giorno precedente disposta la sua
difesa, sempre con la certezza che il generale Arimondi gli avrebbe
portato soccorso.
Aveva ordinato che le bande di ras Sebath e di Degiac Alì, 350 fucili,
tenessero il colle a guardia della strada Falaga all'estrema sinistra;
che le Compagnie Issel e Canovetti tenessero la sinistra con una
centuria avanzata verso la chiesa di Atzalà; che la batteria Angherà,
scortata dalla compagnia Persico tenesse il centro; che le bande
dell'Oculè Cusai, 350 fucili, tenessero le colline sovrastanti; che lo
Sceicco Thalà con 340 fucili stesse sulla destra a difesa del Colle di
Togorà-Maggia; che le compagnie Ricci, Bruzzi e la centuria Pagella
stessero in riserva. L'attacco non si fece attendere.
La colonna di ras Olie con una mossa rapida frontale avvolgente impegnò
l'ala estrema sinistra: ras Sebat preso di fianco e di fronte dovette
ripiegare, lasciando le due compagnie Issel e Canovetti scoperte e
costrette a cambiare la fronte, pur sempre trattenendo il nemico
incalzante. Intanto dal Colle di Bootà sbucavano imponenti le colonne di
ras Mikael e di ras Makonnen, circa 15,000 fucili, dirette per la via
principale verso il centro della posizione. La nostra ala sinistra,
sebbene stremata, con brillanti contrattacchi teneva in rispetto forze
venti volte superiori. Erano morti i tenenti Molinari e Basale, e ferito
il tenente Mazzei.
A Toselli premeva tenere ancora quella posizione che proteggeva la
strada diretta di Antalo, donde sperava veder giungere la colonna
Arimondi e slanciò a sinistra la compagnia Ricci; questi si avanzò e
impegnossi a fondo. Il nemico dovette ripiegare incalzato sul fronte;
frattanto la batteria apriva squarci nella pesante colonna scioana, ma
questa riordinandosi e rafforzata da nuove bande continuava ad avanzare.
Giungeva allora (9,45) l'avviso di Volpicelli che un'altra forte colonna
comandata da ras Alula e da ras Mangascià, tentava girare la destra
tendendo al Colle di Togorà; anche da quella parte si facevano vive le
fucilate. Toselli, non vedendo giungere gli sperati aiuti, decise di
restringere la difesa e di tenersi addossato all'Amba; mandava quindi
ordini a Ricci, a Canovetti, a Issel di eseguire un ultimo contrattacco
e la ritirata sotto l'Amba; alla sezione Manfredini ordinava di
proteggerli. Intanto la colonna principale scioana avanzava sulla
batteria, nè valevano a trattenerla i tiri spessi e ben aggiustati e le
salve della centuria Persico.
Toselli allora ordinava che le salmerie s'incolonnassero sulla via di
Togarà ed il movimento cominciò regolarmente: a sostenere il movimento
al nord dell'Amba, Manfredini ebbe ordine di spostarsi colla sezione da
quella parte.
Appena gli scioani si accorsero del cessare del fuoco della batteria,
irruppero rincalzando l'assalto; fu un momento terribile; la strada
strettissima sovrastante a un precipizio, era ingombra di muletti
carichi di feriti; Manfredini con sangue freddo e valore inarrivabile
riusciva a mettersi in batteria, Pagella si distendeva con pari valore a
protezione della colonna affollantasi; sventuratamente lo Sceicco Thalà
aveva ripiegato in disordine.
Le bande del Volpicelli erano disfatte; l'altura era coronata dalla
gente di ras Alula che con fuoco accelerato a meno di cinquanta metri,
infliggeva perdite enormi. I nostri ascari rispondevano al fuoco in
ritirata; la compagnia Brizzi disfatta, non potè fare argine alle grosse
colonne di ras Makonnen e di ras Oliè che irrompevano prendendo i nostri
alle spalle. I sudanesi del tenente Scala, piuttosto che cedere i pezzi,
rovesciarono i muli, i cannoni e le munizioni nel precipizio.
Manfredini mitragliava a cinquanta passi; ma il numero esorbitante degli
scioani rese impossibile ogni ulteriore difesa. Allora cominciò la
discesa del dirupo precipitosamente per proseguire il movimento su
Macallè.
L'ultimo a muoversi fu Toselli; conservando la sua calma, disposto come
era a sagrificare la sua vita, dava ordini affinchè il danno fosse il
minore possibile; erano rimasti intorno a lui pochi ufficiali: Angherà,
Persico, Bodrero, Pagella e i suoi più fidi e valorosi soldati. Tutti
erano sfiniti; e la piccola schiera andò man mano assottigliandosi nella
discesa, colpiti a dieci passi di distanza. Giunto sulla strada di
Antalo, Toselli, da vero eroe ordinò a Bodrero di raccogliere i pochi
rimasti e condurli a Macallè. Egli, si voltò sereno verso il nemico,
sfidandolo in attesa della sua sorte.
Bodrero, ubbidiente agli ordini del suo superiore, riordinò la colonna,
trattenne i dispersi e li portò ad Arimondi che si trovava ad Aderà e
nulla sapeva del combattimento; con Bodrero si salvarono Pagella e
Bazzani.
Il giorno dopo il combattimento, Makonnen, ordinò solenni funerali alla
salma del maggior Toselli, del quale ammirava il valore. Tutta l'Italia
ha sentito per quest'Eroe un fremito di compianto e di orgoglio.
L'assalto all'Amba Alagi fu dato improvvisamente come sempre, ed a
tradimento, mentre pendevano trattative di pace ingannatrici.
Tant'è vero che avendo ras Mangascià investito alcuni dei nostri posti
avanzati, il maggiore Toselli se ne lagnò con Makonnen, e questi
rispondeva che Mangascià aveva operato di sua testa, contrariamente agli
ordini da lui dati.--Vero esempio di fede abissina!
Il generale Arimondi raccolti i superstiti di Amba Alagi si ritirò su
Adigrat lasciando per presidio a Macallè il maggiore Galliano col 3º
battaglione indigeni, una compagnia dell'8º, quattro pezzi da montagna,
due sezioni del genio, una stazione di carabinieri, in complesso 31
ufficiali, 176 uomini di truppa bianca, 1150 di truppa indigena.
Il 16 decembre questa nostra posizione avanzata era investita da 30,000
combattenti, gli assalti si susseguirono agli assalti, sempre
valorosamente e brillantemente respinti.
Il giorno 8 di gennaio il nemico si avanzava arditamente fino all'angolo
morto di due burroni, occupando l'acqua della quale si alimentava il
presidio di Macallè; nella notte furono dai nostri respinti due furiosi
attacchi.
Le truppe nemiche che muovevano contro per annientarci e ricacciarci al
mare eransi andate sempre più ingrossando fino ad arrivare alla cifra di
70,000 fucili, 10 mila lancie, più la cavalleria Galla ed altri piccoli
riparti disseminati nelle vicinanze; in tutto oltre centomila
combattenti. I nostri non avevano da apporre che circa 8000 soldati
bianchi e 11,000 indigeni.
E si noti--che il generale Barattieri aveva previsto che nel novembre e
dicembre la colonia sarebbe stata investita da tutta l'oste Tigrina e
Scioana; per cui era da prevedersi che i nostri si sarebbero trovati di
fronte ad un esercito di circa centomila uomini ben armati, della cui
resistenza e valore avevano dato prove.
E allora perchè non si è provveduto a tempo in conformità dei bisogni e
delle previsioni pur troppo esattamente avveratesi? Perchè il generale
Barattieri che aveva preveduto il formidabile attacco non si preparò per
tempo a bravamente respingerlo? Se non si voleva fare un agglomeramento
di truppe nella colonia prima del bisogno, perchè non si provvedeva in
Italia quanto occorreva per la preparazione di una grossa guerra, onde
alla chiamata dei rinforzi a momento opportuno, e che il governo non
avrebbe dovuto lesinare, tutto fosse pronto? E preparata bene ed a
tempo, non sarebbe stata una utilissima diversione quella di uno sbarco
di nostre truppe ad Assab ed una spedizione all'Aussa che avrebbe
trovato favore presso i Dancali--come così bene era stata progettata dal
generale Pittaluga? Era cosa alla quale bisognava pensarci per tempo, e,
presa una decisione, attuarla prima che le nostre poche truppe della
colonia fossero impegnate a fondo. Non si può negare; fu grande la
imprevidenza e ne fu scontato il fio!
Mentre i nostri a Macallè sostenevano con eroismo giorno e notte furiosi
assalti, il Makonnen continuava per incarico del Negus di chiedere la
pace; proposte che il Barattieri comunicava al governo. Messaggiero di
tali proposte era certo signor Felter persona di fiducia del Barattieri,
il quale aveva trasferito il suo quartiere generale ad Adagamus.
Il 17 gennaio il Felter si presentava al Barattieri portatore di
un'offerta da parte di Menelik, garante Makonnen--_di lasciare uscita
libera con armi, munizioni di guerra, bagagli e_ _senza condizioni di
sorta le nostre truppe da Macallè per raggiungere Adigrat._
Al Galliano fu dato l'ordine di lasciare il forte--_dopo di essersi
pienamente assicurato che tutte le garanzie sarebbero state
completamente osservate_.
Sembrò da prima che questo fosse un fatto da tenersi in conto ed atto a
predisporre il governo italiano ad un trattato di pace onorevole per
ambo le parti; invece si verificò che la concessione del Negus non era
che un'astuzia di guerra; le forze comandate dal Galliano non dovevano
essere che un ventaglio aperto per coprire la marcia delle orde Scioane
verso Adua e per impedire alle truppe della colonia un attacco di fianco
durante la marcia.
Rese libere le truppe del presidio di Macallè il giorno stesso nel quale
venne segnalato al comando generale lo spostamento della gran massa
dell'esercito nemico, Barattieri ordinava di levare il campo da Adagamus
per occupare una posizione atta a mantenere il contatto delle forze
della colonia con quelle del nemico; per cui dopo una marcia di 12
giorni, il 13 di febbraio il generale diede ordine di schierare i suoi
battaglioni sulle alture di Sauria, dominante la posizione di Mai
Gabetà ed Adua occupate dal nemico.
Nella notte del 13 disertavano dal nostro campo le bande di Ras Sebath e
di Degiac Agos Tafari di circa 600 fucili--questa diserzione fu il
segnale dell'insurrezione nell'Agamè, per cui il Barattieri fu obbligato
a pensare di garantire alle nostre truppe la linea di rifornimento; al
quale effetto dovette distaccare dalla brigata Arimondi il colonnello
Stevani con tre battaglioni, una batteria e due compagnie di indigeni, e
nel tempo stesso chiamare da Adi-Ugri a Mai Maret il colonnello Di
Boccard con tre battaglioni; per queste disposizioni le forze
combattenti rimanevano ridotte a circa 14,000 fucili con 50 cannoni. Si
aveva però il vantaggio che la posizione di Sauria era ottima per la
difesa, convenientemente fortificata, coi fianchi ben appoggiati e
difficilmente aggirabili; infine le nostre truppe, sebbene sensibilmente
diminuite di numero, si trovavano in condizione da potere respingere
qualsivoglia attacco. Nel frattempo il nemico vista la forte posizione
dei nostri dopo di avere per un momento pensato ad attaccarli si
dileguava dietro i monti di Genedapla e finiva per ritirarsi nella conca
di Adua.
Vi era quindi tutto da guadagnare nel rimanere nella forte posizione che
l'immensa oste Scioana aveva permesso ai nostri di occupare senza
molestie; si doveva renderla quanto più possibile inespugnabile ed
attendere di essere assaliti, provocando anche il nemico con delle
avvisaglie e con avvedute ricognizioni. Coll'attendere si suscitava il
malcontento e la discordia nel campo nemico; gli Scioani avrebbero
consumato le provvigioni che avevano tratte seco e sarebbero stati
costretti di levare il campo e ritornarsene da dove erano venuti. È
notorio che perfino un ufficiale russo, il capitano d'artiglieria
Zviaghin, membro di una Commissione del suo governo presso Menelik e che
aveva studiato con molta diligenza e con la maggior benevolenza lo stato
di guerra dell'esercito etiopico, aveva dovuto sentenziare, _che questo
esercito doveva forzatamente ritirarsi, prima che le riserve delle
vettovaglie che gli uomini portavano con se fossero esaurite_.
Si è voluto invece precipitare--con 14,000 uomini si è preteso di
portare vittoria su 80 a 100,000 valorosi; tutta gente che aveva
mostrato di sapersi battere; svelta nei movimenti, pratica di ogni palmo
di terreno, avvezza per istinto agli accerchiamenti; e come doveva
essere--si è andato incontro ad un immane disastro.
Colpa imperdonabile l'ebbe anche il governo. Presa la decisione di
mandare al Comando generale il Baldissera, il governo aveva il dovere
assoluto, imprescindibile, di subito informarne il Barattieri,
ordinandogli contemporaneamente di mantenersi nella difensiva.
Il Barattieri invece d'accordo cogli altri generali Dabormida, Arimondi,
Albertone, Ellena, decise di muoversi la notte del 29 febbraio da Sauria
per marciare verso Adua--obiettivo l'occupazione della forte posizione
costituita dal monte Semaiata e da monte Esciasciò.
L'ordine di marcia era il seguente:
Colonna destra, generale Dabormida--2ª brigata fanteria--battaglione di
milizia mobile--Comando 2ª brigata di batteria, colle batterie 5ª 6ª e
7ª.
Colonna del centro, Arimondi--1ª brigata fanteria--1ª compagnia del 5º
battaglione indigeni--batterie 8ª e 1ª.
Colonna di sinistra, Albertone--Quattro battaglioni indigeni--Comando
della 1ª brigata di batteria e batterie 1ª 2ª 3ª e 4ª.
Riserva, Ellena--3ª brigata fanteria--3º battaglione indigeni--Due
batterie a tiro rapido e compagnia genio.
La colonna di destra doveva seguire la strada colle Zalà, colle Guldam,
colle Rebbi Arienni; la centrale e la riserva la strada da Adi-Dichi,
Gundapta, colle Rebbi Arienni; la colonna di sinistra la strada Sauria,
Adi-Cheiras, colle Chidane Maret; il quartier generale doveva marciare
in testa alla riserva.
Ordine a tutti di mantenere il collegamento--e il corpo di operazione si
mise in moto. Si marciava di notte in terreni sconosciuti ai nostri--era
possibile non avvenisse qualche disguido?
La colonna Albertone arrivava al colle Chidane Maret alle 5 1/4; secondo
le istruzioni avute vi si doveva stabilire, cercare il contatto colla
destra ed aspettare ordini; invece il comandante desideroso della gloria
di venire primo alle mani col nemico, commise il grande errore di
rimettersi in marcia; cosicchè all'albeggiare giungeva alle falde di
Abba-Carima, mentre il 1º battaglione indigeni (maggiore Torrito) in
avanguardia si trovava a circa 3 chilometri spinto più avanti; per cui
avanguardia e colonna Albertone della sinistra, si erano allontanate di
gran lunga dalle altre brigate e prive di ogni contatto.
Difatti alle 8 1/4 il battaglione indigeni (Torrito) avanguardia
Albertone, fu il primo ad essere attaccato da forze preponderanti e
nonostante la più disperata difesa fu rotto e posto in fuga; nel
medesimo tempo le alture di Abba-Carima e l'Amba Scellodà si videro
coronate da numerosissimi stormi di nemici, che investirono la
brigata Albertone, isolata ad una distanza di sei chilometri e
nell'impossibilità di essere soccorsa.
Il generale Albertone non si smarrì; lottava con la sua brigata contro
forze dieci volte superiori e ne faceva strage, ma minacciata di
aggiramento alla sua sinistra gli ascari non tennero più, e volsero il
tergo al combattimento e si diedero alla fuga; invano gli ufficiali
tentarono di fare argine, di arrestarli per ricondurli al combattimento,
essi stessi venivano travolti da quella valanga.
Frattanto al colonnello Brusati era riuscito di stendere sulla sinistra
di monte Belah due battaglioni del suo reggimento, e sebbene la brigata
indigena continuasse a combattere efficacemente non impressionata dalla
fuga degli ascari, pure il generale Barattieri alle 7 1/4 credette
opportuno di mandare all'Albertone l'ordine di ritirarsi sotto la
posizione della brigata Arimondi. Alla brigata di riserva era dato
ordine di rinforzare la sinistra di Arimondi.
Ma la brigata Albertone era sempre più furiosamente attaccata da forze,
contro le quali era impossibile lottare, in guisa che alle 11 era
completamente avvolta e i reparti venivano colpiti dal fuoco nemico sul
fronte, sui fianchi e di rovescio. Dopo avere subito perdite enormi,
dopo avere perduto la maggior parte degli ufficiali, le truppe indigene
cominciarono a ritirarsi prima alla spicciolata poi a grossi reparti;
queste prive dei loro ufficiali, perfino dello stesso generale Albertone
di cui non si aveva più notizie, non si poterono più riordinare e la
rotta fu completa e convertita in fuga spaventosa.
Ne avveniva quindi che fuggiaschi e sterminate colonne nemiche che
inseguivanli alle reni erano sopra alla brigata Arimondi, che si
ordinava in posizione di resistenza e di contrattacco.
Invano il bravo colonnello Brusati tentava coi suoi di fare argine;
invano il valoroso colonnello Galliano aveva schierato il 3º battaglione
indigeni all'estrema sinistra per arrestare i fuggenti e tener testa
all'irrompente nemico, tutti gli sforzi di questi eroi e dei loro
ufficiali furono inutili; i battaglioni scossi dallo spettacolo che si
manifestava ai loro occhi, malgrado gli sforzi dei loro comandanti, dei
loro bravi ufficiali, malgrado l'esempio di serena bravura che dava il
battaglione 9º (bianco), malgrado le batterie che facevano fuoco
vivissimo, si davano alla fuga.
Frattanto gli ascari in fuga, tirandosi dietro forti masse di scioani,
scuotevano le truppe delle brigate Arimondi ed Ellena che non avevano
modo di spiegarsi e di prendere posizione. Mentre il generale Arimondi
impartiva ordini alle batterie, le orde scioane, girando sul fianco
sinistro, irrupero in massa addosso alla colonna e coronate le cime di
monte Belach, facendo fuoco d'inferno sui nostri soldati bianchi e neri
che si affollavano nell'insenatura, ne facevano strage.
Il prode Arimondi e il di lui aiutante di brigata ai quali erano stati
portati via i muletti non poterono togliersi dalla disastrosa posizione
e rimasero accerchiati.
Il generale Barattieri, visto che nè i bersaglieri, nè gli alpini
avevano potuto tener testa e che tutte le alture si coprivano di nemici,
chiamato a sè il colonnello Stevani si dirigeva verso il colle Rebbi
Arienni, incontrava per la via il colonnello Nava e Vandiol del 16º
battaglione, e disponeva per la ritirata verso il vallone.
Ma il tumulto cresceva colle ondate dei sopravenienti inseguiti e col
grandinare delle palle. Era uno spettacolo da squarciare il cuore!
Quanti valorosi ufficiali caddero non è possibile dire. A fianco di
Barattieri cadevano il colonnello Nava e il tenente Chigi. Quando
Barattieri giunse nella convalle presso Rebbi Arienni vi trovò il
generale Ellena. Ivi chiamò a raccolta; fu raggiunto dal tenente
colonnello Musini, dal tenente Marchiori degli alpini, dal capitano
Bedini, dal tenente Partini, dal tenente colonnello Violante, dal
tenente Ribotti, dal capitano Grassi e da altri e riuniti qualche
centinaio di truppe fra alpini, bersaglieri ed altre armi si organizzò
la resistenza per far possibilmente arrestare la foga del nemico.
Mentre questo succedeva alle brigate Albertone, Arimondi ed Ellena ecco
quel che avveniva alla brigata Dabormida.
Verso le 6 la testa della brigata si fermava sul ciglio del colle Rebbi
Arienni. Il generale Dabormida dopo di avere mandato avviso al comando
che occupava il colle senza avere potuto mettersi a contatto
coll'Albertone, proseguiva oltre solo accompagnato dal capitano
Bellavita suo aiutante di campo e dal tenente Piva suo ufficiale
d'ordinanza, allo scopo di formarsi una idea del terreno sul quale
avrebbe dovuto operare, mentre la brigata prendeva formazione di
ammassamento sul colle; intanto che il battaglione De Vito di
avanguardia marciava più innanzi per vedere di trovare il contatto colla
brigata Albertone.
Il generale Dabormida ritornato dalla sua esplorazione, visto il
generale Barattieri che stava alquanto più indietro gli andò incontro e
s'intrattenne a parlare con lui impensierito di non avere nuove
dell'Albertone; a poca distanza l'Arimondi s'intratteneva coi colonnelli
Airaghi e Ragni sullo stesso argomento giacchè tutti ne erano
grandemente preoccupati.
Verso le 7 la brigata Dabormida riprese, pian piano, nell'ordine di
prima, la marcia in avanti, mentre il comando supremo rimaneva sul
colle, dirigendosi per la valle che va a Mariam Sciavitu e ad Adua.
Il campo di battaglia della brigata Dabormida si divideva in tre parti;
alture di sinistra, fondo della vallata, alture di destra, e il generale
dava ordini alle truppe di prendere posizione sulle alture.
Non appena i nostri ebbero raggiunto la sommità delle alture scorsero
dense truppe nemiche dirette ad occupare una specie di sprone che da
Monte Derar va verso Adua; un altro forte nucleo nemico con reparto di
cavalleria Galla si dirigeva verso il Vallone. La compagnia Sermani
all'appressarsi del nemico si era spiegata ed aveva aperto il fuoco; il
maggior De Vito ordinava alle sue truppe di occupare celeremente il
controforte prima che vi arrivasse il nemico; come un onda nera, i bravi
indigeni si precipitano giù pel burrone, l'attraversano e ansanti
risalgono l'altura agognata; Tola e Ferrero hanno raggiunto la
posizione appena in tempo per aprire il fuoco sul nemico che sale
dall'opposto versante; erano le 9, il combattimento era impegnato su
tutta la fronte, dalla cresta principale, lungo tutto il controforte,
fino al fondo della vallata; la compagnia del Chitet è obbligata a
ripiegare, per cui il battaglione del De Vito già colpito a morte, e
minacciato sull'ala destra. Frattanto il nemico ingrossa, il fuoco
raddoppia e semina morte: molti ufficiali sono caduti, i reparti
tentennano e all'estrema sinistra hanno incominciato a ritirarsi; il
tenente Gaslini si getta con un pugno di bravi fra i nemici, cade, ma la
compagnia Longo riprende il suo posto; il nemico ingrossa, investe con
una pioggia di piombo e gl'indigeni si ritirano e si sbandano; la
precipitosa ritirata poco mancò non travolgesse i reparti del 3º
reggimento; ma appena fu sgombrata la fronte le truppe comandate dal
colonnello Ragni, prima col fuoco e poi colla bajonetta arrestava la
foga del nemico, respingendolo sul dorsale dello sprone.
Nel frattempo il colonnello Airaghi avanzava colle sue truppe calme ed
ordinate, con le batterie in battaglia scortate dal 14º battaglione;
si erano appena messi in batteria i pezzi, che il nemico si lanciava
con urli feroci all'assalto; le nostre truppe non si mossero, aprirono
il fuoco a ripetizione e l'artiglieria alla mitraglia; un fuoco
micidiale: la carica è rovesciata, il nemico si ritira in disordine
decimato, e il fuoco andò rallentandosi e parve languire; erano verso le
12 e il generale ed il colonnello Airaghi credettero buono il momento
per un attacco offensivo onde scacciare il nemico dalle posizioni e
diedero gli ordini necessari. La brigata fu disposta con una calma con
una regolarità di un'esercitazione in tempo di pace; le truppe sulle
alture di sinistra agli ordini del colonnello Ragni; quelle nel piano al
comando del colonnello Airaghi; tutte con le catene e sostegni; più
indietro la riserva; l'artiglieria al centro comandata dal Zola; tutti
con ordine ammirabile pronti all'attacco con un morale elevatissimo.
Si vedeva però nel generale qualche cosa che lo contrariava--una nube
offuscava la serenità del suo volto--non aveva potuto dar mano
all'Albertone, non aveva avuto nessuna notizia della brigata Arimondi
colla quale aveva perduto il contatto, nè alcuna dal Comando supremo e
questo lo angustiava.
Il generale più tardi ordinò uno sbalzo più innanzi per tastare il
nemico, ma questo non si mosse, soltanto raddoppiò il suo fuoco e mise
in batteria sullo sprone delle alture del _tucül_ alcuni pezzi
d'artiglieria dai quali non trassero alcun effetto.
Mentre così procedeva il combattimento della brigata Dabormida sulla
fronte verso Adua, alle sue spalle, nella vallata succedente al Rebbi
Arienni avveniva il tragico esodo della colonna Arimondi--arrestata nei
suoi movimenti dai fuggiaschi della brigata Albertone, inseguiti alle
reni da una massa imponente di nemici--veniva essa pure travolta e
decimata prima che avesse potuto spiegarsi e prendere posizione per una
energica difensiva.
Non è possibile descrivere gli atti di valore--gli eroismi dei nostri
ufficiali per sbarrare la via ai fuggiaschi--per arrestare le
irrompenti--enormi masse nemiche.--Il colonnello Brusati alla testa del
suo reggimento riuscì di tener testa e di fermare per alcun tempo la
nera fiumana, ma minacciato da avvolgimento fu costretto a
ripiegare--nel farlo ordinava a se il resto della brigata e dopo di
avere tentato un'estrema resistenza, ne formava una colonna che guidò
con fermezza ed intelligenza, radunando le truppe disperse e
facilitandone la ritirata. Per il suo eroismo, per la sua ammirevole
condotta, veniva decorato della Croce all'Ordine militare di Savoia.
Della rotta della brigata Arimondi di questo tragico fatto--nulla si
sapeva nella colonna Dabormida, e certamente non fu avvertita neppure
dal battaglione De Amicis del 4º reggimento Brusati, che dalle 10 si
era schierato sull'altura dominante il colle d'accesso alla vallata,
posizione che gli era stato ordinato di occupare per proteggere il
fianco della brigata Arimondi e per cercare il contatto colla brigata
Dabormida, altrimenti quel battaglione non si sarebbe limitato a
rimanere in quella posizione per proteggere le spalle della brigata
Dabormida, ma si sarebbe fatto un dovere di avvisarne prima il
Dabormida, poi di accorrere senz'altro in aiuto della brigata alla quale
apparteneva il suo reggimento.
E il De Amicis non stette a lungo inoperoso; visto la Brigata Dabormida
impegnata nella valle sottostante, persuaso che la sua presenza
nell'altura non aveva più scopo, perchè sulla destra della direttrice
di marcia un'altra brigata aveva impegnato il combattimento, scese dal
colle per correre in appoggio ai combattenti; però aveva appena lasciata
l'altura che alcuni cavalieri Galla si mostravano sul colle abbandonato;
il De Amicis vide subito la necessità di ritornare sull'abbandonata
posizione ed a passo di corsa si mosse per rioccuparla; sotto il fuoco
nemico il battaglione potè raggiungere un recinto murato, ed ivi
trincerarsi.
Nel frattempo il generale Dabormida inteso il fuoco di fucileria
sull'altura occupata dal De Amicis mandava ordine al maggiore Rayneri di
mandare la sua 1ª compagnia a scorta dell'artiglieria, e col resto del
battaglione portarsi a rinforzare le truppe del De Amicis, scacciare il
nemico e liberare la brigata da qualsiasi minaccia da tergo; l'aiuto
giunse in tempo e il nemico potè essere respinto nella sottostante
vallata proveniente dal Rabbi Arienni; e fu fortuna che anche il 13º
battaglione valendosi di altro recinto in muro a secco assieme al 5º
battaglione, poterono occupare solidamente le due alture a tergo e
resistervi fino a sera, senza di che la brigata Dabormida avrebbe visto
precipitarsi alle sue spalle la maggior parte del grosso del nemico che
ritornava dall'avere rotte e disperse le altre due brigate, ed avrebbe
avuto preclusa ogni via di ritirata.
Dopo il mezzogiorno fra le truppe del Dabormida e le scioane sul fronte
d'Adua si ravvivava la fucilata; la nostra artiglieria si era piazzata
sullo sprone delle alture dei _tucül_. Ad ogni colpo di Shrapnel si
scorgeva un rapido sbandarsi degli scioani attraverso le roccie e i
rovi; quelli diretti verso lo sbocco della vallata facevano solchi
profondi nelle folte colonne nemiche, coperte da alta erba. Il
colonnello Airaghi rompe gl'indugi; alla testa del suo reggimento lancia
le truppe nel piano ad un primo poi ad un secondo assalto; ed il
colonnello Ragni che dal mattino si è trovato sulla linea del fuoco,
appoggia gli sforzi del suo collega, quantunque gli aspri fianchi delle
alture da dove combatte, gli renda impossibile di mandare avvisi e
ricevere ordini.
Ma lassù nelle alture il nemico tiene fermo, e quantunque nel fondo
della valle si fosse ritirato, grandi masse riaprono in tutto il fronte
un fuoco micidialissimo, per cui i nostri bravi sono costretti a
ritirarsi dalle posizioni avanzate guadagnate poco prima, e il nemico
riprende le proprie. Le perdite sono gravi assai, fra altri sono caduti
i capitani Casadei, Sini, Messaglia, il tenente Vitali, i due tenenti
medici Miccichè e Lombi, e molti altri.
I nostri battaglioni hanno ordine di accelerare il fuoco; le batterie
secondano mirabilmente; fanno due sbalzi in avanti; ma il nemico non si
muove nè dalle alture nè dal fondo della vallata; un centinaio di metri
divide i nostri dalla fronte nemica che fa un fuoco d'inferno; le
artiglierie rombano con fragore indemoniato; la tromba squilla il
_pronti__per l'assalto_; il generale Dabormida come se si trovasse ad
una parata, con a fianco il colonnello Airaghi, seguito dagli ufficiali
del comando oltrepassa a cavallo la linea di fuoco--in tutti corre un
fremito--un urlo tremendo si leva, «Savoja, Savoja!» e dal primo
all'ultimo, a denti stretti, con ardore feroce, con l'arma in pugno si
slanciano all'assalto; l'urto fu terribile--irresistibile, perchè il
nemico ne è rovesciato, costretto a volgere le spalle e darsi
confusamente alla fuga--le trombe suonarono _alt_ e fuoco e una scarica
a salva investe la terga del nemico. Era la vittoria! e un grido
proruppe unanime. «Viva l'Italia! Viva il Re!»
Ad un tratto, potevano essere le 14, un grosso rumore di fucileria da
tergo gela il sangue degli eroici combattenti. Grossi stormi di
cavalieri galla si videro scendere dal colle e dietro la cavalleria un
nero nembo di fanteria. All'imminenza di un attacco da tergo il bravo
generale Dabormida non perdette l'ammirabile sua calma giacchè non
avrebbe potuto supporre che tutto il resto dell'esercito fosse
scompaginato, e già rotto e lontano: urgeva provvedere perchè il De
Amicis e Rayneri tenessero fermo nella loro posizione; e questi rimasero
saldi come torri fin all'ultimo; l'azione di questi due battaglioni fu
veramente eroica e provvidenziale.
Si sa già che cosa era avvenuto: battuta la colonna Albertone che si era
distanziata dagli altri corpi e messa nell'impossibilità di essere
soccorsa, il nemico dieci volte superiore ai nostri inseguendo gli
indigeni in fuga capitarono precipitosamente sulla brigata Arimondi che
stava prendendo posizione, la scompagina, la rompe e mette in fuga e
colla stessa rapidità piomba sulla brigata Ellena di riserva e sgomina
e disperde pur questa. Atti eroici furono compiuti dalla brigata
Arimondi, altrettanti e pure eroici dalla brigata Ellena ma, questi non
riuscirono a frenare la valanga impetuosa delle enormi masse nemiche che
inseguendo i fuggiaschi tutto travolgevano e rovesciavano.
Rotte, sgominate le tre brigate Albertone-Arimondi-Ellena, poste in fuga
e lanciate alle loro calcagne arditi distaccamenti e grossi reparti di
cavalleria galla, tutto il grosso dell'esercito abissino si rivolse dove
ancora si combatteva con tanto eroismo da obbligare più volte forze
assai superiori alla ritirata; e da quel momento la situazione della
brigata Dabormida diveniva disperata. Bisognava prepararsi ad un'ultima
e disperata difesa la gloriosa brigata si lancia contro il nemico su tre
fronti. Il generale Dabormida a cavallo a capo scoperto e coll'elmo
nella mano destra, si lancia avanti a tutti, il colonnello Airaghi lo
segue con la sciabola in alto, eroicamente eccitando i suoi bravi alla
pugna!
Un urlo tremendo!--e disperatamente le nostre truppe si precipitano sul
nemico che non indietreggia, impedito a retrocedere dalla massa enorme
che gli si accalca addosso e l'obbliga ad avanzare--ma la lotta a corpo
a corpo è terribile--tanto è il furore dei nostri--tanta è la strage che
seminano intorno a loro che la massa scioana ne è scossa, ondeggia ed è
costretta a cedere terreno.
Lo spazio necessario per la ritirata è aperto--ma quanti prodi seminati
per la via sanguinosa! Pel prode generale fu un momento ben triste
quando rivoltosi al colonnello Airaghi gli disse «Airaghi bisogna
iniziare la ritirata: tu la coprirai col tuo reggimento!» «Va bene
generale» rispose il colonnello del 6º reggimento e si separarono per
non vedersi mai più!
Dabormida si diresse all'imbocco dell'angusta valletta per dove dovevano
sfilare le truppe in ritirata, e dava gli ordini opportuni; poi
preoccupato della sua sinistra, insieme al capitano Bellavita suo
aiutante di campo volle ascendere l'aspra altura ove ancora combattevano
i battaglioni De Amicis e Rayneri.
Era di lassù che solo potevasi coprire la ritirata delle truppe
combattenti nella valle. Rifiutandosi il cavallo di salire per l'erta
dovette scendere; incaricò il capitano Bellavita di portare i suoi
ordini al De Amicis e al Rayneri di tener fermo ad ogni costo, e
ridiscese per dirigere l'incolonnamento della brigata.
Quando il Bellavita ritornò dopo avere impartiti gli ordini, il generale
Dabormida, questo fulgido eroe leggendario, era scomparso!
Finito il periodo epico dei gloriosi combattimenti, si dava principio a
quello tragico di una disastrosa ritirata! E, come era da immaginarsi,
ne seguì una carneficina orrenda.
I battaglioni De Amicis e Rayneri che avevano strenuamente sostenuto
l'urto di un nemico più che quintuplo e che ancora stavano sulle alture
a proteggere la ritirata, quando videro che il 6º ed ultimo reggimento
si ritraeva per lo sbocco della valletta ad imbuto, anch'essi
abbandonarono le trincee fin allora difese per ridursi al colle e
ritirarsi; nella stretta insenatura di questa si svolse l'esodo triste
di una grande brigata!--Soprafatta dal numero, sfinita dalla sete, dalla
fame, lacera, semiscalza, dopo una intera giornata di combattimento,
senza tregua, abbandonava il campo col cuore stretto dall'ambascia, ma
fiera per il dovere compiuto! Fu una scena d'orrore illuminata dagli
ultimi raggi del sole, che esso pure andava morendo. La brigata aveva
strenuamente, eroicamente combattuto dal sorgere al tramontare del sole.
Tutto era perduto anche per la brigata Dabormida--non era certo perduto
l'onore.
Ah! se le nostre quattro brigate avessero mantenuto il contatto! quale
scempio delle orde scioane avrebbero fatto! E fu fatalmente strano che a
questo non si sia rigorosamente provveduto! e non si sia pensato che è
un principio incontestabile di guerra che un esercito di fronte al
nemico deve sempre tenere le sue colonne riunite, in guisa che il nemico
stesso non possa mai introdursi fra le medesime. Anche quando si sia
dovuto dividere un esercito affine d'avviarlo per linee concentriche
contro il nemico, è necessario all'approssimarsi ad esso per dare
battaglia, che gl'intervalli fra le diverse colonne siano raccorciati
tanto che queste possano a vicenda agevolmente soccorrersi e sostenersi.
E a questo principio elementare di guerra nella fatale giornata di Adua
non si è pensato!
Che ne era avvenuto del generale Dabormida, del colonnello Airaghi, del
maggiore De Amicis e di tanti e tanti altri eroi? Nessuno sapeva dirlo!
Il valoroso colonnello Ragni comprese che era a lui ormai serbato un
altro grave dovere, quello di dirigere la ritirata. Verso le 19 la
colonna sboccò su di un ripiano sul quale si elevava una specie di
controforte; il colonnello decise di far quivi l'ultima resistenza per
riordinare al riparo di questo ed alla meglio la confusa massa dei
superstiti. Il capitano Pavesi coi suoi ufficiali Benito (ferito),
Camelli, Caloria, con la loro bella compagnia del 5º indigeni, formarono
il nucleo principale della più che ardita difesa; là si trovarono e si
riunirono i maggiori Prato, Raqueni e De Fonseca; i capitani Paperotti,
Guastalla, Liquori, Sciarra, Cicerchia, Voet, Bellavita; i tenenti
Matteucci (ferito), Massazza, Angelini, Zonchello, Benetti, Carossini,
Donedu (ferito), Bairi, Neri (ferito) ed altri ed altri.
Il nemico vista la tenacia temeraria dei nostri non volle avventurarsi
nell'oscurità della notte e cessò dall'inseguimento, per cui la ritirata
potè compiersi, ma seminando nei giorni appresso altre ossa lungo tutta
la via ben dolorosa, perchè i superstiti furono continuamente assaliti
dagli insorti nei paesi che attraversavano.
Nel combattimento d'Adua cadde da eroe, fra tanti e tanti altri, il
capitano Leopoldo Elia di Ancona, il prode garibaldino ferito a Mentana,
il valoroso soldato dell'esercito alla breccia di Porta Pia. Egli era
già stato in Africa colla spedizione di San Marzano quale capitano dei
bersaglieri; vi era rimasto per due anni e fu costretto a rimpatriare
per grave malattia. Ricuperata la salute lo si tolse dall'arma dei
bersaglieri, nella quale aveva fatta tutta la sua carriera, grado a
grado, fino a quella di capitano--arma che egli idolatrava!
Fu un colpo assai doloroso per lui--e per mostrare che avevano avuto
torto di toglierlo dal corpo suo prediletto, appena si ebbe notizia
dell'eroica giornata di Amba-Alagi, non chiamato, offriva volontario i
suoi servigi alla patria e ripartiva colla brigata Ellena.
Nella fatale, ma pur gloriosa giornata d'Adua, schierata la sua
compagnia sotto un fuoco infernale nemico, nella posizione che doveva
tenere e difendere, incuorando i suoi bravi soldati che l'adoravano,
dando loro l'esempio, eroicamente combattendo, per più ore sostenne urti
tremendi che sempre respingeva; ma infine circondato da migliaia di
nemici, senza ritrarsi d'un passo, vendendo cara la vita egli e i suoi
bravi che sempre assottigliandosi si stringevano intorno a lui, cadeva
ferito per non più rialzarsi. Così finivano quasi tutti della compagnia
comandata da Leopoldo Elia, preferendo morire piuttosto che darsi
prigionieri.
E un altro valorosissimo lasciava la vita in quella fatale giornata, un
carissimo amico dell'Elia che merita di essere ricordato, il capitano
Ciro Cesarini di Corinaldo.
Uscito dalla scuola di Modena entrava come sottotenente nel 4º
reggimento bersaglieri. Nel 1894 domandò ed ottenne di essere mandato in
Africa e venne destinato col grado di tenente alla 2ª compagnia
cacciatori di guarnigione a Keren.
Dopo pochi mesi venne chiamato alla 3ª compagnia del 2º battaglione
indigeni comandato dal maggiore Hidalgo--combattè da valoroso per
l'espugnazione di Cassala e vi guadagnò la menzione onorevole e per
merito fu promosso capitano nella 1ª compagnia del 1º battaglione
indigeni sotto il comando del maggiore Turitto.
Col suo battaglione prese parte alla battaglia di Debra-Ailà ed
all'inseguimento di Ras Mangascià.
Quando si formò il corpo di operazione contro gli Scioani, col suo 1º
battaglione indigeni entrò a far parte della brigata Albertone--che come
si è visto--fu la prima ad impegnarsi nel combattimento del 1º marzo--ed
a sostenere tutto il grave peso dell'immensa oste nemica per essersi
distanziata dalle altre nostre brigate.
Dopo la triste notizia del disastro toccato alle armi nostre nella
battaglia d'Adua, alla famiglia, ai concittadini, agli amici, trepidanti
per la sua sorte, venne notizia che il capitano Cesarini si trovava ad
Adigrat; però la novella fu presto smentita. Solo poté essere accertata
la sorte del valoroso capitano, quando fu liberato dalla prigionia
l'ultimo scaglione dei prigionieri di Menelik del quale faceva parte il
tenente Fuso, unico ufficiale superstite della compagnia comandata dal
Ciro Cesarini, del quale raccontava così l'eroica fine.
«Il capitano Cesarini con la sua compagnia fu il primo ad attaccare il
nemico e ne sostenne il fuoco per due ore di seguito.
«Quando il generale Albertone--dopo accanito combattimento contro masse
nemiche dieci volte superiori alle sue forze--minacciato di
avvolgimento--si trovò costretto ad ordinare la ritirata--il capitano
Cesarini col resto della sua compagnia e con quanti altri potè
raccogliere, venne incaricato di proteggere la ritirata--Ed egli--dando
esempio ai suoi che in pochi rimasti si serravano intorno a lui--non
abbandonava un palmo di terreno e battendosi come un leone compiva fin
all'ultimo eroicamente il suo dovere. Ferito ad un braccio continuò a
combattere--ma una palla gli fracassò un ginocchio--la ferita era
orribile--il sangue ne usciva a fiotti--gli spasimi dovevano essere
atroci.
«Io ed il furiere della compagnia volevamo prestargli soccorso--ma
egli--visto che per lui era finita--ci pregò di non occuparci di
lui--ordinava a me di prendere il comando della compagnia e di resistere
fino all'ultimo.
«Allora lo trasportammo in una specie di grotta che vi era lì
appresso--durante il tragitto perdette i sensi--lo adagiammo alla meglio
e più non lo rivedemmo».
Ecco quanto il generale Albertone dice di questo bravo e della sua
eroica compagnia.
«La compagnia rimasta col tenente Fuso, che ne aveva assunto il
comando, col furiere ed una trentina di soldati Ascari rimasti, respinse
quattro volte il nemico con altrettanti attacchi alla baionetta.
«Durante la mia prigionia intesi più volte dai capi Abissini la
narrazione dei prodigi di valore del capitano Cesarini, il quale aveva
meravigliato gli stessi nemici».
E combattendo da valorosi lasciavano in quella giornata la vita pure, il
prode tenente Monina Attilio, ed i forti giovani Adolfo Muzzi, Alfredo
Pettinelli, Adolfo Santarelli, Cesare Salustri, Cesare Stramazzoni.
O forti e valorosi soldati--la vostra fine non doveva essere diversa!
Solo agli eroi è dato la gloria di morire ravvolti nella propria
bandiera!
Ancona e i luoghi della sua provincia che vi dettero i natali
conserveranno sacra la vostra memoria!
*
* *
Al generale Baldissera toccò di compiere le operazioni militari nel
secondo periodo della campagna d'Africa 1895-96.
Con rapide mosse, con ardite dimostrazioni su Coatit, su Debra-Damo e
su Adua, affine di coprire il vero obiettivo del corpo di operazione,
riusciva in breve a liberare il presidio d'Adigrat; a riordinare gli
avanzi del primo corpo di operazione che aveva combattuto ad Adua; a
coprire la colonna minacciata nel punto più vitale; ad iniziare
trattative di pace col precipuo scopo di guadagnar tempo, per ottenere
la liberazione dei nostri prigionieri, il seppellimento dei nostri
morti;--e portare soccorso a Cassala.
Operazioni tutte condotte a compimento con militare energia e con sommo
accorgimento da meritare il plauso del paese.
=CAPITOLO XXXI.=
=Volontari italiani in Grecia.=
Nel 1897--un grido di entusiasmo echeggiava da un capo all'altro
d'Italia per la causa ellenica--il filellenismo fu sempre fra noi una
delle corde che più vibrarono nel cuore di quanti sentivano amore di
patria e di libertà--e tutte le volte che la Grecia tentò di sottrarre
dall'onta del governo turco le belle terre che le appartengono, l'Italia
non vi rimase insensibile e mandò i migliori suoi figli a combattere
per la sua redenzione.
Sarebbe troppo lungo il ricordare i patriotti che le diedero la vita in
tempi ormai lontani ma pur non dimenticati; basterebbe ricordare il
Santorre Santarosa--nel 1821--il Basetti--il Tarella--il Mamiot--il
Tirelli--il Briffori--il Tarsio--il Viviani--il Torricelli--il
Prenario--il Miovitowich--il Dania--il Rattelani--che diedero la vita
per la Grecia nel 1822--e l'Andrea Broglio marchigiano che lasciava la
vita ad Anatolica nel 1828--come molti greci lasciarono la loro vita per
la causa italiana; accenneremo ai più recenti, e diremo che insorta
l'isola di Creta dopo la campagna del 1866, ben duemila e più volontari
e non meno di ottanta ufficiali corsero a dare agli insorti il loro
aiuto. I primi, sbarcati a Sira furono posti sotto gli ordini di
Zambra-Kakis, Bisanzios, e Coracas, gli altri sotto il comando del
maggiore Mereu, e tutti diretti all'isola di Creta ove si combatteva per
la propria indipendenza.
Al Mereu prima della sua partenza il generale Garibaldi consegnava la
lettera seguente:
Caprera, 9 ottobre 1866.
«Il maggiore Mereu, uno dei miei prodi compagni d'armi, va in Grecia per
combattere la santa causa di quel paese.
«Io lo raccomando caldamente ai miei amici.
_G. Garibaldi_».
In tutti i combattimenti per l'indipendenza della Grecia il sangue
italiano fu sparso gloriosamente.
*
* *
Nel 1867 la Grecia minacciava di sorgere in armi per la questione non
solo di Creta ma anche per la causa macedone: una nuova spedizione di
Toscani guidata da Sgarellino partiva da Livorno; toccata Caprera
prendeva il comando della spedizione il bravo giovane Ricciotti
Garibaldi.
Egli partiva diretto non a Candia ma al Pireo, con istruzioni del padre
di vedere di portare la rivoluzione nell'Epiro e nell'Albania e di far
sapere che se l'insurrezione avesse luogo, anche egli sarebbe accorso
sul campo dell'azione.
Ma mentre un comitato ellenico era dietro ad organizzare un movimento
sulla frontiera Epirota; l'intervento delle potenze intimava alla
Grecia di spegnere il movimento nel suo nascere, e i volontari italiani
dovettero rimpatriare.
Nel 1875, Mico Liubibratic, un eroe Erzegovese, che col Vucalovich si
era mantenuto in campagna contro i Turchi per l'indipendenza della sua
patria fino al settembre 1862 riportando segnalate vittorie il 13, 14,
18 ottobre--tali da destare l'universale ammirazione e da obbligare il
governo ottomano a segnare in Ragusa un trattato favorevole
all'Erzegovina (trattato i cui patti non furono poi rispettati)--aveva
ripreso le armi e indirizzava un fiero proclama alla gioventù di tutte
le nazioni, perchè rispondessero al suo appello. Garibaldi alzava anche
esso la sua voce in favore dell'Erzegovina col seguente proclama:
A Liubibratic ed ai suoi gloriosi compagni!
«Miei cari amici,
«Voi vi siete assunti una difficile missione, ma bella, superba, santa;
quella dell'emancipazione degli Slavi dalla più atroce delle tirannidi.
«Io vi invidio e giammai tanto mi pesarono gli anni come oggi, che non
posso dividere con voi glorie e perigli.
«Già m'indirizzai a tutte le popolazioni che languono sotto il giogo
ottomano e non dispero di vedere raggiungere la vostra bandiera dai
prodi che contano nella loro storia i Leonidas, gli Spartachi e gli
Scanderberg.
«Il vostro divisamento di sostenere la guerra di partigiani durante
l'inverno, lo credo il migliore; l'avvenire è vostro. Qualunque uomo che
non sia un perverso farà sua la causa vostra e come noi palpiterà di
gioia al vostro glorioso trionfo».
Roma, 29 ottobre 1875.